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calcio è uno sport con regole molto semplici, che non
richiede attrezzature speciali e che può essere praticato quasi ovunque:
questo ha reso molto popolare questo sport, che non a caso è il più
praticato al mondo e che, anche a livello mediatico, è lo spettacolo più
seguito a livello planetario. In Italia questo sport, peraltro già
praticato dai fiorentini nel Quattrocento, si diffuse
con le regole moderne nel
XIX secolo, ad opera di alcune persone che ebbero la possibilità di
conoscere questo sport in Inghilterra.
La popolarità del calcio in
Italia è dovuta al fatto che i ragazzi hanno sempre potuto usufruire di
campi sportivi allestiti nelle parrocchie; in anni
più recenti a questi si
sono inoltre aggiunti dei Centri di avviamento allo sport del calcio, con
vere e proprie
‘scuole di calcio’.
Il calcio, come tutti gli altri sport, ha
una sua funzione sociale: serve infatti per esprimere in modo simbolico
e rituale l'aggressività della competizione; dal punto di vista
pedagogico è dunque importante, perché infonde i valori della lealtà
della coesione, della autodisciplina, che permettono un confronto
agonistico regolato.
I problemi del gioco del calcio non sono tanto fra gli
atleti che lo praticano, a tutti i livelli, ma nelle tifoserie: persone
che sviluppano una fede intransigente per i colori della propria
squadra, che vanno regolarmente allo stadio, che vivono di reciproche
ostilità fra gruppi di supertifosi. Queste persone leggono
assiduamente i giornali sportivi (ed è questo
l’unico contatto con la carta stampata che
hanno), vedono in TV, oltre alle partite, anche
numerosissimi programmi che parlano di calcio e
conoscono tutto ciò che ruota intorno a questo mondo.
Tutti i personaggi legati al calcio diventano così
popolarissimi, in particolare i calciatori: oltre ad essere giovani infatti
essi sono atletici, belli, ricchi ed hanno per
fidanzate o mogli donne altrettanto belle e desiderabili.
Per molti ragazzi dunque, i calciatori diventano
personaggi da emulare. Non a caso tutti i sondaggi
mostrano chiaramente come le personalità della
cultura e della politica siano, fra i giovani,
assai meno popolari dei calciatori.
Il meccanismo psicologico su
cui tutto ciò fa leva è proprio il bisogno di identificazione di
ciascuno in un proprio Eroe, sul quale riversare tutte le speranze di
ricchezza, successo e potere, che non si sono realizzate ancora, o che si
dispera di poter mai raggiungere. Se i campioni sono di origine modesta,
come Ronaldo, ex nino de rua, o Schumacher figlio di un garagista di
kart, l'identificazione è ancora più forte, perché il messaggio che
arriva è che tutti possono farcela, anche senza i libri.
Andare allo
stadio, per molti tifosi, significa non solo partecipare, ma addirittura ‘fondersi’ con
l'evento, con i protagonisti e con gli altri spettatori, fino alla
sostituzione finale dell’Io con il ‘Noi’, dove ciascuno
si sente a suo modo un protagonista.
Il tifo è infatti un
forte elemento compensatorio: riesce a placare le ansie di molte persone
e di gruppi di persone, che si incontrano ed interagiscono per affermare
l’ammirazione per il Campione, per la Squadra, per la città intera,
animata dalle stesse emozioni per i suoi nuovi Gladiatori.
Qualche anno fa l'antropologo inglese Desmond Morris
pubblicò un libro, “La tribù del calcio” nel quale metteva a
confronto i comportamenti, i riti, le mitologie del football con quelle
tribali. Secondo Morris ogni football club è
organizzato come una piccola tribù, completa di territorio tribale,
dove ci sono gli anziani, gli
stregoni, gli eroi: entrando nei
loro domini ci si sente come
esploratori del passato, per la prima
volta a contatto con una vera e
propria cultura primitiva.
Secondo Morris, gli esseri umani nel lungo cammino dell’evoluzione, si
sono trasformati da ‘cacciatori’ a ‘calciatori’, passando attraverso
sport sempre meno sanguinari. Il calcio avrebbe dunque sostituito, a
livello rituale, altri spettacoli di natura più drammatica, in cui il
gioco consisteva nel sacrificio di un animale o di un gladiatore.
Non
cambia però, per l’Autore, il significato di caccia rituale, in cui
l’arma è la palla e la preda è la porta.
In questo contesto, la folla della Curva non
deve essere vista come un branco disorganizzato, ma
come un gruppo ben
strutturato, i cui membri si riconoscono fra loro attraverso la
comunicazione simbolica espressa dai loro abiti, dai
loro striscioni e dalle loro bandiere.
I tipici boati da stadio, canti
collettivi di incitamento o
di scherno, rappresentano secondo Morris una sorta di catarsi collettiva, un canto di liberazione e di appagamento, capace di
portarsi via tutti gli affanni quotidiani e le tensioni di tutta la
settimana, nella rappresentazione di questo rito
collettivo. Lo stadio diventa allora il palcoscenico di
questi tifosi ultrà, che riescono in questo luogo
a dare espressione alle loro frustrazioni, sfuggendo alla noia
del quotidiano e vivendo per qualche ora fuori dai limiti e dagli schemi.
I tifosi violenti non si confrontano con un gruppo di
tifosi avversari, ma con dei veri e propri "nemici" e da questi nemici
si difendono con l'attacco o con la fuga. Le violenze sono facilitate
dal fatto che i tifosi si sentono anonimi a livello individuale e quindi
si sentono deresponsabilizzati: l'identità del singolo viene infatti a
coincidere con quella del gruppo, che protegge e giustifica ogni azione
perpetrata contro il "nemico".
Gli striscioni provocatori, spesso di contenuto razzista, di cui poi i programmi televisivi e la
stampa specializzata parleranno per settimane, sono la loro icona,
diventano un simbolo, un totem sotto il quale
cercare protezione e rassicurazione.
Esiste naturalmente anche un tifo moderato, che non va a
cercare conferme della propria identità nel gruppo dei tifosi, che si
interessa al calcio per il piacere di godere di uno spettacolo e non ne
fa un atto di fede, ma di loro poco si sa e si dice perché purtroppo
l'attenzione dei media è costantemente portata (anche per ragioni di
audience) ad occuparsi di chi trasgredisce le regole e non di chi le
osserva. Nello sport, come in tutto il resto.
Psicolinea.it (Ult. agg. Magg. 09)
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