Alterazione della personalità e responsabilità personale

John Everett Millais The Somnambulist Alterazione della personalità e responsabilità personaleNe “Lo strano caso del Dr. Jekill e Mr. Hyde” di Robert Louis Stevenson (1850-1894) viene ben descritto il caso della doppia personalità, che tanto ha interessato gli psicologi e gli psichiatri, soprattutto nell’800. Nel romanzo, il Dr. Jekyll, dopo aver sperimentato su di sé una pozione,  subisce una trasformazione tale da far emergere una sua seconda natura, attratta dal male, la quale riesce a soppiantare completamente la propria identità personale. Durante l’effetto della pozione, Jekyll si trasforma senza volere in un altro essere, con diverso corpo e diversa psiche. La sua prima identità rimane quella tipica del dottor Jekyll: un uomo alto, educato, di buoni principi morali e solidale con i suoi concittadini; la sua seconda identità, quella di mister Hyde, appartiene ugualmente a Jekyll, ma è un’identità nascosta, in genere soppiantata dalla prima, per cui in genere incapace di esprimersi.  La descrizione di Mr. Hyde è sicuramente ispirata alle teorie di Cesare Lombroso (1835-1909), il quale sosteneva che l’origine del comportamento criminale fosse insita nelle  caratteristiche anatomiche degli individui.  Mr. Hyde viene infatti descritto come un tipo basso, più giovane del dottor Jekyll, ma gobbo, con braccia corte, mani pelose e tozze, con istinti, intelligenza ed energie tutte inclinate verso il male, la soddisfazione egoistica, la violenza e l’asocialità.

Nell’Ottocento l’interesse per la doppia personalità fu molto alimentato dalla diffusione dell’ipnosi: si pensava in particolare che le persone potessero essere spinte a fare azioni che allo stato vigile non avrebbero mai compiuto. Il tema della personalità multipla interessò anche i giuristi: essi infatti cominciarono a domandarsi se effettivamente potevano essere considerate responsabili le persone che soffrivano di patologie di sdoppiamento della personalità, così come chi soffriva di sonnambulismo, o era stato indotto in stato di ipnosi da un’altra persona.

Un ipnotizzato che uccide un’altra persona deve ritenersi responsabile dell’azione compiuta, o la responsabilità penale spetta al suo ipnotizzatore? E se la persona agisse su impulsi che le provengono da una seconda personalità che alberga dentro di lei, ma della quale non è consapevole? E ancora, ispirandosi alle teorie psicoanalitiche,  se l’assunzione di responsabilità personale (cioè l’ammissione di colpa) fosse dovuta non ad un ricordo consapevole, ma ad un meccanismo di difesa inconscio (ad esempio quello della razionalizzazione, per cui si sente il bisogno di giustificare ciò che è accaduto, per superare il disagio della frammentazione dell’Io) ? Ispirandosi invece agli studi sulla psicologia delle folle ci si chiedeva quanto potesse essere responsabile una persona che agisce sulla spinta di una folla in tumulto. E che dire della psicopatologia della vita quotidiana, di cui scrisse Freud nel 1901, per cui ogni azione compiuta ha un suo significato, perché risponde ad un bisogno dell’inconscio? Stessa cosa per il sonnambulismo: chi agisce mentre sogna è responsabile di ciò che fa? Nel 1700-1800 alcuni autori sostenevano l’idea che il sonnambulo che commetteva un crimine doveva essere punito in maniera lieve, in quanto il suo comportamento era comunque una rappresentazione dell’idea malvagia che doveva aver coltivato nella condizione di veglia e per questo non poteva essere assolto in maniera totale.

In queste riflessioni non si trattava di contrapporre salute e malattia, o normalità e follia: il problema era come giudicare il comportamento di una persona assolutamente “normale” (e dunque responsabile di sé) che però, per varie ragioni, in un certo momento della sua vita, perdeva la consapevolezza totale di sé stessa, non per sua responsabilità.

Se la persona si comporta secondo il volere di un’altra personalità che la abita e che non sente il valore del rimprovero, essa deve essere giudicata responsabile delle sue azioni? Può essere punita? Medicina e diritto fino a questo punto avevano concordato nel considerare l’individuo “signore delle proprie azioni”, con unità di comportamento e di idee. Con la nascita della psicoanalisi e la pratica dell’ipnosi questa certezza fu messa per la prima volta in discussione. (L’Io non è signore a casa sua, diceva Freud)

Ad esempio, leggendo la cronaca del tempo si incontrano fatti come quelli del dentista che venne condannato a 12 anni di lavori forzati perché ritenuto colpevole di aver ipnotizzato una sua giovane paziente e di averla messa incinta. (Lui peraltro confessò, pur dicendo che la ragazza era consenziente, mentre la ragazza sosteneva di essere stata violentata sotto ipnosi). Un altro caso del tempo fu quello di un girovago che non aveva fissa dimora e che si recò in una casa di contadini, seducendo la loro figlia nubile e attempata, scappando di casa con lei, fino a che la coppia non venne ritrovata e lui arrestato. Anche in questo caso la donna raccontò di essere stata ipnotizzata (e per questo lui venne condannato a 30 anni di lavori forzati). E’ ugualmente famoso il caso di Felida, osservato dal dott. Eugène Azam (1822-1899). Felida, nata a Bordeaux nel 1843, era una ragazza molto intelligente, ma nervosa, malinconica, taciturna. A 14 anni veniva presa quasi ogni giorno da un acuto dolore alle tempie che la faceva addormentare, senza possibilità di svegliarla, né con rumori, né con punture. Quando si risvegliava era completamente cambiata: felice, sana, socievole. Prima della rivoluzione francese il caso sarebbe stato affidato ad un esorcista, ma Azam seguì invece questa paziente per diversi anni e ne scrisse nel libro “Hypnotisme et double conscience” (F. Alcan Paris 1893), introducendo la sindrome della doppia personalità, o “split personality”.

