Nonostante l’uso comune che tende
a confonderli, follia, pazzia e malattia mentale non sono dei sinonimi. Follia
viene dal latino ‘folle’ che significa mantice, otre, recipiente vuoto e
rimanda all’idea di una testa piena d’aria. La parola ‘pazzia’ ha
un’origine incerta, ma probabilmente deriva dal greco ‘pathos’, che
significa sofferenza e dal latino ‘patiens’ (paziente, malato),
concentrando dunque il significato sull’esperienza dolorosa anziché sulle
bizzarrie e le stravaganze del folle. Il termine
'follia' è oggi assolutamente in
disuso nel linguaggio scientifico, che preferisce usare i termini 'malattia
mentale', alludendo a qualcosa di disfunzionale, rappresentabile secondo un
particolare modello scientifico, che è quello della medicina clinica.
Nelle antiche società umane, la follia possedeva una forte connotazione mistica,
essendo ritenuta derivante dall’influsso di qualche divinità (l'epilessia, ad
esempio, per questo motivo, veniva chiamata 'morbo
sacro'). Il trattamento della follia era dunque di tipo
mistico-religioso, praticato dai sacerdoti del tempio, che tentavano di
alleviare i sintomi con riti e preghiere. I sacerdoti tentavano anche di
interpretare i sintomi del folle come se fossero dei messaggi provenienti da
entità sovrannaturali. A volte la follia poteva essere considerata anche una
punizione, una maledizione divina: in questo caso la persona giudicata folle
veniva emarginata dalla collettività.
Ippocrate (460 AC-
377 AC, il medico più autorevole del tempio di Asclepio, nell'isola di Kos)
valorizzò per la prima volta, nel "De morbo sacro" il ruolo conoscitivo
del cervello, dell'intelletto, condannando le pratiche medico-psichiatriche
operate da sacerdoti e sciamani. Ippocrate riteneva che il corpo fosse formato
da quattro umori: sangue (caldo umido), proveniente dal cuore, flegma (freddo
umido) originato dal cervello, bile gialla (caldo secco) prodotta nel fegato,
bile nera (freddo secco) secreta nella milza. La malattia era dovuta ad uno
stato di squilibrio dei quattro umori presenti nell'organismo o solo ad uno di
essi, oltre che da fattori esterni, come il clima o il regime alimentare. Alla
sua scuola la predominanza dell’umore nero, secreto dalla bile portava ad
un’indole triste, ritirata, pessimista: la malinconia (melancholia, dove
melas significa nero e chole bile). Al contrario, la presenza di
sangue rosso causava i caratteri passionali, rabbiosi: i ‘sanguigni’, termine
usato ancora oggi. I trattamenti possibili erano di tipo fisico: bagni caldi e
freddi, salassi, unguenti, purganti. Più tardi, attraverso i medici greci e
soprattutto con Galeno (129-200 ca. d.C.), che riprese la teoria umorale di
Ippocrate, queste ipotesi e queste pratiche giunsero anche a Roma, dove rimasero
dominanti fino alla caduta dell’impero.
Nel Medio Evo la follia venne
considerata come una forma di possessione da parte di spiriti maligni: fu
così che la gestione della malattia mentale, soprattutto femminile, passò dai
medici alla Chiesa, o meglio, ai suoi esorcisti e inquisitori. Ai folli veniva
vietato l’ingresso nelle chiese e le persone indemoniate, specialmente le donne,
venivano bruciate sul rogo, come streghe ( per la cronaca, l’ultimo rogo per
stregoneria è stato effettuato in Polonia, nel 1793). I malati mentali
venivano considerati indemoniati, perché la forza malvagia, insinuandosi negli
umori, contagiava il corpo: l'uccisione con il rogo o l'impalamento permettevano
di distruggere il corpo dell'indemoniato, così che l'anima, finalmente liberata,
potesse salire fino a Dio.
Tra il XVI ed il XVII secolo, il malato mentale, anche grave, viveva nel
contesto sociale, ma era considerato una persona pericolosa e pertanto si cercò
sempre di più di stigmatizzare il fenomeno e di contenerlo. La pazzia venne
inclusa fra i vizi capitali (Fede/Idolaiatria, Speranza/Disperazione,
Carità/Avarizia, Castità/Lussuria, Prudenza/Follia, Pazienza/Collera,
Dolcezza/Durezza, Concordia/Discordia, Obbedienza/Ribellione,
Perseveranza/Incostanza).
I malati che, come si può intuire, si comportavano in modo bizzarro, strano e
spesso con modalità aggressive (si pensi al comportamento antisociale del
maniaco e dei sofferenti di disturbi di personalità), venivano aggrediti o
derisi, oppure rinchiusi in carcere. La maggior parte delle persone detenute in
prigione era in realtà affetta da gravi malattie mentali (in particolare
venivano riconosciute quelle di cui aveva parlato Galeno: letargia, disturbi
della memoria, sonnolenza, stupore, insonnia, mania, malinconia, melanconia
d'amore, frenite, incubo, epilessia, spasmo).
