L’ipnosi come strumento di ricerca per la psicosi

Dr. Giuliana Proietti

Psicoterapeuta-Sessuologa at Ellepi Associati Ancona
● Psicologa-psicoterapeuta (attività libero-professionale in Ancona)
● Responsabile scientifico del sito www.psicolinea.it
● Saggista e Blogger
● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale
● Conduzione seminari di sviluppo personale
● Attività di formazione ed alta formazione presso Enti privati e pubblici
● Esperienza in psicologia del lavoro (Orientamento e Selezione del Personale)
● Co-fondatrice del sito Clinica della Timidezza e dell’attività ad essa collegata, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali.

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Charcot Salpetriere 300x252 Lipnosi come strumento di ricerca per la psicosiSu BBC Future, il giornalista David Robson ha scritto un interessante articolo in cui descrive una seduta di ipnosi cui si è sottoposto, per ragioni scientifiche, come scoprirete leggendo l’ampia sintesi del suo articolo, che di seguito vi proponiamo.

La ricerca sull’ipnosi fu iniziata dai due fra i più eminenti medici francesi, all’inizio del XX secolo: Jean-Martin Charcot, che lavorava presso l’ospedale La Salpêtrière a Parigi (presso il quale si formò anche Sigmund Freud) e che ora è considerato il “fondatore della neurologia moderna” e Georges Gilles de la Tourette, che è più famoso per la malattia che porta il suo nome, ma che fu uno dei più fedeli allievi di Charcot. Essi studiarono i casi di “isteria” malattia in cui i pazienti (prevalentemente donne) si sentivano, ad esempio, improvvisamente incapaci di sentire o di spostare i loro arti, nonostante non vi fosse alcuna lesione osservabile. Entrambi i medici credevano che i disturbi condividessero con l’ipnosi alcune caratteristiche: la loro ipotesi era che le persone malate di isteria fossero più suscettibili al suggerimento ipnotico rispetto ai soggetti sani e questo fosse dunque un modo per discriminare i folli dai sani.

Essi però scivolarono, nel fare ricerca, anche in territori meno rispettabili della scienza, anche a causa della rivalità con un’altra scuola di ipnosi, quella di Nancy, guidata da Hippolyte Bernheim.  I giornali del tempo riferivano spesso di storie criminali commesse da “ipnotizzati”, cioè da persone innocenti che erano state indotte, attraverso l’ipnosi, a commettere atti nefandi. Sul tema dell’ “ipnotismo criminale” la scuola di Nancy, che sosteneva invece che tutti potessero essere ipnotizzati, sfidò le posizioni della Salpêtrière. Bernheim riteneva infatti che l’ipnosi non poteva essere un mezzo per diagnosticare la presenza o l’assenza di isteria, in quanto molti episodi criminali del tempo si dicevano compiuti da persone sotto l’effetto dell’ ipnosi e dunque questo a suo avviso dimostrava che tutti potevano essere ipnotizzabili. Questa disputa crebbe e divenne particolarmente virulenta fra il 1888 e il 1890. Gilles de la Tourette, per capire fino a che punto potesse spingersi un soggetto in stato di ipnosi, decise di ipnotizzare una paziente isterica, Blanche, alla quale mostrò un bicchiere di birra “avvelenato”, chiedendole poi di servire la bevanda ad un uomo, conosciuto come il signor G. Blanche rispettò il comando ed effettivamente somministrò il “veleno” al signor G., il quale finse di morire. Blanche successivamente negò di essere a conoscenza dell’apparente omicidio.

La Tourette peraltro per via dell’ipnosi per poco non ci perse la vita: nel dicembre 1893 infatti, una donna di 29 anni, Rose Kamper-Lecoq, sostenendo che le sedute di ipnosi avevano irrimediabilmente alterato la sua volontà, tirò fuori una pistola e sparò tre colpi al suo ipnotista. Solo uno dei proiettili penetrò il cranio di La Tourette, il quale dovette almeno convincersi che il comportamento criminale non aveva nulla a che fare con l’ipnosi.

La storia di Kamper-Lecoq è ancor più sorprendente alla luce delle ricerche odierne: il comportamento violento non fu infatti quasi certamente causato dall’ipnosi, ma da un complesso di allucinazioni che psicologi come Walsh cercano ora di scoprire nei loro pazienti virtuali. La paziente di Gilles de la Tourette era convinta che il suo medico fosse innamorato di lei (un disturbo noto come “erotomania”) e di essere controllata dall’esterno. Esattamente quello che gli psicologi cercano ora di indagare nei pazienti posti in ipnosi per comprendere il funzionamento della malattia mentale.

Ma veniamo all’esperienza di David Robson: lo psicologo che gli ha praticato l’ipnosi è Eamonn Walsh, il quale utilizza la tecnica ipnotica per studiare la psicosi, presso l’Istituto di psichiatria di Londra. L’idea è quella di trasformare dei soggetti sani in persone “virtualmente malate” che si sentono come possedute da un’entità paranormale, permettendo così agli scienziati di comprendere la malattia sperimentatata dai soggetti realmente psicotici (ed individuare eventuali cure).

Prima di iniziare l’esperimento, gli psicologi hanno testato l’ “ipnotizzabilità” del soggetto. La procedura consiste in un rilassamento guidato, seguito da una serie di suggerimenti che hanno lo scopo di modificare le percezioni e i comportamenti. Gli è stato suggerito di sentire una mosca ronzare intorno alla testa, o che un palloncino stava lentamente sollevando il suo braccio in aria. Da quello che ricorda il giornalista, il suo braccio è diventato leggero, come riempito di elio, e prima che se ne rendesse pienamente conto, già lo sentiva levarsi verso l’alto. Il ronzio della mosca gli appariva invece come i suoni che provengono dall’esterno quando si è stanchi e prossimi all’addormentamento: i rumori ci sono ma sembrano non riguardarci.  Il punteggio di suggestionabilità da lui raggiunto è stato di 10 punti su 12, ovvero un livello di suggestionabilità molto alto, che riguarda solo il 10% della popolazione.

