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SCAFFALE 1
 


CLASSICI DELLA PSICOLOGIA IN PAROLE SEMPLICI:
SIGMUND FREUD

A cura della Redazione di psicolinea

Sigmund Freud, L'INTERPRETAZIONE DEI SOGNI (1899)

Il volume della Traumdeutung (Interpretazione dei sogni) uscì in realtà il 14 novembre 1899, ma l'editore preferì scrivere sul frontespizio la data del 1900. Fu una geniale intuizione, perché questo libro era destinato ad incidere profondamente sulla vita delle persone vissute in quel secolo.
Il libro, specialmente nell’edizione in lingua originale, ha un’esposizione particolarmente brillante, ricca di riferimenti culturali e di episodi della vita dello stesso Freud e dei suoi pazienti.
Come spesso accade, i contemporanei non si resero immediatamente conto della portata storica e culturale del libro ed infatti se ne vendettero poche copie.
Ma di cosa parla, in effetti, questo libro? Parla di sogni, come è facile intuire, solo che per la prima volta questi sogni non vengono analizzati per cercarvi dei presagi, ma per scoprirvi una parte della nostra personalità, che è nascosta rispetto alla nostra percezione cosciente e che emerge invece nei pensieri e nelle emozioni della notte.
In questo libro Freud parla per la prima volta del sogno come di una ‘soddisfazione allucinatoria di un desiderio rimosso nell'infanzia’ e lo indica come la ‘strada maestra’ per raggiungere i contenuti dell’inconscio.

Che vuol dire?
Il desiderio rimosso di cui parla Freud ha le sue radici nella sessualità infantile: si tratta di fantasie sessuali che il bambino non può soddisfare nella realtà e che pertanto caccia nell'inconscio, una sorta di magazzino segreto, di cui nemmeno il proprietario ha le chiavi, dove questi desideri si depositano e restano vivi, ma sono come ‘prigionieri’ della censura onirica (parte dell’io cosciente). Allo stato vigile essi non riescono quasi mai ad esprimersi, mentre nel sonno possono farlo, ma devono comunque sottoporsi a modifiche e ad attenuazioni, che rendono alla fine irriconoscibile il significato originale del sogno. 
E’ per questo che i sogni sono ‘strambi’: infatti i suoi contenuti sono spesso condensati nello spazio e nel tempo, spostati su un oggetto o una persona al posto di un’altra, simbolizzati, permettendo ad un oggetto di essere rappresentato in vece di un altro, drammatizzati, nel senso che ogni sogno diventa una sorta di rappresentazione scenica in cui si muovono i personaggi dell’inconscio.
Il risultato è che nel sogno c'è un ‘contenuto manifesto’ (quello che si ricorda e si racconta quando ci si sveglia) e un ‘contenuto latente’ (significato del sogno che il soggetto non riesce a comprendere). Il contenuto latente contiene il vero significato del sogno stesso, mentre il contenuto manifesto non è altro che una maschera, una facciata.
Lo psicoanalista deve partire dal contenuto manifesto del sogno, spesso insensato, e, per mezzo delle libere associazioni del paziente, percorrere il cammino fino a raggiungere il contenuto latente del sogno, che invece ha sempre un significato. I sogni infatti non sono mai ‘inutili’: per cominciare essi sono i custodi del sonno e poi servono per soddisfare i desideri rimossi. Questo vale anche per gli incubi, che hanno la stessa finalità, dal momento che possono inseguire ad esempio il desiderio inconscio di essere puniti.
Dunque, le novità del libro sono anzitutto due: il riconoscimento dell’esistenza dell’inconscio e della sessualità infantile. I desideri sessuali infantili, infatti, per Freud si esprimono inizialmente sul genitore di sesso opposto (complesso di Edipo), escludendo il genitore dello stesso sesso: questo concetto fu, più di ogni altra cosa, la pietra dello scandalo per la comunità scientifica del tempo.
Questo libro è ancora di attualità, perché a cento anni da questa esposizione, questi concetti vengono ancora ritenuti importantissimi, anche se la pratica clinica ha portato ad estendere i contenuti dell’inconscio: non solo ai desideri sessuali, ma anche ai ricordi, ai traumi, alle prime relazioni con l’ambiente esterno. Interpretare i sogni in psicoterapia vuol dire imparare a conoscere profondamente i propri sentimenti, le ansie, le modalità difensive attuate nelle varie situazioni della vita.

