|
Prostitute e clienti
|
|
Home Page
>
COSTUME E
SOCIETA'
> Prostitute e clienti |
|
|
|
LA REPRESSIONE DELLA
PROSTITUZIONE.
PREGIUDIZI, RIVENDICAZIONI IDEOLOGICHE, IPOCRISIA E
CONTRADDIZIONI.
di Franco Avenia |
L’Europa, dopo anni di sornione torpore in cui, nei fatti, ha consentito
la prostituzione ed il suo sfruttamento, sembra oggi svegliarsi
bruscamente. E, come spesso accade quando si è presi dalla fretta o non
si è capaci di curare il male alla radice, ha deciso d’amputare l’arto.
In questi giorni, Jacqui Smith, ministro degli interni della Gran
Bretagna ha annunciato drastiche misure repressive della prostituzione
che possono portare i “clienti” ad essere condannati anche
all’ergastolo, a seguito d’incriminazione per stupro.
La legge, che andrà in vigore dal 2009, prevede che chi compri sesso da
una donna costretta da un protettore o da un racket di malavitosi a
prostituirsi sia equiparato ad uno stupratore, in quanto compie atti
sessuali contro la volontà della vittima di sfruttamento. Il
“cliente”, dunque, per non correre rischi, dovrebbe accertarsi – non si
capisce come e quando - che la donna si prostituisca liberamente!
La volontà iniziale del governo era in realtà ancor più
restrittiva: mettere fuori legge “ogni” scambio sesso/denaro. Il
gabinetto di Gordon Brown, però, ritenendo la misura decisamente
impopolare e di fatto inapplicabile - per le molteplici configurazioni
che detto scambio può assumere - si è ben tutelato punendo solo il caso
in cui dietro la prostituta ci sia sfruttamento o costrizione; ma,
sottolineando altresì che anche in questa fattispecie “la legge non
ammette ignoranza”, ha reso del tutto impossibile o ad altissimo rischio
ogni incontro sessuale a pagamento, tanto da stroncarne ogni volontà.
Non servirà, infatti, dimostrare che s’ignorino le cause che hanno
indotto la donna a prostituirsi, sarà sufficiente – come ha sostenuto la
Smith alla BBC – che la polizia accerti il passaggio di denaro dal
“cliente” alla donna vittima di sfruttamento per finire in prigione.
L’intento originario di Brown e della Smith sembra avere un sapore
decisamente moralista, e la scappatoia dell’impossibile accertamento
dell’autonomia decisionale della prostituta nel concedersi conferma la
volontà di sbarrare il passo ad ogni forma di attività sessuale a
pagamento, ancor prima d’impedire ogni forma di sfruttamento e di
schiavitù.
Tale ipotesi troverebbe conferma nel ripristino di un muro della
vergogna dove verranno additati i “clienti” delle prostitute. Il
progetto, denominato “Name and Shame”, è quello di punire anche coloro
che soltanto si accostano con le auto alle prostitute in strada,
sanzionandoli con una salata multa e la pubblicazione dei loro nomi su
un apposito elenco. “Shame”, appunto, vergogna: perché chi solo sente
una pulsione sessuale verso una sconosciuta o è mosso da curiosità
erotica, secondo il governo del Regno Unito, deve essere punito e
vergognarsi.
Dietro, dunque, la volontà di reprimere lo sfruttamento di povere
ragazze ed in alcuni casi d’adolescenti, fatte sovente oggetto di
schiavitù, si agita nascosto – neanche tanto - il vento della
repressione sessuale.
La strada è aperta: se ciò che s’intende punire è l’attività sessuale a
pagamento, dove una donna cede il proprio corpo sul quale un anonimo
uomo proietta la libido sessuale contro corrispettivo economico, allora,
a breve, sarà repressa la lap dance nei pub (tra i laburisti è già
serpeggiata questa idea), come gli striptease nei locali notturni, i
giornali ed i film porno ed anche i calendari erotici su cui compaiono
le starlet della TV.
Ma quale tipo di repressione sarà adottata? Chi sarà punito? In linea
con quanto programmato in Gran Bretagna dovrebbe essere l’incauto
avventore del pub, dove si danza a seno nudo attorno ad una pertica, a
pagarne le conseguenze: multa, muro della vergogna e pena per violenza
sessuale se le ragazze hanno sfruttatori alle spalle. Così come gli
spettatori di spettacoli hard. E poi i clienti del giornalaio che
comprano riviste e DVD porno.
Sembra eccessivo? Dietrologia sempre in attesa della deriva? No, perché
quanto è alla base del provvedimento legislativo del ministro britannico
e di altri simili è un intento moralistico-repressivo che si fonda su
presupposti pretestuosi, ideologici, contradditori ed ipocriti: a) la
prostituzione è in larga crescita ed è legata in grandissima parte a
nuovi fenomeni di sfruttamento e schiavitù; b) il “cliente” della
prostituta va criminalizzato; c) le prostitute non scelgono liberamente
di prostituirsi; d) la prostituzione non ha una funzione sociale.
Facciamo ordine, affrontandoli uno per uno.
A) La prostituzione è in larga crescita ed è legata in grandissima
parte a nuovi fenomeni di sfruttamento e schiavitù.
Secondo recenti valutazioni di Scotland Yard, le prostitute che
esercitano in Londra sono 88.000. “Nel diciottesimo e diciannovesimo
secolo – come sottolinea l’antropologo Fernando Henriques[1] - la
prostituzione raggiunse in Gran Bretagna punte senza precedenti”. Nel
1700, a Londra, il numero delle prostitute viene stimato in 50.000[2],
mentre nel 1839, in un’inchiesta per conto della “Society for the
suppression of vice”, Michael Ryan ne contava 80.000.[3]
Ora, se si calcola che la popolazione londinese nel 1840, durante il
regno della regina Vittoria, era di circa 2 milioni di abitanti, di cui
grosso modo la metà uomini, si aveva una prostituta ogni 12 maschi,
compresi bambini, anziani e malati. Attualmente la popolazione di Londra
conta 7.512.400 anime (censimento del 2007), pertanto, considerando -
sempre per semplicità - che la metà siano uomini, nella capitale del
Regno Unito esercita una prostituta ogni 43 maschi, ciò significa che in
circa 150 anni il numero delle donne che affittano il proprio corpo per
fini sessuali è diminuito del 360%.
In Italia - per guardare in casa nostra[4] - le persone che si
prostituiscono sono circa 50.000, e dunque una su 600 maschi[5].
