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Sigmund Freud, L'INTERPRETAZIONE DEI
SOGNI (1899)
Il volume della Traumdeutung (Interpretazione dei sogni) uscì in
realtà il 14 novembre 1899, ma l'editore preferì scrivere sul
frontespizio la data del 1900. Fu una geniale intuizione, perché
questo libro era destinato ad incidere profondamente sulla vita delle
persone vissute in quel secolo.
Il libro, specialmente nell’edizione in lingua originale, ha
un’esposizione particolarmente brillante, ricca di riferimenti
culturali e di episodi della vita dello stesso Freud e dei suoi
pazienti.
Come spesso accade, i contemporanei non si resero immediatamente conto
della portata storica e culturale del libro ed infatti se ne
vendettero poche copie.
Ma di cosa parla, in effetti, questo libro? Parla di sogni, come è
facile intuire, solo che per la prima volta questi sogni non vengono
analizzati per cercarvi dei presagi, ma per scoprirvi una parte della
nostra personalità, che è nascosta rispetto alla nostra percezione
cosciente e che emerge invece nei pensieri e nelle emozioni della
notte.
In questo libro Freud parla per la prima volta del sogno come di una
‘soddisfazione allucinatoria di un desiderio rimosso nell'infanzia’ e
lo indica come la ‘strada maestra’ per raggiungere i contenuti
dell’inconscio.
Che vuol dire?
Il desiderio rimosso di cui parla Freud ha le sue radici nella
sessualità infantile: si tratta di fantasie sessuali che il bambino
non può soddisfare nella realtà e che pertanto caccia nell'inconscio,
una sorta di magazzino segreto, di cui nemmeno il proprietario ha le
chiavi, dove questi desideri si depositano e restano vivi, ma sono
come ‘prigionieri’ della censura onirica (parte dell’io cosciente).
Allo stato vigile essi non riescono quasi mai ad esprimersi, mentre
nel sonno possono farlo, ma devono comunque sottoporsi a modifiche e
ad attenuazioni, che rendono alla fine irriconoscibile il significato
originale del sogno.
E’ per questo che i sogni sono ‘strambi’: infatti i suoi contenuti
sono spesso condensati nello spazio e nel tempo, spostati su un
oggetto o una persona al posto di un’altra, simbolizzati, permettendo
ad un oggetto di essere rappresentato in vece di un altro,
drammatizzati, nel senso che ogni sogno diventa una sorta di
rappresentazione scenica in cui si muovono i personaggi
dell’inconscio.
Il risultato è che nel sogno c'è un ‘contenuto manifesto’ (quello che
si ricorda e si racconta quando ci si sveglia) e un ‘contenuto
latente’ (significato del sogno che il soggetto non riesce a
comprendere). Il contenuto latente contiene il vero significato del
sogno stesso, mentre il contenuto manifesto non è altro che una
maschera, una facciata.
Lo psicoanalista deve partire dal contenuto manifesto del sogno,
spesso insensato, e, per mezzo delle libere associazioni del paziente,
percorrere il cammino fino a raggiungere il contenuto latente del
sogno, che invece ha sempre un significato. I sogni infatti non sono
mai ‘inutili’: per cominciare essi sono i custodi del sonno e poi
servono per soddisfare i desideri rimossi. Questo vale anche per gli
incubi, che hanno la stessa finalità, dal momento che possono
inseguire ad esempio il desiderio inconscio di essere puniti.
Dunque, le novità del libro sono anzitutto due: il riconoscimento
dell’esistenza dell’inconscio e della sessualità infantile. I desideri
sessuali infantili, infatti, per Freud si esprimono inizialmente sul
genitore di sesso opposto (complesso di Edipo), escludendo il genitore
dello stesso sesso: questo concetto fu, più di ogni altra cosa, la
pietra dello scandalo per la comunità scientifica del tempo.
Questo libro è ancora di attualità, perché a cento anni da questa
esposizione, questi concetti vengono ancora ritenuti importantissimi,
anche se la pratica clinica ha portato ad estendere i contenuti
dell’inconscio: non solo ai desideri sessuali, ma anche ai ricordi, ai
traumi, alle prime relazioni con l’ambiente esterno. Interpretare i
sogni in psicoterapia vuol dire imparare a conoscere profondamente i
propri sentimenti, le ansie, le modalità difensive attuate nelle varie
situazioni della vita.
●Sigmund Freud, PSICOPATOLOGIA DELLA VITA QUOTIDIANA (1904)
Nel 1904 Freud pubblicò la
Psicopatologia della Vita Quotidiana (1901) in forma di volume. Con questo libro egli trovò
crescente riconoscimento in vari ambienti, tanto che nel mese di
settembre cominciò una corrispondenza con
Eugen Bleuler. E' un libro scritto ai
suoi tempi in maniera molto brillante; questo stile lo si può ancora
oggi cogliere in qualche passaggio, mentre in alcune parti ci pare un
po’ appannato dal tempo, essendo la nostra vita quotidiana ben diversa
da quella dei tempi di Freud. In ogni caso, per chi si interessi di
psicoanalisi o semplicemente di psicologia è assolutamente un ‘must’.
Il tema principale è rappresentato dalla memoria, un argomento
centrale per la psicoanalisi che fa dei ricordi, della connessione fra
le tracce mnestiche attuali e le esperienze passate, l'asse del suo
intervento. L'interrogativo che si impone riguarda il perché certi
avvenimenti subiscano una cancellazione mentre altri si impongono con
eccezionale intensità. Nel quadro interpretativo di Freud l'amnesia
non è marginale, né casuale: come risultato della rimozione essa
appare invece costitutiva.
Nel libro si possono trovare un numero considerevole di esempi tratti
dalle esperienze personali di Freud, ma anche dei suoi pazienti,
amici, conoscenti, ecc. Freud racconta nel libro tutti quei
comportamenti che costellano la nostra vita quotidiana, apparentemente
non intenzionali, come i lapsus, le dimenticanze inspiegabili, gli
atti maldestri o mancati.
Freud ci spiega che tutti i nostri comportamenti hanno un significato,
anche quando razionalmente non gliene attribuiamo alcuno, perché
motivati da elementi che sfuggono alla nostra coscienza. Qualche
esempio? Un professore che dichiara, commemorando il suo predecessore:
"È per me una vera noia (anziché gioia) enumerare le qualità del mio
collega..."; un viaggiatore che non vede un enorme cartello indicatore
della sua meta di viaggio (vuole veramente partire?) e lo cerca
ovunque nella stazione.
Per Freud anche le personalità "sane" somigliano sotto qualche aspetto
alle personalità nevrotiche a causa di alcuni processi di rimozione
che emergono in questi comportamenti della nostra quotidianità.Quando
ad esempio non ricordiamo un nome e con sforzo, riusciamo a produrre
una serie di nomi somiglianti o verosimili (detti ‘sostitutivi’):
ebbene questi nomi non vengono scelti a caso, ma essi sono
strettamente connessi con il nostro pensiero ed il nostro stato
d’animo.
