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La cognizione del morire

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Intorno al morire. Importanza della formazione in “Death Studies & the End of life” per rispondere al bisogno di sostegno e presa in carico della morte e del morire
 


di
Ines Testoni*, Federica Martini**
 

La cognizione della morte attraversa ogni cultura e intorno a essa si sviluppa lungo la storia il bagaglio di valori, prospettive e credenze proprie di ogni civiltà. Elemento che introduce un’incolmabile distanza dal mondo animale, la capacità di cogliere le caratteristiche fondamentali della morte (universalità e irreversibilità) nel corso della vita e di rappresentarsene gli effetti inesorabili è una specificità dell’Umano che implica altresì una sostanziale dissonanza tra dimensione cognitiva e affettiva espressa attraverso il dolore e l’angoscia.

Idea discussa anche da Elias (1985) – sociologo che mostra come nello sforzo collettivo di rafforzare il proprio sistema di riferimento tutelandolo dalle minacce di gruppi estranei, sostenitori di simboliche differenti, si evidenzi il valore del patto contro la morte nei processi di socializzazione su cui si istituiscono i rituali che regolano i comportamenti collettivi –, secondo la Terror Managment Theory [TMT], la consapevolezza della finitezza della vita in conflitto con il desiderio di auto–preservazione costituisce il perno delle strutture di significato con cui i membri dei diversi gruppi umani ordinano le relazioni sociali e affettive, elaborando rappresentazioni simboliche funzionali all’occultamento del morire.

Ma, per quanto efficaci, le strategie di elusione, poiché la dubitabilità di ogni consolazione si impone come inevitabile, i sistemi difensivi in gioco richiedono di essere continuamente riaffermati e difesi. La gestione dell’angoscia umana fondamentale costituisce in tal senso una delle massime risorse del dominio sulle coscienze, in base alla quale in ogni epoca sono stati eretti i sistemi di potere più forti: le religioni.

La ricerca psicologica, evidenziando come le specifiche esperienze umane siano diversamente caratterizzate in senso emozionale e affettivo in funzione dell’ordine simbolico in cui esse vengono inscritte, ha quindi riattualizzato come discorso scientifico l’antica consapevolezza greca, ovvero quella che considera l’umano inscritto in un universo simbolico caratterizzato da una contraddizione inconciliabile: voler vivere sapendo di dover morire.

Il potere delle religioni è fondato sulla loro capacità di delineare i profili dei comportamenti sociali e individuali motivandoli secondo trascendentalità. E l’impostazione della vita rispetto a ciò che le è ulteriore, nella storia dell’umanità, è la matrice fondamentale della solidarietà intragruppo e del conflitto intergruppi. All’interno delle comunità che condividono lo stesso credo si creano forti reti di relazione capaci di garantire il sostegno sociale necessario per poter elaborare i vissuti di perdita, come pure è evidente che in nome di Dio si commettono ancora eccidi e guerre tra popoli. Altresì la rappresentazione del morire come passaggio che può essere gestito attraverso pratiche che offrono la certezza di pensarsi al di là del tempo offre una rassicurazione fondamentale dinanzi all’imminenza della fine.

Questa posizione – ampiamente discussa nella storia del pensiero dalle prospettive del disincanto – è condivisa anche da Morin (tr. it. 2002, L’uomo e la morte, Meltemi, Roma), secondo il quale nel processo di significazione e gestione del terrore legato alla morte, il successo delle religioni è dato dal loro assolvere al compito di garantire l’ottimismo che – tramite le figure dell’immortalità – consente agli individui di allontanare l’angoscia.