Data l’alta variabilità dei comportamenti degli ipnotizzati, c’è ancora molto dibattito sulla materia: alcuni ritengono che l’ipnosi sia pura falsità, mentre altri credono che si tratti di uno stato alterato di coscienza capace di produrre profondi cambiamenti nella percezione, nel pensiero e  nella memoria. La prima cosa che il giornalista ha chiesto allo sperimentatore è stata se per caso non vi fosse il dubbio che, ogni tanto, qualche paziente fingesse di essere in ipnosi mentre invece era in stato di perfetta lucidità mentale. Lo psicologo ha risposto che questa è un’obiezione molto frequente, che viene mossa ogni volta che egli tenta di sottoporre un suo studio ad una rivista scientifica, per la pubblicazione. In realtà la scansione cerebrale ha posto fine a questa preoccupazione: attraverso lo scanner cerebrale infatti, l’ipnotizzatore può suggerire al soggetto di guardare una fotografia in bianco e nero o a colori e si può distinguere chiaramente l’attivazione delle aree per l’elaborazione del colore. Immaginare la stessa esperienza, o fingerla, non mostra lo stesso livello di attività e questo risultato evidente ha convertito molti scettici riguardo all’effettivo stato di trance ipnotica.

I ricercatori si stanno avvicinando a comprendere cosa provoca lo stato ipnotico. Sembra che l’induzione ipnotica sia qualcosa che funziona come un interruttore per i lobi frontali del cervello. Queste regioni producono “pensieri di ordine superiore”: sono il risultato della nostra consapevolezza, dei nostri bisogni, della nostra motivazione. Se si spegne quell’area del pensiero, le persone possono cambiare atteggiamento, fare cose di cui non si rendono pienamente conto. Questo spiega perché le persone ubriache sono facilmente ipnotizzabili: l’alcol smorza infatti l’attività dei loro lobi frontali.

Gli studi condotti su gemelli mostrano che vi è una certa familiarità nel livello di ipnotizzabilità e che dunque è una caratteristica che viene trasmessa geneticamente e che, soprattutto, dura tutta la vita, tanto che potrebbe essere considerata una componente del QI. Altri studi sull’ipnosi hanno riguardato il suo utilizzo come antidolorifico,  anti-stress, supporto per la chemioterapia, supporto per l’apprendimento scolastico.

Intorno agli anni 2000 la ricerca è divenuta più audace e uno dei primi studi ha riguardato una “paralisi isterica”, un caso in cui la persona non era più in grado di muovere la gamba sinistra, sebbene non vi fosse il segno di alcuna disabilità. Per vedere se era possibile ricreare il disturbo, i ricercatori hanno ipnotizzato una paziente per farle sperimentare lo stesso disturbo e quindi analizzarla tramite un brain scanner. Il risultato, pubblicato sulla rivista medica The Lancet ha rivelato che l’attività cerebrale della persona ipnotizzata era esattamente la stessa della paziente realmente isterica, il che ha mostrato l’importanza dell’ipnosi per cercare di capire cosa accade davvero in una mente disturbata.

Da allora, sono state indotte per via ipnotica diverse sindromi allucinatorie come l’erotomania o la sindrome di Capgras: chi ne è colpito vive nella ferma convinzione che le persone a lui care (familiari, amici, animali domestici) siano state rimpiazzate da replicanti, alieni o semplicemente da impostori a loro identici. Altra sindrome indotta per via ipnotica è quella di non riconoscersi allo specchio, cioè vedere nello specchio delle persone diverse fa sé. L’ipnosi può riprodurre questi stati alterati della mente e far sentire vere, reali, queste allucinazioni. Per quanto riguarda gli aspetti etici, gli psicologi assicurano che le persone ipnotizzate per fare questi esperimenti lasciano il laboratorio completamente sane e prive di allucinazioni.

Prima di compiere l’esperimento, a Robson sono state mostrate due stampe del Caravaggio che ritraggono l’illetterato San Matteo, il qale riesce a scrivere o a pensare grazie all’aiuto di angeli che gli guidano la mano o gli bisbigliano dei suggerimenti all’orecchio: ecco, è così che si sarebbe potuto sentire, in modo similare a quello che avviene nei casi di depressione psicotica o nella schizofrenia. La suggestione ipnotica proposta riguardava un moderno “ingegnere” (piuttosto che uno spirito demoniaco, come si sarebbe forse pensato in passato), che avrebbe preso il controllo dei suoi pensieri  (preoccupazione peraltro molto condivisa oggi, riguardo alla paura di perdere la propria libertà individuale e privacy, ad opera dei social media e della tecnologia).

Il giornalista è stato introdotto in un vecchio brain scanner cilindrico, tipo questo, al che lui inevitabilmente ha avvertito inizialmente una sensazione claustrofobica, che è però subito svanita quando lo psicologo ha cominciato a fare il conto alla rovescia, a partire da 20. Il compito del giornalista era quello di scrivere su un foglio la fine di una frase di cui veniva dato solo l’inizio. Gli scenari dell’esperimento sono stati di tre tipi: nel primo lo psicologo ha indotto la sensazione che l’ingegnere stava sussurrandogli all’orecchio le parole da scrivere ; nel secondo l’ingegnere era capace di controllare i movimenti della sua mano; nel terzo l’ingegnere era padrone dei suoi pensieri e dei suoi movimenti.

Il primo scenario ha avuto solo un effetto minimo: la sensazione provata dal giornalista è stata simile a quando le parole non arrivano immediatamente, ma si presentano dopo qualche istante. Una sensazione in fondo abbastanza comune, che tutti più o meno provano nella vita. Diverso è stato invece quando la suggestione ipnotica ha riguardato il movimento: in questo caso era come se la mano e il braccio del giornalista si fossero mossi automaticamente, senza il volere del soggetto ipnotizzato. In questo stadio hanno cominciato anche a  presentarsi dei flash che riguardavano l’ingegnere, che il Nostro si rappresentava come un uomo curvo, con un largo sorriso e una lunga coda di cavallo grigia. Quando si è arrivati al terzo scenario, quello del completo controllo da parte dell’ingegnere, il giornalista si sentiva ormai come posseduto da una forza che gli faceva muovere velocemente le mani e che controllava i suoi pensieri. Lui si vedeva dall’esterno, potendo quasi ascoltare i comandi che l’ingegnere gli dava.  Solo quando lo psicologo ha cominciato a contare fino a 20 che questa sensazione è completamente svanita, un po’ come quando si ritrova il primo momento di lucidità dopo un incubo. Più o meno quello che anche altri pazienti sottoposti allo stesso esperimento hanno riferito di aver provato.

Finora, queste indagini hanno suggerito che alcune regioni del cervello potrebbero essere responsabili di queste allucinazioni. Quando una persona sente che la propria mano è controllata da un altro essere, si sviluppa un’alta connessione tra le aree che controllano il movimento e le regioni che ci aiutano a capire le motivazioni e le azioni di un altro. Al contrario, quando ai soggetti viene detto che l’ingegnere sta inserendo dei pensieri nella loro mente durante l’attività di scrittura, essi mostrano un’attività inferiore nelle zone che controllano il linguaggio, forse perché meno coscienti riguardo alla generazione delle parole.

