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Tra il 1991 ed il 1992, quando fui
chiamato a partecipare come docente ad un corso d’aggiornamento per
Operatori di Comunità Terapeutiche, finalizzato alla riabilitazione
dei tossicodipendenti, un’evidenza catturò subito la mia attenzione:
la microsocietà della droga era sensibilmente cambiata
negli ultimi venti anni. Un cambiamento che andava molto al di là di
quanto emergesse dai rapporti ufficiali e dagli studi di settore.
Questi, infatti, mettevano a fuoco la prevalenza di nuove droghe,
l’aumento degli atti criminosi, la crescita dei decessi, l’incrocio di
dati statistici sulle cause socio-familiari delle tossicodipendenze,
le nuove proposte terapeutiche, ma non evidenziavano i sostanziali
mutamenti avvenuti nella dialettica tra la droga, i bisogni che andava
a soddisfare ed i significati-valori ad essa correlati.
Nel fenomeno sociale osservato in Europa,
a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, erano presenti tratti distintivi
chiaramente discordanti con quelli allora sotto i miei occhi e la loro
difformità disegnava scenari non più sovrapponibili.
I
due decenni trascorsi avevano trasformato profondamente la nostra
società e l’uso della droga, che si era sempre più diffuso, rispondeva
a bisogni diversi, produceva nuovi comportamenti, assumeva altri
significati ed attribuiva divergenti responsabilità. Analogamente, le
più recenti trasformazioni socio-culturali hanno modificato il
complesso rapporto tra le droghe ed i suoi consumatori. Accomunare
pertanto generazioni diverse caratterizzate dall’uso della
droga significa semplificare un fenomeno, antico, complesso e
drammatico, perdendo la possibilità di comprenderlo in profondità e
quindi di offrire soluzioni più efficaci per prevenirlo e sanarlo.
Dalla conclusione della seconda guerra mondiale alla fine del
ventesimo secolo, accanto ad una molteplicità di singoli casi, sono
emerse sei generazioni più o meno dedite all’uso della droga.
La loro evoluzione si sovrappone e si confonde nel breve periodo nel
quale si sono sviluppate. Le loro storie sono diverse, spesso
intersecate l’una con l’altra, a volte contrapposte, rispecchiando il
rapido mutare dei tempi…
La
beat generation segue di poco la lost generation, prima
generazione d’adolescenti del dopoguerra. Quest’ultima, pervasa da un
senso d’insofferenza al conformismo ed ai valori dominanti, più che
d’interrogarsi e darsi nuove risposte ha bisogno di ribellarsi,
d’infrangere le regole. E’ irrequieta, aggressiva, amorale e violenta,
quale la descrisse incisivamente Evan Hunter, nella seconda metà degli
anni ’50, in Blackboard Jungle e Second Ending. I figli
dell’alta e media borghesia leggono Dylan Thomas (probabilmente più
attratti dal fascino negativo del personaggio che dal discutibile
lirismo della sua poesia) e sfogano la loro rivolta nell’insensatezza
delle azioni, nell’alcool, nell’iniettarsi stupefacenti; quelli
delle classi meno abbienti nei raid motociclistici, nelle lotte tra
bande, in un rabbioso vandalismo.
Ma
poco a poco la dominante carica distruttiva, cieca ed apparentemente
immotivata, inizia a perdere potenza e nel giro di qualche anno si
trasforma in consapevole ribellione.
Le
generazioni, solitamente scandite da un ventennio, si caratterizzano
d’ora in poi in minor tempo, si fondono l’una con l’altra. Iniziano
gli anni ’60 e si affaccia già una nuova generazione: la beat
generation, come la chiamò felicemente il critico J. C. Holmes.
L’incapacità d’adattarsi, che accomuna e sovrappone giovani ed
intellettuali quasi coetanei, promuove la necessità di disegnare un
modo alternativo di vivere; l’avversione per il puritanesimo regnante
e la rivolta antiborghese li sospinge ai margini dell’opulenta società
americana nella quale non si riconoscono e di cui rifiutano regole e
benefici. Una società vissuta come grigia, anonima e soffocante che
richiede uno sforzo continuo per sopravvivere, inseguendo traguardi
che appena raggiunti necessitano ancor più sacrificio per non perderli
e che si mostrano immancabilmente come tappe intermedie senza valore.