La dimenticanza deriva da una rimozione, i cui motivi vanno cercati
tramite una analisi simile a quella che si fa per i sogni. Ecco uno
dei tanti esempi riportati nel libro, riferentesi ad una esperienza
personale di Freud. «Un paziente mi prega d'indicargli una stazione
termale sulla Riviera Ligure. Io conosco una località di questo tipo,
situata nei pressi di Genova, e ricordo anche il nome del collega
tedesco che vi esercita, ma non riesco a ricordare il nome di questo
luogo, anche se mi sembra di conoscerlo bene. Non mi resta che pregare
il paziente di aspettare un momento, e vado ad informarmi dalle donne
di casa: "Come si chiama quella località nei pressi di Genova dove il
dottor N. ha una piccola clinica e dove è stata curata la signora tal
dei tali?". "Proprio tu dimentichi questo nome? É Nervi". Il fatto è
che Nervi si pronuncia quasi come Nerven [nervi], e questi sono
costante oggetto delle mie preoccupazioni».
● Sigmund Freud, IL MOTTO DI SPIRITO E LA SUA RELAZIONE CON
L'INCONSCIO (1905)
Anzitutto chiariamo cosa si intende per ‘motto di spirito’: una frase,
una battuta o un breve racconto che serve ad esprimere, in maniera
mascherata, e quindi accettabile, ciò che altrimenti sarebbe male
accolto o sconveniente. S. Freud vede nel motto di spirito una
riduzione delle inibizioni, che consente di liberare una tensione
psichica ottenendo un alleviamento del dispendio psichico già in atto
e risparmio su quello in procinto di verificarsi.
Il libro Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, fu
pubblicato nel 1905, ma la sua elaborazione cominciò già dal 1897.
Nello studiare il motto di spirito, Freud scoprì tecniche di
condensazione, spostamento, espressione di un’idea col suo contrario e
così via, simili a quelle del lavoro onirico.
Venivano distinte le ‘battute innocenti’, il cui piacere proveniva
solo dalla tecnica, e quelle ‘tendenziose’, i cui motivi principali
erano o l’aggressività o l’oscenità, o entrambe. Le arguzie oscene,
dice Freud, implicano la presenza di almeno tre persone: il narratore,
il soggetto e lo spettatore; essi esprimono mentalmente il desiderio
di denudare o di sedurre. Le battute ‘tendenziose’ hanno lo scopo di
aiutarci a tollerare bisogni rimossi, permettendo di dar sfogo ad essi
in modo socialmente accettabile.
Ci sono delle differenze fra sogni e motti di spirito: mentre i sogni
esprimono un appagamento di desiderio, i motti di spirito soddisfano
il piacere di giocare. Inoltre, mentre i sogni rappresentano una
regressione dal livello del linguaggio al pensiero per immagini, nei
motti di spirito la regressione è dal linguaggio logico al linguaggio
del gioco.
Come per i sogni (ma anche per i sintomi), per analizzare un motto di
spirito occorre risalire dal contenuto manifesto al contenuto latente:
questo itinerario fa del motto di spirito una via d’accesso per
l’inconscio.
Il libro di Freud sui motti di spirito è una delle sue opere meno
lette, anche perché piena di giochi di parole non sempre traducibili e
comprensibili, pieno di aneddoti, di arguzie popolari, di storielle
ebraiche, che molto divertivano l’Autore, ma che oggi non potrebbero
essere più gustate al naturale, ma solo dopo aver letto una serie di
commenti esplicativi.
● Sigmund Freud TRE SAGGI SULLA TEORIA SESSUALE (1905)
I Tre saggi sulla teoria sessuale, al di là di quello che farebbe
pensare il titolo, è un libro abbastanza piccolo nel quale Freud
espose la sue teorie sulla sessualità, che avrebbero poi avuto
un’influenza straordinaria sulla cultura in generale e sulla scienza
psicologica in particolare. Nel libro Freud parla dell’importanza
della vita sessuale nella crescita dell’individuo, a partire sin dalla
più tenera età. Il primo saggio è una trattazione delle perversioni
sessuali, secondo l'oggetto e la meta. fra cui l’Autore inserisce
anche l'omosessualità, sebbene derivata da una bisessualità
fondamentale, comune a tutti gli esseri umani e la mancanza di una
netta demarcazione fra perversione e varietà normali della sessualità
Nella sessualità dei nevrotici Freud vide tre caratteristiche:
l'efficace rimozione di un forte impulso sessuale, una sessualità di
qualità perversa e le sue caratteristiche infantili (come le pulsioni
parziali, non ancora unificate, localizzate in zone erogene). Nel
secondo saggio Freud parla della sessualità infantile, descrivendone
le varie fasi: dapprima vi è una fase autoerotica, dove è la bocca la
principale zona erogena, che trova soddisfazione attraverso la suzione
del capezzolo materno. Il primo oggetto d'amore infatti è la mamma,
che nel baciare e nell'accarezzare il bambino ne risveglia la
sessualità. Dopo questa fase 'orale' la zona erogena si sposta
nell'ano ed il piacere viene raggiunto nella ritenzione o
nell'espulsione delle feci. La fase 'anale' viene sostituita poi dalla
fase genitale, che è quella in cui il bambino scopre i suoi organi
sessuali e comincia a masturbarsi. Freud definì il bambino che
attraversa tutte queste fasi un 'perverso polimorfo', nel senso che in
lui sono presenti tutte le forme di perversione che, in condizioni
particolari, possono poi ripresentarsi in età adulta. Il terzo saggio
è intitolato 'Le trasformazioni della pubertà' e parla dello
spostamento delle pulsioni 'parziali', cioè limitate a determinate
zone erogene del corpo, ad un oggetto sessuale completo (cioè un
partner), consentendo così il passaggio dal piacere individuale
(autoerotismo) al piacere al servizio della procreazione. I piaceri
sessuali del bambino, quelli prodotti dalle pulsioni 'parziali'
sopravvivono però nella sessualità adulta, sotto forma di
'preliminari' all'atto sessuale. Freud paragonò questo meccanismo a
quello dei motti di spirito nei quali la tecnica procura piacere
preliminare e stimola un più profondo soddisfacimento attraverso la
liberazione di sentimenti aggressivi o autoerotici. Segue la
differenziazione psicosessuale fra uomini e donne: la libido è per
Freud essenzialmente di natura maschile, sia che si presenti
nell'uomo, sia che si presenti nella donna. Il terzo saggio affronta
poi il legame fra i primi rapporti con la figura materna e la scelta
amorosa, spiegando le tematiche del complesso edipico. Il libro ebbe
un’accoglienza gelida e distaccata, soprattutto perché non veniva
accettata dalla comunità scientifica la teoria della sessualità
infantile. Per dovere di cronaca va tuttavia ricordato che il
materiale utilizzato da Freud in questo libro circolava già
liberamente nell'ambiente scientifico dell'epoca, specialmente dopo la
pubblicazione della Psychopathia sexualis di Krefft-Ebing. I termini
autoerotismo, zone erogene e libido non sono invenzioni freudiane, ma
termini già in uso nella sua epoca. La principale originalità di Freud
fu di sintetizzare idee e concetti che per la maggior parte erano
sparsi o parzialmente organizzati, e di applicarli direttamente alla
psicoterapia.