Sigmund Freud, PSICOPATOLOGIA DELLA VITA QUOTIDIANA (1904)

Nel 1904 Freud pubblicò la Psicopatologia della Vita Quotidiana (1901) in forma di volume. Con questo libro egli trovò crescente riconoscimento in vari ambienti, tanto che nel mese di settembre cominciò una corrispondenza con Eugen Bleuler. E' un libro scritto ai suoi tempi in maniera molto brillante; questo stile lo si può ancora oggi cogliere in qualche passaggio, mentre in alcune parti ci pare un po’ appannato dal tempo, essendo la nostra vita quotidiana ben diversa da quella dei tempi di Freud. In ogni caso, per chi si interessi di psicoanalisi o semplicemente di psicologia è assolutamente un ‘must’.  
Il tema principale è rappresentato dalla memoria, un argomento centrale per la psicoanalisi che fa dei ricordi, della connessione fra le tracce mnestiche attuali e le esperienze passate, l'asse del suo intervento. L'interrogativo che si impone riguarda il perché certi avvenimenti subiscano una cancellazione mentre altri si impongono con eccezionale intensità. Nel quadro interpretativo di Freud l'amnesia non è marginale, né casuale: come risultato della rimozione essa appare invece costitutiva.
Nel libro si possono trovare un numero considerevole di esempi tratti dalle esperienze personali di Freud, ma anche dei suoi pazienti, amici, conoscenti, ecc. Freud racconta nel libro tutti quei comportamenti che costellano la nostra vita quotidiana, apparentemente non intenzionali, come i lapsus, le dimenticanze inspiegabili, gli atti maldestri o mancati.
Freud ci spiega che tutti i nostri comportamenti hanno un significato, anche quando razionalmente non gliene attribuiamo alcuno, perché motivati da elementi che sfuggono alla nostra coscienza. Qualche esempio? Un professore che dichiara, commemorando il suo predecessore: "È per me una vera noia (anziché gioia) enumerare le qualità del mio collega..."; un viaggiatore che non vede un enorme cartello indicatore della sua meta di viaggio (vuole veramente partire?) e lo cerca ovunque nella stazione.
Per Freud anche le personalità "sane" somigliano sotto qualche aspetto alle personalità nevrotiche a causa di alcuni processi di rimozione che emergono in questi comportamenti della nostra quotidianità.Quando ad esempio non ricordiamo un nome e con sforzo, riusciamo a produrre una serie di nomi somiglianti o verosimili (detti ‘sostitutivi’): ebbene questi nomi non vengono scelti a caso, ma essi sono strettamente connessi con il nostro pensiero ed il nostro stato d’animo.
La dimenticanza deriva da una rimozione, i cui motivi vanno cercati tramite una analisi simile a quella che si fa per i sogni. Ecco uno dei tanti esempi riportati nel libro, riferentesi ad una esperienza personale di Freud. «Un paziente mi prega d'indicargli una stazione termale sulla Riviera Ligure. Io conosco una località di questo tipo, situata nei pressi di Genova, e ricordo anche il nome del collega tedesco che vi esercita, ma non riesco a ricordare il nome di questo luogo, anche se mi sembra di conoscerlo bene. Non mi resta che pregare il paziente di aspettare un momento, e vado ad informarmi dalle donne di casa: "Come si chiama quella località nei pressi di Genova dove il dottor N. ha una piccola clinica e dove è stata curata la signora tal dei tali?". "Proprio tu dimentichi questo nome? É Nervi". Il fatto è che Nervi si pronuncia quasi come Nerven [nervi], e questi sono costante oggetto delle mie preoccupazioni».

● Sigmund Freud, IL MOTTO DI SPIRITO E LA SUA RELAZIONE CON L'INCONSCIO (1905)

Anzitutto chiariamo cosa si intende per ‘motto di spirito’: una frase, una battuta o un breve racconto che serve ad esprimere, in maniera mascherata, e quindi accettabile, ciò che altrimenti sarebbe male accolto o sconveniente. S. Freud vede nel motto di spirito una riduzione delle inibizioni, che consente di liberare una tensione psichica ottenendo un alleviamento del dispendio psichico già in atto e risparmio su quello in procinto di verificarsi.
Il libro Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, fu pubblicato nel 1905, ma la sua elaborazione cominciò già dal 1897. Nello studiare il motto di spirito, Freud scoprì tecniche di condensazione, spostamento, espressione di un’idea col suo contrario e così via, simili a quelle del lavoro onirico.
Venivano distinte le ‘battute innocenti’, il cui piacere proveniva solo dalla tecnica, e quelle ‘tendenziose’, i cui motivi principali erano o l’aggressività o l’oscenità, o entrambe. Le arguzie oscene, dice Freud, implicano la presenza di almeno tre persone: il narratore, il soggetto e lo spettatore; essi esprimono mentalmente il desiderio di denudare o di sedurre. Le battute ‘tendenziose’ hanno lo scopo di aiutarci a tollerare bisogni rimossi, permettendo di dar sfogo ad essi in modo socialmente accettabile.
Ci sono delle differenze fra sogni e motti di spirito: mentre i sogni esprimono un appagamento di desiderio, i motti di spirito soddisfano il piacere di giocare. Inoltre, mentre i sogni rappresentano una regressione dal livello del linguaggio al pensiero per immagini, nei motti di spirito la regressione è dal linguaggio logico al linguaggio del gioco.
Come per i sogni (ma anche per i sintomi), per analizzare un motto di spirito occorre risalire dal contenuto manifesto al contenuto latente: questo itinerario fa del motto di spirito una via d’accesso per l’inconscio.
Il libro di Freud sui motti di spirito è una delle sue opere meno lette, anche perché piena di giochi di parole non sempre traducibili e comprensibili, pieno di aneddoti, di arguzie popolari, di storielle ebraiche, che molto divertivano l’Autore, ma che oggi non potrebbero essere più gustate al naturale, ma solo dopo aver letto una serie di commenti esplicativi.

