Asfissia autoerotica

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asfissia autoeroticaL’asfissia autoerotica è una parafilia di tipo masochistico, che può avere conseguenze letali. Chi la pratica, lo fa perché la deprivazione di ossigeno sembra che induca un’eccitazione sessuale.
Già prima del 1600 si era a conoscenza che l’impiccagione poteva causare erezione ed aiaculazione, tanto che si era pensato che questa pratica potesse rivelarsi utile nella cura delle disfunzioni erettili... Di questo collegamento, fra impiccagione e sessualità, se ne parla nei libri del Marchese De sade, Melville, Giono e Becket.

Non si hanno molti dati a disposizione sulla frequenza di questa parafilia, perché essa viene spesso scambiata per suicidio. Questo per due motivi: il primo è che chi descrive la scena della morte non sempre è a conoscenza di questo genere di autostimolazione erotica; il secondo è che i parenti, rendendosi conto che il loro congiunto è morto per cause relative alla sua vita sessuale, cercano di far sparire subito tutti i materiali che potrebbero ricondurre alla vera causa della morte.

L’asfissia autoerotica spesso si accompagna all’uso di materiale pornografico, al travestitismo, al feticismo, al masochismo. Il mancato apporto di ossigeno al cervello può causare euforia ipossica, che comporta sensazioni di euforia, leggerezza, diminuzione delle inibizioni, stordimento ed incremento delle sensazioni relative alla masturbazione e all’orgasmo (Resnik, Eroticized Repetitive Hangings, American Journal of psychotherapy, 1972).

Il problema molto serio è che questa pratica può portare alla morte, a causa dell’incapacità della vittima, di utilizzare i sistemi di protezione. Inoltre, la ripetizione di questa pratica comporta l’assuefazione alle sensazioni piacevoli, spingendo il soggetto ad accrescere la pericolosità delle sue pratiche, per provare ancora piacere.

Gosink e Jumbelic (Autoerotic Asphixiation in a Female, The American Journal of Forensic Medicine and Pathology, 21, 2000) sottolineano che il decesso per asfissia deve essere considerato un incidente, perché sulla scena della morte vengono quasi sempre ritrovati sistemi di protezione aventi lo scopo di evitare un esito letale. Come riportano Hazelwood, Dietz e Burgess (Autoerotic Fatalities, Lexington Books, 1983), solo nel 2% dei casi di morte per asfissia autoerotica sono stati trovati dei biglietti lasciati dalla vittima.

Per identificare i casi di asfissia autoerotica occorre tener conto di sei criteri fondamentali:

 

1. Evidenza di asfissia, prodotta da lacci, corde o cinture;
2. Elementi che provino un meccanismo di auto-protezione che non ha funzionato;
3. Evidenza di attività sessuale solitaria;
4. Evidenza di ausili per la fantasia sessuale;
5. Evidenza di pratiche autoerotiche pericolose precedenti;
6. Nessun intento suicida apparente

(Hazelwood, Dietz e Burgess, The Investigation of Autoerotic Fatalities, Journal of Police Science and Administration, 9, 1981)

Cosa spinge una persona a queste pratiche? A parte il piacere, si pensa che il soggetto voglia soddisfare bisogni psicologici relativi a sensazioni forti, legate alla ricerca del rischio, a fantasie masochistiche, a desideri di espiazione purificatrice.

Come si scopre questa pratica? In genere in modo casuale, per esempio durante pratiche erotiche di tipo masochistico, ma anche tramite consigli dati da amici o letture su riviste mediche o pornografiche, internet, films o televisione (Dietz P., Television Inspired Autoerotic Asphyxiation, Journal of Forensic Sciences, 1989; Jenkins A.P., When self-pleasuring becomes self-destruction: autoerotic asphyxiation parafilia, International Electronic Journal of Health Education, 3, 2000)

Il Dr. Andrew Jenkins ha messo on line uno strumento per dare informazioni ai professionisti che si occupano di questa parafilia, al fine di prevenirne il rischio letale o diminuirlo.

Segnali d’allarme: segni sul collo, interesse per le parafilie, in particolare masochismo, travestitismo, feticismo, bondage, ecc.), occhi arrossati, mal di testa e consuetudine a chiudersi a chiave in camera (Jenkins, 2000 op. citata).

Terapie:
si sono mostrate efficaci le terapie comportamentali comprendenti l’utilizzo della desensibilizzazione sistematica e l’insegnamento di strategie di coping (Haydn-Smith e coll., Behavioural Treatment of life threatening masochistic aspyxiation: a case studY, British Journal of Psychiatry, 150, 1987);

Interventi multidiscioplinari focalizzati sulle risorse sociali, sulla famiglia e sull’ambiente (Williams, Phillips e Ahmed, Assessment and Management of auto-erotic asphyxiation in a young man with learning disability: a multidisciplinary approach to intervention; British Institute of Learning Disabilities, British Journal of Learning Disabilities, 28, 2000);

Programmi comportamentali basati sullo shaping e modeling e psicoeducazionali (Thompson e Beail, The treatment of autoerotic asphyxiation in a man with sever intellectual disabilities: the effectiveness of a behavioural and educational programme. Journal of Applied Research in Intellectual Disabilities, 15, 2002);

Programmi comportamentali di esposizione ai pensieri proibiti attivanti il comportamento compulsivo (Martz, Behavioural Treatment for a female engaging in autoerotic asphyxiation, Clinical Case Studies, 2, 2003)

Fra i trattamenti farmacologici, sembra che buoni risultati si siano ottenuti attraverso il carbonato di litio (Cesnik e Coleman, use of lithium carbonate, in the treatment of autoerotic asphyxia, American Journal of Psychotherapy, 43, 1989).

Fonte: G. Prati, Morire di piacere: la pratica dell’asfissia autoerotica, Rivista di Sessuologia, CIC, vol. 30, n. 1, 2006

Dott.ssa Giuliana Proietti Ancona

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