In alcuni scenari è stata riscontrata un’aumentata attività nelle aree coinvolte nell’errore di rilevamento (‘error detection’). Nella normale vita quotidiana, queste regioni normalmente tengono traccia dei nostri movimenti e di come vengono eseguiti, riscontrando gli errori nel movimento. Quindi è possibile che l’accresciuta attività rifletta la sensazione dei soggetti che i propri movimenti erano diventati sempre più imprevedibili, come se non fossero più sotto il proprio controllo.

E’ possibile che si pensi ora a nuovi farmaci, che possano modificare il funzionamento cerebrale, o anche a piccoli stimolatori, capaci di creare meggiore attività. Il team di scienziati pensa anche ad una sorta di neuro-biofeedback, che consiste nell’insegnare alle persone come modificare e correggere la propria attività cerebrale, a partire da ciò che vedono nello schermo.

Dr. Giuliana Proietti

Fonte:
Hypnosis: The day my mind was ‘possessed’, BBC Future

Immagine:
Wikimedia

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Il business della medicalizzazione dell’infanzia

Prof. Christopher Lane

Christopher Lane
Professore di Inglese presso la Northwestern University, autore del libro The Age of Doubt. Si interessa di psichiatria, in particolare della storia del DSM e della trasformazione della timidezza in fobia sociale, oltre che di religioni.

Leggi l’intervista rilasciata a psicolinea.

Visita il suo sito web: http://www.christopherlane.org

ipermedicalizzazione Il business della medicalizzazione dellinfanzia“In nessun campo medico il condition branding (*) viene accettato tanto come nel settore dell’ansia e della depressione,” scrisse Vince Parry una decina di anni fa nella rivista di marketing Medical Marketing and Media. Parry, esperto del settore, chiamò il suo articolo “The Art of Branding a Condition” (L’arte di vendere una malattia). Ansia e depressione sono particolarmente sensibili al “condition branding”, diceva ai colleghi, perché “la malattia mentale raramente si basa su sintomi fisici misurabili e, pertanto, è aperta alla definizione concettuale”.

L’arte di vendere malattie — mettendo correttamente in relazione una malattia con un prodotto farmaceutico — ha prodotto tre strategie chiave:

- elevare il livello di gravità di una malattia esistente;
- ridefinire una malattia esistente per ridurre i pregiudizi che la riguardano;
- sviluppare una nuova malattia per costruire il riconoscimento di un’esigenza di mercato ancora insoddisfatta.

Il candido articolo di Parry mi è venuto in mente dopo aver letto l’eccellente articolo di Aaron E. Carroll pubblicato sul New York Times “Calling an Ordinary Health Problem a Disease Leads to Bigger Problems” (Definire malattia un ordinario problema di salute comporta grossi problemi”). Il Dottor Carroll, professore di Pediatria presso l’Indiana University School of Medicine, ha esposto le conseguenze delle strategie di Parry: sulla salute pubblica, sull’aumento della spesa per la salute e sulla crescente abitudine di ampliare enormemente l’area diagnostica verso disturbi le cui soglie d’età sono state abbassate fino ai più giovani, in alcuni casi in modo drammatico. La giustificazione utilizzata ruota intorno ad un argomento ancora controverso, in gran parte non provato scientificamente, riguardo al precoce intervento farmaceutico, dove “precoce” si riferisce all’età, piuttosto che all’insorgenza della malattia. Il che ovviamente consente di iniziare ad assumere farmaci in età sempre più giovani e per un grande numero di bambini (settore in crescita: neonati).

Il Dottor Carroll scrive circa la notevole pressione al ribasso sulla soglia di età per le diagnosi infantili di GERD (gastro-esophageal reflux disease, o malattia da reflusso gastro-esofageo, MRGE), anche se la malattia reale (distinta dai suoi sintomi comuni) è “rara” in quel gruppo di età. “Circa il 50 per cento dei neonati sani ha un rigurgito più di due volte al giorno“, scrive Carroll. “Circa il 95 per cento di loro supera comletamente il problema senza trattamento. Quando la maggior parte dei neonati ha (ed ha sempre avuto) una serie di sintomi che vanno via da soli, non è una malattia: è una varianza della normalità ”

Con il precipitare delle soglie di età per tali malattie comunque, e l’accrescersi delle campagne promozionali, “sono stati diagnosticati sempre più casi di bambini con reflusso come aventi una ‘malattia’. L’incidenza della diagnosi di MRGE nei neonati è triplicata dal 2000 al 2005″. Non sorprende venire a sapere da questo pediatra che “molti di quei bambini sono ora in trattamento con farmaci chiamati inibitori della pompa protonica (PPI) :”tra il 1999 e il 2004″, scrive,”l’uso di una forma liquida per bambini di P.P.I. è aumentata di più di 16 volte“.

Considerando l’espansione massiccia nelle prescrizioni appena sopra i cinque anni, ed anche per bambini molto più piccoli, vale la pena ripensare a ciò che afferma Parry sulla creazione della MRGE per gli adulti. La condizione di malattia è stata ideata, egli si vanta, per accompagnare una massiccia campagna promozionale per il farmaco ranitidina.

Uno dei modi più semplici per esagerare la gravità di una malattia, ammette Parry, è stupire il pubblico con gli acronimi. Nel caso della MRGE, il pubblico riteneva in precedenza che i prodotti da banco fossero adeguati nella lotta contro i bruciori di stomaco. Così la necessaria  campagna di marketing doveva elevare… ridefinire… sviluppare la malattia rinominata, per convincere medici e pazienti in altro modo. Altri acronimi e accentuazioni quasi identiche sono state elaborate per promuovere l’IBS ((irritable bowel syndrome, o sindrome dell’intestino irritabile), l’ED (erectile dysfuncion, o disfunzione erettile), il PMDD (premestrual dysphoric disorder, o disturbo disforico premestruale) e il SAD (social anxiety disorder, o disturbo d’ansia sociale), come ho mostrato in modo molto più esteso in Shyness: How Normal Behavior Became a Sickness.   (Leggi l’intervista di psicolinea all’autore)

“Il più grande problema” a proposito della massiccia sovradiagnosi e ipermedicalizzazione dei neonati con MRGE, conclude Carroll , “è che la stragrande maggioranza di questi neonati non erano ‘malati’. Gli abbiamo semplicemente dato una diagnosi ufficiale. Definire questi pazienti come  ‘malati’ può avere conseguenze significative, sia per la salute, sia per il bilancio sanitario della nazione.”

Scusate, medici – soprattutto pediatri: cosa ne è del: “Primo, non nuocere“?

