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Home Page > COSTUME E SOCIETA' > Le generazioni della droga

LE GENERAZIONI DELLA DROGA


di
Franco Avenia
 

Tra il 1991 ed il 1992, quando fui chiamato a partecipare come docente ad un corso d’aggiornamento per Operatori di Comunità Terapeutiche, finalizzato alla riabilitazione dei tossicodipendenti, un’evidenza catturò subito la mia attenzione: la microsocietà della droga era sensibilmente cambiata negli ultimi venti anni. Un cambiamento che andava molto al di là di quanto emergesse dai rapporti ufficiali e dagli studi di settore. Questi, infatti, mettevano a fuoco la prevalenza di nuove droghe, l’aumento degli atti criminosi, la crescita dei decessi, l’incrocio di dati statistici sulle cause socio-familiari delle tossicodipendenze, le nuove proposte terapeutiche, ma non evidenziavano i sostanziali mutamenti avvenuti nella dialettica tra la droga, i bisogni che andava a soddisfare ed i significati-valori ad essa correlati.

Nel fenomeno sociale osservato in Europa, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, erano presenti tratti distintivi chiaramente discordanti con quelli allora sotto i miei occhi e la loro difformità disegnava scenari non più sovrapponibili.

I due decenni trascorsi avevano trasformato profondamente la nostra società e l’uso della droga, che si era sempre più diffuso, rispondeva a bisogni diversi, produceva nuovi comportamenti, assumeva altri significati ed attribuiva divergenti responsabilità. Analogamente, le più recenti trasformazioni socio-culturali hanno modificato il complesso rapporto tra le droghe ed i suoi consumatori. Accomunare pertanto generazioni diverse caratterizzate dall’uso della droga significa semplificare un fenomeno, antico, complesso e drammatico, perdendo la possibilità di comprenderlo in profondità e quindi di offrire soluzioni più efficaci per prevenirlo e sanarlo.

Dalla conclusione della seconda guerra mondiale alla fine del ventesimo secolo, accanto ad una molteplicità di singoli casi, sono emerse sei generazioni più o meno dedite all’uso della droga. La loro evoluzione si sovrappone e si confonde nel breve periodo nel quale si sono sviluppate. Le loro storie sono diverse, spesso intersecate l’una con l’altra, a volte contrapposte, rispecchiando il rapido mutare dei tempi…

La beat generation segue di poco la lost generation, prima generazione d’adolescenti del dopoguerra. Quest’ultima, pervasa da un senso d’insofferenza al conformismo ed ai valori dominanti, più che d’interrogarsi e darsi nuove risposte ha bisogno di ribellarsi, d’infrangere le regole. E’ irrequieta, aggressiva, amorale e violenta, quale la descrisse incisivamente Evan Hunter, nella seconda metà degli anni ’50, in Blackboard Jungle e Second Ending. I figli dell’alta e media borghesia leggono Dylan Thomas (probabilmente più attratti dal fascino negativo del personaggio che dal discutibile lirismo della sua poesia) e sfogano la loro rivolta nell’insensatezza delle azioni, nell’alcool, nell’iniettarsi stupefacenti; quelli delle classi meno abbienti nei raid motociclistici, nelle lotte tra bande, in un rabbioso vandalismo.

Ma poco a poco la dominante carica distruttiva, cieca ed apparentemente immotivata, inizia a perdere potenza e nel giro di qualche anno si trasforma in consapevole ribellione.

Le generazioni, solitamente scandite da un ventennio, si caratterizzano d’ora in poi in minor tempo, si fondono l’una con l’altra. Iniziano gli anni ’60 e si affaccia già una nuova generazione: la beat generation, come la chiamò felicemente il critico J. C. Holmes. L’incapacità d’adattarsi, che accomuna e sovrappone giovani ed intellettuali quasi coetanei, promuove la necessità di disegnare un modo alternativo di vivere; l’avversione per il puritanesimo regnante e la rivolta antiborghese li sospinge ai margini dell’opulenta società americana nella quale non si riconoscono e di cui rifiutano regole e benefici. Una società vissuta come grigia, anonima e soffocante che richiede uno sforzo continuo per sopravvivere, inseguendo traguardi che appena raggiunti necessitano ancor più sacrificio per non perderli e che si mostrano immancabilmente come tappe intermedie senza valore. Così, piuttosto che correre incessantemente come cavie di laboratorio su tapis roulant, i giovani della beat generation scelgono l’autostop lungo le interminabili autostrade che uniscono i due oceani. La loro compagna di viaggio è la marijuana, che lenisce il disagio di una diversità prima sentita e poi affermata, rendendoli indifferenti al mondo esterno. I loro profeti sono Jack Kerouac, che li conduce on the road, ed Allen Ginsberg che li segue “per sentire se io o tu o lui abbiamo avuto una visione che ci ha fatto conoscere l’Eternità”.

