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Home Page COSTUME E SOCIETA' > L'inganno della pubblicità politica

L'INGANNO DELLA PUBBLICITA' POLITICA
TRA SIMBOLI E SLOGAN DELLA CAMPAGNA ELETTORALE


di Massimo Chiais

Che la politica non sia mai stata il regno della verità è ampiamente riconosciuto, tanto dalla saggezza popolare quanto dall’opinione degli intellettuali di ogni epoca. Non si tratta, evidentemente, del facile e, per certi versi, scontato attacco alle metodologie di governi autoritari che fondano la loro leadership sulla mistificazione della realtà in funzione del mantenimento del potere. La propaganda menzognera della quale si serve la politica, se pure trova il suo brodo di coltura in qualsiasi contesto dittatoriale,  si manifesta  in modo analogo anche nelle più avanzate democrazie, sebbene camuffata sotto le vesti di una dialettica sociale e politica, troppo spesso solo di facciata. Non serve certo, infatti,  scomodare la “nobile menzogna” di Platone per riconoscere da parte di chi esercita il potere politico l’innata attitudine a ingannare i governati, tanto più convincendoli di essere realmente artefici di decisioni e comportamenti che, al contrario, sono dettati nella quasi totalità dei casi dalle necessità e dalle finalità di chi, dietro le quinte, ne promuove le scelte.

Allo stesso tempo è difficile stupirsi di quanto il rapporto tra politica e falsità, che secondo Hanna Arendt è complementare al ruolo di chi gestisce la cosa pubblica, sia radicato nel passato più remoto.  Già Quinto Cicerone, fratello del più famoso Marco Tullio, in un suo trattatello intitolato Commentariolum Petitionis descriveva la vita del candidato alle elezioni in modo straordinariamente coincidente con quella dei nostri personaggi  impegnati nei teatrini elettorali di ogni schieramento. Il candidato, secondo Quinto, per guadagnare voti deve abbandonare la spontaneità e la sincerità, per dedicarsi solamente all’adulazione, alla finzione, alla simulazione e alla promessa di ciò che sa già di non poter mantenere.  Non diversamente, il Principe, che Machiavelli descrive come gran simulatore e dissimulatore, deve avere cura di apparire sempre tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto umanità, tutto religione ben sapendo quanto il popolo, che oggi, mutato il nome, amiamo chiamare “opinione pubblica”,  sia così disposto ad obbedire alle necessità presenti che colui che inganna sempre troverà chi si lascerà ingannare.

E’ proprio quest’ultima affermazione ad aprire la strada a molte considerazioni circa l’effettivo coinvolgimento dei governati in questo gioco delle parti che, periodicamente, viene proposto agli elettori. Quanta parte, infatti, hanno proprio questi ultimi nell’accreditare le menzogne dei politici, giustificandone le ragioni, accettandone i temi e scegliendo di prendere le parti di quanti, come appare evidente a qualsiasi persona dotata di ragione, mentono, sapendo di mentire, per trarne unicamente un vantaggio individuale o, al limite, limitato all’ambito delle proprie “clientele”? La menzogna politica si trasforma allora in una sorta di “menzogna collusiva”, che trasforma i destinatari/vittime in complici dei menzogneri, non fosse altro per la colpevole incapacità di vedere l’evidenza e, dunque, negare il proprio coinvolgimento e ogni appoggio in quello che dovrebbe essere il momento più alto di un sistema democratico: quello del voto. Menzogne egoistiche ammantate di altruismo  vanno allora a costituire la trama di pseudo-ideologie, sempre più massificate in quanto rivolte, oggi più che mai, ad un pubblico acriticamente pronto ad accettare temi ed ideali smerciati come prodotti commerciale di uso comune, beni e servizi  “usa e getta”, buoni per suscitare l’entusiasmo di una serata televisiva e per poi spegnersi insieme al video.

Per conseguire questo risultato presso l’opinione pubblica e guadagnarne i favori è indispensabile ricorrere a numerosi elementi: linguistici, iconici, retorici, semantici, psicologici, e quant’altro, in un potente mix di strumenti in grado di trasformare la propaganda in una vera e propria “arma di disinformazione di massa”. Perché è essenzialmente di disinformazione che si tratta, laddove il messaggio manipolato, così come l’ideale artificiosamente esaltato e sovrastimato, altro non sono se non alterazioni della realtà, proposte in modo da costruire verità alternative attraverso il trasferimento di informazioni disinformanti e, dunque, mendaci.