● Sigmund Freud, PSICOANALISI SELVAGGIA (1910)
Un brevissimo scritto di Freud del 1910 ci parla del pericolo della
‘psicoanalisi selvaggia’, ovvero di quelle interpretazioni errate
della teoria e della tecnica terapeutica psicoanalitica, fornite da
analisti che non hanno ricevuto un’opportuna formazione. In
particolare Freud se la prende con quegli psicoanalisti che usano
fornire troppe spiegazioni ‘tecniche’ al paziente. Non è vero, secondo
Freud, che il paziente soffre perché ‘non sa’ ; pertanto, l’idea di
comunicargli tutti i particolari della sua vita interiore e di ciò che
ha rimosso, al fine di portarlo alla guarigione, è totalmente
sbagliata. Al limite, queste spiegazioni potrebbero essere considerate
un preliminare alla psicoanalisi vera e propria, ma non di più. Per
dirla con le parole di Freud: "Se la conoscenza dell'inconscio fosse
tanto importante per il paziente quanto ritiene chi è inesperto di
psicoanalisi, basterebbe per la guarigione che l'ammalato ascoltasse
delle lezioni o leggesse dei libri. Ma tali misure hanno sui sintomi
della malattia nervosa la stessa influenza che la distribuzione di
liste di vivande in tempo di carestia può avere sulla fame". Freud
scrisse dunque in questo breve saggio che era molto difficile imparare
la psicoanalisi e che si sarebbe dovuta fondare un’organizzazione per
insegnare le tecniche psicoanalitiche e qualificare gli analisti, al
fine di livellare la “personale equazione” degli analizzandi,
“cosicché un giorno possa essere raggiunta una soddisfacente
concordanza” tra gli analisti. Il movimento psicoanalitico
istituzionalizzò dunque, a seguito di queste indicazioni di Freud, un
proprio sistema formativo già dal 1925, le cui pietre angolari furono
individuate nel curriculum e nell’analisi didattica. Le voci critiche
su questo punto non sono mai mancate :infatti, il movimento
psicoanalitico è, da sempre, considerato molto, troppo, ‘chiuso’,
quasi come fosse una Chiesa (con relativi indottrinamenti agli adepti)
e non un movimento. Altro punto ‘critico’ dell’analisi ‘didattica’ cui
devono sottoporsi gli aspiranti psicoanalisti è la difficoltà ad
entrare nel movimento e la possibilità di esserne esclusi senza
potersi difendere (è il caso della famosa psicologa dell’età
evolutiva, Margaret Mahler, la cui analisi didattica fu interrotta
dalla psicoanalista Helene Deutsch, che riteneva la Mahler
‘inanalizzabile’…). Un’altra curiosità: fino al 1933 l'analisi
didattica durava 12-18 mesi al massimo, oggi dura più di mille ore,
con sedute di 4-5 volte alla settimana.
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Sigmund Freud, UN RICORDO DI INFANZIA DI LEONARDO DA VINCI (1910)
Non tutti sanno che Freud scrisse un saggio su Leonardo da Vinci, che
fu ai suoi tempi molto ammirato per il magnifico stile letterario,
anche se molte delle interpretazioni sulla vita di Leonardo da Vinci
sembrano essere prese dall'autoanalisi di Sigmund Freud. Nella
personalità di Leonardo, Freud mise in luce tre aspetti principali: la
sete di conoscenza, che portò il grande artista rinascimentale a
trascurare i suoi talenti principali in favore dell'investigazione
scientifica; la lentezza nell'affrontare il lavoro (molti dei suoi
lavori sono rimasti a livello di schizzi) ed il 'freddo rifiuto della
sessualità', oppure la sua tendenza all'omosessualità. Freud ipotizzò
che la presunta omosessualità di Leonardo fosse dovuta alla sua
situazione familiare: figlio illegittimo, infanzia di solitudine con
una mamma giovane e abbandonata a sé stessa, successiva adozione da
parte del padre. In tali situazioni, ipotizza Freud, una madre è
portata a riversare la sua libido sul figlio, determinando un
attaccamento incestuoso, che sfocia poi nell'omosessualità. In realtà
dell'infanzia di Leonardo si sa pochissimo, ma vi è un ricordo citato
da Leonardo nei suoi scritti: un un uccello - un nibbio - visto il
piccolo Leonardo nella culla, volò su di lui, gli aprì la bocca e vi
infilò la coda. Questo ricordo, più che altro una fantasia infantile,
venne interpretato da Freud come una perversione sessuale di tipo
passivo oppure come un ricordo gratificante dell'allattamento materno.
La sorgente della insaziabile curiosità nella vita adulta di Leonardo
è sicuramente attribuita da Freud alla curiosità sessuale infantile
dell'artista, grazie al particolare rapporto stabilito con la mamma. (Vedi
anche
qui.)
● Sigmund Freud, OSSERVAZIONI PSICOANALITICHE SU UN CASO DI PARANOIA
(dementia paranoides) DESCRITTO AUTOBIOGRAFICAMENTE (Caso clinico del
presidente Schreber), 1910.
Daniel Paul Schreber, Presidente della Corte di Appello di Dresda,
pubblicò un libro – nell'anno 1903 – intitolato Denkwürdigkeiten eines
Nervenkranken (Memorie di un malato di nervi). Sigmund Freud giudicò
molto interessanti queste memorie di Schreber, per cui come aveva già
fatto con Leonardo da Vinci, interpretò il caso clinico del
magistrato, anche senza aver mai analizzato Schreber, né averlo mai
conosciuto.
L'interesse di Freud al caso Schreber non era quello di approfondire
la biografia dell'autore del libro, ma di leggere queste memorie in
chiave psicoanalitica, per illustrare le sue teorie. In questo senso
si è parlato di "patografie" freudiane.
La teoria che Freud illustra nella descrizione del caso clinico del
Presidente Schreber era stata da lui elaborata nel 1908 ed era
incentrata sul collegamento fra sindrome paranoide e libido
omosessuale repressa.
Ma veniamo al caso Schreber. Il soggetto era un magistrato tedesco di
capacità eccezionali, anche se una malattia mentale lo aveva costretto
a circa dieci anni di internamento in un ospedale psichiatrico. Dopo
le dimissioni, aveva pubblicato, nel 1903, le sue memorie, con il
racconto dettagliato dei propri deliri ed il testo dei rapporti legali
scritti su di lui dagli esperti.
Il libro era sicuramente interessante per la descrizione della
malattia mentale, ma mancava di dettagli importanti : non venivano
infatti rivelati alcuni dati circa la famiglia del magistrato, la sua
infanzia, la storia della sua vita prima del ricovero.
Anche la malattia non veniva descritta nel libro nella sua evoluzione
cronologica, giorno dopo giorno, ma rappresentata solo nella sua forma
finale, quella che aveva provocato la necessità del ricovero.
