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Il linguaggio della pubblicità

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di Giuliana Proietti


Provate a chiudere gli occhi e a pensare a qualche immagine pubblicitaria, a qualche slogan. Quanti ve ne vengono in mente? Innumerevoli, certamente. La pubblicità non è più solamente sui giornali, sui mezzi pubblici, alla radio, in televisione, per strada… Oggi ce la ritroviamo, letteralmente, ovunque: sui biglietti dell’autobus, sul telefonino, sulle e-mail che inviamo e riceviamo ed in tanti altri luoghi che sarebbe impossibile elencare tutti.

Del resto, in una economia basata sui consumi, come quella in cui viviamo, la pubblicità rappresenta il motore che muove tutto il sistema, attraverso la sua forza comunicativa, la sua capacità di persuadere. Non è sufficiente, infatti, descrivere semplicemente un prodotto, come potrebbero fare i mezzi di informazione: la pubblicità ha il compito di sollecitare, nel pubblico cui si rivolge, la consapevolezza di un ‘bisogno’, reale o indotto, che possa essere poi soddisfatto attraverso l’acquisto del prodotto reclamizzato. Il messaggio pubblicitario è frutto di molti studi e riflessioni, forse più accurati e più costosi degli articoli dei giornali o dei programmi televisivi ai quali fa da contorno.

Le immagini, in questo tipo di comunicazione, hanno sicuramente la prevalenza sul linguaggio: esse devono essere ambigue, allusive, evocative, capaci cioè di veicolare messaggi che influiscano sulle emozioni del pubblico. Il ‘consiglio per gli acquisti’ deve colpire il consumatore nelle sue fragilità, nelle sue debolezze, ma anche nelle sue aspirazioni al cambiamento, al miglioramento.

Ad esempio, per gli adolescenti potrebbe funzionare l’osservazione: ‘non hai amici perché il tuo alito è cattivo’. Una volta che il pubblico più giovane si sia riconosciuto nel problema, gli si offre prontamente la soluzione: ‘prova con questa caramella…’ E poi lo si rassicura sulla scelta: ‘Molte persone prima di te l’hanno fatto’, oppure ‘test clinici lo dimostrano’, oppure ‘è raccomandato da…’.

Se una volta la pubblicità faceva largo uso di imperativi, del tipo: ‘Compra questo’, ‘Indossa quell’altro’, ‘Scegli quest’altro ancora’, recentemente la comunicazione è diventata molto più soft, con suggerimenti quasi sussurrati, che evocano emozioni positive, amore, felicità, passioni, armonia con la natura, ecologia, perfino immortalità…

Ciò nonostante, sarebbe sbagliato generalizzare: la pubblicità infatti cambia completamente a seconda del pubblico cui si rivolge: oggi le scelte dei ‘creativi’ tengono conto del ‘target’, cioè del gruppo ristretto di consumatori che si vogliono sollecitare. Un prodotto molto costoso, acquistabile ad esempio da donne di elevato livello sociale, proporrà personaggi che si muovono in ambienti di lusso, ben vestiti, circondati dai simboli del potere e del successo: macchine sportive, ville con piscina, alta tecnologia, luoghi inaccessibili ai più.

A questo scopo possiamo osservare l’uso sempre più frequente di slogan espressi in lingue straniere, soprattutto inglese e francese. Quale è il vantaggio, ci si potrebbe chiedere, dal momento che non tutti conoscono queste lingue? Il vantaggio della lingua straniera consiste nel poter mirare direttamente ad un target di persone acculturate, soprattutto giovani, che magari aspirano ad una posizione sociale più elevata e che pertanto possono essere favorevoli all’acquisto di quel prodotto come status symbol, per essere meglio accettati dal gruppo sociale cui desiderano appartenere.

Accanto a questi slogan altamente raffinati, destinati ad un pubblico di consumatori di fascia medio-alta, la pubblicità si occupa, ovviamente, anche della gente comune, di quella che compra ad esempio detersivi , mozzarelle, caffè, ecc. e che va ogni tanto a prendersi un aperitivo (economico) al bar.

In questo caso il linguaggio utilizzato è molto vicino al linguaggio parlato e si serve addirittura del dialetto. Alcune espressioni sono volutamente sgrammaticate, tanto che le professoresse a scuola le evidenzierebbero con la matita blu. Per permettere ai potenziali acquirenti di riconoscersi nelle situazioni proposte, per identificarsi nel personaggio che consuma, o suggerisce il prodotto, vengono utilizzate strategie volte a sollecitare il buon umore del consumatore, la sua simpatia verso il prodotto.

Ecco perché alcuni spot sono costruiti sulla base di vecchie barzellette, battute spiritose, situazioni comiche, nelle quali le persone riconoscono facilmente sé stesse ed il mondo che le circonda.

La psicologia della pubblicità in questi ultimi cinquanta anni è molto cresciuta ed opera con sondaggi di opinione e studi sulle motivazioni che sono alla base dell’acquisto di un prodotto. Ciò permette di studiare gli atteggiamenti dei consumatori nei riguardi di una determinata merce, gli interessi che essa solleva, le motivazioni per cui la si acquista o le si preferisce un altro prodotto. L’obiettivo di questi studi è quello di conoscere i gusti dominanti dei consumatori per cambiare il prodotto in base ai nuovi trend, oppure tentare di cambiare i gusti dei potenziali acquirenti, per adattarli all’immagine del prodotto.

Le tecniche di comunicazione utilizzate sono persuasive, suggestive, seduttive, a volte anche in modo occulto, o subliminale (vedi i frequenti nudi femminili, apparentemente fuori dal contesto, che però servono per far associare, a livello inconscio, il prodotto al proprio desiderio sessuale). Un discorso a parte meritano i così detti ‘testimonial’, ovvero quei personaggi famosi, che si prestano a pubblicizzare il prodotto, talvolta dichiarandosene utilizzatori abituali. Questo tipo di pubblicità funziona moltissimo, perché per convincere è necessario, tra l’altro, che la fonte dell’informazione sia conosciuta, autorevole e, soprattutto, credibile: quasi come una garanzia scritta.
 
 Psicolinea.it © Mar 2007
 

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Ultimo aggiornamento psicolinea.it: 12/12/2011

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