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La cognizione della morte attraversa ogni
cultura e intorno a essa si sviluppa lungo la storia il bagaglio di
valori, prospettive e credenze proprie di ogni civiltà. Elemento che
introduce un’incolmabile distanza dal mondo animale, la capacità di
cogliere le caratteristiche fondamentali della morte (universalità e
irreversibilità) nel corso della vita e di rappresentarsene gli
effetti inesorabili è una specificità dell’Umano che implica altresì
una sostanziale dissonanza tra dimensione cognitiva e affettiva
espressa attraverso il dolore e l’angoscia.
Idea discussa anche da Elias (1985) – sociologo che mostra come nello
sforzo collettivo di rafforzare il proprio sistema di riferimento
tutelandolo dalle minacce di gruppi estranei, sostenitori di
simboliche differenti, si evidenzi il valore del patto contro la morte
nei processi di socializzazione su cui si istituiscono i rituali che
regolano i comportamenti collettivi –, secondo la Terror Managment
Theory [TMT], la consapevolezza della finitezza della vita in
conflitto con il desiderio di auto–preservazione costituisce il perno
delle strutture di significato con cui i membri dei diversi gruppi
umani ordinano le relazioni sociali e affettive, elaborando
rappresentazioni simboliche funzionali all’occultamento del morire.
Ma, per quanto efficaci, le strategie di elusione, poiché la
dubitabilità di ogni consolazione si impone come inevitabile, i
sistemi difensivi in gioco richiedono di essere continuamente
riaffermati e difesi. La gestione dell’angoscia umana fondamentale
costituisce in tal senso una delle massime risorse del dominio sulle
coscienze, in base alla quale in ogni epoca sono stati eretti i
sistemi di potere più forti: le religioni.
La ricerca psicologica, evidenziando come le specifiche esperienze
umane siano diversamente caratterizzate in senso emozionale e
affettivo in funzione dell’ordine simbolico in cui esse vengono
inscritte, ha quindi riattualizzato come discorso scientifico l’antica
consapevolezza greca, ovvero quella che considera l’umano inscritto in
un universo simbolico caratterizzato da una contraddizione
inconciliabile: voler vivere sapendo di dover morire.
Il potere delle religioni è fondato sulla loro capacità di delineare i
profili dei comportamenti sociali e individuali motivandoli secondo
trascendentalità. E l’impostazione della vita rispetto a ciò che le è
ulteriore, nella storia dell’umanità, è la matrice fondamentale della
solidarietà intragruppo e del conflitto intergruppi. All’interno delle
comunità che condividono lo stesso credo si creano forti reti di
relazione capaci di garantire il sostegno sociale necessario per poter
elaborare i vissuti di perdita, come pure è evidente che in nome di
Dio si commettono ancora eccidi e guerre tra popoli. Altresì la
rappresentazione del morire come passaggio che può essere gestito
attraverso pratiche che offrono la certezza di pensarsi al di là del
tempo offre una rassicurazione fondamentale dinanzi all’imminenza
della fine.
Questa posizione – ampiamente discussa nella storia del pensiero dalle
prospettive del disincanto – è condivisa anche da Morin (tr. it. 2002,
L’uomo e la morte, Meltemi, Roma), secondo il quale nel
processo di significazione e gestione del terrore legato alla morte,
il successo delle religioni è dato dal loro assolvere al compito di
garantire l’ottimismo che – tramite le figure dell’immortalità –
consente agli individui di allontanare l’angoscia.
Ma le convinzioni e i valori derivanti da modelli sociali, entro cui
in passato era possibile esprimere con grande intensità le emozioni
dando loro forma e significato attraverso la celebrazione di culti e
riturali capaci di mettere al riparo dal terrore e custodire il
passaggio all’eternità, hanno ormai perso vigore e forza persuasiva
nella società attuale, che si ritrova sempre più carente di repertori
cerimoniali. La declinazione politica dei poteri religiosi è
direttamente proporzionale alla crisi della spiritualità espressa
attraverso le derive del fanatismo per un verso e dell’indifferenza
per l’altro, ove da ultimo ciò che in questo modo viene sancito è la
sconfitta del pensiero critico su ciò che significa gestire il senso
della morte come passaggio da una forma di esistenza ad un’altra. E
questa crisi non è esito di cattivi costumi quanto piuttosto questi
ultimi sono il suo prodotto.
