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Che la politica non sia mai stata il regno
della verità è ampiamente riconosciuto, tanto dalla saggezza popolare
quanto dall’opinione degli intellettuali di ogni epoca. Non si tratta,
evidentemente, del facile e, per certi versi, scontato attacco alle
metodologie di governi autoritari che fondano la loro leadership sulla
mistificazione della realtà in funzione del mantenimento del potere.
La propaganda menzognera della quale si serve la politica, se pure
trova il suo brodo di coltura in qualsiasi contesto dittatoriale, si
manifesta in modo analogo anche nelle più avanzate democrazie,
sebbene camuffata sotto le vesti di una dialettica sociale e politica,
troppo spesso solo di facciata. Non serve certo, infatti, scomodare
la “nobile menzogna” di Platone per riconoscere da parte di chi
esercita il potere politico l’innata attitudine a ingannare i
governati, tanto più convincendoli di essere realmente artefici di
decisioni e comportamenti che, al contrario, sono dettati nella quasi
totalità dei casi dalle necessità e dalle finalità di chi, dietro le
quinte, ne promuove le scelte.
Allo stesso tempo è difficile stupirsi di
quanto il rapporto tra politica e falsità, che secondo Hanna Arendt è
complementare al ruolo di chi gestisce la cosa pubblica, sia
radicato nel passato più remoto. Già Quinto Cicerone, fratello del
più famoso Marco Tullio, in un suo trattatello intitolato
Commentariolum Petitionis descriveva la vita del candidato alle
elezioni in modo straordinariamente coincidente con quella dei nostri
personaggi impegnati nei teatrini elettorali di ogni schieramento. Il
candidato, secondo Quinto, per guadagnare voti deve abbandonare la
spontaneità e la sincerità, per dedicarsi solamente all’adulazione,
alla finzione, alla simulazione e alla promessa di ciò che sa già di
non poter mantenere. Non diversamente, il Principe, che
Machiavelli descrive come gran simulatore e dissimulatore, deve
avere cura di apparire sempre tutto pietà, tutto fede, tutto
integrità, tutto umanità, tutto religione ben sapendo quanto il
popolo, che oggi, mutato il nome, amiamo chiamare “opinione
pubblica”, sia così disposto ad obbedire alle necessità presenti
che colui che inganna sempre troverà chi si lascerà ingannare.
E’ proprio quest’ultima affermazione ad
aprire la strada a molte considerazioni circa l’effettivo
coinvolgimento dei governati in questo gioco delle parti che,
periodicamente, viene proposto agli elettori. Quanta parte, infatti,
hanno proprio questi ultimi nell’accreditare le menzogne dei politici,
giustificandone le ragioni, accettandone i temi e scegliendo di
prendere le parti di quanti, come appare evidente a qualsiasi persona
dotata di ragione, mentono, sapendo di mentire, per trarne unicamente
un vantaggio individuale o, al limite, limitato all’ambito delle
proprie “clientele”? La menzogna politica si trasforma allora in una
sorta di “menzogna collusiva”, che trasforma i destinatari/vittime in
complici dei menzogneri, non fosse altro per la colpevole incapacità
di vedere l’evidenza e, dunque, negare il proprio coinvolgimento e
ogni appoggio in quello che dovrebbe essere il momento più alto di un
sistema democratico: quello del voto. Menzogne egoistiche ammantate di
altruismo vanno allora a costituire la trama di pseudo-ideologie,
sempre più massificate in quanto rivolte, oggi più che mai, ad un
pubblico acriticamente pronto ad accettare temi ed ideali smerciati
come prodotti commerciale di uso comune, beni e servizi “usa e
getta”, buoni per suscitare l’entusiasmo di una serata televisiva e
per poi spegnersi insieme al video.
Per conseguire questo risultato presso
l’opinione pubblica e guadagnarne i favori è indispensabile ricorrere
a numerosi elementi: linguistici, iconici, retorici, semantici,
psicologici, e quant’altro, in un potente mix di strumenti in grado di
trasformare la propaganda in una vera e propria “arma di
disinformazione di massa”. Perché è essenzialmente di disinformazione
che si tratta, laddove il messaggio manipolato, così come l’ideale
artificiosamente esaltato e sovrastimato, altro non sono se non
alterazioni della realtà, proposte in modo da costruire verità
alternative attraverso il trasferimento di informazioni disinformanti
e, dunque, mendaci.
