Bambini: le spiegazioni funzionano più degli ordini

madre e figlio Bambini: le spiegazioni funzionano più degli ordiniUno dei più importanti doveri dei genitori è insegnare ai propri figli quali rischi corrono. Quando i bambini fanno qualcosa che non va, spesso si dice loro “non farlo più”, oppure “la prossima volta stai più attento”. Una nuova ricerca ha ora scoperto che sarebbe assai meglio spiegare ai bambini perché qualcosa è pericoloso, piuttosto che limitarsi a dare ordini.

Jodie Plumert,della University of Iowa, insieme alla collega Elizabeth O’Neal, hanno studiato il comportamento di 63 mamme di bambini di 8-10 anni. Come prima cosa sono state mostrate loro delle immagini in cui vi erano dei pericoli (esempio usare un’ascia per spaccare del legno, oppure pattinare in mezzo al traffico). I bambini e le mamme dovevano valutare il grado di pericolosità di ogni situazione con un punteggio che andava da 0 a 4. In seguito mamme e figli hanno rivisto le foto, ne hanno discusso insieme, ed hanno stabilito insieme un nuovo punteggio. I ricercatori hanno registrato le loro conversazioni.

In genere le mamme cominciavano con il chiedere l’opinione del figlio o della figlia, incoraggiandolo/a a parlare dei pericoli che vedeva nella foto e poi esse si concentravano su un particolare pericolo, spiegandone tutti gli aspetti.

Circa una volta su tre mamme e figli non erano d’accordo sui pericoli insiti nella situazione che stavano esaminando, ma nell’80 per cento dei casi che hanno riguardato questo esperimento, le mamme sono riuscite a convincere i figli del proprio punto di vista. Questo disaccordo, dicono i ricercatori, è un terreno fertile per l’apprendimento, perché il genitore può fornire spiegazioni sul perché ritiene una certa condizione pericolosa.

I ricercatori hanno inoltre scoperto che i bambini che avevano avuto numerosi incidenti, con lesioni e fratture, si rendevano conto dei pericoli meno degli altri. Questi risk-takers in erba tendono infatti a sottovalutare i rischi e per loro i consigli dei genitori, ma soprattutto le loro spiegazioni, sono fondamentali.

Lo studio è stato appena pubblicato sul Journal of Pediatric Psychology.

Dr. Walter La Gatta

Fonte:
To Keep Kids Safe, Explain, Explain, Explain, Live Science

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Come insegnare ai bambini il comportamento di condivisione

Children play in push car Come insegnare ai bambini il comportamento di condivisioneNon costringerli: se viene data loro la possibilità di scegliere, il comportamento di condivisione in futuro aumenterà.

Può essere difficile ottenere dai bambini che essi condividano i loro giocattoli con gli altri.

La prima reazione di alcuni genitori è quella di convincerli, o addirittura obbligarli a condividere, ma questo può essere un errore nel lungo periodo, secondo un recente studio pubblicato su Psychological Science (Chernyak & Kushnir , 2013).

Lo studio ha scoperto che quando a bambini di 3 e 4 anni, viene offerta la possibilità di scegliere sul fatto di condividere, questo li incoraggia a condividere di più in futuro, rispetto a quando vengono istruiti a condividere.

Costruire una personalità capace di condividere

Insegnare ai bambini a condividere può sembrare una buona idea, ma potrebbe dare dei risultati controproducenti.

Questo accade perché i bambini inconsciamente capiscono che, se devono essere istruiti o convinti sul comportamento di mettere in comune qualcosa, la condivisione non è una scelta che avrebbero fatto volentieri. In altre parole : imparano che non sono istintivamente “delle persone portate alla condivisione”.

Tuttavia, se ai bambini viene data la scelta di condividere o non condividere, coloro che condividono si convinceranno di essere “persone che condividono” .

Questo si basa sull’idea comune che le persone capiscono chi sono , almeno in parte , osservando ciò che fanno.

In genere tendiamo a pensare che le nostre azioni derivino da ciò che siamo , cosa che accade, in parte,  anche ai bambini,  ma si tratta solo di una visione parziale.

Ciò accade perché non siamo sempre sicuri di cosa provochi le nostre azioni; abbiamo anche dei feedback su chi siamo che vengono dall’osservare cosa facciamo e perché.

Quando aiutiamo una signora anziana ad attraversare la strada, questo rafforza nella nostra mente l’idea che siamo il tipo di persona che aiuta le signore anziane ad attraversare la strada.

E’ una profezia che si autorealizza.

E così è per i bambini : se notano che essi condividono senza essere costretti o convinti, allora sono più propensi a decidere che essi sono il tipo di persone che condividono.

L’autrice principale dello studio , Nadia Chernyak , ha affermato:

” Si potrebbe immaginare che fare scelte difficili, costose, sia pesante per i bambini, o anche che i bambini, una volta che hanno condiviso qualcosa, non sentano il bisogno di farlo di nuovo. Ma non è così: una volta che i bambini hanno preso una decisione difficile, rinunciando a qualcosa per qualcun altro , essi diventano più, non meno, generosi , in futuro” .

Dr. Jeremy Dean

Articolo originale: How to Teach Children to Share, PsyBlog
Tradotto e riprodotto da psicolinea.it con l’autorizzazione dell’autore.

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Bambini adottati e coppie di diverso orientamento sessuale

famiglie Bambini adottati e coppie di diverso orientamento sessualeUn nuovo studio ha scoperto che ciò che conta nell’educare dei figli adottati è come i genitori si comportano nella coppia, come si sostengono a vicenda nella vita genitoriale: questo conta più di tutto, perfino più del loro orientamento sessuale.

I bambini non sembrano grandemente influenzati da come i genitori si dividono i compiti in famiglia, ma dall’armonia presente nella loro relazione. Le coppie gay e lesbiche, ad esempio, si è visto che possono creare nuovi modi di vivere insieme e di crescere i figli, al di fuori dei tradizionali ruoli di genere, ottenendo comunque buoni risultati.

Per questo studio sono state osservate famiglie reclutate tramite cinque agenzie di adozione presenti negli Stati Uniti. In totale, 104 famiglie hanno accettato di partecipare, di cui 25 avevano due partners lesbiche, 29 due partners gay e 50 erano formate da coppie eterosessuali. I loro figli adottivi avevano vissuto in queste famiglie dalla nascita o erano stati accolti nelle loro prime settimane di vita. Al momento dello studio, i bambini erano tutti attorno ai tre anni di età.

I genitori sono stati invitati a raccontare come si dividevano i compiti in famiglia, in relazione alle cure verso la prole. I loro comportamenti di co-genitorialità sono stati poi codificati durante sessioni videoregistrate di gioco genitori-bambini e attraverso la somministrazione di alcuni test.

I ricercatori hanno scoperto che le coppie gay e lesbiche erano più propense a condividere equamente i compiti di custodia dei bambini, mentre le coppie eterosessuali tendevano a specializzarsi, con le madri che si accollavano più lavoro dei padri.

I problemi di comportamento del bambino sono stati associati alla minore soddisfazione che mostravano di avere i genitori riguardo alla divisione dei compiti, per quanto riguarda le cure del bambino, oppure ad una rivalità fra loro, piuttosto che al modo specifico in cui i genitori si dividevano i compiti e al loro orientamento sessuale.

