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Il
calcio è lo sport più praticato al mondo e l’evento mediatico di maggior
importanza a livello globale ( per fare qualche cifra: 2 miliardi e 316
milioni di spettatori complessivi nelle 10 più importanti partite
nell’edizione 2002 dei Mondiali).
In Italia è lo sport più praticato
dai giovani: dal 24% dei bambini e dal 26,8% degli adolescenti. (Gli
sport meno amati sono invece il tennis e l’atletica).
Negli ultimi anni
sembra cresciuto l’interesse verso la pratica sportiva in generale,
anche se un recente sondaggio ci dice che ben il 16% degli adolescenti
intervistati non pratica alcuno sport.
La popolarità del calcio in
Italia è dovuta al fatto che i ragazzi hanno sempre potuto usufruire di
campi sportivi allestiti dalle parrocchie; in anni recenti a questi si
sono aggiunti dei Centri di avviamento allo sport del calcio, con le
‘scuole di calcio’.
Il gioco del calcio, anche se non praticato
attivamente, riscuote le simpatie di un vasto numero di appassionati,
che fanno il tifo per la loro squadra del cuore.
Per questi patiti del
calcio il 'non tifoso' è un estraneo, una persona con la quale non si ha
assolutamente nulla in comune e con la quale è difficile comunicare,
mentre il tifoso di un'altra squadra è percepito spesso come un vero e
proprio 'nemico'.
Il tifoso legge i giornali sportivi, generalmente al
bar, potendo così commentare le notizie con gli altri supporters.
Per
molti questo è l’unico contatto con la carta stampata: ben pochi tifosi
leggono altri quotidiani e ancora meno leggono dei libri. Oltre ai
giornali, vi sono moltissimi programmi televisivi che parlano di sport,
ed in particolare di calcio, ed anche essi sono seguitissimi.
La
scaletta di questi programmi parte sempre da un episodio accaduto in
campo, analizzato magari alla moviola, per poi affrontare altri
argomenti sempre più lontani e sempre più collaterali, che ruotano
intorno alle società sportive, alle tifoserie, ai giocatori.
E’ così che
i miti dello sport diventano dei personaggi popolarissimi, che i giovani
tentano in tutti i modi di imitare e da cui prendono esempio.
Oltre ad
essere giovani infatti, gli sportivi sono atletici, belli, ricchi e
piacciono alle donne. Tutti i sondaggi ci dicono che le personalità
della cultura e della politica sono, fra i giovani, assai meno popolari
dei calciatori o dei campioni dei motori.
Il meccanismo psicologico su
cui tutto ciò fa leva è proprio il bisogno di identificazione di
ciascuno in un proprio Eroe, sul quale riversare tutte le speranze di
ricchezza, successo e potere, che non si sono realizzate ancora o che si
dispera di poter mai raggiungere. Se i campioni sono di origine modesta,
come Ronaldo, ex nino de rua, o Schumacher figlio di un garagista di
kart, l'identificazione è ancora più forte, perché il messaggio che
arriva è che tutti possono farcela, anche senza i libri.
Il tifo è un
forte elemento compensatorio, riesce a placare le ansie di molte persone
e di gruppi di persone, che si incontrano ed interagiscono per affermare
l’ammirazione per il Campione, per la Squadra, per la città intera,
animata dalle stesse emozioni per i suoi nuovi Gladiatori.
Andare allo
stadio significa non solo partecipare, ma addirittura ‘fondersi’ con
l'evento, con i protagonisti e con gli altri spettatori, fino alla
sostituzione finale dell’Io con il ‘Noi’, dove ciascuno è protagonista.
Quando allo stadio, per sottolineare qualche passaggio importante, si
alzano quei fortissimi boati infatti, quel quei canti d'incitamento o
di scherno, si realizza una sorta di catarsi collettiva, che rappresenta
un canto di liberazione e di appagamento, capace come poco altro di
portarsi via tutti gli affanni quotidiani e le tensioni di tutta la
settimana, in una sorta di rito collettivo.
