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Prostitute e clienti

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LA REPRESSIONE DELLA PROSTITUZIONE.
PREGIUDIZI, RIVENDICAZIONI IDEOLOGICHE, IPOCRISIA E CONTRADDIZIONI.


di Franco Avenia


L’Europa, dopo anni di sornione torpore in cui, nei fatti, ha consentito la prostituzione ed il suo sfruttamento, sembra oggi svegliarsi bruscamente. E, come spesso accade quando si è presi dalla fretta o non si è capaci di curare il male alla radice, ha deciso d’amputare l’arto. In questi giorni, Jacqui Smith, ministro degli interni della Gran Bretagna ha annunciato drastiche misure repressive della prostituzione che possono portare i “clienti” ad essere condannati anche all’ergastolo, a seguito d’incriminazione per stupro.    

La legge, che andrà in vigore dal 2009, prevede che chi compri sesso da una donna costretta da un protettore o da un racket di malavitosi a prostituirsi sia equiparato ad uno stupratore, in quanto compie atti sessuali contro la volontà della vittima di sfruttamento.   Il “cliente”, dunque, per non correre rischi, dovrebbe accertarsi – non si capisce come e quando - che la donna si prostituisca liberamente!   La volontà iniziale del governo era in realtà ancor più restrittiva: mettere fuori legge “ogni” scambio sesso/denaro. Il gabinetto di Gordon Brown, però, ritenendo la misura decisamente impopolare e di fatto inapplicabile - per le molteplici configurazioni che detto scambio può assumere - si è ben tutelato punendo solo il caso in cui dietro la prostituta ci sia sfruttamento o costrizione; ma, sottolineando altresì che anche in questa fattispecie “la legge non ammette ignoranza”, ha reso del tutto impossibile o ad altissimo rischio ogni incontro sessuale a pagamento, tanto da stroncarne ogni volontà. Non servirà, infatti, dimostrare che s’ignorino le cause che hanno indotto la donna a prostituirsi, sarà sufficiente – come ha sostenuto la Smith alla BBC – che la polizia accerti il passaggio di denaro dal “cliente” alla donna vittima di sfruttamento per finire in prigione.

L’intento originario di Brown e della Smith sembra avere un sapore decisamente moralista, e la scappatoia dell’impossibile accertamento dell’autonomia decisionale della prostituta nel concedersi conferma la volontà di sbarrare il passo ad ogni forma di attività sessuale a pagamento, ancor prima d’impedire ogni forma di sfruttamento e di schiavitù.
Tale ipotesi troverebbe conferma nel ripristino di un muro della vergogna dove verranno additati i “clienti” delle prostitute. Il progetto, denominato “Name and Shame”, è quello di punire anche coloro che soltanto si accostano con le auto alle prostitute in strada, sanzionandoli con una salata multa e la pubblicazione dei loro nomi su un apposito elenco. “Shame”, appunto, vergogna: perché chi solo sente una pulsione sessuale verso una sconosciuta o è mosso da curiosità erotica, secondo il governo del Regno Unito, deve essere punito e vergognarsi.
Dietro, dunque, la volontà di reprimere lo sfruttamento di povere ragazze ed in alcuni casi d’adolescenti, fatte sovente oggetto di schiavitù, si agita nascosto – neanche tanto - il vento della repressione sessuale.

La strada è aperta: se ciò che s’intende punire è l’attività sessuale a pagamento, dove una donna cede il proprio corpo sul quale un anonimo uomo proietta la libido sessuale contro corrispettivo economico, allora, a breve, sarà repressa la lap dance nei pub (tra i laburisti è già serpeggiata questa idea), come gli striptease nei locali notturni, i giornali ed i film porno ed anche i calendari erotici su cui compaiono le starlet della TV.
Ma quale tipo di repressione sarà adottata? Chi sarà punito? In linea con quanto programmato in Gran Bretagna dovrebbe essere l’incauto avventore del pub, dove si danza a seno nudo attorno ad una pertica, a pagarne le conseguenze: multa, muro della vergogna e pena per violenza sessuale se le ragazze hanno sfruttatori alle spalle. Così come gli spettatori di spettacoli hard. E poi i clienti del giornalaio che comprano riviste e DVD porno.
Sembra eccessivo? Dietrologia sempre in attesa della deriva? No, perché quanto è alla base del provvedimento legislativo del ministro britannico e di altri simili è un intento moralistico-repressivo che si fonda su presupposti pretestuosi, ideologici, contradditori ed ipocriti: a) la prostituzione è in larga crescita ed è legata in grandissima parte a nuovi fenomeni di sfruttamento e schiavitù; b) il “cliente” della prostituta va criminalizzato; c) le prostitute non scelgono liberamente di prostituirsi; d) la prostituzione non ha una funzione sociale.

Facciamo ordine, affrontandoli uno per uno.