Molto si potrebbe dire, evidentemente,
proprio sull’apparato linguistico-iconico e sull’universo semantico a
questo connesso. Perché è attraverso queste tipologie di messaggio
che, in ultima analisi, il potere fa leva per alimentare percezioni e
convinzioni.
Tuttavia, spesso, ancor prima di questi
che sono gli strumenti più palesi della comunicazione, ad agire sono
altri fattori connessi all’ambito del simbolico e dell’ideologico ed è
a questi aspetti che qui si cercherà di fare riferimento.
Al di là della manipolazione effettiva della comunicazione, un altro
degli aspetti fondamentali della propaganda è, infatti, la
sollecitazione nell’opinione pubblica a fare riferimento a un universo
simbolico, già presente a livello culturale e di sentire collettivo, o
piuttosto indotto proprio attraverso la comunicazione persuasiva, al
fine di indurre comportamenti sulla base di atteggiamenti irrazionali
ma dal forte significato culturale e sociale. Tale procedimento, che
ha luogo attraverso una trascrizione dei codici di riferimento tale da
trasferire significati di secondo grado a significanti altrimenti
interpretati, fino alla creazione di veri e propri “universi
simbolici”, assume nei linguaggi della propaganda una funzione di
legittimazione di un ordine istituzionale riconosciuto e condiviso,
oltre che di sprone per l’opinione pubblica a forme varie di
mobilitazione
L’universo simbolico, matrice di tutti i significati socialmente
oggettivati e soggettivamente reali, si pone come chiave di
lettura metafisica della realtà da parte dell’opinione pubblica e ne
costituisce il punto di riferimento attraverso il quale questa è in
grado di rapportarsi con il mondo circostante, in parte attraverso gli
“stereotipi”, così ben individuati da Lippmann, in parte mediante un
bagaglio di elementi in larga misura privi di un significato oggettivo
ed extraculturale, ma connotati sulla base di un vissuto sociale che
attribuisce loro valori assoluti. Al punto da trasformare il simbolo
nell’oggetto di vere e proprie pratiche cultuali, o piuttosto
nell’idealizzazione di un intero sentire collettivo, posto per questo
motivo al vertice di ogni ideologia, totalitaria o democratica che
sia.
E in questo senso qualsiasi elemento fatto proprio da una determinata
ideologia, senza alcuna esclusione, può assurgere al ruolo di
“simbolo”, per l’intrinseca capacità che gli viene conferita di
sintetizzarne l’intero pensiero, la sua storia, le sue vicissitudini.
Così uno strumento di tortura e morte come la croce, perde per i
cristiani la sua oggettiva natura per diventare l’immagine stessa di
Cristo e poi, per estensione del termine e attraverso un processo di
simbolizzazione, dell’intera Chiesa e del Cristianesimo, fino a
caratterizzare persino una formazione politica che in questa religione
si riconosce; la bandiera, qualunque essa sia, si trasforma nella
rappresentazione stessa del gruppo che la riconosce come suo emblema,
della nazione, della Patria, e come tale perde la sua fisionomia
oggettiva e passa a rappresentare all’estremo grado un complesso
ideologico, storico e culturale, caricandosi di significati
sacralizzanti, alla stessa stregua dei segni distintivi di una
qualsivoglia ideologia o compagine sociale; la figura dell’eroe o del
martire, l’inno, un colore, un monile, un indumento, ecc.. non
diversamente possono essere trasmutati in “simboli” mediante
l’attribuzione di significati di vario livello e grado, spesso
diventando elementi catalizzanti ed unificanti per le masse. In clima
di elezioni, questo continuo e martellante gioco di simbolizzazione
risulta quanto mai evidente e, per certi versi, irritante, nella
vertigine di nuovi segni distintivi, nuovi accostamenti di color,
nuovi stemmi e simboli, nuovi “motivetti musicali”, ai quali si crede
di poter attribuire valori assoluti per movimentare entusiasmi e
consensi, purtroppo sempre con esiti positivi.
