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La popolazione
che, più delle altre si fa dei problemi riguardo all’avere o al non
avere denaro è senz’altro l’America, cui segue la ricca Germania
e poi la Francia e l’Austria. L’Italia viene subito dopo.
Nell’Italia
del benessere, i giovani sono molto interessati al denaro e ne
spendono moltissimo, per soddisfare una serie di bisogni, perlopiù
indotti.
Essi sono molto più attenti a ciò che si guadagna, che al lavoro in
sé: se gli si offre un lavoro, non pensano alla carriera,
all’autorealizzazione, alle possibilità di crescita professionale,
ma guardano soprattutto al guadagno e al tempo libero. Per rinunciare
al tempo libero occorre che il denaro che si va a guadagnare sia
veramente tanto.
Una recente
ricerca della Astra-Demoskopea su
un campione di quasi mille soggetti in cerca di lavoro ha scoperto che
ben il 20,8 dei disoccupati vorrebbe fare il ’ dirigente’, seguito
a breve distanza da un 20% del campione che si vedrebbe bene come ‘imprenditore’.
Naturalmente ben pochi si pongono il problema che per arrivare
a fare questi due mestieri occorre una lunga gavetta, molto impegno ed
il sacrificio di molto tempo libero.
Sarà forse per
questo che al terzo posto si collocano quanti ritengono troppo
impegnative le due posizioni descritte ed allora, dal momento che si
deve lavorare, si lavori almeno nel settore del ‘divertimento’:
discoteche, animazione, ecc.(17,3%). Al quarto posto si colloca
l’informatica (16,4%)
Nemmeno a dirlo
che i lavori che hanno in assoluto meno appeal sono quelli dei
fabbri, serramentisti, muratori, imbianchini, camerieri, lavapiatti,
oltre a professioni relativamente moderne, come gli addetti al
volantinaggio e alle sale bingo.
Il Presidente
dell’Astra Demoskopea, Enrico Finzi, così commenta questa ricerca:
‘nell’immaginario collettivo i giovani, soprattutto, vivono due
grandi illusioni: che ci sia posto per tutti e che sia facile fare ciò
che si desidera fare’.
Ma siamo sicuri
che sia colpa dei giovani? Chi
ha insegnato ai ragazzi l’amore per le cose costose, le vacanze da
sogno, le macchine veloci?
Chi li ha illusi sulle ‘strade aperte’ che avrebbero trovato dopo
aver conseguito la laurea? Chi li bombarda di messaggi pubblicitari
sin da quando prendono il biberon, su quante cose belle è possibile
comprare? Chi dice loro che facendo gli imprenditori diventeranno
ricchi e famosi come certi personaggi oggi alla ribalta?
Perché ce la
prendiamo con i giovani? I giovani rappresentano solo il frutto di ciò
che noi adulti riusciamo a seminare, nel bene e nel male e, dato il
risultato, dobbiamo dire che siamo noi, solo noi, ad avergli insegnato
che nella vita bisogna diventare ricchi per essere felici.
E pensare che
per la nostra cultura, per la nostra religione, essere ricchi, godere
del proprio denaro è sempre stato qualcosa di quanto meno
imbarazzante: nel Nuovo Testamento c’è scritto che il Regno dei
Cieli è dei poveri di spirito ed i ricchi, specialmente i mercanti,
sin dall’epoca di Cristo, vengono sempre visti un po’ come peccatori. Pio IX diceva spesso: ‘Una società fondata
sul benessere non può che condurre alla rovina’ e forse, chissà,
sotto certi aspetti, non aveva torto.
Per restare nell'ambito della religione cattolica, Francesco di
Assisi, nato in una famiglia ricca e benestante, poteva usare tutto il
denaro che voleva per i suoi divertimenti e invece preferì fare voto
di povertà, perché si rese conto che solo rinunciando alla chimera
del denaro un uomo può essere veramente tale e dedicarsi alla vita
spirituale. Questi erano, una volta, gli esempi di saggezza che
venivano insegnati ai ragazzi. Non che tutti debbano necessariamente
fare queste scelte estreme, ma poteva esserci almeno uno stimolo a
mettersi alla prova, tentando di vivere desiderando poco e, per
questo, soffrendo poco.
Se nei paesi
cattolici si vive la ricchezza con un profondo senso di colpa nei
confronti dei più poveri, non è così nei paesi di religione
protestante: nel mondo anglosassone infatti,
essere ricchi è un valore ed
essere poveri è un’imperfezione, una mancanza della predilezione di
Dio dovuta alla propria inettitudine. Sarà allora, questo bisogno di
ricchezza, una contaminazione culturale, come le altre cose che
ci vengono dall’estero, tipo l’albero di Natale, la festa di
Halloween, il gusto di mangiare le salse sulle patatine?
Ma perché il denaro illude le persone di portare la felicità, quali
meccanismi psicologici mette in moto? Sembra che gli uomini ne siano
attratti perché il portafoglio pieno innalza il livello della propria
autostima e le donne amino il denaro perché in esso trovano un senso
di protezione. Per avere denaro le donne possono addirittura pronte a
mettere in palio la loro bellezza, la loro giovinezza, concedendosi ad
uomini brutti e anziani, ma ricchi, così da raggiungere livelli
sociali ed economici altrimenti impossibili. Cenerentola docet.
Quello che ci sembra di osservare comunque, è che nessuno sembra più
disposto ad ‘accontentarsi’, a guardare con uguale attenzione
anche ad altri valori della vita, tipo le relazioni sociali o il bene
della propria comunità ed è per questo, forse, che la vita ha oggi
perso parecchi dei suoi significati.
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