A) La prostituzione è in larga crescita ed è legata in grandissima parte a nuovi fenomeni di sfruttamento e schiavitù.
Secondo recenti valutazioni di Scotland Yard, le prostitute che esercitano in Londra sono 88.000. “Nel diciottesimo e diciannovesimo secolo – come sottolinea l’antropologo Fernando Henriques[1] - la prostituzione raggiunse in Gran Bretagna punte senza precedenti”. Nel 1700, a Londra, il numero delle prostitute viene stimato in 50.000[2], mentre nel 1839, in un’inchiesta per conto della “Society for the suppression of vice”, Michael Ryan ne contava 80.000.[3]
Ora, se si calcola che la popolazione londinese nel 1840, durante il regno della regina Vittoria, era di circa 2 milioni di abitanti, di cui grosso modo la metà uomini, si aveva una prostituta ogni 12 maschi, compresi bambini, anziani e malati. Attualmente la popolazione di Londra conta 7.512.400 anime (censimento del 2007), pertanto, considerando - sempre per semplicità - che la metà siano uomini, nella capitale del Regno Unito esercita una prostituta ogni 43 maschi, ciò significa che in circa 150 anni il numero delle donne che affittano il proprio corpo per fini sessuali è diminuito del 360%.
In Italia - per guardare in casa nostra[4] - le persone che si prostituiscono sono circa 50.000, e dunque una su 600 maschi[5].
Quando, dunque, si parla di prostituzione come un fenomeno quantitativo abnorme, mai registrato, e sempre in crescita lo si dovrebbe valutare storicamente per avere ordini di grandezza più realistici. Si pensi in proposito, che negli anni attorno al 1820 a Vienna esistevano 20.000 prostitute su una popolazione di 400.000 abitanti, ovvero una ogni 7 uomini, e a San Francisco, nel 1852, su 25.000 abitanti, 3.000 erano prostitute, una ogni 4 uomini[6]. “ Intorno al 1830, New York aveva 20.000 prostitute e il riformatore sociale Robert Dale Owen calcolò che, tenendo conto di una settimana lavorativa di cinque giorni e del periodo delle mestruazioni, se ciascuna di esse avesse ricevuto in media tre clienti al giorno, la metà degli uomini adulti della città avrebbe dovuto avere rapporti con una di loro tre volte la settimana”[7]. Ciò dimostrava che New York era una città di passaggio, con molti forestieri, ma non diminuiva affatto la rilevanza numerica della presenza di prostitute e della loro intensa attività.
Si potrebbe continuare citando molti altri dati, ma sarebbe un inutile esercizio poiché volgono tutti nella stessa direzione. Vale la pena, invece, di ricordare – anche se può sembrare superfluo, ma soprattutto certa stampa, sempre pronta a seguire il vento, lo dimentica - che anche la “schiavitù”, la costrizione violenta alla prostituzione, non è in tempi moderni – come si vuol far apparire frequentemente - fenomeno di questi ultimi anni. “In America – si legge nel documentato Sex in history - le donne cinesi di San Francisco della metà del XIX secolo erano state schiave in ogni senso, mentre nella fine dell’800 prosperavano mezzani che avevano il compito d’introdurre nel paese donne provenienti dalla Polonia, dall’Irlanda, da Portorico e da Cuba, approfittando della loro subordinazione per spingerle alla prostituzione. Nel 1900 gli affari erano molto fiorenti: circa 50.000 mezzani e procacciatori traevano grossi guadagni da questo commercio.”[8]
Si ricordi, tra l’altro – come ho già fatto in altre occasioni – che nel 1884, in Irlanda si registravano “venti casi di acquisto di donne per un prezzo che varia dalle 25 ghinee a una mezza pinta di birra[9]”.
A Londra, poi, nei primi del ‘900, dove era fiorito il perverso uso di avere rapporti sessuali a pagamento con donne vergini (motivato sopratutto dalla paura di contagio delle malattie veneree e dalla credenza che un rapporto sessuale con una vergine potesse guarire la sifilide), l’età delle prostitute scese vertiginosamente e, non solo aumentò necessariamente il numero delle prostitute (divenute meno preziose dopo il primo rapporto), ma portò sul mercato del sesso bambine da deflorare, che spesso contraevano la sifilide già al primo rapporto. “Le vergini venivano reclutate da postriboli specializzati presso le grandi stazioni ferroviarie dove arrivavo i treni provenienti dalle campagne; altre venivano contattate nei parchi di Londra, altro terreno di caccia proficuo.”[10]. Ed ancora poco più di cento anni fa, nel 1869, Josephine Bulter – citata da Reay Tannahill[11] - asseriva che da indagini condotte, si osservava che delle 9.000 prostitute di uno dei grandi porti inglesi “1.500 erano sotto i 15 anni e un terzo di esse sotto i 13”.
Di questo e di altro, però, soprattutto nel Regno Unito ci si dimentica. Nota in proposito Fernando Henriques, in A survey of prostitution, confermando l’atteggiamento di rimozione tipicamente britannico sull’argomento, che “G.M. Trevelyan, nella sua Storia sociale inglese dedica una riga alle prostitute del settecento e due terzi di pagina a quelle del secolo seguente”.[12]
Il fenomeno della schiavitù legato alla prostituzione, peraltro, non è recente e non si limita al mondo occidentale e non è da questo sempre esportato. Da sempre ed in ogni latitudine spregevoli individui hanno sfruttato sessualmente le donne. “Riconosciamo che Havelock Ellis – sostiene Fernando Henriques, documentando ampiamente[13] - è nel giusto quando attribuisce agli europei l’introduzione del meretricio su larga scala tra molte comunità che non lo conoscevano (abbiamo di ciò esempi africani e polinesiani); è però innegabile che vi sono altri esempi, sempre africani e polinesiani, di prostituzione sviluppatasi senza il minimo intervento europeo.”
A conferma – per quanto possa valere una sola esperienza e per di più riportata – ricordo di una persona che aveva lavorato come operaio alcuni anni in Africa centrale e che raccontava di quando la sera le mamme portavano fuori del cantiere le loro figlie di dieci, dodici anni, per prostituirle in cambio di due o tre dollari, e che le vergini di otto, nove anni costavano dieci dollari.
 Affrontare, però, in questa sede il problema dello sfruttamento e della schiavitù sessuale sarebbe incongruo e, peraltro, impossibile. Ciò che, invece, può essere espresso sinteticamente per rendere più chiaro il contesto socio-culturale e legislativo che fa da sfondo alla prostituzione è il viraggio da una posizione di sacralità della prostituta, tipica di alcune culture antecedenti il cristianesimo, in particolare dell’Asia minore, dell’Africa e dell’India[14], ad una di neutralità, prevalente nella cultura romana, ad una di ambigua ed altalenane tolleranza pre-illuminista, fino alla criminalizzazione iniziata nell’Ottocento[15]. Ma il passaggio più significativo è quello attuale: la criminalizzazione del “cliente”.
Va considerato, in proposito, che parte della crescita del tessuto delinquenziale attorno alla prostituzione è da attribuirsi alle leggi punitive della prostituzione. Con l’introduzione in Inghilterra del Criminal Law Amendement Act del 1885, che rese illegale lo sfruttamento e la tenuta di case di piacere – come, ad esempio, sottolinea lucidamente Reay Tannahill - “la prostituzione organizzata divenne un reato: con l’inevitabile risultato che da allora furono le classi criminali ad interessarsene”.[16]
Il Criminal Law Amendement Act era nato a seguito dell’insuccesso dei precedenti Contagious Diseases Acts del 1864,1866 e 1869, promulgati per contenere il contagio delle malattie veneree. In essi era previsto che venissero - per la prima volta – schedate le prostitute e sottoposte a visite mediche. Ma la mancanza di un censimento precedente portò a sottoporre a visite mediche coatte anche donne che non esercitavano la prostituzione. Ciò scatenò la reazione delle donne borghesi che dietro ad una parvenza di tutela femminista, avevano il timore che la “bonifica” delle malattie veneree potesse ridare impulso alla prostituzione. Mentre sfruttatori e tenutari di bordelli si batterono per la loro applicazione rigorosa. Il sostegno alla prostituzione dato da garanzie mediche, da un lato irritava mogli tradite, dall’altro favoriva la ripresa di un settore che rischiava il tracollo.
Vinse la Ladies National Association: nel 1883 i Contagious Diseases Acts furono abrogati e due anni dopo iniziò la repressione della prostituzione con il Criminal Law Amendement Act. La criminalità iniziò a radicarsi attorno alle prostitute e gonorrea e sifilide continuarono la loro tragica escalation. L’intento di diminuire la diffusione delle malattie veneree era drammaticamente naufragato, ed il fenomeno della prostituzione non era più controllabile.
Qualcosa di simile accadde in Italia negli anni ‘50-’60. Nel 1960, due anni dopo l’abolizione delle “case chiuse” si ebbe il picco più alto di casi di sifilide del decennio: in poco più di 24 mesi dall’entrata in vigore della legge Merlin, i casi di sifilide erano raddoppiati.

