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Sigmund Freud, L'INTERPRETAZIONE DEI
SOGNI (1899)
Il volume della Traumdeutung (Interpretazione dei sogni) uscì in
realtà il 14 novembre 1899, ma l'editore preferì scrivere sul
frontespizio la data del 1900. Fu una geniale intuizione, perché
questo libro era destinato ad incidere profondamente sulla vita delle
persone vissute in quel secolo.
Il libro, specialmente nell’edizione in lingua originale, ha
un’esposizione particolarmente brillante, ricca di riferimenti
culturali e di episodi della vita dello stesso Freud e dei suoi
pazienti.
Come spesso accade, i contemporanei non si resero immediatamente conto
della portata storica e culturale del libro ed infatti se ne
vendettero poche copie.
Ma di cosa parla, in effetti, questo libro? Parla di sogni, come è
facile intuire, solo che per la prima volta questi sogni non vengono
analizzati per cercarvi dei presagi, ma per scoprirvi una parte della
nostra personalità, che è nascosta rispetto alla nostra percezione
cosciente e che emerge invece nei pensieri e nelle emozioni della
notte.
In questo libro Freud parla per la prima volta del sogno come di una
‘soddisfazione allucinatoria di un desiderio rimosso nell'infanzia’ e
lo indica come la ‘strada maestra’ per raggiungere i contenuti
dell’inconscio.
Che vuol dire?
Il desiderio rimosso di cui parla Freud ha le sue radici nella
sessualità infantile: si tratta di fantasie sessuali che il bambino
non può soddisfare nella realtà e che pertanto caccia nell'inconscio,
una sorta di magazzino segreto, di cui nemmeno il proprietario ha le
chiavi, dove questi desideri si depositano e restano vivi, ma sono
come ‘prigionieri’ della censura onirica (parte dell’io cosciente).
Allo stato vigile essi non riescono quasi mai ad esprimersi, mentre
nel sonno possono farlo, ma devono comunque sottoporsi a modifiche e
ad attenuazioni, che rendono alla fine irriconoscibile il significato
originale del sogno.
E’ per questo che i sogni sono ‘strambi’: infatti i suoi contenuti
sono spesso condensati nello spazio e nel tempo, spostati su un
oggetto o una persona al posto di un’altra, simbolizzati, permettendo
ad un oggetto di essere rappresentato in vece di un altro,
drammatizzati, nel senso che ogni sogno diventa una sorta di
rappresentazione scenica in cui si muovono i personaggi
dell’inconscio.
Il risultato è che nel sogno c'è un ‘contenuto manifesto’ (quello che
si ricorda e si racconta quando ci si sveglia) e un ‘contenuto
latente’ (significato del sogno che il soggetto non riesce a
comprendere). Il contenuto latente contiene il vero significato del
sogno stesso, mentre il contenuto manifesto non è altro che una
maschera, una facciata.
Lo psicoanalista deve partire dal contenuto manifesto del sogno,
spesso insensato, e, per mezzo delle libere associazioni del paziente,
percorrere il cammino fino a raggiungere il contenuto latente del
sogno, che invece ha sempre un significato. I sogni infatti non sono
mai ‘inutili’: per cominciare essi sono i custodi del sonno e poi
servono per soddisfare i desideri rimossi. Questo vale anche per gli
incubi, che hanno la stessa finalità, dal momento che possono
inseguire ad esempio il desiderio inconscio di essere puniti.
Dunque, le novità del libro sono anzitutto due: il riconoscimento
dell’esistenza dell’inconscio e della sessualità infantile. I desideri
sessuali infantili, infatti, per Freud si esprimono inizialmente sul
genitore di sesso opposto (complesso di Edipo), escludendo il genitore
dello stesso sesso: questo concetto fu, più di ogni altra cosa, la
pietra dello scandalo per la comunità scientifica del tempo.
Questo libro è ancora di attualità, perché a cento anni da questa
esposizione, questi concetti vengono ancora ritenuti importantissimi,
anche se la pratica clinica ha portato ad estendere i contenuti
dell’inconscio: non solo ai desideri sessuali, ma anche ai ricordi, ai
traumi, alle prime relazioni con l’ambiente esterno. Interpretare i
sogni in psicoterapia vuol dire imparare a conoscere profondamente i
propri sentimenti, le ansie, le modalità difensive attuate nelle varie
situazioni della vita.
●Sigmund Freud, PSICOPATOLOGIA DELLA VITA QUOTIDIANA (1904)
Nel 1904 Freud pubblicò la
Psicopatologia della Vita Quotidiana (1901) in forma di
volume. Con questo libro egli trovò
crescente riconoscimento in vari ambienti, tanto che nel mese di
settembre cominciò una corrispondenza con
Eugen Bleuler. E' un libro scritto ai
suoi tempi in maniera molto brillante; questo stile lo si può ancora
oggi cogliere in qualche passaggio, mentre in alcune parti ci pare un
po’ appannato dal tempo, essendo la nostra vita quotidiana ben diversa
da quella dei tempi di Freud. In ogni caso, per chi si interessi di
psicoanalisi o semplicemente di psicologia è assolutamente un ‘must’.