Fonti e Links:

Carroll, Aaron E. “Calling an Ordinary Health Problem a Disease Leads to Bigger Problems.New York Times: June 3, 2014.

Lane, Christopher. 2007. Shyness: How Normal Behavior Became a Sickness. New Haven: Yale University Press.

Medicating Children: Why Controversy Still Flares over ‘Early Detection.’Psychology Today: September 2, 2010.

The OECD Warns on Antidepressant Overprescribing.Psychology Today: November 22, 2013.

Americans Are Being Aggressively Over-Diagnosed.Psychology Today: September 20, 2011.

Behavior Drugs Given to Four-Year-Olds Prompt Calls for Inquiry—in the UK.Psychology Today: March 19, 2011.

Naming an Ailment: The Case of Social Anxiety Disorder.Psychology Today: June 11, 2012.

Parry, Vince. “The Art of Branding a Condition.” MM&M: Medical Marketing and Media (May 2003): 44-46.

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Zombificare in nome della morale – Gli abusi della psichiatria

Dr. Agnes Giard

Agnès Giard sta facendo un dottorato presso l’Università di Nanterre, nel dipartimento di antropologia.
Studia nel frattempo la cultura giapponese ed ha pubblicato dei libri sulla concezione giapponese del corpo umano.
Leggi la sua biografia completa, in francese.

Rosemary Kennedy Zombificare in nome della morale   Gli abusi della psichiatriaNel 1941, una delle sorelle di John Kennedy, di una bellezza sessualmente inquietante, viene  “pulita” dall’inventore della lobotomia… Con il pretesto che lei è mentalmente disturbata. Le perfora il cranio al fine di sezionare del tessuto cerebrale. Ed eccola trasformata in un vegetale. Rosemary Kennedy è una delle 50.000 donne e persone devianti che i medici hanno zombificato in nome della morale.

Nella sua Brève histoire de l’électrisation médicale (1),  lo scrittore Bernard Pasobrola ripercorre le fasi principali di questa medicina, ‘di shock’ che proclama, dal XIX secolo, di ‘curare’ uomini e donne o di abolire i loro impulsi sessuali attraverso la somministrazione di Metrazol, ad esempio, oppure sottoponendoli a scosse elettriche, prelevando loro delle parti di materia cerebrale… o infilando aghi d’acciaio nella loro corteccia.

Sebbene ormai la lobotomia sia solo un brutto ricordo, gli adepti del Mind Control  e delle esperienze sul cervello ancora dilagano. Perché, dice l’autore, “a seguito della la scoperta degli impulsi nervosi, nel XVIII secolo, si è creata una vera e propria ossessione per il controllo della mente. La possibilità di controllare il funzionamento della psiche dall’esterno e senza che gli individui ne abbiano consapevolezza ha affascinato molti scienziati e governi”. Nella sua Brève histoire de l’électrisation médicale, Bernard Pasobrola descrive alcune di queste tecnologie attualmente in fase di sperimentazione ed altre che sono ancora in fase di ricerca…  le cui implicazioni riguardo alle nostre libertà hanno di che renderci paranoici. Ma attenzione, non è un “complotto”, ha detto. Le cose sono più complicate di così: da una parte, lo sviluppo di queste ricerche obbedisce ad una logica intrinseca delle neuroscienze; d’altra parte, tutto è fatto per suscitare l’entusiasmo del “progresso” realizzato.” Se si deve diffidare di qualcosa, è quindi anzitutto di noi stessi – per la nostra propensione a desiderare delle ‘cure’. Cure che la medicina cerebrale è prontissima a darci.

La trama del suo ultimo romanzo, Sans crier gare surgit la nuit, (La notte sorse senza avvisare) un thriller senza fiato e meticolosamente documentato, prefigura sinistramente il futuro di questo tipo di medicina: un nuovo partito guidato da uno scienziato raccoglie il consenso popolare per il progetto di ‘riprogrammazione del cervello’ dei cosiddetti individui antisociali. «L’obiettivo, spiega, è “riprogrammare” massicciamente i “cervelli malati”, per aumentare il loro senso morale e modificare la loro memoria.» Ma queste tecnologie non valgono solo per i delinquenti. Sedotte dalla promessa di felicità, “sempre più persone corrono dal loro medico, per chiedergli di alleviare le loro ansie e cambiare i loro sentimenti attraverso le nuove tecniche.”
Queste tecniche sono già pronte? Forse sì. In ogni caso lo saranno presto. Nel caso vi seducessero, ricordatevi il contesto in cui esse sono state sviluppate: la loro storia nasce da esperienze terrificanti, che Bernard Pasobrola ripercorre passo passo.

1888: la corticotomia o ‘asportazione corticale’ di Burckhardt

Con il pretesto di trattare i disturbi mentali, alcuni medici come il direttore di un ospedale svizzero, Gottlieb Burckhardt (1836-1907), credevano che il modo migliore per curare i pazienti incurabili fosse quello di asportare alcune parti della loro corteccia. Burckhardt operò il cervello di sei pazienti. Uno di loro morì ed un altro fu trovato annegato pochi giorni dopo l’operazione. Sebbene non avesse alcuna formazione chirurgica, Burckhardt non esitò, per esempio, a rimuovere 5 g di materia grigia nella parte destra della regione temporale del cervello di una donna considerata “delirante e impulsiva”. Nella sua mente, l’ “asportazione corticale” era una sorta di clitoridectomia cerebrale? Secondo lo psicologo Zbigniew Kotowicz, alcuni medici “condannano la chirurgia cerebrale di Burckhardt, ma accettano come un dato di fatto il legame tra la malattia mentale e gli organi sessuali e pensano che gli interventi chirurgici su questi organi siano legittimi” (2).

Nel 1934, l’ inglese John F. Fulton (1899-1960) praticò l’ablazione delle aree premotrici delle scimmie, per renderle più tranquille. Jacobsen riporta il caso di uno dei famosi scimpanzé di Fulton: l’animale aveva delle “reazioni nevrotiche” in determinate circostanze, ma dopo l’operazione… “Era come se l’animale avesse aderito al culto della felicità d’Elder Micheaux (il primo telepredicatore della storia, nda) e avesse affidato tutte le sue pene alle mani di Dio”… Non più soffrire, che bella promessa di liberazione!?