B) La criminalizzazione del “cliente”.
Il principio alla base del sostanziale viraggio che sposta gli intenti punitivi dalla prostituta al “cliente” è che se si punisce il “cliente”, la domanda di sesso a pagamento diminuisce e, di conseguenza, decresce l’offerta.  Ciò produrrebbe una contrazione progressiva e sinergica del mercato della prostituzione fino alla sua estinzione.
Tale principio, enunciato frequentemente come un assioma, e, dunque, surrettiziamente proposto come non necessario di dimostrazione, mostra ingenuità; pregiudizi moralistici; miopia socio-politica, rivendicazioni ideologiche.
L’ingenuità si sostanzia nel credere (voler far credere - quindi ingenuità “pelosa”) che il sesso possa esser sottratto ad ogni transazione di tipo economico.
Non si vuole qui rinverdire l’abusato concetto che la prostituzione sia “il mestiere più antico del mondo”, anche se la sopravvivenza nei secoli di tale affermazione qualcosa significherà, s’intende solo ricordare che l’atto del prostituirsi è naturale, facile e di prevedibile successo in quanto va a soddisfare una pulsione altrettanto naturale. Scambiare sesso per cibo, denaro o per qualsiasi bene materiale o immateriale può essere contenuto solo in forza di dettami morali auto-accettati. Chi pertanto non si riconoscesse in tali dettami o li subordinasse a necessità e desideri si sentirebbe legittimamente libero di disporre del proprio corpo affittandolo per usi sessuali.
La questione alla radice è, dunque, solo culturale e laddove si fosse in un contesto con una scala valoriale in cui il raggiungimento della sopravvivenza o dei propri obiettivi si collocasse secondario a principi morali (o dove questi non esecrassero il prostituirsi) l’atto di cedere temporaneamente il proprio corpo per l’altrui soddisfazione sessuale si troverebbe senza alcun freno.

Si pensi, ad esempio, al “mercato” spontaneo della prostituzione che vede adolescenti esporsi in atteggiamenti hard con la webcam in cambio di ricariche telefoniche o di ragazzine che, per racimolare i soldi bastanti all’acquisto dell’ultimo modello di scarpe Nike, si fotografano nude con il telefonino, facendone poi commercio con i compagni di scuola. Per non parlare del più strutturato mercato di aspiranti attrici, presentatrici, veline, reality-girl. Non è – ovviamente – anche questa prostituzione? E dove si nasconde il vulnus? Proprio e soltanto nella scala di valori, confermando che il reale substrato della prostituzione è culturale e che le prostitute – come in ogni manifestazione sessuale - non sono altro che un prodotto tra natura e cultura.  L’affitto del proprio corpo ha infinite sfumature, possibilità, motivazioni, tutte di carattere culturale e pensare di agire brutalmente su una delle parti della transazione per stroncarlo è ingenuità “pelosa” o colpevole.
D’altronde perché non si pensa di comminare 10-20 anni di prigione o addirittura l’ergastolo a chi compra droga per uso personale? Anche qui dovrebbe valere l’assioma “se si punisce il cliente, la domanda diminuisce e, di conseguenza, decresce l’offerta”.
Mi si dirà: “ma chi compra droga per sé è un tossicodipendente, dovremmo guarirlo, non punirlo”; ed altri potrebbero argomentare: “macché repressione! Il tossicodipendente è un malato, dobbiamo rendergli facile il consumo: liberalizziamo, così elimineremo anche gli spacciatori”; ed altri ancora: “siamo tolleranti almeno con le “droghe leggere” che non fanno male (sic!?) o con le modiche quantità”. In ognuna delle tre prospettive, che sono poi quelle correnti, il “cliente” è fatto salvo, gli si riconosce la malattia, il bisogno, o – al minimo- il diritto allo stonamento.
Ciò però non vale per il sesso. A parte il fatto che come i dipendenti da droghe esistono anche i “dipendenti da sesso”[17], esiste altresì il basico bisogno bio-psicologico di esercitare la funzione sessuale, che a differenza della droga (bisogno secondario, indotto da esperienza) fa parte degli istinti umani. Ed è proprio questo il punto: sopravvive il pregiudizio moralistico che usufruire della prostituzione sia solo un esercizio “vizioso” e che, pertanto, vada estirpata per mondare la società dal vizio.
In una ricerca dall’Università di Milano del 1999[18] è stato calcolato che gli incontri con le prostitute in strada a Milano sono di media 147.000 al mese, si badi bene, con esclusione di quelli consumati al chiuso e di tutti i rapporti sessuali a pagamento con trans, travestiti e omosessuali!  Il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio stima in 9 milioni i “clienti” delle prostitute[19]. Ma davvero si vuol credere o far credere che tutti questi “clienti” siano uomini viziosi?
 Sostiene il ministro degli interni britannico Jacqui Smith che “le prostitute non hanno scelta, gli uomini si”.[20] Torneremo sulla prima parte dell’affermazione, per quanto riguarda, invece, la seconda notiamo che questa è una visione del tutto miope e preconcetta del fenomeno.  
In una ricerca effettuata con la psicologa, psicoterapeuta Annalisa Pistuddi su un campione di 156 soggetti con disfunzioni sessuali, tra i quali il 23% frequentatori abituali di prostitute, è emerso che “… le caratteristiche psicologiche/motivazioni che portano a frequentare abitualmente le prostitute possono ritrovarsi in comportamenti riferiti alla sfera intrapsichica, affettiva e relazionale… scarsa capacità di socializzare… marcato timore di un giudizio negativo, pur desiderando di essere accettati e accolti…una completa diluizione dell’ansia da prestazione”[21]. Un concentrato, come si vede, di problematiche psicologiche che probabilmente sono responsabili – almeno in parte – anche delle disfunzioni sessuali.
Tra i frequentatori delle prostitute non si annoverano solo uomini “viziosi” e mariti insoddisfatti, come semplicisticamente si vuol far credere. Molti sono coloro che non riescono ad avere una partner con cui relazionarsi sessualmente, e ciò per timidezza, insicurezza, problematiche psicologiche e relazionali; per il disagio causato da difetti fisici – non ultimo quello relativo alle scarse dimensioni del pene, siano esse reali o vissute; per paura del rifiuto;  perché socialmente emarginati, esteticamente penalizzati, anziani, disagiati economicamente; perché non si sentono all’altezza relazionalmente o sessualmente. Sono questi uomini che possono scegliere? Sono questi uomini da criminalizzare?
In alternativa o complementariamente ad una visione restrittiva e preconcetta dei “clienti” delle prostitute, Paola Monzini, propone un’ulteriore prospettiva di natura socio-culturale: “Sono più interessanti le letture che non vedono nella prostituzione esclusivamente la soluzione di un problema fisico, un’impellenza maschile, ma piuttosto il riflesso di un problema di relazione tra uomo e donna, un problema nato dalla ridefinizione dell’identità di genere nella nostra società”.[22]
Il rimescolamento, infatti, dei ruoli uomo-donna, affermatosi in brevissimo tempo, ha prodotto una serie di contraccolpi psicologi individuali e sociali che, ovviamente, non possono non aver influenzato anche processi motivazionali più o meno consapevoli di chi fruisce della prostituzione e di cui, forse, non abbiamo ancora visto la completa evoluzione.  
Che nella prostituzione, dunque, si concentri spesso il malaffare, che la si ostenti volgarmente per le strade, che contribuisca alla diffusione di malattie sessualmente trasmesse e che soprattutto si verifichino non infrequenti casi di sfruttamento, costrizione o addirittura di schiavitù, è assolutamente vero. Ma è altrettanto vero che, per arginare le conseguenze negative della prostituzione, la criminalizzazione del “cliente” mostra in tutta chiarezza pregiudizi, confusione d’idee ed impotenza legislativa.
Fermo restando che la prostituzione sia elemento storicamente fisiologico della società, si devono combattere tutte le degenerazioni del fenomeno, nel modo più severo possibile, non arrendersi e dire: “visto che non riusciamo a dissuadere le donne dal prostituirsi, visto che non siamo all’altezza di controllare le prostitute e di garantirne la salute, visto non siamo capaci d’impedirne lo sfruttamento e di reprimere la schiavitù sessuale, abbattiamo la mannaia della giustizia sul “cliente”. Uno schema risolutivo troppo facile, troppo stupido, troppo violento.
Un schema che, peraltro, viene utilizzato anche in altre situazioni: non si è capaci di gestire la viabilità, non si creano parcheggi, la rete metropolitana è insufficiente, i mezzi pubblici sono pochi e mal funzionano: puniamo severamente e senza pietà chi si ferma anche un solo minuto in doppia fila.  Seguendo questa tendenza, con la carenza endemica di letti negli ospedali, non ci si potrà stupire se prima o poi verrà deciso di sopprimere i malati all’arrivo nel pronto soccorso.
Invece di trovare soluzioni, gestendo la prostituzione come un affare sociale e punire i delinquenti che ne traggono profitto, si colpisce l’ultimo anello di una catena che comunque non si spezzerà. La prostituzione diverrà allora sempre più sotterranea, ancora più gestita da chi è aduso a vivere nell’illegalità; le donne saranno maggiormente fragili e dipendenti dagli sfruttatori che sapranno gestire nell’ombra la loro attività ed i “clienti”, divenuti ricattabili, saranno esposti ad ogni tipo di malversazione.  Se è questo che si vuole, la malavita ringrazia.
Senza considerare che s’incrementerà il brutale e vigliacco turismo sessuale nei paesi dove non esiste alcun controllo né sull’età delle prostitute (magari bambine), né sulle malattie (di ogni genere e gravità), né sulle richieste di prestazione dei “clienti” (pedofili, sadici, ecc.).