Quando, dunque, si parla di prostituzione come un fenomeno quantitativo
abnorme, mai registrato, e sempre in crescita lo si dovrebbe valutare
storicamente per avere ordini di grandezza più realistici. Si pensi in
proposito, che negli anni attorno al 1820 a Vienna esistevano 20.000
prostitute su una popolazione di 400.000 abitanti, ovvero una ogni 7
uomini, e a San Francisco, nel 1852, su 25.000 abitanti, 3.000 erano
prostitute, una ogni 4 uomini[6]. “ Intorno al 1830, New York aveva
20.000 prostitute e il riformatore sociale Robert Dale Owen calcolò che,
tenendo conto di una settimana lavorativa di cinque giorni e del periodo
delle mestruazioni, se ciascuna di esse avesse ricevuto in media tre
clienti al giorno, la metà degli uomini adulti della città avrebbe
dovuto avere rapporti con una di loro tre volte la settimana”[7]. Ciò
dimostrava che New York era una città di passaggio, con molti
forestieri, ma non diminuiva affatto la rilevanza numerica della
presenza di prostitute e della loro intensa attività.
Si potrebbe continuare citando molti altri dati, ma sarebbe un inutile
esercizio poiché volgono tutti nella stessa direzione. Vale la pena,
invece, di ricordare – anche se può sembrare superfluo, ma soprattutto
certa stampa, sempre pronta a seguire il vento, lo dimentica - che anche
la “schiavitù”, la costrizione violenta alla prostituzione, non è in
tempi moderni – come si vuol far apparire frequentemente - fenomeno di
questi ultimi anni. “In America – si legge nel documentato Sex in
history - le donne cinesi di San Francisco della metà del XIX secolo
erano state schiave in ogni senso, mentre nella fine dell’800
prosperavano mezzani che avevano il compito d’introdurre nel paese donne
provenienti dalla Polonia, dall’Irlanda, da Portorico e da Cuba,
approfittando della loro subordinazione per spingerle alla
prostituzione. Nel 1900 gli affari erano molto fiorenti: circa 50.000
mezzani e procacciatori traevano grossi guadagni da questo
commercio.”[8]
Si ricordi, tra l’altro – come ho già fatto in altre occasioni – che nel
1884, in Irlanda si registravano “venti casi di acquisto di donne per un
prezzo che varia dalle 25 ghinee a una mezza pinta di birra[9]”.
A Londra, poi, nei primi del ‘900, dove era fiorito il perverso uso di
avere rapporti sessuali a pagamento con donne vergini (motivato
sopratutto dalla paura di contagio delle malattie veneree e dalla
credenza che un rapporto sessuale con una vergine potesse guarire la
sifilide), l’età delle prostitute scese vertiginosamente e, non solo
aumentò necessariamente il numero delle prostitute (divenute meno
preziose dopo il primo rapporto), ma portò sul mercato del sesso bambine
da deflorare, che spesso contraevano la sifilide già al primo rapporto.
“Le vergini venivano reclutate da postriboli specializzati presso le
grandi stazioni ferroviarie dove arrivavo i treni provenienti dalle
campagne; altre venivano contattate nei parchi di Londra, altro terreno
di caccia proficuo.”[10]. Ed ancora poco più di cento anni fa, nel 1869,
Josephine Bulter – citata da Reay Tannahill[11] - asseriva che da
indagini condotte, si osservava che delle 9.000 prostitute di uno dei
grandi porti inglesi “1.500 erano sotto i 15 anni e un terzo di esse
sotto i 13”.
Di questo e di altro, però, soprattutto nel Regno Unito ci si dimentica.
Nota in proposito Fernando Henriques, in A survey of prostitution,
confermando l’atteggiamento di rimozione tipicamente britannico
sull’argomento, che “G.M. Trevelyan, nella sua Storia sociale inglese
dedica una riga alle prostitute del settecento e due terzi di pagina a
quelle del secolo seguente”.[12]
Il fenomeno della schiavitù legato alla prostituzione, peraltro, non è
recente e non si limita al mondo occidentale e non è da questo sempre
esportato. Da sempre ed in ogni latitudine spregevoli individui hanno
sfruttato sessualmente le donne. “Riconosciamo che Havelock Ellis –
sostiene Fernando Henriques, documentando ampiamente[13] - è nel giusto
quando attribuisce agli europei l’introduzione del meretricio su larga
scala tra molte comunità che non lo conoscevano (abbiamo di ciò esempi
africani e polinesiani); è però innegabile che vi sono altri esempi,
sempre africani e polinesiani, di prostituzione sviluppatasi senza il
minimo intervento europeo.”
A conferma – per quanto possa valere una sola esperienza e per di più
riportata – ricordo di una persona che aveva lavorato come operaio
alcuni anni in Africa centrale e che raccontava di quando la sera le
mamme portavano fuori del cantiere le loro figlie di dieci, dodici anni,
per prostituirle in cambio di due o tre dollari, e che le vergini di
otto, nove anni costavano dieci dollari.
Affrontare, però, in questa sede il problema dello sfruttamento e della
schiavitù sessuale sarebbe incongruo e, peraltro, impossibile. Ciò che,
invece, può essere espresso sinteticamente per rendere più chiaro il
contesto socio-culturale e legislativo che fa da sfondo alla
prostituzione è il viraggio da una posizione di sacralità della
prostituta, tipica di alcune culture antecedenti il cristianesimo, in
particolare dell’Asia minore, dell’Africa e dell’India[14], ad una di
neutralità, prevalente nella cultura romana, ad una di ambigua ed
altalenane tolleranza pre-illuminista, fino alla criminalizzazione
iniziata nell’Ottocento[15]. Ma il passaggio più significativo è quello
attuale: la criminalizzazione del “cliente”.
Va considerato, in proposito, che parte della crescita del tessuto
delinquenziale attorno alla prostituzione è da attribuirsi alle leggi
punitive della prostituzione. Con l’introduzione in Inghilterra del
Criminal Law Amendement Act del 1885, che rese illegale lo sfruttamento
e la tenuta di case di piacere – come, ad esempio, sottolinea
lucidamente Reay Tannahill - “la prostituzione organizzata divenne un
reato: con l’inevitabile risultato che da allora furono le classi
criminali ad interessarsene”.[16]
Il Criminal Law Amendement Act era nato a seguito dell’insuccesso dei
precedenti Contagious Diseases Acts del 1864,1866 e 1869, promulgati per
contenere il contagio delle malattie veneree. In essi era previsto che
venissero - per la prima volta – schedate le prostitute e sottoposte a
visite mediche. Ma la mancanza di un censimento precedente portò a
sottoporre a visite mediche coatte anche donne che non esercitavano la
prostituzione. Ciò scatenò la reazione delle donne borghesi che dietro
ad una parvenza di tutela femminista, avevano il timore che la
“bonifica” delle malattie veneree potesse ridare impulso alla
prostituzione. Mentre sfruttatori e tenutari di bordelli si batterono
per la loro applicazione rigorosa. Il sostegno alla prostituzione dato
da garanzie mediche, da un lato irritava mogli tradite, dall’altro
favoriva la ripresa di un settore che rischiava il tracollo.
Vinse la Ladies National Association: nel 1883 i Contagious Diseases
Acts furono abrogati e due anni dopo iniziò la repressione della
prostituzione con il Criminal Law Amendement Act. La criminalità iniziò
a radicarsi attorno alle prostitute e gonorrea e sifilide continuarono
la loro tragica escalation. L’intento di diminuire la diffusione delle
malattie veneree era drammaticamente naufragato, ed il fenomeno della
prostituzione non era più controllabile.