Il tema principale è rappresentato dalla memoria, un argomento
centrale per la psicoanalisi che fa dei ricordi, della connessione fra
le tracce mnestiche attuali e le esperienze passate, l'asse del suo
intervento. L'interrogativo che si impone riguarda il perché certi
avvenimenti subiscano una cancellazione mentre altri si impongono con
eccezionale intensità. Nel quadro interpretativo di Freud l'amnesia
non è marginale, né casuale: come risultato della rimozione essa
appare invece costitutiva.
Nel libro si possono trovare un numero considerevole di esempi tratti
dalle esperienze personali di Freud, ma anche dei suoi pazienti,
amici, conoscenti, ecc. Freud racconta nel libro tutti quei
comportamenti che costellano la nostra vita quotidiana, apparentemente
non intenzionali, come i lapsus, le dimenticanze inspiegabili, gli
atti maldestri o mancati.
Freud ci spiega che tutti i nostri comportamenti hanno un significato,
anche quando razionalmente non gliene attribuiamo alcuno, perché
motivati da elementi che sfuggono alla nostra coscienza. Qualche
esempio? Un professore che dichiara, commemorando il suo predecessore:
"È per me una vera noia (anziché gioia) enumerare le qualità del mio
collega..."; un viaggiatore che non vede un enorme cartello indicatore
della sua meta di viaggio (vuole veramente partire?) e lo cerca
ovunque nella stazione.
Per Freud anche le personalità "sane" somigliano sotto qualche aspetto
alle personalità nevrotiche a causa di alcuni processi di rimozione
che emergono in questi comportamenti della nostra quotidianità.Quando
ad esempio non ricordiamo un nome e con sforzo, riusciamo a produrre
una serie di nomi somiglianti o verosimili (detti ‘sostitutivi’):
ebbene questi nomi non vengono scelti a caso, ma essi sono
strettamente connessi con il nostro pensiero ed il nostro stato
d’animo.
La dimenticanza deriva da una rimozione, i cui motivi vanno cercati
tramite una analisi simile a quella che si fa per i sogni. Ecco uno
dei tanti esempi riportati nel libro, riferentesi ad una esperienza
personale di Freud. «Un paziente mi prega d'indicargli una stazione
termale sulla Riviera Ligure. Io conosco una località di questo tipo,
situata nei pressi di Genova, e ricordo anche il nome del collega
tedesco che vi esercita, ma non riesco a ricordare il nome di questo
luogo, anche se mi sembra di conoscerlo bene. Non mi resta che pregare
il paziente di aspettare un momento, e vado ad informarmi dalle donne
di casa: "Come si chiama quella località nei pressi di Genova dove il
dottor N. ha una piccola clinica e dove è stata curata la signora tal
dei tali?". "Proprio tu dimentichi questo nome? É Nervi". Il fatto è
che Nervi si pronuncia quasi come Nerven [nervi], e questi sono
costante oggetto delle mie preoccupazioni».
● Sigmund Freud, IL MOTTO DI SPIRITO E LA SUA RELAZIONE CON
L'INCONSCIO (1905)
Anzitutto chiariamo cosa si intende per ‘motto di spirito’: una frase,
una battuta o un breve racconto che serve ad esprimere, in maniera
mascherata, e quindi accettabile, ciò che altrimenti sarebbe male
accolto o sconveniente. S. Freud vede nel motto di spirito una
riduzione delle inibizioni, che consente di liberare una tensione
psichica ottenendo un alleviamento del dispendio psichico già in atto
e risparmio su quello in procinto di verificarsi.
Il libro Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, fu
pubblicato nel 1905, ma la sua elaborazione cominciò già dal 1897.
Nello studiare il motto di spirito, Freud scoprì tecniche di
condensazione, spostamento, espressione di un’idea col suo contrario e
così via, simili a quelle del lavoro onirico.
Venivano distinte le ‘battute innocenti’, il cui piacere proveniva
solo dalla tecnica, e quelle ‘tendenziose’, i cui motivi principali
erano o l’aggressività o l’oscenità, o entrambe. Le arguzie oscene,
dice Freud, implicano la presenza di almeno tre persone: il narratore,
il soggetto e lo spettatore; essi esprimono mentalmente il desiderio
di denudare o di sedurre. Le battute ‘tendenziose’ hanno lo scopo di
aiutarci a tollerare bisogni rimossi, permettendo di dar sfogo ad essi
in modo socialmente accettabile.
