Terapie farmacologiche della disfunzione erettile e differenze individuali

Dr. Walter La Gatta

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ID 10096327 1 97x300 Terapie farmacologiche della disfunzione erettile e differenze individualiL’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) ha definito la salute sessuale come uno dei diritti umani fondamentali. Essa comprende la possibilità di godere e di controllare il comportamento sessuale, la libertà di esprimere la sessualità, la libertà di vivere la sessualità senza paure, senza sensi di vergogna o di colpa, senza false credenze o altri fattori che ostacolino la relazione sessuale, essendo liberi da disturbi organici o altri deficit che interferiscano con la funzione sessuale e riproduttiva. (1)

Quando un disturbo sessuale ostacola la vita dell’individuo, vi possono essere ripercussioni che hanno un forte impatto sulla qualità della vita, sull’autostima, sulle relazioni familiari, sul lavoro e nell’ambiente sociale.

La disfunzione erettile (DE) viene generalmente definita come l’incapacità di raggiungere o mantenere un’erezione sufficiente per avere una prestazione sessuale soddisfacente. E’ una condizione medica multifattoriale, che aumenta con il crescere dell’età, con i casi di morbilità con altre patologie, in seguito ad interventi chirurgici nella zona pelvica, problemi psicologici e effetti collaterali dei farmaci. Si tratta di una patologia molto frequente e che ha un forte impatto sull’autostima della persona, sulla sua qualità della vita, sulle relazioni interpersonali e sul benessere psicologico e sociale.

L’OMS riconosce la disfunzione erettile come un problema di salute, che può essere così disabilitante e grave quale un problema di infertilità, la frattura del radio, l’artrite reumatoide, l’angina pectoris. Va anche ricordato che la DE è spesso un primo sintomo di un problema di salute più generale, come ad esempio un disturbo cardiovascolare. (1)

Non si tratta dunque di una patologia che mette a rischio la sopravvivenza, ma non siamo neanche di fronte ad una patologia marginale, viste le conseguenze che essa determina nella salute psichica di un uomo e nella sua relazione di coppia.

In primo luogo è importante che il paziente che soffre di DE si rivolga al suo medico di base, il quale dovrebbe dare avvio alle prime prove cliniche per confermare la diagnosi ed anche cominciare le prime terapie, in caso di scarsa complessità. Nei casi più problematici il medico dovrebbe indirizzare il paziente ad altri specialisti (andrologi e psicoterapeuti sessuologi). E’ importante tenere conto del fatto che ogni paziente ha una sua peculiarità, le sue motivazioni e i suoi stili di vita. Anche per quanto attiene il trattamento farmacologico, non tutti ad esempio usano gli inibitori della fosfodiesterasi di tipo 5 allo stesso modo, in quanto possono esserci diverse abitudini e condizioni della coppia che possono richiedere una diversificazione nei dosaggi e nel tipo di prodotto utilizzato.

Secondo uno studio pubblicato nel 2009 (2), gli uomini più anziani, con più di 66 anni, cercano rapporti soprattutto al mattino, meno volte alla settimana rispetto ai soggetti più giovani. Tra gli uomini di 45-65 anni invece  i rapporti sessuali vengono ricercati soprattutto alla sera. Questo potrebbe dipendere dal fatto che gli uomini anziani si sentono più riposati al mattino, più carichi di energia, o forse anche perché, essendo pensionati, hanno più tempo per dedicarsi alla sessualità, senza l’urgenza di iniziare la giornata lavorativa. Per la stessa ragione essi sono gli unici ad avere frequenti rapporti durante la settimana anziché nel week end (come accade ai più giovani).

Tra i più giovani, gli uomini sposati hanno meno rapporti sessuali nella settimana rispetto ai non sposati (2,4 contro 3,3 tentativi di fare sesso), ma del tutto simili sono gli orari scelti per il sesso (la metà dei rapporti sessuali avvengono fra le otto sella sera e la mezzanotte).

Le cure per la disfunzione erettile hanno anche effetti diversi a seconda dell’età: i più anziani riportano infatti significativi cambiamenti nel loro stile di vita e maggiore soddisfazione sessuale, al di là del loro stato coniugale; gli uomini nella fascia d’età più giovanile traggono invece da questa terapia soprattutto una maggiore sicurezza di sé, una maggiore autostima e una relazione sessuale più soddisfacente.

Dr. Walter La Gatta

Fonti:

1) J M Pomero, Erectile dysfunction: information for the health administration, International Journal of Impotence Research (2004) 16, S40–S41. doi:10.1038/sj.ijir.3901241

2) R Shabsigh, G A Broderick, S Althof, F Natanegara and D G WongDaily patterns of sexual intercourse attempts by men with erectile dysfunction treated with tadalafil: influence of age and marital status, International Journal of Impotence Research (2009) 21, 285–291; doi:10.1038/ijir.2009.24;

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Il trattamento psico-sessuologico della disfunzione erettile

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ID 100165158 300x199 Il trattamento psico sessuologico della disfunzione erettileDal momento che la Disfunzione Erettile è spesso dovuta a numerosi fattori, l’intervento terapeutico deve cercare di interessarsi di ciascuno di essi, senza dimenticare le aspettative ed i desideri del paziente e del/della partner. In questo articolo ci concentreremo specificamente sui trattamenti di tipo psico-sessuologico della DE. (Naturalmente anche gli aspetti organici sono importanti e vanno comunque presi in considerazione all’inizio di ogni terapia psicologica, se non altro per escludere che la disfunzione sia generata da particolari condizioni psicologiche o relazionali).

Il messaggio principale da consegnare al paziente con DE è che lui sta avendo un problema di erezione, ma che non per questo deve considerarsi “impotente”, o sentirsi diminuito, come persona e come uomo. Sebbene l’erezione sia una importante variabile per definire la sessualità maschile, non è la sola variabile e va tenuto comunque presente che si potrebbe comunque avere una soddisfacente vita sessuale, anche senza avere la piena funzionalità erettile.

Il/la partner normalmente non dovrebbe essere escluso/a dalla terapia psicosessuale: è importante prendere in considerazione la relazione di coppia ed assicurarsi che non manchino la spontaneità, la sensualità e la tenerezza e che non vi siano aspettative irrealistiche nei confronti della prestazione sessuale.

Vi sono infatti numerosi miti, piuttosto diffusi, collegati alla disfunzione erettile: essi vanno esplorati, discussi e ostacolati. Ad esempio, non è detto che la coppia abbia una scarsa intesa se vi è una DE e sebbene molte DE possano essere di origine psicogena, non è detto che l’uomo con DE abbia sempre dei seri problemi psicologici. Allo stesso modo, una DE non dovrebbe essere considerato un messaggio di disinteresse sessuale nei confronti della donna e neanche la dimostrazione che l’uomo sia coinvolto in relazioni sessuali extra-matrimoniali.

Quanto allo stile di vita, è necessario che la coppia rifletta su quanto influisca lo stress nel loro rapporto: perché la relazione sia soddisfacente infatti è importante mantenere sempre un buon clima, fatto di atmosfere rilassate, nessuna pressione temporale, o stanchezza fisica. E’ necessario dedicare del tempo a sé stessi e al/alla proprio/a partner e curarsi della propria salute generale.

Altrettanto importante è che i due partners coltivino un clima di tolleranza alle frustrazioni: le cose non sempre vanno bene e, anche nel trattamento psicoterapeutico e sessuologico, possono esservi alti e bassi. Questi ultimi dovrebbero essere presi con un po’ di senso dell’umorismo, per cercare di sdrammatizzare le situazioni.

Al di là dell’eziologia, i pazienti con DE tendono a sviluppare dei meccanismi disfunzionali: anzitutto sono tipici un eccesso di auto-osservazione e una mancanza di attenzione verso gli stimoli erotici, insieme ad una serie di aspettative negative, che portano il paziente a monitorare costantemente il suo livello di erezione, invece che la relazione sessuale, aggravando così il problema.

Per questo è consigliabile che la coppia cambi le dinamiche dei rapporti sessuali, dando maggiore importanza alla fase dell’accarezzamento non genitale (detto anche accarezzamento “non esigente”, cioè che viene fatto per semplice tenerezza e non per eccitare il/la partner). Coltivare la sensualità e l’erotismo dovrebbe essere il più importante obiettivo da raggiungere, al di là della prestazione sessuale.

Buoni suggerimenti sono quelli di seguire una buona dieta, abbandonare alcol e sigarette, dedicarsi all’attività fisica. Tutti i comportamenti che vanno nella direzione della salute vanno anche nella direzione della soluzione positiva della disfunzione sessuale.

La terapia sessuale è particolarmente indicata nei casi in cui la DE è di origine chiaramente psicogena, ma può essere di aiuto anche quando è di origine organica (per le insicurezze ed i sensi di inadeguatezza che inevitabilmente si generano nel paziente). La terapia sessuale in fondo non è altro che una forma di psicoterapia, focalizzata sulla sintomatologia sessuale: niente di cui avere paura!

Dr. Walter La Gatta

Fonte:

Core document on erectile dysfunction: key aspects in the care of a patient with erectile dysfunction, International Journal of Impotence Research

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Il trattamento della Disfunzione Erettile via Internet: uno studio

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ID 100240871 300x300 Il trattamento della Disfunzione Erettile via Internet: uno studioMasters e Johnson (1) sono stati tra i primi ricercatori a documentare gli esiti dei trattamenti per la disfunzione erettile (DE). Essi scoprirono che la terapia sessuale era efficace per il trattamento di una serie di disfunzioni sessuali, con un tasso di fallimento che, nel trattamento di uomini con disfunzione erettile primaria, risultava essere del 40,6 % mentre per gli uomini con disfunzione erettile secondaria era del 26,3 %. (Si ha una disfunzione primaria quando il soggetto non è mai riuscito ad avere un’erezione normale, mentre la disfunzione secondaria comporta l’insorgenza del fenomeno dopo un certo periodo di attività sessuale del tutto soddisfacente).  
Uno studio più recente (2) ha dimostrato l’efficacia del trattamento cognitivo-comportamentale (TCC o CBT) per una serie di disfunzioni sessuali.  Il trattamento ha riguardato un programma di 10 sedute di terapia cognitivo-comportamentale, che si è concentrato sul miglioramento dello stile di comunicazione tra partners, nel migliorare le loro abilità sessuali e nel diminuire l’ansia sessuale. McCabe (2) ha osservato così che la percentuale di uomini con diagnosi di disfunzione erettile sono passati dal 71,1 % prima dello studio, al 35,6 % dopo lo studio. Hawton, Catalan e Fagg (3) hanno riferito che con un programma di TCC, la DE risulta essere “completamente risolta” nel 41,7 % dei casi e “in gran parte risolta” per un ulteriore 27,8 % di uomini. (A distanza di 3 mesi, queste percentuali sono diminuite rispettivamente al 38,9 e al 16,7 %). Tuttavia, poiché in questo studio non era previsto un gruppo di controllo, la possibilità che questi risultati siano dovuti ad una guarigione spontanea non può essere tecnicamente esclusa.