Qualcosa di simile accadde in Italia negli anni ‘50-’60. Nel 1960, due
anni dopo l’abolizione delle “case chiuse” si ebbe il picco più alto di
casi di sifilide del decennio: in poco più di 24 mesi dall’entrata in
vigore della legge Merlin, i casi di sifilide erano raddoppiati.
B) La criminalizzazione del “cliente”.
Il principio alla base del sostanziale viraggio che sposta gli intenti
punitivi dalla prostituta al “cliente” è che se si punisce il “cliente”,
la domanda di sesso a pagamento diminuisce e, di conseguenza, decresce
l’offerta. Ciò produrrebbe una contrazione progressiva e sinergica del
mercato della prostituzione fino alla sua estinzione.
Tale principio, enunciato frequentemente come un assioma, e, dunque,
surrettiziamente proposto come non necessario di dimostrazione, mostra
ingenuità; pregiudizi moralistici; miopia socio-politica, rivendicazioni
ideologiche.
L’ingenuità si sostanzia nel credere (voler far credere - quindi
ingenuità “pelosa”) che il sesso possa esser sottratto ad ogni
transazione di tipo economico.
Non si vuole qui rinverdire l’abusato concetto che la prostituzione sia
“il mestiere più antico del mondo”, anche se la sopravvivenza nei secoli
di tale affermazione qualcosa significherà, s’intende solo ricordare che
l’atto del prostituirsi è naturale, facile e di prevedibile successo in
quanto va a soddisfare una pulsione altrettanto naturale. Scambiare
sesso per cibo, denaro o per qualsiasi bene materiale o immateriale può
essere contenuto solo in forza di dettami morali auto-accettati. Chi
pertanto non si riconoscesse in tali dettami o li subordinasse a
necessità e desideri si sentirebbe legittimamente libero di disporre del
proprio corpo affittandolo per usi sessuali.
La questione alla radice è, dunque, solo culturale e laddove si fosse in
un contesto con una scala valoriale in cui il raggiungimento della
sopravvivenza o dei propri obiettivi si collocasse secondario a principi
morali (o dove questi non esecrassero il prostituirsi) l’atto di cedere
temporaneamente il proprio corpo per l’altrui soddisfazione sessuale si
troverebbe senza alcun freno.
Si pensi, ad esempio, al “mercato” spontaneo della prostituzione che
vede adolescenti esporsi in atteggiamenti hard con la webcam in cambio
di ricariche telefoniche o di ragazzine che, per racimolare i soldi
bastanti all’acquisto dell’ultimo modello di scarpe Nike, si fotografano
nude con il telefonino, facendone poi commercio con i compagni di
scuola. Per non parlare del più strutturato mercato di aspiranti
attrici, presentatrici, veline, reality-girl. Non è – ovviamente – anche
questa prostituzione? E dove si nasconde il vulnus? Proprio e soltanto
nella scala di valori, confermando che il reale substrato della
prostituzione è culturale e che le prostitute – come in ogni
manifestazione sessuale - non sono altro che un prodotto tra natura e
cultura. L’affitto del proprio corpo ha infinite sfumature,
possibilità, motivazioni, tutte di carattere culturale e pensare di
agire brutalmente su una delle parti della transazione per stroncarlo è
ingenuità “pelosa” o colpevole.
D’altronde perché non si pensa di comminare 10-20 anni di prigione o
addirittura l’ergastolo a chi compra droga per uso personale? Anche qui
dovrebbe valere l’assioma “se si punisce il cliente, la domanda
diminuisce e, di conseguenza, decresce l’offerta”.
Mi si dirà: “ma chi compra droga per sé è un tossicodipendente, dovremmo
guarirlo, non punirlo”; ed altri potrebbero argomentare: “macché
repressione! Il tossicodipendente è un malato, dobbiamo rendergli facile
il consumo: liberalizziamo, così elimineremo anche gli spacciatori”; ed
altri ancora: “siamo tolleranti almeno con le “droghe leggere” che non
fanno male (sic!?) o con le modiche quantità”. In ognuna delle tre
prospettive, che sono poi quelle correnti, il “cliente” è fatto salvo,
gli si riconosce la malattia, il bisogno, o – al minimo- il diritto allo
stonamento.
Ciò però non vale per il sesso. A parte il fatto che come i dipendenti
da droghe esistono anche i “dipendenti da sesso”[17], esiste altresì il
basico bisogno bio-psicologico di esercitare la funzione sessuale, che a
differenza della droga (bisogno secondario, indotto da esperienza) fa
parte degli istinti umani. Ed è proprio questo il punto: sopravvive il
pregiudizio moralistico che usufruire della prostituzione sia solo un
esercizio “vizioso” e che, pertanto, vada estirpata per mondare la
società dal vizio.
In una ricerca dall’Università di Milano del 1999[18] è stato calcolato
che gli incontri con le prostitute in strada a Milano sono di media
147.000 al mese, si badi bene, con esclusione di quelli consumati al
chiuso e di tutti i rapporti sessuali a pagamento con trans, travestiti
e omosessuali! Il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza
del Consiglio stima in 9 milioni i “clienti” delle prostitute[19]. Ma
davvero si vuol credere o far credere che tutti questi “clienti” siano
uomini viziosi?
Sostiene il ministro degli interni britannico Jacqui Smith che “le
prostitute non hanno scelta, gli uomini si”.[20] Torneremo sulla prima
parte dell’affermazione, per quanto riguarda, invece, la seconda notiamo
che questa è una visione del tutto miope e preconcetta del fenomeno.
In una ricerca effettuata con la psicologa, psicoterapeuta Annalisa
Pistuddi su un campione di 156 soggetti con disfunzioni sessuali, tra i
quali il 23% frequentatori abituali di prostitute, è emerso che “… le
caratteristiche psicologiche/motivazioni che portano a frequentare
abitualmente le prostitute possono ritrovarsi in comportamenti riferiti
alla sfera intrapsichica, affettiva e relazionale… scarsa capacità di
socializzare… marcato timore di un giudizio negativo, pur desiderando di
essere accettati e accolti…una completa diluizione dell’ansia da
prestazione”[21]. Un concentrato, come si vede, di problematiche
psicologiche che probabilmente sono responsabili – almeno in parte –
anche delle disfunzioni sessuali.
Tra i frequentatori delle prostitute non si annoverano solo uomini
“viziosi” e mariti insoddisfatti, come semplicisticamente si vuol far
credere. Molti sono coloro che non riescono ad avere una partner con cui
relazionarsi sessualmente, e ciò per timidezza, insicurezza,
problematiche psicologiche e relazionali; per il disagio causato da
difetti fisici – non ultimo quello relativo alle scarse dimensioni del
pene, siano esse reali o vissute; per paura del rifiuto; perché
socialmente emarginati, esteticamente penalizzati, anziani, disagiati
economicamente; perché non si sentono all’altezza relazionalmente o
sessualmente. Sono questi uomini che possono scegliere? Sono questi
uomini da criminalizzare?
