Il lato femminile della virilità

travestimento Il lato femminile della virilità

C’è una comunità di eterosessuali che rivendica il  proprio status di uomini-oggetti. Essi indossano biancheria intima femminile, calze a rete e reggiseni anche sotto i loro abiti da lavoro. E’ un modo di gratificarsi, godendo nel sentirsi “femminilizzati” (“Sissy” n.d.t.)

Un articolo pubblicato su Liberation il 31 maggio 2013 mostrava stupore nel constatare che alcuni uomini eterosessuali desiderassero indossare reggiseni, baby doll o mutandine con giarrettiere… Un po’ come se il travestimento fosse necessariamente un segno di omosessualità.

Ma ecco, tra loro ci sono anche uomini che preferiscono l’altro sesso… Al punto di voler mettersi al posto della donna. Per andare al lavoro, alcuni di loro indossano belle mutandine di seta rosa, le quali, sfregandosi contro i testicoli danno loro un inquietante turbamento… Godono nel sentirsi donne nel segreto di quest’alcova simbolica. Si masturbano, senza toccarsi, solo attraverso il contatto con questa lingerie lucida e vellutata da cui traboccano i loro genitali… Essi si definiscono “effeminati”.

E quando rientrano a casa, questi uomini sono inebriati nel poter invertire il modello dei ruoli, giocando a fare la cameriera o anche la escort a domicilio della donna con la quale condividono la loro vita… Anche solo per una serata decisa in anticipo, immersa in un contesto. Fantasticare sull’essere una donna oggetto può essere per loro molto virile. Ma questi uomini non si curano (né in genere lo fanno le loro compagne) dei discorsi ufficiali che condannano questo tipo di fantasie. Perché essi sanno che le fantasie sono intrinsecamente trasgressive. Il piacere del travestimento amplifica spesso un piacere masochistico: è così umiliante per questi uomini travestirsi con la biancheria di cui amano adornarsi, che per loro essa non è mai abbastanza femminile, rosa o volgare.

L’unica cosa che potrebbe essere dunque rimproverata alla biancheria della ditta Homme Mystère è che essa rimane troppo sobria rispetto alla maggior parte delle fantasie dei travestiti: essi sognano delle rotondità (per arrotondare le natiche), delle trasparenze (per svelare l’ano palpitante), dei piccoli lacci sui lati (per farsi spogliare più facilmente) e altre mille e stupide frivolezze che danno alle mutandine il loro valore stigmatizzante. Per loro, indossare la biancheria intima del sesso opposto è come offrirsi alla donna, soprattutto se questa lingerie è di raso, di seta o di un materiale simile (cioè provocante), tagliata in modo da mettere in evidenza le natiche o le curve dei fianchi e procuri, all’interno, delle dolci carezze da parte di diversi modelli di pellicce di lattice… Essi fanno riferimento principalmente a questo genere di siti: Woman in me, Barbi Satin o Secret de Dames.

Alcuni, per superare le loro inibizioni, frequentano anche delle dominatrici specializzate nella femminilizzazione, che li travestono a forza (loro fanno finta di non volerlo) li truccano, li costringono a camminare sui tacchi alti, quindi li puniscono (“piccola sciocca!”) facendogli subire l’equivalente stilizzato di uno stupro, perché tale è la triste sorte delle donne.  Esse vengono cresciute con giocattoli rosa, nell’idea che – per piacere – si debba solo essere dolci e lasciare fare all’altro. Lasciare che l’altro prenda l’iniziativa. Lasciare l’altro indovinare quello che si desidera… E se lui sbaglia, ah.

Per gli uomini che amano il travestimento, niente è più emozionante dell’inversione dei ruoli. Vorrebbero essere trattati come bambole belle e passive e masturbarsi all’idea che un giorno, come un principe azzurro, una donna eserciti su di loro il proprio potere di sottomissione. Li costringa a comprare mutandine in un grande magazzino. Li prenda con forza mentre sono vestiti in un abito da principessa. Li usi come fossero dei semplici giocattoli. In attesa di trovare questa donna da sogno, essi ascoltano delle radio in cui si fa travestitismo ipnotico (esistono), o guardano video porno per effeminati o… Indossano la biancheria intima femminile, sperando che una signora possa incontrarli un giorno e trovarli molto eccitanti.

Dr. Agnès Giard
Traduzione autorizzata di psicolinea.it

Articolo originale:
Le côté femelle de la virilité ,Les 400 culs, Liberation

Immagine:
Cvjetichologue, Flickr

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Morta Virginia Johnson. Chi erano i sessuologi Masters e Johnson

Masters e Johnson Morta Virginia Johnson. Chi erano i sessuologi Masters e JohnsonVirginia Johnson è venuta a mancare lo scorso 25 luglio, all’età di 88 anni: era considerata una delle scienziate più influenti del secolo scorso, in quanto fu la prima donna ad interessarsi di sessuologia a livello scientifico, insieme al marito e collega William Masters. I due studiosi crearono infatti le basi su cui poté nascere la “rivoluzione sessuale” negli anni sessanta, cioè quell’evento socio-culturale che riuscì a modificare le abitudini sessuali in tutto il mondo occidentale.

Prima di loro si era distinto nella ricerca sessuologica solo il lavoro di Alfred Kinsey, svolto negli anni Trenta e Quaranta. Kinsey, per studiare la sessualità, si era servito solo di questionari, mentre Masters e Johnson fecero un salto di qualità, studiando l’attività sessuale in situazioni di laboratorio, attraverso l’uso di strumenti tecnologici per misurare le reazioni fisiologiche durante l’orgasmo. I dati sulla sessualità non venivano più dunque semplicemente riferiti dagli interessati, ma essi venivano studiati attraverso l’osservazione diretta, nel coito e nell’autoerotismo (circa 10.000 osservazioni cliniche della fase orgasmica, su 382 donne e 312 uomini fra i 18 e gli 89 anni).

Attraverso un poligrafo venivano registrati numerosi dati, come il battito cardiaco, l’attività cerebrale e il metabolismo. Vennero anche creati strumenti tecnologici ad hoc per compiere le ricerche, come nel caso del fallo mobile in plexiglas con telecamera incorporata, chiamato “Ulisse”. Queste loro ricerche durarono in tutto circa 11 anni.

Se Kinsey aveva dunque turbato i suoi lettori raccontando che anche le donne si masturbavano, Masters e Johnson stupirono i loro, spiegando che il livello massimo di eccitazione sessuale femminile lo si raggiunge durante la masturbazione e non durante il coito, dal momento che l’organo principale del piacere nella donna è il clitoride e non la vagina (anche se la vagina è un organo sensibile che risponde alla stimolazione sessuale e che, insieme al clitoride, consente la risposta sessuale femminile). I due studiosi spiegarono che “la femmina umana spesso non è soddisfatta di una sola esperienza orgasmica negli episodi di automanipolazione del clitoride. Se non vi è una tensione psicosociale che viene a reprimere l’eccitazione sessuale, molte donne mature possono godere di tre, quattro esperienze orgasmiche, prima di raggiungere un apparente senso di appagamento”..

La sessualità femminile dunque, in seguito a queste osservazioni, risultava essere, per le potenzialità orgasmiche e la complessità degli organi interessati al piacere, superiore o quanto meno uguale a quella maschile. Questo concetto fu utilizzato dalle femministe per rivendicare il loro diritto alla sessualità e al piacere sessuale. (Peraltro, la stessa definizione di risposta sessuale “umana” implicava un riconoscimento di parità fra i generi).

Nella terapia sessuale, Masters e Johnson enfatizzarono il possibile trattamento dei sintomi, superando così la visione freudiana, teorica e clinica, che riteneva i disturbi sessuali come una conseguenza di uno sviluppo psicosessuale problematico.

