La sessuologa Helen Singer Kaplan: una biografia

Dr. Giuliana Proietti

Psicoterapeuta-Sessuologa at Ellepi Associati Ancona
● Psicologa-psicoterapeuta (attività libero-professionale in Ancona)
● Responsabile scientifico del sito www.psicolinea.it
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● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale
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Helen Singer Kaplan La sessuologa Helen Singer Kaplan: una biografia

Nelle scuole di sessuologia italiane (e del mondo) uno dei pochi nomi importanti di riferimento, dopo Alfred Kinsey e William Masters e Virginia Johnson, è sicuramente quello di Helen Kaplan. Di lei si conoscono benissimo le opere, le teorie sulla sessualità, le linee guida per la psicoterapia sessuale, ma pochissimo si sa sulla sua vita e sulla sua persona.

Tutti coloro che si interessano di sessuologia si sono prima o poi imbattuti nello studio della fisiologia della risposta sessuale e nella clinica delle disfunzioni sessuali: tutti territori in cui è stata maestra Helen Kaplan (1976) la quale, critica verso le teorie di Masters e Johnson, elaborò il famoso modello trifasico della risposta sessuale (desiderio, eccitazione, orgasmo). Questo modello ha riscosso un vasto consenso tra gli studiosi ed è stato ripreso dal DSM (nell’ultima edizione con qualche leggera modifica) per definire e classificare le disfunzioni sessuali, considerate come alterazioni della risposta psicofisiologica lungo le tre fasi.

Best sellers sono stati anche tutti i suoi libri. In lingua italiana sono usciti il Manuale illustrato di terapia sessuale (Feltrinelli), Nuove terapie sessuali (Bompiani), I disturbi del desiderio sessuale. Gli sviluppi teorici e pratici della nuova terapia sessuale (Mondadori) e Dare un senso al sesso. Nuovi fatti e nuove idee per i giovani (Feltrinelli): alcuni di essi sono in continua ristampa.

Provate però a cercarla su Google… Dal poco che si trova, non si capisce nemmeno se sia ancora in vita oppure no. Facendo dunque una ricerca certosina sui testi in lingua inglese ho scoperto molte informazioni che la riguardano, che ho deciso di condividere e che qui di seguito provo a raccontare.

°-°

Helen Singer Kaplan, il cui vero nome era semplicemente Helen Singer, nacque il 6 Febbraio 1929, a Vienna. I suoi genitori erano piuttosto benestanti e gestivano una gioielleria. A 11 anni Helen emigrò, con i genitori ed il fratello minore Frank, dapprima a Budapest e poi negli Stati Uniti, per sfuggire alle persecuzioni razziali naziste.

All’età di 18 anni divenne cittadina americana (1947). Il suo interesse principale era sicuramente l’arte, tanto che si laureò con lode, nel 1951, in Belle Arti, presso la Syracuse University. In questo periodo conobbe quello che sarebbe stato il suo primo marito, Harold I. Kaplan (1928-1998), uno psichiatra, di cui molti ricorderanno il suo famoso testo di “psichiatria clinica” (di Harold I. Kaplan e Benjamin J. Sadock). Harold si era laureato presso il New York Medical College nel 1949, all’età di 21 anni (poi sarebbe diventato docente di psichiatria presso la NYU School of Medicine).

Helen cominciò anche lei ad interessarsi alla psicologia: frequentò la Columbia University, dove ricevette un master in psicologia nel 1952, per poi prendere la laurea vera e propria in psicologia nel 1955. Con Harold ebbe tre figli: Philip, Peter e Jennifer.

Nel 1959 Helen Kaplan divenne dottore in medicina presso il New York Medical College e, nel 1970, completò la sua formazione con un corso di psicoanalisi. Svolse il tirocinio presso i Veterans Administration hospitals and clinics a Montrose, N.Y., e presso il Bronx Hospital, per poi passare al Bellevue Hospital e al New York Medical College-Metropolitan Hospital Center.

Dal 1960, nella prima fase della sua carriera professionale, la Kaplan cominciò a lavorare come assistente di psichiatria presso il New York Medical College e come “associate attending psychiatrist ” presso i Metropolitan, Flower and B.S. Coler Hospitals. In questi ospedali ricoprì anche il ruolo di capo dei servizi di consulenza psicosomatica e fu co-direttore dell’unità di terapia comportamentale, nonché Presidente dello Behavioral Science Teaching Program e direttore di un altro programma per donne residenti con i figli.

Elaborò alcuni corsi, come quello di psicofarmacologia e, più famoso, quello sulla sessualità umana, destinato a psichiatri e ginecologi.

Nel 1970 divenne titolare della cattedra di psichiatria presso il New York Hospital-Cornell Medical Center e, nello stesso anno, fu lei a fondare la prima clinica al mondo per la cura dei disturbi sessuali presso una scuola medica: si trattava dello Human Sexuality Program, presso la Payne Whitney Clinic, una delle più prestigiose cliniche americane e parte del New York Hospital-Cornell Medical Center. Ne rimase direttrice fino alla sua morte.

La sua attività le permetteva di guadagnare molto e il denaro per lei, forse per quello che aveva passato in gioventù, sembra avesse molta importanza. Un suo amico, lo scrittore Howard Fast (1914-2003, il cui più famoso romanzo è Spartacus, da cui venne tratto il film) ebbe a dire che la Kaplan gli aveva confidato che non avrebbe mai potuto sposare un uomo povero. Secondo Fast, Helen misurava tutto con il denaro ed aveva lo stesso atteggiamento di Jacqueline Kennedy: “E’ bello amare un uomo, ancor più bello se è un milionario”.

Come confermò anche il fratello di Helen, Frank Singer, che poi ebbe successo in California, lei aveva una forte personalità, ma gli uomini che la attraevano dovevano essere ancora più forti di lei. Dopo la fine del suo matrimonio con il Prof. Kaplan, Helen ebbe una storia con Sidney Harman (1918-2011), che era allora a capo di una compagnia che si occupava di elettronica (e che in seguito ebbe un incarico nell’amministrazione Carter e fu proprietario di Newsweek). Quando gli fu chiesto cosa la sessuologa Kaplan cercasse in un uomo, questa fu la risposta:

“Oh, ragazzi, ovviamente l’inverosimile, quello che non esiste in un uomo. Cercava competenza, successo professionale, charme e, comprensibilmente, affetto. Ci sono pochissimi uomini che sono una combinazione di tutto questo”.

Nel 1980 la Kaplan si sposò di nuovo con un imprenditore ricchissimo e di grande successo: Charles P. Lazarus (classe 1923, di Washington, tornato recentemente ad interessare la cronaca per aver venduto la sua splendida residenza di New York). Charles era un self-made man, che da ragazzo aveva aiutato il padre in un negozio di riparazione di biciclette e che, al ritorno dalla seconda guerra mondiale, aveva aperto in quegli stessi locali un negozio di giocattoli e mobili per bambini, cercando di emulare un suo zio che era commerciante di abbigliamento per bambini. Con molta fortuna e molto talento, nel tempo Lazarus divenne il re incontrastato dei giocattoli, facendo diventare la sua azienda (Toys”R”Us, con la R girata al contrario) il primo rivenditore di giocattoli, con più di 1450 punti vendita in tutto il mondo. La coppia, che aveva figli da precedenti matrimoni, durò 15 anni, fino alla morte di lei, avvenuta per cancro al seno, tre mesi dopo una mastectomia, nel 1995.

Quando Charles Lazarus si sposò con la Kaplan, sembra che i suoi guadagni non fossero poi molto dissimili da quelli, già molto cospicui, della moglie. Secondo la figlia di Lazarus, Ruth, la ex moglie di suo padre, Udyss (dal quale il padre aveva divorziato nel 1979), era stata una paziente della Kaplan. Secondo l’amico Howard Fast invece fu Lazarus stesso ad essere stato paziente della Kaplan (Lazarus ha in seguito confermato che la Kaplan effettivamente curò la moglie, ma non lui. Essendo la Kaplan una terapeuta della coppia è piuttosto verosimile che la Kaplan abbia conosciuto Lazarus in un contesto terapeutico).

Nell’accordo prematrimoniale, la coppia Lazarus-Kaplan aveva previsto che, in caso di divorzio, la sessuologa avrebbe ricevuto 20 milioni di dollari, mentre Lazarus poteva tenere per sé le case coniugali e il loro contenuto. La Kaplan non pensava forse di morire così giovane: sia la nonna che la madre erano arrivate ad età molto avanzate, la prima avendo avuto quattro mariti e la seconda tre mariti e una lunga convivenza. Sicuramente era una persona che attribuiva molta importanza all’aspetto estetico (sembra che si mettesse ancora il rossetto ogni volta che riceveva visite, anche negli ultimi giorni della malattia) e temeva, forse a ragion veduta, che la malattia che l’aveva colpita avesse potuto farle perdere le attenzioni del marito ed anche il relativo controllo sulla situazione economica. Del resto anche Udyss, la ex moglie di Lazarus, aveva avuto problemi per cancro al seno ed era morta povera, senza nulla da lasciare ai figli, perché tutto quello che era suo se lo era preso il marito. Helen temeva di finire allo stesso modo. Quando il cancro, dopo un primo periodo di ottimismo, si manifestò di nuovo, Helen chiese al marito di donare 20 milioni di dollari ai suoi figli. La sua era una preoccupazione ossessiva: quasi come se avesse avuto bisogno di riscattarsi verso di loro attraverso il denaro. Lazarus incluse la somma da destinare ai figli della moglie nel suo testamento: questi soldi sarebbero stati versati ai Kaplan dopo la sua morte (ma un testamento può essere sempre modificato… Ed i Kaplan non si fidavano).

A questo punto dunque, un giorno prima della morte, Helen fece pervenire al marito una richiesta di divorzio: probabilmente l’ultimo atto di una guerra fra coniugi che era durata per mesi, se non per anni.

La Kaplan amava molto e ammirava il marito, apprezzandone l’acume e il senso degli affari: lo considerava un genio, come confermò Howard Fast. Lazarus invece era attratto dal fascino e dalla fama della consorte. La coppia era famosa nella New York che contava ed aveva un tenore di vita altissimo, assai più alto di quello di qualsiasi medico newyorkese. Il loro appartamento era pieno di quadri di Picasso, Toulouse Lautrec, Rembrandt ed era ammobiliato con mobili originali Art Nouveau. Ricevevano spesso gli amici: a New York o nella loro casa vittoriana di Quogue, oppure nella villa alle Bahamas.

Dopo la morte della Kaplan iniziò dunque una battaglia legale con i figli maschi della sessuologa, (la figlia Jennifer si dissociò e partecipò, quattro mesi dopo la morte della madre, al nuovo matrimonio del patrigno con una decoratrice di interni, Joan Regenbogen). I figli della Kaplan sostennero che il tycoon dei giocattoli maltrattava la moglie e che addirittura una volta l’aveva anche spinta giù dalle scale, nella elegante casa dell’East End dove vivevano.

La famiglia della Kaplan, a pochi mesi dalla morte della loro congiunta cominciò a rivendicare il diritto all’eredità promessa e, non ricevendola, mise i panni sporchi in piazza. Si sapeva che la coppia, pur amandosi, era litigiosa e spesso per motivi di denaro, ma non si pensava che vi fossero in quella coppia ricca e famosa perfino delle violenze domestiche.