Molto si potrebbe dire, evidentemente,  proprio sull’apparato linguistico-iconico e sull’universo semantico a questo connesso. Perché è attraverso queste tipologie di messaggio che, in ultima analisi,  il potere fa leva per alimentare percezioni e convinzioni.

Tuttavia, spesso, ancor prima  di questi che sono gli strumenti più palesi della comunicazione, ad agire sono altri fattori connessi all’ambito del simbolico e dell’ideologico ed è a questi aspetti che qui si cercherà di fare riferimento.

Al di là della manipolazione effettiva della comunicazione, un altro degli aspetti fondamentali della propaganda è, infatti,  la sollecitazione nell’opinione pubblica a fare riferimento a un universo simbolico, già presente a livello culturale e di sentire collettivo, o piuttosto indotto proprio attraverso la comunicazione persuasiva, al fine di indurre comportamenti sulla base di atteggiamenti irrazionali ma dal forte significato culturale e sociale. Tale procedimento, che ha luogo attraverso una trascrizione dei codici di riferimento tale da trasferire significati di secondo grado a significanti altrimenti interpretati, fino alla creazione di veri e propri “universi simbolici”, assume nei linguaggi della propaganda una funzione di legittimazione di un ordine istituzionale riconosciuto e condiviso, oltre che di sprone per l’opinione pubblica a forme varie di mobilitazione

L’universo simbolico, matrice di tutti i significati socialmente oggettivati e soggettivamente reali, si pone come chiave di lettura metafisica della realtà da parte dell’opinione pubblica e ne costituisce il punto di riferimento attraverso il quale questa è in grado di rapportarsi con il mondo circostante, in parte attraverso gli “stereotipi”, così ben individuati da Lippmann, in parte mediante un bagaglio di elementi in larga misura privi di un significato oggettivo ed extraculturale, ma connotati sulla base di un vissuto sociale che attribuisce loro valori assoluti. Al punto da trasformare il simbolo nell’oggetto di vere e proprie pratiche cultuali, o piuttosto nell’idealizzazione di un intero sentire collettivo, posto per questo motivo al vertice di ogni ideologia, totalitaria o democratica che sia.

E in questo senso qualsiasi elemento fatto proprio da una determinata ideologia, senza alcuna esclusione, può assurgere al ruolo di “simbolo”, per l’intrinseca capacità che gli viene conferita di sintetizzarne l’intero pensiero, la sua storia, le sue vicissitudini. Così uno strumento di tortura e morte come la croce, perde per i cristiani la sua oggettiva natura per diventare l’immagine stessa di Cristo e poi, per estensione del termine e attraverso un processo di simbolizzazione, dell’intera Chiesa e del Cristianesimo, fino a caratterizzare persino una formazione politica che in questa religione si riconosce; la bandiera, qualunque essa sia, si trasforma nella rappresentazione stessa del gruppo che la riconosce come suo emblema, della nazione, della Patria, e come tale perde la sua fisionomia oggettiva e passa a rappresentare all’estremo grado un complesso ideologico, storico e culturale, caricandosi di significati sacralizzanti, alla stessa stregua dei segni distintivi di una qualsivoglia ideologia o compagine sociale; la figura dell’eroe o del martire, l’inno, un colore, un monile, un indumento, ecc.. non diversamente possono essere trasmutati in “simboli” mediante l’attribuzione di significati di vario livello e grado, spesso diventando elementi catalizzanti ed unificanti per le masse. In clima di elezioni, questo continuo e martellante gioco di simbolizzazione risulta quanto mai evidente e, per certi versi, irritante, nella vertigine di nuovi segni distintivi, nuovi accostamenti di color, nuovi stemmi e simboli, nuovi “motivetti musicali”, ai quali si crede di poter attribuire valori assoluti per movimentare entusiasmi e consensi, purtroppo sempre con esiti positivi.

Quale sia il significato politico e quale l’effettiva potenzialità insita nell’uso dei simboli da parte della propaganda, costituisce uno degli elementi principali dell’analisi di Serghej Ciacotin, assistente di Pavlov e dall’opera di questo fortemente influenzato, secondo il quale il simbolo può svolgere, nella formazione dei riflessi condizionati [...] il ruolo di fattore condizionante, che, innestandosi su un riflesso preesistente, assoluto, o su un riflesso condizionato formato anteriormente, può a sua volte divenire un eccitante che determina questa o quella reazione  voluta da colui che fa agire questo simbolo sull’affettività di altri individui.