● Sigmund Freud TRE SAGGI SULLA TEORIA SESSUALE (1905)

I Tre saggi sulla teoria sessuale, al di là di quello che farebbe pensare il titolo, è un libro abbastanza piccolo nel quale Freud espose la sue teorie sulla sessualità, che avrebbero poi avuto un’influenza straordinaria sulla cultura in generale e sulla scienza psicologica in particolare. Nel libro Freud parla dell’importanza della vita sessuale nella crescita dell’individuo, a partire sin dalla più tenera età. Il primo saggio è una trattazione delle perversioni sessuali, secondo l'oggetto e la meta. fra cui l’Autore inserisce anche l'omosessualità, sebbene derivata da una bisessualità fondamentale, comune a tutti gli esseri umani e la mancanza di una netta demarcazione fra perversione e varietà normali della sessualità Nella sessualità dei nevrotici Freud vide tre caratteristiche: l'efficace rimozione di un forte impulso sessuale, una sessualità di qualità perversa e le sue caratteristiche infantili (come le pulsioni parziali, non ancora unificate, localizzate in zone erogene). Nel secondo saggio Freud parla della sessualità infantile, descrivendone le varie fasi: dapprima vi è una fase autoerotica, dove è la bocca la principale zona erogena, che trova soddisfazione attraverso la suzione del capezzolo materno. Il primo oggetto d'amore infatti è la mamma, che nel baciare e nell'accarezzare il bambino ne risveglia la sessualità. Dopo questa fase 'orale' la zona erogena si sposta nell'ano ed il piacere viene raggiunto nella ritenzione o nell'espulsione delle feci. La fase 'anale' viene sostituita poi dalla fase genitale, che è quella in cui il bambino scopre i suoi organi sessuali e comincia a masturbarsi. Freud definì il bambino che attraversa tutte queste fasi un 'perverso polimorfo', nel senso che in lui sono presenti tutte le forme di perversione che, in condizioni particolari, possono poi ripresentarsi in età adulta. Il terzo saggio è intitolato 'Le trasformazioni della pubertà' e parla dello spostamento delle pulsioni 'parziali', cioè limitate a determinate zone erogene del corpo, ad un oggetto sessuale completo (cioè un partner), consentendo così il passaggio dal piacere individuale (autoerotismo) al piacere al servizio della procreazione. I piaceri sessuali del bambino, quelli prodotti dalle pulsioni 'parziali' sopravvivono però nella sessualità adulta, sotto forma di 'preliminari' all'atto sessuale. Freud paragonò questo meccanismo a quello dei motti di spirito nei quali la tecnica procura piacere preliminare e stimola un più profondo soddisfacimento attraverso la liberazione di sentimenti aggressivi o autoerotici. Segue la differenziazione psicosessuale fra uomini e donne: la libido è per Freud essenzialmente di natura maschile, sia che si presenti nell'uomo, sia che si presenti nella donna. Il terzo saggio affronta poi il legame fra i primi rapporti con la figura materna e la scelta amorosa, spiegando le tematiche del complesso edipico. Il libro ebbe un’accoglienza gelida e distaccata, soprattutto perché non veniva accettata dalla comunità scientifica la teoria della sessualità infantile. Per dovere di cronaca va tuttavia ricordato che il materiale utilizzato da Freud in questo libro circolava già liberamente nell'ambiente scientifico dell'epoca, specialmente dopo la pubblicazione della Psychopathia sexualis di Krefft-Ebing. I termini autoerotismo, zone erogene e libido non sono invenzioni freudiane, ma termini già in uso nella sua epoca. La principale originalità di Freud fu di sintetizzare idee e concetti che per la maggior parte erano sparsi o parzialmente organizzati, e di applicarli direttamente alla psicoterapia.