Rachel H. Farr, psicologa presso l’Università del Massachusetts e Charlotte J. Patterson, che lavora presso l’Università della Virginia hanno pubblicato il loro studio nella rivista Child Development.

Dr. Walter La Gatta

Fonte:
Raising adopted children, how parents cooperate matters more than gay or straight, Eurekalert

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Arztsmai, Free Digital Photos

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Disoccupazione e mercato del matrimonio

mercato del matrimonio 300x199 Disoccupazione e mercato del matrimonioIn Francia la disoccupazione, nel secondo trimestre, ha raggiunto il 10,2%, un dato considerato veramente preoccupante.

Vorrei parlare di questi dati francesi non perché le cifre che riguardano la disoccupazione italiana siano meno allarmanti (noi abbiamo un tasso di disoccupazione al 10,8%), ma per mettere in luce un aspetto che mi ha particolarmente colpito, riportato da Le Monde:

L’ INSEE (Institut Nationale de la statistique et des études économiques) ha pubblicato una statistica relativa alla disoccupazione in Francia di soggetti compresi nella fascia d’età che va dai 30 ai 54 anni: in questa classe di età il tasso di disoccupazione delle persone non sposate è del 13 % per gli uomini e del 12 % per le donne. Valori dunque che superano di molto la media nazionale. Per contro, gli uomini e le donne che vivono in coppia hanno invece un tasso di disoccupazione molto inferiore alla media nazionale, pari al 5 % per gli uomini e al 6 % per le donne. Perché dunque gli sposati, uomini e donne, lavorano più dei singles della stessa età? Come ci si può spiegare un fenomeno del genere?

Molte sono naturalmente le ragioni, ma la principale indicata dall”INSEE riguarda il livello di istruzione degli uomini e il mercato del matrimonio. Dicono infatti i responsabili dello studio che: “Il diploma conferisce agli uomini un vantaggio nel mercato del matrimonio”.

Con l’espressione “mercato del matrimonio”, nella letteratura psico-sociologica si intende l’incontro della domanda e dell’offerta matrimoniale. In questo particolare “mercato”, le donne più desiderate sono quelle che offrono giovinezza, salute e bellezza fisica (in termini evoluzionistici sinonimi di capacità riproduttiva); queste donne, a loro volta, richiedono all’uomo sicurezza economica, status sociale e cultura (in termini evoluzionistici: mezzi concreti per assicurare la crescita della prole).

Gli uomini che vivono in coppia dunque, secondo l’Istituto Francese di Statistica, hanno maggiori possibilità di occupazione non tanto a causa del loro stato di famiglia ma perché, avendo un titolo di studio più elevato della media e dunque un reddito e uno status sociale migliore di molti altri coetanei, hanno avuto maggiori probabilità di essere scelti dalle donne, che poi li hanno sposati. Ecco dunque, in primis, perché gli sposati, secondo l’Istituto di statistica francese, sono anche i meno disoccupati. Del resto è esperienza comune, specie fra le coppie meno giovani, che il marito abbia un titolo di studio più elevato della donna e che un uomo di status sociale elevato si sposi con una donna di bell’aspetto ed anche molto più giovane di lui.

Questo però non è l’unico criterio indicato dagli statistici francesi. Gli uomini che hanno dei figli (e che dunque in genere sono sposati), “hanno maggiore motivazione a lavorare, o a cercare un lavoro che soddisfi le proprie esigenze“, mentre gli uomini singles sono più spesso vittime di disagi di vario genere, rispetto agli uomini che vivono in coppia (ad esempio, sappiamo che essi hanno problemi di salute maggiori degli uomini sposati).

E le donne? Le donne sposate lavorano meno dei loro mariti ma, quando lavorano, hanno tassi di disoccupazione ridotti della metà, rispetto alle coetanee non sposate (6% contro 12%) anche se in genere queste donne svolgono un lavoro part-time (34% le sposate contro il 23% delle singles. Queste ultime sono più attive nel mondo del lavoro, o perché non hanno figli, o perché li hanno e devono dunque mantenerli spesso da sole).

Anche in questa scelta, si vede come le donne sposate contino sul reddito del marito per rinunciare a parte del loro stipendio e trascorrere più tempo in famiglia, confermando in qualche misura le regole del mercato del matrimonio.

A questo punto è abbastanza chiaro capire perché, sempre secondo gli stereotipi diffusi sulla vita di coppia, le donne considerate più attraenti dagli uomini non dovrebbero, in genere, essere troppo colte. Che il titolo di studio fosse un tempo un handicap per le donne, rispetto al rapporto di coppia, lo si legge infatti anche nello studio francese: “Tra i 30 e i 44 anni, avere un titolo di studio superiore non è più penalizzante per la vita di coppia, come accadeva alla stessa età nelle generazioni più anziane”.

I più giovani hanno dovuto, necessariamente, adeguarsi ai tempi e modificare i tradizionali desideri maschili circa la partner ideale, dal momento che le loro coetanee ottengono risultati scolastici e titoli di studio più elevati dei loro (anche se poi continuano ad incontrare grandi difficoltà di inserimento lavorativo, anche dal punto di vista qualitativo).

In Italia il tasso di occupazione femminile è oggi al 47,2% rispetto alla media europea del 58,6%.

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Kutsayed, Free Digital Photos

Pubblicato anche sull’ Huffington Post

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Adozioni: migliorano la qualità della vita

adozione 300x199 Adozioni: migliorano la qualità della vitaLe coppie che adottano un figlio dopo un trattamento di riproduzione assistita che si è rivelato infruttuoso hanno una migliore qualità della vita, sia rispetto alle coppie senza figli, sia alle coppie senza figli e senza problemi di fertilità. Lo rivela uno studio della Sahlgrenska Academy, Università di Gothenburg, Svezia.

Un gruppo di ricerca composto da ostetriche e medici presso l’Accademia Sahlgrenska, Università di Gothenburg, ha studiato la qualità della vita cinque anni dopo il trattamento di fecondazione in vitro su 979 uomini e donne nella regione del Västra Götaland.

Lo studio ha confrontato le coppie il cui trattamento di fecondazione in vitro era fallito con coppie in cui il trattamento aveva permesso la nascita di un figlio, insieme ad altre coppie senza figli che non avevano problemi di fertilità e a coppie che, dopo un trattamento fallito di IVF , avevano deciso di adottare un bambino.

Risultato: lo studio mostra che la qualità della vita, misurata come sensazione di benessere psicologico e qualità della relazione di coppia era migliore nelle coppie che avevano adottato un bambino.

I valori più bassi sono invece stati trovati nelle coppie il cui trattamento IVF era fallito, che erano ancora senza figli.

“Questo dimostra che la qualità della vita è fortemente collegata alla presenza dei bambini e non importa se essi arrivano da gravidanze spontanee o adozioni” ha detto la professoressa Marie Berg della Sahlgrenska Academy, Università di Göteborg, che ha lavorato allo studio.