Anche se molti sono stati recentemente i miglioramenti raggiunti in campo farmacologico, gli interventi psicologici per la DE non si sono molto evoluti. Una delle ragioni è la difficoltà che incontrano molti uomini con DE a parlare con un terapeuta: i ricercatori hanno stimato che tra il 40 e il 70 % degli uomini con disfunzione erettile non consultano un medico o un terapeuta per segnalare questo loro disturbo. (4-5-6-7)

Il trattamento psicologico della DE attraverso Internet offre dunque una opportunità alla gran parte di uomini che vorrebbero curare la loro disfunzione erettile, ma che sono troppo ansiosi o troppo timidi per cercare una consulenza di persona. Il trattamento via Internet elimina (o riduce) l’ansia e l’imbarazzo nel discutere di problemi sessuali con un terapeuta. Diversi ricercatori hanno riconosciuto i vantaggi nell’uso di Internet per affrontare la terapia dei disturbi sessuali. Hall (8) ha condotto uno studio pilota su un programma di terapia sessuale basato su attività online per il trattamento di varie disfunzioni sessuali, maschili e femminili. Dopo il trattamento, sette su otto coppie hanno ottenuto miglioramenti significativi nella funzione sessuale, oltre che miglioramenti nella consapevolezza di sé, nella consapevolezza del/della partner, nel livello di comprensione e di conoscenza sessuale.

Leusink e Aarts (9) hanno studiato l’efficacia dell’utilizzo di Internet per fornire la consultazione via Internet a uomini con disfunzione erettile. Questi autori hanno scoperto che gli uomini che hanno partecipato alla consulenza online hanno sperimentato significativi miglioramenti nella funzione erettile. Inoltre, l’81 % degli uomini ha indicato che le loro erezioni erano migliorate dopo aver consultato il sito web. Purtroppo anche questo studio mancava di un gruppo di controllo, il che rende difficile valutare se i risultati sarebbero stati raggiunti anche a seguito di una consultazione faccia a faccia, oppure se essi siano dovuti ad un recupero spontaneo.

Uno studio del 2009 (10)  ha cercato di risolvere gli interrogativi di cui sopra, includendo un gruppo di controllo nella loro sperimentazione. (Il limite principale di questo studio tuttavia è quello di un campione molto esiguo di soggetti esaminati: 31 persone in tutto di cui 12 esaminate e 19 componenti il gruppo di controllo).

I criteri di ammissibilità per la partecipazione allo studio erano i seguenti: (1) difficoltà persistenti o ricorrenti nel raggiungere o mantenere l’erezione durante l’attività sessuale; (2) età di 18 anni o maggiore; (3) assenza di gravi problemi medici o psichiatrici; (4) coinvolgimento in una relazione eterosessuale stabile; (5) volontà e motivazione dei partner di partecipare al trattamento e (6) regolare  accesso a internet. Il trattamento medico per la disfunzione erettile è stato consentito durante lo studio (i partecipanti dovevano tenere un diario relativo all’utilizzo dei farmaci), mentre è stata vietata la partecipazione a sedute psicologiche. Circa il 50% dei partecipanti usava i farmaci per la cura della DE; nessun partecipante ha tuttavia iniziato questa terapia durante lo studio.

Come materiali sono stati utilizzati l’indice internazionale della funzione erettile (IIEF), basato su un questionario composto da 15-item, che è stato sviluppato per valutare la funzione sessuale negli uomini con disfunzione erettile. (Il questionario invita a fornire risposte relativamente alle ultime 4 settimane); la scala di soddisfazione coniugale Kansas (KMSS), che è un’altra scala di self-report che indica la soddisfazione nel rapporto, e infine l”indice di soddisfazione sessuale (ISS) che è un questionario di 25-item, sempre di self-report, il quale misura la gravità della insoddisfazione nel rapporto sessuale. L’Autostima è stata valutata attraverso il questionario SEAR. (11-12-13-14-15)

Il trattamento utilizzato nel corso di questo studio è un programma basato su una terapia cognitivo comportamentale via Internet, per uomini con disfunzione erettile e per le loro partner. Questo programma, denominato Rekindle (non più presente su Internet) è incentrato sulla ottimizzazione di fattori psicologici e relazionali legati alla disfunzione erettile. Le tre componenti principali del trattamento erano la focalizzazione sensoriale, gli esercizi di comunicazione fra partners e il contatto e-mail con un terapeuta. Rekindle consisteva in cinque moduli. Gli uomini con DE e le loro partners sono stati incoraggiati a impiegare circa 2 settimane per completare ciascuno dei moduli. (Rekindle è stato infatti concepito come un programma della durata di 10 settimane).

Ognuno dei cinque moduli iniziava con una lista di obiettivi che le coppie dovevano raggiungere per realizzare il modulo. A questo facevano seguito esercizi di comunicazione, attività di focalizzazione sensoriale e un promemoria relativo alla possibilità di contattare lo psicologo via mail per ricevere ulteriore sostegno. I moduli iniziavano con i due partners che dovevano impegnarsi nel procurarsi reciprocamente un piacere generale nel corpo, per poi cercare un contatto genitale e quindi il rapporto sessuale. L’attenzione si concentrava sul godere le sensazioni delle interazioni sessuali e non sulle prestazioni. Gli esercizi di comunicazione venivano completati prima di ogni sessione di focalizzazione sensoriale e avevano l’obiettivo di consentire ai partners di confidarsi cosa provavano riguardo al programma che stavano seguendo e alla loro relazione.  Tutti i moduli si concludevano con un ostacolo che le coppie dovevano superare per poter continuare. A questo punto ricevevano un nuovo nome utente e una nuova password per accedere al modulo successivo.

Il terapeuta manteneva il contatto con i partecipanti almeno una volta ogni quindicina di giorni. Se passavano due settimane senza che vi fossero stati contatti, il terapeuta inviava una mail ai partecipanti per facilitare il loro impegno e assicurarsi del buon andamento del programma. Lo scopo principale di questi contatti e-mail era quello di risolvere tutti i problemi individuali o di relazione che i partecipanti potevano incontrare come conseguenza della focalizzazione sensoriale o degli esercizi di comunicazione. Questi si incentravano principalmente sulle ansie da prestazione e sulle diverse aspettative di entrambi i partner nel rapporto e nella difficoltà di bilanciare le loro reciproche priorità.

Risultati

I miglioramenti nella funzione erettile sono risultati significativamente maggiori tra gli uomini in trattamento rispetto al gruppo di controllo. Il programma Rekindle tuttavia non si è dimostrato capace di apportare significativi miglioramenti nella funzione orgasmica, nel desiderio sessuale e nel livello di soddisfazione sessuale generale. Rekindle del resto è stato specificamente progettato come trattamento per la disfunzione erettile e dunque non sorprende che i partecipanti che hanno completato il programma abbiano sperimentato aumenti piuttosto consistenti della funzionalità erettile, rispetto ad altre aree della funzione sessuale.

In media, gli uomini che hanno completato Rekindle hanno riportato punteggi post-test per la funzione erettile valutabili in disfunzione erettile lieve o  moderatamente grave. La constatazione che gli uomini continuavano comunque a segnalare difficoltà nella funzione sessuale, nonostante il completamento del programma Rekindle, non è stato considerato come un limite del trattamento basato su Internet. Infatti, anche i trattamenti psicologici per la DE svolti faccia a faccia fra terapeuta e paziente non danno risultati migliori ed inoltre i soggetti che hanno partecipato allo studio soffrivano di DE da un tempo piuttosto elevato ( M = 5,19 anni), per cui non era realistico aspettarsi una soluzione ottimale del problema dopo solo 10 settimane di trattamento.

Sono stati comunque registrati miglioramenti nella soddisfazione sessuale e nella qualità della relazione sessuale, anche se, come atteso, nel periodo di follow up le percentuali di successo si sono ulteriormente ridotte. Al di là di questi limiti, gli autori dello studio ritengono che Internet rimanga comunque una risorsa molto importante per tentare una cura della DE, soprattutto per coloro che non riescono a frequentare uno studio psicologico, per l’imbarazzo di discutere problemi sessuali con un terapeuta, per difficoltà di spostamento, per vincoli di tempo, o anche per scarse finanze.

I risultati di questo studio dovranno essere replicati, utilizzando un campione più ampio di partecipanti ed inoltre l’efficacia di Rekindle dovrà essere testata anche in periodi più lunghi di follow-up. Ulteriori strumenti dovranno essere messi a punto per aiutare anche le coppie omosessuali e gli individui che non sono coinvolti in una relazione stabile e che soffrono di DE.