1935: la leucotomia di Moniz

Ispirato dallo stile psicochirurgico di Burckhardt, Egas Moniz (1874-1955), praticò i suoi primi esperimenti di foratura nell’area prefrontale del cranio a pazienti depressi o schizofrenici, iniettando alcool. Più tardi, “nel novembre 1935, scrive Bernard Pasobrola, il neurologo portoghese fu il primo a trattare la malattia mentale in un intervento chirurgico al cervello che chiamò” leucotomia “. L’operazione consisteva nel tagliare la sostanza bianca che connette i due emisferi cerebrali, che se va bene trasforma il paziente in un vegetale, se va male gli toglie la vita stessa. Questa procedura fu bene accolta dalle istituzioni psichiatriche – in essa vedevano un modo per facilitare la gestione dei pazienti nelle loro strutture sovraffollate. Moniz fu premiato con il premio Nobel per la medicina nel 1949 (3) “.

1936: la lobotomia di Freeman

Dal 1936, lo psichiatra e neurologo americano Walter Freeman (1895-1972) si propose di continuare il lavoro di Moniz. Con l’aiuto del neurochirurgo James Watts, Freeman eseguì il suo primo intervento di lobotomia prefrontale negli Stati Uniti, presso la George Washington University. “L’operazione continua Bernard Pasobrola, fu progettata per separare i lobi frontali dal resto del cervello“, la paziente si chiamava Alice Hammatt. Era una donna di sessantatre anni che soffriva di una grave depressione.  «Freeman successivamente sviluppò una procedura applicabile su grande scala: la lobotomia transorbitale che consiste nello spingere un ago metallico lungo il setto orbitale del paziente (per le prime prove, Freeman si servì di un rompighiaccio della cucina dell’ospedale) fino a penetrare il cervello a livello della regione frontale». A questo punto si trattava di sezionare le fibre nervose con un piccolo movimento a tergicristallo. Tutto andava fatto molto rapidamente, e per accorciare la procedura, Freeman sostituì l’anestesia con l’elettroshock, la famosa tecnica inventata da Ugo Cerletti ispirata al metodo di macellazione di suini. Questo perché Freeman era un uomo pratico (4).

Malgrado le avvertenze di Moniz, che riservava questo genere di trattamenti ai pazienti «più perturbati», Freeman ritenne di poter espandere l’uso della lobotomia – riservata fin qui ai malati di mente – a tutte le persone che desideravano essere «calmate» per ragioni di circostanza. Nel mondo, 50.000 persone vennero lobotomizzate, generalmente dei bambini un po’ agitati, con problemi scolastici, i dissidenti e le persone che non si conformavano alle norme morali. L’operazione si eseguiva in 10 minuti e lasciava generalmente la vittima in uno stato vegetativo. Poiché la zona interessata (la nato-corteccia) era il centro delle emozioni e delle capacità cognitive, le persone lobotomizzate non provavano più sentimenti, non erano più in grado di comprendere, perdevano la loro personalità e diventavano dei robots. Un’infermiera degli anni quaranta testimoniò «Li guardavi negli occhi e ti accorgevi che lì non c’era più la persona»

Bernard Pasobrola riporta che per la sua campagna, Freeman “si equipaggiò sommariamente con una automobile e percorse il Paese con questa “lobotomobile”, una sorta di sala operatoria ambulante. Eseguì così circa tremila e cinquecento interventi, a volte su giovani donne accusate di non essere in grado di tenere a freno la loro sessualità.” Nel 1952, eseguì 228 lobotomie in un periodo di due settimane nella Virginia occidentale. Lobotomizzò 25 donne in un solo giorno. Il tasso di mortalità era del 14%. “Fortunatamente, continua l’autore, ‘ l’arrivo sul mercato di sostanze chimiche antipsicotiche farà terminare la carriera di Freeman. Ma egli continuerà a lobotomizare fino alla fine degli anni sessanta, la sua ultima operazione fu quella fatta a Helen Mortensen, nel febbraio 1967, che morì di emorragia cerebrale”.

1941: il caso di Rosemary Kennedy

I documenti sono rari. La famiglia Kennedy ha nascosto questa storia con una cura molto particolare. L’unica biografia di Rosemary Kennedy in francese non mette in luce elementi significativi sui motivi che hanno portato il padre a distruggere sua figlia. Ma per Bernard Pasobrola, un certo numero di testimoni ha stabilito che Rosemary era troppo libera sessualmente per i gusti della famiglia Kennedy. Bisognava “calmarla”. Ecco ciò che scrive su questo caso:

«Barbara Gibson, ex segretaria personale di Rose Kennedy, ha svelato uno dei più oscuri segreti della famiglia Kennedy nella biografia scritta con Ted Schwarz (5) Rosemary, figlia di Joe e Rose e sorella dell’ex Presidente, fu distrutta psicologicamente all’età di 23 anni dal lobotomista Walter Freeman, assistito da James Watts durante l’autunno del 1941. Secondo Barbara Gibson, Joe Kennedy deliberatamente trasformò sua figlia in una disabile a vita, con il pretesto che soffriva di “ritardo mentale”, sebbene si trattasse semplicemente, sempre secondo Barbara Gibson, di una lieve dislessia.

Joe distrusse una parte del suo cervello per paura di ciò che avrebbe potuto diventare se fosse stata lasciata libera di seguire la propria strada,” scrive la biografa, aggiungendo che “la propria strada” significava in realtà un minimo di libertà sessuale, qualcosa di assolutamente proibito per una ragazza Kennedy.
Laurence Leamer, autore di The Kennedy Women: The Saga of an American Family (6), fa notare che i diplomi ottenuti da Rosemary, i suoi viaggi in Svizzera all’età di 19 anni, da sola con sua sorella Eunice di 16 anni, mal si inquadrano con la tesi difesa dalla famiglia. Il patriarca Joe Kennedy era così diffidente di questa ragazza bella e piena di vita, che la fece entrare in convento, a Washington. Ma, scrive Leamer : “la notte lei usciva nel buio cercando la luce e la vita nelle strade della città… La famiglia temeva che lei facesse quello che sua sorella Kathleen chiamava “la cosa che il sacerdote dice di non fare“. Avevano una paura tremenda della gravidanza, della malattia e della vergogna”.
Dopo aver subito l’operazione col rompighiaccio di Freeman, continua Leamer, “lei regredì allo stadio infantile, borbottando qualche parola, stando seduta per ore a fissare le pareti… Fu un orrore oltre l’orrore, un disastro indicibile, impensabile. Rose e i suoi figli avevano rimosso e cancellato dalla memoria ciò che Joe aveva fatto a sua figlia, avevano cancellato tutto, sostenevano che non era mai accaduto e che Rosemary non esisteva più.”Rosemary Kennedy è morta il 7 gennaio 2005 di cause naturali all’età di 86 anni in un ospedale di Fort Atkinson, Wisconsin, dopo aver trascorso quasi tutta la sua vita adulta in un Istituto per disabili, dimenticata dal clan Kennedy”.