Ma la criminalizzazione del “cliente” è solo frutto d’ingenuità, pregiudizi morali e miopia socio-politica o rappresenta anche una battaglia ideologica vetero-femminista?
In Svezia, dove si è già approvata una legge che equipara i “clienti” delle prostitute ai criminali, l’assunto di base è: “la prostituzione è una violenza dell’uomo contro la donna”. Una violenza che, non solo si esercita sulla donna poiché costretta a subire lo sfogo sessuale maschile, ma che è già iniziata nell’infanzia sempre ad opera di uomini che hanno abusato di lei.  La prostituta, infatti, in Svezia, viene ora considerata non libera di scegliere di affittare il proprio corpo, anche quando non esiste alcuna persona che la costringe, in quanto ciò che la spinge a prostituirsi sono i traumi di natura sessuale perpetrati a suo danno da uomini violenti quando era bambina.
L’incredibile teoria che inflessibilmente lega ogni prostituta ad abusi sessuali subiti nell’infanzia, viene così riassunta da Kajsa Wahlberg, membro dell’Intelligence della Polizia Nazionale ed incaricata dal Parlamento di un report annuale sulla prostituzione in Svezia: “Moltissimi studi e ricerche condotte in Svezia tra i primi anni Settanta e fine degli anni Novanta hanno portato allo stesso risultato: tutte le donne svedesi che finivano per prostituirsi avevano subito abusi sessuali infantili da parte di padri, parenti o amici…Quando i ricercatori non hanno avuto più dubbi sulle correlazioni tra gli abusi sessuali e la prostituzione si è deciso di fare una scelta radicale ed è nata la legge”.[23] [24]
Non sembra un caso che detti, incredibili, studi siano cominciati negli anni settanta e siano proseguiti nel ventennio successivo sull’onda di un fanatismo femminista. “La prostituzione scrive Paola Tabet in Sessualità delle donne e scambio sessuo-economico - sarebbe, dunque, una forma di schiavitù, in un senso proprio e non metaforico, delle donne e questa è stata la visione e la posizione anche delle femministe nella storia passata e recente”.[25]  E non sembra un caso che l’uomo ne esca comunque violento e colpevole, né che su di lui si scagli un rancore punitivo.
Afferma, a dimostrazione, Jonas Trolle, ispettore capo della squadra anticrimine di Stoccolma, parlando dei “clienti”: “Li pediniamo, li intercettiamo, facciamo fotografie e prendiamo le loro targhe, dopo circa sei mesi li chiamiamo in Tribunale e li facciamo sedere accanto agli sfruttatori ed ai trafficanti: solo così possono rendersi conto di far parte di una rete criminale”[26]. Pedinati, intercettati, fotografati, umiliati come criminali tra i criminali, perché “Chiedere sesso – come afferma l’ispettore capo Trolle – è già un reato in sé”.[27]
Va poi notato che – sempre come afferma Trolle – “il cliente è il primo anello della catena criminale”.[28] Il primo anello, non l’ultimo. Un ribaltamento assolutamente illogico, come se il cliente di un supermarket fosse considerato il primo anello della filiera che ha portato le merci in vendita sugli scaffali.[29] Un ribaltamento che mostra l’intento di colpevolizzare comunque ed a tutti i costi gli uomini e che si motiva solamente con l’equivalenza “uomo-criminale”.
In Italia ed in molte altre parti del mondo la prostituzione, in tutte le sue forme, sta anche volgendosi al maschile. Molte donne sono oggigiorno spettatrici di striptease e spettacoli hard di super machi ed utilizzano a pagamento i favori sessuali di giovani uomini compiacenti. Anche questi ultimi sono stati violentati nell’infanzia o le citate teorie valgono solo per le donne? Che se ne pensa in Svezia?
Invece di procedere verso il superamento della contrapposizione uomo-donna s’inasprisce il conflitto subornando l’opinione pubblica con l’ignava complicità dei mezzi di comunicazione, in gran parte allineati nel dar le notizie senza coglierne l’essenza, la reale portata umana e sociale.
La criminalizzazione del “cliente” delle prostitute è l’avamposto di un’incombente repressione sessuale, l’arretramento su posizioni sessiste, discriminatorie e liberticide, dove qualcuno, ideologicamente, decide per gli altri cosa sia bene e cosa male, da quale parte poi stia il male e chi punire.
Prostituirsi ed usufruire della prostituzione può anche essere considerato disdicevole, ma va fatta salva la libertà di disporre della propria sessualità e di usufruire dell’offerta, senza che ciò cagioni – ovviamente – danno ad alcuno.

