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La funzione della moda

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di Giuliana Proietti

La moda non è sempre esistita, non fa parte dei bisogni naturali dell'uomo per garantirsi l'adattamento all'ambiente e dunque la sopravvivenza. Per molti secoli infatti le società umane non hanno conosciuto la moda: i vestiti venivano realizzati seguendo sempre gli stessi canoni e non vi era perfino molta differenza tra l’abbigliamento maschile e quello femminile, soprattutto fra le classi popolari.

Gli antichi egizi si vestivano con un semplice grande rettangolo di tessuto di lino, che veniva cinto intorno ai fianchi: la lunghezza dei vestiti di uomini e donne dipendeva dalla loro posizione sociale.

Il classico costume greco era formato da una tunica corta con cintura, costituita da un rettangolo di tessuto di cotone o lino, appuntato o annodato alle spalle, a cui si aggiungeva  un corto mantello risvoltato o appuntato su una spalla, sostituito in 'inverno da una cappa più pesante. Le donne indossavano il peplo, trattenuto in vita da una cintura e lungo fino alle caviglie.  Le stoffe non erano cucite ed erano tinte a colori vivaci: blu, viola, giallo, porpora e verde.

Nell’antica Roma l'abito consisteva invece in un semplice telo arrotolato ai fianchi, su cui si portava la toga, costituita da un pezzo ovale di tessuto lungo tre volte l'altezza di chi l'indossava, piegato nel senso della lunghezza. Le donne portavano una lunga tunica che, con l'andare dei secoli, divenne sempre più ornata.

Solo verso la fine del Medioevo si cominciarono ad osservare fenomeni assimilabili al moderno concetto di moda, soprattutto fra i ceti aristocratici. La moda del Rinascimento fece infatti arricchire gli abiti di vari ornamenti e tessuti preziosi; le donne cominciarono ad utilizzare il corsetto, reso rigido da stecche di metallo, successivamente rimpiazzate da quelle di osso di balena, che comprimeva il busto, rialzava il petto e scendeva oltre la vita, con una punta sul davanti. L'evoluzione del vestiario maschile in questo periodo fu invece segnata dall'allungarsi delle brache, di solito riccamente decorate.

Nel seicento apparve la casacca, in versione da viaggio o militare, composta di due parti davanti, due dietro e due ai lati. Il davanti e il dietro si abbottonavano a formare una specie di cappotto, mentre i pezzi delle spalle, una volta allacciati, davano luogo a vere e proprie maniche.

Poi, nel settecento, andò di moda la parrucca, accessorio indispensabile del guardaroba di un nobile, incipriata di bianco o di grigio, voluminosa ed elaborata oppure discreta e liscia.

La Rivoluzione Francese fece scomparire l’uso della parrucca, le donne continuarono a indossare lunghi e strettissimi corsetti, ma di stoffa più leggera e dai colori chiari. Solo nell’Ottocento, a seguito della rivoluzione industriale, la produzione di tessuti e di abiti attraverso l’uso di macchine fu più semplice ed economica ed anche i ceti popolari ebbero accesso al consumo di abiti alla moda.

La prima guerra mondiale consentì alle donne, rimaste a casa senza i loro uomini, di accedere a ruoli svolti fuori dalle pareti domestiche e per questo fu necessario lasciare nell’armadio busti e guepière, tagliare i capelli, accorciare le gonne, indossare i pantaloni.

Negli anni '60 dello scorso secolo, l’ideale dell’uguaglianza sociale, della semplicità fece guardare alla moda come ad un fenomeno borghese, da combattere ed evitare con cura.
Si affermarono dunque i jeans, che uniformavano il mondo giovanile, l'abbigliamento sportivo, la moda casual, ovvero indossare tutto quello che capitava, senza guardare ai colori e agli abbinamenti considerati eleganti.
 
La minigonna e il bikini divennero il simbolo dei grandi cambiamenti sociali di quegli anni.

Da allora la moda si è ulteriormente evoluta, negli anni ottanta e novanta, attraverso la diffusione del pret-a-porter, dei grandi stilisti-imprenditori, capaci di influire sui consumi attraverso la creazione di status symbol e di una comunicazione pubblicitaria sempre più persuasiva e capace di penetrare in tutti i ceti sociali.

Oggi lo stile è tornato ad essere più sobrio, meno ostentato, anche se il fascino del ‘firmato’ non è più scomparso, così come non è scomparsa la ricerca di capi sempre più simili a quelli indossati dai vip e dalle classi agiate.

La domanda sorge spontanea: perché c'è questa rincorsa ad aggiornare di continuo gli abiti nei nostri armadi? Perché vogliamo a tutti i costi imitare lo stile dei vip? Secondo una teoria sociologica, lo stile di abbigliamento adottato dagli esponenti della classe sociale al potere è destinato ad essere progressivamente imitato dagli strati sociali inferiori, il che toglie al capo originario la sua caratteristica di status symbol, in grado di differenziare chi lo porta.
I ceti superiori avrebbero dunque bisogno continuo di ricercare nuovi stili distintivi,  che però verranno presto imitati e dunque abbandonati in favore di nuovi altri.

Se tutto questo fosse vero, la funzione della moda sarebbe dunque quella di permetterci di sognare e di giocare ad essere, attraverso il look,  chi  veramente vorremmo essere…
Cosa accadrebbe se ci contentassimo di apparire quello che siamo, contenti di esserlo? Probabilmente la fine del fenomeno della moda.

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Ultimo aggiornamento psicolinea.it: 12/12/2011

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