“Charles mi ha spinto giù per le scale”: questo sembra che la Kaplan abbia confidato al figlio Phillip Kaplan, medico patologo. L’altro figlio, Peter Kaplan, medico psichiatra, precisò al riguardo che la madre: “Non c’è dubbio che mostrava ferite compatibili con una caduta”. L’anziana madre della Kaplan, Sofie Kane, dichiarò al riguardo: “So che la gettò contro il muro, e lei è dovuta stare a casa per settimane in un letto ortopedico”. La cuoca, Linda Gordon, disse invece di aver trovato la Kaplan “in posizione fetale, mentre si lamentava e gemeva” dopo una caduta giù per le scale nella casa di famiglia. In seguito la cuoca affermò di ricordare una confidenza della sua titolare, che sosteneva di essere stata gettata giù dalle scale da suo marito.

In una dichiarazione giurata resa in tribunale, Lazarus spiegò che in nessun momento era stata discussa l’idea del divorzio fra lui e la moglie: “Lei era già malata a casa nostra, il giorno che è stata inviata quella comunicazione e, come medico esperto nel suo campo, sapeva che aveva poco tempo da vivere. In tali circostanze, l’idea che lei in realtà intendesse chiedere il divorzio e iniziare a vivere separata da me è inverosimile all’estremo”.

La telenovela familiare è poi continuata quando il figlio della Kaplan ha denunciato il patrigno per aver sottratto dei beni appartenenti alla madre, come alcuni regali di nozze, quadri (fra cui un Picasso), una collezione di pistole, fra cui la pistola a 20 colpi che la mamma gli aveva regalato per il suo tredicesimo compleanno (!), e per aver distrutto i casi clinici della madre e altre foto di famiglia che la sessuologa conservava nella casa delle Bahamas. Quando era andato in questa dimora di famiglia per trascorrervi le vacanze, il Dr. Kaplan figlio aveva scoperto che la casa stessa era stata venduta.

La biografia non particolarmente edificante di Helen Kaplan si interrompe qui: non ho trovato altre notizie che la riguardino.

L’opera della Dottoressa Kaplan è invece ancora vitalissima e, alla luce di quanto si è detto, sembra quasi scritta da un’altra persona. Leggendo i suoi libri si possono infatti ancora riconoscere gli sforzi fatti per combinare le tecniche della psicoanalisi con la terapia comportamentale, unendo ad esse alcune sue importanti intuizioni. La Kaplan riteneva che alcuni problemi della sessualità dipendessero da conflitti inconsci e fossero causa di profondi disagi emotivi, anche se altri avevano origini più superficiali.

Nell’applicare le tecniche mansionali (tipiche della terapia sessuale) ella aveva notato delle “resistenze alla guarigione”, che non potevano essere conseguenza delle mansioni assegnate. Per queste ragioni sentì il bisogno di integrare le tecniche mansionali con un parallelo trattamento psicoanalitico e, a volte, anche con la prescrizione di farmaci. Il suo approccio fu definito “terapia psicosessuale” e non semplicementemente “terapia sessuale”, proprio perché la psicologia le appariva imprescindibile nell’affrontare la maggior parte delle disfunzioni sessuali.

Ciò nonostante nel 1995 (poco prima di morire), non mancò di stupire quando, partecipando al programma televisivo Getting Healthy, la Kaplan criticò esplicitamente il modo troppo psicologico di considerare le disfunzioni sessuali. L’eiaculazione precoce, ad esempio: disse che era un “nonsense” parlare di odio per la madre, odio per le donne… Si trattava semplicemente di una “learned disability“, una disabilità appresa. Era inutile investigare il passato del paziente, le sue relazioni familiari e scoprire come avesse fatto a diventare la persona complicata che era: l’EP poteva spiegarsi più facilmente con le leggi della meccanica: esattamente come accendere un interruttore.

In alcuni momenti della sua carriera sembra che il suo obiettivo, come raccontarono alcuni collaboratori, fosse diventato quello di trovare il modo per ridurre la terapia sessuale ad una sola seduta (Forse aveva poco tempo e troppe richieste da soddisfare?)

Un altro aspetto controverso della sua attività professionale fu quello di ritenere che dare il testosterone alle donne fosse l’unico mezzo per ricreare in loro il desiderio sessuale: lei pensava che fosse giusto così e lo fece, anche se il metodo incontrò molte critiche.

Le “nuove terapie sessuali” della Kaplan appaiono, malgrado tutto, ancora vitalissime: da esse trae origine la “psicoterapia mansionale integrata”, che viene ancora oggi utilizzata per curare i disturbi della risposta sessuale e la relazione nelle coppie disfunzionali, con risultati altamente positivi.

Perché allora la signora Helen Singer può deluderci, mentre la Dottoressa Kaplan no?

Forse è come diceva lo scrittore Venjamin Kaverin:

Un’attenta lettura delle opere di uno scrittore fa capire molto di più la sua personalità che la conoscenza della sua biografia, perché in quest’ultima si riflette quel che egli ha in comune con il resto dell’umanità, nelle sue opere invece quello che ha di diverso

.Dr. Giuliana Proietti

Fonti:

Dr. Helen Kaplan, 66, Dies; Pioneer in Sex Therapy Field, New York Times

Lazarus, Charles, Encyclopedia.com

Charles P. Lazarus – Founder of TOYS”R”US, inc., Toys Rusinc

TOYS ‘R’ US big accused of abuse, Daily News

Toys r his, and the art too? New York Magazine 15 set 1997

The sex doctor and the toy tycoon, New York Magazine, 3 febbraio 1997

Harold Kaplan, Wikipedia

Deaths KAPLAN, HAROLD I., M.D., New York Times

Howard Fast, Wikipedia

Sidney Harman, Wikipedia

Pubblicato anche su Huffington Post

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Sessualità e disabilità

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ID 100182055 300x199 Sessualità e disabilità

La sessualità è parte integrante della personalità di ogni essere umano. Il suo pieno sviluppo dipende dalle soddisfazioni dei bisogni umani basilari come il desiderio di contatto, intimità, espressione emozionale, piacere, tenerezza e amore.
La sessualità si costruisce attraverso l’interazione tra l’individuo e le strutture sociali.
L’intero sviluppo della sessualità è essenziale per il benessere individuale, interpersonale e sociale.
I diritti sessuali sono diritti umani universali basati sulla libertà, sulla dignità e sull’uguaglianza propri di ogni essere umano.
Essendo la salute un diritto umano fondamentale, la salute sessuale deve essere un diritto umano basilare.

Carta dei diritti sessuali, Hong Kong, 1999

La sessualità è, come spiega l’OMS (2006), più di un semplice contatto genitale e può essere vissuta ed espressa in pensieri, fantasie, desideri, credenze, atteggiamenti, valori, comportamenti, pratiche, ruoli e relazioni. Inoltre, la sessualità è influenzata dall’interazione di fattori biologici, psicologici, sociali, economici, politici, culturali, etici, giuridici, storici, religiosi e spirituali. La sessualità può includere tutte queste dimensioni, ma non tutte sono sempre vissute o espresse.

La salute sessuale e riproduttiva non è solo assenza di malattia ma è uno stato di benessere fisico, emotivo, mentale e sociale legato alla sessualità e alla riproduzione. La salute sessuale e riproduttiva (SRH) richiede un approccio positivo e rispettoso della sessualità e delle relazioni sessuali, così come la possibilità di avere esperienze sessuali piacevoli e sicure, senza coercizione, discriminazione e violenza. La salute sessuale e riproduttiva è un diritto umano fondamentale di ogni persona (Conferenza internazionale sulla popolazione e lo sviluppo, 1994).

La disabilità  può essere dovuta a una causa genetica (ereditaria), altre volte dipende da difficoltà che si sono verificate durante il parto, oppure dopo una malattia o un incidente. Acquisire la disabilità richiede un processo di adattamento fisico e psicologico notevole: si tratta di modificare l’idea che si ha del proprio corpo, dello spazio intorno a sé, delle interazioni con gli altri, della propria autonomia. Il termine “persone con disabilità “si applica a tutte le persone che hanno minorazioni fisiche, mentali, intellettuali o sensoriali a lungo termine che in interazione con varie barriere possono impedire la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su una base di eguaglianza con gli altri.  (Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, 2006)

Il concetto di disabilità si è allontanato, negli ultimi anni dal modello medico tradizionale ed è diventato un modello più “sociale”. Il modello medico si concentra infatti sui disturbi specifici come principali fattori di inibizione alla piena partecipazione del disabile alla società. Negli anni settanta questo modello prevalentemente medico è stato superato da queste nuove teorie che ritengono più valido un modello interpretativo basato sul sociale, dove le barriere che creano condizioni di esclusione del disabile non sono soprattutto fisiche, ma attitudinali ed ambientali.
L’obiettivo di questo modello, quindi, è quello di cambiare la società per soddisfare le esigenze delle persone con disabilità, considerandole come cittadini uguali agli altri, invece di concentrarsi su ciò che li rende diversi dagli altri (Gannon & Nolan, 2006). Il modello sociale di disabilità è un approccio che affronta con maggiore determinazione le disuguaglianze vissute dalle persone con disabilità. Tuttavia, è da ritenersi un modello ancora insufficiente in quanto dimentica che, nel gruppo emarginato dei disabili, le donne disabili rappresentano un sottogruppo ancora più emarginato: le donne disabili sono più povere, hanno minore accesso all’istruzione, devono affrontare interventi medici per controllare la loro fertilità e spesso vivono l’esperienza della
violenza sessuale (Meekosha, 2005).

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità (CRPD) nel 2006: si tratta di uno strumento particolarmente utile in quanto agli articoli 23 e 25 prevede esplicitamente il diritto alla sessualità e ai servizi di salute sessuale per le persone con disabilità (quando ad esempio chiede di: 1) eliminare le discriminazioni contro le persone con disabilità in tutte le questioni che riguardano il matrimonio, la famiglia, la paternità e le relazioni personali, sulla base di eguaglianza con gli altri, 2) diritto di ogni persona con disabilità, che sia in età di matrimonio, di sposarsi e fondare una famiglia sulla base del consenso libero e pieno dei contraenti; 3) diritti delle persone con disabilità di decidere liberamente e responsabilmente riguardo al numero dei figli e all’intervallo tra la natalità di un figlio e l’altro 4) di avere accesso in modo appropriato secondo l’età alle informazioni, in materia di procreazione e pianificazione familiare, e siano forniti i mezzi necessari a consentire loro di esercitare tali diritti, ecc.)

La sessualità dei disabili è spesso oggetto di falsi miti, come ad esempio: 1) tutte le persone disabili hanno gli stessi bisogni, 2) tutte le persone disabili sono eterosessuali, 3) tutte le persone disabili sono asessuate o iper-sessuali, 4) l’educazione sessuale incoraggerebbe comportamenti sessuali scorretti,  5) le persone intellettualmente disabili sono incapaci di comprendere la sessualità, 6) le persone fisicamente disabili non sono in grado di avere rapporti sessuali, 7) le persone disabili non possono / non devono essere genitori, ecc. Molte di queste credenze, piuttosto diffuse, sono totalmente false e riflettono pregiudizi ed ignoranza. In primis la sessualità viene vista erroneamente soprattutto nel rapporto penetrativo, dimenticando che molto piacere può essere ricavato dal semplice guardare un corpo nudo, accarezzarlo, oppure sentirsi accarezzati e coccolati. Questi piaceri potrebbero essere facilmente accessibili ai disabili, ma un forte tabù sociale impedisce di ritenere la sessualità dei disabili un vero problema. Va anche detto che gli individui disabili possono inoltre in molti casi avere relazioni sessuali “normali”: anche coloro che hanno lesioni spinali possono godere di una normale vita sessuale, così come essere in grado di avere dei figli. Inoltre, essi possono gestire le responsabilità genitoriali come altri genitori normodotati. Tuttavia, essi possono mostrare esigenze diverse nell’attività sessuale, in base alle limitazioni che trovano nel movimento o ai dolori che sentono nel corpo, assumendo determinate posizioni.