Il diritto ha riconosciuto il valore dell’ipnosi, se non altro quando ha cercato di utilizzarla, ad esempio nell’indurre la persona a confessare il delitto commesso, o a ricordare eventi traumatici di cui potrebbe essere stato utile testimone. Spesso nei tribunali si è ricorsi anche ad esperti di parapsicologia o chiaroveggenti, persone cioè che sembravano essere capaci di vedere al di là dei limiti fisici, con una sensibilità considerata più ampia. Si è sperato in questo modo di trovare persone scomparse o refurtiva, ma con esiti sempre fallimentari.

Il dibattito su questi argomenti ai giorni nostri non si è affatto spento nel tempo ed anzi, negli ultimi anni si è riacceso con il diffondersi delle informazioni che ci vengono dalle neuroscienze: le neuroscienze infatti, come fece Freud nell”800, stanno portando alla luce aspetti del comportamento dell’individuo che possono non essere legati alla volontà personale, ma questa volta non per problematiche legate a conflittualità inconsce, quanto a causa di aspetti organici dovuti alla presenza o all’assenza di neurotrasmettitori, così come alla genetica molecolare. Anche in questo caso, chi delinque a causa di problematiche che hanno origine nel suo cervello, nella sua parte organica e non psicologica, è da considerarsi reo? La risposta è si, oggi come nel passato, in quanto il diritto penale rimane fermo nel considerare la persona come unica responsabile delle proprie azioni.

Dr. Giuliana Proietti

Immagine:
La sonnambula, Wikimedia

Psicolinea ti consiglia anche...

Religione, spiritualità e psicoterapia

Yoga prayer by the Sea Religione, spiritualità e psicoterapiaFreud non amava la religione: ne aveva parlato, con grande scandalo, come di una forma di patologia. Per il fondatore della psicoanalisi la religione era infatti assimilabile ad un’illusione, in cui il credente smarriva il senso della realtà, a tutto vantaggio di fantasie psichiche, che potevano diventare delirio collettivo, nell’acquiescenza del gruppo. Ne “L’avvenire di un’illusione” (1927) Freud concludeva che sarebbe stato un bene se un giorno l’umanità si fosse riuscita a liberare di questa illusione, per poter usufruire di energie razionali, preziosissime per la costruzione della stessa “civiltà”.

La psicoterapia dunque è nata laica e, da allora, si è sempre tenuta alla larga dalle religioni. Oggi però ci sono nuove tendenze ed in alcuni ambienti si sta cercando di integrare l’approccio terapeutico classico con aspetti spirituali (forse come forma di concorrenza alle tante filosofie e religioni orientali, che attirano sempre più persone con problemi psicologici, più che appassionati dello spirito…).

Il massimo esperto del genere è Kenneth I. Pargament psicologo clinico, docente di psicologia presso la Bowling Green State University e studioso presso l’Istituto di Spiritualità e salute presso il Texas Medical Center. Ha pubblicato The psychology of religion and coping: Theory, research, practice nel 1997 e Spiritually integrated psychotherapy: Understanding and addressing the sacred nel 2007. Recentemente è stato intervistato dall’APA su questi argomenti. Vi riportiamo una sintesi delle sue risposte.

Le persone si rivolgono alla fede religiosa per cercarvi conforto e sostegno nei momenti difficili. In particolare, ci sono alcuni gruppi, come ad esempio gli anziani o soggetti che appartengono a minoranze, i quali sono più propensi a guardare alla fede come ad una forma di aiuto.

Studi empirici hanno dimostrato che in presenza di disastri naturali, malattie, perdita di persone care, divorzio, ecc. la religione e la spiritualità possono essere utili per si trova a dover fronteggiare problemi su cui ha scarso controllo ed ha scarsi mezzi personali per farvi fronte. In tempi di crisi, ad esempio, la religione può essere molto importante, perché permette di sentire il  supporto spirituale di una divinità. Altrettanto utili sono quei rituali che facilitano la vita spirituale, il perdono, il sostegno da parte di qualche sacerdote: tutto questo aiuta a riformulare una situazione stressante in un sistema più grande, maggiormente benevolo e più ricco di significato.

Per molti anni, gli psicologi hanno evitato di inserire religione e spiritualità nella pratica clinica. Questo è stato forse dovuto al fatto che c’era qualche antipatia religiosa tra i pionieri della psicologia come Sigmund Freud e BF Skinner, o forse perché gli psicologi generalmente mancano di formazione in questo settore. Eppure, ci sono diversi motivi scientificamente fondati per inserire la religione e la spiritualità nella pratica clinica. Per molte persone, la religione e la spiritualità sono le risorse chiave che possono facilitare la propria crescita personale. Le ricerche mostrano che le persone vorrebbero poter parlare di questioni relative alla fede nel loro trattamento psicologico e che gli approcci spiritualmente integrati  sono efficaci come gli altri trattamenti. Gli psicologi sono comunque obbligati per ragioni etiche ad essere rispettosi e attenti nei confronti della diversità culturale dei loro pazienti (ricordando che la religione e la spiritualità contribuiscono alla nostra identità personale e sociale).

Oggi si stanno sviluppando e valutando una varietà di approcci spirituali integrati al trattamento, tra cui: interventi di perdono, per aiutare le persone divorziate a venire a patti con amarezza e rabbia; programmi per aiutare le vittime di abusi sessuali a superare i loro problemi conflittuali interni; trattamenti per persone con disturbi alimentari e programmi che aiutano i tossicodipendenti a riconnettersi al proprio sé superiore. Questi programmi sono ancora nelle loro prime fasi di sviluppo, ma i risultati preliminari sono promettenti. Agli psicologi che non hanno familiarità con il lavoro in questo settore, dico di cominciare a “mettere i piedi in acqua” semplicemente ponendo ai loro pazienti qualche domanda su religione e spiritualità. La maggior parte dei pazienti sono felici di parlare di questi temi. Comunicando il proprio interesse per la religione e la spiritualità, gli psicologi aprono la porta a quella che potrebbe diventare una più ricca e più profonda conversazione.