In questi luoghi di contenzione, oltre ai malati psichici si potevano trovare
mendicanti, vagabondi, eretici, disoccupati, libertini, donne di facili costumi,
ladri, criminali, alcolisti, ecc. Di fatto, in questi 'ospizi' non veniva
offerta alcuna cura, alcuna assistenza: i detenuti erano anzi picchiati o
frustati molto spesso.
Fu solo nel XVII secolo che i malati psichici, per la prima volta dopo il
Medio Evo, furono riconosciuti come tali e la psichiatria fu considerata una
scienza medica, completamente libera dai ganci della religione. Tuttavia, la
malattia mentale era ancora considerata inguaribile, progressiva e, soprattutto,
incomprensibile.
Il medico francese Philippe Pinel
(1745-1826), direttore di uno di questi ospizi, cominciò a distinguere i malati
mentali dai poveri, i vagabondi e gli emarginati, cui prima venivano assimilati.
Philippe Pinel riconobbe la follia come una malattia del corpo e definì cinque
malattie mentali: la malinconia, la mania senza delirio, la mania con delirio,
la demenza e l'idiotismo. (P.Pinel - La mania: trattato medico-filosofico
sull'alienazione mentale). Per Pinel il folle era un individuo incapace di
padroneggiare i propri istinti: egli sosteneva che la cura del malato mentale
era possibile solo in un luogo strutturato, al di fuori di influenze esterne e
con la presenza costante di un medico che seguisse l’evoluzione della malattia.
La cura divenne di fatto l’internamento. Gli strumenti terapeutici utilizzati
per ricondurre questi malati alla 'normalità' furono particolarmente traumatici,
volti a provocare uno shock: in queste strutture erano comuni docce ghiacciate,
diete sbilanciate, isolamento e contenzione fisica, purghe, salassi, oppio, ecc.
Rilevante fu l'opera di Charcot
(1825-1893), che presso la Salpetrière di Parigi curava pazienti isterici
tramite ipnosi. Nel 1885 Jean Martin Charcot accolse fra i suoi allievi anche
Sigmund Freud (1856-1939), che era andato a Parigi con una borsa di studio per
imparare la tecnica dell'ipnosi, con la quale poter curare le malattie mentali.
All’inizio del Novecento comparvero sulla scena la psicologia e la psicoanalisi,
tuttavia continuava ad essere dominante la considerazione del solo aspetto
organico della malattia mentale. Dato che il paziente veniva considerato
irrecuperabile, in quanto condannato da un danno cerebrale, gli si precludeva
qualsiasi possibilità di riabilitazione.
Vennero introdotti nuovi trattamenti, come la lobotomia frontale, lo shock
cardiazolico e l’elettroshock. Contemporaneamente, iniziavano a diffondersi le
teorie psicoanalitiche ed i relativi approcci psicoterapeutici. Si deve a
Sigmund Freud (1856-1939) il tentativo di affrontare in altro modo il disturbo
mentale, prestando attenzione al funzionamento della psiche del paziente. Freud
si rese conto che le differenze fra normalità e follia riguardavano più
l’intensità e la quantità dei sintomi, che la qualità.
Nel 1952 furono sintetizzati i primi psicofarmaci, i neurolettici, che pur
agendo solo sui sintomi della schizofrenia, aprirono nuovi orizzonti per un
nuovo approccio alla cura.
Intanto si faceva strada la convinzione che la malattia mentale poteva dipendere
anche da fattori sociali. La diffusione delle idee psicoanalitiche prima ed il
contributo di nuove discipline poi, come la filosofia fenomenologica, la
sociologia, la psicologia sociale, contribuirono notevolmente ad un costante, ma
progressivo affrancamento della nuova scienza psichiatrica dalla neurologia e
dunque dall’ambito prettamente organicistico.
Già Cesare Lombroso osservava che non
bisognava punire soltanto, ma valutare il contesto sociale, biologico, personale
e neuropsichiatrico in riferimento all'atto delittuoso. Il giudizio circa il
delitto doveva nascere da un esame globale dello stato intellettivo,
psicopatologico, sociale e neurologico in gioco nel soggetto: non punire quindi,
ma "rieducare".
L’istituzionalizzazione rendeva, di fatto, priva di speranze la carriera del
malato di mente: al disturbo originario si aggiungeva la malattia
istituzionale, che derivava dalla lunga degenza e dalle condizioni di vita
all’interno del manicomio. L’istituzione, che avrebbe dovuto curare, finiva in
realtà per peggiorare ulteriormente la situazione del malato, privandolo
totalmente delle proprie iniziative, della sua libertà e individualità,
portandolo ad un completo decadimento delle abilità sociali.