1943: il caso di Rose Williams

Bernard Pasobrola aggiunge che è difficile non fare un accostamento fra il caso di Rosemary e Rose Williams, la sorella maggiore di Tennessee Williams, una giovane donna che subì lo stesso tipo di operazione nel gennaio 1943. “Lo spettro di sua sorella, scrive, ossessiona quasi tutte le opere dell’autore di Un tram chiamato desiderio e de il gatto sul tetto che scotta, specialmente Lo zoo di vetro, una pièce direttamente ispirata al caso di Rose.
Nel 1918, dopo la nascita del loro terzo figlio, i genitori lasciarono il Mississippi e si stabilirono a St. Louis, nel Missouri. Il padre, Cornelius Williams, che lavorava in una fabbrica di scarpe, mancava da casa la maggior parte del tempo e lasciava che la moglie, Edwina, figlia di un vescovo protestante, si occupasse da sola della loro prole.
Nel suo libro autobiografico Memorie (7), pubblicato nel 1972, Tennessee Williams descrive Rose come un adolescente piuttosto timida, ma la cui “bellezza risiedeva principalmente nell’espressione dei suoi occhi grigio-verdi e dei suoi riccioli color rame”.
Quando Tennessee lasciò la casa e abbandonò il suo lavoro come impiegato nella fabbrica di scarpe dove lavorava suo padre, Rose non ce la fece. Lei conobbe, scrive, ‘la sua prima vera depressione’. E aggiunge: “credo che sia stato in questo momento che il nostro vecchio e saggio medico di famiglia disse a mia madre che la salute fisica e mentale di Rose dipendeva da quello che colpì Miss Edwina [la madre] come una cosa mostruosa: un matrimonio organizzato ,”terapeutico” in qualche modo.” Ovviamente, il vecchio dottore Alexandre aveva compreso i reali disturbi di Rose. Era una ragazza normale – ma dal grande desiderio sessuale – e si distruggeva nel corpo e nella mente a causa della repressione imposta dal puritanesimo monolitico di Miss Edwina.”
Pochi anni più tardi, Rose fu sottoposta ad una visita medica presso un ospedale cattolico nella periferia di St. Louis e fu detto alla madre Edwina che la ragazza soffriva di dementia precox. Internata presso l’ospedale statale di Farmington, subì un shock insulinico e una terapia con metrazol. Sei anni dopo, nel 1943, Rose fu sottoposta ad una lobotomia prefrontale bilaterale con l’approvazione di Edwina Williams, dal momento che il marito aveva rinunciato ad interessarsi di Rose.
L’unico commento di Tennessee è questo versetto scarabocchiato su un blocco notes:

“1000 leghe di distanza.
Rosa. La sua testa tagliata, aperta.
Una pugnalata nel suo cervello.
Io. Sono qui che fumo la mia sigaretta.
Mio padre, visto come un diavolo, che russa.
1000 leghe di distanza”.

Solo molto più tardi, nel 1979, quattro anni prima della sua morte, i suoi taccuini rivelarono una storia precisa e preoccupante dell’origine del crimine commesso sulla persona di Rose. «Edwina, scrive, “approvò che mia sorella fosse sottoposta ad uno dei primi interventi di lobotomia pre-frontale eseguiti negli Stati Uniti, perché era sconvolta dalle rivelazioni esplicite di Rosa, anche se svelate n altri termini, sul fatto che lei si fosse masturbata con candele rubate dalla cappella, durante la celebrazione dei morti, a Vicksburg”.

Brève histoire illustrée de l’électrisation médicale, 1780 – 2014, Bernard Pasobrola, mai 2014.
Sans crier gare surgit la nuit, roman, éd. La vie du rail, coll. Rail Noir, avril 2014.

(1)  Ebook format ePub. Prix : 0,99 euro. Format Kindle. Prezzo : 0,89 euro. Presentazione.

(2)  Gottlieb Burckhardt and Egas Moniz – Two Beginnings of Psychosurgery, Zbigniew Kotowicz.

(3) Consultare il blog dell’autore.

(4) Consultare il blog dell’autore.

(5) Rose Kennedy and Her Family: The Best and Worst of Their Lives and Times. Hardcover, di Barbara Gibson e Ted Schwarz, Birch Lane Pr; First Edition edition (Luglio 1995).
Consultare l’articolo di Jack El-Hai  : The exiled Kennedy, in The Independent, 15 gennaio 2005.

(6) Ballantine Books; Édition : 1st Ballantine Books Trade Pbk. Ed (29 settembre 1996).

(7) Mémoires d’un vieux crocodile, Tennessee Williams, Points, 1993.

Dr. Agnès Giard
Articolo originale:
Zombifier au nom de la morale, Les 400 culs

Traduzione autorizzata, a cura di psicolinea.it

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Rosemary Kennedy

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Alterazione della personalità e responsabilità personale

Dr. Giuliana Proietti

Psicoterapeuta-Sessuologa at Ellepi Associati Ancona
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John Everett Millais The Somnambulist Alterazione della personalità e responsabilità personaleNe “Lo strano caso del Dr. Jekill e Mr. Hyde” di Robert Louis Stevenson (1850-1894) viene ben descritto il caso della doppia personalità, che tanto ha interessato gli psicologi e gli psichiatri, soprattutto nell’800. Nel romanzo, il Dr. Jekyll, dopo aver sperimentato su di sé una pozione,  subisce una trasformazione tale da far emergere una sua seconda natura, attratta dal male, la quale riesce a soppiantare completamente la propria identità personale. Durante l’effetto della pozione, Jekyll si trasforma senza volere in un altro essere, con diverso corpo e diversa psiche. La sua prima identità rimane quella tipica del dottor Jekyll: un uomo alto, educato, di buoni principi morali e solidale con i suoi concittadini; la sua seconda identità, quella di mister Hyde, appartiene ugualmente a Jekyll, ma è un’identità nascosta, in genere soppiantata dalla prima, per cui in genere incapace di esprimersi.  La descrizione di Mr. Hyde è sicuramente ispirata alle teorie di Cesare Lombroso (1835-1909), il quale sosteneva che l’origine del comportamento criminale fosse insita nelle  caratteristiche anatomiche degli individui.  Mr. Hyde viene infatti descritto come un tipo basso, più giovane del dottor Jekyll, ma gobbo, con braccia corte, mani pelose e tozze, con istinti, intelligenza ed energie tutte inclinate verso il male, la soddisfazione egoistica, la violenza e l’asocialità.