Il tasso di soddisfazione sessuale nelle coppie che hanno vissuto la disabilità dopo il matrimonio è più alto se la disabilità è stata affrontata dopo il matrimonio (Crewe & Krause, 1988). La disabilità affrontata prima del matrimonio fa si che uno dei partner diventi il caregiver dell’altro, con un impatto negativo sul rapporto di lunga durata. Se il partner con handicap è di sesso femminile, si registra una maggiore probabilità di divorzio. Rapporti affettivi e sessuali dei disabili con i normodotati. In uno studio di Miller et al. (2009) si è visto che i normodotati sono più disponibili ad intrattenere relazioni affettive e sessuali con persone con disabilità fisiche e meno disposti a stringere relazioni con persone con disabilità psichiche. Inoltre, i normodotati sembrano disposti ad avere rapporti con i disabili, ma non in relazioni a lungo-termine, che prevedono la possibilità di un matrimonio e della nascita di figli.

Le persone con disabilità intellettiva meritano un discorso a parte: queste persone in genere non hanno accesso all’educazione sessuale che viene impartita ai normodotati (ed è reso loro difficile frequentare spazi sociali nei quali incontrare gente e farsi degli amici di entrambi i sessi, come a scuola, nei bar o in altri locali pubblici). La loro difficoltà dunque nasce anzitutto dal non aver potuto apprendere le regole sociali, cioè la differenza fra comportamenti pubblici e privati. Sono poi delle persone dipendenti da altri per molti aspetti della vita quotidiana, per cui mancano anche di fiducia in sé stessi, seguiti come sono da accompagnatori che tendono a considerarli eterni bambini e persone che non devono accedere alla sessualità. Molto spesso i badanti vedono la sessualità del disabile come qualcosa da temere e da tenere sotto controllo: questi disabili non possono dunque comportarsi liberamente e spesso è loro negata la necessaria privacy anche per l’autoerotismo. Questo potrebbe comportare il bisogno del disabile di esprimere la sua sessualità in luoghi in cui non si sente controllato o oppresso, come nei parchi o nei luoghi pubblici, masturbandosi in pubblico, o molestando i compagni di gioco. Un altro problema è quello dell’accesso ai contraccettivi. I soggetti con sindrome di Down hanno una minore fertilità rispetto ai normodotati, ma altri sono invece fertili e a volte potrebbero anche desiderare di avere un figlio (per questo molte donne vengono sterilizzate a loro insaputa). Stesse difficoltà sono presenti per quanto riguarda l’informazione sulle malattie a trasmissione sessuale: spesso questi disabili sono oggetto di violenza sessuale e di stupro (specialmente le donne), per cui sarebbe invece opportuna una educazione sessuale per comprendere cosa è accettabile e cosa non lo è, nell’essere toccati da altre persone, imparando a protestare ed interrompere i comportamenti di abuso, quando fosse necessario. Va detto che queste persone, avendo un grande bisogno di attività sessuale, oltre che di attenzioni e affetto, possono consentire inizialmente a delle attività sessuali compiute sul loro corpo, senza rendersi pienamente conto di quanto sta accadendo: le ricerche mostrano che le aggressioni sessuali sulle persone con disabilità mentale hanno minore probabilità di essere denunciate, per la difficoltà che hanno questi soggetti a comunicare con altri e a comprendere le dinamiche del comportamento abusante, data anche la conoscenza limitata che hanno della vita.

Dr. Giuliana Proietti

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Le disfunzioni sessuali e il DSM-5

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Dsm 5 released big changes dsm5 219x300 Le disfunzioni sessuali e il DSM 5Introduzione

Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM), altresì conosciuto come la “Bibbia degli Psichiatri” è un manuale in costante evoluzione, a partire dal 1952, quando uscì la prima edizione, che constava di 60 categorie diagnostiche. I criteri utilizzati nel DSM per le disfunzioni sessuali riflettono il pensiero psichiatrico prevalente nel momento della sua pubblicazione: da qui il bisogno frequente di aggiornare il manuale che si è verificato nel corso degli anni e che, almeno in teoria, riflette i progressi nella comprensione dei disturbi sessuali. (In teoria, perché molti critici sostengono che alcune patologie inserite nei vari DSM sono del tutto arbitrarie e inventate a tavolino, su indicazione delle case farmaceutiche).

Nella prima edizione del DSM, nel 1952, impotenza e frigidità venivano ad esempio indicate come ” disturbi psicofisiologici autonomi e viscerali “. Allo stesso modo, le categorie diagnostiche per la sessualità femminile descritte nel DSM IV del 1994 si basavano sul modello di risposta sessuale umana proposta da Masters e Johnson e ulteriormente sviluppato dalla Kaplan.  Nuove ricerche hanno ora messo in discussione la validità di tale modello: sia la rigorosa distinzione tra le diverse fasi di eccitazione, sia il modello lineare della risposta sessuale si ritiene non spieghino in modo adeguato il comportamento sessuale, in particolare quello femminile. Queste considerazioni hanno a loro volta portato a diversi cambiamenti nei criteri diagnostici che indicano le disfunzioni sessuali.

Il DSM-5, pubblicato nel maggio del 2013, tiene conto delle considerazioni di cui sopra, apportando modifiche nel capitolo delle disfunzioni sessuali, nel tentativo di correggere, ampliare e chiarire le diverse diagnosi e i rispettivi criteri.

Criteri applicabili a tutte le diagnosi

Quanto ai tempi, le disfunzioni sessuali presenti nel DSM-5 richiedono ora una durata minima di 6 mesi e una frequenza del 75% -100%, cioè devono verificarsi la maggior parte delle volte, se non tutte. (Queste innovazioni tentano di correggere ciò che è stato visto come un difetto nei criteri diagnostici delle disfunzioni sessuali del DSM-IV, rispetto ad altri disturbi che avevano i requisiti della durata). Il disturbo deve inoltre provocare un “significativo stress” (questa dizione sostituisce la precedente che faceva riferimento alle “difficoltà interpersonali”), con disturbi psicosomatici correlati. Se il disturbo non provoca problemi alla persona che lo manifesta, non può essere fatta la diagnosi di disfunzione sessuale.

E’ stato inserito un nuovo criterio di esclusione: il disturbo non deve essere spiegato come un “disturbo psichico non a carattere sessuale”, oppure come la conseguenza di una relazione di coppia particolarmente stressante (ad esempio quando uno dei due partner è violento) e non vi devono essere ulteriori condizioni particolarmente stressanti. Se la disfunzione sessuale dipende dunque da un disturbo psichico diverso dalle problematiche tipicamente sessuali non può essere fatta la diagnosi, così come, ad esempio, non si può parlare di “disfunzione erettile” se si hanno rapporti con una persona con la quale si vive un rapporto altamente conflittuale.

E’ stata inserita inoltre una scala che misura la gravità del disturbo: lieve, moderato o severo.

E’ stata soppressa la dizione “dovuto a fattori psicologici o ad una combinazione di fattori”, dal momento che l’APA ha giudicato questa differenziazione come una falsa dicotomia, fra disturbi psicologici e organici, che sono spesso entrambi presenti.

E’ stato introdotto un nuovo gruppo di criteri chiamati “fattori associati”, suddiviso in 5 categorie: 1) fattori relativi al partner (problemi sessuali del partner, stato di salute del partner), 2) fattori relativi alla relazione (scarsa comunicazione, disaccordi circa il desiderio di avere rapporti, 3) fattori di vulnerabilità individuale (abusi sessuali subiti, scarsa considerazione della propria immagine), altri disturbi psichici (ansia, depressione), presenza di fattori stressanti (perdita del lavoro, lutto), 4) fattori culturali o religiosi (inibizioni dovute a proibizioni dell’attività sessuale o del piacere sessuale), 5) fattori medici rilevanti relativi a prognosi e trattamenti per altre malattie.

Disfunzioni sessuali maschili e femminili

La classificazione dei disturbi sessuali è stata semplificata: ora ci sono solo tre disfunzioni sessuali per la donna e 4 per gli uomini (contro le cinque e sei, rispettivamente, del DSM-IV).

Per le donne sono: 1) disturbo dell’interesse e dell’eccitazione (che comprende i precedenti disturbi del desiderio e disturbi dell’eccitazione), 2) disturbo da dolore/penetrazione genitopelvico (che comprende i precedenti dispareunia e vaginismo) e 3) disturbo dell’orgasmo femminile, che è rimasto invariato.

Per gli uomini: 1) disturbo da desiderio sessuale ipoattivo, nuovamente introdotto per gli uomini (nel DSM-III-R era chiamato “inibizione del desiderio sessuale” e nel DMS-IV era stato suddiviso in “desiderio sessuale ipoattivo” e “disturbo da avversione sessuale”; questo ultimo è stato cancellato dal DSM-5) 2) disturbo da eiaculazione ritardata (ex disturbo dell’orgasmo maschile), 3) disturbo erettile (che ha perso, giustamente, l’aggettivo “maschile”) e 4) disturbo dell’eiaculazione precoce, che è rimasto invariato. La dispareunia maschile o il dolore sessuale maschile sono scomparsi dal manuale.

Disfunzioni individuali

I criteri “A” specifici per la diagnosi sono stati modificati ed è stata introdotta, come per altri disturbi mentali, una lista di sintomi, di cui il paziente deve presentarne almeno tre per poter soddisfare la diagnosi.

Ad esempio, per il nuovo disturbo dell’interesse e dell’eccitazione sessuale femminile, i criteri sono: interesse sessuale assente o ridotto, assenza di pensieri o fantasie erotiche (come nel vecchio disturbo da desiderio sessuale ipoattivo), cui si aggiungono: attività assenti o ridotte in quattro aspetti della vita sessuale: inizio dell’attività sessuale o risposta al tentativo del partner di iniziarla, assenza di eccitazione e piacere sessuale, assenza di risposta agli stimoli sessuali, assenza di sensazioni, genitali o non genitali, durante l’attività sessuale. Per soddisfare la diagnosi di disturbo dell’interesse e dell’eccitazione sessuale femminile è necessaria la presenza di almeno tre di questi criteri.

Il disturbo dell’orgasmo femminile, presente anche nella scorsa edizione del manuale, deve presentarsi il 75-100% delle volte e deve essere caratterizzato dall’assenza o dal ritardo nel raggiungere l’orgasmo, così come dalla sua stabile rarità.

Il disturbo da penetrazione genito-pelvica deve riguardare almeno uno di questi sintomi: difficoltà nella penetrazione vaginale, marcato dolore vulvovaginale durante la penetrazione o i tentativi di penetrazione, paura o ansia prima, durante o dopo la penetrazione, tensione muscolare durante i tentativi di penetrazione.

Le richieste per il disturbo maschile da desiderio sessuale ipoattivo sono le stesse indicate genericamente nel Dsm-IV.

I criteri per il disturbo erettile sono simili a quelli della scorsa edizione, se non per il necessario sintomo della perdita della rigidità e della presenza del sintomo il 75-100% delle volte.

I criteri dell’eiaculazione precoce o ritardata rimangono invariati, se non per l’aggiunta che l’eiaculazione precoce è tale se avviene entro un minuto dalla penetrazione in vagina. Per l’eiaculazione precoce in rapporti diversi da quelli vaginali non viene indicato un criterio relativo al tempo.

I criteri del 75-100% delle volte e dei 6 mesi non vengono applicati alla disfunzione sessuale dovuta all’uso di farmaci e sostanze.

Cancellazioni

Sono stati cancellati dal DSM-5 la disfunzione sessuale dovuta a condizioni mediche generali e il disturbo da avversione sessuale (perché di scarsa evidenza scientifica. Inoltre, è stato osservato che l’avversione sessuale condivide una serie di analogie con le fobie e altri disturbi d’ansia e, pertanto, non poteva appartenere al capitolo delle disfunzioni sessuali).