Ci sono delle differenze fra sogni e motti di spirito: mentre i sogni
esprimono un appagamento di desiderio, i motti di spirito soddisfano
il piacere di giocare. Inoltre, mentre i sogni rappresentano una
regressione dal livello del linguaggio al pensiero per immagini, nei
motti di spirito la regressione è dal linguaggio logico al linguaggio
del gioco.
Come per i sogni (ma anche per i sintomi), per analizzare un motto di
spirito occorre risalire dal contenuto manifesto al contenuto latente:
questo itinerario fa del motto di spirito una via d’accesso per
l’inconscio.
Il libro di Freud sui motti di spirito è una delle sue opere meno
lette, anche perché piena di giochi di parole non sempre traducibili e
comprensibili, pieno di aneddoti, di arguzie popolari, di storielle
ebraiche, che molto divertivano l’Autore, ma che oggi non potrebbero
essere più gustate al naturale, ma solo dopo aver letto una serie di
commenti esplicativi.
● Sigmund Freud TRE SAGGI SULLA TEORIA SESSUALE (1905)
I Tre saggi sulla teoria sessuale, al di là di quello che farebbe
pensare il titolo, è un libro abbastanza piccolo nel quale Freud
espose la sue teorie sulla sessualità, che avrebbero poi avuto
un’influenza straordinaria sulla cultura in generale e sulla scienza
psicologica in particolare. Nel libro Freud parla dell’importanza
della vita sessuale nella crescita dell’individuo, a partire sin dalla
più tenera età. Il primo saggio è una trattazione delle perversioni
sessuali, secondo l'oggetto e la meta. fra cui l’Autore inserisce
anche l'omosessualità, sebbene derivata da una bisessualità
fondamentale, comune a tutti gli esseri umani e la mancanza di una
netta demarcazione fra perversione e varietà normali della sessualità
Nella sessualità dei nevrotici Freud vide tre caratteristiche:
l'efficace rimozione di un forte impulso sessuale, una sessualità di
qualità perversa e le sue caratteristiche infantili (come le pulsioni
parziali, non ancora unificate, localizzate in zone erogene). Nel
secondo saggio Freud parla della sessualità infantile, descrivendone
le varie fasi: dapprima vi è una fase autoerotica, dove è la bocca la
principale zona erogena, che trova soddisfazione attraverso la suzione
del capezzolo materno. Il primo oggetto d'amore infatti è la mamma,
che nel baciare e nell'accarezzare il bambino ne risveglia la
sessualità. Dopo questa fase 'orale' la zona erogena si sposta
nell'ano ed il piacere viene raggiunto nella ritenzione o
nell'espulsione delle feci. La fase 'anale' viene sostituita poi dalla
fase genitale, che è quella in cui il bambino scopre i suoi organi
sessuali e comincia a masturbarsi. Freud definì il bambino che
attraversa tutte queste fasi un 'perverso polimorfo', nel senso che in
lui sono presenti tutte le forme di perversione che, in condizioni
particolari, possono poi ripresentarsi in età adulta. Il terzo saggio
è intitolato 'Le trasformazioni della pubertà' e parla dello
spostamento delle pulsioni 'parziali', cioè limitate a determinate
zone erogene del corpo, ad un oggetto sessuale completo (cioè un
partner), consentendo così il passaggio dal piacere individuale
(autoerotismo) al piacere al servizio della procreazione. I piaceri
sessuali del bambino, quelli prodotti dalle pulsioni 'parziali'
sopravvivono però nella sessualità adulta, sotto forma di
'preliminari' all'atto sessuale. Freud paragonò questo meccanismo a
quello dei motti di spirito nei quali la tecnica procura piacere
preliminare e stimola un più profondo soddisfacimento attraverso la
liberazione di sentimenti aggressivi o autoerotici. Segue la
differenziazione psicosessuale fra uomini e donne: la libido è per
Freud essenzialmente di natura maschile, sia che si presenti
nell'uomo, sia che si presenti nella donna. Il terzo saggio affronta
poi il legame fra i primi rapporti con la figura materna e la scelta
amorosa, spiegando le tematiche del complesso edipico. Il libro ebbe
un’accoglienza gelida e distaccata, soprattutto perché non veniva
accettata dalla comunità scientifica la teoria della sessualità
infantile. Per dovere di cronaca va tuttavia ricordato che il
materiale utilizzato da Freud in questo libro circolava già
liberamente nell'ambiente scientifico dell'epoca, specialmente dopo la
pubblicazione della Psychopathia sexualis di Krefft-Ebing. I termini
autoerotismo, zone erogene e libido non sono invenzioni freudiane, ma
termini già in uso nella sua epoca. La principale originalità di Freud
fu di sintetizzare idee e concetti che per la maggior parte erano
sparsi o parzialmente organizzati, e di applicarli direttamente alla
psicoterapia.