Schreber racconta dei suoi dialoghi col sole, gli alberi, gli uccelli,
immaginandoli come frammenti di anime di persone decedute ed anche dei
suoi dialoghi con Dio, il quale si rivolgeva a lui in un tedesco
nobile e gli chiedeva di ristabilire l'Ordine del Mondo. Ogni essere
umano, riteneva Schreber durante il suo periodo di malattia, è
attraversato da sottilissimi nervi, posti nel corpo da Dio al momento
della nascita. Essi sono destinati a ricongiungersi alla divinità dopo
la morte della persona. Questi nervi sono dunque il principio
costitutivo dell'intelletto umano e delle sue facoltà spirituali,
nonché la sede dell'anima. Le anime sono in comunicazione tra loro:
parlano in una lingua simile al tedesco arcaico, mentre Dio subisce la
forza attrattiva di alcuni uomini, tanto da rischiare in questi casi
di perdere la sua sopravvivenza.
Tra tutti questi deliri Freud si concentrò su due in particolare:
Schreber sosteneva di essere coinvolto in un processo di
trasformazione da uomo in donna e di aver subito molestie sessuali dal
suo medico, il Dr. Flechsig.
Per Freud l'omosessualità rimossa era la causa della malattia
paranoide di Schreber. Secondo l'interpretazione psicoanalitica, primo
oggetto d'amore del magistrato era stato il padre, poi lo psichiatra,
in seguito Dio. Freud spiegò che nell'omosessualità rimossa la frase
"io lo amo" poteva essere negata in diversi modi, ciascuno capace di
originare un delirio (di persecuzione, di gelosia, di erotomania, di
grandezza). La frase negata "io lo amo" veniva sostituita dalla frase
"io non lo amo, io lo odio, perché egli mi odia e mi perseguita": alla
base dei deliri di persecuzione vi sarebbe dunque il meccanismo di
difesa della "proiezione". Questa audace incursione freudiana nel
campo degli oscuri processi della follia fu poi molto discussa nella
letteratura psichiatrica posteriore.
● Sigmund Freud, PRECISAZIONI SUI DUE PRINCIPI DELL'ACCADERE PSICHICO
(1911)
Nel 1911 Freud pubblicò lo studio Precisazioni sui due principi
dell’accadere psichico, nel quale veniva descritta la
trasformazione evolutiva che ha luogo nella psiche del bambino quando
diventa capace di distinguere il desiderio dalla realtà. Alla nascita
e nella prima infanzia la psiche del bambino è infatti dominata dal
"principio del piacere", cioè il bisogno di gratificazione immediata
di un desiderio, allo scopo di eliminare una tensione eccessiva. Il
bambino impara infatti quando si sente teso (ad esempio per
inquietudini, disagi, ecc.), che certe esperienze producono in lui la
riduzione della tensione o addirittura una gratificazione piacevole.
Una volta imparato questo, egli desidera rinnovare queste esperienze
di piacere e di gratificazione.
Con il crescere dell’esperienza, il bambino arriva a capire che la
realtà non risponde sempre con un’immediata gratificazione delle sue
pulsioni e dei suoi desideri. I comandi del principio del piacere, con
le sue richieste di gratificazione e di soddisfazione immediata, si
scontrano allora con i comandi del principio di realtà, con le sue
richieste di dilazione della gratificazione e del riconoscimento delle
leggi di causa-effetto. Nel corso dello sviluppo, il principio del
piacere deve essere gradualmente sostituito dal principio di realtà ed
adattarsi ad esso. La differenziazione tra questi due principi del
funzionamento psichico è per molti versi parallela a quella tra
pensiero del processo primario e pensiero del processo secondario.
Scrive Freud in questo libro: “Mentre l’Io compie la sua
trasformazione da Io-piacere in Io-realtà, le pulsioni sessuali
subiscono quelle modificazioni che, attraverso varie fasi intermedie,
consentono loro di pervenire dall'iniziale auto-erotismo all'amore
oggettuale, posto al servizio della funzione riproduttiva. Se è vero
che tutti i livelli di questo duplice processo evolutivo possono
divenire sede di una disposizione alla futura malattia nevrotica, è
lecito ammettere che la decisione sulla forma della successiva
malattia (la scelta della nevrosi) dipende dalla specifica fase
dell'evoluzione dell'Io e della libido in cui la predisponente
inibizione dello sviluppo si è prodotta. I caratteri cronologici, non
ancora indagati, di entrambi i processi evolutivi, le possibili
dislocazioni che fra essi possono verificarsi, assumono così un
inatteso significato".
L'amore oggettuale di cui parla Freud è un amore sessuale maturo
per un oggetto eterosessuale.
● Sigmund Freud TOTEM E TABU' (1913)
Dopo la rottura con C.G. Jung ed in risposta all'interesse per la
mitologia del suo ex allievo, Freud pubblicò, nel 1913, il libro Totem
e Tabù. Freud scrisse, a proposito di questo suo ultimo lavoro: "esso
tratta di concezioni che non dovrebbero essere giudicate con il
legittimo rigore con il quale si valutano le ipotesi scientifiche. Io
stesso in passato ho definito queste ipotesi come un "mito
scientifico". Sarebbe inutile tentare di evidenziare tutte le
inesattezze che esso contiene.
Nel libro, Freud tentava di trovare dei collegamenti fra il complesso
edipico e la storia della civiltà umana. Il bambino, diceva Freud,
deve superare, ad un certo punto della sua evoluzione psicofisica, il
complesso edipico, ovvero l’odio per il padre e l’amore incestuoso per
la madre.
Questo passaggio non riguarda solo il ciclo di vita della persona, ma
riguarda l'umanità intera, a cominciare dai tempi preistorici.
Infatti, gli uomini a quel tempo vivevano in orde, sotto il dispotismo
di un padre crudele, che teneva per sé tutte le donne del gruppo ed
esiliava tutti i possibili rivali, compresi i suoi figli (una volta
diventati adulti).
I figli scacciati vivevano in una comunità unita da sentimenti di odio
e comportamenti omosessuali. L’odio li portò quindi ad uccidere il
loro padre, ed a mangiarlo, allo scopo di introiettare la sua forza ed
il suo potere, ma anche per vendicarsi di lui.
Questo fu l’inizio del totemismo: la creazione di un simbolo sacro per
le tribù, generalmente un animale, che veniva onorato, come onorato
era stato il padre, poi ucciso e divorato. Le nuove regole
dell’umanità furono dunque fondate su due tabù: il parricidio (per il
senso di colpa provato dai figli) e l’incesto (per effetto di una
sorta di obbedienza posteriore per cui i figli non osavano prendere le
donne del padre).
Sembra che Freud, nello scrivere questo libro, si sia ispirato, oltre
che all’interesse di Jung per la mitologia, anche alla rivolta, che
avvenne in quel periodo, dei figli del Sultano turco Abd ul-Hamid II,
il quale si era circondato da un vasto harem. Dopo la rivoluzione
capeggiata dai figli del sultano, fu possibile modernizzare
l’organizzazione sociale della Turchia.
Gli psicoanalisti viennesi celebrarono la pubblicazione del libro con
una "festa totemica" al Prater di Vienna.
Questo libro è anche ricordato perché la sua uscita influenzò
moltissimo la definitiva rottura fra Freud e Jung.