A cura di Dr. Walter La Gatta

Bibliografia

  1. Masters WH, Johnson VE. Human Sexual Inadequacy. J & A Churchill Ltd: London, 1970.
  2. McCabe MP. Evaluation of a cognitive behavior therapy program for people with sexual dysfunction. J Sex Marital Ther 2001; 27: 259–271.
  3. Hawton K, Catalan J, Fagg J. Sex therapy for erectile dysfunction: characteristics of couples, treatment outcome, and prognostic factors. Arch Sex Behav 1992; 21: 161–175.
  4.  Ansong KS, Lewis C, Jenkins P, Bell J. Help-seeking decisions among men with impotence. Urology 1998; 52: 834–837.
  5.  Rosen RC, Fisher W, Eardley E, Niederberger C, Nadel A, Sand M. The multinational men’s attitudes to life events and sexuality (MALES) study I: prevalence of erectile dysfunction and related health concerns in the general population. Curr Med Res Opin 2004; 20: 607–617.
  6.  Kubin M, Wagner G, Fugl-Meyer AR. Epidemiology of erectile dysfunction. Int J Impot Res 2003; 15: 63–71.
  7.  Mirone V, Gentile V, Zizzo G, Terry M, Longo N, Fusco F et al. Did men with erectile dysfunction discuss their condition with partner and physicians: a survey of men attending a free call information service. Int J Impot Res2992; 14: 256–258.
  8. Hall P. Online psychosexual therapy: a summary of pilot study findings. Sex Rel Ther 2004; 19: 167–177
  9. Leusink PM, Aarts E. Treating erectile dysfunction through electronic consultation: a pilot study. J Sex Marital Ther 2006; 32: 401–407.
  10. M P McCabe, E Price, L Piterman, D Lording, Evaluation of an internet-based psychological intervention for the treatment of erectile dysfunction, International Journal of Impotence Research (2008) 20, 324–330; doi:10.1038/ijir.2008.3;
  11.  Rosen RC, Riley A, Wagner G, Osterloh IH, Kirkpatrick J, Mishra A. The international index of erectile function (IIEF): a multidimensional scale for assessment of erectile dysfunction. Urology 1997; 49: 822–830
  12.  chumm WR, Paff-Bergen LA, Hatch RC, Obiorah FC, Copeland JM, Meens LDet al. Concurrent and discriminant validity of the Kansas marital satisfaction scale. J Marriage Fam 1986; 48: 381–387.
  13.  Schumm WR, Scanlon ED, Crow CL, Green DM, Buckler DL. Characteristics of the Kansas marital satisfaction scale in a sample of 79 married couples.Psychol Rep 1983; 53: 583–588.
  14.  Hudson WW, Harrison DF, Crossup PC. A short-form scale to measure sexual discord in dyadic relationships. J Sex Res 1981; 17: 157–174.
  15.  Althof SE, Cappelleri JC, Shpilsky A, Stecher V, Diuguid C, Sweeney M et al. Treatment responsiveness of the self-esteem and relationship questionnaire in erectile dysfunction. Urology 2003; 61: 888–892.

Fonte:
Evaluation of an internet-based psychological intervention for the treatment of erectile dysfunction, International Journal of Impotence Research

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Il futuro: la terapia virtuale

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ellie Il futuro: la terapia virtualeIn Afghanistan c’è una nuova terapeuta che sta parlando con i soldati: si chiama Ellie, ed è l’immagine di un programma elettronico, messo a punto per curare il disturbo post traumatico da stress nei soldati.

Attraverso un sensore di movimento Microsoft Kinect, Ellie annuisce nei momenti giusti e incoraggia gli utenti a parlare attraverso la comunicazione paraverbale, fermandosi al momento opportuno. Uno studio condotto su questo programma ha scoperto che i pazienti si aprono più volentieri con Ellie che con un terapeuta umano, soprattutto perché non si sentono giudicati dal programma elettronico.

Ellie non è stata studiata tuttavia per eliminare la categoria dei terapeuti umani: il programma su cui si basa, chiamato SimSensei, vuole essere di aiuto a quei pazienti che non hanno l’opportunità di vedere un terapeuta “vero”, come ad esempio i soldati.

“Quando ti sei sentito veramente felice ultimamente?” è una domanda che può essere fatta solo da un terapeuta: in genere gli amici e i conoscenti si astengono dal porre domande così dirette. E allora, tutte le persone che non sanno di avere dei sintomi, che non accettano di avere bisogno di cure, che non possono permettersi un terapeuta, possono trovare in Ellie un piccolo supporto.

Come ogni bravo terapeuta, Ellie ascolta molto e parla poco. Secondo il citato studio, le persone riescono a confidare a Ellie le cose più intime, come gli aborti o i problemi inerenti alle malattie a trasmissione sessuale, perché sanno che dietro lo schermo non c’è nessuna persona reale.

Ellie non si stanca mai, è sempre disponibile, ma ovviamente non ha una formazione ed una esperienza con la quale vagliare i racconti dei pazienti e consigliarli: a questo però possono sempre provvedere in un secondo step dei terapeuti umani. Tutto quello che Ellie al momento deve fare è favorire la comunicazione, aiutare il paziente a parlare di sé.

Al momento, molti veterani della guerra in Iraq soffrono di DPTS (11-20%), secondo l’ U.S. Department of Veteran Affairs. Per loro, che possono accedere a Ellie in qualsiasi momento, è stata creata questa tecnologia, cui si aggiungerà a breve anche quella degli occhiali di realtà virtuale Oculus Rift che sono ora  in fase di test.

L’hardware per far funzionare SimSensei è piuttosto economico, costa 99 dollari, ma c’è ancora molto da fare per renderlo disponibile su altri dispositivi (ora c’è solo per  Microsoft Xbox). Ellie è comunque destinata a giungere a breve anche sui computer e su altri dispositivi, facili da trasportare.

Il programma riesce a dare un senso di sicurezza agli utenti che un terapeuta “vero” apparentemente non offre, in quanto non permette l’anonimato. Si tratta tuttavia di una semplice sensazione: nella realtà infatti, niente come un computer può spiare la nostra privacy ed usare i nostri piccoli e grandi segreti, anche contro il nostro interesse. Un terapeuta umano lega la sua carriera professionale ad un codice etico, non vende le informazioni in suo possesso al miglior offerente, il suo cervello non può essere hackerato ed in genere ha un unico interesse: la salute del paziente.

Sicuramente il futuro della terapia sarà virtuale, ma dietro ad Ellie dovrà esserci sempre un umano, anche per garantire una migliore sicurezza al paziente.

Dr. Walter La Gatta

Fonte:

How Virtual Therapy Could Help the Military Fight PTSD, NBC News

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La comunicazione non verbale in ambito sanitario

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medico 199x300 La comunicazione non verbale in ambito sanitarioLa comunicazione non verbale nell’interazione sociale aiuta a mantenere un senso di comune coinvolgimento e a sostenere l’interazione fra parlanti. (Heath 1984). Lepper et al. (1995) hanno condotto una rassegna della letteratura scientifica sull’argomento, sottolineando l’importanza della comunicazione non verbale in area medica.

La comunicazione non verbale risulta ad esempio molto importante quando si parla del dolore (Hyden and Peolsson 2002, Rowbotham et al. 2012): poiché il dolore non è visibile, le espressioni di dolore delle persone possono essere di aiuto alla comprensione del sintomo. L’importanza della comunicazione non verbale a sostegno di quella verbale è chiaramente dimostrata anche nel lavoro di Health (2002) sul linguaggio del corpo nella consultazione medica. Le persone infatti, aiutandosi con il linguaggio dei gesti, riescono a trasmettere i loro vissuti e, soprattutto le loro sofferenze. Il body language in questo tipo di interazioni è utile soprattutto quando si parla di contatto oculare (Heath 1986, 2002, Pasquandrea 2011) che permette di creare una relazione con il paziente e poter così rispondere alle sue domande simultanee, spesso in contrasto fra loro (Heath 1984).

Il linguaggio non verbale non deve essere considerato, come avveniva in passato, come un canale autonomo di comunicazione, ma come un mezzo per collegare comunicazione non verbale e tipologia della relazione con l’altro. Il pioniere di questi studi fu Goffman (1990), il quale mise in luce il ricorso alle tecniche di comunicazione non verbale nella vita quotidiana.

In ambiente sanitario la comunicazione non verbale può essere ancora più importante quando si ha a che fare con persone che non conoscono la lingua ed hanno un vocabolario piuttosto limitato. Rowbotham et al. (2012) hanno usato l’esempio della comunicazione del dolore, che può essere piuttosto complicata quando si hanno difficoltà di linguaggio. Allo stesso modo, Watermeyer e Penn (2009b) studiando i comportamenti nlla relazione fra clienti e farmacisti, hanno messo in luce l’importanza della comunicazione non verbale. I gesti infatti superano tante barriere: quelle del linguaggio, della cultura, delle competenze linguistiche e dunque rappresentano un’enorme semplificazione nell’interazione.

La comunicazione non verbale in campo medico è inoltre importante quando l’interazione viene interpretata o mediata da qualcun altro. Pasquandrea (2011) ha analizzato il comportamento dei medici quando il paziente e l’interprete cominciano a parlare un linguaggio non compreso dal dottore. In questi casi è importante comunque che il medico prenda in considerazione lo sguardo, i gesti, la postura, il movimento del corpo, la manipolazione degli oggetti, la prossemica e l’uso dello spazio del paziente.

Altri lavori spiegano invece l’importanza della comunicazione non verbale fra persone che non usano un interprete e che parlano un linguaggio diverso: anche in questo caso i gesti possono aiutare a superare tutte le barriere, il che in campo medico è fondamentale per creare una buona relazione terapeutica. (Watermeyer 2011).

Dr. Walter La Gatta

Fonte:
Stevenson, F. (2014), Achieving visibility? Use of non-verbal communication in interactions between patients and pharmacists who do not share a common language. Sociology of Health & Illness, 36: 756–771. doi: 10.1111/1467-9566.12102

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L’ipnosi come strumento di ricerca per la psicosi

Dr. Giuliana Proietti

Psicoterapeuta-Sessuologa at Ellepi Associati Ancona
● Psicologa-psicoterapeuta (attività libero-professionale in Ancona)
● Responsabile scientifico del sito www.psicolinea.it
● Saggista e Blogger
● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale
● Conduzione seminari di sviluppo personale
● Attività di formazione ed alta formazione presso Enti privati e pubblici
● Esperienza in psicologia del lavoro (Orientamento e Selezione del Personale)
● Co-fondatrice del sito Clinica della Timidezza e dell’attività ad essa collegata, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali.

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Charcot Salpetriere 300x252 Lipnosi come strumento di ricerca per la psicosiSu BBC Future, il giornalista David Robson ha scritto un interessante articolo in cui descrive una seduta di ipnosi cui si è sottoposto, per ragioni scientifiche, come scoprirete leggendo l’ampia sintesi del suo articolo, che di seguito vi proponiamo.