Così, piuttosto che correre incessantemente come cavie di laboratorio
su tapis roulant, i giovani della beat generation scelgono
l’autostop lungo le interminabili autostrade che uniscono i due
oceani. La loro compagna di viaggio è la marijuana, che lenisce il
disagio di una diversità prima sentita e poi affermata, rendendoli
indifferenti al mondo esterno. I loro profeti sono Jack Kerouac, che
li conduce on the road, ed Allen Ginsberg che li segue “per
sentire se io o tu o lui abbiamo avuto una visione che ci ha fatto
conoscere l’Eternità”.
Il
vagabondare che li caratterizza è fuga e ricerca allo stesso tempo:
fuggono da un sistema che non gli consente di essere autenticamente
individui, inscatolati ed immessi sul mercato come i prodotti che le
operose industrie americane confezionano senza sosta; ricercano un
nuovo ordine morale, un nuovo senso dell’esistenza.
Le
radici della loro cultura si mescolano solo apparentemente con la
vecchia Europa, rappresentata dalla Scuola di San Francisco che
accoglie in sé la tradizione anarchica, dadaista e quella antilogica
surrealista.
L’Europa in quegli anni dorme satolla dopo i lauti pasti che gli offre
il boom economico. La ribellione è rappresentata dai tristemente
famosi teddy boys che si diffondono soprattutto nei paesi
scandinavi ed in Inghilterra. A parte la famosa Notte di Capodanno,
in cui alcune strade del centro di Stoccolma vengono vandalicamente
distrutte, la loro azione si concreta in singoli atti criminosi che
non riescono ad attrarre grandi masse di giovani né a scuotere la
società. Spesso ingiustamente collegati agli scrittori ed ai cineasti
inglesi del gruppo degli Angry Young Men, rimangono di fatto
lontani da ogni tematica socio-politica; il loro disimpegno è totale,
la loro violenza gratuita. John Osborne, Kingsley Amis, Tony
Richardson e gli altri giovani arrabbiati, invece, pur
dichiarando la loro distanza dalla politica tradizionale, denunciano
con realismo gli aspetti più crudi della società post-bellica,
prendendo chiare posizioni. Così, il fenomeno dei teddy boys,
senza una vera autocoscienza e senza un solido substrato ideale, non
si espande più di tanto, trasformandosi nel tempo in mesto folklore.
L’unico autentico movimento europeo di rottura culturale è
rappresentato dall’esistenzialismo, ma alla sua base vi è un pensiero
troppo complesso per diventare popolare. Rimane circoscritto a gruppi
d’intellettuali intenti a decriptare Heidegger e ad imitare Sartre. I
giovani che ne sono attratti lo interpretano superficialmente come
atteggiamento, come ostentazione di un rifiuto globale che sentono
crescere da dentro ma che non riesce ad incarnarsi. Presto diviene
moda lasciando all’establishment il compito di fagocitarlo rendendolo
innocuo.
Dall’Atlantico, però, come un’onda che si erge minacciosa e poi si
abbatte con fragore, arriva il primo fenomeno multimediatico che
conquista le masse: masse di giovani scosse da un nuovo modello
culturale che li sottrae all’incubo di un drammatico passato verso cui
non hanno responsabilità e li arresta dinnanzi alla prospettiva di un
caramellato domani da vivere senza emozioni.
Nel decennio, o poco più, che precede il ’68, i giovani europei
conoscono il tormento, i dubbi, le speranze, i sogni dei loro coetanei
americani e li conoscono nel modo più diretto ed enfatizzante:
attraverso il cinema, la televisione, la musica. Arrivano al di qua
dell’oceano i film di Kazan, di Ray che incoronano il mito di James
Dean, Rebel without a cause (Ribelle senza motivo, dal
titolo originale del film “Gioventù bruciata”); i primi resoconti
degli attivisti che protestano per il disarmo nucleare e
l’affermazione dei diritti civili, le immagini delle marce contro la
guerra in Vietnam accompagnate dalla ieratica voce di Joan Baez; le
crude canzoni di Bob Dylan.
E
subito si crea un solco profondo che li separa dai genitori. Gli
adolescenti sono confusi, ma affascinati dalla scoperta di una realtà
diversa che, pur non riuscendo a comprendere fino in fondo, sentono
realmente come propria. La distanza con i genitori aumenta sempre più
rapidamente e sempre più divengono a loro sconosciuti. In pochi anni
perdono le radici e scoprono di essere orfani.