● Sigmund Freud INTRODUZIONE AL NARCISISMO (1914)
Ecco come descrive Freud, nel 1914, la sua 'Introduzione al
Narcisismo' ad uno dei suoi seguaci della prima ora (Abraham): 'Le
mando domani il Narcisismo, che ha avuto una nascita difficile
testimoniata da tutte le trasformazioni del caso. E' ovvio che non mi
piace particolarmente, ma per il momento non posso dare altro. Ha
ancora bisogno di parecchi ritocchi'. Abraham gli rispose che non
riusciva a capire perché Freud non apprezzasse questo lavoro, che ai
suoi occhi appariva invece 'splendido e persuasivo in tutti i suoi
aspetti'.
Il Maestro così rispose: 'Il fatto che Lei abbia accettato da me
anche il Narcisismo mi commuove profondamente e istituisce fra noi un
legame ancora più intimo'... Come Freud aveva previsto, non tutti
i suoi discepoli accettarono subito ed incondizionatamente questo
nuovo libro, come aveva fatto Abraham, dal momento che esso infliggeva
un colpo inatteso alla teoria delle pulsioni, sulla quale la
psicoanalisi si era basata fino a quel momento.
A posteriori, tuttavia, questo saggio è stato unanimamente considerato
uno dei lavori teorici più importanti di Freud. Vediamo allora di
scoprire il significato di questo libro.
In generale, quando si parla di narcisismo si intende il comportamento
di una persona che tratta il proprio corpo come se fosse un oggetto
sessuale, compiacendosi, sessualmente, di contemplarlo, accarezzarlo e
blandirlo, fino a raggiungere con queste pratiche il pieno
soddisfacimento. La teoria psicoanalitica invece intende questo
termine non come una sorta di perversione, ma come uno stadio
psicologico necessario e universale, che si attraversa nell'infanzia.
Si tratta di un investimento libidico (cioè degli istinti, delle
passioni) sul proprio Io: il narcisismo infantile è considerato ad
esempio una splendida stagione dell'esistenza nella quale non è
necessario cercare nell'altro il proprio oggetto d'amore, ma ci si può
beare eroticamente del proprio Io.
In seguito la libido si trasferirà sugli oggetti esterni (n.b. per
Freud gli "oggetti" sono anche le persone e comunque tutto ciò che
riesce a soddisfare una pulsione): il punto più alto cui possa
pervenire la libido oggettuale è lo stato di innamoramento, il quale
si presenta come una rinuncia del soggetto alla propria personalità,
in favore di un investimento d'oggetto.
Il riapparire in età adulta del narcisismo invece rappresenta una
regressione della personalità, come accade ad esempio agli psicotici,
che ritirano l'investimento libidico dagli oggetti esterni, per
riportarlo sul proprio Io: essi rifiutano le cose, le persone, il
mondo esterno in generale e sono concentrati solo su sé stessi. Questo
può avvenire in caso di malattia o anche nell'ipocondria, quando un
organo "eccitato" diventa erogeno in quanto suscettibile di
investimento libidico. Un eccesso di narcisismo è, secondo Freud, una
delle cause dell'omosessualità, visto che l'oggetto amato rappresenta
un'immagine di sé stessi. In precedenza, Freud
aveva parlato di due tipi di pulsioni: sessuali e dell'Io, in questo
libro invece rielabora il concetto di pulsione presentando la 'libido
oggettuale', che si dirige sugli oggetti e la 'libido dell'Io', che è
invece tutta concentrata sul proprio Io. Questo anche in
contrapposizione alle nuove teorie di Jung, che tendevano a
raggruppare tutte queste pulsioni in un'unica energia psichica.
Il saggio fu scritto da Sigmund Freud tra il 1913 e il 1914, anno in
cui fu pubblicato sotto il titolo Zur Einführung des Narzißmus
nello Jahrbuch der Psychoanalyse.
In questo libro, fra l'altro, Freud introduce il concetto di "Ideale
dell'Io", ovvero una istanza psichica della personalità, in gran parte
inconscia, che condiziona l'agire della persona. L'Ideale dell'Io è un
modello cui il soggetto cerca di conformarsi (senza peraltro mai
riuscirci, perché si tratta, appunto, di un Ideale) e si basa sulle
identificazioni con i genitori o con altri adulti che rappresentano un
modello per il bambino durante l'età della latenza (dai sei anni alla
pubertà). Secondo Freud i sensi di inferiorità derivano proprio da
questo confronto fra Io e Ideale dell'Io.
● Sigmund Freud, Lutto e Melanconia (1917)
Il manoscritto di "Lutto e melanconia", risale al 1915, ma il libro fu
pubblicato due anni dopo. Freud descrive in questo testo, che echeggia
gli orrori e le paure della prima guerra mondiale, l'essenza della
malinconia (da lui intesa nel senso di "depressione"), confrontandola
con l'effetto normale del lutto. La definizione
freudiana del lutto è molto ampia e comprende, oltre alla reazione
alla perdita di una persona cara, le reazioni a ogni perdita che la
persona subisce, ivi compresa la perdita della libertà personale, o la
perdita di un ideale.
" La melanconia - dice Freud - è psichicamente caratterizzata da un
profondo e doloroso sentimento, da un venir meno dell'interesse per il
mondo esterno, dalla perdita della capacità di amare, dall'inibizione
di fronte a qualsiasi attività e da un avvilimento di sé che si
esprime in autorimproveri e autoinganni e culmina nell'attesa
delirante di una punizione ". Se nel lutto il
mondo si è impoverito e appare vuoto, nella melanconia, è l'Io stesso
ad essersi impoverito e svuotato.
L'elaborazione del lutto è un'attività dell'Io, che agisce sui ricordi
dolorosi, per attenuare, con il tempo, il dolore che essi provocano
(comprende reazioni fisiologiche e psicologiche, fra le quali
piangere, bramare la persona amata, fino alla rassegnazione e al
distacco).
La melanconia può essere considerata dunque un lutto senza fine, senza
elaborazione. E' come se nel malinconico si producesse una scissione
dell'Io, per cui una parte di esso si rivolgesse contro l'altra parte,
punendola, biasimandola, attaccandola violentemente, fino anche al
suicidio del soggetto. Tutto ciò fa pensare che
l'oggetto perduto, per il melanconico, sia l'Io stesso. Ciò succede
perché l'Io si è identificato narcisisticamente con una persona verso
la quale si è provato un sentimento ambivalente: sia amore, sia odio,
mentre l'altra parte dell'Io regredisce fino allo stadio del sadismo.
L'odio rimosso per qualcun altro (sia questi l'oggetto perduto
o no) determina dunque gli autorimproveri, l'autoaggressività, ma
anche l'irritabilità dei melanconici, che sono individui molesti, i
quali si vittimizzano, quasi come se fossero sempre gli altri i
responsabili di qualche ingiustizia nei loro confronti.