C) Le prostitute non scelgono liberamente di prostituirsi.
 “In particolare nelle società occidentali questo termine (prostituzione) indica l’occupazione e lo stile di vita, lo statuto, lo “stato” di una categoria di donne – le prostitute – come separate, distinte totalmente dalle altre donne”, scrive Paola Tabet .[30]  Una visione limitata e preconcetta che non tiene conto delle molteplici sfaccettature del fenomeno. La realtà è un’altra. Si seguita, infatti, a rapportarsi ad un sol tipo di prostituzione identificandola con lo sfruttamento e la schiavitù, senza considerare che sono sovrastrutture malavitose e delinquenziali contingentemente sovrapposte alla prostituzione.
 Accanto a donne sfruttate e schiavizzate “ci sono giovani donne che – come sostiene Pia Covre, leader del Comitato per i diritti civili delle prostitute - non vogliono identificarsi soltanto nella prostituzione, ma che rivendicano il diritto di guadagnarsi da vivere comune vogliono, semplicemente valutano anche la possibilità di fornire anche prestazioni sessuali come lavoro retribuito.”[31]  La tesi che le prostitute non siano libere è il cavallo di battaglia di ogni crociata contro la prostituzione. Ma, se è vero per molte, è sicuramente falso per molte altre.
Il mondo è pieno di donne che offrono il proprio corpo per una cena, per un provino, per un paio di calze o di scarpe, per un gioiello, un appartamento, un posto di lavoro…e lo fanno liberamente, senza renderne conto ad alcuno e senza alcuna costrizione. Ed, allo stesso tempo, sono innumerevoli le donne che scelgono la prostituzione come occupazione stabile, perché ben remunerata; perché non hanno voglia di fare lavori più faticosi o meno retribuiti; perché impegnano un minor numero di ore della giornata per guadagnare; perché non sanno fare altro; perché è facile; perché lo fanno le amiche; perché non hanno padroni; perché possono decidere quando e come lavorare; perché così si sentono più libere.
Nikki Adams, membro dell’English Collective of Prostitutes, dichiara a conferma che la maggior parte delle prostitute inglesi ha scelto liberamente di prostituirsi e non è stata forzata da alcuno.[32]
In una ricerca di recente svolta dalla psicologa, psicoterapeuta Serenella Salomoni, realizzata attraverso 400 interviste telefoniche a “prostitute a domicilio” è risultato, non solo che si trattava di tutte prostitute per scelta, senza la minima costrizione, ma altresì che il 37% delle intervistate era soddisfatta del proprio lavoro.[33]
Commenta così la Salomoni: “C’è un fattore sociale alla base di tutto ed è il bisogno di denaro. Parliamo soprattutto di casalinghe e studentesse, alle prese con problemi economici sempre più pressanti. Tanti i casi poi, di studentesse universitarie che si prostituiscono per far fronte alle tasse scolastiche ed alle spese d’alloggio.”[34]
A conferma, ricordiamo lo scandalo dell’università di Cambridge. Circa un anno fa, Varsity, il prestigioso magazine dell’università, pubblicò un servizio dove risultò che erano moltissime le studentesse che si prostituivano o si offrivano nude nei locali per guadagnare dalle 50 alle 100 sterline, per lo più con la motivazione “se hai bisogno di soldi facili e veloci, è quello che fa per te”.[35]  E sempre in Inghilterra, è emerso che un sito di squillo on line[36] aveva più di 400 studentesse universitarie tra le sue ragazze.
Un fenomeno che non sembra aver confini. Le Figaro ha pubblicato uno studio del sindacato studentesco francese in cui emerge che circa 40.000 ragazze, tra i 19 e i 25 anni, si offrono sessualmente per pagare l’affitto o per sostenersi agli studi. L’Italia, ovviamente, non fa eccezione. Secondo Giulia Serventi Longhi, direttore della rivista Studenti Magazine, “ormai il confine fra questi mestieri e la prostituzione è diventato sottilissimo. Purtroppo il sesso a pagamento da parte delle studentesse è diventato quasi una necessità. Dalle testimonianze che abbiamo raccolto ci siamo resi conto di quanto sia diffusa in Italia questa pratica”.[37]
È facile concordare con la Longhi che in Italia la pratica del sesso a pagamento da parte delle studentesse sia molto diffuso, più difficile invece è concordare sul fatto che sia una necessità. È questa, infatti, una scusante che compare spesso in alternativa alla costrizione. Se la donna non è costretta da qualcuno a prostituirsi, lo è per necessità. Per un verso o per un altro, non è mai libera di scegliere, non è mai responsabile del suo comportamento. È questa anche la teoria cardine del ministro britannico Jacqui Smith – cui si è prima accennato - “le prostitute non hanno scelta”. Un teorema bifronte che assolve le donne e colpevolizza gli uomini, rendendoli sempre “approfittatori” di uno stato di necessità o di soccombenza. Un’altra espressione di manipolazione ideologica, di deteriore femminismo.
Che la prostituzione sia multiforme e diffusissima è assodato, che poi una parte (la maggior parte?) delle donne che si prostituiscono lo facciano liberamente è altrettanto certo. Ciononostante persiste l’idea che l’elemento della costrizione sia intrinseco al prostituirsi. Ed anche in ciò si riaffaccia l’aspetto sessista che individua principalmente nell’uomo l’unico soggetto che ne trae vantaggio, sia nel ruolo di sfruttatore sia in quello di “cliente”.
“…Una scissione assai forte, quasi ci fosse una differenza di essenza tra i due gruppi (donne e prostitute). La separazione – scrive Paola Tabet - è così segnata ideologicamente, così pesante dal punto di vista della morale comune, che spesso ci si immagina che nessuna donna, a meno che non vi sia costretta con forza, potrebbe trovarsi nel gruppo delle prostitute”.
Ultimamente però, forse davanti all’evidenza dei fatti, sta emergendo una nuova interpretazione, che taglia gordianamente il nodo della libera scelta, spostando l’attenzione dai singoli alla società: nessuna forma di prostituzione è una forma di libertà - come affermato più volte da don Oreste Benzi - perché l’induzione e la coartazione non si esauriscono solo nella violenza fisica e/o psicologica eteroesercitata, ma - come commenta C. Valerio Bellieni[38] - trovano la loro ragione “nel pensiero che il proprio corpo sia commerciabile”. “In fondo – continua Bellieni – quando si sente sostenere che prostituirsi è un diritto o una libera scelta, si deve sempre ricordare che solo una violenza sul concetto che la persona ha di sé può ridurre una donna, un uomo o un minore a considerarsi merce, a pensare di ridurre il proprio corpo ad oggetto di scambio.”[39]
Tale concetto che si trova spesso legato alla prostituzione, potrebbe però essere esteso ad ogni forma di lavoro dove sempre vi è commercio del corpo. Il bracciante, che si spacca la schiena sotto il sole a raccogliere pomodori, non cede in affitto i propri muscoli? Il manovale che carica e scarica sacchi di cemento non fa la stessa cosa? L’operaio alla catena di montaggio che assembla pezzi compiendo ogni minuto l’identica operazione non affitta le braccia e le mani? E la sua omologa che spenna incessantemente polli e li vuota delle interiora non affitta anche lei braccia e mani? Qualsiasi lavoro che abbia una contropartita, un salario, uno stipendio, prevede l’affitto temporaneo del corpo. Anche il professionista e l’intellettuale affittano una parte del proprio corpo: il cervello; come la ballerina o il calciatore le gambe e lo speaker polmoni, corde vocali e lingua.
Inutile girarci attorno. La società è fondata sullo scambio: prestazione contro compenso; ed ogni prestazione prevede l’utilizzo del proprio corpo, dato in affitto al mezzadro, all’industriale, al cliente, all’impresario, ecc. ecc.
Qual è, dunque, la differenza con la prostituzione? L’uso sessuale del corpo. È questo che fa la differenza. Si può affittare il corpo, anche tutto, ma non per fini sessuali. Si può affittare qualsiasi parte del corpo, ma non i genitali. Tale limite, che si mostra con evidenza viziato da una pregiudiziale antistorica, moralista e radicalmente sessuofoba, non è altro che il tentativo di relativizzare il problema in una dimensione umanistica, anziché porlo su un piano etico-religioso. È la dimostrazione della fragilità dell’attuale pensiero spirituale che per timore d’esser rigettato, scende dialetticamente su un piano umano.
Chi sostiene che il corpo non possa essere commerciabile, oggetto di scambio, per contrastare l’idea della libera scelta di prostituirsi usa un argomento fallace, il cui fondamento occulto si basa su tutt’altra visione che, però, sembra non avere più il coraggio o la forza di sostenere: l’etica.
La prostituzione può essere ragionevolmente osteggiata solo inquadrandola in una prospettiva etica, in un solido discrimine tra il bene il male e confinandola in quest’ultimo, per poi lasciare – anche qui – la libera scelta, rimandando alle singole coscienze.
 
