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Ora anche in Europa
abbiamo il problema della poligamia. E’ un problema, per così dire, di
‘importazione’ in quanto, sebbene i maschi italiani non
disdegnerebbero probabilmente la cosa (se a qualcuno ad esempio, in
vena di riforme ‘liberiste’ venisse in mente di proporla come legge
dello Stato...), in Europa la poligamia è sempre stato un reato.
Recentemente in Spagna si è aperta una nuova discussione
sull’argomento. Infatti, dicono i Musulmani, se avete aperto la porta
ai gay, che ora possono sposarsi e regolare la loro unione, perché
dimenticarvi dei diritti dei cittadini poligami?
Già. Cosa fare con
tutti questi cittadini immigrati che non sono dei lussuriosi
scatenati, ma poligami del tutto in buona fede?
E dico in ‘buona
fede’ perché è proprio la loro religione a prescrivere la possibilità,
o addirittura la necessità, in alcuni casi, di avere una o più mogli.
Stime non ufficiali parlano di
almeno 15.000 casi di poligamia in Italia: un dato non irrilevante,
che merita una risposta. Una risposta difficile, perché dovrà essere
frutto di un compromesso fra due culture su questo punto così
distanti. Anche in questo però, bisognerebbe cercare di approfondire,
di capire meglio le origini di certe norme culturali, oltre che
religiose.
Cerchiamo allora di
saperne di più. Cosa è, anzitutto, la poligamia? Come dice la parola è
un rapporto che una persona ha con più soggetti, anche a fini
riproduttivi. Naturalmente si parla di un uomo che si accoppia con più
donne (il caso opposto, quello della donna che ha più mariti si
definisce ‘poliandria’, cioè ‘molti uomini’). Per la cronaca, sembra
che la poliandria sia stata praticata in alcune popolazioni del
passato e che attualmente sopravviva in alcune comunità del Tibet,
dove le condizioni storico-ambientali hanno reso possibile che una
donna si sposi con più uomini.
In passato, ad
esempio fra gli ebrei, la poligamia era una pratica riservata a ceti
sociali elevati o prestigiosi, in quanto avere più mogli rappresenta
anzitutto un costo, ma poi anche perché permetteva la generazione di
numerosi figli, che come si sa, in certi ambienti rappresentano essi
stessi una ricchezza. Abramo, Mosè, Re Davide, Re Salomone. furono
poligami ed ebbero mogli e concubine.
Tra i musulmani, il
primo esempio di poligamia lo troviamo nello stesso Maometto, il quale
dichiarò che nella vita aveva amato principalmente tre cose: la
preghiera, il profumo e le donne. Ebbe infatti, contemporaneamente,
molte mogli (sorprenderà sapere che il profeta aiutava le mogli
perfino nei lavori domestici! Sta scritto infatti: “Divideva con
la sua sposa i lavori domestici e quando udiva la chiamata alla
preghiera usciva.”).
I Musulmani si rifanno, per spiegare le ragioni della poligamia, a
quanto è scritto nel Corano: “Appartiene ad Allah tutto quello
che è nei cieli e sulla terra, “Temete
Allah!” il timore di Lui costituisce un vincolo più forte di quello di
sangue e delle passioni: “O voi che credete, attenetevi alla giustizia
e rendete testimonianza innanzi ad Allah, foss’anche contro voi
stessi, i vostri genitori o i vostri parenti, si tratti di ricchi o di
poveri!Allah è più vicino (di voi) agli uni e agli altri.” Non
abbandonatevi alle passioni sì che possiate essere giusti.” (IV,135)
La poligamia
islamica si giustifica dunque nella esigenza di giustizia sociale e
nel bisogno di non essere preda delle proprie passioni (“Allah
vuole alleviare (i vostri obblighi), perché l’uomo è stato creato
debole” (IV,28). In più, storicamente, questo è stato un mezzo
per ‘accasare’ le vedove, le orfane e le divorziate, che per
guadagnarsi da vivere da sole, senza un uomo accanto (che spesso
moriva in guerra), non avevano altra strada che fare le prostitute.
Va inoltre detto che
questa regolazione della poligamia è stata, in un certo momento
storico, un grande traguardo sia per la vita stessa delle donne arabe,
che per l’ordinamento sociale. Prima dell’avvento dell’Islam infatti
le bambine venivano spesso uccise, sepolte vive appena nate e poi,
crescendo non erano considerate delle vere persone, ma quasi dei
vegetali. Con l'Islam la pratica di avere molte mogli, già presente
nella società, fu regolata, facendo assumere agli uomini delle
responsabilità nei confronti delle loro mogli. Il Corano sancisce
esplicitamente l'obbligo di equità e giustizia verso le spose
affermando: “se temete di non essere giusti, sposatene una sola”.