Ma le convinzioni e i valori derivanti da modelli sociali, entro cui in passato era possibile esprimere con grande intensità le emozioni dando loro forma e significato attraverso la celebrazione di culti e riturali  capaci di mettere al riparo dal terrore e custodire il passaggio all’eternità, hanno ormai perso vigore e forza persuasiva nella società attuale, che si ritrova sempre più carente di repertori cerimoniali. La declinazione politica dei poteri religiosi è direttamente proporzionale alla crisi della spiritualità espressa attraverso le derive del fanatismo per un verso e dell’indifferenza per l’altro, ove da ultimo ciò che in questo modo viene sancito è la sconfitta del pensiero critico su ciò che significa gestire il senso della morte come passaggio da una forma di esistenza ad un’altra. E questa crisi non è esito di cattivi costumi quanto piuttosto questi ultimi sono il suo prodotto.

Entrare nel merito delle componenti essenziali che costituiscono questo tratto essenziale della cultura occidentale contemporanea è un compito ineludibile di chi intenda affrontare seriamente – e non semplicemente in termini di sudditanza ideologico-dottrinaria funzionale alle regole dettate dai giochi del potere sociale – i temi inerenti al senso del rapporto tra il vivere e il morire. Sapere infatti che la crisi non è il risultato di cattiva coscienza o vizio, ma è determinata da strutture di pensiero che devono risolvere contraddizioni essenziali (Severino, 1996, La filosofia dai Greci ai nostri giorni, Rizzoli, Milano) impone che il lavoro intellettuale in proposito non si limiti al consenso acritico ma accolga al proprio interno la dialettica del confronto.

In effetti, qualsiasi indicazione di spiritualità o certezza religiosa che non sa confrontarsi con la propria negazione e che per questo promuove il proprio successo facendo leva sul sonno della coscienza non evidenzia altro che la debolezza del proprio oggetto di fede, lasciando un sostanziale vuoto di senso coperto dalla formalità di antichi retaggi cerimoniali. Il “vuoto simbolico” che si instaura intorno al morire allorché l’angoscia mostra la dubitabilità delle certezze edificate per poter vivere sapendo di dover morire – ove ciò che emerge è il timore determinato dal sospetto dell’inconsistenza delle strutture di significato e delle azioni con cui si crede di dominare e interpretare il mistero della morte – si traduce infine in un apparato di atteggiamenti e comportamenti condivisi che determinano la censura sociale del dolore che il morire comporta, ove al silenzio dell’acquiescenza, parallelo all’ostentazione in cui si celebra sostanzialmente il fasto del celebrante e non il contenuto dell’intimità in gioco, richiede dunque una restituzione di parola competente.

La formalità dell’apparenza parallela a quella del fanatismo produce ciò che Elias (1985) ha definito “rimozione sociale”, ovvero la tendenza a confinare l’angoscia del morire e tutto ciò che lo riguarda  “dietro le quinte della vita collettiva” attraverso strategie di elusione invalidanti proprio perché espressione di repressione e rifiuto dell’elaborazione. Quello che secondo Ariès (tr. it. 1980, L’uomo e la morte dal medioevo a oggi, Laterza, Bari) è il passaggio dalla gestione pubblica del saluto funebre – l’antica “familiarizzazione” della morte e il suo “addomesticamento” – all’attuale atteggiamento ritirato e inibito, che ha la sua massima espressione nell’imbarazzo, nella tendenza alla dissimulazione e nell’assenza di spontaneità, è la chiara manifestazione della mancanza di “parola competente”, ovvero di potere di indicalità da parte del saluto comunitario a chi abbandona il consesso umano.

Emblematico in proposito è il pudore che la morte ispira, manifestato non solo nell’incapacità di parlarne e discuterne tra adulti, ma in particolare nella difficoltà di affrontare l’argomento con i bambini che se ai tempi della “morte pubblica” erano chiamati ad esser presenti al capezzale dei moribondi, oggi vengono esclusi anche dalle cerimonie funebri o dalle visite ai cimiteri. La riluttanza degli adulti a far avvicinare i propri figli a questa dimensione – quasi corressero il rischio di venirne in qualche modo contaminati – esprime il timore profondo di comunicare le proprie angosce e l’erronea convinzione che sia il tema in sé della finitezza della vita a costituire un pericolo e una fonte di sofferenza ingestibile.