La ricerca sull’ipnosi fu iniziata dai due fra i più eminenti medici francesi, all’inizio del XX secolo: Jean-Martin Charcot, che lavorava presso l’ospedale La Salpêtrière a Parigi (presso il quale si formò anche Sigmund Freud) e che ora è considerato il “fondatore della neurologia moderna” e Georges Gilles de la Tourette, che è più famoso per la malattia che porta il suo nome, ma che fu uno dei più fedeli allievi di Charcot. Essi studiarono i casi di “isteria” malattia in cui i pazienti (prevalentemente donne) si sentivano, ad esempio, improvvisamente incapaci di sentire o di spostare i loro arti, nonostante non vi fosse alcuna lesione osservabile. Entrambi i medici credevano che i disturbi condividessero con l’ipnosi alcune caratteristiche: la loro ipotesi era che le persone malate di isteria fossero più suscettibili al suggerimento ipnotico rispetto ai soggetti sani e questo fosse dunque un modo per discriminare i folli dai sani.

Essi però scivolarono, nel fare ricerca, anche in territori meno rispettabili della scienza, anche a causa della rivalità con un’altra scuola di ipnosi, quella di Nancy, guidata da Hippolyte Bernheim.  I giornali del tempo riferivano spesso di storie criminali commesse da “ipnotizzati”, cioè da persone innocenti che erano state indotte, attraverso l’ipnosi, a commettere atti nefandi. Sul tema dell’ “ipnotismo criminale” la scuola di Nancy, che sosteneva invece che tutti potessero essere ipnotizzati, sfidò le posizioni della Salpêtrière. Bernheim riteneva infatti che l’ipnosi non poteva essere un mezzo per diagnosticare la presenza o l’assenza di isteria, in quanto molti episodi criminali del tempo si dicevano compiuti da persone sotto l’effetto dell’ ipnosi e dunque questo a suo avviso dimostrava che tutti potevano essere ipnotizzabili. Questa disputa crebbe e divenne particolarmente virulenta fra il 1888 e il 1890. Gilles de la Tourette, per capire fino a che punto potesse spingersi un soggetto in stato di ipnosi, decise di ipnotizzare una paziente isterica, Blanche, alla quale mostrò un bicchiere di birra “avvelenato”, chiedendole poi di servire la bevanda ad un uomo, conosciuto come il signor G. Blanche rispettò il comando ed effettivamente somministrò il “veleno” al signor G., il quale finse di morire. Blanche successivamente negò di essere a conoscenza dell’apparente omicidio.

La Tourette peraltro per via dell’ipnosi per poco non ci perse la vita: nel dicembre 1893 infatti, una donna di 29 anni, Rose Kamper-Lecoq, sostenendo che le sedute di ipnosi avevano irrimediabilmente alterato la sua volontà, tirò fuori una pistola e sparò tre colpi al suo ipnotista. Solo uno dei proiettili penetrò il cranio di La Tourette, il quale dovette almeno convincersi che il comportamento criminale non aveva nulla a che fare con l’ipnosi.

La storia di Kamper-Lecoq è ancor più sorprendente alla luce delle ricerche odierne: il comportamento violento non fu infatti quasi certamente causato dall’ipnosi, ma da un complesso di allucinazioni che psicologi come Walsh cercano ora di scoprire nei loro pazienti virtuali. La paziente di Gilles de la Tourette era convinta che il suo medico fosse innamorato di lei (un disturbo noto come “erotomania”) e di essere controllata dall’esterno. Esattamente quello che gli psicologi cercano ora di indagare nei pazienti posti in ipnosi per comprendere il funzionamento della malattia mentale.

Ma veniamo all’esperienza di David Robson: lo psicologo che gli ha praticato l’ipnosi è Eamonn Walsh, il quale utilizza la tecnica ipnotica per studiare la psicosi, presso l’Istituto di psichiatria di Londra. L’idea è quella di trasformare dei soggetti sani in persone “virtualmente malate” che si sentono come possedute da un’entità paranormale, permettendo così agli scienziati di comprendere la malattia sperimentatata dai soggetti realmente psicotici (ed individuare eventuali cure).

Prima di iniziare l’esperimento, gli psicologi hanno testato l’ “ipnotizzabilità” del soggetto. La procedura consiste in un rilassamento guidato, seguito da una serie di suggerimenti che hanno lo scopo di modificare le percezioni e i comportamenti. Gli è stato suggerito di sentire una mosca ronzare intorno alla testa, o che un palloncino stava lentamente sollevando il suo braccio in aria. Da quello che ricorda il giornalista, il suo braccio è diventato leggero, come riempito di elio, e prima che se ne rendesse pienamente conto, già lo sentiva levarsi verso l’alto. Il ronzio della mosca gli appariva invece come i suoni che provengono dall’esterno quando si è stanchi e prossimi all’addormentamento: i rumori ci sono ma sembrano non riguardarci.  Il punteggio di suggestionabilità da lui raggiunto è stato di 10 punti su 12, ovvero un livello di suggestionabilità molto alto, che riguarda solo il 10% della popolazione.

Data l’alta variabilità dei comportamenti degli ipnotizzati, c’è ancora molto dibattito sulla materia: alcuni ritengono che l’ipnosi sia pura falsità, mentre altri credono che si tratti di uno stato alterato di coscienza capace di produrre profondi cambiamenti nella percezione, nel pensiero e  nella memoria. La prima cosa che il giornalista ha chiesto allo sperimentatore è stata se per caso non vi fosse il dubbio che, ogni tanto, qualche paziente fingesse di essere in ipnosi mentre invece era in stato di perfetta lucidità mentale. Lo psicologo ha risposto che questa è un’obiezione molto frequente, che viene mossa ogni volta che egli tenta di sottoporre un suo studio ad una rivista scientifica, per la pubblicazione. In realtà la scansione cerebrale ha posto fine a questa preoccupazione: attraverso lo scanner cerebrale infatti, l’ipnotizzatore può suggerire al soggetto di guardare una fotografia in bianco e nero o a colori e si può distinguere chiaramente l’attivazione delle aree per l’elaborazione del colore. Immaginare la stessa esperienza, o fingerla, non mostra lo stesso livello di attività e questo risultato evidente ha convertito molti scettici riguardo all’effettivo stato di trance ipnotica.

I ricercatori si stanno avvicinando a comprendere cosa provoca lo stato ipnotico. Sembra che l’induzione ipnotica sia qualcosa che funziona come un interruttore per i lobi frontali del cervello. Queste regioni producono “pensieri di ordine superiore”: sono il risultato della nostra consapevolezza, dei nostri bisogni, della nostra motivazione. Se si spegne quell’area del pensiero, le persone possono cambiare atteggiamento, fare cose di cui non si rendono pienamente conto. Questo spiega perché le persone ubriache sono facilmente ipnotizzabili: l’alcol smorza infatti l’attività dei loro lobi frontali.

Gli studi condotti su gemelli mostrano che vi è una certa familiarità nel livello di ipnotizzabilità e che dunque è una caratteristica che viene trasmessa geneticamente e che, soprattutto, dura tutta la vita, tanto che potrebbe essere considerata una componente del QI. Altri studi sull’ipnosi hanno riguardato il suo utilizzo come antidolorifico,  anti-stress, supporto per la chemioterapia, supporto per l’apprendimento scolastico.

Intorno agli anni 2000 la ricerca è divenuta più audace e uno dei primi studi ha riguardato una “paralisi isterica”, un caso in cui la persona non era più in grado di muovere la gamba sinistra, sebbene non vi fosse il segno di alcuna disabilità. Per vedere se era possibile ricreare il disturbo, i ricercatori hanno ipnotizzato una paziente per farle sperimentare lo stesso disturbo e quindi analizzarla tramite un brain scanner. Il risultato, pubblicato sulla rivista medica The Lancet ha rivelato che l’attività cerebrale della persona ipnotizzata era esattamente la stessa della paziente realmente isterica, il che ha mostrato l’importanza dell’ipnosi per cercare di capire cosa accade davvero in una mente disturbata.

Da allora, sono state indotte per via ipnotica diverse sindromi allucinatorie come l’erotomania o la sindrome di Capgras: chi ne è colpito vive nella ferma convinzione che le persone a lui care (familiari, amici, animali domestici) siano state rimpiazzate da replicanti, alieni o semplicemente da impostori a loro identici. Altra sindrome indotta per via ipnotica è quella di non riconoscersi allo specchio, cioè vedere nello specchio delle persone diverse fa sé. L’ipnosi può riprodurre questi stati alterati della mente e far sentire vere, reali, queste allucinazioni. Per quanto riguarda gli aspetti etici, gli psicologi assicurano che le persone ipnotizzate per fare questi esperimenti lasciano il laboratorio completamente sane e prive di allucinazioni.

Prima di compiere l’esperimento, a Robson sono state mostrate due stampe del Caravaggio che ritraggono l’illetterato San Matteo, il qale riesce a scrivere o a pensare grazie all’aiuto di angeli che gli guidano la mano o gli bisbigliano dei suggerimenti all’orecchio: ecco, è così che si sarebbe potuto sentire, in modo similare a quello che avviene nei casi di depressione psicotica o nella schizofrenia. La suggestione ipnotica proposta riguardava un moderno “ingegnere” (piuttosto che uno spirito demoniaco, come si sarebbe forse pensato in passato), che avrebbe preso il controllo dei suoi pensieri  (preoccupazione peraltro molto condivisa oggi, riguardo alla paura di perdere la propria libertà individuale e privacy, ad opera dei social media e della tecnologia).

Il giornalista è stato introdotto in un vecchio brain scanner cilindrico, tipo questo, al che lui inevitabilmente ha avvertito inizialmente una sensazione claustrofobica, che è però subito svanita quando lo psicologo ha cominciato a fare il conto alla rovescia, a partire da 20. Il compito del giornalista era quello di scrivere su un foglio la fine di una frase di cui veniva dato solo l’inizio. Gli scenari dell’esperimento sono stati di tre tipi: nel primo lo psicologo ha indotto la sensazione che l’ingegnere stava sussurrandogli all’orecchio le parole da scrivere ; nel secondo l’ingegnere era capace di controllare i movimenti della sua mano; nel terzo l’ingegnere era padrone dei suoi pensieri e dei suoi movimenti.