La psicologia ha ormai cominciato a comprendere ed esplorare una serie di nuovi interessanti argomenti: meditazione, perdono, accettazione, gratitudine, speranza e amore. Ciascuno di questi fenomeni ha radici profonde nelle tradizioni e nelle filosofie religiose orientali e occidentali. “Non c’è bisogno di essere religiosi per meditare” è ormai diventato un mantra in letteratura. La ricerca su questi aspetti della vita ha iniziato a dare importanza vitale a intuizioni psicologiche e sociali, con implicazioni potenti per il cambiamento e la crescita umana.

Alcune ricerche hanno dimostrato che la meditazione basata sulla preghiera è più efficace nel ridurre il dolore fisico di una meditazione basata su una frase laica. Allo stesso modo, altri studi hanno dimostrato che le forme spirituali di sostegno portano salute e benessere al di là degli effetti del sostegno laico. A differenza di qualsiasi altra dimensione della vita, la religione e la spiritualità hanno un focus esclusivo sul dominio del sacro: la trascendenza, la verità ultima, ecc. Qualsiasi psicologia che si dedichi a queste parti della vita rimane incompleta.

Purtroppo, la grande maggioranza degli psicologi non riceve alcuna formazione in religione e spiritualità durante il corso di laurea e la formazione post-lauream. Questo stato di cose dovrebbe cambiare, perché sarebbe utile acquisire le abilità per valutare e affrontare le questioni religiose e spirituali che si presentano nel trattamento.

Dr. Walter La Gatta

Fonte:
What Role Do Religion and Spirituality Play In Mental Health? APA

Immagine:
Sarda, Wikimedia

Psicolinea ti consiglia anche...

Come eliminare i pensieri negativi

pensieri negativi Come eliminare i pensieri negativiAvete mai pronunciato una parola più e più volte fino a quando essa perde il suo significato? È un trucco che molti scoprono nell’infanzia e che permette di capire per la prima volta che le parole non hanno quei significati stabili, definiti, immutabili, che sembrano avere.

Le parole in questo modo si fanno più scivolose, aperte all’interpretazione e intercambiabili.

Comunque, è un gioco divertente : se vi piace, provatelo adesso: dite il vostro nome più e più volte, ad alta voce, fino a quando esso perde tutto il suo significato.

E’ un effetto che gli psicologi hanno studiato, in modo intermittente, per almeno un centinaio di anni. La speranza è che se le parole possono arrivare a non avere più alcun significato attraverso la ripetizione, allora forse anche i pensieri e le idee negative potrebbero essere affrontati nello stesso modo.

Oggi la ripetizione di parole, più e più volte, è parte di una tecnica terapeutica chiamata defusione cognitiva. La teoria sostiene che se si hanno pensieri negativi abituali, che frullano continuamente in testa, il loro potere potrebbe essere disinnescato attraverso la ripetizione.

Alcuni psicologi considerano questo metodo particolarmente utile nel trattamento della depressione. Questo perché una delle componenti cognitive della depressione sono i pensieri automatici negativi. Come ad esempio quando si pensa a sé stessi e ci si ripete: “sono inutile”, o “sono un idiota”.

Le persone che vivono episodi depressivi spesso sperimentano questi tipi di pensieri all’infinito nella propria testa.

In teoria, quindi, è possibile affrontare i pensieri automatici negativi cercando di scindere il loro significato (ricordate, cercare di sopprimerli  non funziona e comporta anzi imprevedibili conseguenze).

Ciò che fanno i terapeuti è cercare di estrarre l’essenza del pensiero, per esempio il concetto di “idiota” e far si che il paziente lo ripeta più e più volte.

Vi potreste chiedere, come ho fatto io quando mi sono imbattuto in questa cosa: è provato che possa funzionare? E se leggete PsyBlog da un po’ di tempo, saprete che non ne avrei parlato se non fosse un fatto provato!

In un recente studio, Masuda et al (2010) hanno reclutato 147 partecipanti, solo pochi dei quali avevano avuto disturbi psicologici. Ogni persona doveva identificare un pensiero negativo su di sé e condensarlo in una sola parola, come ‘idiota’, ‘grasso’ o ‘arrabbiato’. Poi ogni persona doveva dare una valutazione su quanto quella parola la faceva sentire a disagio e quanto credeva che avesse a che fare con lei.

I partecipanti sono stati divisi in cinque gruppi. In uno di essi la parola veniva ripetuta più e più volte, più veloce che si poteva, per 30 secondi, prima di dare nuovamente una valutazione sul disagio provato e sulla credibilità della parola.

I risultati hanno mostrato che rispetto ad altre tecniche di distrazione, a una condizione di controllo e ad  una condizione di defusione più debole,   la defusione cognitiva completa aveva funzionato meglio. I partecipanti di questo gruppo avevano sperimentato la riduzione più significativa nella credibilità della parola e nel disagio associato a quel pensiero. Anche chi soffriva di sintomi depressivi aveva trovato utile l’esercizio.

Se ripetete il vostro nome ancora e ancora, avrete l’effetto usura. Nel lungo termine è meglio cercare di cambiare il contenuto di questi pensieri, o almeno il rapporto che si ha con loro.

Inoltre, vi sono alcuni nuovi risultati che dimostrano che la defusione cognitiva può essere utile nel lungo termine (Deacon et al., 2011).

Nel frattempo, a volte può capitare di sentire il bisogno di ridurre l’impatto di un pensiero per un po’ e anche una breve tregua può aiutarci a pensare più chiaramente. Quando sentite il bisogno di farlo, provate, vedete cosa succede.

Dr. Jeremy Dean

Articolo originale: How to Give The Slip to Persistent Negative Thoughts, PsyBlog
Riproduzione autorizzata. Traduzione a cura di psicolinea.it

Immagine:
Free Digital Photos

Psicolinea ti consiglia anche...