“I risultati mostrano che può essere importante prendere in considerazione l’adozione non appena si decide di rivolgersi al medico per il trattamento dell’infertilità, soprattutto ora che sappiamo che l’adozione migliora la qualità della vita. Oggi invece si pensa all’adozione solo quando il trattamento di riproduzione assistita è fallito.”

Il gruppo di ricerca era composto da ostetriche e medici che lavorano presso il Sahlgrenska Academy, Università di Göteborg e presso le unità di fertilità presso Ospedale Universitario Sahlgrenska, Skaraborg ospedale Skövde e gli ospedali della contea in Borås e Uddevalla.

L’articolo “Qualità della vita dopo l’adozione rispetto alla nascita di un figlio, con o senza riproduzione assistita” è stato pubblicato sulla rivista Acta Obstetricia et Gynecologica Scandinavica.

Dr. Walter La Gatta

Fonte:
Good quality of life for couples who adopt Eurekalert

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David Castillo Dominici, Free Digital Photos

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La famiglia italiana

Italian Family 254x300 La famiglia italiana

Quella che segue è una fotografia della famiglia italiana, con dati raccolti da varie fonti.

La famiglia italiana tradizionale

All’estero le famiglie italiane vengono tradizionalmente descritte come nuclei di grandi dimensioni, caratterizzate da un elevato numero di figli, guidate da un padre patriarcale e da una madre casalinga.  Questa immagine stereotipata, risalente alle famiglie di immigrati italiani in America del secolo scorso, riflette sempre meno le reali caratteristiche della famiglia italiana, date le trasformazioni demografiche avvenute negli ultimi decenni, peraltro molto più velocemente che in altre parti d’Europa (King e Zontini 2000) le quali hanno cambiato profondamente la famiglia italiana, portando sia vantaggi che problemi, che qui di seguito cercheremo di analizzare.

Quante sono le famiglie e come si compongono

In 150 anni il numero di famiglie italiane si è più che quintuplicato (passando da 4 milioni 674 mila a 24 milioni 905 mila), ma il numero dei componenti la famiglia si è progressivamente ridotto. Nel 2010 il numero medio di componenti per famiglia si è infatti attestato a 2,4 persone, quasi la metà rispetto al 1861 quando la famiglia media italiana era composta di di 4,7 persone (dati Istat, 2011). Quando si parla di famiglia italiana dunque, sempre meno si fa riferimento alla coppia genitoriale con numerosi figli e sempre più ci si riferisce a coppie senza figli, famiglie monogenitoriali e, sopratutto, persone che vivono da sole, o singles.

I cambiamenti sociali degli anni Settanta

Questi cambiamenti sono iniziati a partire dagli anni Settanta, in seguito all’introduzione della legge sul divorzio, nel 1970, alla riforma del diritto di famiglia del 1975, alla legge sull’aborto del 1978. Tutto questo ha seguito il periodo della contestazione giovanile del 1968 e le rivendicazioni del movimento femminista, negli anni settanta. Fu in quel periodo che il modello familiare italiano, fortemente ispirato ai dogmi della Chiesa Cattolica, entrò in crisi, contro le aspettative della stessa Chiesa, che aveva molto sottovalutato il desiderio di cambiamento degli italiani. Il primo grande scollamento fra valori religiosi e società italiana fu infatti rappresentato dalla vittoria dei favorevoli al divorzio sancita in uno storico referendum dal 59,3% della popolazione, contro il 40,7 dei contrari. In un successivo referendum per l’abolizione del divorzio, nel 1981, la maggioranza fu ancor più travolgente: il 70% della popolazione si mostrò favorevole al divorzio. Le “tentazioni dell’erotismo devastatore”, l’importanza della fecondità e il valore della santità del matrimonio, citati dal Papa Paolo VI contro il divorzio, apparvero concetti ormai del tutto anacronistici.

Ciò che rimane delle tradizioni familiari italiane

Nonostante i rapidi cambiamenti avvenuti tuttavia, molte tradizioni e molti valori della famiglia tradizionale italiana restano immutati. La maggior parte degli italiani, siano essi sposati, single o divorziati, tendono ad esempio a mantenere legami molto forti con i loro genitori, con i figli adulti e con gli altri parenti.

Continuano ad esservi giovani che vanno ad abitare nella casa dei genitori (specie se questa permette una certa autonomia) o comunque non lontano dall’abitazione dei genitori.

La famiglia italiana si riunisce almeno una volta al giorno per la cena, mentre la famiglia allargata ai nonni, ai cugini e agli altri parenti si riunisce per alcune festività (in genere Natale e Pasqua) oltre che in occasione di matrimoni, comunioni e cresime.

Se i genitori sono anziani e vedovi, vengono talvolta accolti in casa, per facilitare le cure da dedicare loro, perché i genitori rimangono delle figure molto importanti e il legame fra genitori e figli dura ancora per tutta la vita.

La famiglia: il welfare all’italiana

Se andiamo ad analizzare le ragioni del mantenimento di queste tradizioni tuttavia, scopriamo che esse non si basano unicamente su valori e tradizioni, ma anche su specifiche scelte di carattere pratico ed economico. Mentre infatti in molti Paesi del mondo occidentale i governi mettono a disposizione dei cittadini programmi di welfare, per l’assistenza ai bambini, alle persone anziane, malate o disabili, in Italia per svolgere questi compiti si conta ancora moltissimo sulla famiglia.

Questo ruolo, storico, di protezione sociale della famiglia italiana si è intensificato durante gli anni recenti di crisi economica.

La crisi economica e la famiglia italiana

In Italia nel 2009 il tasso di occupazione è diminuito di 1,2 punti percentuali rispetto all’anno precedente; nel 2010 esso è diminuito di ulteriori 0,6 punti. Il calo è particolarmente accentuato tra i lavoratori autonomi e tra quelli temporanei, in prevalenza giovani. In assenza di un sistema di ammortizzatori sociali estesi anche a chi svolge lavori discontinui, il ruolo della famiglia è divenuto essenziale. Basti pensare che il reddito dei genitori è stato in molti casi l’unico sostegno per i componenti più giovani. Si stima, ad esempio, che nella tarda primavera del 2009, circa 480 mila famiglie abbiano sostenuto almeno un figlio convivente che aveva perso il lavoro nei dodici mesi precedenti. Le risorse impiegate in questa forma di sostegno familiare sono venute non solo dai redditi da lavoro dei genitori, ma spesso anche da quelli da pensione. (dati Bankitalia, 2012)

La ricchezza media della famiglia italiana (Dati Bankitalia, 2012)

In media, le famiglie italiane appaiono abbastanza ricche, se vengono confrontate a livello internazionale: la loro ricchezza netta nel 2010 era infatti pari a 8 volte il reddito, un rapporto in linea con quelli della Francia e del Regno Unito, ma significativamente superiore a quelli della Germania e degli Stati Uniti. Il problema è che la distribuzione della ricchezza in Italia non è omogenea: quasi la metà della ricchezza netta  nel 2010 era detenuta dalle famiglie del decimo più ricco, mentre la metà più povera delle famiglie possedeva poco più di un decimo della ricchezza totale. I nuclei familiari con un capofamiglia di età inferiore ai 35 anni ne possedevano solo il 5 per cento, pur rappresentando più del 10 per cento delle famiglie. Il grado di concentrazione della ricchezza presso le famiglie più agiate, dopo essere aumentato nel corso degli anni novanta, è rimasto sostanzialmente invariato per buona parte dell’ultimo decennio, salvo poi aumentare di circa 2 punti, con la crisi.