In alternativa o complementariamente ad una visione restrittiva e
preconcetta dei “clienti” delle prostitute, Paola Monzini, propone
un’ulteriore prospettiva di natura socio-culturale: “Sono più
interessanti le letture che non vedono nella prostituzione
esclusivamente la soluzione di un problema fisico, un’impellenza
maschile, ma piuttosto il riflesso di un problema di relazione tra uomo
e donna, un problema nato dalla ridefinizione dell’identità di genere
nella nostra società”.[22]
Il rimescolamento, infatti, dei ruoli uomo-donna, affermatosi in
brevissimo tempo, ha prodotto una serie di contraccolpi psicologi
individuali e sociali che, ovviamente, non possono non aver influenzato
anche processi motivazionali più o meno consapevoli di chi fruisce della
prostituzione e di cui, forse, non abbiamo ancora visto la completa
evoluzione.
Che nella prostituzione, dunque, si concentri spesso il malaffare, che
la si ostenti volgarmente per le strade, che contribuisca alla
diffusione di malattie sessualmente trasmesse e che soprattutto si
verifichino non infrequenti casi di sfruttamento, costrizione o
addirittura di schiavitù, è assolutamente vero. Ma è altrettanto vero
che, per arginare le conseguenze negative della prostituzione, la
criminalizzazione del “cliente” mostra in tutta chiarezza pregiudizi,
confusione d’idee ed impotenza legislativa.
Fermo restando che la prostituzione sia elemento storicamente
fisiologico della società, si devono combattere tutte le degenerazioni
del fenomeno, nel modo più severo possibile, non arrendersi e dire:
“visto che non riusciamo a dissuadere le donne dal prostituirsi, visto
che non siamo all’altezza di controllare le prostitute e di garantirne
la salute, visto non siamo capaci d’impedirne lo sfruttamento e di
reprimere la schiavitù sessuale, abbattiamo la mannaia della giustizia
sul “cliente”. Uno schema risolutivo troppo facile, troppo stupido,
troppo violento.
Un schema che, peraltro, viene utilizzato anche in altre situazioni: non
si è capaci di gestire la viabilità, non si creano parcheggi, la rete
metropolitana è insufficiente, i mezzi pubblici sono pochi e mal
funzionano: puniamo severamente e senza pietà chi si ferma anche un solo
minuto in doppia fila. Seguendo questa tendenza, con la carenza
endemica di letti negli ospedali, non ci si potrà stupire se prima o poi
verrà deciso di sopprimere i malati all’arrivo nel pronto soccorso.
Invece di trovare soluzioni, gestendo la prostituzione come un affare
sociale e punire i delinquenti che ne traggono profitto, si colpisce
l’ultimo anello di una catena che comunque non si spezzerà. La
prostituzione diverrà allora sempre più sotterranea, ancora più gestita
da chi è aduso a vivere nell’illegalità; le donne saranno maggiormente
fragili e dipendenti dagli sfruttatori che sapranno gestire nell’ombra
la loro attività ed i “clienti”, divenuti ricattabili, saranno esposti
ad ogni tipo di malversazione. Se è questo che si vuole, la malavita
ringrazia.
Senza considerare che s’incrementerà il brutale e vigliacco turismo
sessuale nei paesi dove non esiste alcun controllo né sull’età delle
prostitute (magari bambine), né sulle malattie (di ogni genere e
gravità), né sulle richieste di prestazione dei “clienti” (pedofili,
sadici, ecc.).
Ma la criminalizzazione del “cliente” è solo frutto d’ingenuità,
pregiudizi morali e miopia socio-politica o rappresenta anche una
battaglia ideologica vetero-femminista?
In Svezia, dove si è già approvata una legge che equipara i “clienti”
delle prostitute ai criminali, l’assunto di base è: “la prostituzione è
una violenza dell’uomo contro la donna”. Una violenza che, non solo si
esercita sulla donna poiché costretta a subire lo sfogo sessuale
maschile, ma che è già iniziata nell’infanzia sempre ad opera di uomini
che hanno abusato di lei. La prostituta, infatti, in Svezia, viene ora
considerata non libera di scegliere di affittare il proprio corpo, anche
quando non esiste alcuna persona che la costringe, in quanto ciò che la
spinge a prostituirsi sono i traumi di natura sessuale perpetrati a suo
danno da uomini violenti quando era bambina.
L’incredibile teoria che inflessibilmente lega ogni prostituta ad abusi
sessuali subiti nell’infanzia, viene così riassunta da Kajsa Wahlberg,
membro dell’Intelligence della Polizia Nazionale ed incaricata dal
Parlamento di un report annuale sulla prostituzione in Svezia:
“Moltissimi studi e ricerche condotte in Svezia tra i primi anni
Settanta e fine degli anni Novanta hanno portato allo stesso risultato:
tutte le donne svedesi che finivano per prostituirsi avevano subito
abusi sessuali infantili da parte di padri, parenti o amici…Quando i
ricercatori non hanno avuto più dubbi sulle correlazioni tra gli abusi
sessuali e la prostituzione si è deciso di fare una scelta radicale ed è
nata la legge”.[23] [24]
Non sembra un caso che detti, incredibili, studi siano cominciati negli
anni settanta e siano proseguiti nel ventennio successivo sull’onda di
un fanatismo femminista. “La prostituzione scrive Paola Tabet in
Sessualità delle donne e scambio sessuo-economico - sarebbe, dunque, una
forma di schiavitù, in un senso proprio e non metaforico, delle donne e
questa è stata la visione e la posizione anche delle femministe nella
storia passata e recente”.[25] E non sembra un caso che l’uomo ne esca
comunque violento e colpevole, né che su di lui si scagli un rancore
punitivo.
Afferma, a dimostrazione, Jonas Trolle, ispettore capo della squadra
anticrimine di Stoccolma, parlando dei “clienti”: “Li pediniamo, li
intercettiamo, facciamo fotografie e prendiamo le loro targhe, dopo
circa sei mesi li chiamiamo in Tribunale e li facciamo sedere accanto
agli sfruttatori ed ai trafficanti: solo così possono rendersi conto di
far parte di una rete criminale”[26]. Pedinati, intercettati,
fotografati, umiliati come criminali tra i criminali, perché “Chiedere
sesso – come afferma l’ispettore capo Trolle – è già un reato in
sé”.[27]
Va poi notato che – sempre come afferma Trolle – “il cliente è il primo
anello della catena criminale”.[28] Il primo anello, non l’ultimo. Un
ribaltamento assolutamente illogico, come se il cliente di un
supermarket fosse considerato il primo anello della filiera che ha
portato le merci in vendita sugli scaffali.[29] Un ribaltamento che
mostra l’intento di colpevolizzare comunque ed a tutti i costi gli
uomini e che si motiva solamente con l’equivalenza “uomo-criminale”.