● Sigmund Freud, PSICOANALISI SELVAGGIA (1910)
Un brevissimo scritto di Freud del 1910 ci parla del pericolo della
‘psicoanalisi selvaggia’, ovvero di quelle interpretazioni errate
della teoria e della tecnica terapeutica psicoanalitica, fornite da
analisti che non hanno ricevuto un’opportuna formazione. In
particolare Freud se la prende con quegli psicoanalisti che usano
fornire troppe spiegazioni ‘tecniche’ al paziente. Non è vero, secondo
Freud, che il paziente soffre perché ‘non sa’ ; pertanto, l’idea di
comunicargli tutti i particolari della sua vita interiore e di ciò che
ha rimosso, al fine di portarlo alla guarigione, è totalmente
sbagliata. Al limite, queste spiegazioni potrebbero essere considerate
un preliminare alla psicoanalisi vera e propria, ma non di più. Per
dirla con le parole di Freud: "Se la conoscenza dell'inconscio fosse
tanto importante per il paziente quanto ritiene chi è inesperto di
psicoanalisi, basterebbe per la guarigione che l'ammalato ascoltasse
delle lezioni o leggesse dei libri. Ma tali misure hanno sui sintomi
della malattia nervosa la stessa influenza che la distribuzione di
liste di vivande in tempo di carestia può avere sulla fame". Freud
scrisse dunque in questo breve saggio che era molto difficile imparare
la psicoanalisi e che si sarebbe dovuta fondare un’organizzazione per
insegnare le tecniche psicoanalitiche e qualificare gli analisti, al
fine di livellare la “personale equazione” degli analizzandi,
“cosicché un giorno possa essere raggiunta una soddisfacente
concordanza” tra gli analisti. Il movimento psicoanalitico
istituzionalizzò dunque, a seguito di queste indicazioni di Freud, un
proprio sistema formativo già dal 1925, le cui pietre angolari furono
individuate nel curriculum e nell’analisi didattica. Le voci critiche
su questo punto non sono mai mancate :infatti, il movimento
psicoanalitico è, da sempre, considerato molto, troppo, ‘chiuso’,
quasi come fosse una Chiesa (con relativi indottrinamenti agli adepti)
e non un movimento. Altro punto ‘critico’ dell’analisi ‘didattica’ cui
devono sottoporsi gli aspiranti psicoanalisti è la difficoltà ad
entrare nel movimento e la possibilità di esserne esclusi senza
potersi difendere (è il caso della famosa psicologa dell’età
evolutiva, Margaret Mahler, la cui analisi didattica fu interrotta
dalla psicoanalista Helene Deutsch, che riteneva la Mahler
‘inanalizzabile’…). Un’altra curiosità: fino al 1933 l'analisi
didattica durava 12-18 mesi al massimo, oggi dura più di mille ore,
con sedute di 4-5 volte alla settimana.
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Sigmund Freud, UN RICORDO DI INFANZIA DI LEONARDO DA VINCI (1910)
Non tutti sanno che Freud scrisse un saggio su Leonardo da Vinci, che
fu ai suoi tempi molto ammirato per il magnifico stile letterario,
anche se molte delle interpretazioni sulla vita di Leonardo da Vinci
sembrano essere prese dall'autoanalisi di Sigmund Freud. Nella
personalità di Leonardo, Freud mise in luce tre aspetti principali: la
sete di conoscenza, che portò il grande artista rinascimentale a
trascurare i suoi talenti principali in favore dell'investigazione
scientifica; la lentezza nell'affrontare il lavoro (molti dei suoi
lavori sono rimasti a livello di schizzi) ed il 'freddo rifiuto della
sessualità', oppure la sua tendenza all'omosessualità. Freud ipotizzò
che la presunta omosessualità di Leonardo fosse dovuta alla sua
situazione familiare: figlio illegittimo, infanzia di solitudine con
una mamma giovane e abbandonata a sé stessa, successiva adozione da
parte del padre. In tali situazioni, ipotizza Freud, una madre è
portata a riversare la sua libido sul figlio, determinando un
attaccamento incestuoso, che sfocia poi nell'omosessualità. In realtà
dell'infanzia di Leonardo si sa pochissimo, ma vi è un ricordo citato
da Leonardo nei suoi scritti: un un uccello - un nibbio - visto il
piccolo Leonardo nella culla, volò su di lui, gli aprì la bocca e vi
infilò la coda. Questo ricordo, più che altro una fantasia infantile,
venne interpretato da Freud come una perversione sessuale di tipo
passivo oppure come un ricordo gratificante dell'allattamento materno.
La sorgente della insaziabile curiosità nella vita adulta di Leonardo
è sicuramente attribuita da Freud alla curiosità sessuale infantile
dell'artista, grazie al particolare rapporto stabilito con la mamma. (Vedi
anche
qui.)