Facendo riferimento solo al reddito i nuclei familiari con un reddito ritenuto indicativo di una situazione di povertà relativa rappresentavano nel 2010 il 13 per cento del totale; tra questi, solo la metà aveva una ricchezza netta sufficiente a sostenersi per sei mesi, in caso di perdita del reddito.

La quota di famiglie povere di reddito e di ricchezza è più elevata (15 per cento) tra i giovani, che hanno una minore possibilità di aver accumulato risparmi. La crisi ha ampliato il divario tra la condizione economica e finanziaria dei giovani e quella del resto della popolazione: tra il 2008 e il 2010 la quota di famiglie povere in base al reddito e alla ricchezza è cresciuta di circa 1 punto percentuale per il campione nel suo complesso e di circa 5 punti per le famiglie dei giovani.

Matrimoni e Convivenze

La quota di  matrimoni per 1.000 abitanti si è drasticamente ridotta da 8,2 nel 1862 a 3,8 nel 2009. Se nel 1931 appena il 2,6% dei matrimoni veniva celebrato con rito civile, cinquant’anni dopo, nel 1981, tale quota saliva al 12,7% e superava il 30% nel 2004. Nel 2009 il 37,5% dei matrimoni è stato celebrato con rito civile. (dati Istat)

Separazioni e Divorzi

Secondo recenti dati Istat, il matrimonio in Italia dura oggi al massimo 15 anni.  Il tasso di separazioni e dei divorzi è triplicato negli ultimi anni, passando da 158 separazioni e 80 divorzi ogni mille matrimoni nel 1995, a 307 separazioni e 182 divorzi nel 2010. In media le donne si separano a 42 anni e gli uomini a 45.(Ricordiamo che il divorzio in Italia è possibile solo dopo 3 anni di separazione se vi sono figli, un anno se la coppia non ha figli).

Dai dati Istat emerge un altro elemento molto particolare: negli ultimi dieci anni le separazioni che riguardano gli over 60 sono quasi raddoppiate passando da 4.247 a 8.726. Nel 2010 quasi il 10% degli uomini oltre i sessanta anni si è separato a fronte di un 6,4% di donne della stessa età.

Livello di istruzione della popolazione

Nel 1861 su tutto il territorio italiano dominava l’analfabetismo, specialmente nelle regioni del Sud. Dopo il secondo conflitto mondiale gli analfabeti erano ancora il 12,9% della popolazione. Nel 2001, ancora quasi 10 italiani su 100 non hanno titoli di studio, un quarto ha conseguito la licenza elementare, il 30% ha la licenza media mentre un altro 25% è diplomato. I laureati sono sempre una minoranza, appena il 7,1%.  Negli anni Venti del secolo scorso frequentare l’università era un privilegio riservato a poche donne: ogni 100 laureati solo 15 erano donne. Nei primi anni Novanta si è verificato il sorpasso delle femmine sui maschi: le laureate hanno infatti superato il 50% (Nell’anno accademico 2008-2009 le donne laureate sono state il 56,7%. Le donne raramente scelgono di laurearsi in discipline tecnico-scientifiche e prediligono le facoltà umanistiche. (Dati Istat).

Giovani che vivono in famiglia

Nel 2010 viveva ancora con i genitori il 42 per cento dei giovani di età compresa tra i 25 e i 34 anni, il cui percorso di studi era stato in gran parte già completato. E’ la crisi ad aver imposto questo cambiamento, visto che quindici anni prima questa quota era pari al 36 per cento (il che è comunque moltissimo rispetto ad altri paesi europei o nordamericani).  Secondo l’indagine Eurobarometro della Commissione Europea, nel 2007 la metà dei giovani italiani tra i 15 e i 30 anni sosteneva di non poter lasciare la famiglia d’origine per la mancanza di sufficienti risorse economiche. Un fattore importante di indipendenza dalla famiglia è infatti dato non solo dall’occupazione lavorativa, ma dalla sua stabilità : la quota di giovani tra i 15 e i 34 anni con un impiego a tempo indeterminato è scesa nel 2011 sotto il 30 per cento, circa 5 punti in meno rispetto al 2008, oltre 10 punti rispetto al 1995. (Dati Istat)

La crisi ha reso dunque ancora più forte una dipendenza già molto accentuata dei membri più deboli dalla famiglia d’origine, riducendo ulteriormente la propensione dei giovani ad intraprendere percorsi autonomi e a passare dalla condizione di figlio a quella di genitore.

La donna italiana e la famiglia

La partecipazione femminile al mercato del lavoro è in Italia storicamente bassa rispetto ad altre realtà nazionali, anche se è cresciuta costantemente negli ultimi 30 anni.

La maggior parte delle donne italiane è costretta a fare il doppio lavoro (occupandosi cioè a tempo pieno anche della casa). Infatti, al contrario di quanto avviene in altri Paesi, dalle donne italiane che lavorano ci si attende ancora che esse svolgano comunque alcuni ruoli tradizionali, come la cottura dei cibi, alcune faccende domestiche, la cura dei figli e dei genitori anziani (King e Zontini 2000).

Burda ed al. (2006) hanno scoperto, studiando i dati di 4 Paesi fra cui l’Italia, che ovunque il lavoro totale (definito come la somma del lavoro fuori casa e del lavoro domestico) è approssimativamente uguale tra uomini e donne. In Italia invece il lavoro totale delle donne supera quello degli uomini di 72 minuti (in un giorno rappresentativo del 1988) e di 75 minuti nel 2002.

Un recentissimo rapporto dell’OCDE (Doing Better for Families, OCDE 2011) indica uno dei maggiori problemi delle donne italiane nella difficoltà di conciliazione di questi due impegni, che le porta spesso a scegliere fra lavoro e figli e che rappresenta per queste ragioni un ostacolo sia alla fecondità che all’occupazione femminile.

La madre italiana

La madre italiana dedica ancora molto tempo ai figli. E’ vero che il lavoro la porta lontana da casa per molte ore, ma è anche vero che  oggi ha minore numero di figli e dunque il tempo dedicato ad ogni singolo bambino non è poi così diverso da quanto accadeva in passato.  La madre italiana del resto mantiene un ruolo essenziale per il buon andamento della vita familiare: è lei che appiana le difficoltà, i conflitti, che si sacrifica, economicamente e lavorativamente, per il benessere della famiglia, compiendo sforzi che agli occhi di un europeo del Nord o di un Americano potrebbero sembrare addirittura eccessivi.

Molte ricerche sottolineano il ruolo centrale della madre nel rapporto genitore-figlio. Le figlie in particolare, sembrano percepire una comunicazione più positiva con le loro madri piuttosto che con i loro padri (Callan & Noller, 1986; Noller & Callan, 1990; Youniss & Smollar, 1985) ed è la madre di solito il genitore cui si chiede consulenza e assistenza (Greene & Grimsley, 1990). La madre è il fulcro relazionale della famiglia, mentre il padre mantiene una posizione più periferica. Anche gli studi condotti in Italia, confermano questi risultati (Carrà e Marta, 1995; Malogoli-Togliatti e Ardone, 1993) sottolineando che nelle famiglie dove vi sono adolescenti e giovani adulti la centralità della madre è predominante, perfino nella scelta relativa al lavoro e alla carriera dei figli (Manganelli & Capozza, 1993; Rosnati, 1996).