Il vagabondare che li caratterizza è fuga e ricerca allo stesso tempo: fuggono da un sistema che non gli consente di essere autenticamente individui, inscatolati ed immessi sul mercato come i prodotti che le operose industrie americane confezionano senza sosta; ricercano un nuovo ordine morale, un nuovo senso dell’esistenza.

Le radici della loro cultura si mescolano solo apparentemente con la vecchia Europa, rappresentata dalla Scuola di San Francisco che accoglie in sé la tradizione anarchica, dadaista e quella antilogica surrealista. 

L’Europa in quegli anni dorme satolla dopo i lauti pasti che gli offre il boom economico. La ribellione è rappresentata dai tristemente famosi teddy boys che si diffondono soprattutto nei paesi scandinavi ed in Inghilterra.  A parte la famosa Notte di Capodanno, in cui alcune strade del centro di Stoccolma vengono vandalicamente distrutte, la loro azione si concreta in singoli atti criminosi che non riescono ad attrarre grandi masse di giovani né a scuotere la società. Spesso ingiustamente collegati agli scrittori ed ai cineasti inglesi del gruppo degli Angry Young Men, rimangono di fatto lontani da ogni tematica socio-politica; il loro disimpegno è totale, la loro violenza gratuita. John Osborne, Kingsley Amis, Tony Richardson e gli altri giovani arrabbiati, invece, pur dichiarando la loro distanza dalla politica tradizionale, denunciano con realismo gli aspetti più crudi della società post-bellica, prendendo chiare posizioni. Così, il fenomeno dei teddy boys, senza una vera autocoscienza e senza un solido substrato ideale, non si espande più di tanto, trasformandosi nel tempo in mesto folklore. 

L’unico autentico movimento europeo di rottura culturale è rappresentato dall’esistenzialismo, ma alla sua base vi è un pensiero troppo complesso per diventare popolare. Rimane circoscritto a gruppi d’intellettuali intenti a decriptare Heidegger e ad imitare Sartre. I giovani che ne sono attratti lo interpretano superficialmente come atteggiamento, come ostentazione di un rifiuto globale che sentono crescere da dentro ma che non riesce ad incarnarsi. Presto diviene moda lasciando all’establishment il compito di fagocitarlo rendendolo innocuo.

Dall’Atlantico, però, come un’onda che si erge minacciosa e poi si abbatte con fragore, arriva il primo fenomeno multimediatico che conquista le masse: masse di giovani scosse da un nuovo modello culturale che li sottrae all’incubo di un drammatico passato verso cui non hanno responsabilità e li arresta dinnanzi alla prospettiva di un caramellato domani da vivere senza emozioni.

Nel decennio, o poco più, che precede il ’68, i giovani europei conoscono il tormento, i dubbi, le speranze, i sogni dei loro coetanei americani e li conoscono nel modo più diretto ed enfatizzante: attraverso il cinema, la televisione, la musica. Arrivano al di qua dell’oceano i film di Kazan, di Ray che incoronano il mito di James Dean, Rebel without a cause (Ribelle senza motivo, dal titolo originale del film “Gioventù bruciata”); i primi resoconti degli attivisti che protestano per il disarmo nucleare e l’affermazione dei diritti civili, le immagini delle marce contro la guerra in Vietnam accompagnate dalla ieratica voce di Joan Baez; le crude canzoni di Bob Dylan.

E subito si crea un solco profondo che li separa dai genitori. Gli adolescenti sono confusi, ma affascinati dalla scoperta di una realtà diversa che, pur non riuscendo a comprendere fino in fondo, sentono realmente come propria. La distanza con i genitori aumenta sempre più rapidamente e sempre più divengono a loro sconosciuti. In pochi anni perdono le radici e scoprono di essere orfani.