Gli orfani di questa generazione, progressivamente e disomogeneamente,
diverranno gli hippies: la prima, vera, generazione della
droga. La loro immagine non è infatti dissociabile dalla droga che
rappresenta al tempo stesso il distacco dalla vecchia società
ed il collante della nuova. Esperire il mondo al di fuori della
specola offerta da hascisc o LSD non è per loro pensabile, così come
non è immaginabile un raduno in tre o quattro in un flat di
South Kensington o in cinquemila per un concerto dei Rolling Stones
senza droghe.
Gli hippies rompono con il passato e si gettano a capofitto in
un futuro vuoto che sentono di dover riempire solo con le loro forze.
Leggono poco, conoscono pochi autori: i classici Rimbaud, Baudelaire,
Poe e Hesse, ancora Kerouac e Ginsberg, poi Lawrence Ferlinghetti e
Jerome D. Salinger, perché in qualche modo vicini alle loro
esperienze. Con la stessa motivazione scopriranno Aldous Huxley e,
solo alcune avanguardie, Henry Michaux. Per il resto il taglio con la
cultura è netto. Ignorano sostanzialmente ogni forma d’arte, anche
quella a loro più apparentemente vicina delle arti visive. Appena
accennato è infatti il loro interesse per il contemporaneo astrattismo
statunitense ed il surrealismo europeo, entrambi collegabili ad alcune
suggestioni delle droghe in uso. Pop Art ed Op Art
rientreranno più che altro nell’iconografia che li rappresenta, poiché
si diffonderanno solo alla fine della breve stagione hippy. Non
comprano giornali, non guardano la televisione, la comunicazione e le
emozioni sono affidate alla musica ed alla stonatura che si
fondono emblematicamente in alcune celebri canzoni: Mr. Tambourine
Man, di Bob Dylan, Candy Man, di Donovan,
Lucy in the Sky with Diamonds, dei Beatles,
apologie degli spacciatori ed inni alla droga.
I
gruppi e le comunità di hippies si formano spontaneamente e si
diffondono in breve tempo. Attenzione però, non accolgono più giovani
ribelli, ma fuggitivi. I figli dei fiori, infatti, non si
ribellano- seppur allora ed ancor oggi vengano da alcuni chiamati
“contestatori”- non aggrediscono, non lottano per affermare la loro
diversità: si allontanano, si estraniano. Rifiutano i valori della
società nella quale vivono e decidono di sceglierne liberamente di
nuovi, creando una cultura alternativa. Intendono in questo modo
ricostruire la loro identità ed impossessarsi dei singoli progetti di
vita, che genitori e gruppi sociali d’appartenenza hanno scritto
vicariamente, per poi imporglieli.
Per questo molti abbandoneranno la casa paterna senza farvi più
ritorno; alcuni vi faranno ritorno ma da estranei; altri non
l’abbandoneranno mai, per necessità o convenienza, ma s’isoleranno
sempre di più, ricreando solo con chi condivide le loro esperienze un
nuovo focolare.
Una rivoluzione incruenta ed individualista, dove la rottura con la
tradizione e la riappropriazione del progetto di vita sono
rappresentati dalla ricerca di una dimensione esistenziale
alternativa: anomica, non violenta, antirazionalista,
antiutilitarista, emozionale, ed i lumi sono accesi dalla
contemplazione.
La
proposta di vita degli hippies è un’utopia e come tutte le
utopie ha un enorme potere di fascinazione.
Per loro vale la teoria di William James, il quale ritiene che la
coscienza ordinaria sia solo una delle coscienze possibili che
sfioriamo ogni istante: “Noi possiamo passare la vita senza sospettare
della loro esistenza, ma basta applicare un dato stimolo perché con un
lieve tocco si rivelino in tutta la loro pienezza.” Sicuramente gli
hippies non arrivano a conoscere James, ma conoscono Huxley e dai
suoi scritti emergono nuove e straordinarie forme di coscienza piene
d’attrattive.