Considerazioni

Anche se molti dei cambiamenti sono quasi impercettibili, altri sono invece piuttosto rilevanti: probabilmente, uno dei più importanti riguarda la fusione dei disturbi sessuali femminili del desiderio e dell’eccitazione, accorpati nella diagnosi di ” disturbo sessuale femminile dell’interesse sessuale e dell’eccitazione “. Molte ricerche hanno infatti suggerito che la separazione fra disturbo del desiderio e disturbo dell’eccitazione fosse del tutto artificiale. E’ stata infatti dimostrata un’elevata comorbilità nei disturbi del desiderio e dell’eccitazione, sia negli uomini, sia nelle donne. La risposta degli specialisti a questi cambiamenti non è stata sempre positiva: alcuni autori affermano infatti che i nuovi criteri escludono un numero eccessivamente elevato di casi.  Inoltre, è stato osservato che la maggior parte delle donne con disturbi dell’eccitazione sessuale non soddisfano nessuna delle proposte dei criteri “A” per il nuovo disturbo dell’interesse sessale e dell’eccitazione e dunque saranno escluse dalla diagnosi.

Un altro cambiamento importante è quello della fusione delle diagnosi di dispareunia e vaginismo in un’unica voce, denominata disturbo da dolore e  penetrazione genito-pelvica. Tale decisione si è basata sul fatto che i due disturbi non riescono a differenziarsi in modo affidabile, per due motivi principali. In primo luogo, la formulazione della diagnosi di vaginismo come “spasmo muscolare vaginale” non è stata suffragata da sufficienti prove empiriche. In secondo luogo, la paura del dolore o la paura della penetrazione sono comuni nelle descrizioni cliniche del vaginismo. (La Kaplan ne parla come «evitamento fobico», mentre Carvalho et al.,ritengono che le diagnosi di vaginismo e dispareunia siano molto spesso sovrapposte). Una conseguenza dell’accorpamento delle due diagnosi è la cancellazione della dispareunia maschile, oltre tutto perché la si è ritenuta estremamente rara.

Il DSM-5 prende in considerazione anche i fattori collaterali che possono influire sulla disfunzione sessuale, come ad esempio le difficoltà relazionali, i fattori di vulnerabilità psicologica individuale (ad esempio storie di abuso, problemi di autostima, di scarsa accettazione di sé, ecc.), così come la comorbilità con altre sintomatologie, quali la depressione, l’ansia e l’alessitimia (cioè l’incapacità di elaborare le emozioni), oltre ai fattori culturali e religiosi.

Dr. Giuliana Proietti

Fonte:

DSM-5 Changes in Diagnostic Criteria of Sexual Dysfunctions, Reproductive System  and Sexual Disorders

Immagine:
Wikimedia

 

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Il lato femminile della virilità

Dr. Agnes Giard

Agnès Giard sta facendo un dottorato presso l’Università di Nanterre, nel dipartimento di antropologia.
Studia nel frattempo la cultura giapponese ed ha pubblicato dei libri sulla concezione giapponese del corpo umano.
Leggi la sua biografia completa, in francese.

travestimento Il lato femminile della virilità

C’è una comunità di eterosessuali che rivendica il  proprio status di uomini-oggetti. Essi indossano biancheria intima femminile, calze a rete e reggiseni anche sotto i loro abiti da lavoro. E’ un modo di gratificarsi, godendo nel sentirsi “femminilizzati” (“Sissy” n.d.t.)

Un articolo pubblicato su Liberation il 31 maggio 2013 mostrava stupore nel constatare che alcuni uomini eterosessuali desiderassero indossare reggiseni, baby doll o mutandine con giarrettiere… Un po’ come se il travestimento fosse necessariamente un segno di omosessualità.

Ma ecco, tra loro ci sono anche uomini che preferiscono l’altro sesso… Al punto di voler mettersi al posto della donna. Per andare al lavoro, alcuni di loro indossano belle mutandine di seta rosa, le quali, sfregandosi contro i testicoli danno loro un inquietante turbamento… Godono nel sentirsi donne nel segreto di quest’alcova simbolica. Si masturbano, senza toccarsi, solo attraverso il contatto con questa lingerie lucida e vellutata da cui traboccano i loro genitali… Essi si definiscono “effeminati”.

E quando rientrano a casa, questi uomini sono inebriati nel poter invertire il modello dei ruoli, giocando a fare la cameriera o anche la escort a domicilio della donna con la quale condividono la loro vita… Anche solo per una serata decisa in anticipo, immersa in un contesto. Fantasticare sull’essere una donna oggetto può essere per loro molto virile. Ma questi uomini non si curano (né in genere lo fanno le loro compagne) dei discorsi ufficiali che condannano questo tipo di fantasie. Perché essi sanno che le fantasie sono intrinsecamente trasgressive. Il piacere del travestimento amplifica spesso un piacere masochistico: è così umiliante per questi uomini travestirsi con la biancheria di cui amano adornarsi, che per loro essa non è mai abbastanza femminile, rosa o volgare.

L’unica cosa che potrebbe essere dunque rimproverata alla biancheria della ditta Homme Mystère è che essa rimane troppo sobria rispetto alla maggior parte delle fantasie dei travestiti: essi sognano delle rotondità (per arrotondare le natiche), delle trasparenze (per svelare l’ano palpitante), dei piccoli lacci sui lati (per farsi spogliare più facilmente) e altre mille e stupide frivolezze che danno alle mutandine il loro valore stigmatizzante. Per loro, indossare la biancheria intima del sesso opposto è come offrirsi alla donna, soprattutto se questa lingerie è di raso, di seta o di un materiale simile (cioè provocante), tagliata in modo da mettere in evidenza le natiche o le curve dei fianchi e procuri, all’interno, delle dolci carezze da parte di diversi modelli di pellicce di lattice… Essi fanno riferimento principalmente a questo genere di siti: Woman in me, Barbi Satin o Secret de Dames.

Alcuni, per superare le loro inibizioni, frequentano anche delle dominatrici specializzate nella femminilizzazione, che li travestono a forza (loro fanno finta di non volerlo) li truccano, li costringono a camminare sui tacchi alti, quindi li puniscono (“piccola sciocca!”) facendogli subire l’equivalente stilizzato di uno stupro, perché tale è la triste sorte delle donne.  Esse vengono cresciute con giocattoli rosa, nell’idea che – per piacere – si debba solo essere dolci e lasciare fare all’altro. Lasciare che l’altro prenda l’iniziativa. Lasciare l’altro indovinare quello che si desidera… E se lui sbaglia, ah.

Per gli uomini che amano il travestimento, niente è più emozionante dell’inversione dei ruoli. Vorrebbero essere trattati come bambole belle e passive e masturbarsi all’idea che un giorno, come un principe azzurro, una donna eserciti su di loro il proprio potere di sottomissione. Li costringa a comprare mutandine in un grande magazzino. Li prenda con forza mentre sono vestiti in un abito da principessa. Li usi come fossero dei semplici giocattoli. In attesa di trovare questa donna da sogno, essi ascoltano delle radio in cui si fa travestitismo ipnotico (esistono), o guardano video porno per effeminati o… Indossano la biancheria intima femminile, sperando che una signora possa incontrarli un giorno e trovarli molto eccitanti.

Dr. Agnès Giard
Traduzione autorizzata di psicolinea.it

Articolo originale:
Le côté femelle de la virilité ,Les 400 culs, Liberation

Immagine:
Cvjetichologue, Flickr

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Morta Virginia Johnson. Chi erano i sessuologi Masters e Johnson

Dr. Giuliana Proietti

Psicoterapeuta-Sessuologa at Ellepi Associati Ancona
● Psicologa-psicoterapeuta (attività libero-professionale in Ancona)
● Responsabile scientifico del sito www.psicolinea.it
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● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale
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● Esperienza in psicologia del lavoro (Orientamento e Selezione del Personale)
● Co-fondatrice del sito Clinica della Timidezza e dell’attività ad essa collegata, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali.

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Masters e Johnson Morta Virginia Johnson. Chi erano i sessuologi Masters e JohnsonVirginia Johnson è venuta a mancare lo scorso 25 luglio, all’età di 88 anni: era considerata una delle scienziate più influenti del secolo scorso, in quanto fu la prima donna ad interessarsi di sessuologia a livello scientifico, insieme al marito e collega William Masters. I due studiosi crearono infatti le basi su cui poté nascere la “rivoluzione sessuale” negli anni sessanta, cioè quell’evento socio-culturale che riuscì a modificare le abitudini sessuali in tutto il mondo occidentale.

Prima di loro si era distinto nella ricerca sessuologica solo il lavoro di Alfred Kinsey, svolto negli anni Trenta e Quaranta. Kinsey, per studiare la sessualità, si era servito solo di questionari, mentre Masters e Johnson fecero un salto di qualità, studiando l’attività sessuale in situazioni di laboratorio, attraverso l’uso di strumenti tecnologici per misurare le reazioni fisiologiche durante l’orgasmo. I dati sulla sessualità non venivano più dunque semplicemente riferiti dagli interessati, ma essi venivano studiati attraverso l’osservazione diretta, nel coito e nell’autoerotismo (circa 10.000 osservazioni cliniche della fase orgasmica, su 382 donne e 312 uomini fra i 18 e gli 89 anni).

Attraverso un poligrafo venivano registrati numerosi dati, come il battito cardiaco, l’attività cerebrale e il metabolismo. Vennero anche creati strumenti tecnologici ad hoc per compiere le ricerche, come nel caso del fallo mobile in plexiglas con telecamera incorporata, chiamato “Ulisse”. Queste loro ricerche durarono in tutto circa 11 anni.

Se Kinsey aveva dunque turbato i suoi lettori raccontando che anche le donne si masturbavano, Masters e Johnson stupirono i loro, spiegando che il livello massimo di eccitazione sessuale femminile lo si raggiunge durante la masturbazione e non durante il coito, dal momento che l’organo principale del piacere nella donna è il clitoride e non la vagina (anche se la vagina è un organo sensibile che risponde alla stimolazione sessuale e che, insieme al clitoride, consente la risposta sessuale femminile). I due studiosi spiegarono che “la femmina umana spesso non è soddisfatta di una sola esperienza orgasmica negli episodi di automanipolazione del clitoride. Se non vi è una tensione psicosociale che viene a reprimere l’eccitazione sessuale, molte donne mature possono godere di tre, quattro esperienze orgasmiche, prima di raggiungere un apparente senso di appagamento”..

La sessualità femminile dunque, in seguito a queste osservazioni, risultava essere, per le potenzialità orgasmiche e la complessità degli organi interessati al piacere, superiore o quanto meno uguale a quella maschile. Questo concetto fu utilizzato dalle femministe per rivendicare il loro diritto alla sessualità e al piacere sessuale. (Peraltro, la stessa definizione di risposta sessuale “umana” implicava un riconoscimento di parità fra i generi).

Nella terapia sessuale, Masters e Johnson enfatizzarono il possibile trattamento dei sintomi, superando così la visione freudiana, teorica e clinica, che riteneva i disturbi sessuali come una conseguenza di uno sviluppo psicosessuale problematico.

I due sessuologi non avevano la stessa formazione di base. Masters infatti era un ginecologo (si interessava di terapia ormonale sostitutiva nelle donne in post menopausa) presso la Washington University, a St Louis, mentre la Johnson non aveva titoli accademici, ma solo intelligenza, spigliatezza e buona volontà.

William Masters aveva iniziato i suoi studi sull’attività sessuale negli anni cinquanta, osservando il comportamento di persone (uomini e donne) dedite alla prostituzione. Il suo interesse nasceva dal fatto che la funzione sessuale era all’epoca l’unica a non essere stata ancora studiata.