Gli orfani di questa generazione, progressivamente e disomogeneamente, diverranno gli hippies: la prima, vera, generazione della droga. La loro immagine non è infatti dissociabile dalla droga che rappresenta al tempo stesso il distacco dalla vecchia società ed il collante della nuova. Esperire il mondo al di fuori della specola offerta da hascisc o LSD non è per loro pensabile, così come non è immaginabile un raduno in tre o quattro in un flat di South Kensington o in cinquemila per un concerto dei Rolling Stones senza droghe.

Gli hippies rompono con il passato e si gettano a capofitto in un futuro vuoto che sentono di dover riempire solo con le loro forze. Leggono poco, conoscono pochi autori: i classici Rimbaud, Baudelaire, Poe e Hesse, ancora Kerouac e Ginsberg, poi Lawrence Ferlinghetti e Jerome D. Salinger, perché in qualche modo vicini alle loro esperienze. Con la stessa motivazione scopriranno Aldous Huxley e, solo alcune avanguardie, Henry Michaux. Per il resto il taglio con la cultura è netto. Ignorano sostanzialmente ogni forma d’arte, anche quella a loro più apparentemente vicina delle arti visive.  Appena accennato è infatti il loro interesse per il contemporaneo astrattismo statunitense ed il surrealismo europeo, entrambi collegabili ad alcune suggestioni delle droghe in uso. Pop Art ed Op Art rientreranno più che altro nell’iconografia che li rappresenta, poiché si diffonderanno solo alla fine della breve stagione hippy. Non comprano giornali, non guardano la televisione, la comunicazione e le emozioni sono affidate alla musica ed alla stonatura che si fondono emblematicamente in alcune celebri canzoni: Mr. Tambourine Man, di Bob Dylan,  Candy Man, di Donovan,  Lucy in the Sky with Diamonds, dei Beatles, apologie degli spacciatori ed inni alla droga.   

I gruppi e le comunità di hippies si formano spontaneamente e si diffondono in breve tempo. Attenzione però, non accolgono più giovani ribelli, ma fuggitivi. I figli dei fiori, infatti, non si ribellano- seppur allora ed ancor oggi vengano da alcuni chiamati “contestatori”- non aggrediscono, non lottano per affermare la loro diversità: si allontanano, si estraniano.  Rifiutano i valori della società nella quale vivono e decidono di sceglierne liberamente di nuovi, creando una cultura alternativa. Intendono in questo modo ricostruire la loro identità ed impossessarsi dei singoli progetti di vita, che genitori e gruppi sociali d’appartenenza hanno scritto vicariamente, per poi imporglieli. 

Per questo molti abbandoneranno la casa paterna senza farvi più ritorno; alcuni vi faranno ritorno ma da estranei; altri non l’abbandoneranno mai, per necessità o convenienza, ma s’isoleranno sempre di più, ricreando solo con chi condivide le loro esperienze un nuovo focolare.

Una rivoluzione incruenta ed individualista, dove la rottura con la tradizione e la riappropriazione del progetto di vita sono rappresentati dalla ricerca di una dimensione esistenziale alternativa: anomica, non violenta, antirazionalista, antiutilitarista, emozionale, ed i lumi sono accesi dalla contemplazione.

La proposta di vita degli hippies è un’utopia e come tutte le utopie ha un enorme potere di fascinazione.

Per loro vale la teoria di William James, il quale ritiene che la coscienza ordinaria sia solo una delle coscienze possibili che sfioriamo ogni istante: “Noi possiamo passare la vita senza sospettare della loro esistenza, ma basta applicare un dato stimolo perché con un lieve tocco si rivelino in tutta la loro pienezza.” Sicuramente gli hippies non arrivano a conoscere James, ma conoscono Huxley e dai suoi scritti emergono nuove e straordinarie forme di coscienza piene d’attrattive.