Il primo scenario ha avuto solo un effetto minimo: la sensazione provata dal giornalista è stata simile a quando le parole non arrivano immediatamente, ma si presentano dopo qualche istante. Una sensazione in fondo abbastanza comune, che tutti più o meno provano nella vita. Diverso è stato invece quando la suggestione ipnotica ha riguardato il movimento: in questo caso era come se la mano e il braccio del giornalista si fossero mossi automaticamente, senza il volere del soggetto ipnotizzato. In questo stadio hanno cominciato anche a  presentarsi dei flash che riguardavano l’ingegnere, che il Nostro si rappresentava come un uomo curvo, con un largo sorriso e una lunga coda di cavallo grigia. Quando si è arrivati al terzo scenario, quello del completo controllo da parte dell’ingegnere, il giornalista si sentiva ormai come posseduto da una forza che gli faceva muovere velocemente le mani e che controllava i suoi pensieri. Lui si vedeva dall’esterno, potendo quasi ascoltare i comandi che l’ingegnere gli dava.  Solo quando lo psicologo ha cominciato a contare fino a 20 che questa sensazione è completamente svanita, un po’ come quando si ritrova il primo momento di lucidità dopo un incubo. Più o meno quello che anche altri pazienti sottoposti allo stesso esperimento hanno riferito di aver provato.

Finora, queste indagini hanno suggerito che alcune regioni del cervello potrebbero essere responsabili di queste allucinazioni. Quando una persona sente che la propria mano è controllata da un altro essere, si sviluppa un’alta connessione tra le aree che controllano il movimento e le regioni che ci aiutano a capire le motivazioni e le azioni di un altro. Al contrario, quando ai soggetti viene detto che l’ingegnere sta inserendo dei pensieri nella loro mente durante l’attività di scrittura, essi mostrano un’attività inferiore nelle zone che controllano il linguaggio, forse perché meno coscienti riguardo alla generazione delle parole.

In alcuni scenari è stata riscontrata un’aumentata attività nelle aree coinvolte nell’errore di rilevamento (‘error detection’). Nella normale vita quotidiana, queste regioni normalmente tengono traccia dei nostri movimenti e di come vengono eseguiti, riscontrando gli errori nel movimento. Quindi è possibile che l’accresciuta attività rifletta la sensazione dei soggetti che i propri movimenti erano diventati sempre più imprevedibili, come se non fossero più sotto il proprio controllo.

E’ possibile che si pensi ora a nuovi farmaci, che possano modificare il funzionamento cerebrale, o anche a piccoli stimolatori, capaci di creare meggiore attività. Il team di scienziati pensa anche ad una sorta di neuro-biofeedback, che consiste nell’insegnare alle persone come modificare e correggere la propria attività cerebrale, a partire da ciò che vedono nello schermo.

Dr. Giuliana Proietti

Fonte:
Hypnosis: The day my mind was ‘possessed’, BBC Future

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Wikimedia

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Il business della medicalizzazione dell’infanzia

Prof. Christopher Lane

Christopher Lane
Professore di Inglese presso la Northwestern University, autore del libro The Age of Doubt. Si interessa di psichiatria, in particolare della storia del DSM e della trasformazione della timidezza in fobia sociale, oltre che di religioni.

Leggi l’intervista rilasciata a psicolinea.

Visita il suo sito web: http://www.christopherlane.org

ipermedicalizzazione Il business della medicalizzazione dellinfanzia“In nessun campo medico il condition branding (*) viene accettato tanto come nel settore dell’ansia e della depressione,” scrisse Vince Parry una decina di anni fa nella rivista di marketing Medical Marketing and Media. Parry, esperto del settore, chiamò il suo articolo “The Art of Branding a Condition” (L’arte di vendere una malattia). Ansia e depressione sono particolarmente sensibili al “condition branding”, diceva ai colleghi, perché “la malattia mentale raramente si basa su sintomi fisici misurabili e, pertanto, è aperta alla definizione concettuale”.

L’arte di vendere malattie — mettendo correttamente in relazione una malattia con un prodotto farmaceutico — ha prodotto tre strategie chiave:

- elevare il livello di gravità di una malattia esistente;
- ridefinire una malattia esistente per ridurre i pregiudizi che la riguardano;
- sviluppare una nuova malattia per costruire il riconoscimento di un’esigenza di mercato ancora insoddisfatta.

Il candido articolo di Parry mi è venuto in mente dopo aver letto l’eccellente articolo di Aaron E. Carroll pubblicato sul New York Times “Calling an Ordinary Health Problem a Disease Leads to Bigger Problems” (Definire malattia un ordinario problema di salute comporta grossi problemi”). Il Dottor Carroll, professore di Pediatria presso l’Indiana University School of Medicine, ha esposto le conseguenze delle strategie di Parry: sulla salute pubblica, sull’aumento della spesa per la salute e sulla crescente abitudine di ampliare enormemente l’area diagnostica verso disturbi le cui soglie d’età sono state abbassate fino ai più giovani, in alcuni casi in modo drammatico. La giustificazione utilizzata ruota intorno ad un argomento ancora controverso, in gran parte non provato scientificamente, riguardo al precoce intervento farmaceutico, dove “precoce” si riferisce all’età, piuttosto che all’insorgenza della malattia. Il che ovviamente consente di iniziare ad assumere farmaci in età sempre più giovani e per un grande numero di bambini (settore in crescita: neonati).

Il Dottor Carroll scrive circa la notevole pressione al ribasso sulla soglia di età per le diagnosi infantili di GERD (gastro-esophageal reflux disease, o malattia da reflusso gastro-esofageo, MRGE), anche se la malattia reale (distinta dai suoi sintomi comuni) è “rara” in quel gruppo di età. “Circa il 50 per cento dei neonati sani ha un rigurgito più di due volte al giorno“, scrive Carroll. “Circa il 95 per cento di loro supera comletamente il problema senza trattamento. Quando la maggior parte dei neonati ha (ed ha sempre avuto) una serie di sintomi che vanno via da soli, non è una malattia: è una varianza della normalità ”

Con il precipitare delle soglie di età per tali malattie comunque, e l’accrescersi delle campagne promozionali, “sono stati diagnosticati sempre più casi di bambini con reflusso come aventi una ‘malattia’. L’incidenza della diagnosi di MRGE nei neonati è triplicata dal 2000 al 2005″. Non sorprende venire a sapere da questo pediatra che “molti di quei bambini sono ora in trattamento con farmaci chiamati inibitori della pompa protonica (PPI) :”tra il 1999 e il 2004″, scrive,”l’uso di una forma liquida per bambini di P.P.I. è aumentata di più di 16 volte“.

Considerando l’espansione massiccia nelle prescrizioni appena sopra i cinque anni, ed anche per bambini molto più piccoli, vale la pena ripensare a ciò che afferma Parry sulla creazione della MRGE per gli adulti. La condizione di malattia è stata ideata, egli si vanta, per accompagnare una massiccia campagna promozionale per il farmaco ranitidina.

Uno dei modi più semplici per esagerare la gravità di una malattia, ammette Parry, è stupire il pubblico con gli acronimi. Nel caso della MRGE, il pubblico riteneva in precedenza che i prodotti da banco fossero adeguati nella lotta contro i bruciori di stomaco. Così la necessaria  campagna di marketing doveva elevare… ridefinire… sviluppare la malattia rinominata, per convincere medici e pazienti in altro modo. Altri acronimi e accentuazioni quasi identiche sono state elaborate per promuovere l’IBS ((irritable bowel syndrome, o sindrome dell’intestino irritabile), l’ED (erectile dysfuncion, o disfunzione erettile), il PMDD (premestrual dysphoric disorder, o disturbo disforico premestruale) e il SAD (social anxiety disorder, o disturbo d’ansia sociale), come ho mostrato in modo molto più esteso in Shyness: How Normal Behavior Became a Sickness.   (Leggi l’intervista di psicolinea all’autore)

“Il più grande problema” a proposito della massiccia sovradiagnosi e ipermedicalizzazione dei neonati con MRGE, conclude Carroll , “è che la stragrande maggioranza di questi neonati non erano ‘malati’. Gli abbiamo semplicemente dato una diagnosi ufficiale. Definire questi pazienti come  ‘malati’ può avere conseguenze significative, sia per la salute, sia per il bilancio sanitario della nazione.”

Scusate, medici – soprattutto pediatri: cosa ne è del: “Primo, non nuocere“?

Fonti e Links:

Carroll, Aaron E. “Calling an Ordinary Health Problem a Disease Leads to Bigger Problems.New York Times: June 3, 2014.

Lane, Christopher. 2007. Shyness: How Normal Behavior Became a Sickness. New Haven: Yale University Press.

Medicating Children: Why Controversy Still Flares over ‘Early Detection.’Psychology Today: September 2, 2010.

The OECD Warns on Antidepressant Overprescribing.Psychology Today: November 22, 2013.

Americans Are Being Aggressively Over-Diagnosed.Psychology Today: September 20, 2011.

Behavior Drugs Given to Four-Year-Olds Prompt Calls for Inquiry—in the UK.Psychology Today: March 19, 2011.

Naming an Ailment: The Case of Social Anxiety Disorder.Psychology Today: June 11, 2012.

Parry, Vince. “The Art of Branding a Condition.” MM&M: Medical Marketing and Media (May 2003): 44-46.

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Zombificare in nome della morale – Gli abusi della psichiatria

Dr. Agnes Giard

Agnès Giard sta facendo un dottorato presso l’Università di Nanterre, nel dipartimento di antropologia.
Studia nel frattempo la cultura giapponese ed ha pubblicato dei libri sulla concezione giapponese del corpo umano.
Leggi la sua biografia completa, in francese.

Rosemary Kennedy Zombificare in nome della morale   Gli abusi della psichiatriaNel 1941, una delle sorelle di John Kennedy, di una bellezza sessualmente inquietante, viene  “pulita” dall’inventore della lobotomia… Con il pretesto che lei è mentalmente disturbata. Le perfora il cranio al fine di sezionare del tessuto cerebrale. Ed eccola trasformata in un vegetale. Rosemary Kennedy è una delle 50.000 donne e persone devianti che i medici hanno zombificato in nome della morale.