● Sigmund Freud, PSICOANALISI SELVAGGIA (1910)

Un brevissimo scritto di Freud del 1910 ci parla del pericolo della ‘psicoanalisi selvaggia’, ovvero di quelle interpretazioni errate della teoria e della tecnica terapeutica psicoanalitica, fornite da analisti che non hanno ricevuto un’opportuna formazione.  In particolare Freud se la prende con quegli psicoanalisti che usano fornire troppe spiegazioni ‘tecniche’ al paziente. Non è vero, secondo Freud, che il paziente soffre perché ‘non sa’ ; pertanto, l’idea di comunicargli tutti i particolari della sua vita interiore e di ciò che ha rimosso, al fine di portarlo alla guarigione, è totalmente sbagliata. Al limite, queste spiegazioni potrebbero essere considerate un preliminare alla psicoanalisi vera e propria, ma non di più. Per dirla con le parole di Freud: "Se la conoscenza dell'inconscio fosse tanto importante per il paziente quanto ritiene chi è inesperto di psicoanalisi, basterebbe per la guarigione che l'ammalato ascoltasse delle lezioni o leggesse dei libri. Ma tali misure hanno sui sintomi della malattia nervosa la stessa influenza che la distribuzione di liste di vivande in tempo di carestia può avere sulla fame". Freud scrisse dunque in questo breve saggio che era molto difficile imparare la psicoanalisi e che si sarebbe dovuta fondare un’organizzazione per insegnare le tecniche psicoanalitiche e qualificare gli analisti, al fine di livellare la “personale equazione” degli analizzandi, “cosicché un giorno possa essere raggiunta una soddisfacente concordanza” tra gli analisti. Il movimento psicoanalitico istituzionalizzò dunque, a seguito di queste indicazioni di Freud, un proprio sistema formativo già dal 1925, le cui pietre angolari furono individuate nel curriculum e nell’analisi didattica.  Le voci critiche su questo punto non sono mai mancate :infatti, il movimento psicoanalitico è, da sempre, considerato molto, troppo, ‘chiuso’, quasi come fosse una Chiesa (con relativi indottrinamenti agli adepti) e non un movimento. Altro punto ‘critico’ dell’analisi ‘didattica’ cui devono sottoporsi gli aspiranti psicoanalisti è la difficoltà ad entrare nel movimento e la possibilità di esserne esclusi senza potersi difendere (è il caso della famosa psicologa dell’età evolutiva, Margaret Mahler, la cui analisi didattica fu interrotta dalla psicoanalista Helene Deutsch, che riteneva la Mahler ‘inanalizzabile’…). Un’altra curiosità: fino al 1933 l'analisi didattica durava 12-18 mesi al massimo, oggi dura più di mille ore, con sedute di 4-5 volte alla settimana.

● Sigmund Freud, UN RICORDO DI INFANZIA DI LEONARDO DA VINCI (1910)

Non tutti sanno che Freud scrisse un saggio su Leonardo da Vinci, che fu ai suoi tempi molto ammirato per il magnifico stile letterario, anche se molte delle interpretazioni sulla vita di Leonardo da Vinci sembrano essere prese dall'autoanalisi di Sigmund Freud. Nella personalità di Leonardo, Freud mise in luce tre aspetti principali: la sete di conoscenza, che portò il grande artista rinascimentale a trascurare i suoi talenti principali in favore dell'investigazione scientifica; la lentezza nell'affrontare il lavoro (molti dei suoi lavori sono rimasti a livello di schizzi) ed il 'freddo rifiuto della sessualità', oppure la sua tendenza all'omosessualità. Freud ipotizzò che la presunta omosessualità di Leonardo fosse dovuta alla sua situazione familiare: figlio illegittimo, infanzia di solitudine con una mamma giovane e abbandonata a sé stessa, successiva adozione da parte del padre. In tali situazioni, ipotizza Freud, una madre è portata a riversare la sua libido sul figlio, determinando un attaccamento incestuoso, che sfocia poi nell'omosessualità. In realtà dell'infanzia di Leonardo si sa pochissimo, ma vi è un ricordo citato da Leonardo nei suoi scritti: un un uccello - un nibbio - visto il piccolo Leonardo nella culla, volò su di lui, gli aprì la bocca e vi infilò la coda. Questo ricordo, più che altro una fantasia infantile, venne interpretato da Freud come una perversione sessuale di tipo passivo oppure come un ricordo gratificante dell'allattamento materno. La sorgente della insaziabile curiosità nella vita adulta di Leonardo è sicuramente attribuita da Freud alla curiosità sessuale infantile dell'artista, grazie al particolare rapporto stabilito con la mamma. (Vedi anche qui.)