Purtroppo Huxley, pur colmando le pagine dei suoi libri di dotte citazioni ed analogie culturali, risulta un grande comunicatore. Le esperienze descritte nelle Porte della percezione ed in Paradiso e Inferno -che replicavano in una certa misura quelle iniziate nell’ottocento dal celebre “Club des Hascischins” di Baudelaire, Balzac e Gautier- hanno un fine puramente speculativo ed uno prettamente scientifico, andando a coniugare le esigenze gnoseologiche e mistiche dell’autore con la ricerca psichiatrica (Huxley fu sollecitato all’assunzione di droga dallo psichiatra Humphrey Osmond che aveva notato affinità tra gli effetti della mescalina e la schizofrenia). Ciò che passa però al grande pubblico è solo la straordinarietà dell’esperienze e l’apertura mistica. Due elementi alla base della cultura hippy che intende ambiziosamente rifondare la società partendo dalle sue radici: l’esperienza del singolo ed il suo collegamento cosmologico. Due elementi che rinforzeranno la caratteristica di fuggitivi. Gli hippies, che abbandonano la società nella quale non si riconoscono, evadono infatti dalla realtà che gli è attorno scavalcando il confine del normale percepire attraverso le droghe e fuggono ancora più lontano andando a cercare quella dimensione mistico-religiosa che l’Oriente da sempre offre. E’ proprio l’Oriente -che gli fornisce droga in grandi quantità ed a basso costo- a promettergli una spiritualità da vivere senza regole e senza dogmi, come è loro desiderio. Le piste dell’Est sono le loro mete, le ultime mete. In Oriente moriranno migliaia di giovani e non più giovani di tutto il mondo, assassinati da banditi e spacciatori, decimati dalle malattie, stroncati dalla droga. Nelle loro anonime sepolture viene anche tumulata l’utopia che hanno rincorso per pochi ed intensi anni.

Dal fallimento della grande illusione hippy nasce l’heavy generation. E’ la generazione del disincantamento, dell’insuccesso, della cruda realtà, delle droghe che uccidono senza pietà. Gli anni del post-sessantotto hanno visto tramontare non solo i sogni dei figli dei fiori, ma anche gran parte delle speranze di cambiamento politico e sociale. Un’insinuante, progressiva restaurazione sta rimettendo le cose nell’ordine precedente. Tranne il movimento d’emancipazione femminile, l’affermazione –più teorica che sostanziale- dei diritti civili e qualche cambiamento di facciata, tutto in breve ritorna come prima. Delusi, sfiduciati, i giovani, incapaci di ribellarsi o di fuggire come i loro predecessori, riempiono il vuoto esistenziale con la droga, incolpandone la famiglia. Sono gli anni in cui i genitori dei tossicodipendenti migrano da uno psicologo all’altro cercando di capire dove hanno sbagliato, si sottopongono a laceranti terapie familiari e vengono giudicati in processi sommari nelle comunità. Ora sono i genitori ad esser confusi. Tutto quanto è accaduto è accaduto in fretta. Anche i loro valori, i loro convincimenti più radicati sono stati scossi. L’ebbrezza della pace e del benessere è passata con il freddo realismo di nuove guerre e nuove crisi economiche, e le domande, cui per anni erano abituati a rispondere automaticamente, restano  senza risposte.

Genitori e figli siedono alla stessa tavola senza poter più comunicare. Nelle classi meno abbienti il confine è marcato molto spesso dall’istruzione: il padre operaio non può più dialogare con il figlio che ha fatto studiare a costo di enormi sacrifici e che adesso ne sa più di lui; i ruoli s’invertono alterando le naturali dinamiche familiari. Nella media ed alta borghesia (dove spesso ai figli è stato consentito di fare esperienze sproporzionate rispetto a quelle del padre e della madre), gli usuali compromessi borghesi stridono nella macina dell’idealismo giovanile, cui nessuno sa più offrire prospettive, incrinando un’autorità che fatica a credere in se stessa e che non ha più puntelli per sostenersi.

Sconfitti, prigionieri di un cupo quotidiano senza futuro ed impossibilitati a ripiegarsi nella famiglia per superare delusioni e ritrovare motivazioni, i giovani vivono un profondo senso di frustrazione che, come sempre, si trasforma in aggressività. Un aggressività che rivolgono verso se stessi con l’uso di droghe sempre più pesanti, verso la famiglia scaricandole ogni responsabilità, verso la società non rispettandone più le regole; la stessa aggressività che per altri s’incanalerà nel terrorismo.