Imperfetta transizione alla parità di genere

Va detto che il lavoro extra-domestico femminile in Italia non è stato accompagnato da un adeguato sviluppo di infrastrutture o supporti sociali, né da cambiamenti significativi nella sfera domestica (Vaiou 1996: 67). Per questo molti osservatori considerano la situazione italiana, come quella di altri Paesi di area mediterranea, come una ‘imperfetta transizione alla parità di genere‘.

Mencarini et al. (2004) ad esempio, studiando i dati provenienti da cinque città italiane, hanno scoperto che gli uomini che vivono in famiglie in cui anche la moglie lavora non aumentano in modo significativo la loro partecipazione ai lavori domestici dopo la nascita dei figli: semmai aumentano il loro tempo di lavoro fuori casa. Dal medesimo studio emerge che ben  il 10% dei padri italiani non è mai di aiuto, nella cura dei figli. Tuttavia, va detto che nelle famiglie in cui il livello di istruzione fra moglie e marito è paritario la divisione egualitaria del lavoro domestico aumenta, anche se vi sono ancora forti differenze regionali fra nord e sud.

Secondo i dati ISTAT (anni 2008-2009 in percentuale), il tempo dedicato nelle 24 ore al lavoro extrafamiliare e al lavoro familiare è il seguente:
Quando lei è occupata: lavoro familiare uomo: 7,9 / donna: 19,4
lavoro extra familiare uomo: 26,1 / donna: 18,8

Quando lei non è occupata: lavoro familiare uomo: 6,0 / donna: 33,1
lavoro extra familiare uomo: 25,6 / donna: 0,3

Laddove l’aiuto familiare non viene fornito, è la madre a sobbarcarsi il maggior onere della gestione familiare, anche se le ragazze più giovani appaiono sempre meno disposte a rinunciare alla loro libertà, alla carriera e all’indipendenza economica, in favore della famiglia. Non a caso i giovani tendono sempre più a convivere piuttosto che a sposarsi ed aumentano i figli nati fuori dal matrimonio (16%, un livello 2 o 3 volte superiore a quello del secolo scorso).

Per il futuro, visto che fra i trentenni di oggi le donne superano gli uomini, sia nel possesso di titoli universitari, sia a livello di performance accademica, è impensabile che le giovani generazioni femminili continuino a pensare di svolgere il doppio lavoro, come le loro madri. La prospettiva del familismo (quando lo Stato assume che il nucleo familiare debba essere il primo responsabile del benessere dei suoi membri e dunque il primo generatore del lavoro di cura),appare sempre meno proponibile. D’altra parte è sotto gli occhi di tutti che  il benessere familiare, da quando le donne compiono meno sacrifici in favore della famiglia, ha portato una riduzione dei livelli di benessere e di qualità della vita, che non sono stati compensati da opportuni interventi di protezione sociale.

Riduzione del tasso di natalità

Dall’Unità di Italia ad oggi la natalità si è ridotta di un quarto: nel periodo post unitario le coppie avevano in media 5 figli ed erano frequenti quelle con più di 6 figli (circa 2 su 5). Complessivamente in pochi decenni, l’Italia è passata da un tasso di fertilità molto alto ad uno dei più bassi tassi di fertilità nel mondo, che nel 1993 era di 1,21 figli per donna (Ginsborg 2003).

Non che gli italiani non desiderino avere dei figli: il problema riguarda soprattutto l’incertezza del futuro e l’accresciuto interesse nei confronti del sano sviluppo del figlio. Insomma, ci si è resi conto che i figli non solo non rappresentano più una risorsa economica per la famiglia (come accadeva nell’Italia contadina quando, sin da piccoli, venivano avviati al lavoro nei campi), ma rappresentano un costo. Inoltre, i desideri e le aspettative di fecondità spesso non riescono ad essere realizzati, anche a causa dell’età dei genitori. La prima maternità, nel 1975 avveniva infatti intorno ai 24,7 anni della donna ed è cresciuta di ben cinque anni nell’arco di tre decenni.

La cura dei bambini

Nella famiglia italiana la cura diretta dei bambini è considerata importantissima: secondo uno studio della Fondazione Rodolfo Debenedetti, il 35% delle famiglie italiane pensa che i bambini molto piccoli stiano meglio se affidati alle cure dei genitori, piuttosto che essere affidati alle cure di un asilo nido (Boeri, Del Boca, Pissarides, 2005).

La transizione all’età adulta

Fino a non moltissimi anni fa, la transizione verso l’età adulta era chiaramente delineata da marcatori che si verificavano secondo passaggi ben definiti: la fine della scuola, l’entrata nel mondo del lavoro, il matrimonio. Oggi questi marcatori sono diventati più flessibili: si può scegliere infatti di studiare e lavorare allo stesso tempo, si può entrare nel mercato del lavoro ma poi lasciarlo per la breve durata dei contratti o per frequentare corsi di specializzazione, si può convivere a lungo prima di sposarsi o decidere di non sposarsi affatto, pur convivendo. La crisi economica ha ulteriormente accentuato un fenomeno, quello dei “bamboccioni”, come definito dall’ex ministro Padoa-Schioppa, tipicamente italiano.

La famiglia di origine infatti ha sempre rappresentato per i giovani italiani il nido caldo ove poter costruire la fiducia in sé stessi, prima di entrare nel mondo adulto. Dopo gli anni settanta questo tempo vissuto dal giovane adulto nel contesto familiare è stato reso più facile dal cambiamento della famiglia italiana, più disponibile a sostenere le giovani generazioni, sia affettivamente che economicamente, con vantaggi reciproci per figli e genitori in questo prolungamento della convivenza (Scabini e Cigoli, 1997). All’interno della casa dei genitori infatti, la giovane generazione può costruirsi uno spazio di autonomia, pur potendo contare sul sostegno familiare, sul calore affettivo e sull’aiuto dei genitori, in caso di necessità. La tendenza “Forever young” è piacevole anche per i genitori, che apprezzano la possibilità di dare ai figli ciò che essi in gioventù non hanno ricevuto, fra cui anche un buon rapporto genitori-figli, costruendo il rapporto ideale che avrebbero voluto avere da giovani con i loro genitori, con uno stile di comunicazione partecipativo, basato sul dialogo, sull’affetto e sulla comprensione. Contrariamente a quanto accadeva nei decenni passati, ai giovani adulti viene data una grande libertà nel processo decisionale all’interno della casa, grazie alla possibilità di negoziare le decisioni, senza gravi conflitti. I giovani si dichiarano in genere soddisfatti del rapporto con i genitori (Marta, 1995; Scabini e Cigoli 1997) che ritengono aperto e privo di problemi.

Questo genere di rapporti tuttavia non sempre sono fruttuosi per i figli, perché possono contribuire a bloccare lo sviluppo personale,  scoraggiando i giovani a lasciare il nido.