Nella sua Brève histoire de l’électrisation médicale (1),  lo scrittore Bernard Pasobrola ripercorre le fasi principali di questa medicina, ‘di shock’ che proclama, dal XIX secolo, di ‘curare’ uomini e donne o di abolire i loro impulsi sessuali attraverso la somministrazione di Metrazol, ad esempio, oppure sottoponendoli a scosse elettriche, prelevando loro delle parti di materia cerebrale… o infilando aghi d’acciaio nella loro corteccia.

Sebbene ormai la lobotomia sia solo un brutto ricordo, gli adepti del Mind Control  e delle esperienze sul cervello ancora dilagano. Perché, dice l’autore, “a seguito della la scoperta degli impulsi nervosi, nel XVIII secolo, si è creata una vera e propria ossessione per il controllo della mente. La possibilità di controllare il funzionamento della psiche dall’esterno e senza che gli individui ne abbiano consapevolezza ha affascinato molti scienziati e governi”. Nella sua Brève histoire de l’électrisation médicale, Bernard Pasobrola descrive alcune di queste tecnologie attualmente in fase di sperimentazione ed altre che sono ancora in fase di ricerca…  le cui implicazioni riguardo alle nostre libertà hanno di che renderci paranoici. Ma attenzione, non è un “complotto”, ha detto. Le cose sono più complicate di così: da una parte, lo sviluppo di queste ricerche obbedisce ad una logica intrinseca delle neuroscienze; d’altra parte, tutto è fatto per suscitare l’entusiasmo del “progresso” realizzato.” Se si deve diffidare di qualcosa, è quindi anzitutto di noi stessi – per la nostra propensione a desiderare delle ‘cure’. Cure che la medicina cerebrale è prontissima a darci.

La trama del suo ultimo romanzo, Sans crier gare surgit la nuit, (La notte sorse senza avvisare) un thriller senza fiato e meticolosamente documentato, prefigura sinistramente il futuro di questo tipo di medicina: un nuovo partito guidato da uno scienziato raccoglie il consenso popolare per il progetto di ‘riprogrammazione del cervello’ dei cosiddetti individui antisociali. «L’obiettivo, spiega, è “riprogrammare” massicciamente i “cervelli malati”, per aumentare il loro senso morale e modificare la loro memoria.» Ma queste tecnologie non valgono solo per i delinquenti. Sedotte dalla promessa di felicità, “sempre più persone corrono dal loro medico, per chiedergli di alleviare le loro ansie e cambiare i loro sentimenti attraverso le nuove tecniche.”
Queste tecniche sono già pronte? Forse sì. In ogni caso lo saranno presto. Nel caso vi seducessero, ricordatevi il contesto in cui esse sono state sviluppate: la loro storia nasce da esperienze terrificanti, che Bernard Pasobrola ripercorre passo passo.

1888: la corticotomia o ‘asportazione corticale’ di Burckhardt

Con il pretesto di trattare i disturbi mentali, alcuni medici come il direttore di un ospedale svizzero, Gottlieb Burckhardt (1836-1907), credevano che il modo migliore per curare i pazienti incurabili fosse quello di asportare alcune parti della loro corteccia. Burckhardt operò il cervello di sei pazienti. Uno di loro morì ed un altro fu trovato annegato pochi giorni dopo l’operazione. Sebbene non avesse alcuna formazione chirurgica, Burckhardt non esitò, per esempio, a rimuovere 5 g di materia grigia nella parte destra della regione temporale del cervello di una donna considerata “delirante e impulsiva”. Nella sua mente, l’ “asportazione corticale” era una sorta di clitoridectomia cerebrale? Secondo lo psicologo Zbigniew Kotowicz, alcuni medici “condannano la chirurgia cerebrale di Burckhardt, ma accettano come un dato di fatto il legame tra la malattia mentale e gli organi sessuali e pensano che gli interventi chirurgici su questi organi siano legittimi” (2).

Nel 1934, l’ inglese John F. Fulton (1899-1960) praticò l’ablazione delle aree premotrici delle scimmie, per renderle più tranquille. Jacobsen riporta il caso di uno dei famosi scimpanzé di Fulton: l’animale aveva delle “reazioni nevrotiche” in determinate circostanze, ma dopo l’operazione… “Era come se l’animale avesse aderito al culto della felicità d’Elder Micheaux (il primo telepredicatore della storia, nda) e avesse affidato tutte le sue pene alle mani di Dio”… Non più soffrire, che bella promessa di liberazione!?

1935: la leucotomia di Moniz

Ispirato dallo stile psicochirurgico di Burckhardt, Egas Moniz (1874-1955), praticò i suoi primi esperimenti di foratura nell’area prefrontale del cranio a pazienti depressi o schizofrenici, iniettando alcool. Più tardi, “nel novembre 1935, scrive Bernard Pasobrola, il neurologo portoghese fu il primo a trattare la malattia mentale in un intervento chirurgico al cervello che chiamò” leucotomia “. L’operazione consisteva nel tagliare la sostanza bianca che connette i due emisferi cerebrali, che se va bene trasforma il paziente in un vegetale, se va male gli toglie la vita stessa. Questa procedura fu bene accolta dalle istituzioni psichiatriche – in essa vedevano un modo per facilitare la gestione dei pazienti nelle loro strutture sovraffollate. Moniz fu premiato con il premio Nobel per la medicina nel 1949 (3) “.

1936: la lobotomia di Freeman

Dal 1936, lo psichiatra e neurologo americano Walter Freeman (1895-1972) si propose di continuare il lavoro di Moniz. Con l’aiuto del neurochirurgo James Watts, Freeman eseguì il suo primo intervento di lobotomia prefrontale negli Stati Uniti, presso la George Washington University. “L’operazione continua Bernard Pasobrola, fu progettata per separare i lobi frontali dal resto del cervello“, la paziente si chiamava Alice Hammatt. Era una donna di sessantatre anni che soffriva di una grave depressione.  «Freeman successivamente sviluppò una procedura applicabile su grande scala: la lobotomia transorbitale che consiste nello spingere un ago metallico lungo il setto orbitale del paziente (per le prime prove, Freeman si servì di un rompighiaccio della cucina dell’ospedale) fino a penetrare il cervello a livello della regione frontale». A questo punto si trattava di sezionare le fibre nervose con un piccolo movimento a tergicristallo. Tutto andava fatto molto rapidamente, e per accorciare la procedura, Freeman sostituì l’anestesia con l’elettroshock, la famosa tecnica inventata da Ugo Cerletti ispirata al metodo di macellazione di suini. Questo perché Freeman era un uomo pratico (4).

Malgrado le avvertenze di Moniz, che riservava questo genere di trattamenti ai pazienti «più perturbati», Freeman ritenne di poter espandere l’uso della lobotomia – riservata fin qui ai malati di mente – a tutte le persone che desideravano essere «calmate» per ragioni di circostanza. Nel mondo, 50.000 persone vennero lobotomizzate, generalmente dei bambini un po’ agitati, con problemi scolastici, i dissidenti e le persone che non si conformavano alle norme morali. L’operazione si eseguiva in 10 minuti e lasciava generalmente la vittima in uno stato vegetativo. Poiché la zona interessata (la nato-corteccia) era il centro delle emozioni e delle capacità cognitive, le persone lobotomizzate non provavano più sentimenti, non erano più in grado di comprendere, perdevano la loro personalità e diventavano dei robots. Un’infermiera degli anni quaranta testimoniò «Li guardavi negli occhi e ti accorgevi che lì non c’era più la persona»

Bernard Pasobrola riporta che per la sua campagna, Freeman “si equipaggiò sommariamente con una automobile e percorse il Paese con questa “lobotomobile”, una sorta di sala operatoria ambulante. Eseguì così circa tremila e cinquecento interventi, a volte su giovani donne accusate di non essere in grado di tenere a freno la loro sessualità.” Nel 1952, eseguì 228 lobotomie in un periodo di due settimane nella Virginia occidentale. Lobotomizzò 25 donne in un solo giorno. Il tasso di mortalità era del 14%. “Fortunatamente, continua l’autore, ‘ l’arrivo sul mercato di sostanze chimiche antipsicotiche farà terminare la carriera di Freeman. Ma egli continuerà a lobotomizare fino alla fine degli anni sessanta, la sua ultima operazione fu quella fatta a Helen Mortensen, nel febbraio 1967, che morì di emorragia cerebrale”.

1941: il caso di Rosemary Kennedy

I documenti sono rari. La famiglia Kennedy ha nascosto questa storia con una cura molto particolare. L’unica biografia di Rosemary Kennedy in francese non mette in luce elementi significativi sui motivi che hanno portato il padre a distruggere sua figlia. Ma per Bernard Pasobrola, un certo numero di testimoni ha stabilito che Rosemary era troppo libera sessualmente per i gusti della famiglia Kennedy. Bisognava “calmarla”. Ecco ciò che scrive su questo caso:

«Barbara Gibson, ex segretaria personale di Rose Kennedy, ha svelato uno dei più oscuri segreti della famiglia Kennedy nella biografia scritta con Ted Schwarz (5) Rosemary, figlia di Joe e Rose e sorella dell’ex Presidente, fu distrutta psicologicamente all’età di 23 anni dal lobotomista Walter Freeman, assistito da James Watts durante l’autunno del 1941. Secondo Barbara Gibson, Joe Kennedy deliberatamente trasformò sua figlia in una disabile a vita, con il pretesto che soffriva di “ritardo mentale”, sebbene si trattasse semplicemente, sempre secondo Barbara Gibson, di una lieve dislessia.