Psicoterapia de visu e psicoterapia online: quali differenze?

terapia online Psicoterapia de visu e psicoterapia online: quali differenze?In Italia siamo ancora indietro nel riconoscere pienamente la possibilità di svolgere la psicoterapia online, anche se all’estero la si pratica già da diverso tempo. Vi proponiamo dunque sull’argomento una testimonianza di un collega americano, Joseph Burgo, che riporta le sue impressioni sul sito PsychCentral.

Quando Joseph ha iniziato, un anno fa, a lavorare con i pazienti via Skype, è rimasto sorpreso (e sollevato) nello scoprire quanto questo mezzo fosse simile al lavoro psicoterapeutico fatto di persona, soprattutto per quanto riguarda la possibilità di entrare in empatia con i pazienti.

Ora che pratica la terapia via Skype da oltre un anno però, crede di aver compreso ciò che anzitutto differenzia la psicoterapia online da quella convenzionale, faccia a faccia: i rapporti terapeutici via Skype tendono infatti ad essere molto più transitori, rispetto a quelli dal vivo. Questo è probabilmente dovuto ad una caratteristica implicita di molte relazioni “virtuali”, che si formano rapidamente e facilmente finiscono. Nonostante il collega chiarisca subito, al primo approccio col paziente, che lui non svolge terapie a breve termine e che creare una buona alleanza terapeutica col paziente richiede tempo, gli capita spesso che i pazienti frequentino le sedute online per due settimane e poi decidano di smettere.

Ancora più sorprendente per lui è stato constatare il modo in cui alcuni pazienti semplicemente scompaiono: senza alcuna seduta di fine-terapia, senza una e-mail esplicativa. Perfino una paziente che era anche medico di una certa fama nel suo campo, è sparita senza lasciare traccia. Joseph sapeva che stava facendo un buon lavoro con lei e quando alcuni aspetti della terapia hanno portato alla luce delle ansie relative al rapporto matrimoniale, la paziente ha preferito dileguarsi: una resistenza comprensibile in quel momento, dice ancora il collega. Nei successivi contatti per il follow-up però Joseph non ha ricevuto da lei alcuna risposta. Come mai questi comportamenti? Da cosa dipendono?

Quando si lavora in un luogo dove si presta assistenza sanitaria, pensa Joseph, i pazienti sanno che diversi specialisti lavorano in team, si conoscono, parlano dei pazienti. Può capitare che un altro terapeuta invii ad un collega il marito o la moglie di un suo paziente, oppure l’invio potrebbe provenire da un ex paziente. In un contesto come questo, dove c’è maggiore controllo sociale, le persone non si permettono di scomparire, in quanto si sentono legate alle loro relazioni, ai rapporti sociali che hanno stabilito. Attraverso Skype invece il rapporto che si viene a creare è solo virtuale e solo con la figura del terapeuta: per questo le persone si sentono libere di comportarsi come desiderano e decidono di smettere quando vogliono, senza lasciare traccia di sé.

Nel corso dell’ultimo anno tuttavia, Joseph dice di aver avuto la fortuna di sviluppare forti legami con un numero crescente di pazienti via Skype. In un certo senso, questo gli ricorda quando ha iniziato la professione: molte persone iniziavano il trattamento, ma la maggior parte di loro non continuava a lungo. Nel corso del tempo però i rapporti con i propri pazienti sono diventati sempre più forti, fino a che il collega si è creato una “clientela stabile “. Forse, conclude oggi, queste interruzioni improvvise della terapia online non sono causate solo dalla sola caducità delle relazioni virtuali, quanto dalla costruzione che si sta verificando, anno dopo anno, di una pratica totalmente nuova: la psicoterapia online.

Dr. Giuliana Proietti

Fonte:
Burgo PhD, J. (2013). Online vs. In-Person Psychotherapy — One Major Difference. Psych Central. Retrieved on January 31, 2013, PsychCentral

Immagine:
Free Digital Photos

Psicolinea ti consiglia anche...

L’esperienza della morte come terapia

pericolo di morte 300x225 Lesperienza della morte come terapiaArriva dalla Cina (A Shenyang, capitale della provincia del Liaoning) un nuovo metodo terapeutico davvero singolare: permettere alle persone di sperimentare la “morte”, per poi essere riportate in vita.

Naturalmente la morte è una finzione, altrimenti davvero non sarebbe possibile… Finora hanno sperimentato il singolare procedimento terapeutico circa 1.000 persone che soffrono di problemi psicologici o sono fortemente stressate. Esse sono ora “rinate” dopo aver simulato la morte con l’aiuto dei terapeuti.

L’esperienza si svolge naturalmente in una bara, posta in una stanza di 5 mq, chiamata “la sala dell’esperienza della morte” posta presso il centro di psicoterapia

Secondo lo psicologo Tang Yulong, la persona dovrebbe scrivere le sue ultime volontà e dire le sue ultime parole, prima di essere distesa in una bara coperta da un panno bianco, e il “defunto” possa sentire il canto funebre. Cinque minuti più tardi, il rumore del un pianto di un bambino interromperà il “tempo sereno”, e il consulente aprirà la bara con una canzone festosa.

Il dottore cinese avverte che la pratica non è detto che possa funzionare per tutti. Ci sono persone tuttavia che sembra ne abbiano tratto giovamento, come un imprenditore di 35 anni, che aveva tentato il suicidio per 4 volte. Dopo la terapia si è sentito subito molto meglio ed ha capito che quello che più di ogni altra cosa desiderava  nella vita non era una casa, ma la sua casa.

Le bizzarrie non sono mai mancate nella storia della psicologia: certo, questa è abbastanza singolare, ma anche trovando pazienti disposti a seguire il trattamento, il problema per i terapeuti è sicuramente quello di allestire la “sala dell’esperienza della morte”, che effettivamente nei nostri studi professionali noi non si è mai vista prima…

Dr. Walter La Gatta

Fonte:
New therapy treats patients with death experience China Daily

Immagine:

gruntzooki, Flickr

Psicolinea ti consiglia anche...