D) La prostituzione non ha una funzione sociale.

L’idea ottocentesca che la prostituzione fosse legata a costumi sessuali non permissivi ed in particolare al matrimonio monogamico e/o all’impossibilità di contrarlo in giovane età ha resistito per buona parte del novecento. Henry Havelock Ellis sosteneva che “Il fenomeno della prostituzione nascerà immancabilmente in qualsiasi luogo la libera unione dei giovani venga impedita, e dove esistano condizioni tali da rendere particolarmente difficile un matrimonio precoce”[40]. Di parere simile era Georg Simmel il quale riteneva che la prostituzione fosse un “male necessario” con la “funzione sociale” di permettere agli uomini di sfogare i propri bisogni sessuali, repressi nel matrimonio monogamico. Tutto ciò – secondo il sociologo e filosofo tedesco – sarebbe finito allorquando si fosse raggiunta l’eguaglianza dei diritti degli uomini delle donne e ed i rapporti tra i sessi fossero improntati all’amore libero.
Se entrambi avessero vissuto cinquant’anni in più, si sarebbero resi conto che le loro teorie sarebbero state sconfessate dai tempi. Nelle società occidentali la parità dei sessi si è sostanzialmente realizzata, l’età delle prime interazioni sessuali e spesso del primo rapporto sessuale completo coincide ora con l’adolescenza; il matrimonio è ancora monogamico, ma le relazioni extraconiugali sono diffusissime; e la sessualità viene in genere agita con grande libertà e senza censure sociali. Ciononostante la prostituzione resiste e prolifera.
Evidentemente non basta la libertà dei costumi sessuali per estinguere o ridurre la prostituzione. D'altronde già nella Grecia classica si era osservato il fenomeno. La sessualità (comunque orientata) era vissuta con grande libertà e la prostituzione addirittura istituzionalizzata riconoscendogli un valore sociale.[41] Altresì nell’età romana gli venne attribuita una funzione sociale: “…la meretrix veniva considerata, in relazione alle vicende inerenti alla pericolosità sociale, come una custode dell’ordine e quindi non emarginata, ma una donna che svolgeva una funzione precisa.” [42]
La prostituzione alligna in ogni società, indipendentemente dalla libertà sessuale. Prova ne è che durante i quarant’anni del regno della Regina Vittoria nonostante il risorto puritanesimo il numero delle prostitute in Londra – come si è visto poc’anzi – era grosso modo uguale a quello odierno e che la loro presenza, in percentuale, era superiore del 360%. Essa, dunque, sopravvive in ogni regime morale, mostrandosi elemento fisiologico della società.
La sua repressione produce fenomeni di emigrazione dei “clienti” che comunque vanno in cerca di rapporti sessuali mercenari, esercitando turismo sessuale anche a breve raggio (l’orgoglio scandinavo del ponte di Malmoe che unisce Svezia e Danimarca è divenuto, dopo la repressione svedese dei “clienti” delle prostitute, il simbolo della trasmigrazione in cerca di sesso a pagamento).
La sua soppressione produrrebbe, immancabilmente, un fortissimo turbamento nella società con un probabilissimo aumento dei reati a sfondo sessuale.
 Si pensi, in proposito, ai dipendenti da sesso (negli USA, attualmente vengono stimati in circa 20 milioni[43]) che per il 55% commette reati a sfondo sessuale[44] e che nel 58% dei casi dichiara che il proprio comportamento potrebbe portare all’arresto.[45]. In più, va notato che sulla base di una ricerca pubblicata nel Manuale sulla Sexual Addiction (a cura di F. Avenia e A. Pistuddi)[46] effettuata su 60 tossicodipendenti detenuti per gravi reati (dalla rapina all’omicidio)[47] sia la dipendenza da sesso che la tendenza verso la dipendenza da sesso sono risultate doppie rispetto al campione nazionale (rispettivamente 12% vs 6% e 17% vs 8%). Ora, seppur i dati citati, non siano direttamente correlabili, si evidenzia una comorbilità tra dipendenza da sesso e tossicodipendenza ed un alto rischio di reati a sfondo sessuale nei sexual addicts. Togliere, dunque, ai dipendenti da sesso la possibilità di trovare facilmente uno sfogo sessuale corrisponderebbe ad aumentare esponenzialmente la probabilità che delinquano.
La preoccupazione per un aumento dei reati connessi alla sessualità non è, ovviamente, solo connessa a fenomeni psicopatologici; va anche misurata con il dilagare dell’uso di droghe, in special modo della cocaina, che sollecita il desiderio sessuale prolungandolo per ore ed ore dopo la sua assunzione e che, in assenza di una partner, può essere soddisfatto solo a pagamento.
Ma c’è di più. Come è noto, l’impulso sessuale nell’uomo è molto più forte, frequente e persistenze che nelle donne[48] e la sua soddisfazione, ove non potesse prodursi facilmente contro compenso, potrebbe deviarsi nell’incesto, nella violenza sessuale coniugale ed extrafamiliare. E, comunque, la sua frustrazione scatenare aggressività e violenza indifferenziata.