Le famiglie italiane “soddisfatte”

La famiglia “soddisfatta” italiana indica un buon funzionamento (Cumsille & Epstein, 1994; Scabini e Marta, 1996).  In particolare, nelle “famiglie soddisfatte” si nota che anche il padre è un punto di riferimento importante nella pianificazione del futuro dei figli, e che svolge un ruolo decisivo nel favorire la loro realizzazione personale. Questi risultati suggeriscono quindi che lo squilibrio relazionale a favore della madre – descritto in precedenza – viene rettificato, nelle famiglie più stabili e soddisfatte, dalla significativa presenza e dalla partecipazione del padre alla vita familiare.

Nelle famiglie italiane vi è un elevato livello di accordo tra genitori e figli grandi e questo è sicuramente  il risultato positivo di una buona educazione, familiare. Del resto, anche un moderato livello di disaccordo tra genitori e figli grandi non sempre è negativo e e può essere visto come indicatore di un adeguato sviluppo dell’autonomia dell’adolescente e del processo in atto di differenziazione all’interno della famiglia.

Dr. Giuliana Proietti

Fonti consultate:

Avveduto Sveva (a cura di) Italia 150 anni, popolazione, welfare, scienza e società, Gangemi, 2011

Lusana Fiamma, Marramao Giacomo (a cura di) L’Italia repubblicana nella crisi degli anni settanta, Culture, nuovi soggetti, identità Rubettino 2001

Mancini, Anna Laura and Pasqua, Silvia, Asymmetries and Interdependencies in Time Use Between Italian Parents (2011). ZEW – Centre for European Economic Research Discussion Paper No. 11-005. Available at SSRN: http://ssrn.com/abstract=1759378

Santolini L., V. Sozzi (a cura di) La famiglia soggetto sociale: radici, sfide, progetti, Città Nuova 2002

Scabini, Eugenia. (2000). Parent-child relationships in Italian families: connectedness and autonomy in the transition to adulthood. Psicologia: Teoria e Pesquisa, 16(1), 23-30. Retrieved July 30, 2012, from http://www.scielo.br/scielo.php?script=sci_arttext&pid=S0102-37722000000100004&lng=en&tlng=es. http://dx.doi.org/10.1590/S0102-37722000000100004.

Tarantola Anna Maria, Le famiglie Italiane nella crisi, Banca d’Italia, Genova, 4 Aprile 2012

Zontini Elisabetta, Italian Families and Social Capital: Rituals and the Provision of Care in British- Italian Transnational Families, Families & Social Capital ESRC Research Group, 2004

Dati Istat, 1861-2011

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ISTAT, 2011

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Il divorzio non pregiudica il livello di felicità e di produttività dei figli, se sono già grandi

ID 10044368 199x300 Il divorzio non pregiudica il livello di felicità e di produttività dei figli, se sono già grandiGeneralmente si tende a studiare le famiglie di divorziati con figli piccoli, mentre ben pochi studi sono stati finora condotti sui figli di genitori recentemente divorziati, ma di età ormai adulta: sono soggetti meno creativi degli altri? Mostrano di essere meno produttivi?

Un recente studio è stato pubblicato in materia, la cui conclusione è che il divorzio in sé non sembra produrre alcun effetto negativo sull’intelligenza, la produttività, il benessere percepito di questi soggetti, figli di divorziati, in età universitaria.  Lo studio completo è disponibile qui; quella che segue è una breve sintesi.

Introduzione
Uno dei fenomeni socio-scientifici più notevoli degli ultimi 50 anni è stato l’aumento del tasso di divorzio e la dissoluzione delle unioni coniugali. Negli Stati Uniti, circa il 50% dei figli assistono al divorzio dei genitori (dati National Center for Health Statistics,2008). Nel Regno Unito, nel periodo 1997-2007, il divorzio dei genitori ha colpito ogni anno circa l’1% della popolazione giovanile di età compresa tra i 16 e i 23 anni. Le conseguenze di questo fenomeno nel lungo termine non sono ancora pienamente conosciute.

Analizzando la situazione dal punto di vista dell’economia, si vorrebbe capire se:
(I) il divorzio dei genitori ha un impatto negativo sulla capacità dei figli in materia di apprendimento scolastico;
(II) vi sono potenziali effetti sulla eventuale produttività di questi figli in un futuro posto di lavoro;
(III) vi sono implicazioni nel lungo periodo per quanto riguarda i futuri guadagni di questi figli.

Utilizzando una tecnica già sviluppata in Oswald, Proto e Sgroi (2010), il presente studio ha condotto un esperimento di laboratorio su studenti universitari, i quali in un primo momento hanno compilato un questionario che misurava il loro livello di felicità, prima di svolgere la prova. In un secondo momento si sono sottoposti ad un compito che misurava la loro produttività e la capacità di concentrazione. Alla fine, i soggetti dovevano rivelare se e quando i loro genitori avevano divorziato.

Tutti gli studenti avevano un’età compresa fra 18 e 23 anni (dunque prossimi ad entrare nel mondo del lavoro) e molti nel campione avevano vissuto un divorzio dei genitori in epoca piuttosto recente (1-5 anni). Questo gruppo è stato messo a confronto con i dati relativi ad un gruppo di giovani individui, appartenenti a famiglie inglesi, seguite in modo longitudinale per parecchi anni, dal British Household Panel Survey (BHPS), di cui si conoscevano i livelli percepiti di felicità.

I dati ottenuti in laboratorio e la correlazione con i dati dello studio longitudinale mostrano che il divorzio non sembra avere rilevabili conseguenze negative sulle prestazioni di questi soggetti. I dati mostrano semmai, un lieve effetto positivo del divorzio dei genitori sul livello di felicità dei ragazzi. Anche nell’esperimento condotto in laboratorio non sono stati trovati effetti negativi sulla produttività di questi soggetti. Anche qui, le prove hanno mostrato semmai un piccolo impatto positivo sulla produttività dei maschi.

Nella letteratura psicologia applicata, esiste qualche controversia – e quindi qualche incertezza – circa l’impatto del divorzio sui figli. Molte ricerche (vedi Amato 2001) hanno mostrato che c’è una evidente correlazione fra un minore successo scolastico (e una ridotta capacità di interiorizzare i problemi) e il divorzio. Tuttavia, i contributi più recenti suggeriscono un quadro più complesso, che mostra si effetti negativi del divorzio dei genitori nei figli, ma essi appaiono moderatamente lievi, soprattutto se i figli al momento del divorzio sono già abbastanza grandi. E’ possibile dunque che la mancanza di effettivi controlli sullo status socio-economico di questi soggetti abbia esagerato il tono negativo prevalente nella letteratura psicologica (vedi Lansford 2009).

Negli ultimi anni, la letteratura delle scienze sociali si è arricchita anche di studi di tipo economico, i quali hanno scoperto che il divorzio dei genitori non ha un forte impatto sulla vita lavorativa di questi soggetti, come indicato all’interno di gran parte della letteratura sull’argomento.