● Sigmund Freud, OSSERVAZIONI PSICOANALITICHE SU UN CASO DI PARANOIA  (dementia paranoides) DESCRITTO AUTOBIOGRAFICAMENTE (Caso clinico del presidente Schreber), 1910.

Daniel Paul Schreber, Presidente della Corte di Appello di Dresda, pubblicò un libro – nell'anno 1903 – intitolato Denkwürdigkeiten eines Nervenkranken (Memorie di un malato di nervi). Sigmund Freud giudicò molto interessanti queste memorie di Schreber, per cui come aveva già fatto con Leonardo da Vinci, interpretò il caso clinico del magistrato, anche senza aver mai analizzato Schreber, né averlo mai conosciuto.
L'interesse di Freud al caso Schreber non era quello di approfondire la biografia dell'autore del libro, ma di leggere queste memorie in chiave psicoanalitica, per illustrare le sue teorie. In questo senso si è parlato di "patografie" freudiane.
La teoria che Freud illustra nella descrizione del caso clinico del Presidente Schreber era stata da lui elaborata nel 1908 ed era incentrata sul collegamento fra sindrome paranoide e libido omosessuale repressa.
Ma veniamo al caso Schreber. Il soggetto era un magistrato tedesco di capacità eccezionali, anche se una malattia mentale lo aveva costretto a circa dieci anni di internamento in un ospedale psichiatrico. Dopo le dimissioni, aveva pubblicato, nel 1903, le sue memorie, con il racconto dettagliato dei propri deliri ed il testo dei rapporti legali scritti su di lui dagli esperti.
Il libro era sicuramente interessante per la descrizione della malattia mentale, ma mancava di dettagli importanti : non venivano infatti rivelati alcuni dati circa la famiglia del magistrato, la sua infanzia, la storia della sua vita prima del ricovero.
Anche la malattia non veniva descritta nel libro nella sua evoluzione cronologica, giorno dopo giorno, ma rappresentata solo nella sua forma finale, quella che aveva provocato la necessità del ricovero.
Schreber racconta dei suoi dialoghi col sole, gli alberi, gli uccelli, immaginandoli come frammenti di anime di persone decedute ed anche dei suoi dialoghi con Dio, il quale si rivolgeva a lui in un tedesco nobile e gli chiedeva di ristabilire l'Ordine del Mondo. Ogni essere umano, riteneva Schreber durante il suo periodo di malattia, è attraversato da sottilissimi nervi, posti nel corpo da Dio al momento della nascita. Essi sono destinati a ricongiungersi alla divinità dopo la morte della persona. Questi nervi sono dunque il principio costitutivo dell'intelletto umano e delle sue facoltà spirituali, nonché la sede dell'anima. Le anime sono in comunicazione tra loro: parlano in una lingua simile al tedesco arcaico, mentre Dio subisce la forza attrattiva di alcuni uomini, tanto da rischiare in questi casi di perdere la sua sopravvivenza.
Tra tutti questi deliri Freud si concentrò su due in particolare: Schreber sosteneva di essere coinvolto in un processo di trasformazione da uomo in donna e di aver subito molestie sessuali dal suo medico, il Dr. Flechsig.
Per Freud l'omosessualità rimossa era la causa della malattia paranoide di Schreber. Secondo l'interpretazione psicoanalitica, primo oggetto d'amore del magistrato era stato il padre, poi lo psichiatra, in seguito Dio. Freud spiegò che nell'omosessualità rimossa la frase "io lo amo" poteva essere negata in diversi modi, ciascuno capace di originare un delirio (di persecuzione, di gelosia, di erotomania, di grandezza). La frase negata "io lo amo" veniva sostituita dalla frase "io non lo amo, io lo odio, perché egli mi odia e mi perseguita": alla base dei deliri di persecuzione vi sarebbe dunque il meccanismo di difesa della "proiezione". Questa audace incursione freudiana nel campo degli oscuri processi della follia fu poi molto discussa nella letteratura psichiatrica posteriore.


● Sigmund Freud, PRECISAZIONI SUI DUE PRINCIPI DELL'ACCADERE PSICHICO (1911)

