L'invidia
è anzitutto un sentimento doloroso,
che si impone spesso contro la propria volontà e del quale è difficile
liberarsi attraverso riflessioni di tipo razionale.
L'invidia comporta
infatti sentimenti negativi,
che sfiorano il rancore,
l'odio,
l'ostilità verso chi
possiede qualcosa che l'invidioso non ha. L'invidia agisce allora come
un meccanismo di difesa, come un tentativo di recuperare la fiducia e
la stima di sé stessi, attraverso la svalutazione di chi ha di più: in
termini di fortuna, di successi personali, di possibilità economiche
ecc.
Per Freud a provare questo
sentimento erano soprattutto le donne,
nei confronti degli uomini.
E' lui infatti che ha per primo teorizzato l'
'invidia del pene' da parte
delle bambine, le quali si sentirebbero danneggiate dalla mancanza di
questo organo sessuale e per questo svilupperebbero nei suoi confronti
una forte invidia. Questa invidia sarebbe per il fondatore della
psicoanalisi addirittura al centro dello sviluppo della
psicologia femminile,
attraverso i condizionamenti incancellabili lasciati dall'invidia del
pene nella formazione del carattere e nello sviluppo psico-sessuale.
Oggi questa teoria freudiana appare superata, perché fin troppo
'fallocentrica', e questo
anche a seguito delle confutazioni fatte da parte delle
psicoanaliste-donne negli anni settanta, che hanno duramente
contestato il postulato teorico di
superiorità maschile che la teoria dell'invidia del pene
implicava. (Certamente una certa invidia per le numerose libertà,
anche sessuali, di cui ha goduto sempre il maschio rispetto alla
femmina c'è sempre stata nelle donne, ma per fortuna questo tipo di
invidia oggi è quasi del tutto scomparsa, date le conquiste sociali
femminili avvenute negli ultimi cinquanta anni).
Il sentimento dell'invidia è sempre stato condannato dalla società,
tanto che essa è considerata, dal punto di vista morale, un 'vizio'.
L'invidioso infatti ha il 'vizio' di svalutare le persone che
percepisce come 'migliori' di sé e spesso non si limita al pensiero o
alle fantasticherie di tipo aggressivo e distruttivo, ma cerca di
danneggiare oggettivamente l'invidiato, ostacolandolo in ogni suo
progetto o iniziativa.
Egli infatti è
'colpevole', agli occhi dell'invisioso, per essere apprezzato
e stimato dalla società più del dovuto, e comunque più di quello che
l'invidioso desidererebbe, anche in confronto a sé stesso. La
consapevolezza che il soggetto odiato a causa dell'invidia non nutra
alcun sentimento negativo nei confronti dell'invidioso non migliora in
quest'ultimo il rancore e l'ostilità provata.
Quasi nessuno ammette di essere
invidioso. Pochissime persone ne parlano apertamente, perché
svelare questo sentimento è come rivelare al mondo la parte più
meschina e vulnerabile di sé stessi, cosa che non fa piacere a
nessuno, nemmeno a chi tende ad autodenigrarsi o a svalorizzarsi
continuamente. Per questo motivo è più frequente osservare e
analizzare l'invidia negli altri,
piuttosto che nei propri pensieri e comportamenti.
Esistono poi due tipi di invidia
: quella buona e quella cattiva. L'invidia buona rappresenta comunque
un sentimento doloroso, lacerante, che si prova nel vedere qualcun
altro riuscire dove e come noi vorremmo per noi stessi, ma in questo
caso non si provano sentimenti negativi di odio e rancore per
l'invidiato, non si cerca di ostacolarlo, o di togliergli ciò che
possiede o ha ricevuto in premio.
L'invidia 'buona' corrisponde
all'emulazione: un desiderio
profondo di arrivare allo stesso livello dell'altro, anziché
abbandonarsi allo scoramento o alla maldicenza e alla denigrazione
dell'altro più fortunato. L'invidia positiva è dunque uno stimolo, una
motivazione verso l'automiglioramento: colmando le proprie lacune e
valorizzando i propri punti di forza, si cerca di somigliare sempre di
più al modello vincente rappresentato dall'altro.
Nella cultura
americana questi comportamenti di emulazione, di invidia positiva,
sono perfettamente accettati e vi è anzi una incitazione esplicita ad
identificarsi con il vincitore. Ciò non accade nelle culture latine,
dove invece chi è più bravo o ha più fortuna non fa che umiliare gli
altri, mettendo in evidenza l'altrui insufficienza, l'altrui sfortuna,
generando malumori, complessi di inferiorità e desideri di rivalsa,
anche con mezzi illeciti o illegali.
L'invidia 'cattiva' è infatti quella che non prevede e non
auspica null'altro che il male, la sfortuna e la definitiva sconfitta
dell'odiato rivale.
|