● Sigmund Freud, OSSERVAZIONI PSICOANALITICHE SU UN CASO DI PARANOIA
(dementia paranoides) DESCRITTO AUTOBIOGRAFICAMENTE (Caso clinico del
presidente Schreber), 1910.
Daniel Paul Schreber, Presidente della Corte di Appello di Dresda,
pubblicò un libro – nell'anno 1903 – intitolato Denkwürdigkeiten eines
Nervenkranken (Memorie di un malato di nervi). Sigmund Freud giudicò
molto interessanti queste memorie di Schreber, per cui come aveva già
fatto con Leonardo da Vinci, interpretò il caso clinico del
magistrato, anche senza aver mai analizzato Schreber, né averlo mai
conosciuto.
L'interesse di Freud al caso Schreber non era quello di approfondire
la biografia dell'autore del libro, ma di leggere queste memorie in
chiave psicoanalitica, per illustrare le sue teorie. In questo senso
si è parlato di "patografie" freudiane.
La teoria che Freud illustra nella descrizione del caso clinico del
Presidente Schreber era stata da lui elaborata nel 1908 ed era
incentrata sul collegamento fra sindrome paranoide e libido
omosessuale repressa.
Ma veniamo al caso Schreber. Il soggetto era un magistrato tedesco di
capacità eccezionali, anche se una malattia mentale lo aveva costretto
a circa dieci anni di internamento in un ospedale psichiatrico. Dopo
le dimissioni, aveva pubblicato, nel 1903, le sue memorie, con il
racconto dettagliato dei propri deliri ed il testo dei rapporti legali
scritti su di lui dagli esperti.
Il libro era sicuramente interessante per la descrizione della
malattia mentale, ma mancava di dettagli importanti : non venivano
infatti rivelati alcuni dati circa la famiglia del magistrato, la sua
infanzia, la storia della sua vita prima del ricovero.
Anche la malattia non veniva descritta nel libro nella sua evoluzione
cronologica, giorno dopo giorno, ma rappresentata solo nella sua forma
finale, quella che aveva provocato la necessità del ricovero.
Schreber racconta dei suoi dialoghi col sole, gli alberi, gli uccelli,
immaginandoli come frammenti di anime di persone decedute ed anche dei
suoi dialoghi con Dio, il quale si rivolgeva a lui in un tedesco
nobile e gli chiedeva di ristabilire l'Ordine del Mondo. Ogni essere
umano, riteneva Schreber durante il suo periodo di malattia, è
attraversato da sottilissimi nervi, posti nel corpo da Dio al momento
della nascita. Essi sono destinati a ricongiungersi alla divinità dopo
la morte della persona. Questi nervi sono dunque il principio
costitutivo dell'intelletto umano e delle sue facoltà spirituali,
nonché la sede dell'anima. Le anime sono in comunicazione tra loro:
parlano in una lingua simile al tedesco arcaico, mentre Dio subisce la
forza attrattiva di alcuni uomini, tanto da rischiare in questi casi
di perdere la sua sopravvivenza.
Tra tutti questi deliri Freud si concentrò su due in particolare:
Schreber sosteneva di essere coinvolto in un processo di
trasformazione da uomo in donna e di aver subito molestie sessuali dal
suo medico, il Dr. Flechsig.
Per Freud l'omosessualità rimossa era la causa della malattia
paranoide di Schreber. Secondo l'interpretazione psicoanalitica, primo
oggetto d'amore del magistrato era stato il padre, poi lo psichiatra,
in seguito Dio. Freud spiegò che nell'omosessualità rimossa la frase
"io lo amo" poteva essere negata in diversi modi, ciascuno capace di
originare un delirio (di persecuzione, di gelosia, di erotomania, di
grandezza). La frase negata "io lo amo" veniva sostituita dalla frase
"io non lo amo, io lo odio, perché egli mi odia e mi perseguita": alla
base dei deliri di persecuzione vi sarebbe dunque il meccanismo di
difesa della "proiezione". Questa audace incursione freudiana nel
campo degli oscuri processi della follia fu poi molto discussa nella
letteratura psichiatrica posteriore.
● Sigmund Freud, PRECISAZIONI SUI DUE PRINCIPI DELL'ACCADERE PSICHICO
(1911)
Nel 1911 Freud pubblicò lo studio Precisazioni sui due principi
dell’accadere psichico, nel quale veniva descritta la
trasformazione evolutiva che ha luogo nella psiche del bambino quando
diventa capace di distinguere il desiderio dalla realtà. Alla nascita
e nella prima infanzia la psiche del bambino è infatti dominata dal
"principio del piacere", cioè il bisogno di gratificazione immediata
di un desiderio, allo scopo di eliminare una tensione eccessiva. Il
bambino impara infatti quando si sente teso (ad esempio per
inquietudini, disagi, ecc.), che certe esperienze producono in lui la
riduzione della tensione o addirittura una gratificazione piacevole.