Gruber (2004) ha valutato l’impatto del divorzio sui figli di divorziati americani mettendo a confronto i dati con altri studi condotti in altri Paesi e González e Viitanen (2008) hanno testato altri figli di divorziati nei Paesi europei.
Entrambi hanno trovato qualche impatto negativo del divorzio sui giovani. Sanz-de-Galdeano e Vuri (2007) hanno attinto ai dati del National Longitudinal Education Study. Gli autori hanno concluso che il divorzio dei genitori non influisce negativamente sulle abilità cognitive dei giovani. Essi suggeriscono inoltre che le stime trasversali sovrastimano gli effetti negativi del divorzio dei genitori. Questa conclusione è in linea con i risultati del presente studio, che mostra che il divorzio dei genitori potrebbe avere perfino effetti leggermente positivi sullo stato di benessere percepito in questi ragazzi.

In linea con gli studi di Liu (2007) e Piketty (2003), che utilizzano dati individuali per testare il rapporto tra divorzio e istruzione dei figli di separati, questo studio è giunto alla conclusione che non è il divorzio in sé a generare tassi più bassi di rendimento scolastico, ma piuttosto l’ambiente in cui questi figli hanno vissuto prima del divorzio. Analoghe conclusioni sono state raggiunte anche da Hoekstra (2009).

Metodologia sperimentale

I soggetti dovevano riferire del loro livello di felicità utilizzando una scala a sette punti in un foglio elettronico. I soggetti dovevano poi effettuare due compiti, pagati “a cottimo”. Essi avevano 10 minuti di tempo per aggiungere insiemi di numeri. Ciascuna serie di numeri era costituita da 5 numeri di 2 cifre, per esempio: 51 14 74 33 85. I soggetti venivano pagati 25 pence (circa un terzo di dollaro) per ogni aggiunta di numeri corretta. Quindi essi avevano un incentivo monetario per svolgere correttamente il compito, aggiungendo il maggior numero di cifre entro 10 minuti.

Il secondo compito era un test di intelligenza del tipo GMAT. Infine, i soggetti dovevano compilare un lungo questionario che comprendeva domande sul divorzio dei genitori negli ultimi 5 anni, e informazioni su altre variabili utili (dati socio-economici, ecc.). L’esperimento è stato condotto in 3 giorni, su 12 sessioni e 269 soggetti. Nessun soggetto ha partecipato più di una volta e nessun soggetto aveva preso parte ad altri studi simili in precedenza.

Risultati e discussione

La grande maggioranza dei soggetti ha completato il questionario per intero, ma certamente non poteva essere costretta a farlo. Perciò, il test non si avvale di un set completo di 269 dati, ma di 250,6.

I dati sono stati aggregati come segue:
• Divorce 3 se il divorzio ha avuto luogo meno di 3 anni fa
• Divorce 5 se il divorzio ha avuto luogo negli ultimi 5 anni
• Divorce 3* se i genitori avevano divorziato tre anni prima che i soggetti iniziassero l’università.

Non vi sono sovrapposizioni tra Divorce 3 Divorce 5 e Divorce 3*.

Happybefore è il livello di felicità percepita da parte dei soggetti all’inizio dell’esperimento (si tratta di una scala a 7 punti). Essi hanno dichiarato questo valore prima di effettuare le attività a cottimo o di compilare il questionario.
Voti della scuola superiore media dei voti ricevuti nella scuola superiore
GMAT è il risultato di un breve test di intelligenza
Aggiunte di cifre è il numero di aggiunte di cifre eseguite correttamente, in 10 minuti, per il compito pagato a cottimo.

Conclusioni

Lo studio ha cercato di valutare gli effetti del divorzio dei genitori sui figli cresciuti. In un ambiente di laboratorio in condizioni controllate, la produttività degli studenti universitari e i livelli di felicità sembrano essere inalterati, mai colpiti in modo negativo dal divorzio dei genitori. Vi sono invece alcune prove che segnalano un miglioramento del livello di felicità percepita e di produttività, soprattutto fra gli studenti di sesso maschile con genitori recentemente divorziati.

Fonte: Are Happiness and Productivity Lower among Young People with Newly-Divorced Parents? An Experimental and Econometric Approach, Department of Economics and Warwick Business School University of Warwick Coventry CV4 7AL
United Kingdom November 5, 2010
Warwick Univeristy pdf

Dr. Walter La Gatta

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Tuo figlio è un tipo studioso ? Scoprilo con questo test

test studio 300x225 Tuo figlio è un tipo studioso ? Scoprilo con questo testNaturalmente un genitore che si accinge a fare questo test sa già benissimo se suo figlio/a è un tipo studioso o no:  vi proponiamo tuttavia una ulteriore riflessione, per capire meglio la propensione allo studio del ragazzo/a, partendo dai suoi atteggiamenti e dagli stimoli ambientali che riceve.  Ed ecco le domande:

1. Deve scegliere una materia facoltativa: cosa sceglierà secondo te fra…
a. un corso di scacchi (vai alla 2)
b. un corso di batteria (vai alla 3)

2. Siete in vacanza a Parigi: tuo figlio ti chiede di visitare…
a. Eurodisney (vai alla 5)
b. Il museo di scienze naturali (vai alla 4)

3. La prof gli fa osservare che ha troppe inflessioni dialettali quando ripete la lezione. Lui cosa fa?
a. Cerca di correggersi: ci tiene a fare bella figura! (vai alla 4)
b. Evidenzia ancora di più l’accento, per mostrarsi auto-ironico e riderci su. (vai alla 5)

4. In tv dicono una parola nuova, che tuo figlio non conosce. Cosa fa?
a. La cerca sul vocabolario (vai alla 6)
b. La chiede ai genitori (vai alla 8)

5. Cosa è più pesante per lui/lei?
a. Ascoltare tre telegiornali di seguito (vai alla 8)
b. Fare 5 esercizi di matematica e 5 di italiano e poi essere libero (vai alla 7)

6. A quale voto mira quando vuole fare una bella interrogazione?
a. Voto massimo (o quasi) (vai al Prof. A)
b. Voto medio-basso (vai alla 8)

7. Secondo tuo figlio la scuola sarebbe più bella se…
a. I prof fossero più preparati (vai alla 8)
b. Fosse sempre ricreazione (Vai al Prof. D)

8. Devi regalargli un libro per la promozione: cosa scegli?
a. Il Signore degli Anelli (Vai al Prof. B)
b. La biografia di un calciatore (Vai al Prof. C)

PROFILI

A. Super-sgobbone

Tra le cose che più lo/la interessano c’è, al momento, l’acquisizione di una solida preparazione scolastica. Tuo figlio/a mostra di avere una discreta disciplina e desiderio di auto-miglioramento. Si applica in quello che fa, non solo per i vantaggi che potrà trarne in futuro, ma perché ci tiene ad ottenere dei buoni risultati, facendo bella figura con i professori e con i compagni. Gli/Le piace sapere molte cose e l’ambiente che lo/la circonda sembra favorire queste sue aspirazioni. A volte essere bravi a scuola può essere un po’ pesante, perché c’è sempre il rischio di essere presi di mira dai compagni meno bravi: per questo, a parte lo studio, è opportuno che il ragazzo/la ragazza partecipi anche alla vita sociale, perché anche quella è scuola di vita.