Ad un certo punto però il Dottor Masters sentì l’esigenza di avere una collaboratrice donna per continuare le sue ricerche (anche a causa di una sua introversione, che non gli permetteva di relazionarsi positivamente con le persone che intendeva studiare). La sua scelta cadde dunque su Virginia Johnson, la quale lo colpì per la sua intelligenza, maturità ed estroversione.

La Johnson, quando incontrò Masters, si era appena iscritta alla facoltà di sociologia ed era pluridivorziata (aveva sposato un politico del Missouri, matrimonio che durò due giorni, poi un avvocato più anziano di lei ed infine, nel periodo 1950-1956, George Virgil Johnson, da cui prese il cognome, un musicista dal quale ebbe due figli). In passato la Johnson era stata pianista e cantante di musica Country, con il vero nome di Virginia Eshelman, o con il nome d’arte di Virginia Gibson.

Da collaboratrice, nel senso di segretaria, in poco tempo la Johnson divenne collaboratrice scientifica del Dr. Masters e poi sua moglie (nel 1971). La leggenda vuole che i due abbiano fatto sesso insieme, subito dopo aver iniziato la collaborazione, su richiesta di lui, “per comprendere meglio tutto quello che poi avrebbero appreso durante l’osservazione”.

L’esperienza sessuale, secondo la ricerca di Masters e Johnson, consta di 4 fasi: fase di eccitazione, fase di plateau, orgasmo e risoluzione; questi risultati cominciarono ad essere pubblicati su riviste scientifiche nella metà degli anni Sessanta, ma la notorietà arrivò con il libro “La risposta sessuale umana” (1966), scritto in freddo linguaggio medico e pubblicizzato solamente fra gli addetti ai lavori, ma che divenne subito un best seller, vendendo più di 500.000 copie in pochi mesi.

Nel 1970 i due ricercatori pubblicarono un secondo libro: “Inadeguatezza sessuale umana” in cui si occupavano di disfunzioni sessuali, maschili e femminili (in particolare l’eiaculazione precoce e la disfunzione erettile nell’uomo e l’anorgasmia nelle donne), creando così le basi per la moderna scienza sessuologica.

Il merito principale di queste ricerche è stato indubbiamente quello di rendere l’aspetto fisico della sessualità un argomento di studio, di cui si poteva parlare apertamente; il secondo merito è stato quello di aver approfondito la conoscenza della sessualità femminile, dimostrando che anche le donne hanno desiderio e eccitazione sessuale e che non aveva fondamento scientifico la concezione freudiana dell’orgasmo clitorideo come “immaturo” rispetto a quello vaginale, che era invece quello “normale”.

Il lavoro dei due sessuologi è stato anche molto criticato, specialmente quando la coppia rivolse le sue osservazioni alla sessualità omosessuale e alle relative terapie messe a punto nel periodo 1968-1977 presso il Masters and Johnson Institute, di cui erano fondatori e co-direttori. I due sessuologi definirono infatti un programma per rendere eterosessuali dei soggetti omosessuali (strano, ma vero, la famigerata “terapia di conversione” l’hanno inventata loro!)

Queste teorie furono pubblicate nel libro Omosessualità in prospettiva, un libro criticato sia dal punto di vista etico che clinico. A questo flop ne seguì un altro: il libro di Masters e Johnson sull’epidemia di AIDS, di cui si sapeva ancora pochissimo, Crisi: Comportamento eterosessuale al tempo dell’AIDS (1988) fu giudicato inaccurato ed eccessivamente allarmista. A questo punto la comunità medica sembrò rivoltarsi contro i due pionieri della sessuologia e, di conseguenza, anche i pazienti cominciarono a diminuire, mettendo in crisi il Masters and Johnson Institute ed anche la loro vita di coppia.

Il loro matrimonio terminò infatti nel 1992, quando Masters decise di lasciare Virginia per sposare una vedova che lui, a seguito di un flirt estivo avvenuto nel 1938, considerava l’unico vero amore della sua vita. Altre ricostruzioni dicono che la Johnson fosse stanca di pensare sempre al lavoro e che, al contrario del marito, preferisse godersi la famiglia e il tempo libero. I due rimasero sempre in buoni rapporti e continuarono a collaborare insieme, ma la loro separazione fu sicuramente clamorosa: dopo aver condotto personalmente terapie di coppia a tantissime coppie con problemi sessuali, dopo aver formato schiere di terapeuti della coppia, ora anche Masters e Johnson si separavano… Come dichiararono in un’intervista, i due sessuologi si divertirono molto al pensiero che la gente potesse pensare che loro stessi avessero avuto un problema sessuale.

Il Masters and Johnson Institute fu chiuso (1994), e Virginia Johnson si mise in proprio nel Virginia Johnson Masters Learning Center a Creve Coeur, nel Missouri, nel quale continuò a studiare le disfunzioni sessuali.

William Masters morì nel 2001, a 85 anni dopo essersi ammalato di Parkinson. La coppia ha avuto anche due figli (uno dei quali è stato recentemente protagonista di uno squallido fatto di cronaca).

A parte le luci e le ombre su questi due scienziati, di una cosa possiamo essere comunque certi: se oggi parliamo con disinvoltura di disfunzioni sessuali, di clitoride e di orgasmi, è solo grazie al lavoro di William Masters e Virginia Johnson.

In America, nel prossimo mese di Settembre, verrà trasmesso uno special sulla più famosa coppia di sessuologi del mondo, dal titolo “Master of sex“: speriamo di poterlo vedere presto anche in Italia.

Dr. Giuliana Proietti

Immagine:
Ezio Peterson/Bettmann/Corbis, The Guardian

Pubblicato anche su Huffington Post

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Freud e i peli pubici

Dr. Agnes Giard

Agnès Giard sta facendo un dottorato presso l’Università di Nanterre, nel dipartimento di antropologia.
Studia nel frattempo la cultura giapponese ed ha pubblicato dei libri sulla concezione giapponese del corpo umano.
Leggi la sua biografia completa, in francese.

peli pubici Freud e i peli pubiciIn poesia, i peli pubici sono spesso paragonati all’erba o ad una pelliccia. Analizzando questa metafora, Freud disse nel 1932 che le donne non hanno probabilmente mai inventato nulla nella storia del genere umano, né la ruota né la scrittura, né il fuoco … nulla, se non la tessitura. Perché la tessitura permetteva loro di coprire le parti vergognose.

Venere

Nel 1932, nella sua nuova Introduzione alla psicoanalisi, Freud afferma:  “Si dice che le donne abbiano fornito pochi contributi alle scoperte e alle invenzioni. Tuttavia esse hanno inventato una tecnica, quella della tessitura e dell’intrecciatura. La natura stessa sembra aver fornito il modello da imitare facendo crescere dei peli sull’organo genitale, mascherandolo. Il progresso che c’era da fare era quello di intrecciare le fibre piantate nella pelle per crearne una specie di feltro”. Per Freud, malgrado il fatto che anche gli uomini possiedono una pelosità genitale, sarebbe stata quella femminile ad aver ispirato l’invenzione della tessitura. C’è un legame logico e privilegiato fra i peli femminili e la tessitura-intrecciatura, dice, perché le donne hanno avuto la necessità di nascondere la loro fessura vulvare dietro un velo pudico…

Da bambino, Freud fu colpito dalla visione furtiva di sua madre nuda, durante un viaggio a Lipsia. Questo fatto può essere esplicativo? Da adulto, Freud dice che la nudità femminile è una visione terrificante. In Touche pas à mon sexe (Non toccate il mio sesso), Gérard Zwang, citando la storia, rileva l’aspetto misogino di questo trauma, elevato a verità universale. Quando però si tratta di enumerare l’elenco di parole che indicano i peli pubici, Zwang non manca di citare l’inevitabile sequenza di metafore vegetali (“muschio”, “arbusto”, “crescione”, “erba”, “prato “) o animali (“vello”,” angora “,” criniera “,” pelliccia “), che sono intrinsecamente legati a quelle attività che sono la filatura, la tessitura e l’intrecciatura. E’ una coincidenza?

Nella maggior parte delle lingue, il pelo pubico evoca le erbe della pampa che il vento fa ondulare a perdita d’occhio o quei cespugli aggrovigliati in cui ci si deve ritagliare la  strada, quelle foreste nere con ombre minacciose, che nascondono nei loro anfratti creature selvagge o savane popolate di felini, la cui pelliccia color paglia si fonde nella natura circostante … Fibre vegetali e animali si mescolano in quell’universo semantico segnato dall’idea del camuffamento e del pericolo in agguato, dietro uno schermo ingannevole.

Tintin e l’aracnofobia

La nostra lingua (ndt: la lingua francese) è piena di queste metafore che equiparano la donna a una creatura pelosa, coperta di seta, piume o antere, il cui cuore oscuro è nascosto, come in un salicone, in un bozzolo di seta … Questa è forse l’origine dell’ aracnofobia, dicono alcuni psicoanalisti: il ragno, di solito rappresentato come una cosa nera e pelosa, che spesso si nasconde negli anfratti. Si nasconde in fondo alle buche, peloso e talvolta velenoso … come una donna-trappola pronta ad attaccarti i genitali. Come una madre che si rifiuta di farti crescere e di lasciare il nido. E cosa è il ragno se non il migliore tessitore?

L’illustrazione più convincente di questa teoria non è purtroppo presente su internet. Non mi ricordo più il nome dell’analista che ne parlava, ma la teoria si basava sull’analisi di una famosa opera di Hergé:  L’étoile mystérieuse (La stella misteriosa). Hergé apparentemente soffriva di aracnofobia, perché in questo fumetto la parola “ragno” citata 13 volte, è sempre associata con la morte. La storia inizia quando Tintin viene a sapere che una meteora è in procinto di entrare in collisione con la terra. Quando guarda attraverso il telescopio dell’osservatorio (vedi qui la scheda) fa un salto per la paura provata nel vedere un pauroso Epeire tiara (non cliccate il link se avete la fobia dei ragni ) che sembra di correre verso di lui dal fondo dell’abisso stellare.

Il ragno e la castrazione

La visione del mostruoso aracnide dello spazio (in realtà una piccola creatura appesa alla punta del telescopio) traumatizza l’eroe che fa un incubo. In seguito un frammento del meteorite cade sulla terra e si trasforma in un’isola. Tintin passa la notte e si sveglia, orrore, di fronte a un ragno gigante antropofago: l’incubo è diventato realtà … Per lo psicoanalista, la paura di essere mangiati non è estranea al fatto che noi, in un gesto quasi automatico, guardiamo con attenzione nella tavoletta del water per vedere se c’è un ragno… Mettendo in relazione “tavoletta del water = telescopio”, egli osserva che il sogno o il processo immaginario che ci porta ad affrontare le nostre paure, mette spesso in collegamento queste cose, ma in modo mascherato. In chiaro: ciò che rivela il “ragno sulla lente” è il panico all’idea che una cosa disgustosa possa toccare le nostre parti più intime …

La paura delle tarantole e 3000 specie di aracnidi tessitori di ragnatele appiccicose è certamente legata alla paura della castrazione. La parola “castrazione” va intesa nel senso più ampio, come la paura di essere privati ​​di una sessualità adulta e autonoma, ecco perché anche le donne possono avere paura dei ragni. Questo è principalmente il motivo per cui tessere è così fortemente associato a questa cosa profondamente angosciante che si è chiamati a coprire, nascondere e celare …

Al di là della misoginia con cui parla delle donne, Freud analizza le ansie che fanno da sfondo alla nostra società. Cosa c’è di più inquietante di una vulva, se non, forse, una tarantola? Chi dice vulva, dice parto. Chi dice bambino, dice madre e divoramento… Quando costruì nel 1932 questo moderno e confortevole mito sulla tessitura femminile, Freud probabilmente stava cercando di gestire una fobia personale, immaginando che le donne, questi bestiali e pelosi predatori, fossero malgrado tutto capaci di auto-disciplinarsi, per intrecciare i peli, in modo che il loro sesso orribile rimanesse nascosto alla vista.

