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La poligamia

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di Giuliana Proietti

Ora anche in Europa abbiamo il problema della poligamia. E’ un problema, per così dire, di ‘importazione’ in quanto, sebbene i maschi italiani non disdegnerebbero probabilmente la cosa (se a qualcuno ad esempio, in vena di riforme ‘liberiste’ venisse in mente di proporla come legge dello Stato...), in Europa la poligamia è sempre stato un reato. Recentemente in Spagna si è aperta una nuova discussione sull’argomento. Infatti, dicono i Musulmani, se avete aperto la porta ai gay, che ora possono sposarsi e regolare la loro unione, perché dimenticarvi dei diritti dei cittadini poligami?

Già. Cosa fare con tutti questi cittadini immigrati che non sono dei lussuriosi scatenati, ma poligami del tutto in buona fede?

E dico in ‘buona fede’ perché è proprio la loro religione a prescrivere la possibilità, o addirittura la necessità, in alcuni casi, di avere una o più mogli. Stime non ufficiali parlano di almeno 15.000 casi di poligamia in Italia: un dato non irrilevante, che merita una risposta. Una risposta difficile, perché dovrà essere frutto di un compromesso fra due culture su questo punto così distanti. Anche in questo però, bisognerebbe cercare di approfondire, di capire meglio le origini di certe norme culturali, oltre che religiose.

Cerchiamo allora di saperne di più. Cosa è, anzitutto, la poligamia? Come dice la parola è un rapporto che una persona ha con più soggetti, anche a fini riproduttivi. Naturalmente si parla di un uomo che si accoppia con più donne (il caso opposto, quello della donna che ha più mariti si definisce ‘poliandria’, cioè ‘molti uomini’). Per la cronaca, sembra che la poliandria sia stata praticata in alcune popolazioni del passato e che attualmente sopravviva in alcune comunità del Tibet, dove le condizioni storico-ambientali  hanno reso possibile che una donna si sposi con più uomini.          

In passato, ad esempio fra gli ebrei, la poligamia era una pratica riservata a ceti sociali elevati o prestigiosi, in quanto avere più mogli rappresenta anzitutto un costo, ma poi anche perché permetteva la generazione di numerosi figli, che come si sa, in certi ambienti rappresentano essi stessi una ricchezza. Abramo, Mosè, Re Davide, Re Salomone. furono poligami ed ebbero mogli e concubine.

Tra i musulmani, il primo esempio di poligamia lo troviamo nello stesso Maometto, il quale dichiarò che nella vita aveva amato principalmente tre cose: la preghiera, il profumo e le donne. Ebbe infatti, contemporaneamente, molte mogli (sorprenderà sapere che il profeta aiutava le mogli perfino nei lavori domestici! Sta scritto infatti: “Divideva con la sua sposa i lavori domestici e quando udiva la chiamata alla preghiera usciva.”).
I Musulmani si rifanno, per spiegare le ragioni della poligamia, a quanto è scritto nel Corano:  “Appartiene ad Allah tutto quello che è nei cieli e sulla terra, “
Temete Allah!” il timore di Lui costituisce un vincolo più forte di quello di sangue e delle passioni: “O voi che credete, attenetevi alla giustizia e rendete testimonianza innanzi ad Allah, foss’anche contro voi stessi, i vostri genitori o i vostri parenti, si tratti di ricchi o di poveri!Allah è più vicino (di voi) agli uni e agli altri.”  Non abbandonatevi alle passioni sì che possiate essere giusti.” (IV,135)

La  poligamia islamica si giustifica dunque nella esigenza di giustizia sociale e nel bisogno di non essere preda delle proprie passioni (“Allah vuole alleviare (i vostri obblighi), perché l’uomo è stato creato debole” (IV,28). In più, storicamente, questo è stato un mezzo per ‘accasare’ le vedove, le orfane e le divorziate, che per guadagnarsi da vivere da sole, senza un uomo accanto (che spesso moriva in guerra), non avevano altra strada che fare le prostitute.

Va inoltre detto che questa regolazione della poligamia è stata, in un certo momento storico, un grande traguardo sia per la vita stessa delle donne arabe, che per l’ordinamento sociale. Prima dell’avvento dell’Islam infatti le bambine venivano spesso uccise, sepolte vive appena nate e poi, crescendo non erano considerate delle vere persone, ma quasi dei vegetali. Con l'Islam la pratica di avere molte mogli, già presente nella società, fu regolata, facendo assumere agli uomini delle responsabilità nei confronti delle loro mogli. Il Corano sancisce esplicitamente l'obbligo di equità e giustizia verso le spose affermando: “se temete di non essere giusti, sposatene  una sola”. 