Una volta imparato questo, egli desidera rinnovare queste esperienze
di piacere e di gratificazione.
Con il crescere dell’esperienza, il bambino arriva a capire che la
realtà non risponde sempre con un’immediata gratificazione delle sue
pulsioni e dei suoi desideri. I comandi del principio del piacere, con
le sue richieste di gratificazione e di soddisfazione immediata, si
scontrano allora con i comandi del principio di realtà, con le sue
richieste di dilazione della gratificazione e del riconoscimento delle
leggi di causa-effetto. Nel corso dello sviluppo, il principio del
piacere deve essere gradualmente sostituito dal principio di realtà ed
adattarsi ad esso. La differenziazione tra questi due principi del
funzionamento psichico è per molti versi parallela a quella tra
pensiero del processo primario e pensiero del processo secondario.
Scrive Freud in questo libro: “Mentre l’Io compie la sua
trasformazione da Io-piacere in Io-realtà, le pulsioni sessuali
subiscono quelle modificazioni che, attraverso varie fasi intermedie,
consentono loro di pervenire dall'iniziale auto-erotismo all'amore
oggettuale, posto al servizio della funzione riproduttiva. Se è vero
che tutti i livelli di questo duplice processo evolutivo possono
divenire sede di una disposizione alla futura malattia nevrotica, è
lecito ammettere che la decisione sulla forma della successiva
malattia (la scelta della nevrosi) dipende dalla specifica fase
dell'evoluzione dell'Io e della libido in cui la predisponente
inibizione dello sviluppo si è prodotta. I caratteri cronologici, non
ancora indagati, di entrambi i processi evolutivi, le possibili
dislocazioni che fra essi possono verificarsi, assumono così un
inatteso significato".
L'amore oggettuale di cui parla Freud è un amore sessuale maturo
per un oggetto eterosessuale.
● Sigmund Freud TOTEM E TABU' (1913)
Dopo la rottura con C.G. Jung ed in risposta all'interesse per la
mitologia del suo ex allievo, Freud pubblicò, nel 1913, il libro Totem
e Tabù. Freud scrisse, a proposito di questo suo ultimo lavoro: "esso
tratta di concezioni che non dovrebbero essere giudicate con il
legittimo rigore con il quale si valutano le ipotesi scientifiche. Io
stesso in passato ho definito queste ipotesi come un "mito
scientifico". Sarebbe inutile tentare di evidenziare tutte le
inesattezze che esso contiene.
Nel libro, Freud tentava di trovare dei collegamenti fra il complesso
edipico e la storia della civiltà umana. Il bambino, diceva Freud,
deve superare, ad un certo punto della sua evoluzione psicofisica, il
complesso edipico, ovvero l’odio per il padre e l’amore incestuoso per
la madre.
Questo passaggio non riguarda solo il ciclo di vita della persona, ma
riguarda l'umanità intera, a cominciare dai tempi preistorici.
Infatti, gli uomini a quel tempo vivevano in orde, sotto il dispotismo
di un padre crudele, che teneva per sé tutte le donne del gruppo ed
esiliava tutti i possibili rivali, compresi i suoi figli (una volta
diventati adulti).
I figli scacciati vivevano in una comunità unita da sentimenti di odio
e comportamenti omosessuali. L’odio li portò quindi ad uccidere il
loro padre, ed a mangiarlo, allo scopo di introiettare la sua forza ed
il suo potere, ma anche per vendicarsi di lui.
Questo fu l’inizio del totemismo: la creazione di un simbolo sacro per
le tribù, generalmente un animale, che veniva onorato, come onorato
era stato il padre, poi ucciso e divorato. Le nuove regole
dell’umanità furono dunque fondate su due tabù: il parricidio (per il
senso di colpa provato dai figli) e l’incesto (per effetto di una
sorta di obbedienza posteriore per cui i figli non osavano prendere le
donne del padre).
Sembra che Freud, nello scrivere questo libro, si sia ispirato, oltre
che all’interesse di Jung per la mitologia, anche alla rivolta, che
avvenne in quel periodo, dei figli del Sultano turco Abd ul-Hamid II,
il quale si era circondato da un vasto harem. Dopo la rivoluzione
capeggiata dai figli del sultano, fu possibile modernizzare
l’organizzazione sociale della Turchia.
Gli psicoanalisti viennesi celebrarono la pubblicazione del libro con
una "festa totemica" al Prater di Vienna.
Questo libro è anche ricordato perché la sua uscita influenzò
moltissimo la definitiva rottura fra Freud e Jung.