Joe distrusse una parte del suo cervello per paura di ciò che avrebbe potuto diventare se fosse stata lasciata libera di seguire la propria strada,” scrive la biografa, aggiungendo che “la propria strada” significava in realtà un minimo di libertà sessuale, qualcosa di assolutamente proibito per una ragazza Kennedy.
Laurence Leamer, autore di The Kennedy Women: The Saga of an American Family (6), fa notare che i diplomi ottenuti da Rosemary, i suoi viaggi in Svizzera all’età di 19 anni, da sola con sua sorella Eunice di 16 anni, mal si inquadrano con la tesi difesa dalla famiglia. Il patriarca Joe Kennedy era così diffidente di questa ragazza bella e piena di vita, che la fece entrare in convento, a Washington. Ma, scrive Leamer : “la notte lei usciva nel buio cercando la luce e la vita nelle strade della città… La famiglia temeva che lei facesse quello che sua sorella Kathleen chiamava “la cosa che il sacerdote dice di non fare“. Avevano una paura tremenda della gravidanza, della malattia e della vergogna”.
Dopo aver subito l’operazione col rompighiaccio di Freeman, continua Leamer, “lei regredì allo stadio infantile, borbottando qualche parola, stando seduta per ore a fissare le pareti… Fu un orrore oltre l’orrore, un disastro indicibile, impensabile. Rose e i suoi figli avevano rimosso e cancellato dalla memoria ciò che Joe aveva fatto a sua figlia, avevano cancellato tutto, sostenevano che non era mai accaduto e che Rosemary non esisteva più.”Rosemary Kennedy è morta il 7 gennaio 2005 di cause naturali all’età di 86 anni in un ospedale di Fort Atkinson, Wisconsin, dopo aver trascorso quasi tutta la sua vita adulta in un Istituto per disabili, dimenticata dal clan Kennedy”.

1943: il caso di Rose Williams

Bernard Pasobrola aggiunge che è difficile non fare un accostamento fra il caso di Rosemary e Rose Williams, la sorella maggiore di Tennessee Williams, una giovane donna che subì lo stesso tipo di operazione nel gennaio 1943. “Lo spettro di sua sorella, scrive, ossessiona quasi tutte le opere dell’autore di Un tram chiamato desiderio e de il gatto sul tetto che scotta, specialmente Lo zoo di vetro, una pièce direttamente ispirata al caso di Rose.
Nel 1918, dopo la nascita del loro terzo figlio, i genitori lasciarono il Mississippi e si stabilirono a St. Louis, nel Missouri. Il padre, Cornelius Williams, che lavorava in una fabbrica di scarpe, mancava da casa la maggior parte del tempo e lasciava che la moglie, Edwina, figlia di un vescovo protestante, si occupasse da sola della loro prole.
Nel suo libro autobiografico Memorie (7), pubblicato nel 1972, Tennessee Williams descrive Rose come un adolescente piuttosto timida, ma la cui “bellezza risiedeva principalmente nell’espressione dei suoi occhi grigio-verdi e dei suoi riccioli color rame”.
Quando Tennessee lasciò la casa e abbandonò il suo lavoro come impiegato nella fabbrica di scarpe dove lavorava suo padre, Rose non ce la fece. Lei conobbe, scrive, ‘la sua prima vera depressione’. E aggiunge: “credo che sia stato in questo momento che il nostro vecchio e saggio medico di famiglia disse a mia madre che la salute fisica e mentale di Rose dipendeva da quello che colpì Miss Edwina [la madre] come una cosa mostruosa: un matrimonio organizzato ,”terapeutico” in qualche modo.” Ovviamente, il vecchio dottore Alexandre aveva compreso i reali disturbi di Rose. Era una ragazza normale – ma dal grande desiderio sessuale – e si distruggeva nel corpo e nella mente a causa della repressione imposta dal puritanesimo monolitico di Miss Edwina.”
Pochi anni più tardi, Rose fu sottoposta ad una visita medica presso un ospedale cattolico nella periferia di St. Louis e fu detto alla madre Edwina che la ragazza soffriva di dementia precox. Internata presso l’ospedale statale di Farmington, subì un shock insulinico e una terapia con metrazol. Sei anni dopo, nel 1943, Rose fu sottoposta ad una lobotomia prefrontale bilaterale con l’approvazione di Edwina Williams, dal momento che il marito aveva rinunciato ad interessarsi di Rose.
L’unico commento di Tennessee è questo versetto scarabocchiato su un blocco notes:

“1000 leghe di distanza.
Rosa. La sua testa tagliata, aperta.
Una pugnalata nel suo cervello.
Io. Sono qui che fumo la mia sigaretta.
Mio padre, visto come un diavolo, che russa.
1000 leghe di distanza”.

Solo molto più tardi, nel 1979, quattro anni prima della sua morte, i suoi taccuini rivelarono una storia precisa e preoccupante dell’origine del crimine commesso sulla persona di Rose. «Edwina, scrive, “approvò che mia sorella fosse sottoposta ad uno dei primi interventi di lobotomia pre-frontale eseguiti negli Stati Uniti, perché era sconvolta dalle rivelazioni esplicite di Rosa, anche se svelate n altri termini, sul fatto che lei si fosse masturbata con candele rubate dalla cappella, durante la celebrazione dei morti, a Vicksburg”.

Brève histoire illustrée de l’électrisation médicale, 1780 – 2014, Bernard Pasobrola, mai 2014.
Sans crier gare surgit la nuit, roman, éd. La vie du rail, coll. Rail Noir, avril 2014.

(1)  Ebook format ePub. Prix : 0,99 euro. Format Kindle. Prezzo : 0,89 euro. Presentazione.

(2)  Gottlieb Burckhardt and Egas Moniz – Two Beginnings of Psychosurgery, Zbigniew Kotowicz.

(3) Consultare il blog dell’autore.

(4) Consultare il blog dell’autore.

(5) Rose Kennedy and Her Family: The Best and Worst of Their Lives and Times. Hardcover, di Barbara Gibson e Ted Schwarz, Birch Lane Pr; First Edition edition (Luglio 1995).
Consultare l’articolo di Jack El-Hai  : The exiled Kennedy, in The Independent, 15 gennaio 2005.

(6) Ballantine Books; Édition : 1st Ballantine Books Trade Pbk. Ed (29 settembre 1996).

(7) Mémoires d’un vieux crocodile, Tennessee Williams, Points, 1993.

Dr. Agnès Giard
Articolo originale:
Zombifier au nom de la morale, Les 400 culs

Traduzione autorizzata, a cura di psicolinea.it

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Rosemary Kennedy

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Alterazione della personalità e responsabilità personale

Dr. Giuliana Proietti

Psicoterapeuta-Sessuologa at Ellepi Associati Ancona
● Psicologa-psicoterapeuta (attività libero-professionale in Ancona)
● Responsabile scientifico del sito www.psicolinea.it
● Saggista e Blogger
● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale
● Conduzione seminari di sviluppo personale
● Attività di formazione ed alta formazione presso Enti privati e pubblici
● Esperienza in psicologia del lavoro (Orientamento e Selezione del Personale)
● Co-fondatrice del sito Clinica della Timidezza e dell’attività ad essa collegata, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali.

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John Everett Millais The Somnambulist Alterazione della personalità e responsabilità personaleNe “Lo strano caso del Dr. Jekill e Mr. Hyde” di Robert Louis Stevenson (1850-1894) viene ben descritto il caso della doppia personalità, che tanto ha interessato gli psicologi e gli psichiatri, soprattutto nell’800. Nel romanzo, il Dr. Jekyll, dopo aver sperimentato su di sé una pozione,  subisce una trasformazione tale da far emergere una sua seconda natura, attratta dal male, la quale riesce a soppiantare completamente la propria identità personale. Durante l’effetto della pozione, Jekyll si trasforma senza volere in un altro essere, con diverso corpo e diversa psiche. La sua prima identità rimane quella tipica del dottor Jekyll: un uomo alto, educato, di buoni principi morali e solidale con i suoi concittadini; la sua seconda identità, quella di mister Hyde, appartiene ugualmente a Jekyll, ma è un’identità nascosta, in genere soppiantata dalla prima, per cui in genere incapace di esprimersi.  La descrizione di Mr. Hyde è sicuramente ispirata alle teorie di Cesare Lombroso (1835-1909), il quale sosteneva che l’origine del comportamento criminale fosse insita nelle  caratteristiche anatomiche degli individui.  Mr. Hyde viene infatti descritto come un tipo basso, più giovane del dottor Jekyll, ma gobbo, con braccia corte, mani pelose e tozze, con istinti, intelligenza ed energie tutte inclinate verso il male, la soddisfazione egoistica, la violenza e l’asocialità.

Nell’Ottocento l’interesse per la doppia personalità fu molto alimentato dalla diffusione dell’ipnosi: si pensava in particolare che le persone potessero essere spinte a fare azioni che allo stato vigile non avrebbero mai compiuto. Il tema della personalità multipla interessò anche i giuristi: essi infatti cominciarono a domandarsi se effettivamente potevano essere considerate responsabili le persone che soffrivano di patologie di sdoppiamento della personalità, così come chi soffriva di sonnambulismo, o era stato indotto in stato di ipnosi da un’altra persona.

Un ipnotizzato che uccide un’altra persona deve ritenersi responsabile dell’azione compiuta, o la responsabilità penale spetta al suo ipnotizzatore? E se la persona agisse su impulsi che le provengono da una seconda personalità che alberga dentro di lei, ma della quale non è consapevole? E ancora, ispirandosi alle teorie psicoanalitiche,  se l’assunzione di responsabilità personale (cioè l’ammissione di colpa) fosse dovuta non ad un ricordo consapevole, ma ad un meccanismo di difesa inconscio (ad esempio quello della razionalizzazione, per cui si sente il bisogno di giustificare ciò che è accaduto, per superare il disagio della frammentazione dell’Io) ? Ispirandosi invece agli studi sulla psicologia delle folle ci si chiedeva quanto potesse essere responsabile una persona che agisce sulla spinta di una folla in tumulto. E che dire della psicopatologia della vita quotidiana, di cui scrisse Freud nel 1901, per cui ogni azione compiuta ha un suo significato, perché risponde ad un bisogno dell’inconscio? Stessa cosa per il sonnambulismo: chi agisce mentre sogna è responsabile di ciò che fa? Nel 1700-1800 alcuni autori sostenevano l’idea che il sonnambulo che commetteva un crimine doveva essere punito in maniera lieve, in quanto il suo comportamento era comunque una rappresentazione dell’idea malvagia che doveva aver coltivato nella condizione di veglia e per questo non poteva essere assolto in maniera totale.

In queste riflessioni non si trattava di contrapporre salute e malattia, o normalità e follia: il problema era come giudicare il comportamento di una persona assolutamente “normale” (e dunque responsabile di sé) che però, per varie ragioni, in un certo momento della sua vita, perdeva la consapevolezza totale di sé stessa, non per sua responsabilità.