B. Volenteroso/a

Come alla maggior parte dei ragazzi in età scolare, tuo figlio/tua figlia ama divertirsi ed ha una sana curiosità per la vita e per le cose che lo/la interessano. Mostra di avere buona volontà nello studio e con impegno, riesce a raggiungere risultati più che apprezzabili. A volte potrebbe forse sperare di ottenere qualcosa in più, ma in certe occasioni sembra prendere la strada più facile, il che può essere positivo nell’immediato, ma non è detto che porti vantaggi nella vita futura. Un pizzico in più di fiducia in sé stesso/a e nelle sue qualità personali potrebbe forse aiutarlo/a migliorare il metodo di studio, così come l’auto-disciplina: per raggiungere gli obiettivi è importante intanto sapere quali sono gli obiettivi!

C. Scansafatiche

In genere è un tipo che predilige la tranquillità dei momenti di divertimento e di svago, piuttosto che i tempi stressanti della scuola. Per questo, quando può, cerca di evitare tutte le situazioni che comportano fatica, impegno, responsabilità. Ciò non significa che la scuola non gli/le piaccia proprio per niente, o che non sia interessato/a ad apprendere cose nuove: il fatto è che stare in aula, o trascorrere un pomeriggio sui libri di testo gli/le sembra spesso troppo faticoso e impegnativo. Forse pensa di non potercela fare. Le sue scelte da ‘scansafatiche’ potrebbero dunque essere un modo per nascondere queste sue incertezze, evitando pressioni ed aspettative da parte di genitori e insegnanti. Qualche discorso di rassicurazione sulle sue qualità potrebbe giovargli/le.

D. Lazzarone

Molti aspetti del suo carattere sono particolarmente positivi perché, per le cose che gli/le piacciono e lo/la interessano, ha senso pratico, intuito, prontezza di spirito, capacità di adattamento ed anche una certa estroversione, che lo/la rende simpatico/a ai compagni. Nessuna propensione dimostra invece nell’affrontare delle attività che siano al di fuori delle sue motivazioni più immediate, e tra queste sembrerebbe non esserci la scuola. Forse l’errore sta nel pensare che il tempo trascorso fra i banchi non serva a nulla e che sarebbe molto meglio stare insieme fra compagni senza dover sempre rendere conto ad altri del proprio operato. In realtà non c’è libertà se non c’è sapere e forse potrebbe essere utile insistere su questo punto.

Giuliana Proietti

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Attachment Parenting e femministe

babybook 302 300x300 Attachment Parenting e femministeSempre più spesso si parla di nuove pratiche di genitorialità che si riassumono sotto l’etichetta di origine anglosassone di Attachment Parenting (da un libro di Martha e Bill Sears, del 1993, The baby book). Potremmo tradurre questo nuovo modo di essere genitori con la frase: “Genitori che supportano l’attaccamento”, oppure definire i genitori che mettono in pratica queste tecniche come “genitori empatici”. Poiché però entrambe le alternative non sembrano migliori dell’originale, potremmo alla fine tenerci il termine così com’è, tanta è ormai la nostra abitudine ad usare l’inglese nel nostro vivere quotidiano.

L’attachment parenting dunque è un approccio educativo secondo il quale i figli vanno allattati con latte materno ad oltranza, fino a che il bambino non sceglie un altro tipo di alimentazione. Inoltre si invitano i genitori a far dormire il figlio con loro, nel loro letto, e a tenerlo sempre con sé a stretto contatto corporeo durante il giorno (ad esempio, tenendo il bambino in braccio). Tutto questo, secondo i Sears, avrebbe lo scopo di promuovere il benessere del bambino ed anche una sorta di affinità “spirituale” tra genitore e figlio, attraverso un attaccamento anche fisico fra loro.

Questo approccio, del tutto condivisibile, va dunque contro lo stile educativo tradizionale secondo il quale i bambini tendono facilmente a sbagliare, o a fare i capricci (che invece sono solo l’espressione dei loro bisogni), e devono per questo ricevere un’educazione rigida che li aiuti ad adattarsi al mondo, considerato un luogo difficile e pericoloso.

Quali donne sceglierebbero questo tipo di educazione per i propri figli: quelle più tradizionali o quelle più emancipate? Se lo sono chiesto due ricercatrici, Miriam Liss e Mindy Erchull, che lavorano presso la University of Mary a Washington negli Stati Uniti. Le femministe, ad esempio, che in genere non vengono considerate delle buone madri, in quanto dipinte dai media come persone che lottano contro la famiglia, contro la maternità e contro la dedizione genitoriale alla cura dei figli, che tipo di approccio sceglierebbero? Ed ecco la conclusione dello studio: le madri femministe sono consapevoli dell’importanza del tempo da trascorrere con i propri figli e di una genitorialità attiva e partecipe, che metta il figlio al centro delle attenzioni familiari. Dunque, utilizzerebbero senza dubbi le tecniche dell’Attachment Parenting. Questa ricerca è stata pubblicata online nella rivista Sex Roles.

Liss e Erchull hanno voluto esaminare in particolare le pratiche genitoriali di attaccamento delle femministe e capire se esse vedessero in esse un potenziamento per lo sviluppo più sano del figlio o un modo oppressivo di essere genitori. Erano anche interessate a capire se gli stereotipi sulle mamme femministe avevano un fondo di realtà.

E’ stato dunque studiato un campione di 431 donne americane (147 madri femministe, 75 femministe non-madri, 143 non-femministe madri, e 66 non-femministe non-madri): esse hanno compilato un sondaggio online su femminismo e funzione materna. Il questionario valutava le convinzioni circa tre diverse pratiche associate alla genitorialità: 1) l’allattamento al seno per lunghi periodi di tempo, 2) il far dormire i figli nel proprio letto, 3) tenersi sempre i figli fisicamente vicini a sé  oppure optare per una educazione più rigida, di tipo classico. Le partecipanti sono state poi invitate a rispondere alle domande “come avrebbe fatto una tipica femminista” per valutare la diffusione degli stereotipi.

I risultati hanno mostrato che le femministe sono più propense a sostenere le pratiche di “attaccamento genitoriale” rispetto alle non femministe, mentre le non femministe sono più propense a sostenere programmi di educazione più rigidi per i figli.

È interessante notare che le non-femministe, e tra queste le madri in particolare, condividono la percezione errata secondo la quale la femminista tipica è disinteressata alla cura dei figli, dedica loro poco tempo, non se ne interessa personalmente e non mette in pratica le tecniche dell’Attachment Parenting.

Liss e Erchull concludono: “I nostri risultati suggeriscono che gli stereotipi relativi alle femministe, che vedono queste donne come  contrarie alle relazioni sentimentali e ai legami familiari non sono corretti. I nostri dati indicano che le donne femministe, in realtà, sono interessate alle pratiche genitoriali di attaccamento».

Giuliana Proietti

Fonte:

Liss M & Erchull MJ (2012). Feminism and attachment parenting: attitudes, stereotypes, and misperceptions. Sex Roles; DOI 10.1007/s11199-012-0173-z, viaAre feminism and attachment parenting practices compatible?, Eurekalert

Immagine: Ask Dr. Sears

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