È invece la modalità con cui si affronta il problema, o piuttosto ormai l’accurata tendenza ad evitarlo, a risultare più insidiosa e deleteria, dal momento che espone tutti in ogni età alla convinzione di non poter accedere al senso autentico di ciò che si teme e tanto meno alla possibilità di trovare la risposta che risolve il terrore, ove l’unica familiarizzazione possibile sembra essere quella offerta da oscuri messaggi mass-mediatici, responsabili di veicolare perlopiù o addirittura soltanto, in funzione esorcistica ma non per questo meno traumatici, contenuti violenti e fantasie cruente.

Manca sostanzialmente uno spazio di riflessione ed elaborazione che sappia tradursi in messaggio educativo, capace di evolversi e accompagnare nel ciclo di vita gli individui affinché prendano consapevolezza della finitezza del vivere, per un verso per valorizzare la vita stessa e per l’altro, elaborandone infine il senso quando essa giunga a conclusione. Questo tipo di educazione è stato sempre patrimonio della religione.

Recentemente però, in nome di un’universalità rispetto sia alla riflessione sulla spiritualità, che intende porsi come svincolata dalle specifiche Weltanschauungen confessionali, sia all’accoglienza delle istanze laiche, si sta diffondendo un territorio di ricerca e intervento che accoglie la questione, includendo al proprio interno le diverse voci della cultura: quelle della filosofia, delle religioni tutte e della scienza.

Sono i “death studies” applicati alla “death education”. La medicina ha ormai prodotto la cronicizzazione di patologie un tempo rapidamente mortali, altresì tra la diagnosi e prognosi infausta intercorre un tempo sempre più lungo e sempre più lunga è anche la durata del decorso finale della malattia. In questo spazio temporale gli sforzi principali del malato e dei suoi cari sono giocati nella scongiura dell’esito finale piuttosto che sull’elaborazione di ciò che è già stato vissuto e di quel che attende chi sopravvive e chi trapassa. Sotto la veste della tutela di chi deve compiere il passaggio fondamentale si giocano perciò le strategie della dissimulazione e la “congiura del silenzio”, giustificate dal timore che il dato di realtà abbia un effetto devastante.

Messinscene e copioni allestiti per la copertura della situazione effettiva, finalizzati forse a evitare tutte quelle fasi laceranti di dolore descritte da Kubler-Ross, le quali precedono l’ultima, ovvero quella della rassegnazione,  rendono il morente uno spettatore dell’incapacità altrui di farsi carico del suo dolore e del proprio. Sfilate ed affaccendamenti concertati tra silenzi e camuffamenti  rispetto a quel che accade incorniciano personaggi di sempre, con le vesti di sempre ma con espressioni e atteggiamenti mutati, attenzioni diverse, parole, frasi e discorsi di cui è evidente l’inconsistenza quando in gioco invece – ossimoro tragico – ci sono i contenuti più importanti della vita intera.

La mancanza di parole competenti rispetto a quel che accade toglie innanzitutto dignità al morente perché ne rende indecifrabile la condizione. I death studies sono appunto il territorio in cui si sviluppa il dibattito intorno al che cosa si intenda per dignità e come offrirle concretezza nel linguaggio in cui si declinano le relazioni significative. La competenza in tal senso non si riduce ad essere un bagaglio di nozioni quanto piuttosto consiste nell’acquisizione di saperi intorno al conoscibile e alle interrogazioni ultime a partire da un atteggiamento che nell’umiltà restituisce all’umano il riconoscimento pieno della sua capacità di intellezione.

Continua.

Ines Testoni e Federica Martini

* Professore di Psicologia Sociale, Dipartimento Psicologia generale, Università degli Studi di Padova

** Psicologa, collaboratrice cattedra di Psicologia Sociale, Dipartimento di Psicologia generale, Università degli Studi di Padova

Per info sul Master dell'Ateneo di Padova Death Studies and The End of Life clicca qui
 

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Ultimo aggiornamento psicolinea.it: 12/12/2011

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