Dr. Agnès Giard

Traduzione e pubblicazione autorizzata, a cura di psicolinea.it

Articolo originale:

Freud et les poils de pubis, Le 400 culs

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Vlado, Free Digital Photos

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Preservativi nelle carceri: un diritto umano

Dr. Giuliana Proietti

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carcere Preservativi nelle carceri: un diritto umanoI tassi di Hiv nelle carceri italiane sono venti volte più alti che nella comunità al di fuori del carcere e i tassi di epatite C sono ancora più elevati: sin dai primi tempi dell’epidemia di Hiv, è stata riconosciuta l’importanza di introdurre anche in carcere un insieme di interventi sull’Hiv e sull’epatite C, fra cui la fornitura gratuita di preservativi, rispettando le linee guida emanate dall’OMS, le quali sottolineano che “tutti i detenuti hanno il diritto di ricevere le cure per la salute, incluse misure preventive equivalenti a quelle disponibili nella comunità territoriale, senza discriminazione”.

In Italia ben poco si è fatto in questo senso, anche se la situazione “disumana e degradante” della vita in carcere è ormai un fatto noto ed è stata anche citata nel discorso di insediamento della neo eletta Presidente della Camera, Laura Boldrini. Certo, l’introduzione dei preservativi in carcere non rappresenterebbe una rivoluzione copernicana del sistema penitenziario, ma sicuramente sarebbe un segnale importante, per il rispetto della dignità della persona e del diritto umano a proteggersi dalle malattie.

Questo problema tuttavia non è solo italiano, ma è diffuso in molti Paesi del mondo, anche se gli studi condotti sull’argomento dimostrano che ciò che previene dal fornire i preservativi ai carcerati, sono soprattutto dei pregiudizi.

Sul British Medical Journal è stato pubblicato, all’inizio dell’anno, un nuovo studio australiano sull’argomento, condotto dal Professor Tony Butler, della University of New South Wales. Lo studioso da anni si dedica a ricerche sulla vita sessuale in carcere e già in precedenti studi aveva dimostrato che l’introduzione dei preservativi in prigione non provoca, nei fatti, grandi sconvolgimenti negativi.

I contrari all’introduzione dei preservativi in carcere (ve ne sono anche fra i detenuti) temono infatti che il preservativo possa: (a) incoraggiare i detenuti ad avere rapporti sessuali, (b) aumentare gli stupri in carcere, fornendo ai molestatori sessuali una protezione contro le infezioni o la possibilità di non lasciare sulla vittima tracce di DNA, (c) essere usato come arma contro il personale di custodia, (d) dare la sensazione che la maggior parte dei prigionieri siano omosessuali, e (e) portare a ritenere che le prigioni siano luoghi dove promiscuità e omosessualità sono particolarmente diffuse.

Tony Butler ha messo a confronto la vita sessuale di alcuni detenuti, residenti in due diversi carceri australiani: quello del Nuovo Galles del Sud (NSW), nel quale dal 1996 vengono distribuiti 30.000 preservativi al mese, gratuitamente (in seguito ad una class action condotta dagli stessi carcerati) e un altro carcere, quello di Queensland, dove invece non c’è ancora questa disposizione.

Per comprendere l’effetto, nella vita sessuale in carcere, dei preservativi distribuiti gratuitamente, sono stati intervistati complessivamente 2.018 detenuti attraverso il servizio offerto da una società di ricerche di mercato, la quale ha condotto le sue interviste telefoniche via Internet, della durata di 30 minuti. I detenuti, durante l’intervista, erano fisicamente nella sala per le visite, o in una stanza, nella clinica del carcere. A tutti i detenuti è stato garantito che le loro dichiarazioni non sarebbero state in alcun modo registrate. Ogni partecipante ha ricevuto 10 dollari australiani a titolo di risarcimento, come lavoro retribuito in carcere.

La prima cosa da mettere in rilievo, nei risultati ottenuti, è che il preservativo non aumenta l’attività sessuale in carcere, anzi il contrario (tasso di attività sessuale nella prigione di Queensland 8,8%, rispetto a quello della prigione del NSW, che è 5,8%). La stragrande maggioranza del’attività sessuale riportata in entrambi i carceri è stata consensuale e consistente principalmente in pratiche manuali, o nel sesso orale. La percentuale di detenuti che segnalano sesso anale in carcere è bassa, sia nel NSW (3,3%) che nel Queensland (3,6%), ma nel carcere del NSW il 56,8% contro il 3,1% del carcere di Queensland ha riferito che avrebbe usato un preservativo se avesse fatto sesso anale in carcere. In entrambi i penitenziari, la coercizione sessuale è apparsa inoltre abbastanza rara.

Altro dato interessante da capire è quali siano gli “usi impropri” che vengono fatti del preservativo nel carcere del NSW. Ai prigionieri infatti viene fornito il preservativo, insieme ad un lubrificante e ad un foglio per le istruzioni per l’uso, tutto all’interno di un sacchettino di plastica. Ebbene, gli “usi impropri” hanno riguardato sia il preservativo (utilizzato come contenitore per il tabacco o come laccio per capelli), sia il lubrificante (usato come schiuma da barba, come gel per capelli o anche, quando era aromatizzato, come crema da spalmare sul pane, o come aroma per il latte frullato). Usi sicuramente impropri, ma che non comportano rischi gravi per la salute.

I limiti di questo studio sono diversi, come ammettono gli stessi ricercatori: a partire dal fatto che i dati raccolti sono auto-riferiti e quindi possono essere non del tutto veritieri, soprattutto riguardo all’argomento del sesso consensuale o coercitivo. Non sono inoltre state prese in esame altre variabili, come la numerosità dei detenuti nelle celle, o i livelli di controllo carcerario. Futuri studi miglioreranno dunque queste ricerche, ma per il momento esse attestano con chiarezza che la fornitura di preservativi ai carcerati non è assolutamente associata ad un aumento, consensuale o non consensuale, dell’attività sessuale in carcere, o anche a minacce di violenza sessuale. Non sorprendentemente inoltre, i preservativi hanno maggiori possibilità di essere utilizzati per il sesso anale, se essi sono resi disponibili. La probabilità di sesso anale non aumenta comunque a causa di questa disponibilità.

Ormai nella società diversi sono gli Enti statali e le Associazioni che raccomandano l’uso del preservativo per proteggersi dalle malattie sessualmente trasmesse ma, stranamente, sembra che questo consiglio di sana profilassi valga per tutti, tranne che per la popolazione carceraria. Sarebbe dunque necessario e urgente procedere, come sostengono ad esempio l’OMS, le Nazioni Unite, l’American Public Health Association e l’Associazione della Salute Pubblica australiana, ad introdurre al più presto il preservativo gratuito in carcere: perché la società ha il dovere di cura nei confronti dei suoi carcerati e perché essi hanno il diritto di difendersi dalle malattie.

In Italia, la Lila (Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids) da tempo sostiene questa battaglia civile e, prima delle elezioni, ha fatto pervenire agli aspiranti premier Silvio Berlusconi, Pierluigi Bersani, Oscar Giannino, Beppe Grillo, Antonio Ingroia e Mario Monti, fra le altre, questa specifica domanda:

Nelle carceri italiane la presenza di una percentuale rilevante di persone detenute per reati legati alla droga e il sovraffollamento pongono questioni di tutela della salute. Nessun Paese al mondo riesce a evitare consumo di droga e attività sessuale consenziente o non consenziente nelle proprie carceri. Perciò diversi Paesi europei e non solo hanno politiche di prevenzione dell’Hiv e di riduzione del danno anche in carcere, con preservativi e siringhe sterili, così come chiesto dalla Commissione Europea, dall’OMS e dalle agenzie ONU che si occupano di Aids e droga. Il vostro governo sarebbe favorevole all’introduzione di tali programmi nei nostri Istituti di pena?

Nessuno ha risposto.

Dr. Giuliana Proietti

Pubblicato anche su Huffington Post

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Naypong, Free Digital Photos

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Andersen e l’allegoria pessimista della vita

Dr. Agnes Giard

Agnès Giard sta facendo un dottorato presso l’Università di Nanterre, nel dipartimento di antropologia.
Studia nel frattempo la cultura giapponese ed ha pubblicato dei libri sulla concezione giapponese del corpo umano.
Leggi la sua biografia completa, in francese.

La Sirenetta Andersen e lallegoria pessimista della vitaIl racconto quasi-autobiografico della Sirenetta dal 19° secolo è ancora fonte di ispirazione per migliaia di bambini che si trovano ad affrontare lo stesso problema: cambiare la loro natura. L’oggetto del loro desiderio rimane inaccessibile. Poi leggono La Sirenetta, perché questa storia parla del loro malessere con parole … senza speranza. Senza soluzioni. Senza rimedi.

Questa è la storia di un uomo che vorrebbe diventare una bellissima sirena … Si mette le sue più belle mutandine di pizzo nero, si epila, in modo da avere il corpo liscio di una ninfa e si inietta la sua dose giornaliera di ormoni … prima di sprofondare in un incubo di 60 minuti. E’ così difficile cambiare identità. Il regista, Kim Kyung-Mook lo sa. Quando fece il suo primo film a 19 anni (Me and doll playing), egli raccontò come da bambino indossava scarpe e abiti di sua madre per somigliare ad una bambola Barbie … era felice perché tutto sembrava possibile. Nell’adolescenza però… capì che i suoi desideri erano impossibili. Realizzò così A Cheonggyecheon dog,, la storia della sirenetta (1) implementato nella città di Seul, sul fiume Cheonggyecheon: fino al 2005, il fiume era solo una fogna a cielo aperto. Trasportava solo  residui fecali e carcasse di cani morti. Ora lungo le sue rive si possono vedere i marchi del lusso internazionale: Gucci, Prada e Swatch, che attirano mezzo milione di escursionisti ogni giorno … La città riesce nel suo cambiamento, ma non l’uomo. Alla fine del film, l’eroe si ritrova come la sirenetta di fronte alla schiuma bianca del fiume in cui si dissolvono le sue lacrime. “Tu non potrai mai diventare la bellezza dei tuoi sogni”.

Invitato al Black Movie Festival di Ginevra, Kim Kyung-Mook ha detto: “Quando ho fatto il film, ero abbastanza disperato. La favola di Andersen, La Sirenetta, ha parlato al mio cuore perché descrive perfettamente la mia situazione, quella di un ragazzo che sogna il    principe azzurro, ma a cui il suo corpo impedisce di amare liberamente. Ho avuto l’impressione di essere come questa sirena che vorrebbe avere le gambe al posto della coda di pesce e avrebbe sofferto mille morti pur di essere in grado di cambiare la propria natura… Ella si amputa e soffre invano “. Il Principe non la guarda nemmeno. Lui è interessato solo agli esseri umani reali. Il sacrificio doloroso della sirena si dissolve in una canzone d’amore dalla musica sciropposa che finisce male. Per Kim Kyung-Mook ecco dove finisce la favola di Andersen. In un pozzo senza fondo di tristezza impossibile da risolvere. “Ora sto meglio”, ha detto. Come a scusarsi per aver fatto un film che finisce male: “Ora sto meglio”

Certo, Hans Christian Andersen non ha scritto storie molto felici. Forse non ha scritto neanche storie per bambini … ma per aspiranti suicidi. O per persone in difficoltà. Quando non stai bene, diventa quasi un conforto leggere che il mondo è cattivo, che anche i ricchi e famosi possono sprofondare nella depressione e che nessuna storia d’amore finisce lontano dal fallimento. Quando non si sta bene, le canzoni strappalacrime, i drammi all’acqua di rose e i messaggi compassionevoli danno un certo sollievo … Diventa allora facile identificarsi nell’eroe sfortunato: la sirenetta (2), la piccola fiammiferaia, Cristo, o altri. “Non sei solo nella sofferenza”. “Asciugati le lacrime, perché in un’altra vita …”. False promesse. Dolci illusioni. Ci si aggrappa a qualsiasi cosa, quando non va bene. Compresa l’idea, così rassicurante, che qui il mondo è fottuto, ma altrove, in un altro mondo, la tua sofferenza sarà premiata.