Entrare nel merito delle componenti essenziali che costituiscono
questo tratto essenziale della cultura occidentale contemporanea è un
compito ineludibile di chi intenda affrontare seriamente – e non
semplicemente in termini di sudditanza ideologico-dottrinaria
funzionale alle regole dettate dai giochi del potere sociale – i temi
inerenti al senso del rapporto tra il vivere e il morire. Sapere
infatti che la crisi non è il risultato di cattiva coscienza o vizio,
ma è determinata da strutture di pensiero che devono risolvere
contraddizioni essenziali (Severino, 1996, La filosofia dai Greci
ai nostri giorni, Rizzoli, Milano) impone che il lavoro
intellettuale in proposito non si limiti al consenso acritico ma
accolga al proprio interno la dialettica del confronto.
In effetti, qualsiasi indicazione di spiritualità o certezza religiosa
che non sa confrontarsi con la propria negazione e che per questo
promuove il proprio successo facendo leva sul sonno della coscienza
non evidenzia altro che la debolezza del proprio oggetto di fede,
lasciando un sostanziale vuoto di senso coperto dalla formalità di
antichi retaggi cerimoniali. Il “vuoto simbolico” che si instaura
intorno al morire allorché l’angoscia mostra la dubitabilità delle
certezze edificate per poter vivere sapendo di dover morire – ove ciò
che emerge è il timore determinato dal sospetto dell’inconsistenza
delle strutture di significato e delle azioni con cui si crede di
dominare e interpretare il mistero della morte – si traduce infine in
un apparato di atteggiamenti e comportamenti condivisi che determinano
la censura sociale del dolore che il morire comporta, ove al silenzio
dell’acquiescenza, parallelo all’ostentazione in cui si celebra
sostanzialmente il fasto del celebrante e non il contenuto
dell’intimità in gioco, richiede dunque una restituzione di parola
competente.
La formalità dell’apparenza
parallela a quella del fanatismo produce ciò che Elias (1985) ha
definito “rimozione sociale”, ovvero la tendenza a confinare
l’angoscia del morire e tutto ciò che lo riguarda “dietro le quinte
della vita collettiva” attraverso strategie di elusione invalidanti
proprio perché espressione di repressione e rifiuto dell’elaborazione.
Quello che secondo Ariès (tr. it. 1980,
L’uomo e la morte dal medioevo a oggi, Laterza, Bari) è il passaggio dalla gestione
pubblica del saluto funebre – l’antica “familiarizzazione” della morte
e il suo “addomesticamento” – all’attuale atteggiamento ritirato e
inibito, che ha la sua massima espressione nell’imbarazzo, nella
tendenza alla dissimulazione e nell’assenza di spontaneità, è la
chiara manifestazione della mancanza di “parola competente”, ovvero di
potere di indicalità da parte del saluto comunitario a chi abbandona
il consesso umano.
Emblematico in proposito è il pudore che la morte ispira, manifestato
non solo nell’incapacità di parlarne e discuterne tra adulti, ma in
particolare nella difficoltà di affrontare l’argomento con i bambini
che se ai tempi della “morte pubblica” erano chiamati ad esser
presenti al capezzale dei moribondi, oggi vengono esclusi anche dalle
cerimonie funebri o dalle visite ai cimiteri. La riluttanza degli
adulti a far avvicinare i propri figli a questa dimensione – quasi
corressero il rischio di venirne in qualche modo contaminati – esprime
il timore profondo di comunicare le proprie angosce e l’erronea
convinzione che sia il tema in sé della finitezza della vita a
costituire un pericolo e una fonte di sofferenza ingestibile.