Interventi di psicologia positiva

interventi di psicologia positiva 300x199 Interventi di psicologia positivaTutti gli interventi di psicoterapia prevedono un cambiamento da parte del paziente, perché evidentemente la situazione che egli vive nel presente non è ottimale per raggiungere uno stato di maggiore benessere.  È tuttavia notoriamente difficile che le persone riescano effettivamente a cambiare completamente, anche dopo una psicoterapia, dal momento che alcuni loro atteggiamenti e comportamenti sono parti relativamente stabili della loro personalità.

Per questa ragione, la psicologia positiva, invece che concentrarsi su qualità e caratteristiche che il paziente fatica ad acquisire, preferisce valorizzare e sfruttare le qualità già esistenti, ovvero i “punti di forza”  (Hodges e Clifton 2004). Il miglioramento che ci si attende non si limita ad aumentare le competenze per migliorare il proprio comportamento in determinate attività, ma riguarda soprattutto la sensazione percepita di benessere soggettivo, la soddisfazione per la vita (Lyubomirsky e Della Porta 2010).

Nell’approccio della psicologia positiva, si evita di “riparare” ciò che non funziona, mentre si cerca di individuare, amplificare e consolidare i punti di forza, al fine di superare le debolezze individuali. Per la base della ricerca in psicologia positiva, Seligman (2002) ha delineato una definizione di felicità che riguarda tre componenti fondamentali: il piacere, l’impegno e il significato. La presenza di queste 3 componenti dovrebbe condurre ad una vita equilibrata, sana e felice. Gli interventi di psicologia positiva partono dunque dall’assunto che, coltivando i propri talenti, si possa aumentare il livello percepito di  felicità individuale, ma anche superare i sintomi depressivi. Ricerche condotte negli ultimi anni (Keyes et al. 2010) mostrano in effetti che l’aumento del benessere in una persona porta regolarmente ad un calo dei suoi sintomi depressivi.

La psicologia positiva enfatizza l’importanza dei punti di forza (cfr. Character Strengths and Virtues handbook, Peterson and Seligman 2004): essi contribuiscono a spingere gli individui verso un miglioramento e talvolta è la semplice identificazione di questi punti di forza che aiuta l’individuo a sviluppare una identità basata sui punti di forza (Liau et al 2010; White 2002). Così facendo, il senso individuale del sé può essere separato dagli eventi negativi della vita di un individuo. Si tratta di una sorta di esternalizzazione, in cui si vedono gli eventi negativi come problemi del mondo esterno, anziché come difetti intrinseci della persona. Sapere che si può gestire le cose a questo livello fornisce un senso di speranza, che incoraggia un maggiore coinvolgimento. La consapevolezza dei propri punti di forza fornisce un’importante strumento di auto-sviluppo, permettendo di individuare degli obiettivi legati ai propri punti di forza, il che rafforza la convinzione che ciò che si sta facendo sia  il meglio che si potrebbe fare (Snyder 2002).

Seligman et al. (2005) hanno testato alcuni degli interventi di psicologia positiva da essi stessi elaborati, mettendoli a confronto con gruppi sottoposti a trattamenti placebo. Risultato: si è visto che due degli esercizi di psicologia positiva mostravano ancora dei miglioramenti a livello significativo ben 6 mesi dopo che gli interventi (durati 1 settimana) erano stati completati, il che dimostra che la speranza di un maggiore e duraturo benessere può realizzarsi attraverso gli interventi di psicologia positiva, nonostante questi ricercatori avessero dei dubbi su questa possibilità, a causa del forte effetto dell’adattamento.

Nel tentativo di esplorare l’efficacia del lavoro sui punti di forza in ambienti più critici, Seligman et al. (2006) hanno adattato i loro interventi di psicologia positiva in ambito terapeutico, con l’obiettivo di curare la depressione aumentando le sensazioni di benessere percepito, invece che affrontare direttamente il problema dei sintomi depressivi. Essi hanno condotto lo studio su due gruppi: uno con partecipanti poco o moderatamente depressi in un contesto di psicoterapia di gruppo, l’altro con partecipanti che avevano ricevuto una diagnosi di disturbo depressivo maggiore, i quali erano trattati con psicoterapia individuale, con esercizi creati appositamente per loro.

Il primo studio ha scoperto che i sintomi depressivi nella psicoterapia positiva (PPT) di gruppo sono effettivamente diminuiti e che si sono mantenuti  nel corso di 1 anno, con poco o nessun cambiamento rispetto al gruppo di controllo, che non aveva ricevuto alcun trattamento. Questa durevolezza dei benefici raggiunti è apparsa in effetti piuttosto rara, se confrontata con i dati della letteratura in materia, che riporta gli effetti della psicoterapia nella cura della sindrome depressiva, soprattutto in mancanza di sessioni di follow-up. In altre parole, gli interventi positivi sembrano contenere in sé alcune caratteristiche di auto-mantenimento. Significativi risultati positivi sono stati trovati anche nel secondo studio, dove il gruppo trattato con PPT ha ottenuto un punteggio migliore in entrambi i gruppi in trattamento (con e senza farmaci antidepressivi) per tutti i tipi di psicopatologia, fra cui la depressione.

Sin e Lyubomirsky (2009) hanno invece condotto una meta-analisi sull’argomento, che riguarda 51 studi (condotti su un totale di 4266 partecipanti). Studiando gli interventi di psicologia positiva condotti tra il 1977 e il 2008, i ricercatori hanno scoperto che essi hanno prodotto miglioramenti significativi, sia sul senso di benessere, sia nella diminuzione dei sintomi depressivi. Esaminando lo stato di depressione, e mettendolo a confronto con altri fattori, quali l’età, la durata dell’intervento, il tipo di gruppo di confronto, ecc., i ricercatori hanno scoperto che gli interventi effettuati sono stati particolarmente efficaci tra i partecipanti depressi e motivati del gruppo di età più avanzata (36-59 anni di età) . Sulla base di questi risultati, i ricercatori hanno suggerito di effettuare interventi di questo tipo su base individuale piuttosto che di gruppo, per lunghi periodi di tempo.