In Italia ed in molte altre parti del mondo la prostituzione, in tutte
le sue forme, sta anche volgendosi al maschile. Molte donne sono
oggigiorno spettatrici di striptease e spettacoli hard di super machi ed
utilizzano a pagamento i favori sessuali di giovani uomini compiacenti.
Anche questi ultimi sono stati violentati nell’infanzia o le citate
teorie valgono solo per le donne? Che se ne pensa in Svezia?
Invece di procedere verso il superamento della contrapposizione
uomo-donna s’inasprisce il conflitto subornando l’opinione pubblica con
l’ignava complicità dei mezzi di comunicazione, in gran parte allineati
nel dar le notizie senza coglierne l’essenza, la reale portata umana e
sociale.
La criminalizzazione del “cliente” delle prostitute è l’avamposto di
un’incombente repressione sessuale, l’arretramento su posizioni
sessiste, discriminatorie e liberticide, dove qualcuno, ideologicamente,
decide per gli altri cosa sia bene e cosa male, da quale parte poi stia
il male e chi punire.
Prostituirsi ed usufruire della prostituzione può anche essere
considerato disdicevole, ma va fatta salva la libertà di disporre della
propria sessualità e di usufruire dell’offerta, senza che ciò cagioni –
ovviamente – danno ad alcuno.
C) Le prostitute non scelgono liberamente di prostituirsi.
“In particolare nelle società occidentali questo termine
(prostituzione) indica l’occupazione e lo stile di vita, lo statuto, lo
“stato” di una categoria di donne – le prostitute – come separate,
distinte totalmente dalle altre donne”, scrive Paola Tabet .[30]
Una visione limitata e preconcetta che non
tiene conto delle molteplici sfaccettature del fenomeno. La realtà è
un’altra. Si seguita, infatti, a rapportarsi ad un sol tipo di
prostituzione identificandola con lo sfruttamento e la schiavitù, senza
considerare che sono sovrastrutture malavitose e delinquenziali
contingentemente sovrapposte alla prostituzione.
Accanto a donne sfruttate e schiavizzate “ci sono giovani donne che –
come sostiene Pia Covre, leader del Comitato per i diritti civili delle
prostitute - non vogliono identificarsi soltanto nella prostituzione, ma
che rivendicano il diritto di guadagnarsi da vivere comune vogliono,
semplicemente valutano anche la possibilità di fornire anche prestazioni
sessuali come lavoro retribuito.”[31] La
tesi che le prostitute non siano libere è il cavallo di battaglia di
ogni crociata contro la prostituzione. Ma, se è vero per molte, è
sicuramente falso per molte altre.
Il mondo è pieno di donne che offrono il proprio corpo per una cena, per
un provino, per un paio di calze o di scarpe, per un gioiello, un
appartamento, un posto di lavoro…e lo fanno liberamente, senza renderne
conto ad alcuno e senza alcuna costrizione. Ed, allo stesso tempo, sono
innumerevoli le donne che scelgono la prostituzione come occupazione
stabile, perché ben remunerata; perché non hanno voglia di fare lavori
più faticosi o meno retribuiti; perché impegnano un minor numero di ore
della giornata per guadagnare; perché non sanno fare altro; perché è
facile; perché lo fanno le amiche; perché non hanno padroni; perché
possono decidere quando e come lavorare; perché così si sentono più
libere.
Nikki Adams, membro dell’English Collective of Prostitutes, dichiara a
conferma che la maggior parte delle prostitute inglesi ha scelto
liberamente di prostituirsi e non è stata forzata da alcuno.[32]
In una ricerca di recente svolta dalla psicologa, psicoterapeuta
Serenella Salomoni, realizzata attraverso 400 interviste telefoniche a
“prostitute a domicilio” è risultato, non solo che si trattava di tutte
prostitute per scelta, senza la minima costrizione, ma altresì che il
37% delle intervistate era soddisfatta del proprio lavoro.[33]
Commenta così la Salomoni: “C’è un fattore sociale alla base di tutto ed
è il bisogno di denaro. Parliamo soprattutto di casalinghe e
studentesse, alle prese con problemi economici sempre più pressanti.
Tanti i casi poi, di studentesse universitarie che si prostituiscono per
far fronte alle tasse scolastiche ed alle spese d’alloggio.”[34]
A conferma, ricordiamo lo scandalo dell’università di Cambridge. Circa
un anno fa, Varsity, il prestigioso magazine dell’università, pubblicò
un servizio dove risultò che erano moltissime le studentesse che si
prostituivano o si offrivano nude nei locali per guadagnare dalle 50
alle 100 sterline, per lo più con la motivazione “se hai bisogno di
soldi facili e veloci, è quello che fa per te”.[35] E sempre in
Inghilterra, è emerso che un sito di squillo on line[36] aveva più di
400 studentesse universitarie tra le sue ragazze.
Un fenomeno che non sembra aver confini. Le Figaro ha pubblicato uno
studio del sindacato studentesco francese in cui emerge che circa 40.000
ragazze, tra i 19 e i 25 anni, si offrono sessualmente per pagare
l’affitto o per sostenersi agli studi. L’Italia, ovviamente, non fa
eccezione. Secondo Giulia Serventi Longhi, direttore della rivista
Studenti Magazine, “ormai il confine fra questi mestieri e la
prostituzione è diventato sottilissimo. Purtroppo il sesso a pagamento
da parte delle studentesse è diventato quasi una necessità. Dalle
testimonianze che abbiamo raccolto ci siamo resi conto di quanto sia
diffusa in Italia questa pratica”.[37]
È facile concordare con la Longhi che in Italia la pratica del sesso a
pagamento da parte delle studentesse sia molto diffuso, più difficile
invece è concordare sul fatto che sia una necessità. È questa, infatti,
una scusante che compare spesso in alternativa alla costrizione. Se la
donna non è costretta da qualcuno a prostituirsi, lo è per necessità.
Per un verso o per un altro, non è mai libera di scegliere, non è mai
responsabile del suo comportamento. È questa anche la teoria cardine del
ministro britannico Jacqui Smith – cui si è prima accennato - “le
prostitute non hanno scelta”. Un teorema bifronte che assolve le donne e
colpevolizza gli uomini, rendendoli sempre “approfittatori” di uno stato
di necessità o di soccombenza. Un’altra espressione di manipolazione
ideologica, di deteriore femminismo.
Che la prostituzione sia multiforme e diffusissima è assodato, che poi
una parte (la maggior parte?) delle donne che si prostituiscono lo
facciano liberamente è altrettanto certo. Ciononostante persiste l’idea
che l’elemento della costrizione sia intrinseco al prostituirsi. Ed
anche in ciò si riaffaccia l’aspetto sessista che individua
principalmente nell’uomo l’unico soggetto che ne trae vantaggio, sia nel
ruolo di sfruttatore sia in quello di “cliente”.