Purtroppo Huxley, pur colmando le pagine dei suoi libri di dotte
citazioni ed analogie culturali, risulta un grande comunicatore. Le
esperienze descritte nelle Porte della percezione ed in
Paradiso e Inferno -che replicavano in una certa misura quelle
iniziate nell’ottocento dal celebre “Club des Hascischins” di
Baudelaire, Balzac e Gautier- hanno un fine puramente speculativo ed
uno prettamente scientifico, andando a coniugare le esigenze
gnoseologiche e mistiche dell’autore con la ricerca psichiatrica (Huxley
fu sollecitato all’assunzione di droga dallo psichiatra Humphrey
Osmond che aveva notato affinità tra gli effetti della mescalina e la
schizofrenia). Ciò che passa però al grande pubblico è solo la
straordinarietà dell’esperienze e l’apertura mistica. Due elementi
alla base della cultura hippy che intende ambiziosamente
rifondare la società partendo dalle sue radici: l’esperienza del
singolo ed il suo collegamento cosmologico. Due elementi che
rinforzeranno la caratteristica di fuggitivi. Gli hippies, che
abbandonano la società nella quale non si riconoscono, evadono infatti
dalla realtà che gli è attorno scavalcando il confine del normale
percepire attraverso le droghe e fuggono ancora più lontano andando a
cercare quella dimensione mistico-religiosa che l’Oriente da sempre
offre. E’ proprio l’Oriente -che gli fornisce droga in grandi quantità
ed a basso costo- a promettergli una spiritualità da vivere senza
regole e senza dogmi, come è loro desiderio. Le piste dell’Est sono le
loro mete, le ultime mete. In Oriente moriranno migliaia di giovani e
non più giovani di tutto il mondo, assassinati da banditi e
spacciatori, decimati dalle malattie, stroncati dalla droga. Nelle
loro anonime sepolture viene anche tumulata l’utopia che hanno
rincorso per pochi ed intensi anni.
Dal fallimento della grande illusione hippy nasce l’heavy
generation. E’ la generazione del disincantamento,
dell’insuccesso, della cruda realtà, delle droghe che uccidono senza
pietà. Gli anni del post-sessantotto hanno visto tramontare non solo i
sogni dei figli dei fiori, ma anche gran parte delle speranze
di cambiamento politico e sociale. Un’insinuante, progressiva
restaurazione sta rimettendo le cose nell’ordine precedente. Tranne il
movimento d’emancipazione femminile, l’affermazione –più teorica che
sostanziale- dei diritti civili e qualche cambiamento di facciata,
tutto in breve ritorna come prima. Delusi, sfiduciati, i giovani,
incapaci di ribellarsi o di fuggire come i loro predecessori,
riempiono il vuoto esistenziale con la droga, incolpandone la
famiglia. Sono gli anni in cui i genitori dei tossicodipendenti
migrano da uno psicologo all’altro cercando di capire dove hanno
sbagliato, si sottopongono a laceranti terapie familiari e vengono
giudicati in processi sommari nelle comunità. Ora sono i genitori ad
esser confusi. Tutto quanto è accaduto è accaduto in fretta. Anche i
loro valori, i loro convincimenti più radicati sono stati scossi.
L’ebbrezza della pace e del benessere è passata con il freddo realismo
di nuove guerre e nuove crisi economiche, e le domande, cui per anni
erano abituati a rispondere automaticamente, restano senza risposte.
Genitori e figli siedono alla stessa tavola senza poter più
comunicare. Nelle classi meno abbienti il confine è marcato molto
spesso dall’istruzione: il padre operaio non può più dialogare con il
figlio che ha fatto studiare a costo di enormi sacrifici e che adesso
ne sa più di lui; i ruoli s’invertono alterando le naturali dinamiche
familiari. Nella media ed alta borghesia (dove spesso ai figli è stato
consentito di fare esperienze sproporzionate rispetto a quelle del
padre e della madre), gli usuali compromessi borghesi stridono nella
macina dell’idealismo giovanile, cui nessuno sa più offrire
prospettive, incrinando un’autorità che fatica a credere in se stessa
e che non ha più puntelli per sostenersi.
Sconfitti, prigionieri di un cupo quotidiano senza futuro ed
impossibilitati a ripiegarsi nella famiglia per superare delusioni e
ritrovare motivazioni, i giovani vivono un profondo senso di
frustrazione che, come sempre, si trasforma in aggressività. Un
aggressività che rivolgono verso se stessi con l’uso di droghe sempre
più pesanti, verso la famiglia scaricandole ogni
responsabilità, verso la società non rispettandone più le regole; la
stessa aggressività che per altri s’incanalerà nel terrorismo.