Molti degli esercizi di psicologia positiva considerati negli studi di cui sopra si basano sul costrutto della gratitudine, che è diventato un argomento di studio di per sé. Nella loro rassegna della letteratura sulla gratitudine, Emmons e McCullough (2003) hanno osservato un possibile legame tra la gratitudine e una serie di emozioni positive, come la soddisfazione, la felicità, l’orgoglio e la speranza. Questa forte attivazione di sentimenti positivi che nascono dalla gratitudine, influisce sul senso del piacere e sulo stato di felicità individuale. Un altro modo in cui la gratitudine produce effetti positivi è attraverso l’interpretazione positiva delle esperienze della propria vita quotidiana. Anche questa strategia psicologica può contribuire a migliorare il proprio benessere generale.

Emmons e McCullough (2003) hanno condotto tre studi con diversi gruppi di partecipanti, condizioni, tempi e modelli di osservazione. I partecipanti ai “gruppi gratitudine” in tutti e tre gli studi hanno dato valutazioni complessive migliori riguardo alla propria vita, con maggiore ottimismo e minore sensazione di disturbi fisici. Questi risultati indicano che la gratitudine indotta nei partecipanti ha portato a  benefici significativi, supportando l’idea che essere grati per ciò che si è migliora il proprio livello di soddisfazione.

Wood et al. (2010) hanno invece esaminato il costrutto della gratitudine in una revisione completa, che comprendeva 12 progetti di ricerca pubblicati sugli interventi di gratitudine  (compreso lo studio Emmons e McCullough, di cui sopra), identificando una chiara tendenza dei risultati verso un aumento del benessere.

Furnham e Christoforou (2007) hanno studiato il ruolo della personalità come predittore di felicità. Tra i loro risultati, si è riscontrato che i tratti di estroversione e nevrosi erano positivamente e negativamente correlati con la felicità (rispettivamente). Questo legame specifico tra estroversione e felicità è stato dimostrato anche in numerosi altri studi (Costa and McCrae 1980; Lucas and Fujita 2000; Strack et al. 1991), il che suggerisce che alcuni tratti di personalità possano essere predittivi di un maggiore senso di benessere percepito.

Dr. Giuliana Proietti

Fonte:
Konrad Senf e Albert Kienfie Liau, The Effects of Positive Interventions on Happiness and Depressive Symptoms, with an Examination of Personality as a Moderator,  Journal of Happiness Studies An Interdisciplinary Forum on Subjective Well-Being 2012

Immagine:
Cochraine, Free Digital Photos

Psicolinea ti consiglia anche...

Psicologia positiva: pro e contro

psicologia positiva 300x300 Psicologia positiva: pro e controGli studi nel campo della felicità sono oggi davvero moltissimi, basta guardare i tanti studi pubblicati sulle due riviste accademiche della psicologia positiva: il Journal of Happiness Studies e The Journal of Positive Psychology, entrambe dedicate alla pubblicazione di ricerche nel settore.

In effetti, vi è stata una rapida e inusuale crescita all’interno del movimento della cosiddetta ”psicologia positiva”. Come mai? Il fatto è che, a differenza di altre branche della disciplina, che tendono a concentrarsi sui disturbi psicologici, come la depressione e l’ansia, la psicologia positiva presta attenzione a ciò che rende le persone più ottimiste e più felici.

Se la psicologia positiva, alla fine della fiera, non raggiungesse altro obiettivo, comunque meriterebbe il riconoscimento di aver elevato lo studio della felicità ad una posizione di tutta rispettabilità accademica.

La psicologia positiva nasce nelle università, ma vuole essere comprensibile, parlare alla gente comune, il che è lodevolissimo, ma inevitabilmente, accanto a ricerche condotte con criteri scientifici i media tendono a mescolare insegnamenti di tipo new age, che propongono tecniche quali: “Visualizzate i vostri obiettivi”, “Pensate positivo”, “Eliminate la parola ‘impossibile’ dalla vostra vita” e via dicendo. Come osservano giustamente molti critici, attraverso seminari, DVD, CD e libri di auto-aiuto ecc., a diventare veramente felici sono questi  “Life Coach”, che spesso non sono neanche psicologi e che riescono a creare, sull’ottimismo, business miliardari.

Va detto che l’idea di pensare positivo, sempre e comunque, non rappresenta un ideale da raggiungere: in molti momenti, una dose di sano pessimismo può aiutare le persone a difendersi da minacce che altrimenti non avrebbero neanche percepito e niente, come le delusioni e le sconfitte,  può creare le condizioni per un vero cambiamento, visto che esse permettono di attrezzarsi in modo adeguato per affrontare le vicissitudini della vita. Pensare, solo e troppo, in modo positivo porta invece, inevitabilmente, alla delusione e al fallimento.

Ma è proprio questo il punto: la psicologia positiva non è quella descritta da questi life coach miliardari e non ha nulla a che fare con la faccina gialla che ride. L’obiettivo dichiarato della psicologia positiva è quello di aiutare le persone a sfruttare al meglio le proprie risorse, le proprie potenzialità. Lo scopo finale è quello di vivere una vita più sana, più lunga, con molte soddisfazioni, sia nel lavoro, che nelle amicizie, che nelle relazioni intime. Come si vede, il campo contrasta nettamente con la maggior parte della letteratura psicologica, che si è invece concentrata sull’obiettivo di ridurre le malattie e i disagi. (Obiettivo più che rispettabile, ma che lascia inevasa la richiesta delle persone di trovare strumenti idonei a migliorare la qualità della propria vita. In mancanza di una psicologia positiva accademica, le persone potrebbero più facilmente rivolgersi a questi guru della felicità, con conseguenze imprevedibili (o, forse, fin troppo prevedibili).