Qualche anno fa lo studioso e ricercatore inglese Desmond Morris
pubblicò un libro, “La tribù del calcio” nel quale metteva a confronto
i comportamenti, i riti, le mitologie del football con quelle tribali.
‘Il calcio – diceva Morris - considerato obiettivamente, è una delle
più strane costanti di comportamento umano della società moderna.
Spinto
da questa considerazione ho deciso di fare le mie indagini. E mi è stato
subito chiaro che ogni centro di attività calcistica, ogni football
club, è organizzato come una piccola tribù, completa di territorio
tribale, anziani della tribù, stregoni, eroi: entrando nei loro domini
mi sono sentito come un esploratore del passato intento a esaminare per
la prima volta una vera cultura primitiva...”
Secondo Morris, gli esseri umani nel lungo cammino dell’evoluzione, si
sono trasformati da ‘cacciatori’ a ‘calciatori’, passando attraverso
sport sempre meno sanguinari. Il calcio avrebbe dunque sostituito, a
livello rituale, altri spettacoli di natura più drammatica, in cui il
gioco consisteva nel sacrificio di un animale o di un gladiatore.
Non
cambia però, per l’Autore, il significato di caccia rituale, in cui
l’arma è la palla e la preda è la porta.
La folla della Curva non è un branco disorganizzato, ma un gruppo ben
strutturato, i cui membri si riconoscono fra loro attraverso la
comunicazione simbolica espressa dai loro abiti. Un tifoso “duro” sta
fermo sotto la pioggia per assistere alla partita, e si butta per primo
nella mischia se scoppiano risse con altri tifosi o con la polizia.
Un
tifoso “morbido” guarda più alla partita che allo sfoggio di potenza ed
energia e non partecipa alle risse del dopo-partita. Già, perché per
molti la partita è un pretesto, un aperitivo: il vero divertimento viene
dopo, quando ci sono i tafferugli e ci si scontra con la polizia.
Sempre
più frequentemente le domeniche calcistiche sono segnate da episodi di
teppismo o atti di violenza che nulla hanno a che fare con lo sport e
che trasformano i tifosi in "ultrà", "hooligan" o "sider". Lo stadio
diventa allora il loro palcoscenico, dove questi soggetti, in genere
emarginati, riescono a dare espressione alle loro frustrazioni.
E’ lì
che possono finalmente lanciare sberleffi alla società organizzata e
alle sue mancate promesse di successo, è lì dove riconquistano
l’autostima, perduta nel confronto con modelli sempre più
irraggiungibili, proposti dai media e dalla pubblicità.
Gli striscioni
naziskin di contenuto razzista, di cui poi i programmi televisivi e la
stampa specializzata parleranno per settimane, sono la loro icona, il
loro totem. Questi ultrà sono in genere ragazzi (ed anche molte ragazze)
di età compresa fra i 16 e i 20 anni. Allo stadio occupano i posti della
‘Curva’, cioè quelli più popolari.
La curva si esprime, oltre che con
gli striscioni, anche attraverso cori, boati, coreografie spettacolari.
Purtroppo in curva vi è anche spesso uso e traffico di droga,
atteggiamenti violenti, presenza di personaggi poco raccomandabili. Per
questo motivo dalle scalinate sono scomparse le famiglie e sempre meno
sono anche le ‘persone normali’, che preferiscono godersi la partita nel
più tranquillo ambiente domestico, specialmente se sono donne.
Le donne
infatti, da sempre escluse da questo gioco ‘maschile’, sono sempre più
coinvolte ed appassionate al calcio, che seguono regolarmente in Tv (ai
mondiali del 2002 il pubblico femminile superava il 50%).
Il calcio
femminile invece in Italia è ancora un settore ‘emergente”, mentre ad
esempio negli Stati Uniti la situazione è praticamente capovolta e le
calciatrici sono delle vere e proprie star. Sicuramente presto succederà
anche da noi, se non altro per motivi di audience… |