● Sigmund Freud, AL DI LA' DEL PRINCIPIO DEL PIACERE (1920)
Nel 1920 Freud pubblica una delle sue opere più discusse, difficili e
oscure: Al di là del principio del piacere. Con
"Al di là del principio del piacere" (1920) Freud modifica in modo
sostanziale la sua precedente teoria delle pulsioni: in questo libro
infatti lo psicoanalista postula per la prima volta che il conflitto
psichico sia determinato dalla tensione originaria tra due principi
opposti: Eros (gr. Amore) e Thanatos (gr. Morte).
Dopo i drammi vissuti nella Prima Guerra Mondiale, la morte del caro
amico Anton von Freund e della figlia Sophie, i primi acciacchi della
vecchiaia, l'umore di Freud non era dei migliori.
Sebbene lui lo abbia sempre negato, questo libro nasce da
considerazioni pessimistiche, come ad esempio quelle che "nella vita
psichica agisce una coazione a ripetere indipendente dal principio del
piacere". Come si spiegherebbero altrimenti i sogni traumatici causati
dagli eventi dolorosi della guerra? Perché rinnovare il vissuto di
quelle esperienze così drammatiche? Ciò non poteva essere certo
giustificato dalla teoria che il sogno sia sempre espressione di un
desiderio...
Nel libro dunque, Freud introduce il nuovo concetto della "coazione a
ripetere", svincolato dal principio del piacere, specificando che, fra
le varie pulsioni, alcune non tendono all'arricchimento della vita, ma
al raggiungimento della morte.
Dopo la guerra, molte persone soffrivano di quello che oggi
chiameremmo disturbo post traumatico da stress e che allora si
chiamava invece "nevrosi di guerra". Le persone che ne soffrivano
tendevano a tornare continuamente al ricordo dell'evento traumatico,
soprattutto nel sogno. E l’evento drammatico si riproponeva sotto
forma di incubo ricorrente. La coazione a ripetere era dunque un
sintomo di questa nevrosi di guerra.
Non solo. Freud osservò una volta il comportamento del nipotino Ernst,
che giocava con un rocchetto di filo. Il bambino, in assenza della
madre, uscita di casa per fare la spesa, faceva il gioco del
rocchetto, cioè lo gettava al di là della sponda del letto: quando
spariva diceva 'fort', quando riappariva diceva 'daaa'.
Nell'interpretazione di Freud anche questo comportamento era la
riproposizione, in forma di gioco, della coazione a ripetere una scena
di per sé angosciante (quella della scomparsa della madre, per trovare
poi rassicurazione nella ricomparsa del rocchetto).
La stessa coazione a ripetere si ha nella relazione tra paziente e
analista: il paziente, invece di ricordare, come gli chiede
l'analista, il materiale infantile rimosso, lo ripete nel presente,
indirizzando i sentimenti provati nell'infanzia verso l'analista (ed
in questo modo passando dalla semplice nevrosi, alla nevrosi da
transfert). La coazione a ripetere sarebbe dunque una tendenza
inconsapevole che porta a ripetere e a rivivere esperienze spiacevoli
del passato.
“Se noi accettiamo come verità, non passibile d’eccezioni, che ogni
cosa che vive muore per cause interne - tornando allo stato inorganico
- allora dovremo anche dire che ‘la meta di ogni vita è la morte’,
dice Freud - e, guardando ancora più indietro, che ‘le cose inanimate
preesistevano a quelle vive".
In un primo momento la coazione a ripetere venne spiegata con la
teoria del beneficio secondario della malattia, o con l'ipotesi che
ciò che è doloroso in una parte dell'apparato psichico possa essere
piacevole in un'altra. Nelle nevrosi di guerra, tuttavia, questa
coazione a ripetere andava chiaramente al di là del principio del
piacere.
Da qui la necessità di postulare una pulsione più radicale delle
altre, una tendenza primordiale alla scarica assoluta delle pulsioni,
un dominio del principio di morte.
Il principio di morte (Thanatos) è dunque per Freud un'istanza che si
colloca al di là dell'esperienza psicologica e che serve a spiegare
alcuni fenomeni che rimarrebbero altrimenti incomprensibili. Oltre a
questa pulsione però, Freud non poté non riconoscere che gli esseri
viventi si evolvono spinti da un'altra forza (Eros) che li guida verso
la realizzazione degli obiettivi di vita.
Si tratta di un salto teorico radicale, che lascerà stupiti molti
allievi e sostenitori dello psicoanalista austriaco, i quali trovarono
molti dei principi espressi in questo saggio in aperto contrasto con
quelli precedentemente postulati da Freud (e che peraltro
difficilmente riuscivano ad integrarsi nel quadro teorico generale
della dottrina psicoanalitica).
Viene infatti superata ogni precedente dicotomia: alle pulsioni di
vita (comprendenti le pulsioni sessuali o di autoconservazione o
dell'Io) si oppongono ora le pulsioni di morte, che agiscono in modo
silenzioso, oscurate dal clamore degli aspetti vitali.
Freud si rifà esplicitamente al pensiero di Empedocle e di
Schopenhauer e riprende temi già trattati da Nietzche. Le pulsioni di
vita rappresentano gli sforzi sostenuti dall'Eros per tenere coesa la
sostanza vivente, aggregandola ad unità sempre più estese, realizzando
con ciò una concentrazione energetica.
Le pulsioni distruttive o di morte, Thanatos, spingono invece ogni
sostanza organica a regredire verso la disgregazione inorganica, verso
l'inerzia della dispersione energetica.
Ciò è vero anche nella sessualità, dove coesiste un legame di forze di
vita (amore, tenerezza) e di morte (aggressività).
La teoria delle pulsioni di morte viene trattata principalmente in Al
di là del principio del piacere: ad esempio nel libro successivo,
Inibizione, Sintomo, Angoscia, del 1926, il tema viene trattato solo
marginalmente. Fu invece la psicoanalista Melanie Klein a riprendere
vigorosamente questo concetto.
Con questo postulato, Freud reintroduce la metafisica nella teoria
psicologica, preferendo spiegare le malattie con la speculazione
filosofica anziché con la ricerca empirica: esattamente il contrario
di ciò che la psicoanalisi si era proposta ai suoi esordi, cioè di
scacciare, con i lumi, tutto ciò che era considerato sopra-sensibile.
Il saggio si chiude
tuttavia con la speranza che vi sia sempre un continuo miglioramento della
conoscenza, per il bene dell’umanità.
● Sigmund Freud PSICOLOGIA DELLE MASSE ED ANALISI DELL'IO (1921)
Nel 1921 Freud pubblicò un libretto, di circa cento pagine, chiamato
Psicologia delle masse e analisi dell'Io. Era quello un periodo di
grave crisi economica e un periodo in cui stavano nascendo le lotte
operaie organizzate, le grandi ideologie, le dittature. In Austria si
assiste agli effetti della disgregazione dell'Impero asburgico,
avvenuta alla fine del 1918; in Italia nascono il Partito Nazionale
Fascista e il Partito Comunista Italiano, mentre in Germania Adolf
Hitler diventa leader del Partito nazionalsocialista tedesco.
Freud cominciò ad interessarsi sempre di più ai comportamenti delle
masse, affrontando i temi sociologici in chiave psicoanalitica.