● Sigmund Freud INTRODUZIONE AL NARCISISMO (1914)
Ecco come descrive Freud, nel 1914, la sua 'Introduzione al
Narcisismo' ad uno dei suoi seguaci della prima ora (Abraham): 'Le
mando domani il Narcisismo, che ha avuto una nascita difficile
testimoniata da tutte le trasformazioni del caso. E' ovvio che non mi
piace particolarmente, ma per il momento non posso dare altro. Ha
ancora bisogno di parecchi ritocchi'. Abraham gli rispose che non
riusciva a capire perché Freud non apprezzasse questo lavoro, che ai
suoi occhi appariva invece 'splendido e persuasivo in tutti i suoi
aspetti'.
Il Maestro così rispose: 'Il fatto che Lei abbia accettato da me
anche il Narcisismo mi commuove profondamente e istituisce fra noi un
legame ancora più intimo'... Come Freud aveva previsto, non tutti
i suoi discepoli accettarono subito ed incondizionatamente questo
nuovo libro, come aveva fatto Abraham, dal momento che esso infliggeva
un colpo inatteso alla teoria delle pulsioni, sulla quale la
psicoanalisi si era basata fino a quel momento.
A posteriori, tuttavia, questo saggio è stato unanimamente considerato
uno dei lavori teorici più importanti di Freud. Vediamo allora di
scoprire il significato di questo libro.
In generale, quando si parla di narcisismo si intende il comportamento
di una persona che tratta il proprio corpo come se fosse un oggetto
sessuale, compiacendosi, sessualmente, di contemplarlo, accarezzarlo e
blandirlo, fino a raggiungere con queste pratiche il pieno
soddisfacimento. La teoria psicoanalitica invece intende questo
termine non come una sorta di perversione, ma come uno stadio
psicologico necessario e universale, che si attraversa nell'infanzia.
Si tratta di un investimento libidico (cioè degli istinti, delle
passioni) sul proprio Io: il narcisismo infantile è considerato ad
esempio una splendida stagione dell'esistenza nella quale non è
necessario cercare nell'altro il proprio oggetto d'amore, ma ci si può
beare eroticamente del proprio Io.
In seguito la libido si trasferirà sugli oggetti esterni (n.b. per
Freud gli "oggetti" sono anche le persone e comunque tutto ciò che
riesce a soddisfare una pulsione): il punto più alto cui possa
pervenire la libido oggettuale è lo stato di innamoramento, il quale
si presenta come una rinuncia del soggetto alla propria personalità,
in favore di un investimento d'oggetto.
Il riapparire in età adulta del narcisismo invece rappresenta una
regressione della personalità, come accade ad esempio agli psicotici,
che ritirano l'investimento libidico dagli oggetti esterni, per
riportarlo sul proprio Io: essi rifiutano le cose, le persone, il
mondo esterno in generale e sono concentrati solo su sé stessi. Questo
può avvenire in caso di malattia o anche nell'ipocondria, quando un
organo "eccitato" diventa erogeno in quanto suscettibile di
investimento libidico. Un eccesso di narcisismo è, secondo Freud, una
delle cause dell'omosessualità, visto che l'oggetto amato rappresenta
un'immagine di sé stessi. In precedenza, Freud
aveva parlato di due tipi di pulsioni: sessuali e dell'Io, in questo
libro invece rielabora il concetto di pulsione presentando la 'libido
oggettuale', che si dirige sugli oggetti e la 'libido dell'Io', che è
invece tutta concentrata sul proprio Io. Questo anche in
contrapposizione alle nuove teorie di Jung, che tendevano a
raggruppare tutte queste pulsioni in un'unica energia psichica.
Il saggio fu scritto da Sigmund Freud tra il 1913 e il 1914, anno in
cui fu pubblicato sotto il titolo Zur Einführung des Narzißmus
nello Jahrbuch der Psychoanalyse.
In questo libro, fra l'altro, Freud introduce il concetto di "Ideale
dell'Io", ovvero una istanza psichica della personalità, in gran parte
inconscia, che condiziona l'agire della persona. L'Ideale dell'Io è un
modello cui il soggetto cerca di conformarsi (senza peraltro mai
riuscirci, perché si tratta, appunto, di un Ideale) e si basa sulle
identificazioni con i genitori o con altri adulti che rappresentano un
modello per il bambino durante l'età della latenza (dai sei anni alla
pubertà). Secondo Freud i sensi di inferiorità derivano proprio da
questo confronto fra Io e Ideale dell'Io.
● Sigmund Freud, AL DI LA' DEL PRINCIPIO DEL PIACERE (1920)
Nel 1920 Freud pubblica una delle sue opere più discusse, difficili e
oscure: Al di là del principio del piacere. L’Autore apre il saggio
osservando la stranezza dei comportamenti causati della ‘coazione a
ripetere’, in cui il soggetto ripete azioni spiacevoli e dolorose, a
causa di conflitti passati, che continuano a produrre effetti nel
presente. Questi comportamenti, dice Freud, possono essere attribuiti
anch’essi al ‘principio del piacere’? Sicuramente no, ed ecco allora
che il Maestro postula l'esistenza della pulsione di morte, Thanatos,
in continua opposizione alle pulsioni di vita, rappresentate da Eros.