I due sessuologi non avevano la stessa formazione di base. Masters infatti era un ginecologo (si interessava di terapia ormonale sostitutiva nelle donne in post menopausa) presso la Washington University, a St Louis, mentre la Johnson non aveva titoli accademici, ma solo intelligenza, spigliatezza e buona volontà.

William Masters aveva iniziato i suoi studi sull’attività sessuale negli anni cinquanta, osservando il comportamento di persone (uomini e donne) dedite alla prostituzione. Il suo interesse nasceva dal fatto che la funzione sessuale era all’epoca l’unica a non essere stata ancora studiata.

Ad un certo punto però il Dottor Masters sentì l’esigenza di avere una collaboratrice donna per continuare le sue ricerche (anche a causa di una sua introversione, che non gli permetteva di relazionarsi positivamente con le persone che intendeva studiare). La sua scelta cadde dunque su Virginia Johnson, la quale lo colpì per la sua intelligenza, maturità ed estroversione.

La Johnson, quando incontrò Masters, si era appena iscritta alla facoltà di sociologia ed era pluridivorziata (aveva sposato un politico del Missouri, matrimonio che durò due giorni, poi un avvocato più anziano di lei ed infine, nel periodo 1950-1956, George Virgil Johnson, da cui prese il cognome, un musicista dal quale ebbe due figli). In passato la Johnson era stata pianista e cantante di musica Country, con il vero nome di Virginia Eshelman, o con il nome d’arte di Virginia Gibson.

Da collaboratrice, nel senso di segretaria, in poco tempo la Johnson divenne collaboratrice scientifica del Dr. Masters e poi sua moglie (nel 1971). La leggenda vuole che i due abbiano fatto sesso insieme, subito dopo aver iniziato la collaborazione, su richiesta di lui, “per comprendere meglio tutto quello che poi avrebbero appreso durante l’osservazione”.

L’esperienza sessuale, secondo la ricerca di Masters e Johnson, consta di 4 fasi: fase di eccitazione, fase di plateau, orgasmo e risoluzione; questi risultati cominciarono ad essere pubblicati su riviste scientifiche nella metà degli anni Sessanta, ma la notorietà arrivò con il libro “La risposta sessuale umana” (1966), scritto in freddo linguaggio medico e pubblicizzato solamente fra gli addetti ai lavori, ma che divenne subito un best seller, vendendo più di 500.000 copie in pochi mesi.

Nel 1970 i due ricercatori pubblicarono un secondo libro: “Inadeguatezza sessuale umana” in cui si occupavano di disfunzioni sessuali, maschili e femminili (in particolare l’eiaculazione precoce e la disfunzione erettile nell’uomo e l’anorgasmia nelle donne), creando così le basi per la moderna scienza sessuologica.

Il merito principale di queste ricerche è stato indubbiamente quello di rendere l’aspetto fisico della sessualità un argomento di studio, di cui si poteva parlare apertamente; il secondo merito è stato quello di aver approfondito la conoscenza della sessualità femminile, dimostrando che anche le donne hanno desiderio e eccitazione sessuale e che non aveva fondamento scientifico la concezione freudiana dell’orgasmo clitorideo come “immaturo” rispetto a quello vaginale, che era invece quello “normale”.

Il lavoro dei due sessuologi è stato anche molto criticato, specialmente quando la coppia rivolse le sue osservazioni alla sessualità omosessuale e alle relative terapie messe a punto nel periodo 1968-1977 presso il Masters and Johnson Institute, di cui erano fondatori e co-direttori. I due sessuologi definirono infatti un programma per rendere eterosessuali dei soggetti omosessuali (strano, ma vero, la famigerata “terapia di conversione” l’hanno inventata loro!)

Queste teorie furono pubblicate nel libro Omosessualità in prospettiva, un libro criticato sia dal punto di vista etico che clinico. A questo flop ne seguì un altro: il libro di Masters e Johnson sull’epidemia di AIDS, di cui si sapeva ancora pochissimo, Crisi: Comportamento eterosessuale al tempo dell’AIDS (1988) fu giudicato inaccurato ed eccessivamente allarmista. A questo punto la comunità medica sembrò rivoltarsi contro i due pionieri della sessuologia e, di conseguenza, anche i pazienti cominciarono a diminuire, mettendo in crisi il Masters and Johnson Institute ed anche la loro vita di coppia.

Il loro matrimonio terminò infatti nel 1992, quando Masters decise di lasciare Virginia per sposare una vedova che lui, a seguito di un flirt estivo avvenuto nel 1938, considerava l’unico vero amore della sua vita. Altre ricostruzioni dicono che la Johnson fosse stanca di pensare sempre al lavoro e che, al contrario del marito, preferisse godersi la famiglia e il tempo libero. I due rimasero sempre in buoni rapporti e continuarono a collaborare insieme, ma la loro separazione fu sicuramente clamorosa: dopo aver condotto personalmente terapie di coppia a tantissime coppie con problemi sessuali, dopo aver formato schiere di terapeuti della coppia, ora anche Masters e Johnson si separavano… Come dichiararono in un’intervista, i due sessuologi si divertirono molto al pensiero che la gente potesse pensare che loro stessi avessero avuto un problema sessuale.

Il Masters and Johnson Institute fu chiuso (1994), e Virginia Johnson si mise in proprio nel Virginia Johnson Masters Learning Center a Creve Coeur, nel Missouri, nel quale continuò a studiare le disfunzioni sessuali.

William Masters morì nel 2001, a 85 anni dopo essersi ammalato di Parkinson. La coppia ha avuto anche due figli (uno dei quali è stato recentemente protagonista di uno squallido fatto di cronaca).

A parte le luci e le ombre su questi due scienziati, di una cosa possiamo essere comunque certi: se oggi parliamo con disinvoltura di disfunzioni sessuali, di clitoride e di orgasmi, è solo grazie al lavoro di William Masters e Virginia Johnson.

In America, nel prossimo mese di Settembre, verrà trasmesso uno special sulla più famosa coppia di sessuologi del mondo, dal titolo “Master of sex“: speriamo di poterlo vedere presto anche in Italia.

Dr. Giuliana Proietti

Immagine:
Ezio Peterson/Bettmann/Corbis, The Guardian

Pubblicato anche su Huffington Post

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Freud e i peli pubici

peli pubici Freud e i peli pubiciIn poesia, i peli pubici sono spesso paragonati all’erba o ad una pelliccia. Analizzando questa metafora, Freud disse nel 1932 che le donne non hanno probabilmente mai inventato nulla nella storia del genere umano, né la ruota né la scrittura, né il fuoco … nulla, se non la tessitura. Perché la tessitura permetteva loro di coprire le parti vergognose.

Venere

Nel 1932, nella sua nuova Introduzione alla psicoanalisi, Freud afferma:  “Si dice che le donne abbiano fornito pochi contributi alle scoperte e alle invenzioni. Tuttavia esse hanno inventato una tecnica, quella della tessitura e dell’intrecciatura. La natura stessa sembra aver fornito il modello da imitare facendo crescere dei peli sull’organo genitale, mascherandolo. Il progresso che c’era da fare era quello di intrecciare le fibre piantate nella pelle per crearne una specie di feltro”. Per Freud, malgrado il fatto che anche gli uomini possiedono una pelosità genitale, sarebbe stata quella femminile ad aver ispirato l’invenzione della tessitura. C’è un legame logico e privilegiato fra i peli femminili e la tessitura-intrecciatura, dice, perché le donne hanno avuto la necessità di nascondere la loro fessura vulvare dietro un velo pudico…

Da bambino, Freud fu colpito dalla visione furtiva di sua madre nuda, durante un viaggio a Lipsia. Questo fatto può essere esplicativo? Da adulto, Freud dice che la nudità femminile è una visione terrificante. In Touche pas à mon sexe (Non toccate il mio sesso), Gérard Zwang, citando la storia, rileva l’aspetto misogino di questo trauma, elevato a verità universale. Quando però si tratta di enumerare l’elenco di parole che indicano i peli pubici, Zwang non manca di citare l’inevitabile sequenza di metafore vegetali (“muschio”, “arbusto”, “crescione”, “erba”, “prato “) o animali (“vello”,” angora “,” criniera “,” pelliccia “), che sono intrinsecamente legati a quelle attività che sono la filatura, la tessitura e l’intrecciatura. E’ una coincidenza?