Cominciò dunque a farsi strada il movimento dell’”antipsichiatria”: alla
base di questo modello della malattia mentale vi era il concetto di "violenza",
che il malato subiva nei suoi contatti sociali, sin dalla più tenera età. Venne
puntato il dito anzitutto sulla famiglia, luogo dove venivano inibite le
potenzialità del bambino e dell'adolescente, allo scopo di creare sempre nuovi
sudditi del ‘sistema’: occorrevano infatti sempre nuovi consumatori, carne da
cannone, strutture di ubbidienza al potere. Gli individui così condizionati e
oppressi potevano affollare le fabbriche e ricostituire nuove coppie stabili,
procreare altri figli, ricreare altre famiglie, e così perpetuare il ciclo.
In questa visione, tutti coloro che volevano uscire da questo ingranaggio di
mediocrità e di mortale ubbidienza, diventando cittadini liberi, venivano
etichettati come nevrotici o pazzi. La famiglia venne individuata come
luogo primario di violenza, non solo nei casi di abuso sessuale o
maltrattamenti, ma anche solo attraverso il tipo di educazione conformista
impartita dai genitori.
Il malato di mente venne visto come una vittima dell'oppressione sociale, che
tentava in tutti i modi di 'normalizzarlo', spingendolo verso il conformismo. In
questo senso la follia fu considerata una forma di trasgressione dalla norma
sociale, anche laddove si esprimeva attraverso l’originalità e la genialità.
Con l'antipsichiatria la scienza ufficiale venne accusata di concentrare la
propria attenzione sulla malattia individuale e sulle sue basi organiche,
trascurando l'origine sociale dei disturbi psichici. La psichiatria
tradizionale venne vista come una funzione necessaria al "sistema" per
sopravvivere attraverso il 'trattamento' di tutti i devianti, che vennero
esclusi definitivamente dalla vita sociale, grazie all’istituzionalizzazione.
Le ‘cure’ somministrate nei manicomi del tempo (dosi elevate di psicofarmaci,
medicinali di nuova invenzione ed ancora in fase di sperimentazione,
elettroshock, misure costrittive) vennero considerate forme di violenza sociale
su persone fragili, che avevano già dovuto subire violenze da parte della
famiglia e della società per il loro mancato adeguamento al conformismo sociale.
L'antipsichiatria voleva invece tutelare i diritti di queste persone e lasciarle
libere di esprimersi e di reinserirsi nel tessuto sociale.
I
manicomi, considerati centri di potere molto rilevanti nell'equilibrio della
comunità locale, oltre che campi di manovre clientelari e serbatoi di voti
(grazie al clientelismo delle assunzioni di un numero spropositato di addetti)
dovevano essere aboliti.
In Italia lo psichiatra Franco Basaglia (1924-1980), riteneva che una società
più libera e giusta, avrebbe fatto diminuire anche la malattia mentale. Con la
legge n. 180 del 1978, nota come Legge Basaglia, furono aboliti in
Italia gli ospedali psichiatrici ed istituiti i servizi di igiene mentale, per
la cura ambulatoriale dei malati di mente. Questo fece dell'Italia un paese
pioniere nel riconoscere i diritti del malato.
”… la cosa
importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile diventa possibile. Dieci,
quindici, vent’anni fa era impossibile che un manicomio
potesse essere distrutto. Magari i manicomi torneranno ad
essere chiusi e più chiusi di prima, io non lo so, ma a ogni modo
noi abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in
un altro modo, e la testimonianza
è fondamentale. Non credo che il fatto che un'azione riesca a
generalizzarsi voglia dire che si è vinto. Il punto importante è un altro: è che
ora si sa che cosa si può fare. Noi, nella nostra debolezza, in questa minoranza
che siamo, non possiamo vincere, perché è il potere che vince sempre. Noi
possiamo al massimo convincere. Nel momento in cui convinciamo, vinciamo, cioè
determiniamo una situazione di trasformazione difficile da recuperare”.
(Franco Basaglia, Conferenze brasiliane, 1979,
Raffaello Cortina, 2000)
Bibliografia:
Galimberti Umberto, Dizionario di Psicologia, De Agostini
Galimberti Umberto, Psichiatria e fenomenologia, Feltrinelli
(Pag. 247)
Dell’Acqua Peppe, Fuori come va?, Editori Riuniti
Proietti Giuliana, Il Benessere, ed. Xenia
Links:
Franco Basaglia
Antipsichiatria e Legge 180
Psicolinea.it Ult. agg. Luglio 2010
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