Nel 1911 Freud pubblicò lo studio Precisazioni sui due principi dell’accadere psichico, nel quale veniva descritta la trasformazione evolutiva che ha luogo nella psiche del bambino quando diventa capace di distinguere il desiderio dalla realtà. Alla nascita e nella prima infanzia la psiche del bambino è infatti dominata dal "principio del piacere", cioè il bisogno di gratificazione immediata di un desiderio, allo scopo di eliminare una tensione eccessiva. Il bambino impara infatti quando si sente teso (ad esempio per inquietudini, disagi, ecc.), che certe esperienze producono in lui la riduzione della tensione o addirittura una gratificazione piacevole. Una volta imparato questo, egli desidera rinnovare queste esperienze di piacere e di gratificazione.
Con il crescere dell’esperienza, il bambino arriva a capire che la realtà non risponde sempre con un’immediata gratificazione delle sue pulsioni e dei suoi desideri. I comandi del principio del piacere, con le sue richieste di gratificazione e di soddisfazione immediata, si scontrano allora con i comandi del principio di realtà, con le sue richieste di dilazione della gratificazione e del riconoscimento delle leggi di causa-effetto. Nel corso dello sviluppo, il principio del piacere deve essere gradualmente sostituito dal principio di realtà ed adattarsi ad esso. La differenziazione tra questi due principi del funzionamento psichico è per molti versi parallela a quella tra pensiero del processo primario e pensiero del processo secondario.
Scrive Freud in questo libro: “Mentre l’Io compie la sua trasformazione da Io-piacere in Io-realtà, le pulsioni sessuali subiscono quelle modificazioni che, attraverso varie fasi intermedie, consentono loro di pervenire dall'iniziale auto-erotismo all'amore oggettuale, posto al servizio della funzione riproduttiva. Se è vero che tutti i livelli di questo duplice processo evolutivo possono divenire sede di una disposizione alla futura malattia nevrotica, è lecito ammettere che la decisione sulla forma della successiva malattia (la scelta della nevrosi) dipende dalla specifica fase dell'evoluzione dell'Io e della libido in cui la predisponente inibizione dello sviluppo si è prodotta. I caratteri cronologici, non ancora indagati, di entrambi i processi evolutivi, le possibili dislocazioni che fra essi possono verificarsi, assumono così un inatteso significato".
L'amore oggettuale di cui parla Freud è un amore sessuale maturo per un oggetto eterosessuale.

● Sigmund Freud TOTEM E TABU' (1913)

Dopo la rottura con C.G. Jung ed in risposta all'interesse per la mitologia del suo ex allievo, Freud pubblicò, nel 1913, il libro Totem e Tabù. Freud scrisse, a proposito di questo suo ultimo lavoro: "esso tratta di concezioni che non dovrebbero essere giudicate con il legittimo rigore con il quale si valutano le ipotesi scientifiche. Io stesso in passato ho definito queste ipotesi come un "mito scientifico". Sarebbe inutile tentare di evidenziare tutte le inesattezze che esso contiene.
Nel libro, Freud tentava di trovare dei collegamenti fra il complesso edipico e la storia della civiltà umana. Il bambino, diceva Freud, deve superare, ad un certo punto della sua evoluzione psicofisica, il complesso edipico, ovvero l’odio per il padre e l’amore incestuoso per la madre.
Questo passaggio non riguarda solo il ciclo di vita della persona, ma riguarda l'umanità intera, a cominciare dai tempi preistorici. Infatti, gli uomini a quel tempo vivevano in orde, sotto il dispotismo di un padre crudele, che teneva per sé tutte le donne del gruppo ed esiliava tutti i possibili rivali, compresi i suoi figli (una volta diventati adulti).
I figli scacciati vivevano in una comunità unita da sentimenti di odio e comportamenti omosessuali. L’odio li portò quindi ad uccidere il loro padre, ed a mangiarlo, allo scopo di introiettare la sua forza ed il suo potere, ma anche per vendicarsi di lui.
Questo fu l’inizio del totemismo: la creazione di un simbolo sacro per le tribù, generalmente un animale, che veniva onorato, come onorato era stato il padre, poi ucciso e divorato. Le nuove regole dell’umanità furono dunque fondate su due tabù: il parricidio (per il senso di colpa provato dai figli) e l’incesto (per effetto di una sorta di obbedienza posteriore per cui i figli non osavano prendere le donne del padre).
Sembra che Freud, nello scrivere questo libro, si sia ispirato, oltre che all’interesse di Jung per la mitologia, anche alla rivolta, che avvenne in quel periodo, dei figli del Sultano turco Abd ul-Hamid II, il quale si era circondato da un vasto harem. Dopo la rivoluzione capeggiata dai figli del sultano, fu possibile modernizzare l’organizzazione sociale della Turchia.
Gli psicoanalisti viennesi celebrarono la pubblicazione del libro con una "festa totemica" al Prater di Vienna.
Questo libro è anche ricordato perché la sua uscita influenzò moltissimo la definitiva rottura fra Freud e Jung.