Nell’Ottocento l’interesse per la doppia personalità fu molto alimentato dalla diffusione dell’ipnosi: si pensava in particolare che le persone potessero essere spinte a fare azioni che allo stato vigile non avrebbero mai compiuto. Il tema della personalità multipla interessò anche i giuristi: essi infatti cominciarono a domandarsi se effettivamente potevano essere considerate responsabili le persone che soffrivano di patologie di sdoppiamento della personalità, così come chi soffriva di sonnambulismo, o era stato indotto in stato di ipnosi da un’altra persona.

Un ipnotizzato che uccide un’altra persona deve ritenersi responsabile dell’azione compiuta, o la responsabilità penale spetta al suo ipnotizzatore? E se la persona agisse su impulsi che le provengono da una seconda personalità che alberga dentro di lei, ma della quale non è consapevole? E ancora, ispirandosi alle teorie psicoanalitiche,  se l’assunzione di responsabilità personale (cioè l’ammissione di colpa) fosse dovuta non ad un ricordo consapevole, ma ad un meccanismo di difesa inconscio (ad esempio quello della razionalizzazione, per cui si sente il bisogno di giustificare ciò che è accaduto, per superare il disagio della frammentazione dell’Io) ? Ispirandosi invece agli studi sulla psicologia delle folle ci si chiedeva quanto potesse essere responsabile una persona che agisce sulla spinta di una folla in tumulto. E che dire della psicopatologia della vita quotidiana, di cui scrisse Freud nel 1901, per cui ogni azione compiuta ha un suo significato, perché risponde ad un bisogno dell’inconscio? Stessa cosa per il sonnambulismo: chi agisce mentre sogna è responsabile di ciò che fa? Nel 1700-1800 alcuni autori sostenevano l’idea che il sonnambulo che commetteva un crimine doveva essere punito in maniera lieve, in quanto il suo comportamento era comunque una rappresentazione dell’idea malvagia che doveva aver coltivato nella condizione di veglia e per questo non poteva essere assolto in maniera totale.

In queste riflessioni non si trattava di contrapporre salute e malattia, o normalità e follia: il problema era come giudicare il comportamento di una persona assolutamente “normale” (e dunque responsabile di sé) che però, per varie ragioni, in un certo momento della sua vita, perdeva la consapevolezza totale di sé stessa, non per sua responsabilità.

Se la persona si comporta secondo il volere di un’altra personalità che la abita e che non sente il valore del rimprovero, essa deve essere giudicata responsabile delle sue azioni? Può essere punita? Medicina e diritto fino a questo punto avevano concordato nel considerare l’individuo “signore delle proprie azioni”, con unità di comportamento e di idee. Con la nascita della psicoanalisi e la pratica dell’ipnosi questa certezza fu messa per la prima volta in discussione. (L’Io non è signore a casa sua, diceva Freud)

Ad esempio, leggendo la cronaca del tempo si incontrano fatti come quelli del dentista che venne condannato a 12 anni di lavori forzati perché ritenuto colpevole di aver ipnotizzato una sua giovane paziente e di averla messa incinta. (Lui peraltro confessò, pur dicendo che la ragazza era consenziente, mentre la ragazza sosteneva di essere stata violentata sotto ipnosi). Un altro caso del tempo fu quello di un girovago che non aveva fissa dimora e che si recò in una casa di contadini, seducendo la loro figlia nubile e attempata, scappando di casa con lei, fino a che la coppia non venne ritrovata e lui arrestato. Anche in questo caso la donna raccontò di essere stata ipnotizzata (e per questo lui venne condannato a 30 anni di lavori forzati). E’ ugualmente famoso il caso di Felida, osservato dal dott. Eugène Azam (1822-1899). Felida, nata a Bordeaux nel 1843, era una ragazza molto intelligente, ma nervosa, malinconica, taciturna. A 14 anni veniva presa quasi ogni giorno da un acuto dolore alle tempie che la faceva addormentare, senza possibilità di svegliarla, né con rumori, né con punture. Quando si risvegliava era completamente cambiata: felice, sana, socievole. Prima della rivoluzione francese il caso sarebbe stato affidato ad un esorcista, ma Azam seguì invece questa paziente per diversi anni e ne scrisse nel libro “Hypnotisme et double conscience” (F. Alcan Paris 1893), introducendo la sindrome della doppia personalità, o “split personality”.

Il diritto ha riconosciuto il valore dell’ipnosi, se non altro quando ha cercato di utilizzarla, ad esempio nell’indurre la persona a confessare il delitto commesso, o a ricordare eventi traumatici di cui potrebbe essere stato utile testimone. Spesso nei tribunali si è ricorsi anche ad esperti di parapsicologia o chiaroveggenti, persone cioè che sembravano essere capaci di vedere al di là dei limiti fisici, con una sensibilità considerata più ampia. Si è sperato in questo modo di trovare persone scomparse o refurtiva, ma con esiti sempre fallimentari.

Il dibattito su questi argomenti ai giorni nostri non si è affatto spento nel tempo ed anzi, negli ultimi anni si è riacceso con il diffondersi delle informazioni che ci vengono dalle neuroscienze: le neuroscienze infatti, come fece Freud nell”800, stanno portando alla luce aspetti del comportamento dell’individuo che possono non essere legati alla volontà personale, ma questa volta non per problematiche legate a conflittualità inconsce, quanto a causa di aspetti organici dovuti alla presenza o all’assenza di neurotrasmettitori, così come alla genetica molecolare. Anche in questo caso, chi delinque a causa di problematiche che hanno origine nel suo cervello, nella sua parte organica e non psicologica, è da considerarsi reo? La risposta è si, oggi come nel passato, in quanto il diritto penale rimane fermo nel considerare la persona come unica responsabile delle proprie azioni.

Dr. Giuliana Proietti

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La sonnambula, Wikimedia

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Religione, spiritualità e psicoterapia

Dr. Walter La Gatta

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Yoga prayer by the Sea Religione, spiritualità e psicoterapiaFreud non amava la religione: ne aveva parlato, con grande scandalo, come di una forma di patologia. Per il fondatore della psicoanalisi la religione era infatti assimilabile ad un’illusione, in cui il credente smarriva il senso della realtà, a tutto vantaggio di fantasie psichiche, che potevano diventare delirio collettivo, nell’acquiescenza del gruppo. Ne “L’avvenire di un’illusione” (1927) Freud concludeva che sarebbe stato un bene se un giorno l’umanità si fosse riuscita a liberare di questa illusione, per poter usufruire di energie razionali, preziosissime per la costruzione della stessa “civiltà”.

