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Home Page > COSTUME E SOCIETA' > Totem e tribù del calcio

TOTEM E TRIBU' DEL CALCIO


di Giuliana Proietti


ll calcio è uno sport con regole molto semplici, che non richiede attrezzature speciali e che può essere praticato quasi ovunque: questo ha reso molto popolare questo sport, che non a caso è il più praticato al mondo e che, anche a livello mediatico, è lo spettacolo più seguito a livello planetario. In Italia questo sport, peraltro già praticato dai fiorentini nel Quattrocento, si diffuse
con le regole moderne nel XIX secolo, ad opera di alcune persone che ebbero la possibilità di conoscere questo sport in Inghilterra.

La popolarità del calcio in Italia è dovuta al fatto che i ragazzi hanno sempre potuto usufruire di campi sportivi allestiti nelle parrocchie; in anni più recenti a questi si sono inoltre aggiunti dei Centri di avviamento allo sport del calcio, con vere e proprie ‘scuole di calcio’.

Il calcio, come tutti gli altri sport, ha una sua funzione sociale: serve infatti per esprimere in modo simbolico e rituale l'aggressività della competizione; dal punto di vista pedagogico è dunque importante, perché infonde i valori della lealtà della coesione, della autodisciplina, che permettono un confronto agonistico regolato.

I problemi del gioco del calcio non sono tanto fra gli atleti che lo praticano, a tutti i livelli, ma nelle tifoserie: persone che sviluppano una fede intransigente per i colori della propria squadra, che vanno regolarmente allo stadio, che vivono di reciproche ostilità fra gruppi di supertifosi.  Queste persone leggono assiduamente i giornali sportivi (ed è questo l’unico contatto con la carta stampata che hanno), vedono in TV, oltre alle partite, anche numerosissimi programmi che parlano di calcio e conoscono tutto ciò che ruota intorno a questo mondo.

Tutti i personaggi legati al calcio diventano così popolarissimi, in particolare i calciatori: oltre ad essere giovani infatti essi sono atletici, belli, ricchi ed hanno per fidanzate o mogli donne altrettanto belle e desiderabili. Per molti ragazzi dunque, i calciatori diventano personaggi da emulare. Non a caso tutti i sondaggi mostrano chiaramente come le personalità della cultura e della politica siano, fra i giovani, assai meno popolari dei calciatori.

Il meccanismo psicologico su cui tutto ciò fa leva è proprio il bisogno di identificazione di ciascuno in un proprio Eroe, sul quale riversare tutte le speranze di ricchezza, successo e potere, che non si sono realizzate ancora, o che si dispera di poter mai raggiungere. Se i campioni sono di origine modesta, come Ronaldo, ex nino de rua,  o Schumacher figlio di un garagista di kart, l'identificazione è ancora più forte, perché il messaggio che arriva è che tutti possono farcela, anche senza i libri.

Andare allo stadio, per molti tifosi, significa non solo partecipare, ma addirittura ‘fondersi’ con l'evento, con i protagonisti e con gli altri spettatori, fino alla sostituzione finale dell’Io con il ‘Noi’, dove ciascuno si sente a suo modo un protagonista.

Il tifo è infatti un forte elemento compensatorio: riesce a placare le ansie di molte persone e di gruppi di persone, che si incontrano ed interagiscono per affermare l’ammirazione per il Campione, per la Squadra, per la città intera, animata dalle stesse emozioni per i suoi nuovi Gladiatori.

Qualche anno fa l'antropologo inglese Desmond Morris  pubblicò un libro, “La tribù del calcio”  nel quale metteva a confronto i comportamenti, i riti, le mitologie del football con quelle tribali.  Secondo Morris ogni football club è organizzato come una piccola tribù, completa di territorio tribale, dove ci sono gli anziani, gli stregoni, gli eroi:  entrando nei loro domini ci si sente come esploratori del passato, per la prima volta a contatto con una vera e propria cultura primitiva.

Secondo Morris, gli esseri umani nel lungo cammino dell’evoluzione, si sono trasformati da ‘cacciatori’ a ‘calciatori’, passando attraverso sport sempre meno sanguinari. Il calcio avrebbe dunque sostituito, a livello rituale, altri spettacoli di natura più drammatica, in cui il gioco consisteva nel sacrificio di un animale o di un gladiatore. Non cambia però, per l’Autore, il significato di caccia rituale, in cui l’arma è la palla e la preda è la porta.

In questo contesto, la folla della Curva non deve essere vista come un branco disorganizzato, ma come un gruppo ben strutturato, i cui membri si riconoscono fra loro attraverso la comunicazione simbolica espressa dai loro abiti, dai loro striscioni e dalle loro bandiere.

I tipici boati da stadio,  canti collettivi di incitamento o di scherno, rappresentano secondo Morris una sorta di catarsi collettiva, un canto di liberazione e di appagamento, capace di portarsi via tutti gli affanni quotidiani e le tensioni di tutta la settimana, nella rappresentazione di questo rito collettivo. Lo stadio diventa allora il palcoscenico di questi tifosi ultrà, che riescono in questo luogo a dare espressione alle loro frustrazioni, sfuggendo alla noia del quotidiano e vivendo per qualche ora fuori dai limiti e dagli schemi.

I tifosi violenti non si confrontano con un gruppo di tifosi avversari, ma con dei veri e propri "nemici" e da questi nemici si difendono con l'attacco o con la fuga. Le violenze sono facilitate dal fatto che i tifosi si sentono anonimi a livello individuale e quindi si sentono deresponsabilizzati: l'identità del singolo viene infatti a coincidere con quella del gruppo, che protegge e giustifica ogni azione perpetrata contro il "nemico".

Gli striscioni provocatori, spesso di contenuto razzista, di cui poi i programmi televisivi e la stampa specializzata parleranno per settimane, sono la loro icona, diventano un simbolo, un totem sotto il quale cercare protezione e rassicurazione.

Esiste naturalmente anche un tifo moderato, che non va a cercare conferme della propria identità nel gruppo dei tifosi, che si interessa al calcio per il piacere di godere di uno spettacolo e non ne fa un atto di fede, ma di loro poco si sa e si dice perché purtroppo l'attenzione dei media è costantemente portata (anche per ragioni di audience) ad occuparsi di chi trasgredisce le regole e non di chi le osserva. Nello sport, come in tutto il resto.

Psicolinea.it (Ult. agg. Magg. 09)
 

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Ultimo aggiornamento psicolinea.it: 16/07/2010
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