Assai interessante da questo punto di vista la raffigurazione schematica di Ciacotin, relativamente a un processo di riduzione successiva che, dalla base ideologica, porta all’attribuzione a slogan e simboli di iper-significati, dotando parola e segno grafico di un incommensurabile valore aggiunto.

 

 

 

Corti e semplici, immediatamente riconoscibili, di pronto utilizzo, simboli e slogan hanno la capacità e il vantaggio di agire rapidamente determinando in modo agevole, secondo Ciacotin, la formazione del riflesso condizionato voluto, diventando per questo strumenti estremamente attivi per agglomerare o mettere al dovere le moltitudini.

Slogan e simboli, accettati da una maggioranza come patrimonio comune, proprio alla società o al gruppo a cui si appartiene e nel quale ci si riconosce, diventano così i primi e più accessibili elementi costitutivi di una convinzione, di una credenza o di un ideale e, attraverso un procedimento di metonimia, producono l’effetto di trasferire significati in termini connotativi, portando all’identificazione della causa per l’effetto, del contenente per il contenuto.

La simbolizzazione assume dunque, alla luce di queste considerazioni, un potenziale enorme, per le infinite possibilità offerte nella costruzione connotativa di significati. E come dimostra il linguaggio della pubblicità, ampiamente utilizzato dalla politica, perché acquisisca valori aggiunti occorre semplicemente fare appello al patrimonio culturale, segnico, cognitivo condiviso, innescando parallelismi e nessi significativi all’interno di un determinato contesto.

In questo senso la gamma di oggetti potenzialmente in grado di trasformarsi in simboli nel corso dell’agone politico è pressoché senza limiti, così come la scelta di uno slogan o di un motivo musicale in termini connotati simbolicamente. Lo dimostra la marea di “stemmi” e “loghi” che puntualmente si presenta in vista delle competizioni elettorali, creando ex novo elementi grafici differenti o, più semplicemente,  modificando quelli preesistenti con operazioni di restyling assai vicine a quelle utilizzate in ambito commerciale. Lo stesso vale per gli slogan elettorali,  frasi semplici, il più delle volte delegittimate di ogni portato semantico se non addirittura sintattico quando decontestualizzate dall’ambito specifico nel quale si producono.

Quanta “sindrome da utopia”, per riprendere la formula di Palo Alto, si può trovare dietro affermazioni generiche come: “Si può fare”, oppure “Forti delle nostre idee”, oppure ancora “Rialzati Italia” e così via? Affermazioni che, nella loro banalità,  nel loro non voler dire nulla di significativo, d’altra parte non possono che essere condivise per la loro promessa di coerenza, benessere, serietà, impegno, ottimismo. E che, proprio per la loro massificata quanto accattivante banalità, finiscono per diventare le parole d’ordine di movimenti e gruppi  superficialmente pronti ad accettare più la forma che la sostanza, allontanando critica e dialettica nel nome di uno pseudo impegno da supermercato. Come evidenziano, in ultima analisi, i motivi musicali che hanno, tristemente, accompagnato queste ultime elezioni, diventando “tormentoni” degni di vacanze marine e che, come ogni prodotto “usa e getta” sono almeno destinati a finire nella spazzatura: della musica, dell’intelligenza e, riprendendo formule già percorse, della storia.

Massimo Chiais
 

Massimo Chiais (1961), ha terminato gli studi in Filologia moderna e in Studi Strategici, conseguendo,  dopo un periodo di studi alla Sorbonne di Parigi, il dottorato di ricerca in Scienze Strategiche. Docente e giornalista, attualmente collabora con la cattedra di Studi Strategici dell’Università degli Studi di Torino. Ha partecipato alla realizzazione di svariati saggi per le scuole superiori occupandosi di questioni storiche e di problematiche relative alla comunicazione, e collabora con diverse testate (Rivista Militare, GQ, Storia e Futuro, Pagine di Difesa). E’ autore, inoltre, di numerosi articoli e saggi sul rapporto tra comunicazione e propaganda, con particolare riguardo alla manipolazione dell’informazione ed all’elaborazione di strategie persuasive basate sulla menzogna, sull’impiego di false notizie e sulla creazione di pseudo-realtà. In merito a queste tematiche ha pubblicato Strategie di comunicazione e propaganda nell’epoca dei conflitti asimmetrici, in  Nuciari – Coralluzzo (Aracne 2006), il saggio ;Menzogna e propaganda: armi di (dis)informazione di massa (Lupetti 2007) e Media e democrazia, in Coralluzzo (Guerini & Associati, 2008)

psicolinea.it Apr 08
 

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Ultimo aggiornamento psicolinea.it: 30/08/2010
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