Prendendo spunto dal testo di Gustave Le Bon, Psicologia delle Folle,
Freud cominciò a riflettere sulla psicologia collettiva, cercando di
dimostrare che i fenomeni che regolano la vita di gruppo non sono poi
così lontani dalle scoperte psicoanalitiche relative ai processi
individuali.
Vi sono anzitutto due tipi di masse: quella occasionale, transitoria,
non organizzata e quella organizzata (e dunque "artificiale"), che
proprio per questo è destinata a durare di più nel tempo (un esempio
ne sono la Chiesa e l'esercito).
L' “anima della massa” viene dunque descritta come elementare e
passionale, incline alle illusioni, essendo il SuperIo temporaneamente
accantonato, a vantaggio di un legame di tipo quasi ipnotico, che fa
scatenare le pulsioni, perdere lo spirito critico, sentire un senso di
onnipotenza e di impunità.
Gli individui che fanno parte di una massa perdono dunque autonomia ed
equilibrio, ma acquisiscono la sensazione di essere forti, in quanto
parte di un tutto organizzato, che rassicura e protegge.
La massa è mutevole, impulsiva, irritabile ed, essendo governata
interamente dall'inconscio, non tollera alcun indugio fra il desiderio
e la realizzazione di quel desiderio: il suo anelito però non dura mai
a lungo, perché la massa è incapace di volontà duratura. Del resto,
niente di tutto quello che fa la massa è premeditato.
L'individuo nella massa vive dunque una regressione narcisistica, con
la scomparsa di tutte le inibizioni individuali, a favore di istinti,
buoni e cattivi, ormai del tutto fuori controllo. Non è raro che la
massa compia atti crudeli, come il linciaggio, ma anche gesti di
generosità estrema, superando anche i limiti imposti dalla necessità
di autoconservazione.
Ogni individuo rinuncia al suo "ideale dell'Io" per trasferirlo sul
suo Leader: la prima identificazione la si ha con il leader, che
simbolizza il gruppo e lo dirige. Si tratta di una identificazione
narcisistica: una parte di sé, il proprio Ideale dell'Io, viene
sostituito dall'Ideale dell'Io del Leader (e da qui la riduzione
dell'individualità e dello spirito critico, in quanto l'ideale dell'Io
del capo diventa l'Ideale dell'Io di tutti, cancellando le differenze
e le rivalità a favore di un sentimento di identità e di comunione).
Ciascuno è legato al Capo da un legame d'amore e si aspetta che anche
il Capo lo ricambi con lo stesso amore. Il segreto del Capo è dunque
nell'Eros, che "tiene unite tutte le cose del mondo".
Essendo negata l'ambivalenza, l'idealizzazione del Capo in realtà
maschera l'odio, l'invidia, l'aggressività, che vengono proietti sugli
avversari e su quanti, all'interno del gruppo, non si identificano
completamente con il Leader. A questo proposito, va anche considerato
che le "piccole differenze" vengono narcisisticamente sovrainvestite e
diventano grandi differenze: in questo modo il dissidente del gruppo
può diventare più nemico del nemico stesso, in quanto mette a
repentaglio l'unità del gruppo.
Il sentimento sociale sta dunque nella trasformazione di un sentimento
precedentemente ostile in un attaccamento positivo, sotto forma di
identificazione.
Accade, secondo Freud, un qualcosa di molto simile anche nell'amore:
in fondo anche due persone possono essere considerate un gruppo, un
piccolo gruppo, (una "folla a due") e, quando si innamorano, vivono la
stessa condizione di suggestionabilità, tipica delle masse.
● Sigmund Freud, L'IO E L'ES (1923)
Nell’opera L’Io e l’Es del 1922, Freud individua tre istanze
dell’apparato psichico che non chiama più conscio, preconscio e
inconscio, come aveva fatto in precedenza (prima topica), ma Io, Es e
Super Io (seconda topica). Non cambiano solo i
nomi, cambiano anche i concetti. Il termine Es é il pronome neutro
singolare tedesco e corrisponde al latino id. Freud lo usa per
indicare quanto nel nostro essere è impersonale, estraneo all'Io.
Quell’anno era uscito un libro di G. Groddeck, dal titolo Il libro
dell'Es. A Freud quella definizione piacque e la fece sua.
Con il termine Es, Freud indicò non più unicamente il luogo delle
rappresentazioni rimosse, ma una sorta di serbatoio dell’energia
psichica e delle pulsioni inconsce, in parte ereditate per via
genetica, in parte acquisite con l'esperienza e poi rimosse. Può
essere inteso come lo spazio dove si formano le nostre potenzialità
espressive.
L’Es è definibile soprattutto in una prospettiva economica:
"investimenti pulsionali che esigono una scarica: a parer nostro nell'Es
non c'è altro" conclude Freud. L'Es è analogo all'inconscio, solo che
l'inconscio viene da questo momento citato più come il luogo del
rimosso, mentre l'Es è il luogo dove risiedono tutti gli influssi del
passato, ciò che l'individuo ha ereditato. Mentre l'inconscio si
oppone al conscio, l'Es, in questa seconda topica, si oppone all'Io.
L'Es è retto dal principio del piacere. L’Io
può essere paragonato, secondo Freud, al cavaliere che deve domare la
prepotente forza del cavallo, con la differenza che il cavaliere tenta
di farlo con mezzi propri, mentre l'Io lo fa con i mezzi presi in
prestito dall'Es. Infatti, l'Io viene descritto in questo libro come
quella parte dell'Es che è stata modificata dalla vicinanza e
dall'influsso del mondo esterno. In una prospettiva genetica dunque,
all'inizio della vita per Freud c'è l'Es, rappresentato come un nucleo
vitale, separato dal mondo esterno da una pellicola sensibile (il
sistema percettivo). Da questa superficie di contatto, l'Io
gradualmente si differenzia e si separa, conformandosi come una
proiezione psichica della superficie corporea. La percezione ha
nell'Io quella funzione dinamica che nell'Es è data dalla pulsione.
In questa nuova topica l'Io dipende dal mondo esterno, è
radicato nel corpo, nel suo sistema di energie e di rappresentazioni
fantasmatiche. L'Io rappresenta, nei confronti dell'Es, la realtà
esterna e, nell'adempiere a tale funzione, deve osservare il mondo,
conoscerlo, memorizzarlo, distinguere ciò che è obiettivo dalle
deformazioni apportate dai desideri (esame di realtà).
" Per incarico dell'Es - scrive Freud - l'Io domina gli accessi
alla motilità, ma ha inserito tra pensiero e azione la dilazione
dell'attività di pensiero (...). In tal modo ha detronizzato il
principio del piacere e l'ha sostituito con il principio di realtà,
che promette più sicurezza e maggior successo ".
Oltre che tenere conto della realtà, l'Io deve anche mediare
tra le pressanti richieste dell’Es e quelle del Super Io. Per poter
fare questo è dotato della capacità di sintetizzare i contenuti, di
gerarchizzare le domande, di riassumere i processi psichici, di
unificare ciò che è frammentario e caotico.