Nella maggior parte delle lingue, il pelo pubico evoca le erbe della pampa che il vento fa ondulare a perdita d’occhio o quei cespugli aggrovigliati in cui ci si deve ritagliare la  strada, quelle foreste nere con ombre minacciose, che nascondono nei loro anfratti creature selvagge o savane popolate di felini, la cui pelliccia color paglia si fonde nella natura circostante … Fibre vegetali e animali si mescolano in quell’universo semantico segnato dall’idea del camuffamento e del pericolo in agguato, dietro uno schermo ingannevole.

Tintin e l’aracnofobia

La nostra lingua (ndt: la lingua francese) è piena di queste metafore che equiparano la donna a una creatura pelosa, coperta di seta, piume o antere, il cui cuore oscuro è nascosto, come in un salicone, in un bozzolo di seta … Questa è forse l’origine dell’ aracnofobia, dicono alcuni psicoanalisti: il ragno, di solito rappresentato come una cosa nera e pelosa, che spesso si nasconde negli anfratti. Si nasconde in fondo alle buche, peloso e talvolta velenoso … come una donna-trappola pronta ad attaccarti i genitali. Come una madre che si rifiuta di farti crescere e di lasciare il nido. E cosa è il ragno se non il migliore tessitore?

L’illustrazione più convincente di questa teoria non è purtroppo presente su internet. Non mi ricordo più il nome dell’analista che ne parlava, ma la teoria si basava sull’analisi di una famosa opera di Hergé:  L’étoile mystérieuse (La stella misteriosa). Hergé apparentemente soffriva di aracnofobia, perché in questo fumetto la parola “ragno” citata 13 volte, è sempre associata con la morte. La storia inizia quando Tintin viene a sapere che una meteora è in procinto di entrare in collisione con la terra. Quando guarda attraverso il telescopio dell’osservatorio (vedi qui la scheda) fa un salto per la paura provata nel vedere un pauroso Epeire tiara (non cliccate il link se avete la fobia dei ragni ) che sembra di correre verso di lui dal fondo dell’abisso stellare.

Il ragno e la castrazione

La visione del mostruoso aracnide dello spazio (in realtà una piccola creatura appesa alla punta del telescopio) traumatizza l’eroe che fa un incubo. In seguito un frammento del meteorite cade sulla terra e si trasforma in un’isola. Tintin passa la notte e si sveglia, orrore, di fronte a un ragno gigante antropofago: l’incubo è diventato realtà … Per lo psicoanalista, la paura di essere mangiati non è estranea al fatto che noi, in un gesto quasi automatico, guardiamo con attenzione nella tavoletta del water per vedere se c’è un ragno… Mettendo in relazione “tavoletta del water = telescopio”, egli osserva che il sogno o il processo immaginario che ci porta ad affrontare le nostre paure, mette spesso in collegamento queste cose, ma in modo mascherato. In chiaro: ciò che rivela il “ragno sulla lente” è il panico all’idea che una cosa disgustosa possa toccare le nostre parti più intime …

La paura delle tarantole e 3000 specie di aracnidi tessitori di ragnatele appiccicose è certamente legata alla paura della castrazione. La parola “castrazione” va intesa nel senso più ampio, come la paura di essere privati ​​di una sessualità adulta e autonoma, ecco perché anche le donne possono avere paura dei ragni. Questo è principalmente il motivo per cui tessere è così fortemente associato a questa cosa profondamente angosciante che si è chiamati a coprire, nascondere e celare …

Al di là della misoginia con cui parla delle donne, Freud analizza le ansie che fanno da sfondo alla nostra società. Cosa c’è di più inquietante di una vulva, se non, forse, una tarantola? Chi dice vulva, dice parto. Chi dice bambino, dice madre e divoramento… Quando costruì nel 1932 questo moderno e confortevole mito sulla tessitura femminile, Freud probabilmente stava cercando di gestire una fobia personale, immaginando che le donne, questi bestiali e pelosi predatori, fossero malgrado tutto capaci di auto-disciplinarsi, per intrecciare i peli, in modo che il loro sesso orribile rimanesse nascosto alla vista.

Dr. Agnès Giard

Traduzione e pubblicazione autorizzata, a cura di psicolinea.it

Articolo originale:

Freud et les poils de pubis, Le 400 culs

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Vlado, Free Digital Photos

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Preservativi nelle carceri: un diritto umano

carcere Preservativi nelle carceri: un diritto umanoI tassi di Hiv nelle carceri italiane sono venti volte più alti che nella comunità al di fuori del carcere e i tassi di epatite C sono ancora più elevati: sin dai primi tempi dell’epidemia di Hiv, è stata riconosciuta l’importanza di introdurre anche in carcere un insieme di interventi sull’Hiv e sull’epatite C, fra cui la fornitura gratuita di preservativi, rispettando le linee guida emanate dall’OMS, le quali sottolineano che “tutti i detenuti hanno il diritto di ricevere le cure per la salute, incluse misure preventive equivalenti a quelle disponibili nella comunità territoriale, senza discriminazione”.

In Italia ben poco si è fatto in questo senso, anche se la situazione “disumana e degradante” della vita in carcere è ormai un fatto noto ed è stata anche citata nel discorso di insediamento della neo eletta Presidente della Camera, Laura Boldrini. Certo, l’introduzione dei preservativi in carcere non rappresenterebbe una rivoluzione copernicana del sistema penitenziario, ma sicuramente sarebbe un segnale importante, per il rispetto della dignità della persona e del diritto umano a proteggersi dalle malattie.

Questo problema tuttavia non è solo italiano, ma è diffuso in molti Paesi del mondo, anche se gli studi condotti sull’argomento dimostrano che ciò che previene dal fornire i preservativi ai carcerati, sono soprattutto dei pregiudizi.

Sul British Medical Journal è stato pubblicato, all’inizio dell’anno, un nuovo studio australiano sull’argomento, condotto dal Professor Tony Butler, della University of New South Wales. Lo studioso da anni si dedica a ricerche sulla vita sessuale in carcere e già in precedenti studi aveva dimostrato che l’introduzione dei preservativi in prigione non provoca, nei fatti, grandi sconvolgimenti negativi.

I contrari all’introduzione dei preservativi in carcere (ve ne sono anche fra i detenuti) temono infatti che il preservativo possa: (a) incoraggiare i detenuti ad avere rapporti sessuali, (b) aumentare gli stupri in carcere, fornendo ai molestatori sessuali una protezione contro le infezioni o la possibilità di non lasciare sulla vittima tracce di DNA, (c) essere usato come arma contro il personale di custodia, (d) dare la sensazione che la maggior parte dei prigionieri siano omosessuali, e (e) portare a ritenere che le prigioni siano luoghi dove promiscuità e omosessualità sono particolarmente diffuse.