In una prospettiva più edulcorata, si può osservare l’attuale fenomeno della prostituzione come una diretta conseguenza della società dei consumi. “Nella società contemporanea – scrive la Monzini – dove si è raggiunta una parità dei sessi, e la disponibilità delle donne ad incontri sessuali extramatrimoniali è sicuramente aumentata, non è più possibile considerare la prostituzione un “male necessario”, è divenuta un bene di consumo.”[49] Ciò, in parte, è vero ma non diminuisce il rischio che renderla difficile o impossibile possa liberare violenza sessuale e non.  L’esercizio della sessualità è divenuto un must, con aggregati di stereotipi e di regole, e chi ne è tagliato fuori rischia di sentirsi menomato, emarginato.
Lo slogan del ’68 “Amore (sesso) libero” che tanto ha permeato la nostra cultura, di fatto trova ancora ragionevoli – e speriamo insormontabili - ostacoli nell’applicarsi indifferenziatamente nei rapporti sociali, ma se ha così influenzato, non può essere poi antagonizzato con la soppressione della possibilità di esercitare la sessualità scegliendo a pagamento i partners. Anche in forza della continua ed indiscriminata sollecitazione dell’istinto sessuale (soprattutto maschile) che i media impongono quotidianamente.
 Va, inoltre, considerato che una drastica repressione della prostituzione porterebbe, come sempre accade, a penalizzare i più deboli. Con la diminuzione dell’offerta, i prezzi salirebbero e sarebbero tagliati fuori dal mercato i meno abbienti, i più poveri, coloro che con più difficoltà possono trovare e cambiare partner. L’uso, poi, sempre più diffuso delle prostitute di proporsi sul web (è sicuramente questa la new way della prostituzione[50], che diverrà d’elite), per sfuggire a sfruttamento e repressione, escluderebbe dai contatti tutti coloro che non posseggono un computer, che non ne hanno accesso, che non sanno utilizzarlo e, perché no, degli analfabeti. Sempre i più deboli. Ora sulle strade è ancora possibile – ma non dappertutto e per poco – trovare sesso per 5 euro (la concorrenza cinese!) contro un minimo di 50 sul web. Quando saranno scomparse le ultime prostitute dalle strade e peggio ancora quando il “cliente” sarà un criminale, quale sarà il prezzo di una prostituta reclamizzata in Internet?  E chi potrà permetterselo? I soliti noti.
Eliot Spitzer, ex governatore dello stato di New York, alcuni mesi or sono è stato costretto a dare le dimissioni dalla sua carica, perché scoperto in uno scandalo a luci rosse. I tabloid newyorkesi indicano in circa 80.000 dollari la somma da lui spesa con squillo di alto bordo. Da notare che si era distinto nello smantellare diverse reti di prostituzione! Ipocrisia e contraddizioni.
D’ipocrisia e contraddizioni è piena la campagna contro la prostituzione. Nel Regno Unito, solo una settimana prima d’annunciare le severe norme “anti-clienti”, il gabinetto di Gordon Brown ha ridotto i fondi destinati a contrastare il trafficking (la tratta degli esseri umani). Mentre in Italia, è passata quasi sotto silenzio la scandalosa sentenza della Corte di Cassazione (n. 44516) in cui una donna rom che portava a mendicare per la strada il figlioletto di appena 4 anni è stata assolta dall’accusa di riduzione in schiavitù con la risibile motivazione che lo faceva part-time, solo quattro ore al giorno.
Ma le contraddizioni più significative sono quelle culturali. Negli ultimi cinquant’anni si è smantellato completamente l’impianto etico della nostra società relativamente ai fenomeni legati alla sessualità: si è passati dal coprire i genitali delle statue con foglie di fico di gesso e mettere i mutandoni alle ballerine ad esporre sulle copertine dei settimanali femmine ammiccanti senza veli e proporre le rotonde forme delle veline all’ora di cena; si è consentito il divorzio, si è accettata la convivenza pre e post matrimoniale; si è legalizzato l’aborto; sono state elette in Parlamento pornostar e transgender; l’omosessualità è divenuta “orgoglio”; e gay e lesbiche marciano invocando il diritto di sposarsi e quello di adottare figli; ma la prostituzione? La prostituzione è ancora il male da combattere, ancor di più di cinquant’anni fa.
E forse lo sarà per tanto tempo ancora. Resta però difficile costringere con leggi la semplice e naturale disposizione del proprio corpo; e uomini e donne seguiteranno a prostituirsi e ad essere “clienti”.
Tramontata una solida coscienza morale comune, oggi, l’unico argine alla prostituzione è nella singola coscienza. Il resto sono solo vuote parole e leggi che saranno disattese.
Quando l’essere umano si reifica, vivendo il proprio corpo come cosa tra le cose, come il “corpo che posseggo” non come il “corpo che sono”, il passaggio allo scambio con il denaro o con altra cosa ambita diviene automatico.
 Il transito della corporeità da una dimensione meramente oggettuale ad una esistenziale è un cammino lungo e difficile, forse la più ardua sfida della nostra civiltà. E se la vinceremo non avremo sconfitto solo la prostituzione, ma vinto per sempre lo sfruttamento di un essere umano da ogni suo simile.  