Il Super Io (Uber-Ich) è una formazione in gran parte
inconscia, che si contrappone all'Io e lo giudica criticamente. E' la
coscienza morale, che si forma quando il soggetto esce, nel suo
sviluppo psicosessuale, dal periodo dell’Edipo (il SuperIo è infatti
"l'erede del complesso edipico", e si forma intorno ai 6 anni),
interiorizzando la figura paterna, i suoi dettami ed i suoi
insegnamenti. Il SuperIo diventa dunque una sorta di giudice interno,
che regola il comportamento messo in atto dall’Io attraverso una serie
di valori, dogmi, precetti, censure, sensi di colpa. Freud specifica
che il SuperIo si forma non tanto ad immagine del padre, quanto ad
immagine del SuperIo paterno, di quella istanza cioè che si è formata
nell'infanza del padre, dall'introiezione del nonno: in tal modo si
stabilisce una trasmissione generazionale che trascende la famiglia
nucleare. Ne risulta una arcaicità di questa istanza di cui bisogna
tenere conto, avverte Freud, nella elaborazione dei cambiamenti
sociali. Una parte della personalità infatti sarà sempre riottosa ad
accogliere norme e comportamenti nuovi.
● Sigmund Freud: Il disagio della civiltà
(1929)
Il libro "Il
disagio della civiltà" appartiene alla piena maturità del
pensiero freudiano. Fu pubblicato in due parti, nel 1929 e nel 1930,
per poi assumere la forma definitiva del libro che oggi conosciamo,
nel 1931 (Ultimamente è stata proposta in lingua italiana una nuova
traduzione, che si intitola "Il disagio nella civiltà", anziché "Il
disagio della civiltà", che è stato un errore di traduzione. Vedi
Stefano Mistura). Il libro è
stato scritto in anni non molto diversi da quelli che stiamo vivendo
in questo periodo, di grave crisi economica internazionale, e questo
rende le riflessioni di Freud sulla società umana estremamente
attuali.
La crisi del '29 aveva infatti provocato in Germania il ritiro degli
investimenti americani: l'economia tedesca era dunque in seria
difficoltà e il governo aveva attuato scelte rigorose quanto
impopolari (aumento delle tasse, tagli ai salari ecc.). La
depressione aveva fatto crescere il consenso al movimento
nazionalista, permettendo così l'ascesa al potere di
Hitler,
il quale proclamava che i tedeschi dovevano scegliere il loro destino,
superando la "debole" repubblica di Weimer. In particolare Hitler
odiava gli ebrei, a suo avviso detentori di un potere occulto che
controllava l'alta finanza, la cultura i giornali, le professioni
liberali.
Freud, ebreo, in questo contesto sociale, sentì il bisogno di andare
oltre le consuete riflessioni psicoanalitiche sull'individuo, per
cercare di comprendere meglio le dinamiche che sottostanno alle
società umane. E questa è una sintesi della sua analisi:
La società nasce per garantire sicurezza, ordine e pulizia a chi ne fa
parte, ma gli imperativi che essa impone al singolo sono spesso in
contrasto con la soddisfazione dei bisogni individuali. Il disagio del
vivere nella società è dunque determinato dal contrasto perenne tra
felicità individuale e moralità pubblica.
Viene qui riproposta la teoria delle pulsioni di vita e di morte, già
introdotte nel libro
Al di là del principio del piacere (1920). Eros (Amore) spinge
alla soddisfazione del piacere, mentre Thanatos (Morte) spinge verso
l'auto-distruzione, verso l'annichilamento degli altri e di sé stessi.
La civiltà, per intrinseche necessità di ordine, porta a soffocare
l'Eros, attraverso la
sublimazione (incanalandolo cioè su condotte che portano a
risultati socialmente accettabili, come ad esempio la famiglia), ma
insufficienti a soddisfare i desideri istintuali dell’individuo. Se
questo disagio della civiltà si aggiunge ai conflitti intrapsichici
già presenti in ciascun individuo (fra Es, Io e Super-Io), si capisce
come sia facile arrivare alla nevrosi.
Uno dei fini della civiltà è quello di abbattere le pulsioni
distruttive, visto che esse non corrispondono ai canoni della
convivenza civile. Queste pulsioni però non scompaiono del tutto, per
quanto le si voglia negare, e richiedono sfoghi.
L'aggressività degli uomini fra loro, l'omicidio, lo sterminio del
prossimo e la guerra non sono dunque soltanto incidenti che si
verificano per conflitti nati da opposti interessi nella ricerca del
possesso di beni, ma lo scoppio di qualcosa di primitivo, che tenuto a
freno dalle esigenze di una vita in comune, esplode in modo trionfale
in determinate situazioni particolari.
La società tende ad individuarsi come gruppo omogeneo, contrapposto ad
altri gruppi, coi quali mantiene rapporti di amicizia. Quando le
tensioni collettive diventano però troppo forti, troppo laceranti
(magari per effetto di una situazione economica disastrosa, che porta
inevitabilmente al disastro politico), la benevolenza reciproca si
trasforma e diventa razzismo e xenofobia, conducendo al possibile
esito finale della guerra.
Nel libro Freud si scaglia anche contro la religione, considerata un
infantilismo per superare la paura della morte:
...L'uomo comune non può rappresentarsi
questa Provvidenza se non nella persona di un padre straordinariamente
elevato. Soltanto un essere simile può comprendere i bisogni del
figlio dell'uomo, venir impietosito dalle sue preghiere, placato dai
segni del suo pentimento. L'insieme è così manifestamente infantile,
così irrealistico, da rendere doloroso, a un animo amico dell'umanità,
pensare che la grande maggioranza dei mortali non sarà mai capace di
sollevarsi al di sopra di questa concezione della vita....
..Quanto ai bisogni religiosi, la derivazione dall'impotenza
infantile e dalla nostalgia del padre da questa suscitata a me sembra
incontrovertibile, tanto più che questo sentimento non si limita a
perpetuarsi oltre la vita del bambino, ma si alimenta di continuo
dell'angoscia di fronte allo strapotere del fato...
...La religione [...] impone a tutti in modo
uniforme la sua via verso il raggiungimento della felicità e la
protezione dalla sofferenza. La sua tecnica consiste nello sminuire il
valore della vita e nel deformare in maniera delirante l'immagine del
mondo reale, cose queste che presuppongono l'avvilimento
dell'intelligenza. A questo prezzo, mediante la fissazione violenta a
un infantilismo psichico e la partecipazione a un delirio collettivo,
la religione riesce a risparmiare a molta gente la nevrosi
individuale. Ma niente di più....
Il
Freud di questo libro è dunque un pensatore senza dogmi e soprattutto
senza illusioni, che vede la società umana come una costruzione tanto
necessaria e preziosa quanto fragile, in quanto pone a proprio
fondamento la repressione delle pulsioni e riduce l’uomo ad essere un
«animale malato». Estremamente di attualità è
inoltre la domanda, che nel libro Freud si pone, in modo pessimistico
e del tutto disilluso, riproponendo la famosa espressione di Plauto:
Homo homini lupus: chi ha coraggio di
contestare quest'affermazione dopo tutte le esperienze della vita e
della storia?
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