● Sigmund Freud INTRODUZIONE AL NARCISISMO  (1914)

Ecco come descrive Freud, nel 1914, la sua 'Introduzione al Narcisismo' ad uno dei suoi seguaci della prima ora (Abraham): 'Le mando domani il Narcisismo, che ha avuto una nascita difficile testimoniata da tutte le trasformazioni del caso. E' ovvio che non mi piace particolarmente, ma per il momento non posso dare altro. Ha ancora bisogno di parecchi ritocchi'. Abraham gli rispose che non riusciva a capire perché Freud non apprezzasse questo lavoro, che ai suoi occhi appariva invece 'splendido e persuasivo in tutti i suoi aspetti'.
Il Maestro così rispose: 'Il fatto che Lei abbia accettato da me anche il Narcisismo mi commuove profondamente e istituisce fra noi un legame ancora più intimo'... Come Freud aveva previsto, non tutti i suoi discepoli accettarono subito ed incondizionatamente questo nuovo libro, come aveva fatto Abraham, dal momento che esso infliggeva un colpo inatteso alla teoria delle pulsioni, sulla quale la psicoanalisi si era basata fino a quel momento.
A posteriori, tuttavia, questo saggio è stato unanimamente considerato uno dei lavori teorici più importanti di Freud. Vediamo allora di scoprire il significato di questo libro.
In generale, quando si parla di narcisismo si intende il comportamento di una persona che tratta il proprio corpo come se fosse un oggetto sessuale, compiacendosi, sessualmente, di contemplarlo, accarezzarlo e blandirlo, fino a raggiungere con queste pratiche il pieno soddisfacimento. La teoria psicoanalitica invece intende questo termine non come una sorta di perversione, ma come uno stadio psicologico necessario e universale, che si attraversa nell'infanzia. Si tratta di un investimento libidico (cioè degli istinti, delle passioni) sul proprio Io: il narcisismo infantile è considerato ad esempio una splendida stagione dell'esistenza nella quale non è necessario cercare nell'altro il proprio oggetto d'amore, ma ci si può beare eroticamente del proprio Io.
In seguito la libido si trasferirà sugli oggetti esterni (n.b. per Freud gli "oggetti" sono anche le persone e comunque tutto ciò che riesce a soddisfare una pulsione): il punto più alto cui possa pervenire la libido oggettuale è lo stato di innamoramento, il quale si presenta come una rinuncia del soggetto alla propria personalità, in favore di un investimento d'oggetto.
Il riapparire in età adulta del narcisismo invece rappresenta una regressione della personalità, come accade ad esempio agli psicotici, che ritirano l'investimento libidico dagli oggetti esterni, per riportarlo sul proprio Io: essi rifiutano le cose, le persone, il mondo esterno in generale e sono concentrati solo su sé stessi. Questo può avvenire in caso di malattia o anche nell'ipocondria, quando un organo "eccitato" diventa erogeno in quanto suscettibile di investimento libidico. Un eccesso di narcisismo è, secondo Freud, una delle cause dell'omosessualità, visto che l'oggetto amato rappresenta un'immagine di sé stessi. In precedenza, Freud aveva parlato di due tipi di pulsioni: sessuali e dell'Io, in questo libro invece rielabora il concetto di pulsione presentando la 'libido oggettuale', che si dirige sugli oggetti e la 'libido dell'Io', che è invece tutta concentrata sul proprio Io. Questo anche in contrapposizione alle nuove teorie di Jung, che tendevano a raggruppare tutte queste pulsioni in un'unica energia psichica.
Il saggio fu scritto da Sigmund Freud tra il 1913 e il 1914, anno in cui fu pubblicato sotto il titolo Zur Einführung des Narzißmus nello Jahrbuch der Psychoanalyse.
In questo libro, fra l'altro, Freud introduce il concetto di "Ideale dell'Io", ovvero una istanza psichica della personalità, in gran parte inconscia, che condiziona l'agire della persona. L'Ideale dell'Io è un modello cui il soggetto cerca di conformarsi (senza peraltro mai riuscirci, perché si tratta, appunto, di un Ideale) e si basa sulle identificazioni con i genitori o con altri adulti che rappresentano un modello per il bambino durante l'età della latenza (dai sei anni alla pubertà). Secondo Freud i sensi di inferiorità derivano proprio da questo confronto fra Io e Ideale dell'Io.