[1] Fernando Henriques: A survey of prostitution. Primitive, classical and oriental.  McGibbon & Kee. 1964, Leeds. Tr. It La prostituzione nel mondo antico, classico ed orientale. Ed. Storia Sc., 1966, Novara.
[2] André Morali-Daninos: Historie des relations sexuelles. Presses Universitaires de France, 1980. Tr. It. Storia della sessualità. Newton Compton, 1994, Roma.
[3] Michael Ryan: Prostitution in London, with e comparative view of that in Paris, New York, etc.. 1839, London.
[4] Paola Monzini: Il mercato delle donne. Prostituzione tratta sfruttamento. Donzelli, 2002, Roma.
[5]Paola Monzini, op. cit.  Il calcolo è ovviamente indicativo, ed inoltre esiste anche una quota, ancorché esigua, di donne “clienti” che utilizzano uomini che si prostituiscono. Da notare che secondo il dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio le prostitute che esercitano in Italia sono 70.000.
[6] Reay Tannahill: Sex in history. Tr. It. Storia dei costumi sessuali. Rizzoli, 1994, Milano.
[7] Reay Tannahill, op. cit.
[8] Reay Tannahill, op. cit.
[9] V.F. Calverton. Citato in André Morali-Daninos: Historie des relations sexuelles. Op. cit.
[10] Reay Tannahill, op. cit.
[11] Reay Tannahill, op. cit.
[12] Op. cit.
[13] Op. cit.
[14] In Fernando Henriques, op. cit., interessantissima ricostruzione.
[15] “nel Sett-Ottocento, le meretrices iniziarono ad essere considerate di una qualche pericolosità per il consesso sociale, soprattutto per le valutazioni profondamente negative per l’ambiente che ad esse si collegava.” Giovanni Greco: Lo scienziato e la prostituta. Dedalo, 1987, Bari.
[16] Reay Tannahill, op. cit.
[17] Franco Avenia, Annalisa Pistuddi (a cura di): Manuale sulla Sexual Addiction. Franco Angeli, 2007. Milano.
[18] Università Statale di Milano. Luisa  Leonini, docente di Sociologia dei Consumi, 1999.
[19] Dal quotidiano Repubblica, Esteri, 19 marzo 2008.
[20] Il Messaggero, 28 novembre 2008.
[21] Annalisa Pistuddi, Franco Avenia: “Dipendenza da sesso, disfunzioni sessuali e psicopatologia: frequentatori abituali di prostitute”. In corso di stampa su Rivista di Sessuologia. CIC. Ed. Roma.
[22] Paola Monzini: Il mercato delle donne. Prostituzione, tratta, sfruttamento. Donzelli, 2002. Roma.
[23] Dichiarazioni virgolettate riportate dal quotidiano Repubblica, nella sezione Esteri, 14 novembre 2008.
[24] Non sembra di questo parere Giovanni Greco: “Ab antiquo, la prostituzione sacra rappresentava pure, in certi ambienti, una sorta di prevenzione di fronte al fenomeno assai diffuso dell’incesto” in Lo scienziato e la prostituta. Op. cit.  
[25] Rubettino Ed., 2004. Soveria Mannelli.
[26]Dichiarazioni virgolettate riportate dal quotidiano Repubblica, nella sezione Esteri, 14 novembre 2008.
[27]ibidem
[28] ibidem
[29] Come espressione simbolica dell’offerta di sesso e della creazione del “cliente”, ricordiamo la famosa scena dello splendido film di Gillo Pontecorvo, Kapo, in cui la protagonista, Susan Strarberg, reclusa in campo di concentramento nazista ed avviata alla selezione delle donne ancora sane e capaci di lavorare, per non essere mandata nella camera a gas, in quanto piena di piaghe alle mani, apre il grembiule e mostra il seno all’ufficiale tedesco, salvando la vita.
[30] Op. cit.
[31] Magazine del Corriere della Sera, 25 marzo 2008.
[32] Il Messaggero, 28 novembre 2008.
[33] Magazine del Corriere della Sera, 25 marzo 2008.
[34] Magazine del Corriere della Sera, 25 marzo 2008.
[35] Corriere della Sera, 10 ottobre 2007
[36] www.takemetodinner.co.uk
[37] www.magazine.exicite.it
[38] Carlo V. Bellieni: Quei no progressisti alla prostituzione. www.piuvoce.net/newsite/fuoricampo.php?id=4
[39] ibidem
[40] Henry Havelock Ellis: Studies in Psychology of Sex. 1913, Filadelfia. 2008 Bibliolife.
[41] Fu Solone ad istituire le prime “case chiuse”.
[42] Giovanni Greco, op. cit.
[43]Carol Coleman-Kennedy and Amanda Pendley: Assessment and Diagnosis of Sexual Addiction. J. Am. Psychiatr. N. Ass. 2002; 8; 143.
[44] M. Herkov et al. :What is Sexual Addiction? www.psychecentral.com/library/sexaddicts-intro.htm
[45] P. Carnes: Don’t calli t love: recovery from sexual addiction, Bantam  Book, 1991. New York
[46] F.Avenia e A. Pistuddi (a cura di): Manuale sulla Sexual Addiction. Op. cit
[47] Casa di reclusione Opera. Milano.
[48] Gli omosessuali maschi, ad esempio, secondo una ricerca effettuata negli Usa, il 75% avevano avuto più di cento partner e il 25% più di mille; mentre tra le lesbiche si è registrato un numero di partner inferiore a dieci. Ricerca citata da Giovanni Carrada e Emmanuele Jannini, in La scienza dell’amore. Baldini & Castoldi, 2000. Milano. Cfr anche:  F. Avenia, A. Pistuddi, G. Russo,  F. Cerretani, N. Patrizi:  Desiderio sessuale:  ricerca su un campione di 1307 soggetti. Rivista di sessuologia. N. 2, 2007, CIC ED., 2007. Roma.  
[49] Monzini, op. cit.
[50] “La tecnologia ha reso più facile e privato l’adescamento…il computer ha semplificato un fenomeno già presente, rendendo padrone di loro stesse le donne che decidono di vendersi. Grazie ad Internet oggi possono farlo senza intermediari e case d’appuntamenti.” Intervista alla professoressa Luisa  Leonini, docente di Sociologia dei Consumi, presso l’Università Statale di Milano. Magazine del Corriere della Sera, 25 marzo 2008.
 

Franco Avenia

Sociologo, Sofrologo, Androsessuologo. Presidente dell’Associazione Italiana per la Ricerca in Sessuologia (AIRS). Vicepresidente della Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica (FISS).

 

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Ultimo aggiornamento psicolinea.it: 12/12/2011

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