“…Una scissione assai forte, quasi ci fosse una differenza di essenza
tra i due gruppi (donne e prostitute). La separazione – scrive Paola
Tabet - è così segnata ideologicamente, così pesante dal punto di vista
della morale comune, che spesso ci si immagina che nessuna donna, a meno
che non vi sia costretta con forza, potrebbe trovarsi nel gruppo delle
prostitute”.
Ultimamente però, forse davanti all’evidenza dei fatti, sta emergendo
una nuova interpretazione, che taglia gordianamente il nodo della libera
scelta, spostando l’attenzione dai singoli alla società: nessuna forma
di prostituzione è una forma di libertà - come affermato più volte da
don Oreste Benzi - perché l’induzione e la coartazione non si
esauriscono solo nella violenza fisica e/o psicologica eteroesercitata,
ma - come commenta C. Valerio Bellieni[38] - trovano la loro ragione
“nel pensiero che il proprio corpo sia commerciabile”. “In fondo –
continua Bellieni – quando si sente sostenere che prostituirsi è un
diritto o una libera scelta, si deve sempre ricordare che solo una
violenza sul concetto che la persona ha di sé può ridurre una donna, un
uomo o un minore a considerarsi merce, a pensare di ridurre il proprio
corpo ad oggetto di scambio.”[39]
Tale concetto che si trova spesso legato alla prostituzione, potrebbe
però essere esteso ad ogni forma di lavoro dove sempre vi è commercio
del corpo. Il bracciante, che si spacca la schiena sotto il sole a
raccogliere pomodori, non cede in affitto i propri muscoli? Il manovale
che carica e scarica sacchi di cemento non fa la stessa cosa? L’operaio
alla catena di montaggio che assembla pezzi compiendo ogni minuto
l’identica operazione non affitta le braccia e le mani? E la sua omologa
che spenna incessantemente polli e li vuota delle interiora non affitta
anche lei braccia e mani? Qualsiasi lavoro che abbia una contropartita,
un salario, uno stipendio, prevede l’affitto temporaneo del corpo. Anche
il professionista e l’intellettuale affittano una parte del proprio
corpo: il cervello; come la ballerina o il calciatore le gambe e lo
speaker polmoni, corde vocali e lingua.
Inutile girarci attorno. La società è fondata sullo scambio: prestazione
contro compenso; ed ogni prestazione prevede l’utilizzo del proprio
corpo, dato in affitto al mezzadro, all’industriale, al cliente,
all’impresario, ecc. ecc.
Qual è, dunque, la differenza con la prostituzione? L’uso sessuale del
corpo. È questo che fa la differenza. Si può affittare il corpo, anche
tutto, ma non per fini sessuali. Si può affittare qualsiasi parte del
corpo, ma non i genitali. Tale limite, che si mostra con evidenza
viziato da una pregiudiziale antistorica, moralista e radicalmente
sessuofoba, non è altro che il tentativo di relativizzare il problema in
una dimensione umanistica, anziché porlo su un piano etico-religioso. È
la dimostrazione della fragilità dell’attuale pensiero spirituale che
per timore d’esser rigettato, scende dialetticamente su un piano umano.
Chi sostiene che il corpo non possa essere commerciabile, oggetto di
scambio, per contrastare l’idea della libera scelta di prostituirsi usa
un argomento fallace, il cui fondamento occulto si basa su tutt’altra
visione che, però, sembra non avere più il coraggio o la forza di
sostenere: l’etica.
La prostituzione può essere ragionevolmente osteggiata solo
inquadrandola in una prospettiva etica, in un solido discrimine tra il
bene il male e confinandola in quest’ultimo, per poi lasciare – anche
qui – la libera scelta, rimandando alle singole coscienze.
D) La prostituzione non ha una funzione sociale.
L’idea ottocentesca che la prostituzione fosse legata a costumi sessuali
non permissivi ed in particolare al matrimonio monogamico e/o
all’impossibilità di contrarlo in giovane età ha resistito per buona
parte del novecento. Henry Havelock Ellis sosteneva che “Il fenomeno
della prostituzione nascerà immancabilmente in qualsiasi luogo la libera
unione dei giovani venga impedita, e dove esistano condizioni tali da
rendere particolarmente difficile un matrimonio precoce”[40]. Di parere
simile era Georg Simmel il quale riteneva che la prostituzione fosse un
“male necessario” con la “funzione sociale” di permettere agli uomini di
sfogare i propri bisogni sessuali, repressi nel matrimonio monogamico.
Tutto ciò – secondo il sociologo e filosofo tedesco – sarebbe finito
allorquando si fosse raggiunta l’eguaglianza dei diritti degli uomini
delle donne e ed i rapporti tra i sessi fossero improntati all’amore
libero.
Se entrambi avessero vissuto cinquant’anni in più, si sarebbero resi
conto che le loro teorie sarebbero state sconfessate dai tempi. Nelle
società occidentali la parità dei sessi si è sostanzialmente realizzata,
l’età delle prime interazioni sessuali e spesso del primo rapporto
sessuale completo coincide ora con l’adolescenza; il matrimonio è ancora
monogamico, ma le relazioni extraconiugali sono diffusissime; e la
sessualità viene in genere agita con grande libertà e senza censure
sociali. Ciononostante la prostituzione resiste e prolifera.
Evidentemente non basta la libertà dei costumi sessuali per estinguere o
ridurre la prostituzione. D'altronde già nella Grecia classica si era
osservato il fenomeno. La sessualità (comunque orientata) era vissuta
con grande libertà e la prostituzione addirittura istituzionalizzata
riconoscendogli un valore sociale.[41] Altresì nell’età romana gli venne
attribuita una funzione sociale: “…la meretrix veniva considerata, in
relazione alle vicende inerenti alla pericolosità sociale, come una
custode dell’ordine e quindi non emarginata, ma una donna che svolgeva
una funzione precisa.” [42]
La prostituzione alligna in ogni società, indipendentemente dalla
libertà sessuale. Prova ne è che durante i quarant’anni del regno della
Regina Vittoria nonostante il risorto puritanesimo il numero delle
prostitute in Londra – come si è visto poc’anzi – era grosso modo uguale
a quello odierno e che la loro presenza, in percentuale, era superiore
del 360%. Essa, dunque, sopravvive in ogni regime morale, mostrandosi
elemento fisiologico della società.
La sua repressione produce fenomeni di emigrazione dei “clienti” che
comunque vanno in cerca di rapporti sessuali mercenari, esercitando
turismo sessuale anche a breve raggio (l’orgoglio scandinavo del ponte
di Malmoe che unisce Svezia e Danimarca è divenuto, dopo la repressione
svedese dei “clienti” delle prostitute, il simbolo della trasmigrazione
in cerca di sesso a pagamento).
La sua soppressione produrrebbe, immancabilmente, un fortissimo
turbamento nella società con un probabilissimo aumento dei reati a
sfondo sessuale.