● Sigmund Freud, AL DI LA' DEL PRINCIPIO DEL PIACERE (1920)

Nel 1920 Freud pubblica una delle sue opere più discusse,  difficili e oscure: Al di là del principio del piacere. L’Autore apre il saggio osservando la stranezza dei comportamenti causati della ‘coazione a ripetere’, in cui il soggetto ripete azioni spiacevoli e dolorose, a causa di conflitti passati, che continuano a produrre effetti nel presente. Questi comportamenti, dice Freud, possono essere attribuiti anch’essi al ‘principio del piacere’? Sicuramente no, ed ecco allora che il Maestro postula l'esistenza della pulsione di morte, Thanatos, in continua opposizione alle pulsioni di vita, rappresentate da Eros. Dice Freud che per capire occorre procedere ‘al di là’, al di là cioè del principio del piacere, verso la morte ed il suo principio. Per questo, all’inizio di ogni capitolo l’Autore annuncia: "ein Schritt weiter", facciamo ancora un passo… Ed arriviamo dunque a definire questa pulsione di morte, che è altamente distruttiva: tende infatti alla scarica totale delle tensioni, riconducendo l’essere vivente allo stato inorganico, alla morte. Le pulsioni di vita le si oppongono con altrettanta forza, mirando invece alla conservazione dell’unità vitale esistente e alla costruzione, a partire da essa, di unità più complesse e strutturate.
La pulsione di morte originariamente è diretta verso l’interno e tende dunque all’autodistruzione, ma successivamente viene proiettata all’esterno, manifestandosi sotto forma di pulsioni aggressive o distruttive. Tutte le pulsioni si presentano comunque sotto forma ambivalente, caratterizzate cioè dalla compresenza di questi due principi, di vita e di morte. La pulsione sessuale ad esempio presenta questa ambivalenza sotto la duplice forma di amore e di aggressività. Nel libro c’è il famoso passaggio della descrizione del gioco del rocchetto del nipotino Ernst: nell’avvicinare a sé e nell’allontanare il rocchetto di filo il bambino non è mosso dal principio del piacere, ma dal bisogno di controllare l’angoscia prodotta dalla perdita dell’oggetto (il rocchetto simbolizza la madre). Il saggio si chiude con la speranza che vi sia sempre un continuo miglioramento della conoscenza, per il bene dell’umanità. 


● Sigmund Freud PSICOLOGIA DELLE MASSE ED ANALISI DELL'IO (1921)

Psicologia delle masse ed analisi dell'Io è un libro ispirato dalla disgregazione dell'Impero Asburgico, avvenuta alla fine del 1918. In quest'opera Freud affrontò dei temi sociologici in chiave psicoanalitica. L'ideatore della psicoanalisi individuò nella società delle masse transitorie, non organizzate, che convivevano con altre masse, artificiali, e dunque più durevoli: esse erano ad esempio la Chiesa e l'esercito, ovvero delle comunità in cui l'individuo è legato al Capo da un legame d'amore e dall'illusione che il Capo lo ricambi con lo stesso amore. Il segreto del potere del Capo è nell'Eros, 'che tiene unite tutte le cose del mondo'. Infatti, nei gruppi, dice Freud, gli individui si identificano con il Capo e si legano fra loro a causa di questa comune identificazione. Questa 'libido' in realtà copre tutte le pulsioni aggressive: non a caso quando un gruppo si sgretola, si scatenano aggressività e violenza. La deduzione logica è che ciò che tiene uniti gli uomini facenti parte di una comunità sono... l'invidia e l'aggressività, opportunamente nascoste dai sentimenti d'amore verso il Capo. 'Il sentimento sociale sta quindi nella trasformazione di un sentimento precedentemente ostile in un attaccamento positivo sotto forma di identificazione'.

● Sigmund Freud, L'IO E L'ES (1923)

Nell’opera L’Io e l’Es del 1923, Freud individua tre istanze dell’apparato psichico che non chiama più conscio, preconscio e inconscio come aveva fatto in precedenza (prima topica), ma Io, Es e Super Io (seconda topica). Non cambiano solo i nomi, cambiano anche i concetti. Il termine Es é il pronome neutro singolare tedesco e corrisponde al latino id. Quell’anno era uscito un libro di G. Groddeck, dal titolo Il libro dell'Es. A Freud quella definizione piacque e la fece sua. Con questo termine indicò una sorta di serbatoio dell’energia psichica e delle pulsioni inconsce, in parte ereditate per via genetica, in parte acquisite e rimosse. L’Es è retto dal principio del piacere. L’Io invece è quella istanza psichica che deve mediare  tra le richieste pressanti dell’Es e quelle altrettanto pressanti del Super Io. Si fonda sul principio di realtà.  Il Super Io, anch’esso in gran parte inconscio, è la nostra coscienza morale, che si forma quando il soggetto esce, nel suo sviluppo psicosessuale, dal periodo dell’Edipo (intorno ai 6 anni), interiorizzando la figura paterna, i suoi dettami ed i suoi insegnamenti.  Il SuperIo diventa dunque una sorta di giudice interno, che regola il comportamento messo in atto dall’Io attraverso una serie di valori, dogmi, precetti, censure, sensi di colpa ed in un certo senso si oppone duramente al principio del piacere, rappresentato dall’Es.
 

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Ultimo aggiornamento psicolinea.it: 16/07/2010
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