Hans Christian Andersen sembra non aver mai fatto altro in vita sua che essere infelice e trasformare questa sfortuna in una pia lezione di abnegazione. La docente di Filosofia della Sorbona, Céline-Albin Faivre, lo descrive come una vera vittima del destino: “romantico e dunque infelice, Andersen lo è integralmente, dice. Quando Andersen padre, un povero calzolaio, si sposò, comprò la bara di un morto, e poi ne fece il suo letto nuziale, dove nacque il futuro orfano Hans Christian. Quale miglior inizio per uno scrittore di fiabe? ” Céline-Albin sembra provare tenerezza verso questo “genio malinconico” dalla figura sgraziata e dal viso allungato.

Hans Christian Andersen era brutto. Era di umili origini. Era omosessuale. Era innamorato del figlio del suo benefattore (3). E il figlio del suo benefattore, al quale scrisse lettere a volte attraversate da confessioni non era interessato a lui … Non potendo vivere liberamente la sua omosessualità, Hans Christian Andersen si masturbava e si divertiva a scrivere racconti crudeli impregnati di morale cristiana. “Ci sono vite la cui storia fa parte del lavoro letterario che seguirà, dice Céline-Albin Faivre. (…) Andersen non fa eccezione a questo principio letterario, spesso misconosciuto. E così ha scritto la sua autobiografia, più volte, sotto diverse forme, intrisa di orgoglio e commovente, malgrado tutto. Era solito dire che la sua vita era stata una favola. Tutti i bambini tristi trovano in questa credenza una consolazione”.

Per consolarsi di essere così infelice, Hans Christian Andersen ha fatto della sua vita un modello da seguire: ha rifiutato i piaceri della carne, non ha conosciuto l’amore e ha vissuto solo nell’amore dell’infinito sublime che è la fede. “La storia della mia vita, ha scritto, dice al mondo quello che mi ha insegnato: c’è un Dio amorevole che organizza tutto per il meglio.”

Andersen quindi non comunica altro messaggio, se non quello della rassegnazione. Una rassegnazione bella, commovente e soprattutto … Assoluta. Assolutamente fatale. “I racconti di Andersen sono senza moralina dice Céline-Albin Faivre, non c’è niente lì, se non un cuore puro che si restringe gradualmente, sempre di più, ma continua a lottare per un altrove”. Questo è Andersen, si tratta di una miscela intima di dolore e di estasi che è l’essenza della vita, dice Krotchka nel suo blog d’arte. Il racconto illustra non tanto un discorso morale (purezza e perseveranza premiate) ma un’allegoria pessimista della vita.

Pessimistico? E’ dire poco. Le storie di Andersen, spesso prive dell’happy end, finiscono male come le leggende dei martiri e descrivono con la stessa gioia sadica, le peggiori torture possibili inflitte a degli innocenti: morsi, ustioni, stanchezza, fame, solitudine, freddo, paura, abusi, disprezzo, abbandono … Mentre nella maggior parte dei racconti popolari, gli eroi riescono a superare le difficoltà affrontate con coraggio, nei racconti di Andersen i protagonisti soffrono “per niente”. I loro sforzi sono vani. Inutile essere coraggiosi o ambiziosi. Condannate ad attraversare ogni girone di questo inferno che è la vita, le vittime di Andersen quasi sempre finiscono per morire, con gli occhi ancora immersi nei loro sogni. Alzando lo sguardo a quel cielo che Andersen descriveva con le parole di un predicatore, come l’unico posto desiderabile in questo mondo. Lassù, dove non si soffre più. Lassù, dove dunque deve essere il paradiso.

Bella lezione di disperazione, davvero. Alla quale si aggrappano migliaia di bambini e adolescenti che considerano il loro corpo come una prigione e come fonte di ogni sofferenza. “Non avrò mai le gambe dei miei sogni” … Mentre se leggessero la storia del brutto anatroccolo, essi saprebbero che … Non è una fatalità.

__________________

Nota 1 / Storia della Sirenetta: La Sirenetta, orfana di madre, vive nelle profondità del mare, con il padre (il re del Mare) e le sue cinque sorelle. La notte dei suoi quindici anni, sale in superficie dell’acqua e si innamora perdutamente di un giovane principe che salva da un naufragio. Per trovarlo, la sirenetta si rivolge ad una strega: ciò che desidera è avere un paio di gambe. La strega impone tre condizioni: in primo luogo, la sirenetta deve accettare di tagliarsi la lingua e diventare muta. In secondo luogo, ad ogni passo, dovrà avere la sensazione di camminare su aghi e lame taglienti. Ultima condizione: se mai il principe si innamorasse di un’altra donna e la sposasse, la sirenetta si trasformerebbe in schiuma. La sirenetta è disposta a fare questi sacrifici e accetta l’offerta. Trova il principe, ma lui non la riconosce. Lui cerca il volto sconosciuto che lo ha salvato dal naufragio. Ma la sirenetta, priva di voce, non può rivelare la sua identità, e il principe finisce per sposare un’ altra. La sirenetta si trasforma in schiuma. Le figlie dell’aria vengono a prenderla in modo che diventi una di loro. Condannata per un certo periodo a diffondere il bene intorno a lei, vive nella speranza di acquisire un’anima eterna e di partecipare, così, alla felicità del genere umano …

Nota 2 / “La Sirenetta è uno dei 166 racconti di Hans Christian Andersen che furono pubblicati nel 1837, nella terza sezione della prima raccolta di storie raccontate ai bambini. Se Andersen ha dedicato molta energia ai suoi racconti, è perché non li considerava solo come mero intrattenimento per i bambini: essi incarnavano le sue teorie estetiche e poetiche, e soprattutto, parlavano della sua anima. “(source : Dossier pédagogique, espace des arts)

Nota 3 / “Ti desidero, come se fossi una bella ragazza calabrese. I miei sentimenti per te sono quelli di una donna. Ma la femminilità della mia natura e il nostro amore deve rimanere segreto”. Nel 1835,  Andersen aveva 30 anni quando scrisse queste parole a Edward Collin, che le riportò nelle sue memorie pubblicate dopo la morte dello scrittore: ” Non ero in grado di rispondere a questo amore, e questo fece molto soffrire Andersen “. (Fonte: Homosexuels et bisexuels célèbres).

Agnès Giard

Articolo originale:
Les contes sexuellement suicidaires d’Andersen, Les 400 culs
Traduzione a cura di Psicolinea.it

Immagine:
Bertall, Wikimedia

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Preservativo? Si, grazie

Dr. Roberto Vincenzi

Psicologo Psicoterapeuta FormatoreRoberto-Vincenzi-

Sono nato a Genova nel 1949, dove lavoro ed abito.
Mi occupo di psicologia dal 1974 quando ho conosciuto Franco Basaglia durante uno stage presso l’ospedale Psichiatrico di Trieste; in quell’anno ho anche seguito un corso residenziale presso l'Ospedale Psichiatrico Sezione Giudiziaria di Castiglione delle Stiviere (Mantova).
Dal 1978 al 1981 ho lavorato come Operatore Psicoterapeuta presso la Comunità Terapeutica “Daily” di Genova, destinata a pazienti schizofrenici adulti.

Sono iscritto all’Ordine degli Psicologi della Liguria con l’abilitazione alla psicoterapia.

Esercito in studio privato dal 1987.

Dal 1990 al 1994 a Genova, ho collaborato col Dott. G.D. Montinari alla gestione un day hospital privato per pazienti psicotici.
Dal 1990 ad oggi, ho svolto docenze presso vari istituti, tra i quali la “Scuola di Psicoterapia Istituzionale" di Genova, riconosciuta dal MIUR (Ministero Università e Ricerca) con decreto del 03/04/2003 n.152, dove sono tuttora docente di Psicoterapia in corsi di formazione per Psichiatri e Psicologi
Dal 2004 associato al CIRS (Centro Interdisciplinare per Ricerca e la Formazione in Sessuologia) di Genova, fondato da Jole Baldaro Verde; iscritto all'Albo dei Consulenti Tecnici (CTU) del Tribunale di Genova, relatore per Amnesty International.

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preservativo 300x178 Preservativo? Si, grazieQuand’ero ragazzo, cioè circa quarant’anni fa’, di informazione sessuale allora ne girava proprio poca; ricordo che, leggendo la Gazzetta dello Sport, giornale che all’epoca aveva un pubblico esclusivamente maschile, notavo spesso delle pubblicità misteriose, che attiravano la mia attenzione.

Su queste strisce pubblicitarie compariva l’immagine di un guerriero con la spada ed un grosso scudo; lo slogan, come lo ricordo, diceva “Fidarsi é bene ma Hatù é meglio”, e nessuno dei ragazzini, che leggeva come me il giornale, sapeva dire che cosa significasse quella pubblicità. Se lo si chiedeva agli adulti, quando andava bene i maschi ti strizzavano l’occhio con fare misterioso, ma in ogni caso non ti spiegavano niente. E alla mamma non si chiedeva.

Si trattava naturalmente dei preservativi, che all’epoca venivano pubblicizzati solo come mezzo di protezione contro le malattie veneree, nei rapporti con le prostitute. Per molti anni, infatti, erano restate in vigore le leggi fasciste “a difesa della razza”, che proibivano la pubblicità dei mezzi anticoncezionali.

Il nome Hatù, per me, era anche legato ad un altrettanto misterioso prodotto, del quale vedevo le scatole in farmacia, ed erano le “tettarelle”; solo in seguito, ho appreso, che sono i ciucciotti di gomma da applicare al biberon; ma il nome aveva assonanza con altre parole proibite dell’universo immaginario dei maschietti dell’epoca.

In seguito ho anche letto che il nome Hatù deriverebbe da una frase latina, “HA-bemus TU-torem”, che significa appunto “Abbiamo un difensore”.

Circolavano inoltre, tutta una serie di battute e barzellette, relative all’acquisto in farmacia di preservativi, e si metteva in evidenza l’imbarazzo di chi lo faceva.

Contribuiva ad aumentare quest’atmosfera, il fatto che, a Genova, i preservativi erano venduti, oltre che in farmacia, anche nella zona del porto, dove c’erano le prostitute, sulle bancarelle di Via Prè, assieme alle sigarette di contrabbando, ed altre merci di provenienza americana, allora introvabili nei negozi.

Tutto questo è andato avanti per molti anni, rafforzando il collegamento tra l’uso dei preservativi e la frequentazione delle prostitute, finché, negli anni sessanta, un genio della pubblicità ha inventato lo slogan “Pianificazione familiare”.

Slogan rivoluzionario, perché si abbinava per la prima volta, l’uso dei preservativi ad una parola seria come “famiglia”; inoltre si evitava, per non urtare troppo l’Italia cattolica, di parlare di “controllo delle nascite” e si sostituiva a questo concetto quello della “pianificazione”, che rimanda a scelte razionali e non emotive.

La situazione attuale, all’apparenza, é radicalmente cambiata; di recente una rivista molto diffusa, ha inserito un preservativo in omaggio nel numero della settimana.