Tony Butler ha messo a confronto la vita sessuale di alcuni detenuti, residenti in due diversi carceri australiani: quello del Nuovo Galles del Sud (NSW), nel quale dal 1996 vengono distribuiti 30.000 preservativi al mese, gratuitamente (in seguito ad una class action condotta dagli stessi carcerati) e un altro carcere, quello di Queensland, dove invece non c’è ancora questa disposizione.

Per comprendere l’effetto, nella vita sessuale in carcere, dei preservativi distribuiti gratuitamente, sono stati intervistati complessivamente 2.018 detenuti attraverso il servizio offerto da una società di ricerche di mercato, la quale ha condotto le sue interviste telefoniche via Internet, della durata di 30 minuti. I detenuti, durante l’intervista, erano fisicamente nella sala per le visite, o in una stanza, nella clinica del carcere. A tutti i detenuti è stato garantito che le loro dichiarazioni non sarebbero state in alcun modo registrate. Ogni partecipante ha ricevuto 10 dollari australiani a titolo di risarcimento, come lavoro retribuito in carcere.

La prima cosa da mettere in rilievo, nei risultati ottenuti, è che il preservativo non aumenta l’attività sessuale in carcere, anzi il contrario (tasso di attività sessuale nella prigione di Queensland 8,8%, rispetto a quello della prigione del NSW, che è 5,8%). La stragrande maggioranza del’attività sessuale riportata in entrambi i carceri è stata consensuale e consistente principalmente in pratiche manuali, o nel sesso orale. La percentuale di detenuti che segnalano sesso anale in carcere è bassa, sia nel NSW (3,3%) che nel Queensland (3,6%), ma nel carcere del NSW il 56,8% contro il 3,1% del carcere di Queensland ha riferito che avrebbe usato un preservativo se avesse fatto sesso anale in carcere. In entrambi i penitenziari, la coercizione sessuale è apparsa inoltre abbastanza rara.

Altro dato interessante da capire è quali siano gli “usi impropri” che vengono fatti del preservativo nel carcere del NSW. Ai prigionieri infatti viene fornito il preservativo, insieme ad un lubrificante e ad un foglio per le istruzioni per l’uso, tutto all’interno di un sacchettino di plastica. Ebbene, gli “usi impropri” hanno riguardato sia il preservativo (utilizzato come contenitore per il tabacco o come laccio per capelli), sia il lubrificante (usato come schiuma da barba, come gel per capelli o anche, quando era aromatizzato, come crema da spalmare sul pane, o come aroma per il latte frullato). Usi sicuramente impropri, ma che non comportano rischi gravi per la salute.

I limiti di questo studio sono diversi, come ammettono gli stessi ricercatori: a partire dal fatto che i dati raccolti sono auto-riferiti e quindi possono essere non del tutto veritieri, soprattutto riguardo all’argomento del sesso consensuale o coercitivo. Non sono inoltre state prese in esame altre variabili, come la numerosità dei detenuti nelle celle, o i livelli di controllo carcerario. Futuri studi miglioreranno dunque queste ricerche, ma per il momento esse attestano con chiarezza che la fornitura di preservativi ai carcerati non è assolutamente associata ad un aumento, consensuale o non consensuale, dell’attività sessuale in carcere, o anche a minacce di violenza sessuale. Non sorprendentemente inoltre, i preservativi hanno maggiori possibilità di essere utilizzati per il sesso anale, se essi sono resi disponibili. La probabilità di sesso anale non aumenta comunque a causa di questa disponibilità.

Ormai nella società diversi sono gli Enti statali e le Associazioni che raccomandano l’uso del preservativo per proteggersi dalle malattie sessualmente trasmesse ma, stranamente, sembra che questo consiglio di sana profilassi valga per tutti, tranne che per la popolazione carceraria. Sarebbe dunque necessario e urgente procedere, come sostengono ad esempio l’OMS, le Nazioni Unite, l’American Public Health Association e l’Associazione della Salute Pubblica australiana, ad introdurre al più presto il preservativo gratuito in carcere: perché la società ha il dovere di cura nei confronti dei suoi carcerati e perché essi hanno il diritto di difendersi dalle malattie.

In Italia, la Lila (Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids) da tempo sostiene questa battaglia civile e, prima delle elezioni, ha fatto pervenire agli aspiranti premier Silvio Berlusconi, Pierluigi Bersani, Oscar Giannino, Beppe Grillo, Antonio Ingroia e Mario Monti, fra le altre, questa specifica domanda:

Nelle carceri italiane la presenza di una percentuale rilevante di persone detenute per reati legati alla droga e il sovraffollamento pongono questioni di tutela della salute. Nessun Paese al mondo riesce a evitare consumo di droga e attività sessuale consenziente o non consenziente nelle proprie carceri. Perciò diversi Paesi europei e non solo hanno politiche di prevenzione dell’Hiv e di riduzione del danno anche in carcere, con preservativi e siringhe sterili, così come chiesto dalla Commissione Europea, dall’OMS e dalle agenzie ONU che si occupano di Aids e droga. Il vostro governo sarebbe favorevole all’introduzione di tali programmi nei nostri Istituti di pena?

Nessuno ha risposto.

Dr. Giuliana Proietti

Pubblicato anche su Huffington Post

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Andersen e l’allegoria pessimista della vita

La Sirenetta Andersen e lallegoria pessimista della vitaIl racconto quasi-autobiografico della Sirenetta dal 19° secolo è ancora fonte di ispirazione per migliaia di bambini che si trovano ad affrontare lo stesso problema: cambiare la loro natura. L’oggetto del loro desiderio rimane inaccessibile. Poi leggono La Sirenetta, perché questa storia parla del loro malessere con parole … senza speranza. Senza soluzioni. Senza rimedi.

Questa è la storia di un uomo che vorrebbe diventare una bellissima sirena … Si mette le sue più belle mutandine di pizzo nero, si epila, in modo da avere il corpo liscio di una ninfa e si inietta la sua dose giornaliera di ormoni … prima di sprofondare in un incubo di 60 minuti. E’ così difficile cambiare identità. Il regista, Kim Kyung-Mook lo sa. Quando fece il suo primo film a 19 anni (Me and doll playing), egli raccontò come da bambino indossava scarpe e abiti di sua madre per somigliare ad una bambola Barbie … era felice perché tutto sembrava possibile. Nell’adolescenza però… capì che i suoi desideri erano impossibili. Realizzò così A Cheonggyecheon dog,, la storia della sirenetta (1) implementato nella città di Seul, sul fiume Cheonggyecheon: fino al 2005, il fiume era solo una fogna a cielo aperto. Trasportava solo  residui fecali e carcasse di cani morti. Ora lungo le sue rive si possono vedere i marchi del lusso internazionale: Gucci, Prada e Swatch, che attirano mezzo milione di escursionisti ogni giorno … La città riesce nel suo cambiamento, ma non l’uomo. Alla fine del film, l’eroe si ritrova come la sirenetta di fronte alla schiuma bianca del fiume in cui si dissolvono le sue lacrime. “Tu non potrai mai diventare la bellezza dei tuoi sogni”.

