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L’identità
etnica è la sensazione di appartenere ad una comunità, ad una
cultura e di essere diversi da chi si riconosce in altre comunità e
in altre culture.
L’identità
etnica ha una sua dimensione biologica, in quanto viene trasmessa di
generazione in generazione attraverso la trasmissione di caratteri
somatici (es. forma del naso, colore della pelle, ecc.), ma vi è
anche una dimensione sociale, rappresentata dalla cultura e dalle
tradizioni di una specifica comunità.
Il tratto distintivo per
eccellenza di una comunità etnica è, comunque, la lingua che essa
parla.
Fino a che un
soggetto vive immerso nella sua comunità e nella sua cultura,
non percepisce il senso ed il significato della sua identità
etnica: la cosa cambia decisamente quando, in seguito ad un fenomeno
migratorio, questo soggetto viene catapultato in una società diversa,
dove non solo i valori sono diversi, non solo l'aspetto fisico delle
persone, ma anche gli usi ed i costumi.
E allora il
senso della propria identità etnica si rafforza. Per i ragazzi questo
momento di scoperta avviene generalmente all’interno del contesto
scolastico, dove si ha la così detta ‘socializzazione secondaria’,
dopo aver ricevuto la ‘socializzazione primaria’ da parte della
famiglia di origine.
Nella scuola il bambino straniero scopre di essere diverso dagli
altri, scopre che i valori che gli hanno insegnato i genitori,le
abitudini personali e familiari, sono sconosciute agli altri bambini e
agli insegnanti e molto spesso vengono sottovalutate se non derise.
Non è un caso
che il maggior numero di abbandoni scolastici lo si riscontri nelle
famiglie immigrate, anche a causa della diffidenza che hanno gli
stranieri adulti verso la scuola, che viene spesso sentita come un
luogo ‘nemico’, dove si tenta di ‘cambiare’ il loro bambino,
appartenente ad una diversa comunità etnica e parlante un’altra
lingua.
Ciò che gli
insegnanti, alle prese con questo nuovo problema, dovrebbero tenere in
considerazione è che questi ragazzi, prima che incapaci a scuola,
sono dei soggetti portatori di disagio psicologico, che molto spesso
non riguarda nemmeno il ragazzo stesso (che magari compie degli sforzi
per uniformarsi al gruppo dei suoi coetanei), quanto ai dettami
imposti dalla famiglia di origine e dalle difficoltà oggettive in cui
essa può trovarsi (lavoro precario, abitazione inadeguata, povertà
ecc.).
Questi bambini
immigrati mostrano una sorta di lacerazione dell’Io, diviso fra due
situazioni in aperto conflitto e portatrici di diffidenze reciproche.
E’ al bambino che tocca allora mediare fra queste due realtà,
trovando soluzioni diverse.
Può ad esempio scegliere di opporre una resistenza culturale a ciò
che la scuola tenta di insegnargli, cercando di non omologarsi ai
nuovi valori ed ai nuovi compagni e cercare invece le sue radici, che
vengono esaltate perché in esse il ragazzo può trovare le ragioni
della sua diversità, rafforzare l’autostima e consolidare la sua
identità etnica.
Questa è una posizione pericolosa, perché rende anche l’immigrato
di seconda generazione uno straniero nel suo stesso paese, una persona
che ha relazioni sociali unicamente con il suo gruppo di appartenenza
e che quindi cresce in un’atmosfera di diversità e di bisogno di
rivendicazione che può spesso concretizzarsi in atteggiamenti
devianti, di cui l’abbandono scolastico non è che un aspetto.
Va inoltre
considerato che molto spesso questa resistenza non è che una forma di
difesa verso una cultura del Paese di immigrazione che non accoglie,
non si documenta, non riconosce pari dignità alle culture
d’origine.
Il minore oggetto di derisione e di violenza xenofoba può
cercare la forza di reagire proprio nell’esaltazione della sua
diversità etnica.
Una seconda modalità di inserimento è la totale assimilazione dei
contenuti della cultura del paese d’immigrazione.
Il bambino
straniero fa di tutto per conformarsi, per imparare l’uso disinvolto
della lingua, può cambiare il suo modo di abbigliarsi, le sue
abitudini alimentari e magari anche la religione.
Se da una parte
questo gli consente di crescere con un maggior numero di relazioni
sociali, dall’altra una scelta così drastica è destinata a creare
conflitti con la famiglia di origine, che non sempre ha l’elasticità
di adattarsi alle richieste di assimilazione culturale del bambino.
I
genitori vengono percepiti come ‘diversi’ o ‘perdenti’, non
vengono più rispettati e si arriva a provare disgusto per i valori e
le tradizioni della propria cultura d’origine.
In ogni caso questo
soggetto non sarà mai ‘uno di loro’, uno degli autoctoni,
che da sempre vivono in un certo paese; non avrà radici culturali,
avrà una personalità fragile che, per piacere agli altri, dovrà
sempre cercare di cambiare il proprio punto di vista, in una posizione
subalterna rispetto agli altri. Questo è il prezzo da pagare per la
conquista di una sorta di ‘normalità’.
E’ solo nei casi più fortunati che il bambino riesce ad avere una
doppia identità etnica, dove conosce, accetta e sente di appartenere
ad entrambe le culture. In genere questi bambini sono figli di
famiglie che hanno riuscito ad integrarsi , senza rinunciare, nel
privato, al mantenimento di determinate tradizioni.
Da un punto di
vista psicologico, una posizione del genere offre sicuramente un
migliore equilibrio ed anche un’apertura mentale che abitua a
ragionare in termini di apertura verso l’altro e verso quanto non si
conosce, accrescendo il
livello culturale ed anche intellettivo.
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