Alcuni dei risultati ottenuti in questo settore sono entusiasmanti e sfidano molti luoghi comuni su ciò che è necessario per vivere una vita felice e sana.  Un famoso studio ha riguardato i vincitori della lotteria e le vittime di lesioni spinali scoprendo che, mentre coloro che avevano vinto la lotteria erano stati brevemente molto più felici di coloro che erano diventati paraplegici (che erano stati per un breve periodo “molto infelici”), tutti ben presto hanno ritrovato i loro livelli originali di felicità.

Allo stesso modo, la ricerca di ricompense estrinseche, come il denaro e lo status, non portano a una felicità duratura: la ricerca in psicologia positiva (vedi ad esempio il libro di Seligman) ha scoperto che il benessere nel lungo termine è dato dal coltivare la fiducia in sé stessi, le relazioni, avere un lavoro interessante e coinvolgente, e definire degli obiettivi significativi, che permettano di riconoscere i progressi effettuati.

Un’altra serie di risultati suggerisce che gli individui sono più felici se riescono a lavorare sui loro punti di forza, così come a migliorare le loro aree di debolezza. La ricerca condotta nel mondo del lavoro ha scoperto che, anche se i dipendenti problematici richiedono maggiore attenzione, i manager che investono il loro tempo con i loro migliori lavoratori invece che con i peggiori, ottengono migliori risultati (due o tre volte superiori).

Allo stesso modo, i manager che creano ambienti che consentono ai dipendenti di esercitare regolarmente il loro talento possono usufruire di lavoratori più produttivi (ed anche meno costosi). Il punto dunque non è quello di ignorare gli aspetti negativi della vita, ma di creare le condizioni per far si che le persone e le comunità possano essere più felici.

La psicologia positiva desidera informare le persone su come si può organizzare al meglio la propria vita, nelle scuole e nei luoghi di lavoro, perché essa sia più coinvolgente, produttiva e solida. L’obiettivo esplicito della disciplina è quello di basarsi su un approccio legato all’evidenza scientifica, per aiutare le persone e crescere e ad uscire dall’apatia, dall’ isolamento, dalla depressione, ecc. attraverso la loro creatività e la voglia di vivere, per costruire una vita più felice e più prospera.

Le persone che conoscono bene la materia sanno che la psicologia positiva non si concentra esclusivamente su positività ed ottimismo, ma studia la capacità di adattamento, i punti di forza, la resilienza (cioè la capacità di uscire più forti dalle esperienze negative).

Si tratta di un campo di studi nuovo e affascinante: un paio di anni fa, l’Università di Harvard mise in calendario un corso di Psicologia Positiva, che venne pubblicizzato come segue: il corso si concentra sugli aspetti psicologici di una vita appagante e fiorente. Gli argomenti riguardano felicità, autostima, empatia, amicizia, amore, realizzazione, creatività, musica, spiritualità, e umorismo. Chi non avrebbe desiderato seguire un corso di questo tipo?

Ci sono certamente alcune legittime critiche che si possono fare alla psicologia positiva: il campo è ancora relativamente nuovo e  le ricerche sono state condotte quasi esclusivamente in contesti occidentali. Ma la maggior parte delle critiche nei confronti della psicologia positiva non riguardano la ricerca quanto il modo in cui vengono pubblicizzate ed applicate le scoperte. Come per ogni movimento emergente, la tendenza è quella di vendere servizi o scrivere libri e, come in ogni campo, ci sono “consulenti” che, per vendere, promettono troppo, offrono troppo poco e, così facendo, creano una legittima resistenza nei confronti di questa nuova psicologia.

Dr. Giuliana Proietti

Fonti:
Academics find putting on a happy face not always such fun, The Age
Thinking negative, The Age
Negative reports of positive psychology show ignorance isn’t bliss, The conversation

Immagine:
Master isolated images, Free Digital Photos

Psicolinea ti consiglia anche...

L’esposizione al trauma porta a fumare di più

Christchurch Lesposizione al trauma porta a fumare di piùDopo il terremoto del 2010, a Christchurch, Nuova Zelanda, il consumo di sigarette è incredibilmente aumentato. Uno studio in proposito è stato presentato ieri allo European Respiratory Society’s Annual Congress di Vienna.

Il terremoto, di magnitudo 7.1 è stato devastante ed ha tragicamente modificato le condizioni di vita e di lavoro dei residenti della zona. Ora, alcuni ricercatori del Canterbury District Health Board, Nuova Zelanda, hanno condotto uno studio con interviste a 1.001 residenti, 15 mesi dopo il primo terremoto. Ai partecipanti è stato chiesto quanto fumavano prima del terremoto e nella situazione attuale.

I risultati hanno mostrato che prima del terremoto, avvenuto nell’Agosto 2010, 319 persone non fumavano affatto. Di questo gruppo, 76 persone hanno fumato una sigaretta almeno una volta dopo l’evento traumatico, 29 persone di questo gruppo  hanno fumato più di 100 sigarette dal Settembre 2010.

Dei 273 che già fumavano nell’Agosto 2010, 93 hanno incrementato il loro consumo di tabacco e 53 di loro hanno attribuito questo comportamento al terremoto e al cambiamento nello stile di vita che esso ha comportato.

Lutz Beckert, del Canterbury District Health Board, ha confermato che nella città di Christchurch il consumo di fumo è aumentato dopo il terremoto. Il 28% dei non fumatori ha iniziato a fumare e questo fa capire che l’esposizione al trauma, come accade in un disastro naturale, porta le persone a fumare, quasi vedessero in questo comportamento un modo per gestire meglio la loro ansia per far fronte alle difficoltà che il cambiamento di vita dopo un evento traumatico spesso comporta.