Va bene dunque il
discorso della regolamentazione dell’istituzione matrimoniale in un
Paese pre-islamico arretrato, dove la donna non aveva valore sociale.
Ma oggi? Che senso ha la poligamia? Oggi le donne non hanno più
bisogno di un ‘protettore’ che le faccia apprezzare in società: sono
colte, lavorano, possono mantenersi, regolare la loro vita
riproduttiva. Cosa ci guadagnano a sposare un uomo che ha già altre
mogli? E, soprattutto, come può una donna accettare con non-chalance
che il marito si prenda un’altra moglie (o diverse altre mogli?).
I Musulmani ed in
particolare le donne musulmane, dicono che i loro uomini sono,
all’interno di questa regolamentazione del matrimonio, molto più
‘monogami’ degli occidentali. In altre parole, si ‘contenterebbero’
delle loro mogli, a differenza degli occidentali che ne sposano una e
poi vanno a letto con un numero x di donne.
Certo però, che
anche le donne musulmane, sembra stiano aprendo gli occhi.
Leggiamo infatti quanto è scritto, seppur timidamente e con immutato
senso del rispetto verso la propria religione, nel sito
Islam on Line in un articolo
firmato da Patrizia Khadigia Dal Monte.
…’E’ ingiusto
che un uomo nasconda alla propria moglie di voler sposare un’altra
donna e che in caso di sua indisponibilità a ciò, non le faciliti la
libertà, anche con sostegno economico ; è ingiusto ugualmente che un
uomo nasconda ad una donna il suo legame precedente o lo disprezzi e
lo minimizzi ; è ingiusto che la scelta poligamica di un uomo avvenga
solo in base all’innamoramento o al desiderio di cambiare donna,
queste sono esigenze che avremmo anche noi…;
Certo, molta parte
della responsabilità della scelta poligamica viene ancora fatta
ricadere sulla rivale, piuttosto che sul marito. Leggiamo infatti:
‘… è ingiusto che una donna accetti di sposare un uomo già
accasato, senza curarsi della situazione in cui si va ad innestare,
ignorando completamente i sentimenti dell’altra donna.'
Quello che viene
dato per scontato è che la donna debba comprendere i bisogni del
marito: sennò che moglie è? Leggiamo infatti:
‘… è altrettanto ingiusto che una donna, il cui marito
manifesti un bisogno evidente in tale senso, bisogno sofferto e
discusso e ponderato, a causa di lacune o bisogni altri inerenti al
menage matrimoniale o sociale, gli neghi questa possibilità, a meno di
una profonda incapacità personale ad accettarlo’.
L’Autrice arriva a
questa conclusione: ‘Mi pare quindi che una poligamia in ambito
occidentale debba essere caratterizzata da questo rispetto per la
persona umana, sia uomo che donna, e quindi che una eventuale legge
che ne riconoscesse la possibilità deve poter garantire sì la libertà
di stipulare un secondo matrimonio all’uomo, ( e di riflesso così
proteggere la posizione delle mogli successive), ma nello stesso tempo
la libertà di accettazione da parte della prima moglie o delle mogli
precedenti, tutelando anche economicamente un eventuale rifiuto della
stessa (stesse). Questo è un ambito talmente intimo e personale che
solo garantendo la libertà effettiva di ognuno si può evitare
l’ingiustizia'.
Una timidissima apertura ai valori occidentali, i quali, su questo
tema della ‘giustizia’ convergono con quelli musulmani (anche se poi
per giustizia si intendono cose diverse. Ma intanto cominciamo a
cercare ciò che ci unisce e non ciò che ci divide. E a quanto pare, il
valore della giustizia è importante anche nel mondo musulmano)
La giustizia è
implicita nella legge coranica, sostengono i musulmani, riguardo al
diritto alla poligamia, dal momento che, se è vero che la donna può
perdere il privilegio di essere l’unica donna ufficiale del proprio
compagno di vita, mantiene però il diritto, secondo l’ Islam, di
essere sostenuta economicamente, insieme ai suoi figli, anche se
lavora ed ha redditi propri. La moglie poi, anche se possiede dei
beni o un salario, non è obbligata a dividerli con il marito.
Questo fa
immaginare che, per placare i sentimenti di rivalità e di gelosia
verso l’altra o le altre, la prima moglie diverrà nel tempo una
persona avida, portata a chiedere sempre di più in termini economici,
almeno per i propri figli, visto che è il primo e l’ultimo diritto che
le rimane. Ed insomma, alla fine della fiera, si tratta del solito
scambio nel rapporto uomo-donna prestazioni sessuali contro denaro:
l’unico ritenuto veramente equo, dalla notte dei tempi.
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