Invitato al Black Movie Festival di Ginevra, Kim Kyung-Mook ha detto: “Quando ho fatto il film, ero abbastanza disperato. La favola di Andersen, La Sirenetta, ha parlato al mio cuore perché descrive perfettamente la mia situazione, quella di un ragazzo che sogna il    principe azzurro, ma a cui il suo corpo impedisce di amare liberamente. Ho avuto l’impressione di essere come questa sirena che vorrebbe avere le gambe al posto della coda di pesce e avrebbe sofferto mille morti pur di essere in grado di cambiare la propria natura… Ella si amputa e soffre invano “. Il Principe non la guarda nemmeno. Lui è interessato solo agli esseri umani reali. Il sacrificio doloroso della sirena si dissolve in una canzone d’amore dalla musica sciropposa che finisce male. Per Kim Kyung-Mook ecco dove finisce la favola di Andersen. In un pozzo senza fondo di tristezza impossibile da risolvere. “Ora sto meglio”, ha detto. Come a scusarsi per aver fatto un film che finisce male: “Ora sto meglio”

Certo, Hans Christian Andersen non ha scritto storie molto felici. Forse non ha scritto neanche storie per bambini … ma per aspiranti suicidi. O per persone in difficoltà. Quando non stai bene, diventa quasi un conforto leggere che il mondo è cattivo, che anche i ricchi e famosi possono sprofondare nella depressione e che nessuna storia d’amore finisce lontano dal fallimento. Quando non si sta bene, le canzoni strappalacrime, i drammi all’acqua di rose e i messaggi compassionevoli danno un certo sollievo … Diventa allora facile identificarsi nell’eroe sfortunato: la sirenetta (2), la piccola fiammiferaia, Cristo, o altri. “Non sei solo nella sofferenza”. “Asciugati le lacrime, perché in un’altra vita …”. False promesse. Dolci illusioni. Ci si aggrappa a qualsiasi cosa, quando non va bene. Compresa l’idea, così rassicurante, che qui il mondo è fottuto, ma altrove, in un altro mondo, la tua sofferenza sarà premiata.

Hans Christian Andersen sembra non aver mai fatto altro in vita sua che essere infelice e trasformare questa sfortuna in una pia lezione di abnegazione. La docente di Filosofia della Sorbona, Céline-Albin Faivre, lo descrive come una vera vittima del destino: “romantico e dunque infelice, Andersen lo è integralmente, dice. Quando Andersen padre, un povero calzolaio, si sposò, comprò la bara di un morto, e poi ne fece il suo letto nuziale, dove nacque il futuro orfano Hans Christian. Quale miglior inizio per uno scrittore di fiabe? ” Céline-Albin sembra provare tenerezza verso questo “genio malinconico” dalla figura sgraziata e dal viso allungato.

Hans Christian Andersen era brutto. Era di umili origini. Era omosessuale. Era innamorato del figlio del suo benefattore (3). E il figlio del suo benefattore, al quale scrisse lettere a volte attraversate da confessioni non era interessato a lui … Non potendo vivere liberamente la sua omosessualità, Hans Christian Andersen si masturbava e si divertiva a scrivere racconti crudeli impregnati di morale cristiana. “Ci sono vite la cui storia fa parte del lavoro letterario che seguirà, dice Céline-Albin Faivre. (…) Andersen non fa eccezione a questo principio letterario, spesso misconosciuto. E così ha scritto la sua autobiografia, più volte, sotto diverse forme, intrisa di orgoglio e commovente, malgrado tutto. Era solito dire che la sua vita era stata una favola. Tutti i bambini tristi trovano in questa credenza una consolazione”.

Per consolarsi di essere così infelice, Hans Christian Andersen ha fatto della sua vita un modello da seguire: ha rifiutato i piaceri della carne, non ha conosciuto l’amore e ha vissuto solo nell’amore dell’infinito sublime che è la fede. “La storia della mia vita, ha scritto, dice al mondo quello che mi ha insegnato: c’è un Dio amorevole che organizza tutto per il meglio.”

Andersen quindi non comunica altro messaggio, se non quello della rassegnazione. Una rassegnazione bella, commovente e soprattutto … Assoluta. Assolutamente fatale. “I racconti di Andersen sono senza moralina dice Céline-Albin Faivre, non c’è niente lì, se non un cuore puro che si restringe gradualmente, sempre di più, ma continua a lottare per un altrove”. Questo è Andersen, si tratta di una miscela intima di dolore e di estasi che è l’essenza della vita, dice Krotchka nel suo blog d’arte. Il racconto illustra non tanto un discorso morale (purezza e perseveranza premiate) ma un’allegoria pessimista della vita.

Pessimistico? E’ dire poco. Le storie di Andersen, spesso prive dell’happy end, finiscono male come le leggende dei martiri e descrivono con la stessa gioia sadica, le peggiori torture possibili inflitte a degli innocenti: morsi, ustioni, stanchezza, fame, solitudine, freddo, paura, abusi, disprezzo, abbandono … Mentre nella maggior parte dei racconti popolari, gli eroi riescono a superare le difficoltà affrontate con coraggio, nei racconti di Andersen i protagonisti soffrono “per niente”. I loro sforzi sono vani. Inutile essere coraggiosi o ambiziosi. Condannate ad attraversare ogni girone di questo inferno che è la vita, le vittime di Andersen quasi sempre finiscono per morire, con gli occhi ancora immersi nei loro sogni. Alzando lo sguardo a quel cielo che Andersen descriveva con le parole di un predicatore, come l’unico posto desiderabile in questo mondo. Lassù, dove non si soffre più. Lassù, dove dunque deve essere il paradiso.

Bella lezione di disperazione, davvero. Alla quale si aggrappano migliaia di bambini e adolescenti che considerano il loro corpo come una prigione e come fonte di ogni sofferenza. “Non avrò mai le gambe dei miei sogni” … Mentre se leggessero la storia del brutto anatroccolo, essi saprebbero che … Non è una fatalità.

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Nota 1 / Storia della Sirenetta: La Sirenetta, orfana di madre, vive nelle profondità del mare, con il padre (il re del Mare) e le sue cinque sorelle. La notte dei suoi quindici anni, sale in superficie dell’acqua e si innamora perdutamente di un giovane principe che salva da un naufragio. Per trovarlo, la sirenetta si rivolge ad una strega: ciò che desidera è avere un paio di gambe. La strega impone tre condizioni: in primo luogo, la sirenetta deve accettare di tagliarsi la lingua e diventare muta. In secondo luogo, ad ogni passo, dovrà avere la sensazione di camminare su aghi e lame taglienti. Ultima condizione: se mai il principe si innamorasse di un’altra donna e la sposasse, la sirenetta si trasformerebbe in schiuma. La sirenetta è disposta a fare questi sacrifici e accetta l’offerta. Trova il principe, ma lui non la riconosce. Lui cerca il volto sconosciuto che lo ha salvato dal naufragio. Ma la sirenetta, priva di voce, non può rivelare la sua identità, e il principe finisce per sposare un’ altra. La sirenetta si trasforma in schiuma. Le figlie dell’aria vengono a prenderla in modo che diventi una di loro. Condannata per un certo periodo a diffondere il bene intorno a lei, vive nella speranza di acquisire un’anima eterna e di partecipare, così, alla felicità del genere umano …

Nota 2 / “La Sirenetta è uno dei 166 racconti di Hans Christian Andersen che furono pubblicati nel 1837, nella terza sezione della prima raccolta di storie raccontate ai bambini. Se Andersen ha dedicato molta energia ai suoi racconti, è perché non li considerava solo come mero intrattenimento per i bambini: essi incarnavano le sue teorie estetiche e poetiche, e soprattutto, parlavano della sua anima. “(source : Dossier pédagogique, espace des arts)

Nota 3 / “Ti desidero, come se fossi una bella ragazza calabrese. I miei sentimenti per te sono quelli di una donna. Ma la femminilità della mia natura e il nostro amore deve rimanere segreto”. Nel 1835,  Andersen aveva 30 anni quando scrisse queste parole a Edward Collin, che le riportò nelle sue memorie pubblicate dopo la morte dello scrittore: ” Non ero in grado di rispondere a questo amore, e questo fece molto soffrire Andersen “. (Fonte: Homosexuels et bisexuels célèbres).

