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CASE CHIUSE


A cura della Redazione di psicolinea.it

Oggi si parla sempre più spesso di cacciare le prostitute dalle strade e di rivedere la legge Merlin, che dispose la chiusura, nel 1958, delle case chiuse. 
Ricordiamo allora cosa erano e come funzionavano queste 'case chiuse'.

Il nome deriva dal fatto che queste case avevano sempre le finestre chiuse, con le tapparelle abbassate, per motivi di ordine pubblico, ma soprattutto di 'privacy', per i frequentatori. 

In Italia furono introdotte nel 1860 da Cavour, che si ispirò alla normativa francese per le maisons de tolérance.

Le prostitute che vi lavoravano erano schedate, sia da un punto di vista amministrativo, sia medico. Due volte alla settimana le 'signorine' venivano visitate da un medico e tutte le sere ricevevano la visita di agenti in borghese che dovevano accertarsi che tutto fosse in ordine, per far sentire ai clienti e agli addetti alla casa, il controllo attento dello stato sulla loro attività. 

Del resto lo Stato aveva non solo un interesse di ordine pubblico, ma anche economico, in quanto incassava le tasse di concessione della licenza di pubblica sicurezza agli esercenti e le imposte sui ricavi derivanti dalla gestione di tali esercizi.

Le prostitute erano costrette a lavorare 'a cottimo', nel senso che più lavoravano e più guadagnavano. Una prestazione semplice faceva guadagnare una 'marchetta' ed ogni prostituta faceva 30-40 marchette al giorno.

Per non stancare i clienti, ma anche per evitare che la frequenza degli incontri facesse nascere dei sentimenti fra cliente e prostituta, le ragazze venivano cambiate ogni quindici giorni (il che dà un'idea sulla frequenza maschile delle visite...). Il gruppo di 'signorine' di turno costituiva infatti la 'quindicina', che contraddistingueva l'alto livello della casa: solo nelle case più povere le ragazze si fermavano anche per mesi.

Nelle case di lusso la permanenza di una prostituta oltre la quindicina era dovuta solo al grande successo che questa aveva avuto presso i clienti, che ne continuavano a chiedere le prestazioni.

Le case, da quelle di lusso, frequentate dalla buona borghesia a quelle di categoria più infima, affollate di soldati e di contadini venuti dalla campagna, presentavano all'ingresso un salone in cui i clienti potevano ammirare e scegliere le ragazze, il banco della cassa, le scale che portavano ai piani superiori, dove erano situate le camere da letto.

Le dimensioni erano variabili: vi erano quelle più piccole, dove si trovavano solo 3 o 4 ragazze e quelle molto affollate, come quella celebre di Via Chiaravalle a Milano, che ospitava 31 ragazze che potevano esercitare contemporaneamente.

La tradizione voleva che al compimento dei diciotto anni i ragazzi fossero portati per la prima volta in queste case, per conoscere le gioie del sesso, ma a volte, specie se accompagnati da adulti, venivano accettati anche prima dei diciotto anni.

Nel 1948 in Italia fu vietata la concessione di nuove licenze, ma il provvedimento di chiusura, la legge Merlin, fu approvato solamente nel 1958, a dieci anni dalla sua presentazione e dopo aver superato diverse resistenze.
La decisione di approvare la legge della parlamentare socialista fu dovuta anche ad un a richiesta dell'ONU, che chiese ai paesi membri di cancellare ogni forma di regolamentazione della prostituzione. 

In Italia si schierarono per la chiusura tutti i partiti di sinistra e la democrazia cristiana, mentre contro il provvedimento erano i monarchici, i missini (oggi AN) e qualche indipendente.

La legge Merlin fu approvata a scrutinio segreto con 385 si e 115 no il 29 gennaio del 1958. Sette mesi dopo non c'erano più casini in Italia...

Almeno in quel senso.

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Ultimo aggiornamento psicolinea.it: 08/03/2010
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