I ricercatori dunque fanno appello ai professionisti della salute, perché si attivino presso le popolazioni traumatizzate, perché esse trovino metodi più salutari per combattere l’ansia.

Dr. Walter La Gatta

Fonte:
Smoking and natural disasters: Christchurch residents increase tobacco consumption post-earthquake, Eurekalert

Immagine:
Andy Mia, Christchurch New Zealand, Wikimedia

Psicolinea ti consiglia anche...

La lettera di gratitudine nella psicoterapia: un esempio di ricerca psicologica

lettera di gratitudine La lettera di gratitudine nella psicoterapia: un esempio di ricerca psicologicaIl Greater Good Science Center presso l’Università della California (Berkeley) ha concesso quasi 200.000 dollari ad un ricercatore della Indiana University e ad un membro della Facoltà IU Psychological and Brain Sciences per studiare se gli interventi della gratitudine, tipici della psicologia positiva, possano essere di aiuto anche nella pratica psicoterapeutica. Così Joel Wong, professore associato di psicologia del counseling presso la Indiana University, e Joshua Brown, professore associato di scienze psicologiche e del cervello, potranno iniziare a fare ricerca ed in seguito pubblicare il loro studio, che sarà intitolato:  “The Use of a Gratitude Writing Intervention with Psychotherapy for Outpatient Clients.” (“L’uso di un intervento di scrittura di una lettera di gratitudine nella psicoterapia per pazienti ambulatoriali”)

La lettera di gratitudine, come si sa, è una tecnica di psicologia positiva in cui un partecipante esprime gratitudine per le cose che apprezza della propria vita. Gli studi hanno dimostrato che scrivere una lettera del genere alle persone per cui si prova gratitudine può migliorare lo stato di benessere e di felicità in generale, ma non si era mai studiato finora se questo intervento potesse avere una sua utilità durante la psicoterapia.

“La maggior parte degli studi precedenti ha esaminato persone sane”, ha dichiarato Wong. “Stiamo cercando di testare l’intervento della gratitudine con le persone che tendono ad essere psicologicamente in difficoltà e sono alla ricerca di trattamenti di salute psicologica.”

Wong ha detto che ha già usato l’intervento con i propri pazienti in terapia, e crede che i partecipanti allo studio beneficeranno dell’intervento. I partecipanti potranno scrivere “lettere di gratitudine” in tre sessioni di scrittura, per 20 minuti ciascuno.

“L’importante è scrivere ad una persona che le sei grato/a;  non abbiamo intenzione di dire al paziente cosa fare della lettera”, ha dichiarato Wong. “L’atto di scrivere concentra la propria attenzione sui motivi della gratitudine, su tutte le cose buone che si ricevono nella vita. Crediamo che questo basti per ottenere degli effetti positivi sulla salute psicologica.”

L’altra parte dello studio esaminerà perché gli interventi di questo tipo possono funzionare. Brown sta esaminando i processi neurologici che attiva l’intervento. Usando la risonanza magnetica funzionale, Brown potrà misurare l’attività cerebrale dei pazienti in psicoterapia.

“Prevediamo che esprimere la gratitudine farà funzionare al meglio alcune parti del cervello e renderà il paziente più sensibile nei confronti delle altre persone,” ha detto Brown, aggiungendo che si aspetta anche di ” riscontrare variazioni dell’attività cerebrale quando i partecipanti sperimentano una maggiore felicità generale, dopo l’intervento della gratitudine.”

Le misurazioni dell’attività cerebrale saranno effettuate presso l’impianto di Imaging Research presso il Dipartimento di Scienze Psicologiche e del cervello nel Collegio delle Arti e delle Scienze.

Brown misura regolarmente l’attività cerebrale e realizza modelli al computer che imitano le funzioni cerebrali. Lo studio sull’intervento della gratitudine sarà parte della sua ricerca su come le persone pensano prima di agire, e su come valutano le conseguenze delle proprie azioni.

The Greater Good Science Center ha finanziato lo studio come parte del suo progetto “Expanding the Science and Practice of Gratitude”  (“Espandere la scienza e la pratica della Gratitudine”), che è sostenuto anche da un finanziamento della John Templeton Foundation. La missione del Centro della Buona Scienza è quella di migliorare la conoscenza scientifica e la pratica clinica, sponsorizzando la ricerca scientifica e il benessere psicologico in ambito sociale,  ma ha anche uno scopo di assistenza nella applicazione dei dati della ricerca alle situazioni professionali e personali. Lo studio dell’Indiana University è stato selezionato fra i 14 finanziati, tra più di 300 candidati.

Wong si aspetta di trovare qualche evidenza sul fatto che l’intervento della gratitudine funzioni sui pazienti sottoposti a psicoterapia. I ricercatori metteranno a confronto, tre mesi dopo la scrittura della lettera di gratitudine,  i pazienti che avevano ricevuto una psicoterapia con quelli che non l’avevano ricevuta.

“L’altro vantaggio che vediamo è un vantaggio più indiretto”, ha dichiarato Wong. “Ci aspettiamo che coloro che partecipano a questo intervento sulla gratitudine possano anche stabilire un rapporto migliore con il proprio terapeuta. Un buon rapporto con il terapeuta, è stato dimostrato in studi precedenti, può essere uno dei fattori predittivi più importanti e dà i migliori risultati in una buona terapia.”

Il progetto di ricerca avrà inizio il 1 settembre, con la raccolta dei dati a partire da questo autunno. Wong e Brown sono invitati a partecipare ad un workshop sulla ricerca sulla gratitudine il prossimo anno e ad un’altra conferenza nel 2014, come parte della sovvenzione.

Ecco un esempio di cosa si vorrebbe, per i giovani ricercatori, anche nel nostro Paese. Al momento siamo distanti anni-luce.

Dr. Giuliana Proietti

Fonte:
Grant will fund IU study on gratitude intervention’s effectiveness in psychotherapy, Indiana University

Immagine:
Free Digital Photos

Psicolinea ti consiglia anche...