Non
è facile per noi occidentali capire che l’idea di
Individuo, con la sua identità personale, la sua
libertà e i suoi diritti (idee tutto sommato recenti
anche nel nostro mondo) non hanno alcun significato in
quello Orientale.
Il concetto di Individuo infatti non aveva alcuna
importanza per l’uomo primitivo o per i popoli della
Mesopotamia, dell’Egitto o dell’Estremo Oriente,
così come in realtà accade oggi in tante parti del
mondo.
Nelle
più lontane società primitive di cacciatori, di
raccoglitori e di pescatori, la divisione del lavoro era
basata sull'età e sul sesso e praticamente ogni uomo e
donna aveva il controllo dell' intera eredità culturale
del suo gruppo.
Ogni adulto, in un contesto simile, poteva diventare un
essere umano completo.
Verso
il 3500 a.C., i fiorenti villaggi situati nella valle
meridionale del Tigri e dell'Eufrate in Mesopotamia,
stavano ormai diventando delle città, le prime nella
storia dell’umanità
.
In
esse c'erano, ben distinte, la casta dei governanti e
quella dei servi, degli artigiani, gli ordini
sacerdotali, i commercianti e così via:
di conseguenza nessuno poteva più sperare in alcun modo
di diventare un essere umano completo.
Ognuno era solo parzialmente uomo.
In
questo contesto non c’è spazio per l’individuo, ed
è proprio da queste antiche città che sono nati tutti
i rami dell’unico albero delle quattro grandi aree
delle maggiori civiltà:
la Cina ed il Giappone da un lato e il Vicino Oriente e
l’Europa dall’altro.
Frutto del lungo percorso compiuto dalla civiltà
Occidentale sono le osservazioni di uno dei padri della
moderna Psicologia, Carl Gustav Jung, che indica con “Individuazione
“ il processo che porta all’individuo psicologico.
In
contrasto con l’idea Occidentale di un destino e di un
carattere individuale, nel mondo Orientale l’interesse
si concentra non sulla persone bensì sull’Ordine
Sociale.
Non quindi il singolo individuo creativo ma la
soppressione di ogni impulso alla individualità.
Un’altra
differenza la possiamo ritrovare nel passaggio dalla
vita terrena all’aldilà: nella filosofia e nella
Religione Occidentale la persona che muore mantiene la
sua identità anche nella sua destinazione all’Inferno
o al Paradiso.
Le
Filosofie e le Religioni a d’Oriente tendono invece a
spersonalizzare:
alla morte la maschera del ruolo terreno cade e si
assume quella del mondo dell’aldilà.
Gli esseri, le non-entità destinati all’Inferno hanno
forme demoniache, mentre quelli destinati al Paradiso
prendono sembianze divine.
E
quando una di queste non-entità viene reincarnata
nuovamente sulla terra, assumerà un’altra maschera,
senza alcun ricordo della vita precedente.
Mentre
al centro della cultura europea c’è l’individuo,
che nasce e vive una sola volta ed in modo diverso da
ogni altro, nella cultura orientale, dall’India al
Tibet, dalla Cina al Giappone, l’Essere vivente è
concepito come immateriale, che può trasmigrare da un
corpo all’altro, da una forma all’altra.
La
individualità, l’ “IO”, suggerisce al filosofo
orientale solo il desiderare, il bramare, il lasciarsi
andare alla pulsioni che nella nostra cultura Freud
definisce l’ “ES”, che risponde solo al Principio
di Piacere,
mentre
l’
“IO”, come definito da Freud, è l’entità
psicologica che ci mette in relazione col mondo esterno
a noi, con la realtà, e che risponde al Principio di
Realtà (o almeno dovrebbe rispondere).
In
ogni periodo di indebolimento dei valori ci si rivolge
più spesso ai valori della fede e del misticismo ed è
forse per questo che in questi ultimi cinquanta anni
abbiamo assistito ad un rinnovato interesse per tutte le
culture e le religioni diverse dalla nostra, alla
ricerca di Dio, ma anche di sé stessi.
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