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di
Piero Bocchiaro
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La concezione predominante nella nostra cultura è che le azioni
crudeli siano l’esito della personalità o del patrimonio genetico di
chi le compie; ne consegue che per comprendere le ragioni di simili
condotte bisogna scavare all’interno di questi individui. La
popolarità di tale idea è legata ai benefici che ne derivano sia per
il sistema, che così viene alleggerito dalla responsabilità di aver
creato i presupposti all’attuazione del male, sia per chi non ha
ancora agito in maniera cattiva, che in questo modo può continuare a
credere di essere diverso da “quel genere di persone”.
Buoni da una parte e cattivi dall’altra, insomma. In mezzo una rete
divisoria pressoché invalicabile. Ma stanno davvero così le cose? Sono
sempre malvagi o, peggio, mostri gli individui che compiono il male?
La risposta della psicologia sociale è no: chiunque, in determinate
circostanze, può infierire contro un altro uomo. Sembra che quando noi
esseri umani ci ritroviamo in contesti insoliti ed estremi, di gruppo
soprattutto, diventiamo particolarmente vulnerabili al potere delle
forze presenti nella situazione, al punto che queste prendono il
sopravvento orientandoci verso condotte di segno negativo. Si può
arrivare in questi casi a umiliare, torturare e persino uccidere un
altro essere umano.
È difficile da accettare, ma questa prospettiva, certo meno
rassicurante della visione dicotomica Bene/Male, è sostenuta dai dati
di numerose ricerche condotte in laboratorio e sul campo (il
riferimento è in particolare a classici della psicologia come gli
studi di Milgram sull’obbedienza all’autorità, quelli di Zimbardo
sulla deindividuazione e sul potere dei ruoli, quelli di Darley e
Latané sull’apatia dello spettatore). Per mezzo di una lente rigorosa,
questi studi ci aiutano a comprendere meglio i vari fatti di cronaca e
le tragedie del passato nonché le scene di indifferenza o i pestaggi
di gruppo che si registrano quotidianamente nelle nostre città.
Forze in grado di orientare individui comuni verso il male, dicevamo.
Specialmente in situazioni gruppali che legittimano condotte
antisociali. In maniera sintetica, ne presentiamo qui alcune:
— La deindividuazione, la sensazione cioè di anonimato che deriva
dall’essere parte di un gruppo. La persona in questo assetto mentale
non si sente più pienamente responsabile di ciò che fa e la sua
condotta, irrazionale, si adatta alle norme della situazione specifica
anziché a quelle interne.
— La deumanizzazione, ossia il relegare in una sfera sub-umana un
individuo appartenente a un gruppo esterno, considerandolo al pari di
un oggetto o di un essere inferiore. Il venir meno di empatia e senso
di colpa facilitano in questi casi l’esecuzione della violenza.
— Il conformismo, ossia la tendenza (per un bisogno di approvazione)
ad allineare il proprio comportamento a quello della maggioranza,
anche quando questa si caratterizza per una condotta riprovevole.
— L’obbedienza all’autorità, ossia la propensione a sottomettersi agli
ordini anche immorali di figure dotate di uno status elevato in un
determinato contesto.
— La diffusione della responsabilità, il sentirsi cioè meno in dovere
di intervenire dinanzi a una emergenza laddove siano presenti altri
potenziali soccorritori, con i quali, per l’appunto, si divide la
responsabilità.
L’attivazione combinata dei suddetti processi sopprime i normali
vincoli morali e crea i presupposti per l’attuazione di condotte
disumane anche in persone solitamente tranquille. Lontano dal
giustificare l’azione riprovevole, una simile tesi situazionista rende
più vigili nei confronti delle varie forze psicosociali che nostro
malgrado ci investono, accrescendo come conseguenza la probabilità di
contrastarle. Inoltre, tale approccio invita a praticare la “carità
attribuzionale”: in altre parole, anziché partire attribuendo la colpa
all’agente, sarebbe opportuno indagare innanzitutto la scena, alla
ricerca delle determinanti situazionali dell’atto. Da adesso sappiamo
in che direzione guardare.
Bibliografia
Bocchiaro Piero, Psicologia del Male (Laterza, 2009)
Zimbardo Philip, L’effetto Lucifero (Cortina, 2008)
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Piero Bocchiaro
è research fellow alla Vrije Universiteit di Amsterdam, dove coordina
un progetto di ricerca sulla disobbedienza all’autorità. Autore di
articoli scientifici e del volume Introduzione alla psicologia sociale
(con S. Boca e C. Scaffidi Abbate, Il Mulino, 2003), ha insegnato
all’Università di Palermo e trascorso periodi di formazione e ricerca
alla Stanford University. Nel 2009 Bocchiaro ha pubblicato Psicologia
del Male (Laterza).
pierobocchiaro.blogspot.com
Psicolinea, Maggio 2010 |
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