Sono passati solo pochi anni: dai variopinti vestiti degli hippies,
dalle loro canzoni piene di sogni e di speranze, dall’amore libero,
dall’anelito mistico, al crudo realismo degli anfratti più bui e
sudici per bucarsi. La siringa è la spada, sporca del sangue
d’innocenti che replicano ogni giorno il rito della vendetta,
inconsapevoli d’esser loro stessi le vittime. L’hascisc e l’LSD
vengono progressivamente affiancati dall’eroina che riduce la
percezione d’insopportabilità di una condizione esistenziale vissuta
senza scampo. I luoghi, arricchiti da colorati poster, dove un giorno
si rollava ascoltando musica e si raccontavano esperienze
realizzate attivando fenomeni psichici sconosciuti, sono ora
sostituiti da squallidi ambienti dove regnano il torpore, il silenzio,
il degrado. La heavy generation riporta alla memoria le sordide
fumerie d’oppio dell’Asia descritte da Kipling. Dai visi dei giovani è
scomparsa la luce di Eros, appare solo la cupa ombra di
Thànatos.
Ad
una sognata società pacifista, gioviale, senza gerarchie e vincoli di
proprietà, dove praticare amore e sesso liberamente e dove ciascuno ha
la dignità d’individuo perché attinge in sé la verità, si è sostituita
una comunità di soggetti senza identità e senza finalità. Il gruppo
solidale, simulacro di una nuova famiglia, si è frantumato in una
miriade d’individualità in costante lotta cannibalica per
sopravvivere. La ritualità contemplativa ha lasciato il posto ad
un’ingenua magia, creduta capace di modificare la realtà. L’idealismo
hippy si è trasformato nel materialismo della heavy
generation; il coraggio della fuga, vissuta come scelta di cui
assumersi l’onere, in infantile scarico di responsabilità; lutopia
della pace perenne in lotta senza quartiere.
Ma
l’accelerazione nelle trasformazioni della società contemporanea è
così rapida da mutare scenario prima ancora che la rappresentazione
sia giunta al suo epilogo.
La
ripresa economica dei paesi occidentali negli anni ottanta ha
risvegliato la cupiditas naturalis ed ha scatenato una nuova
corsa al benessere, al danaro, al successo. I poteri forti che
dominano il mondo la impongono subdolamente e massicciamente
attraverso i mezzi di comunicazione che controllano senza limiti.
E’
una corsa dura, difficile, senza esclusione di colpi, dove tutti
sembrano poter partecipare, ma dove in effetti solo pochissimi possono
arrivare a tagliare il traguardo. La facilità d’emergere
economicamente sperimentata nel dopoguerra è lontana. Ora i vincitori
saranno pochi, solo i più forti. La concorrenza spietata e l’asperità
del percorso implicano uno sforzo enorme e continuo: dinamicità,
iperlucidità, coraggio, resistenza fisica, autocontrollo, abitudine al
rischio, cura dell’immagine pubblica…troppo per essere gestito da
giovani impreparati e senza esperienza. La yuppie generation ha
bisogno d’aiuto per emergere e lo trova nella droga. Lo young urban
professional, mosso da un’irrefrenabile ambizione, è disposto a
tutto pur di arrivare. Il bisogno di emergere e di raggiungere
un’elevata posizione sociale in poco tempo lo rende freneticamente
attivo usurandolo, però, in fretta. La consapevolezza delle enormi
difficoltà genera in lui costante paura di non essere all’altezza e ne
scopre ulteriormente la fragilità. Si attiva allora un circuito chiuso
di segnali d’allarme e compensazioni che crescono progressivamente
fino all’inevitabile incontro con gli anfetaminici e, soprattutto, con
la cocaina. Ma la spinta a primeggiare e guadagnarsi consenso e stima
attraverso un fulminante successo economico non corrisponde ad un
bisogno naturale e quindi non è facilmente autogestibile. Il suo corso
esasperante è eteroindotto, rispondendo alle esigenze di un’economia
che riparte improvvisamente e che ha bisogno di forze nuove da poter
spremere subito e senza limiti. Così l’artificiosa lusinga del facile
successo adesca giovani più o meno ingenui mostrando in fine il suo
vero volto: un miraggio che si trasforma in realtà solo per pochi
predestinati; agli altri rimane l’amaro del fallimento, cui spesso
andrà ad aggiungersi il dramma della tossicodipendenza.