Da anni inoltre, nelle pubblicità su stampa e televisione, si abbinano le immagini di una sana sessualità giovanile, con l’invito ad usare il preservativo.

L’eventuale imbarazzo nell’acquisto dovrebbe essere scomparso, visto che i preservativi adesso si vendono anche al supermercato, negli autogrill, attraverso macchine distributrici e in tutta una serie di altri negozi.

Tutte queste considerazioni diventano importanti perché con l’arrivo dell’AIDS nelle nostre vite, l’impiego del preservativo riacquisisce drammaticamente il ruolo della difesa della salute; usarlo o non usarlo costituisce una scelta tra la vita e la morte.

In questo senso sono state numerosissime, in tutto il mondo, le campagne informative messe in atto dai singoli stati e dalle organizzazioni nazionali ed internazionali.

Nonostante questo, il numero degli infettati e dei malati di AIDS, non diminuisce. Non si tratta solo di tossicodipendenti; aumenta di continuo anche il numero di persone eterosessuali ed omosessuali che contraggono la malattia a causa di rapporti sessuali non protetti.

Alla luce di questi fatti, ciascuno di noi dovrebbe cercare di comprendere perché vengono messi in atto questi comportamenti ad alto rischio; quali sono le motivazioni che impediscono l’uso del preservativo; perché non abbiamo il coraggio di consigliare i nostri figli a farlo; quali sono i moralismi religiosi che impediscono ancora adesso di fare una cosa così semplice; insomma, che cos’è che ci fa’ scegliere la morte anziché la vita.

Dr. Roberto Vincenzi

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Storia dell’omofobia

Dr. Giuliana Proietti

Psicoterapeuta-Sessuologa at Ellepi Associati Ancona
● Psicologa-psicoterapeuta (attività libero-professionale in Ancona)
● Responsabile scientifico del sito www.psicolinea.it
● Saggista e Blogger
● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale
● Conduzione seminari di sviluppo personale
● Attività di formazione ed alta formazione presso Enti privati e pubblici
● Esperienza in psicologia del lavoro (Orientamento e Selezione del Personale)
● Co-fondatrice del sito Clinica della Timidezza e dell’attività ad essa collegata, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali.

Scrive in un Blog sull'Huffington Post


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Per appuntamenti e collaborazioni: 347 – 0375949 Ancona

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Pedote Omofobia 219x300 Storia dellomofobiaOggi vorrei parlarvi di un libro che ho appena terminato di leggere. Si tratta di “Storia dell’omofobia“, pubblicato nel 2011 da Odoya, e scritto da Paolo Pedote, con prefazione di Gian Antonio Stella.

Viene presentato come un libro che spiega quali ragioni abbiano potuto motivare la persecuzione del “diverso”, ma in realtà a me sembra più che altro una grande enciclopedia su tutti i gay più importanti della storia, partendo dalle fonti bibliche ed arrivando fino al discorso di Lady Gaga al Circo Massimo.

Diciamo subito che, nonostante la premessa, il libro mi è molto piaciuto, non tanto perché vi abbia trovato “le ragioni di una persecuzione” dal punto di vista storico, antropologico e politico, come indicato nella scheda diffusa dalla Casa Editrice Odoya, ma perché si tratta di un libro straordinariamente ben fatto, sul piano della ricerca bibliografica delle fonti e dell’iconografia.

Tutti i gay che hanno avuto un certo rilievo nella storia umana sono citati nelle pagine di questo libro, così come i più importanti scritti: letterari, artistici e normativi, che di omosessualità si sono occupati.

Si inizia dunque dal libro della Genesi, nel quale si narra che un giorno, verso il tramonto, il patriarca Lot sedeva presso le porte della città di Sodoma quando gli si presentarono due angeli, travestiti da forestieri. Non appena vide i due ospiti Lot si alzò e li accolse in modo premuroso, preparando per loro il pane azzimo. Ad un certo punto della serata però si sentì bussare violentemente alla porta: erano arrivati gli abitanti della città di Sodoma, che cercavano gli ospiti del padrone di casa. “Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte”? dissero “Falli uscire, perché possiamo abusarne”! Al che Lot cercò di evitare il peggio: “No, fratelli miei, non fate del male! Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini, perché sono entrati all’ombra del mio tetto”. Avete letto bene “fate loro ciò che vi piace”, purché, insomma, non facciate i “sodomiti“… Niente da fare: i sodomiti, nel senso degli abitanti della città di Sodoma, volevano fare si ciò che gli piaceva, ma con gli ospiti maschi. Dunque, si prepararono a sfondare la porta. A questo punto i due forestieri, che erano angeli, colpirono gli abitanti di Sodoma con un abbaglio di luce, che li rese ciechi. La città di Sodoma fu poi distrutta da Dio, per punizione, con una pioggia di zolfo e fuoco, dalla quale si salvarono solo Lot e la sua famiglia, precedentemente avvisati di quanto stava per succedere alla loro città. C’era però un’unica condizione perché la loro salvezza potesse andare completamente a buon fine: essi non dovevano voltarsi indietro, a guardare le rovine di Sodoma. Naturalmente, qualcuno doveva cedere a questa debolezza e questo qualcuno fu naturalmente una donna, la moglie di Lot, che per questa ragione Dio fece diventare immediatamente una statua di sale.

Una storia che più che omofoba appare molto machista, dove le donne vengono rappresentate come oggetti sessuali, da cedere o acquistare, oltre tutto con un livello di intelligenza molto scarso, come nel caso della moglie di Lot, che invece di farsi gli affari suoi si girò verso Sodoma, così come Eva aveva dedicato, al tempo dell’Eden, fin troppe attenzioni al povero Adamo (ma che altro aveva da fare, poverina?), facendolo cadere nel peccato e nella morte. A sorpresa invece, dal libro, esce fuori una interpretazione inattesa. Non c’è dubbio, dice l’autore, che agli occhi di Dio, lo stupro omosessuale appaia più grave di quello eterosessuale ma, citando McNeill (Cristianesimo, tolleranza, omosessualità, 1980), Pedote avverte che in realtà i riferimenti sessuali in questa storia potrebbero essere del tutto secondari, rispetto al significato autentico del passo biblico, che riguarderebbe piuttosto il problema dell’ospitalità, per gli ebrei di assoluta importanza. Lot avrebbe in sostanza violato le regole della città, ricevendo ospiti sconosciuti, senza ottenere il permesso degli anziani. Allo stesso modo l’espressione “abusarne” sarebbe stata male interpretata: il termine, sempre secondo il citato McNeill, potrebbe essere tradotto meglio con “conoscerli”.  In senso biblico la “conoscenza” ha poche volte a che fare con il sesso (solo 10 passi su 943 alludono alla conoscenza carnale).

Andando avanti nella storia dell’essere umano, si arriva agli antichi greci e romani. Anche in quel tempo,  l’omofobia come la conosciamo oggi non era poi così diffusa: semmai si trattava di un problema che riguardava il potere e la libertà individuale, non una discriminazione sessuale. Per i romani infatti un uomo era “virile” quando assumeva sessualmente solo ed esclusivamente il ruolo attivo,  e non aveva importanza se il partner era un maschio o una femmina. Il cittadino romano adulto doveva saper imporre la sua volontà: chi subiva la sodomizzazione da parte di un romano era un uomo vinto, uno schiavo. Per questa ragione, schiavi e vinti potevano essere posseduti, o “castigati”, attraverso la penetrazione anale. Era invece abbastanza normale che rapporti omosessuali vi fossero con dei giovani, purché questi non fossero di buona famiglia (perché in tal caso non andavano importunati). E le donne? Per i romani il matrimonio non era il risultato di un sentimento d’amore, ma anzitutto un dovere civico, finalizzato oltre che alla procreazione, anche a stringere alleanze politiche: per il resto, gli uomini erano liberi di andare con chi volevano, uomini e donne. Si pensi al caso di Cesare, detto “il marito di tutte le mogli, la moglie di tutti i mariti”. Tutta Roma, si racconta ancora nel libro, sapeva che era divenuto l’amante di Re Nicomede, tanto che i suoi soldati cantavano “Cesare ha sottomesso la Gallia, ma Nicomede ha sottomesso Cesare”. Ciò nonostante era considerato un grande condottiero e conquistatore.

Venendo a tempi più vicini ai nostri giorni, ad Oscar Wilde viene dedicato un intero capitolo e, del resto, il personaggio dello scrittore irlandese è talmente affascinante, con la sua storia d’amore per Alfred Bruce Douglas, che gli costò perfino il carcere, che l’intera sua vicenda è ancora fonte di ispirazione e di riflessione per chi vuole comprendere le radici sociali dell”omofobia.

Interessante anche la storia del Paragrafo 175 del Codice penale tedesco, direttamente mutuato dal Codice penale prussiano, a sua volta scritto su ispirazione del codice napoleonico, il quale criminalizzava l’omosessualità, sin dal 1871 . Questo paragrafo affermava che: “la fornicazione innaturale, cioè tra persone di sesso maschile, ovvero tra esseri umani ed animali, è punita con la reclusione; può essere emessa anche una sentenza di interdizione dai diritti civili”. Naturalmente nel periodo nazista questa legge omofoba fu ulteriormente inasprita (se l’attività avveniva con una persona che aveva meno di 25 anni la Corte poteva emettere una sentenza di condanna, anche nei casi lievi. Per “gravi affettuosità” invece la reclusione poteva durare anche dieci anni). Del resto, un popolo che aspira all’egemonia, ricvorda l’autore, ha bisogno di molti figli e dunque la repressione verso l’omosessualità doveva essere un deterrente: dunque, non solo il carcere, ma anche lavori forzati, cure psichiatriche e castrazione “volontaria”. Peraltro, sembra ci siano prove che i gay siano stati le cavie preferite per gli esperimenti dei medici nazisti.

Alcuni personaggi, nel libro, vengono invece demoliti per ragioni di omofobia: fra questi, quello che non ti aspetti è ad esempio il Che Guevara, al quale sembra si debba il “piano generale del carcere”, nel 1959, nel quale il “comandante” disponeva arresti per attori, ballerini e artisti gay. Il Che disponeva inoltre della possibilità di graziare o condannare senza processo, fissare le punizioni corporali e le torture, fra cui tagliare l’erba con i denti ed essere impiegati nudi nei lavori agricoli. Veramente un Che che non ti aspetti, e che meriterebbe ulteriori apporfondimenti.

Insomma, un libro da leggere, se vi interessano le vicende di questa “razza maledetta”, come scrisse lo scrittore omosessuale Marcel Proust, o addirittura questo “vomito di Dio”, come lo definì Dario Bellezza, scrittore omosessuale, morto di Aids.

La mia idea personale è che, un po’ come si diceva ieri a proposito delle bionde, gli omosessuali abbiano in fondo l’unica colpa di sollecitare il desiderio sessuale maschile, il che viene punito, con atteggiamenti omofobi, perché nella nostra società colpevole del desiderio non è considerato chi lo prova, ma chi lo suscita. Eva docet. (Ed in effetti, la posizione degli omosessuali è molto vicina, nella storia della civiltà umana, a quella delle donne e vi sono state anche delle alleanze fra le due diverse categorie sociali, al tempo delle rivendicazioni femministe).

A proposito di donne, nel libro se ne parla in verità molto poco: del resto nella sessualità fra donne non c’è attività o passività, non c’è il dominatore e il dominato, il virile e l’effeminato, e dunque la sessualità delle lesbiche fa molto meno “paura”. E’ un po’ come vedere due animali che si accoppiano: essi non creano scandalo, ma solo divertiti sorrisi… O no?

Dr. Giuliana Proietti

Fonte e immagine:

Storia dell’omofobia

Autore: Paolo Pedote
Introduzione: Gian Antonio Stella
Editore Odoya
VOLUME ILLUSTRATO

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