Agnès Giard

Articolo originale:
Les contes sexuellement suicidaires d’Andersen, Les 400 culs
Traduzione a cura di Psicolinea.it

Immagine:
Bertall, Wikimedia

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Preservativo? Si, grazie

preservativo 300x178 Preservativo? Si, grazieQuand’ero ragazzo, cioè circa quarant’anni fa’, di informazione sessuale allora ne girava proprio poca; ricordo che, leggendo la Gazzetta dello Sport, giornale che all’epoca aveva un pubblico esclusivamente maschile, notavo spesso delle pubblicità misteriose, che attiravano la mia attenzione.

Su queste strisce pubblicitarie compariva l’immagine di un guerriero con la spada ed un grosso scudo; lo slogan, come lo ricordo, diceva “Fidarsi é bene ma Hatù é meglio”, e nessuno dei ragazzini, che leggeva come me il giornale, sapeva dire che cosa significasse quella pubblicità. Se lo si chiedeva agli adulti, quando andava bene i maschi ti strizzavano l’occhio con fare misterioso, ma in ogni caso non ti spiegavano niente. E alla mamma non si chiedeva.

Si trattava naturalmente dei preservativi, che all’epoca venivano pubblicizzati solo come mezzo di protezione contro le malattie veneree, nei rapporti con le prostitute. Per molti anni, infatti, erano restate in vigore le leggi fasciste “a difesa della razza”, che proibivano la pubblicità dei mezzi anticoncezionali.

Il nome Hatù, per me, era anche legato ad un altrettanto misterioso prodotto, del quale vedevo le scatole in farmacia, ed erano le “tettarelle”; solo in seguito, ho appreso, che sono i ciucciotti di gomma da applicare al biberon; ma il nome aveva assonanza con altre parole proibite dell’universo immaginario dei maschietti dell’epoca.

In seguito ho anche letto che il nome Hatù deriverebbe da una frase latina, “HA-bemus TU-torem”, che significa appunto “Abbiamo un difensore”.

Circolavano inoltre, tutta una serie di battute e barzellette, relative all’acquisto in farmacia di preservativi, e si metteva in evidenza l’imbarazzo di chi lo faceva.

Contribuiva ad aumentare quest’atmosfera, il fatto che, a Genova, i preservativi erano venduti, oltre che in farmacia, anche nella zona del porto, dove c’erano le prostitute, sulle bancarelle di Via Prè, assieme alle sigarette di contrabbando, ed altre merci di provenienza americana, allora introvabili nei negozi.

Tutto questo è andato avanti per molti anni, rafforzando il collegamento tra l’uso dei preservativi e la frequentazione delle prostitute, finché, negli anni sessanta, un genio della pubblicità ha inventato lo slogan “Pianificazione familiare”.

Slogan rivoluzionario, perché si abbinava per la prima volta, l’uso dei preservativi ad una parola seria come “famiglia”; inoltre si evitava, per non urtare troppo l’Italia cattolica, di parlare di “controllo delle nascite” e si sostituiva a questo concetto quello della “pianificazione”, che rimanda a scelte razionali e non emotive.

La situazione attuale, all’apparenza, é radicalmente cambiata; di recente una rivista molto diffusa, ha inserito un preservativo in omaggio nel numero della settimana.

Da anni inoltre, nelle pubblicità su stampa e televisione, si abbinano le immagini di una sana sessualità giovanile, con l’invito ad usare il preservativo.

L’eventuale imbarazzo nell’acquisto dovrebbe essere scomparso, visto che i preservativi adesso si vendono anche al supermercato, negli autogrill, attraverso macchine distributrici e in tutta una serie di altri negozi.

Tutte queste considerazioni diventano importanti perché con l’arrivo dell’AIDS nelle nostre vite, l’impiego del preservativo riacquisisce drammaticamente il ruolo della difesa della salute; usarlo o non usarlo costituisce una scelta tra la vita e la morte.

In questo senso sono state numerosissime, in tutto il mondo, le campagne informative messe in atto dai singoli stati e dalle organizzazioni nazionali ed internazionali.

Nonostante questo, il numero degli infettati e dei malati di AIDS, non diminuisce. Non si tratta solo di tossicodipendenti; aumenta di continuo anche il numero di persone eterosessuali ed omosessuali che contraggono la malattia a causa di rapporti sessuali non protetti.

Alla luce di questi fatti, ciascuno di noi dovrebbe cercare di comprendere perché vengono messi in atto questi comportamenti ad alto rischio; quali sono le motivazioni che impediscono l’uso del preservativo; perché non abbiamo il coraggio di consigliare i nostri figli a farlo; quali sono i moralismi religiosi che impediscono ancora adesso di fare una cosa così semplice; insomma, che cos’è che ci fa’ scegliere la morte anziché la vita.

Dr. Roberto Vincenzi

Immagine:

Tonrulkens, Flickr

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Storia dell’omofobia

Pedote Omofobia 219x300 Storia dellomofobiaOggi vorrei parlarvi di un libro che ho appena terminato di leggere. Si tratta di “Storia dell’omofobia“, pubblicato nel 2011 da Odoya, e scritto da Paolo Pedote, con prefazione di Gian Antonio Stella.

Viene presentato come un libro che spiega quali ragioni abbiano potuto motivare la persecuzione del “diverso”, ma in realtà a me sembra più che altro una grande enciclopedia su tutti i gay più importanti della storia, partendo dalle fonti bibliche ed arrivando fino al discorso di Lady Gaga al Circo Massimo.

Diciamo subito che, nonostante la premessa, il libro mi è molto piaciuto, non tanto perché vi abbia trovato “le ragioni di una persecuzione” dal punto di vista storico, antropologico e politico, come indicato nella scheda diffusa dalla Casa Editrice Odoya, ma perché si tratta di un libro straordinariamente ben fatto, sul piano della ricerca bibliografica delle fonti e dell’iconografia.

Tutti i gay che hanno avuto un certo rilievo nella storia umana sono citati nelle pagine di questo libro, così come i più importanti scritti: letterari, artistici e normativi, che di omosessualità si sono occupati.

Si inizia dunque dal libro della Genesi, nel quale si narra che un giorno, verso il tramonto, il patriarca Lot sedeva presso le porte della città di Sodoma quando gli si presentarono due angeli, travestiti da forestieri. Non appena vide i due ospiti Lot si alzò e li accolse in modo premuroso, preparando per loro il pane azzimo. Ad un certo punto della serata però si sentì bussare violentemente alla porta: erano arrivati gli abitanti della città di Sodoma, che cercavano gli ospiti del padrone di casa. “Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte”? dissero “Falli uscire, perché possiamo abusarne”! Al che Lot cercò di evitare il peggio: “No, fratelli miei, non fate del male! Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini, perché sono entrati all’ombra del mio tetto”. Avete letto bene “fate loro ciò che vi piace”, purché, insomma, non facciate i “sodomiti“… Niente da fare: i sodomiti, nel senso degli abitanti della città di Sodoma, volevano fare si ciò che gli piaceva, ma con gli ospiti maschi. Dunque, si prepararono a sfondare la porta. A questo punto i due forestieri, che erano angeli, colpirono gli abitanti di Sodoma con un abbaglio di luce, che li rese ciechi. La città di Sodoma fu poi distrutta da Dio, per punizione, con una pioggia di zolfo e fuoco, dalla quale si salvarono solo Lot e la sua famiglia, precedentemente avvisati di quanto stava per succedere alla loro città. C’era però un’unica condizione perché la loro salvezza potesse andare completamente a buon fine: essi non dovevano voltarsi indietro, a guardare le rovine di Sodoma. Naturalmente, qualcuno doveva cedere a questa debolezza e questo qualcuno fu naturalmente una donna, la moglie di Lot, che per questa ragione Dio fece diventare immediatamente una statua di sale.