Quale sia il significato politico e quale l’effettiva potenzialità
insita nell’uso dei simboli da parte della propaganda, costituisce uno
degli elementi principali dell’analisi di Serghej Ciacotin, assistente
di Pavlov e dall’opera di questo fortemente influenzato, secondo il
quale il simbolo può svolgere, nella formazione dei riflessi
condizionati [...] il ruolo di fattore condizionante, che,
innestandosi su un riflesso preesistente, assoluto, o su un riflesso
condizionato formato anteriormente, può a sua volte divenire un
eccitante che determina questa o quella reazione voluta da colui che
fa agire questo simbolo sull’affettività di altri individui.
Assai interessante da questo punto di vista la raffigurazione
schematica di Ciacotin, relativamente a un processo di riduzione
successiva che, dalla base ideologica, porta all’attribuzione a slogan
e simboli di iper-significati, dotando parola e segno grafico di un
incommensurabile valore aggiunto.

Corti e semplici, immediatamente
riconoscibili, di pronto utilizzo, simboli e slogan hanno la capacità
e il vantaggio di agire rapidamente determinando in modo agevole,
secondo Ciacotin, la formazione del riflesso condizionato voluto,
diventando per questo strumenti estremamente attivi per
agglomerare o mettere al dovere le moltitudini.
Slogan e simboli, accettati da una
maggioranza come patrimonio comune, proprio alla società o al gruppo a
cui si appartiene e nel quale ci si riconosce, diventano così i primi
e più accessibili elementi costitutivi di una convinzione, di una
credenza o di un ideale e, attraverso un procedimento di metonimia,
producono l’effetto di trasferire significati in termini connotativi,
portando all’identificazione della causa per l’effetto, del contenente
per il contenuto.
La simbolizzazione assume dunque, alla luce di queste considerazioni,
un potenziale enorme, per le infinite possibilità offerte nella
costruzione connotativa di significati. E come dimostra il linguaggio
della pubblicità, ampiamente utilizzato dalla politica, perché
acquisisca valori aggiunti occorre semplicemente fare appello al
patrimonio culturale, segnico, cognitivo condiviso, innescando
parallelismi e nessi significativi all’interno di un determinato
contesto.
In questo senso la gamma di oggetti potenzialmente in grado di
trasformarsi in simboli nel corso dell’agone politico è pressoché
senza limiti, così come la scelta di uno slogan o di un motivo
musicale in termini connotati simbolicamente. Lo dimostra la marea di
“stemmi” e “loghi” che puntualmente si presenta in vista delle
competizioni elettorali, creando ex novo elementi grafici
differenti o, più semplicemente, modificando quelli preesistenti con
operazioni di restyling assai vicine a quelle utilizzate in
ambito commerciale. Lo stesso vale per gli slogan elettorali, frasi
semplici, il più delle volte delegittimate di ogni portato semantico
se non addirittura sintattico quando decontestualizzate dall’ambito
specifico nel quale si producono.
Quanta “sindrome da utopia”, per riprendere la formula di Palo Alto,
si può trovare dietro affermazioni generiche come: “Si può fare”,
oppure “Forti delle nostre idee”, oppure ancora “Rialzati Italia” e
così via? Affermazioni che, nella loro banalità, nel loro non voler
dire nulla di significativo, d’altra parte non possono che essere
condivise per la loro promessa di coerenza, benessere, serietà,
impegno, ottimismo. E che, proprio per la loro massificata quanto
accattivante banalità, finiscono per diventare le parole d’ordine di
movimenti e gruppi superficialmente pronti ad accettare più la forma
che la sostanza, allontanando critica e dialettica nel nome di uno
pseudo impegno da supermercato. Come evidenziano, in ultima analisi, i
motivi musicali che hanno, tristemente, accompagnato queste ultime
elezioni, diventando “tormentoni” degni di vacanze marine e che, come
ogni prodotto “usa e getta” sono almeno destinati a finire nella
spazzatura: della musica, dell’intelligenza e, riprendendo formule già
percorse, della storia.
Massimo Chiais
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