Sono passati solo pochi anni: dai variopinti vestiti degli hippies, dalle loro canzoni piene di sogni e di speranze, dall’amore libero, dall’anelito mistico, al crudo realismo degli anfratti più bui e sudici per bucarsi. La siringa è la spada, sporca del sangue d’innocenti che replicano ogni giorno il rito della vendetta, inconsapevoli d’esser loro stessi le vittime. L’hascisc e l’LSD vengono progressivamente affiancati dall’eroina che riduce la percezione d’insopportabilità di una condizione esistenziale vissuta senza scampo. I luoghi, arricchiti da colorati poster, dove un giorno si rollava ascoltando musica e si raccontavano esperienze realizzate attivando fenomeni psichici sconosciuti, sono ora sostituiti da squallidi ambienti dove regnano il torpore, il silenzio, il degrado. La heavy generation riporta alla memoria le sordide fumerie d’oppio dell’Asia descritte da Kipling. Dai visi dei giovani è scomparsa la luce di Eros, appare solo la cupa ombra di Thànatos.

Ad una sognata società pacifista, gioviale, senza gerarchie e vincoli di proprietà, dove praticare amore e sesso liberamente e dove ciascuno ha la dignità d’individuo perché attinge in sé la verità, si è sostituita una comunità di soggetti senza identità e senza finalità. Il gruppo solidale, simulacro di una nuova famiglia, si è frantumato in una miriade d’individualità in costante lotta cannibalica per sopravvivere. La ritualità contemplativa ha lasciato il posto ad un’ingenua magia, creduta capace di modificare la realtà. L’idealismo hippy si è trasformato nel materialismo della heavy generation; il coraggio della fuga, vissuta come scelta di cui assumersi l’onere, in infantile scarico di responsabilità; lutopia della pace perenne in lotta senza quartiere.

Ma l’accelerazione nelle trasformazioni della società contemporanea è così rapida da mutare scenario prima ancora che la rappresentazione sia giunta al suo epilogo.

La ripresa economica dei paesi occidentali negli anni ottanta ha risvegliato la cupiditas naturalis ed ha scatenato una nuova corsa al benessere, al danaro, al successo. I poteri forti che dominano il mondo la impongono subdolamente e massicciamente attraverso i mezzi di comunicazione che controllano senza limiti.

E’ una corsa dura, difficile, senza esclusione di colpi, dove tutti sembrano poter partecipare, ma dove in effetti solo pochissimi possono arrivare a tagliare il traguardo. La facilità d’emergere economicamente sperimentata nel dopoguerra è lontana. Ora i vincitori saranno pochi, solo i più forti. La concorrenza spietata e l’asperità del percorso implicano uno sforzo enorme e continuo: dinamicità, iperlucidità, coraggio, resistenza fisica, autocontrollo, abitudine al rischio, cura dell’immagine pubblica…troppo per essere gestito da giovani impreparati e senza esperienza. La yuppie generation ha bisogno d’aiuto per emergere e lo trova nella droga. Lo young urban professional, mosso da un’irrefrenabile ambizione, è disposto a tutto pur di arrivare. Il bisogno di emergere e di raggiungere un’elevata posizione sociale in poco tempo lo rende freneticamente attivo usurandolo, però, in fretta. La consapevolezza delle enormi difficoltà genera in lui costante paura di non essere all’altezza e ne scopre ulteriormente la fragilità. Si attiva allora un circuito chiuso di segnali d’allarme e compensazioni che crescono progressivamente fino all’inevitabile incontro con gli anfetaminici e, soprattutto, con la cocaina.  Ma la spinta a primeggiare e guadagnarsi consenso e stima attraverso un fulminante successo economico non corrisponde ad un bisogno naturale e quindi non è facilmente autogestibile. Il suo corso esasperante è eteroindotto, rispondendo alle esigenze di un’economia che riparte improvvisamente e che ha bisogno di forze nuove da poter spremere subito e senza limiti. Così l’artificiosa lusinga del facile successo adesca giovani più o meno ingenui mostrando in fine il suo vero volto: un miraggio che si trasforma in realtà solo per pochi predestinati; agli altri rimane l’amaro del fallimento, cui spesso andrà ad aggiungersi il dramma della tossicodipendenza.

Il mito dello yuppie dura poco. L’economia, dopo circa un decennio, rallenta di nuovo e la moltitudine di coloro cui non è riuscita la scalata al successo spaventa, disinganna e demotiva gli emuli. I giovani che guardano lo young urban professional, rovinosamente caduto dalle sue ambizioni, resistono all’illusione di una facile affermazione socio-economica, ma non vogliono perdere i vantaggi eventualmente raggiungibili. La strategia allora è quella del come se, in tutti i modi, con tutti i mezzi. Una scorciatoia per avere benefici senza doverli guadagnare. Ma come tutte le scorciatoie, anche questa richiede un pedaggio. Ancora una volta l’elemento alchemico che modifica il limite della realtà è la droga: arriva la light generation. Leggera perché priva di consistenza, perché rifiuta ogni impegno, perché non sa resistere, perché è fatua, frivola, volubile, condizionabile, debole, superficiale.