Una storia che più che omofoba appare molto machista, dove le donne vengono rappresentate come oggetti sessuali, da cedere o acquistare, oltre tutto con un livello di intelligenza molto scarso, come nel caso della moglie di Lot, che invece di farsi gli affari suoi si girò verso Sodoma, così come Eva aveva dedicato, al tempo dell’Eden, fin troppe attenzioni al povero Adamo (ma che altro aveva da fare, poverina?), facendolo cadere nel peccato e nella morte. A sorpresa invece, dal libro, esce fuori una interpretazione inattesa. Non c’è dubbio, dice l’autore, che agli occhi di Dio, lo stupro omosessuale appaia più grave di quello eterosessuale ma, citando McNeill (Cristianesimo, tolleranza, omosessualità, 1980), Pedote avverte che in realtà i riferimenti sessuali in questa storia potrebbero essere del tutto secondari, rispetto al significato autentico del passo biblico, che riguarderebbe piuttosto il problema dell’ospitalità, per gli ebrei di assoluta importanza. Lot avrebbe in sostanza violato le regole della città, ricevendo ospiti sconosciuti, senza ottenere il permesso degli anziani. Allo stesso modo l’espressione “abusarne” sarebbe stata male interpretata: il termine, sempre secondo il citato McNeill, potrebbe essere tradotto meglio con “conoscerli”.  In senso biblico la “conoscenza” ha poche volte a che fare con il sesso (solo 10 passi su 943 alludono alla conoscenza carnale).

Andando avanti nella storia dell’essere umano, si arriva agli antichi greci e romani. Anche in quel tempo,  l’omofobia come la conosciamo oggi non era poi così diffusa: semmai si trattava di un problema che riguardava il potere e la libertà individuale, non una discriminazione sessuale. Per i romani infatti un uomo era “virile” quando assumeva sessualmente solo ed esclusivamente il ruolo attivo,  e non aveva importanza se il partner era un maschio o una femmina. Il cittadino romano adulto doveva saper imporre la sua volontà: chi subiva la sodomizzazione da parte di un romano era un uomo vinto, uno schiavo. Per questa ragione, schiavi e vinti potevano essere posseduti, o “castigati”, attraverso la penetrazione anale. Era invece abbastanza normale che rapporti omosessuali vi fossero con dei giovani, purché questi non fossero di buona famiglia (perché in tal caso non andavano importunati). E le donne? Per i romani il matrimonio non era il risultato di un sentimento d’amore, ma anzitutto un dovere civico, finalizzato oltre che alla procreazione, anche a stringere alleanze politiche: per il resto, gli uomini erano liberi di andare con chi volevano, uomini e donne. Si pensi al caso di Cesare, detto “il marito di tutte le mogli, la moglie di tutti i mariti”. Tutta Roma, si racconta ancora nel libro, sapeva che era divenuto l’amante di Re Nicomede, tanto che i suoi soldati cantavano “Cesare ha sottomesso la Gallia, ma Nicomede ha sottomesso Cesare”. Ciò nonostante era considerato un grande condottiero e conquistatore.

Venendo a tempi più vicini ai nostri giorni, ad Oscar Wilde viene dedicato un intero capitolo e, del resto, il personaggio dello scrittore irlandese è talmente affascinante, con la sua storia d’amore per Alfred Bruce Douglas, che gli costò perfino il carcere, che l’intera sua vicenda è ancora fonte di ispirazione e di riflessione per chi vuole comprendere le radici sociali dell”omofobia.

Interessante anche la storia del Paragrafo 175 del Codice penale tedesco, direttamente mutuato dal Codice penale prussiano, a sua volta scritto su ispirazione del codice napoleonico, il quale criminalizzava l’omosessualità, sin dal 1871 . Questo paragrafo affermava che: “la fornicazione innaturale, cioè tra persone di sesso maschile, ovvero tra esseri umani ed animali, è punita con la reclusione; può essere emessa anche una sentenza di interdizione dai diritti civili”. Naturalmente nel periodo nazista questa legge omofoba fu ulteriormente inasprita (se l’attività avveniva con una persona che aveva meno di 25 anni la Corte poteva emettere una sentenza di condanna, anche nei casi lievi. Per “gravi affettuosità” invece la reclusione poteva durare anche dieci anni). Del resto, un popolo che aspira all’egemonia, ricvorda l’autore, ha bisogno di molti figli e dunque la repressione verso l’omosessualità doveva essere un deterrente: dunque, non solo il carcere, ma anche lavori forzati, cure psichiatriche e castrazione “volontaria”. Peraltro, sembra ci siano prove che i gay siano stati le cavie preferite per gli esperimenti dei medici nazisti.

Alcuni personaggi, nel libro, vengono invece demoliti per ragioni di omofobia: fra questi, quello che non ti aspetti è ad esempio il Che Guevara, al quale sembra si debba il “piano generale del carcere”, nel 1959, nel quale il “comandante” disponeva arresti per attori, ballerini e artisti gay. Il Che disponeva inoltre della possibilità di graziare o condannare senza processo, fissare le punizioni corporali e le torture, fra cui tagliare l’erba con i denti ed essere impiegati nudi nei lavori agricoli. Veramente un Che che non ti aspetti, e che meriterebbe ulteriori apporfondimenti.

Insomma, un libro da leggere, se vi interessano le vicende di questa “razza maledetta”, come scrisse lo scrittore omosessuale Marcel Proust, o addirittura questo “vomito di Dio”, come lo definì Dario Bellezza, scrittore omosessuale, morto di Aids.

La mia idea personale è che, un po’ come si diceva ieri a proposito delle bionde, gli omosessuali abbiano in fondo l’unica colpa di sollecitare il desiderio sessuale maschile, il che viene punito, con atteggiamenti omofobi, perché nella nostra società colpevole del desiderio non è considerato chi lo prova, ma chi lo suscita. Eva docet. (Ed in effetti, la posizione degli omosessuali è molto vicina, nella storia della civiltà umana, a quella delle donne e vi sono state anche delle alleanze fra le due diverse categorie sociali, al tempo delle rivendicazioni femministe).

A proposito di donne, nel libro se ne parla in verità molto poco: del resto nella sessualità fra donne non c’è attività o passività, non c’è il dominatore e il dominato, il virile e l’effeminato, e dunque la sessualità delle lesbiche fa molto meno “paura”. E’ un po’ come vedere due animali che si accoppiano: essi non creano scandalo, ma solo divertiti sorrisi… O no?

Dr. Giuliana Proietti

Fonte e immagine:

Storia dell’omofobia

Autore: Paolo Pedote
Introduzione: Gian Antonio Stella
Editore Odoya
VOLUME ILLUSTRATO

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Omofobia: temi gli omosessuali o te stesso/a?

gay Omofobia: temi gli omosessuali o te stesso/a?L’omofobia è più pronunciata nei soggetti che provano attrazione verso persone dello stesso sesso (ma della quale non sono consapevoli) e che sono cresciuti con genitori autoritari, che proibivano loro l’espressione di questi desideri. Lo afferma un nuovo studio, il primo a documentare il ruolo  sia dei genitori, sia dell’orientamento sessuale, nella formazione di una avversione intensa e viscerale nei confronti degli omosessuali.