È invece la modalità con cui si affronta il problema, o piuttosto
ormai l’accurata tendenza ad evitarlo, a risultare più insidiosa e
deleteria, dal momento che espone tutti in ogni età alla convinzione
di non poter accedere al senso autentico di ciò che si teme e tanto
meno alla possibilità di trovare la risposta che risolve il terrore,
ove l’unica familiarizzazione possibile sembra essere quella offerta
da oscuri messaggi mass-mediatici, responsabili di veicolare perlopiù
o addirittura soltanto, in funzione esorcistica ma non per questo meno
traumatici, contenuti violenti e fantasie cruente.
Manca sostanzialmente uno spazio di riflessione ed elaborazione che
sappia tradursi in messaggio educativo, capace di evolversi e
accompagnare nel ciclo di vita gli individui affinché prendano
consapevolezza della finitezza del vivere, per un verso per
valorizzare la vita stessa e per l’altro, elaborandone infine il senso
quando essa giunga a conclusione. Questo tipo di educazione è stato
sempre patrimonio della religione.
Recentemente però, in nome di un’universalità rispetto sia alla
riflessione sulla spiritualità, che intende porsi come svincolata
dalle specifiche Weltanschauungen confessionali, sia
all’accoglienza delle istanze laiche, si sta diffondendo un territorio
di ricerca e intervento che accoglie la questione, includendo al
proprio interno le diverse voci della cultura: quelle della filosofia,
delle religioni tutte e della scienza.
Sono i “death studies” applicati alla “death education”.
La medicina ha ormai prodotto la cronicizzazione di patologie un tempo
rapidamente mortali, altresì tra la diagnosi e prognosi infausta
intercorre un tempo sempre più lungo e sempre più lunga è anche la
durata del decorso finale della malattia. In questo spazio temporale
gli sforzi principali del malato e dei suoi cari sono giocati nella
scongiura dell’esito finale piuttosto che sull’elaborazione di ciò che
è già stato vissuto e di quel che attende chi sopravvive e chi
trapassa. Sotto la veste della tutela di chi deve compiere il
passaggio fondamentale si giocano perciò le strategie della
dissimulazione e la “congiura del silenzio”, giustificate dal timore
che il dato di realtà abbia un effetto devastante.
Messinscene e copioni allestiti per la copertura della situazione
effettiva, finalizzati forse a evitare tutte quelle fasi laceranti di
dolore descritte da Kubler-Ross, le quali precedono l’ultima, ovvero
quella della rassegnazione, rendono il morente uno spettatore
dell’incapacità altrui di farsi carico del suo dolore e del proprio.
Sfilate ed affaccendamenti concertati tra silenzi e camuffamenti
rispetto a quel che accade incorniciano personaggi di sempre, con le
vesti di sempre ma con espressioni e atteggiamenti mutati, attenzioni
diverse, parole, frasi e discorsi di cui è evidente l’inconsistenza
quando in gioco invece – ossimoro tragico – ci sono i contenuti più
importanti della vita intera.
La mancanza di parole competenti rispetto a quel che accade toglie
innanzitutto dignità al morente perché ne rende indecifrabile la
condizione. I death studies sono appunto il territorio in cui
si sviluppa il dibattito intorno al che cosa si intenda per dignità e
come offrirle concretezza nel linguaggio in cui si declinano le
relazioni significative. La competenza in tal senso non si riduce ad
essere un bagaglio di nozioni quanto piuttosto consiste
nell’acquisizione di saperi intorno al conoscibile e alle
interrogazioni ultime a partire da un atteggiamento che nell’umiltà
restituisce all’umano il riconoscimento pieno della sua capacità di
intellezione.
Continua.
Ines Testoni e Federica Martini
* Professore di Psicologia Sociale,
Dipartimento Psicologia generale, Università degli Studi di Padova
** Psicologa, collaboratrice cattedra
di Psicologia Sociale, Dipartimento di Psicologia generale, Università
degli Studi di Padova
Per info sul Master
dell'Ateneo di Padova Death Studies and The End of Life
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