Se la persona si comporta secondo il volere di un’altra personalità che la abita e che non sente il valore del rimprovero, essa deve essere giudicata responsabile delle sue azioni? Può essere punita? Medicina e diritto fino a questo punto avevano concordato nel considerare l’individuo “signore delle proprie azioni”, con unità di comportamento e di idee. Con la nascita della psicoanalisi e la pratica dell’ipnosi questa certezza fu messa per la prima volta in discussione. (L’Io non è signore a casa sua, diceva Freud)

Ad esempio, leggendo la cronaca del tempo si incontrano fatti come quelli del dentista che venne condannato a 12 anni di lavori forzati perché ritenuto colpevole di aver ipnotizzato una sua giovane paziente e di averla messa incinta. (Lui peraltro confessò, pur dicendo che la ragazza era consenziente, mentre la ragazza sosteneva di essere stata violentata sotto ipnosi). Un altro caso del tempo fu quello di un girovago che non aveva fissa dimora e che si recò in una casa di contadini, seducendo la loro figlia nubile e attempata, scappando di casa con lei, fino a che la coppia non venne ritrovata e lui arrestato. Anche in questo caso la donna raccontò di essere stata ipnotizzata (e per questo lui venne condannato a 30 anni di lavori forzati). E’ ugualmente famoso il caso di Felida, osservato dal dott. Eugène Azam (1822-1899). Felida, nata a Bordeaux nel 1843, era una ragazza molto intelligente, ma nervosa, malinconica, taciturna. A 14 anni veniva presa quasi ogni giorno da un acuto dolore alle tempie che la faceva addormentare, senza possibilità di svegliarla, né con rumori, né con punture. Quando si risvegliava era completamente cambiata: felice, sana, socievole. Prima della rivoluzione francese il caso sarebbe stato affidato ad un esorcista, ma Azam seguì invece questa paziente per diversi anni e ne scrisse nel libro “Hypnotisme et double conscience” (F. Alcan Paris 1893), introducendo la sindrome della doppia personalità, o “split personality”.

Il diritto ha riconosciuto il valore dell’ipnosi, se non altro quando ha cercato di utilizzarla, ad esempio nell’indurre la persona a confessare il delitto commesso, o a ricordare eventi traumatici di cui potrebbe essere stato utile testimone. Spesso nei tribunali si è ricorsi anche ad esperti di parapsicologia o chiaroveggenti, persone cioè che sembravano essere capaci di vedere al di là dei limiti fisici, con una sensibilità considerata più ampia. Si è sperato in questo modo di trovare persone scomparse o refurtiva, ma con esiti sempre fallimentari.

Il dibattito su questi argomenti ai giorni nostri non si è affatto spento nel tempo ed anzi, negli ultimi anni si è riacceso con il diffondersi delle informazioni che ci vengono dalle neuroscienze: le neuroscienze infatti, come fece Freud nell”800, stanno portando alla luce aspetti del comportamento dell’individuo che possono non essere legati alla volontà personale, ma questa volta non per problematiche legate a conflittualità inconsce, quanto a causa di aspetti organici dovuti alla presenza o all’assenza di neurotrasmettitori, così come alla genetica molecolare. Anche in questo caso, chi delinque a causa di problematiche che hanno origine nel suo cervello, nella sua parte organica e non psicologica, è da considerarsi reo? La risposta è si, oggi come nel passato, in quanto il diritto penale rimane fermo nel considerare la persona come unica responsabile delle proprie azioni.

Dr. Giuliana Proietti

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La sonnambula, Wikimedia

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Religione, spiritualità e psicoterapia

Dr. Walter La Gatta

Psicoterapeuta-Sessuologo at Ellepi Associati Ancona

Libero professionista ad Ancona

Si occupa di:

Psicoterapie individuali e di coppia
Sessuologia (Terapeuta del Centro Italiano di Sessuologia) 
Tecniche di Rilassamento e Ipnosi
Disturbi d’ansia, Timidezza e Fobie sociali.

Riceve ad Ancona, su appuntamento.

Per appuntamenti: 348 – 331 4908

Qui trovi tutte le modalità per ricevere una consulenza dal Dr. Walter La Gatta

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Yoga prayer by the Sea Religione, spiritualità e psicoterapiaFreud non amava la religione: ne aveva parlato, con grande scandalo, come di una forma di patologia. Per il fondatore della psicoanalisi la religione era infatti assimilabile ad un’illusione, in cui il credente smarriva il senso della realtà, a tutto vantaggio di fantasie psichiche, che potevano diventare delirio collettivo, nell’acquiescenza del gruppo. Ne “L’avvenire di un’illusione” (1927) Freud concludeva che sarebbe stato un bene se un giorno l’umanità si fosse riuscita a liberare di questa illusione, per poter usufruire di energie razionali, preziosissime per la costruzione della stessa “civiltà”.

La psicoterapia dunque è nata laica e, da allora, si è sempre tenuta alla larga dalle religioni. Oggi però ci sono nuove tendenze ed in alcuni ambienti si sta cercando di integrare l’approccio terapeutico classico con aspetti spirituali (forse come forma di concorrenza alle tante filosofie e religioni orientali, che attirano sempre più persone con problemi psicologici, più che appassionati dello spirito…).

Il massimo esperto del genere è Kenneth I. Pargament psicologo clinico, docente di psicologia presso la Bowling Green State University e studioso presso l’Istituto di Spiritualità e salute presso il Texas Medical Center. Ha pubblicato The psychology of religion and coping: Theory, research, practice nel 1997 e Spiritually integrated psychotherapy: Understanding and addressing the sacred nel 2007. Recentemente è stato intervistato dall’APA su questi argomenti. Vi riportiamo una sintesi delle sue risposte.

Le persone si rivolgono alla fede religiosa per cercarvi conforto e sostegno nei momenti difficili. In particolare, ci sono alcuni gruppi, come ad esempio gli anziani o soggetti che appartengono a minoranze, i quali sono più propensi a guardare alla fede come ad una forma di aiuto.

Studi empirici hanno dimostrato che in presenza di disastri naturali, malattie, perdita di persone care, divorzio, ecc. la religione e la spiritualità possono essere utili per si trova a dover fronteggiare problemi su cui ha scarso controllo ed ha scarsi mezzi personali per farvi fronte. In tempi di crisi, ad esempio, la religione può essere molto importante, perché permette di sentire il  supporto spirituale di una divinità. Altrettanto utili sono quei rituali che facilitano la vita spirituale, il perdono, il sostegno da parte di qualche sacerdote: tutto questo aiuta a riformulare una situazione stressante in un sistema più grande, maggiormente benevolo e più ricco di significato.

Per molti anni, gli psicologi hanno evitato di inserire religione e spiritualità nella pratica clinica. Questo è stato forse dovuto al fatto che c’era qualche antipatia religiosa tra i pionieri della psicologia come Sigmund Freud e BF Skinner, o forse perché gli psicologi generalmente mancano di formazione in questo settore. Eppure, ci sono diversi motivi scientificamente fondati per inserire la religione e la spiritualità nella pratica clinica. Per molte persone, la religione e la spiritualità sono le risorse chiave che possono facilitare la propria crescita personale. Le ricerche mostrano che le persone vorrebbero poter parlare di questioni relative alla fede nel loro trattamento psicologico e che gli approcci spiritualmente integrati  sono efficaci come gli altri trattamenti. Gli psicologi sono comunque obbligati per ragioni etiche ad essere rispettosi e attenti nei confronti della diversità culturale dei loro pazienti (ricordando che la religione e la spiritualità contribuiscono alla nostra identità personale e sociale).

Oggi si stanno sviluppando e valutando una varietà di approcci spirituali integrati al trattamento, tra cui: interventi di perdono, per aiutare le persone divorziate a venire a patti con amarezza e rabbia; programmi per aiutare le vittime di abusi sessuali a superare i loro problemi conflittuali interni; trattamenti per persone con disturbi alimentari e programmi che aiutano i tossicodipendenti a riconnettersi al proprio sé superiore. Questi programmi sono ancora nelle loro prime fasi di sviluppo, ma i risultati preliminari sono promettenti. Agli psicologi che non hanno familiarità con il lavoro in questo settore, dico di cominciare a “mettere i piedi in acqua” semplicemente ponendo ai loro pazienti qualche domanda su religione e spiritualità. La maggior parte dei pazienti sono felici di parlare di questi temi. Comunicando il proprio interesse per la religione e la spiritualità, gli psicologi aprono la porta a quella che potrebbe diventare una più ricca e più profonda conversazione.

La psicologia ha ormai cominciato a comprendere ed esplorare una serie di nuovi interessanti argomenti: meditazione, perdono, accettazione, gratitudine, speranza e amore. Ciascuno di questi fenomeni ha radici profonde nelle tradizioni e nelle filosofie religiose orientali e occidentali. “Non c’è bisogno di essere religiosi per meditare” è ormai diventato un mantra in letteratura. La ricerca su questi aspetti della vita ha iniziato a dare importanza vitale a intuizioni psicologiche e sociali, con implicazioni potenti per il cambiamento e la crescita umana.

Alcune ricerche hanno dimostrato che la meditazione basata sulla preghiera è più efficace nel ridurre il dolore fisico di una meditazione basata su una frase laica. Allo stesso modo, altri studi hanno dimostrato che le forme spirituali di sostegno portano salute e benessere al di là degli effetti del sostegno laico. A differenza di qualsiasi altra dimensione della vita, la religione e la spiritualità hanno un focus esclusivo sul dominio del sacro: la trascendenza, la verità ultima, ecc. Qualsiasi psicologia che si dedichi a queste parti della vita rimane incompleta.

Purtroppo, la grande maggioranza degli psicologi non riceve alcuna formazione in religione e spiritualità durante il corso di laurea e la formazione post-lauream. Questo stato di cose dovrebbe cambiare, perché sarebbe utile acquisire le abilità per valutare e affrontare le questioni religiose e spirituali che si presentano nel trattamento.

Dr. Walter La Gatta

Fonte:
What Role Do Religion and Spirituality Play In Mental Health? APA

Immagine:
Sarda, Wikimedia

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