“Gli individui che si identificano come soggetti eterosessuali, ma che nei test psicologici mostrano una forte attrazione per soggetti del proprio sesso, possono sentirsi minacciati dai gay e dalle lesbiche, perché queste persone possono ricordare loro analoghe tendenze,  avvertite dentro di sé”, spiega Neta Weinstein, docente presso l’Università di Essex e autrice principale dello studio.

“In molti casi si tratta di persone che sono in guerra con sé stesse e che rivolgono questo conflitto interno verso l’esterno”, aggiunge il co-autore Richard Ryan, professore di psicologia presso la University of Rochester, che ha contribuito alla ricerca (vedi il video più in basso).

La ricerca comprende quattro esperimenti separati, condotti negli Stati Uniti e in Germania; ciascuno ha coinvolto una media di 160 studenti universitari. I risultati hanno fornito nuove prove empiriche a sostegno della teoria psicoanalitica secondo la quale la paura, l’ansia, e l’avversione che alcune persone apparentemente eterosessuali provano nei confronti degli omosessuali possano tradire desideri sessuali repressi verso persone dello stesso sesso. I risultati supportano anche la più moderna teoria della auto-determinazione, sviluppata da Ryan e Edward Deci presso l’Università di Rochester, che collega l’eccessivo controllo dei genitori durante il periodo della crescita con una scarsa accettazione di sé e la difficoltà a valutare sé stessi in modo obiettivo.

I risultati possono aiutare a spiegare le dinamiche personali che portano al mobbing e alle violenze nei confronti degli omosessuali in quei fatti di cronaca che riportano di aggressioni nei confronti degli omosessuali: in essi si avverte infatti che gli aggressori si sentivano in qualche modo minacciati dagli omosessuali (i quali, del tutto involontariamente, possono aver contribuito a rendere i loro aggressori più consapevoli del proprio reale orientamento sessuale).

La ricerca fa luce anche su casi di alto profilo in cui sono stati coinvolti personaggi conosciuti,  impegnati pubblicamente in campagne anti-gay e, in privato,  in atti sessuali con persone del proprio sesso. Gli autori citano esempi come Ted Haggard, il predicatore evangelico che si opponeva al matrimonio gay e che è stato coinvolto in uno scandalo omosessuale nel 2006, o anche Glenn Murphy Jr., ex presidente della federazione nazionale dei giovani repubblicani (in America), fiero oppositore del matrimonio gay, che è stato accusato di avere molestato sessualmente un ventiduenne, nel 2007.

Per esplorare l’ attrazione sessuale manifesta o inconsapevole dei partecipanti, i ricercatori hanno misurato le discrepanze tra frasi tipiche relative all’orientamento sessuale e le relative reazioni dei soggetti in termini di frazioni di secondo. Agli studenti sono state mostrate parole e immagini sullo schermo di un computer ed è stato chiesto loro di inserirle nella categoria “gay” o “etero”.  Prima di ciascuna delle 50 prove, i partecipanti sono stati stimolati con la parola “me” o “altri” attraverso messaggi subliminali, flash, che sullo schermo sono durati 35 millisecondi. Sono stati poi mostrate le parole “gay”, “eterosessuale”, “omosessuale” così come le immagini di coppie eterosessuali e gay, mentre il computer monitorava con precisione i tempi di risposta. Un’associazione più veloce di “me” con “gay” e una associazione più lenta di “me” con “eterosessuale” sono state considerate indicative di un orientamento omosessuale non consapevole.

Un secondo esperimento, in cui i soggetti erano liberi di sfogliare foto di soggetti dello stesso sesso o di sesso opposto, ha fornito una ulteriore misura di implicita attrazione sessuale.

Attraverso una serie di questionari, i partecipanti hanno anche riferito sul tipo di genitori che hanno avuto durante l’infanzia e sul loro stile genitoriale, autoritario o democratico. Agli studenti è stato chiesto inoltre di esprimere accordo o disaccordo su  affermazioni quali: “Mi sentivo sotto pressione”, o “mi sono sentito libero di essere quello che sono”. Per misurare il livello di omofobia in famiglia, i soggetti hanno risposto a domande quali: “Per mia madre sarebbe sconvolgente scoprire che sua figlia era una lesbica” o “Mio padre evita gli uomini gay, quando possibile.”

Infine, i ricercatori hanno misurato il livello  di omofobia dei partecipanti – sia palese, espresso in questionari sulla politica sociale e sulle credenze, sia implicito, nel completamento di frasi attraverso libere associazioni. In quest’ultimo caso, gli studenti scrivevano le prime tre lettere che venivano loro in mente, a seguito di precisi stimoli. Lo studio ha inoltre monitorato l’aumento della quantità di parole aggressive dopo la presentazione subliminale della parola “gay” per 35 millisecondi.

In tutti gli studi è emerso che i partecipanti che avevano avuto dei genitori capaci di dare sostegno e disponibilità ai figli avevano maggiore consapevolezza del loro orientamento sessuale, mentre i partecipanti provenienti da famiglie autoritarie rivelavano maggiore discrepanza tra livello di attrazione esplicito e implicito verso soggetti del proprio sesso.

“In una società prevalentemente eterosessuale, il  ‘conosci te stesso‘ può essere una sfida per molti individui gay, ma in alcune famiglie omofobe, scoprire di avere un orientamento sessuale di minoranza può essere terrificante”, spiega Weinstein. Questi individui rischiano di perdere l’amore e l’approvazione dei loro genitori se ammettono di provare attrazione verso soggetti dello stesso sesso, così tanti negano o reprimono quella parte di sé.

Lo studio ha diversi limiti, scrivono gli autori. Tutti i partecipanti erano studenti universitari, quindi potrebbe essere utile per future ricerche testare questi effetti in giovani adolescenti che vivono ancora in casa e negli adulti più anziani che hanno avuto più tempo per affrontare la vita, indipendentemente dagli insegnamenti ricevuti dai loro genitori.

Lo studio, condotto da un team dell’Università di Rochester, dell’Università di Essex, in Inghilterra, e dellla University of California a Santa Barbara,  sarà pubblicato sul numero di aprile del Journal of Personality and Social Psychology.

Fonte:
Is some homophobia self-phobia?, Eurekalert

Una cosa è comunque sicura: l’omofobia va presa sempre nella giusta considerazione, dal momento che a volte può avere conseguenze tragiche.

Dr. Giuliana Proietti

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Anorgasmia parziale – Consulenza online

anorgasmia parziale Anorgasmia parziale   Consulenza onlineCaro dr. La Gatta,
sono una ragazza di 26 anni, ho una relazione stabile da due anni, i rapporti sessuali sono motlo coinvolgenti. sento di provare piacere con il mio partner ma l’orgasmo non riesco a raggiungerlo. questo mi accadeva anche con i precedenti compagni. provo desiderio ed eccitamento, mi lubrifico sbito. queste fasi sono intatte. l’orgasmo, però, è presente solo a seguito di masturbazione. il problema è che mi piacerebbe molto condividere questo momento con il mio compagno, il quale, comunque, rimane ignaro della mia difficoltà.
attraverso i miei studi ed alcune ricerche, credo si tratti di un’anorgasmia relativa.vorrei, ad ogni modo, ricevere una sua opinione a riguardo.
La ringrazio,
complimenti per il sito, di indubbia utilità.
Artemisia85

Gentile Artemisia,

Devo purtroppo dirle che l’orgasmo vaginale durante la penetrazione che si vede nei film o nella pornografia è qualcosa che, nella realtà, riguarda pochissime donne. La maggior parte delle donne infatti raggiunge l’orgasmo attraverso la stimolazione diretta del clitoride. In ogni caso, credo sia utile dire che il piacere è unico, e nasce nel cervello.
Cordiali saluti e auguri.

Dr. Walter La Gatta

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Catlovers, Flickr

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