Va bene dunque il discorso della regolamentazione dell’istituzione matrimoniale in un Paese pre-islamico arretrato, dove la donna non aveva valore sociale. Ma oggi? Che senso ha la poligamia? Oggi le donne non hanno più bisogno di un ‘protettore’ che le faccia apprezzare in società: sono colte, lavorano, possono mantenersi, regolare la loro vita riproduttiva. Cosa ci guadagnano a sposare un uomo che ha già altre mogli? E, soprattutto, come può una donna accettare con non-chalance che il marito si prenda un’altra moglie (o diverse altre mogli?).

I Musulmani ed in particolare le donne musulmane, dicono che i loro uomini sono, all’interno di questa regolamentazione del matrimonio, molto più ‘monogami’ degli occidentali. In altre parole, si ‘contenterebbero’ delle loro mogli, a differenza degli occidentali che ne sposano una e poi vanno a letto con un numero x di donne.

Certo però, che anche le donne musulmane, sembra stiano aprendo gli occhi.
Leggiamo infatti quanto è scritto, seppur timidamente e con immutato senso del rispetto verso la propria religione, nel sito Islam on Line in un articolo firmato da Patrizia Khadigia Dal Monte.

…’E’ ingiusto che un uomo nasconda alla propria moglie di voler sposare un’altra donna e che in caso di sua indisponibilità a ciò, non le faciliti la libertà, anche con sostegno economico ; è ingiusto ugualmente che un uomo nasconda ad una donna il suo legame precedente o lo disprezzi e lo minimizzi ; è ingiusto che la scelta poligamica di un uomo avvenga solo in base all’innamoramento o al desiderio di cambiare donna, queste sono esigenze che avremmo anche noi…;

Certo, molta parte della responsabilità della scelta poligamica viene ancora fatta ricadere sulla rivale, piuttosto che sul marito. Leggiamo infatti: ‘… è ingiusto che una donna accetti di sposare un uomo già accasato, senza curarsi della situazione in cui si va ad innestare, ignorando completamente i sentimenti dell’altra donna.'

Quello che viene dato per scontato è che la donna debba comprendere i bisogni del marito: sennò che moglie è? Leggiamo infatti: ‘… è altrettanto ingiusto che una donna, il cui marito manifesti un bisogno evidente in tale senso, bisogno sofferto e discusso e ponderato, a causa di lacune o bisogni altri inerenti al menage matrimoniale o sociale, gli neghi questa possibilità, a meno di una profonda incapacità personale ad accettarlo’.

L’Autrice arriva a questa conclusione: ‘Mi pare quindi che una poligamia in ambito occidentale debba essere caratterizzata da questo rispetto per la persona umana, sia uomo che donna, e quindi che una eventuale legge che ne riconoscesse la possibilità deve poter garantire sì la libertà di stipulare un secondo matrimonio all’uomo, ( e di riflesso così proteggere la posizione delle mogli successive), ma nello stesso tempo la libertà di accettazione da parte della prima moglie o delle mogli precedenti, tutelando anche economicamente un eventuale rifiuto della stessa (stesse). Questo è un ambito talmente intimo e personale che solo garantendo la libertà effettiva di ognuno si può evitare l’ingiustizia'.

Una timidissima apertura ai valori occidentali, i quali, su questo tema della ‘giustizia’ convergono con quelli musulmani (anche se poi per giustizia si intendono cose diverse. Ma intanto cominciamo a cercare ciò che ci unisce e non ciò che ci divide. E a quanto pare, il valore della giustizia è importante anche nel mondo musulmano)

La giustizia è implicita nella legge coranica, sostengono i musulmani, riguardo al diritto alla poligamia, dal momento che, se è vero che la donna può perdere il privilegio di essere l’unica donna ufficiale del proprio compagno di vita, mantiene però il diritto, secondo l’ Islam, di essere sostenuta economicamente, insieme ai suoi figli, anche se lavora ed ha redditi propri. La moglie poi, anche se possiede  dei beni o un salario, non è obbligata a dividerli con il  marito.

Questo fa immaginare che, per placare i sentimenti di rivalità e di gelosia verso l’altra o le altre, la prima moglie diverrà nel tempo una persona avida, portata a chiedere sempre di più in termini economici, almeno per i propri figli, visto che è il primo e l’ultimo diritto che le rimane. Ed insomma, alla fine della fiera, si tratta del solito scambio nel rapporto uomo-donna prestazioni sessuali contro denaro: l’unico ritenuto veramente equo, dalla notte dei tempi.

 

 Psicolinea.it © Mar 2006

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Ultimo aggiornamento psicolinea.it: 12/12/2011

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