Il
mito dello yuppie dura poco. L’economia, dopo circa un
decennio, rallenta di nuovo e la moltitudine di coloro cui non è
riuscita la scalata al successo spaventa, disinganna e demotiva gli
emuli. I giovani che guardano lo young urban professional,
rovinosamente caduto dalle sue ambizioni, resistono all’illusione di
una facile affermazione socio-economica, ma non vogliono perdere i
vantaggi eventualmente raggiungibili. La strategia allora è quella
del come se, in tutti i modi, con tutti i mezzi. Una scorciatoia
per avere benefici senza doverli guadagnare. Ma come tutte le
scorciatoie, anche questa richiede un pedaggio. Ancora una volta
l’elemento alchemico che modifica il limite della realtà è la droga:
arriva la light generation. Leggera perché priva di
consistenza, perché rifiuta ogni impegno, perché non sa resistere,
perché è fatua, frivola, volubile, condizionabile, debole,
superficiale.
I
giovani di questa generazione, che appartengono in gran parte alla
borghesia, usano le droghe per amplificare il piacere, per scovarlo
dove non dovrebbe essere, per surrogarlo dove non c’è. Ai modelli
imposti dai mass media non sanno resistere. L’incessante martellamento
della televisione crea un modo di vivere virtuale, illusorio ed
irraggiungibile, sostenuto da ideali contraffatti. La pubblicità,
ossessivamente presente, attraverso ingannevoli obiettivi, dispensa
felicità e successo a basso costo. Tutto del mondo presente nelle loro
menti è pressoché difforme dalla vita d’ogni giorno. Menti spodestate
che rifiutano la rivelazione dell’inganno perché troppo doloroso
sarebbe il confronto con la realtà. La droga, dunque, diviene
funzionale al mantenimento d’una rappresentazione che non prevede il
ritorno al reale, con attori prigionieri d’un ruolo senza possibilità
di resipiscenze o smascheramenti. Il Re forse è nudo, ma
è meglio non saperlo, perché senza di lui la vita sarebbe ben poca
cosa. Dove non si arriva da soli, si viene portati dalla droga.
Cannaboidi, anfetaminici, cocaina, eroina, ecc., tutto va bene, purché
si raggiunga il piacere e non ci si scopra così diversi, così
inadeguati, così drammaticamente lontani dall’impalpabile realtà,
serena, appagante e sfavillante che ogni giorno, come una fiaba, viene
raccontata da chi solo ne trae profitto.
A
loro si affiancano -in parte epigoni della heavy generation, in
parte frutto delle sinergie sociali che danno vita alla light
generation- i reietti, gli emarginati, gli esclusi dalla
spartizione del benessere. Sono i giovani della chemical
generation. L’impossibilità d’emergere socialmente, la rabbia che
nasce dalla consapevolezza d’essere deboli, esclusi e discriminati, ed
il vuoto esistenziale che li circonda non trovano altra compensazione
che la droga.
La
straziante realtà della condizione in cui sono predestinati a vivere,
raccontata irriverentemente da Irvine Welsh in Trainspotting e
negli altri suoi spietati racconti degli anni ‘90, non è solo
la realtà dei sobborghi di Edinburgo o di Londra è il violento
paradigma entro cui si dibattono le tormentate esistenze di quest’ultima
sciagurata generazione.
Le
infelici vite e le ignorate morti di cui sono protagonisti, cosi come
quelle di coloro che li anno preceduti per strade differenti verso la
droga, rimandano alle confuse e spesso ingestibili dinamiche della
società, ma rinviano altresì all’egoismo, all’avidità ed
all’indifferenza, pesando inevitabilmente sulle nostre coscienze.
Le
motivazioni per cui si giunge alla droga e dal consumo si passa poi
all’abuso, fino alla tossicodipendenza –oltre ad una eventuale, non
dimostrata, predisposizione- sono molteplici: la noia, la curiosità,
l’imitazione, la debolezza, il disagio esistenziale, la disperazione,
la ribellione; la ricerca del piacere, della performance,
dell’ispirazione artistica o di quella mistica; e poi, per avere più
grinta nel lavoro, per facilitare i rapporti sociali, per vincere la
timidezza o semplicemente per divertirsi dove altrimenti non sarebbe
possibile, …ecc. ecc.. Ma ciascuna di queste motivazioni e loro
aggregazioni fanno immancabilmente parte di peculiari progetti di vita
che spesso vengono risucchiati da progetti più ampi, necessari
nell’evoluzione della società. Comprendere questi ultimi può
contribuire -al di là di una semplice rilettura della storia- a far
emergere una più chiara consapevolezza delle forze che trascendono i
singoli individui.
Psicolinea - Settembre 2007 |