I giovani di questa generazione, che appartengono in gran parte alla borghesia, usano le droghe per amplificare il piacere, per scovarlo dove non dovrebbe essere, per surrogarlo dove non c’è. Ai modelli imposti dai mass media non sanno resistere. L’incessante martellamento della televisione crea un modo di vivere virtuale, illusorio ed irraggiungibile, sostenuto da ideali contraffatti. La pubblicità, ossessivamente presente, attraverso ingannevoli obiettivi, dispensa felicità e successo a basso costo. Tutto del mondo presente nelle loro menti è pressoché difforme dalla vita d’ogni giorno. Menti spodestate che rifiutano la rivelazione dell’inganno perché troppo doloroso sarebbe il confronto con la realtà. La droga, dunque, diviene funzionale al mantenimento d’una rappresentazione che non prevede il ritorno al reale, con attori prigionieri d’un ruolo senza possibilità di resipiscenze o smascheramenti. Il Re forse è nudo, ma è meglio non saperlo, perché senza di lui la vita sarebbe ben poca cosa. Dove non si arriva da soli, si viene portati dalla droga. Cannaboidi, anfetaminici, cocaina, eroina, ecc., tutto va bene, purché si raggiunga il piacere e non ci si scopra così diversi, così inadeguati, così drammaticamente lontani dall’impalpabile realtà, serena, appagante e sfavillante che ogni giorno, come una fiaba, viene raccontata da chi solo ne trae profitto.

A loro si affiancano -in parte epigoni della heavy generation, in parte frutto delle sinergie sociali che danno vita alla light generation- i reietti, gli emarginati, gli esclusi dalla spartizione del benessere. Sono i giovani della chemical generation. L’impossibilità d’emergere socialmente, la rabbia che nasce dalla consapevolezza d’essere deboli, esclusi e discriminati, ed il vuoto esistenziale che li circonda non trovano altra compensazione che la droga.

La straziante realtà della condizione in cui sono predestinati a vivere, raccontata irriverentemente da Irvine Welsh in Trainspotting e negli altri suoi spietati racconti degli anni ‘90, non è solo la realtà dei sobborghi di Edinburgo o di Londra è il violento paradigma entro cui si dibattono le tormentate esistenze di quest’ultima sciagurata generazione.

Le infelici vite e le ignorate morti di cui sono protagonisti, cosi come quelle di coloro che li anno preceduti per strade differenti verso la droga, rimandano alle confuse e spesso ingestibili dinamiche della società, ma rinviano altresì all’egoismo, all’avidità ed all’indifferenza, pesando inevitabilmente sulle nostre coscienze.

Le motivazioni per cui si giunge alla droga e dal consumo si passa poi all’abuso, fino alla tossicodipendenza –oltre ad una eventuale, non dimostrata, predisposizione- sono molteplici: la noia, la curiosità, l’imitazione, la debolezza, il disagio esistenziale, la disperazione,  la ribellione; la ricerca del piacere, della performance, dell’ispirazione artistica o di quella mistica; e poi, per avere più grinta  nel lavoro, per facilitare i rapporti sociali, per vincere la timidezza o semplicemente per divertirsi dove altrimenti non sarebbe possibile, …ecc. ecc.. Ma ciascuna di queste motivazioni e loro aggregazioni fanno immancabilmente parte di peculiari progetti di vita che spesso vengono risucchiati da progetti più ampi, necessari nell’evoluzione della società. Comprendere questi ultimi può contribuire -al di là di una semplice rilettura della storia- a far emergere una più chiara consapevolezza delle forze che trascendono i singoli individui.

Psicolinea - Settembre 2007

Franco Avenia

Presidente dell’Associazione Italiana per la Ricerca in Sessuologia (AIRS) Docente al corso di “Psicologia e Psicopatologia dei Comportamenti Sessuali”  Scuola Medica Ospedaliera di Roma e della Regione Lazio.
Sito: www.francoavenia.com


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Ultimo aggiornamento psicolinea.it: 16/07/2010
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