Si pensi, in proposito, ai dipendenti da sesso (negli USA, attualmente
vengono stimati in circa 20 milioni[43]) che per il 55% commette reati a
sfondo sessuale[44] e che nel 58% dei casi dichiara che il proprio
comportamento potrebbe portare all’arresto.[45]. In più, va notato che
sulla base di una ricerca pubblicata nel Manuale sulla Sexual Addiction
(a cura di F. Avenia e A. Pistuddi)[46] effettuata su 60
tossicodipendenti detenuti per gravi reati (dalla rapina
all’omicidio)[47] sia la dipendenza da sesso che la tendenza verso la
dipendenza da sesso sono risultate doppie rispetto al campione nazionale
(rispettivamente 12% vs 6% e 17% vs 8%). Ora, seppur i dati citati, non
siano direttamente correlabili, si evidenzia una comorbilità tra
dipendenza da sesso e tossicodipendenza ed un alto rischio di reati a
sfondo sessuale nei sexual addicts. Togliere, dunque, ai dipendenti da
sesso la possibilità di trovare facilmente uno sfogo sessuale
corrisponderebbe ad aumentare esponenzialmente la probabilità che
delinquano.
La preoccupazione per un aumento dei reati connessi alla sessualità non
è, ovviamente, solo connessa a fenomeni psicopatologici; va anche
misurata con il dilagare dell’uso di droghe, in special modo della
cocaina, che sollecita il desiderio sessuale prolungandolo per ore ed
ore dopo la sua assunzione e che, in assenza di una partner, può essere
soddisfatto solo a pagamento.
Ma c’è di più. Come è noto, l’impulso sessuale nell’uomo è molto più
forte, frequente e persistenze che nelle donne[48] e la sua
soddisfazione, ove non potesse prodursi facilmente contro compenso,
potrebbe deviarsi nell’incesto, nella violenza sessuale coniugale ed
extrafamiliare. E, comunque, la sua frustrazione scatenare aggressività
e violenza indifferenziata.
In una prospettiva più edulcorata, si può osservare l’attuale fenomeno
della prostituzione come una diretta conseguenza della società dei
consumi. “Nella società contemporanea – scrive la Monzini – dove si è
raggiunta una parità dei sessi, e la disponibilità delle donne ad
incontri sessuali extramatrimoniali è sicuramente aumentata, non è più
possibile considerare la prostituzione un “male necessario”, è divenuta
un bene di consumo.”[49] Ciò, in parte, è vero ma non diminuisce il
rischio che renderla difficile o impossibile possa liberare violenza
sessuale e non. L’esercizio della sessualità è divenuto un must, con
aggregati di stereotipi e di regole, e chi ne è tagliato fuori rischia
di sentirsi menomato, emarginato.
Lo slogan del ’68 “Amore (sesso) libero” che tanto ha permeato la nostra
cultura, di fatto trova ancora ragionevoli – e speriamo insormontabili -
ostacoli nell’applicarsi indifferenziatamente nei rapporti sociali, ma
se ha così influenzato, non può essere poi antagonizzato con la
soppressione della possibilità di esercitare la sessualità scegliendo a
pagamento i partners. Anche in forza della continua ed indiscriminata
sollecitazione dell’istinto sessuale (soprattutto maschile) che i media
impongono quotidianamente.
Va, inoltre, considerato che una drastica repressione della
prostituzione porterebbe, come sempre accade, a penalizzare i più
deboli. Con la diminuzione dell’offerta, i prezzi salirebbero e
sarebbero tagliati fuori dal mercato i meno abbienti, i più poveri,
coloro che con più difficoltà possono trovare e cambiare partner. L’uso,
poi, sempre più diffuso delle prostitute di proporsi sul web (è
sicuramente questa la new way della prostituzione[50], che diverrà
d’elite), per sfuggire a sfruttamento e repressione, escluderebbe dai
contatti tutti coloro che non posseggono un computer, che non ne hanno
accesso, che non sanno utilizzarlo e, perché no, degli analfabeti.
Sempre i più deboli. Ora sulle strade è ancora possibile – ma non
dappertutto e per poco – trovare sesso per 5 euro (la concorrenza
cinese!) contro un minimo di 50 sul web. Quando saranno scomparse le
ultime prostitute dalle strade e peggio ancora quando il “cliente” sarà
un criminale, quale sarà il prezzo di una prostituta reclamizzata in
Internet? E chi potrà permetterselo? I soliti noti.
Eliot Spitzer, ex governatore dello stato di New York, alcuni mesi or
sono è stato costretto a dare le dimissioni dalla sua carica, perché
scoperto in uno scandalo a luci rosse. I tabloid newyorkesi indicano in
circa 80.000 dollari la somma da lui spesa con squillo di alto bordo. Da
notare che si era distinto nello smantellare diverse reti di
prostituzione! Ipocrisia e contraddizioni.
D’ipocrisia e contraddizioni è piena la campagna contro la
prostituzione. Nel Regno Unito, solo una settimana prima d’annunciare le
severe norme “anti-clienti”, il gabinetto di Gordon Brown ha ridotto i
fondi destinati a contrastare il trafficking (la tratta degli esseri
umani). Mentre in Italia, è passata quasi sotto silenzio la scandalosa
sentenza della Corte di Cassazione (n. 44516) in cui una donna rom che
portava a mendicare per la strada il figlioletto di appena 4 anni è
stata assolta dall’accusa di riduzione in schiavitù con la risibile
motivazione che lo faceva part-time, solo quattro ore al giorno.
Ma le contraddizioni più significative sono quelle culturali. Negli
ultimi cinquant’anni si è smantellato completamente l’impianto etico
della nostra società relativamente ai fenomeni legati alla sessualità:
si è passati dal coprire i genitali delle statue con foglie di fico di
gesso e mettere i mutandoni alle ballerine ad esporre sulle copertine
dei settimanali femmine ammiccanti senza veli e proporre le rotonde
forme delle veline all’ora di cena; si è consentito il divorzio, si è
accettata la convivenza pre e post matrimoniale; si è legalizzato
l’aborto; sono state elette in Parlamento pornostar e transgender;
l’omosessualità è divenuta “orgoglio”; e gay e lesbiche marciano
invocando il diritto di sposarsi e quello di adottare figli; ma la
prostituzione? La prostituzione è ancora il male da combattere, ancor di
più di cinquant’anni fa.
E forse lo sarà per tanto tempo ancora. Resta però difficile costringere
con leggi la semplice e naturale disposizione del proprio corpo; e
uomini e donne seguiteranno a prostituirsi e ad essere “clienti”.
Tramontata una solida coscienza morale comune, oggi, l’unico argine alla
prostituzione è nella singola coscienza. Il resto sono solo vuote parole
e leggi che saranno disattese.
Quando l’essere umano si reifica, vivendo il proprio corpo come cosa tra
le cose, come il “corpo che posseggo” non come il “corpo che sono”, il
passaggio allo scambio con il denaro o con altra cosa ambita diviene
automatico.
