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Stranieri a scuola

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di Giuliana Proietti

L’identità etnica è la sensazione di appartenere ad una comunità, ad una cultura e di essere diversi da chi si riconosce in altre comunità e in altre culture.

L’identità etnica ha una sua dimensione biologica, in quanto viene trasmessa di generazione in generazione attraverso la trasmissione di caratteri somatici (es. forma del naso, colore della pelle, ecc.), ma vi è anche una dimensione sociale, rappresentata dalla cultura e dalle tradizioni di una specifica comunità.

Il tratto distintivo per eccellenza di una comunità etnica è, comunque, la lingua che essa parla.

Fino a che un soggetto vive immerso nella sua comunità e nella sua cultura,  non percepisce il senso ed il significato della sua identità etnica: la cosa cambia decisamente quando, in seguito ad un fenomeno migratorio, questo soggetto viene catapultato in una società diversa, dove non solo i valori sono diversi, non solo l'aspetto fisico delle persone, ma anche gli usi ed i costumi.

E allora il senso della propria identità etnica si rafforza. Per i ragazzi questo momento di scoperta avviene generalmente all’interno del contesto scolastico, dove si ha la così detta ‘socializzazione secondaria’, dopo aver ricevuto la ‘socializzazione primaria’ da parte della famiglia di origine.

Nella scuola il bambino straniero scopre di essere diverso dagli altri, scopre che i valori che gli hanno insegnato i genitori,le abitudini personali e familiari, sono sconosciute agli altri bambini e agli insegnanti e molto spesso vengono sottovalutate se non derise.

Non è un caso che il maggior numero di abbandoni scolastici lo si riscontri nelle famiglie immigrate, anche a causa della diffidenza che hanno gli stranieri adulti verso la scuola, che viene spesso sentita come un luogo ‘nemico’, dove si tenta di ‘cambiare’ il loro bambino, appartenente ad una diversa comunità etnica e parlante un’altra lingua.

Ciò che gli insegnanti, alle prese con questo nuovo problema, dovrebbero tenere in considerazione è che questi ragazzi, prima che incapaci a scuola, sono dei soggetti portatori di disagio psicologico, che molto spesso non riguarda nemmeno il ragazzo stesso (che magari compie degli sforzi per uniformarsi al gruppo dei suoi coetanei), quanto ai dettami imposti dalla famiglia di origine e dalle difficoltà oggettive in cui essa può trovarsi (lavoro precario, abitazione inadeguata, povertà ecc.). 

Questi bambini immigrati mostrano una sorta di lacerazione dell’Io, diviso fra due situazioni in aperto conflitto e portatrici di diffidenze reciproche.

E’ al bambino che tocca allora mediare fra queste due realtà, trovando soluzioni diverse. 

Può ad esempio scegliere di opporre una resistenza culturale a ciò che la scuola tenta di insegnargli, cercando di non omologarsi ai nuovi valori ed ai nuovi compagni e cercare invece le sue radici, che vengono esaltate perché in esse il ragazzo può trovare le ragioni della sua diversità, rafforzare l’autostima e consolidare la sua identità etnica.

Questa è una posizione pericolosa, perché rende anche l’immigrato di seconda generazione uno straniero nel suo stesso paese, una persona che ha relazioni sociali unicamente con il suo gruppo di appartenenza e che quindi cresce in un’atmosfera di diversità e di bisogno di rivendicazione che può spesso concretizzarsi in atteggiamenti devianti, di cui l’abbandono scolastico non è che un aspetto.

Va inoltre considerato che molto spesso questa resistenza non è che una forma di difesa verso una cultura del Paese di immigrazione che non accoglie, non si documenta, non riconosce pari dignità alle culture d’origine.

Il minore oggetto di derisione e di violenza xenofoba può cercare la forza di reagire proprio nell’esaltazione della sua diversità etnica.

Una seconda modalità di inserimento è la totale assimilazione dei contenuti della cultura del paese d’immigrazione.

Il bambino straniero fa di tutto per conformarsi, per imparare l’uso disinvolto della lingua, può cambiare il suo modo di abbigliarsi, le sue abitudini alimentari e magari anche la religione.

Se da una parte questo gli consente di crescere con un maggior numero di relazioni sociali, dall’altra una scelta così drastica è destinata a creare conflitti con la famiglia di origine, che non sempre ha l’elasticità di adattarsi alle richieste di assimilazione culturale del bambino.

I genitori vengono percepiti come ‘diversi’ o ‘perdenti’, non vengono più rispettati e si arriva a provare disgusto per i valori e le tradizioni della propria cultura d’origine.

In ogni caso questo soggetto non sarà mai ‘uno di loro’,  uno degli autoctoni, che da sempre vivono in un certo paese; non avrà radici culturali, avrà una personalità fragile che, per piacere agli altri, dovrà sempre cercare di cambiare il proprio punto di vista, in una posizione subalterna rispetto agli altri. Questo è il prezzo da pagare per la conquista di una sorta di ‘normalità’.

E’ solo nei casi più fortunati che il bambino riesce ad avere una doppia identità etnica, dove conosce, accetta e sente di appartenere ad entrambe le culture. In genere questi bambini sono figli di famiglie che hanno riuscito ad integrarsi , senza rinunciare, nel privato, al mantenimento di determinate tradizioni.

Da un punto di vista psicologico, una posizione del genere offre sicuramente un migliore equilibrio ed anche un’apertura mentale che abitua a ragionare in termini di apertura verso l’altro e verso quanto non si conosce, accrescendo il livello culturale ed anche intellettivo.
 

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Ultimo aggiornamento psicolinea.it: 12/12/2011

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