Dice Freud che per capire occorre procedere ‘al di là’, al di là cioè
del principio del piacere, verso la morte ed il suo principio. Per
questo, all’inizio di ogni capitolo l’Autore annuncia: "ein Schritt
weiter", facciamo ancora un passo… Ed arriviamo dunque a definire
questa pulsione di morte, che è altamente distruttiva: tende infatti
alla scarica totale delle tensioni, riconducendo l’essere vivente allo
stato inorganico, alla morte. Le pulsioni di vita le si oppongono con
altrettanta forza, mirando invece alla conservazione dell’unità vitale
esistente e alla costruzione, a partire da essa, di unità più
complesse e strutturate.
La pulsione di morte originariamente è diretta verso l’interno e tende
dunque all’autodistruzione, ma successivamente viene proiettata
all’esterno, manifestandosi sotto forma di pulsioni aggressive o
distruttive. Tutte le pulsioni si presentano comunque sotto forma
ambivalente, caratterizzate cioè dalla compresenza di questi due
principi, di vita e di morte. La pulsione sessuale ad esempio presenta
questa ambivalenza sotto la duplice forma di amore e di aggressività.
Nel libro c’è il famoso passaggio della descrizione del gioco del
rocchetto del nipotino Ernst: nell’avvicinare a sé e nell’allontanare
il rocchetto di filo il bambino non è mosso dal principio del piacere,
ma dal bisogno di controllare l’angoscia prodotta dalla perdita
dell’oggetto (il rocchetto simbolizza la madre). Il saggio si chiude
con la speranza che vi sia sempre un continuo miglioramento della
conoscenza, per il bene dell’umanità.
● Sigmund Freud PSICOLOGIA DELLE MASSE ED ANALISI DELL'IO (1921)
Psicologia delle masse ed analisi dell'Io è un libro ispirato dalla
disgregazione dell'Impero Asburgico, avvenuta alla fine del 1918. In
quest'opera Freud affrontò dei temi sociologici in chiave
psicoanalitica. L'ideatore della psicoanalisi individuò nella società
delle masse transitorie, non organizzate, che convivevano con altre
masse, artificiali, e dunque più durevoli: esse erano ad esempio la
Chiesa e l'esercito, ovvero delle comunità in cui l'individuo è legato
al Capo da un legame d'amore e dall'illusione che il Capo lo ricambi
con lo stesso amore. Il segreto del potere del Capo è nell'Eros, 'che
tiene unite tutte le cose del mondo'. Infatti, nei gruppi, dice Freud,
gli individui si identificano con il Capo e si legano fra loro a causa
di questa comune identificazione. Questa 'libido' in realtà copre
tutte le pulsioni aggressive: non a caso quando un gruppo si sgretola,
si scatenano aggressività e violenza. La deduzione logica è che ciò
che tiene uniti gli uomini facenti parte di una comunità sono...
l'invidia e l'aggressività, opportunamente nascoste dai sentimenti
d'amore verso il Capo. 'Il sentimento sociale sta quindi nella
trasformazione di un sentimento precedentemente ostile in un
attaccamento positivo sotto forma di identificazione'.
● Sigmund Freud, L'IO E L'ES (1923)
Nell’opera L’Io e l’Es del 1923, Freud individua tre istanze
dell’apparato psichico che non chiama più conscio, preconscio e
inconscio come aveva fatto in precedenza (prima topica), ma Io, Es e
Super Io (seconda topica). Non cambiano solo i nomi, cambiano anche i
concetti. Il termine Es é il pronome neutro singolare tedesco e
corrisponde al latino id. Quell’anno era uscito un libro di G.
Groddeck, dal titolo Il libro dell'Es. A Freud quella definizione
piacque e la fece sua. Con questo termine indicò una sorta di
serbatoio dell’energia psichica e delle pulsioni inconsce, in parte
ereditate per via genetica, in parte acquisite e rimosse. L’Es è retto
dal principio del piacere. L’Io invece è quella istanza psichica che
deve mediare tra le richieste pressanti dell’Es e quelle altrettanto
pressanti del Super Io. Si fonda sul principio di realtà. Il Super
Io, anch’esso in gran parte inconscio, è la nostra coscienza morale,
che si forma quando il soggetto esce, nel suo sviluppo psicosessuale,
dal periodo dell’Edipo (intorno ai 6 anni), interiorizzando la figura
paterna, i suoi dettami ed i suoi insegnamenti. Il SuperIo diventa
dunque una sorta di giudice interno, che regola il comportamento messo
in atto dall’Io attraverso una serie di valori, dogmi, precetti,
censure, sensi di colpa ed in un certo senso si oppone duramente al
principio del piacere, rappresentato dall’Es.
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