Il transito della corporeità da una dimensione meramente oggettuale ad
una esistenziale è un cammino lungo e difficile, forse la più ardua
sfida della nostra civiltà. E se la vinceremo non avremo sconfitto solo
la prostituzione, ma vinto per sempre lo sfruttamento di un essere umano
da ogni suo simile.
[1] Fernando Henriques: A survey of prostitution. Primitive, classical
and oriental. McGibbon & Kee. 1964, Leeds. Tr. It La prostituzione nel
mondo antico, classico ed orientale. Ed. Storia Sc., 1966, Novara.
[2] André Morali-Daninos: Historie des relations sexuelles. Presses
Universitaires de France, 1980. Tr. It. Storia della sessualità. Newton
Compton, 1994, Roma.
[3] Michael Ryan: Prostitution in London, with e comparative view of
that in Paris, New York, etc.. 1839, London.
[4] Paola Monzini: Il mercato delle donne. Prostituzione tratta
sfruttamento. Donzelli, 2002, Roma.
[5]Paola Monzini, op. cit. Il calcolo è ovviamente indicativo, ed
inoltre esiste anche una quota, ancorché esigua, di donne “clienti” che
utilizzano uomini che si prostituiscono. Da notare che secondo il
dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio le
prostitute che esercitano in Italia sono 70.000.
[6] Reay Tannahill: Sex in history. Tr. It. Storia dei costumi sessuali.
Rizzoli, 1994, Milano.
[7] Reay Tannahill, op. cit.
[8] Reay Tannahill, op. cit.
[9] V.F. Calverton. Citato in André Morali-Daninos: Historie des
relations sexuelles. Op. cit.
[10] Reay Tannahill, op. cit.
[11] Reay Tannahill, op. cit.
[12] Op. cit.
[13] Op. cit.
[14] In Fernando Henriques, op. cit., interessantissima ricostruzione.
[15] “nel Sett-Ottocento, le meretrices iniziarono ad essere considerate
di una qualche pericolosità per il consesso sociale, soprattutto per le
valutazioni profondamente negative per l’ambiente che ad esse si
collegava.” Giovanni Greco: Lo scienziato e la prostituta. Dedalo, 1987,
Bari.
[16] Reay Tannahill, op. cit.
[17] Franco Avenia, Annalisa Pistuddi (a cura di): Manuale sulla Sexual
Addiction. Franco Angeli, 2007. Milano.
[18] Università Statale di Milano. Luisa Leonini, docente di Sociologia
dei Consumi, 1999.
[19] Dal quotidiano Repubblica, Esteri, 19 marzo 2008.
[20] Il Messaggero, 28 novembre 2008.
[21] Annalisa Pistuddi, Franco Avenia: “Dipendenza da sesso, disfunzioni
sessuali e psicopatologia: frequentatori abituali di prostitute”. In
corso di stampa su Rivista di Sessuologia. CIC. Ed. Roma.
[22] Paola Monzini: Il mercato delle donne. Prostituzione, tratta,
sfruttamento. Donzelli, 2002. Roma.
[23] Dichiarazioni virgolettate riportate dal quotidiano Repubblica,
nella sezione Esteri, 14 novembre 2008.
[24] Non sembra di questo parere Giovanni Greco: “Ab antiquo, la
prostituzione sacra rappresentava pure, in certi ambienti, una sorta di
prevenzione di fronte al fenomeno assai diffuso dell’incesto” in Lo
scienziato e la prostituta. Op. cit.
[25] Rubettino Ed., 2004. Soveria Mannelli.
[26]Dichiarazioni virgolettate riportate dal quotidiano Repubblica,
nella sezione Esteri, 14 novembre 2008.
[27]ibidem
[28] ibidem
[29] Come espressione simbolica dell’offerta di sesso e della creazione
del “cliente”, ricordiamo la famosa scena dello splendido film di Gillo
Pontecorvo, Kapo, in cui la protagonista, Susan Strarberg, reclusa in
campo di concentramento nazista ed avviata alla selezione delle donne
ancora sane e capaci di lavorare, per non essere mandata nella camera a
gas, in quanto piena di piaghe alle mani, apre il grembiule e mostra il
seno all’ufficiale tedesco, salvando la vita.
[30] Op. cit.
[31] Magazine del Corriere della Sera, 25 marzo 2008.
[32] Il Messaggero, 28 novembre 2008.
[33] Magazine del Corriere della Sera, 25 marzo 2008.
[34] Magazine del Corriere della Sera, 25 marzo 2008.
[35] Corriere della Sera, 10 ottobre 2007
[36] www.takemetodinner.co.uk
[37] www.magazine.exicite.it
[38] Carlo V. Bellieni: Quei no progressisti alla prostituzione.
www.piuvoce.net/newsite/fuoricampo.php?id=4
[39] ibidem
[40] Henry Havelock Ellis: Studies in Psychology of Sex. 1913,
Filadelfia. 2008 Bibliolife.
[41] Fu Solone ad istituire le prime “case chiuse”.
[42] Giovanni Greco, op. cit.
[43]Carol Coleman-Kennedy and Amanda Pendley: Assessment and Diagnosis
of Sexual Addiction. J. Am. Psychiatr. N. Ass. 2002; 8; 143.
[44] M. Herkov et al. :What is Sexual Addiction? www.psychecentral.com/library/sexaddicts-intro.htm
[45] P. Carnes: Don’t calli t love: recovery from sexual addiction,
Bantam Book, 1991. New York
[46] F.Avenia e A. Pistuddi (a cura di): Manuale sulla Sexual Addiction.
Op. cit
[47] Casa di reclusione Opera. Milano.
[48] Gli omosessuali maschi, ad esempio, secondo una ricerca effettuata
negli Usa, il 75% avevano avuto più di cento partner e il 25% più di
mille; mentre tra le lesbiche si è registrato un numero di partner
inferiore a dieci. Ricerca citata da Giovanni Carrada e Emmanuele
Jannini, in La scienza dell’amore. Baldini & Castoldi, 2000. Milano. Cfr
anche: F. Avenia, A. Pistuddi, G. Russo, F. Cerretani, N. Patrizi:
Desiderio sessuale: ricerca su un campione di 1307 soggetti. Rivista di
sessuologia. N. 2, 2007, CIC ED., 2007. Roma.
[49] Monzini, op. cit.
[50] “La tecnologia ha reso più facile e privato l’adescamento…il
computer ha semplificato un fenomeno già presente, rendendo padrone di
loro stesse le donne che decidono di vendersi. Grazie ad Internet oggi
possono farlo senza intermediari e case d’appuntamenti.” Intervista alla
professoressa Luisa Leonini, docente di Sociologia dei Consumi, presso
l’Università Statale di Milano. Magazine del Corriere della Sera, 25
marzo 2008.
|
|
Franco Avenia
Sociologo,
Sofrologo, Androsessuologo. Presidente dell’Associazione Italiana per la
Ricerca in Sessuologia (AIRS). Vicepresidente della Federazione Italiana
di Sessuologia Scientifica (FISS).
|
|
Psicolinea.it
©
2009 |
|
|
|