La psicoterapia dunque è nata laica e, da allora, si è sempre tenuta alla larga dalle religioni. Oggi però ci sono nuove tendenze ed in alcuni ambienti si sta cercando di integrare l’approccio terapeutico classico con aspetti spirituali (forse come forma di concorrenza alle tante filosofie e religioni orientali, che attirano sempre più persone con problemi psicologici, più che appassionati dello spirito…).

Il massimo esperto del genere è Kenneth I. Pargament psicologo clinico, docente di psicologia presso la Bowling Green State University e studioso presso l’Istituto di Spiritualità e salute presso il Texas Medical Center. Ha pubblicato The psychology of religion and coping: Theory, research, practice nel 1997 e Spiritually integrated psychotherapy: Understanding and addressing the sacred nel 2007. Recentemente è stato intervistato dall’APA su questi argomenti. Vi riportiamo una sintesi delle sue risposte.

Le persone si rivolgono alla fede religiosa per cercarvi conforto e sostegno nei momenti difficili. In particolare, ci sono alcuni gruppi, come ad esempio gli anziani o soggetti che appartengono a minoranze, i quali sono più propensi a guardare alla fede come ad una forma di aiuto.

Studi empirici hanno dimostrato che in presenza di disastri naturali, malattie, perdita di persone care, divorzio, ecc. la religione e la spiritualità possono essere utili per si trova a dover fronteggiare problemi su cui ha scarso controllo ed ha scarsi mezzi personali per farvi fronte. In tempi di crisi, ad esempio, la religione può essere molto importante, perché permette di sentire il  supporto spirituale di una divinità. Altrettanto utili sono quei rituali che facilitano la vita spirituale, il perdono, il sostegno da parte di qualche sacerdote: tutto questo aiuta a riformulare una situazione stressante in un sistema più grande, maggiormente benevolo e più ricco di significato.

Per molti anni, gli psicologi hanno evitato di inserire religione e spiritualità nella pratica clinica. Questo è stato forse dovuto al fatto che c’era qualche antipatia religiosa tra i pionieri della psicologia come Sigmund Freud e BF Skinner, o forse perché gli psicologi generalmente mancano di formazione in questo settore. Eppure, ci sono diversi motivi scientificamente fondati per inserire la religione e la spiritualità nella pratica clinica. Per molte persone, la religione e la spiritualità sono le risorse chiave che possono facilitare la propria crescita personale. Le ricerche mostrano che le persone vorrebbero poter parlare di questioni relative alla fede nel loro trattamento psicologico e che gli approcci spiritualmente integrati  sono efficaci come gli altri trattamenti. Gli psicologi sono comunque obbligati per ragioni etiche ad essere rispettosi e attenti nei confronti della diversità culturale dei loro pazienti (ricordando che la religione e la spiritualità contribuiscono alla nostra identità personale e sociale).

Oggi si stanno sviluppando e valutando una varietà di approcci spirituali integrati al trattamento, tra cui: interventi di perdono, per aiutare le persone divorziate a venire a patti con amarezza e rabbia; programmi per aiutare le vittime di abusi sessuali a superare i loro problemi conflittuali interni; trattamenti per persone con disturbi alimentari e programmi che aiutano i tossicodipendenti a riconnettersi al proprio sé superiore. Questi programmi sono ancora nelle loro prime fasi di sviluppo, ma i risultati preliminari sono promettenti. Agli psicologi che non hanno familiarità con il lavoro in questo settore, dico di cominciare a “mettere i piedi in acqua” semplicemente ponendo ai loro pazienti qualche domanda su religione e spiritualità. La maggior parte dei pazienti sono felici di parlare di questi temi. Comunicando il proprio interesse per la religione e la spiritualità, gli psicologi aprono la porta a quella che potrebbe diventare una più ricca e più profonda conversazione.

La psicologia ha ormai cominciato a comprendere ed esplorare una serie di nuovi interessanti argomenti: meditazione, perdono, accettazione, gratitudine, speranza e amore. Ciascuno di questi fenomeni ha radici profonde nelle tradizioni e nelle filosofie religiose orientali e occidentali. “Non c’è bisogno di essere religiosi per meditare” è ormai diventato un mantra in letteratura. La ricerca su questi aspetti della vita ha iniziato a dare importanza vitale a intuizioni psicologiche e sociali, con implicazioni potenti per il cambiamento e la crescita umana.

Alcune ricerche hanno dimostrato che la meditazione basata sulla preghiera è più efficace nel ridurre il dolore fisico di una meditazione basata su una frase laica. Allo stesso modo, altri studi hanno dimostrato che le forme spirituali di sostegno portano salute e benessere al di là degli effetti del sostegno laico. A differenza di qualsiasi altra dimensione della vita, la religione e la spiritualità hanno un focus esclusivo sul dominio del sacro: la trascendenza, la verità ultima, ecc. Qualsiasi psicologia che si dedichi a queste parti della vita rimane incompleta.

Purtroppo, la grande maggioranza degli psicologi non riceve alcuna formazione in religione e spiritualità durante il corso di laurea e la formazione post-lauream. Questo stato di cose dovrebbe cambiare, perché sarebbe utile acquisire le abilità per valutare e affrontare le questioni religiose e spirituali che si presentano nel trattamento.

Dr. Walter La Gatta

Fonte:
What Role Do Religion and Spirituality Play In Mental Health? APA

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Sarda, Wikimedia

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Come eliminare i pensieri negativi

Dr. Jeremy Dean

Jeremy Dean
è un ricercatore presso lo University College London.
E' laureato in legge e in psicologia. In precedenza ha lavorato anche nel mondo di Internet.

pensieri negativi Come eliminare i pensieri negativiAvete mai pronunciato una parola più e più volte fino a quando essa perde il suo significato? È un trucco che molti scoprono nell’infanzia e che permette di capire per la prima volta che le parole non hanno quei significati stabili, definiti, immutabili, che sembrano avere.

Le parole in questo modo si fanno più scivolose, aperte all’interpretazione e intercambiabili.

Comunque, è un gioco divertente : se vi piace, provatelo adesso: dite il vostro nome più e più volte, ad alta voce, fino a quando esso perde tutto il suo significato.

E’ un effetto che gli psicologi hanno studiato, in modo intermittente, per almeno un centinaio di anni. La speranza è che se le parole possono arrivare a non avere più alcun significato attraverso la ripetizione, allora forse anche i pensieri e le idee negative potrebbero essere affrontati nello stesso modo.

Oggi la ripetizione di parole, più e più volte, è parte di una tecnica terapeutica chiamata defusione cognitiva. La teoria sostiene che se si hanno pensieri negativi abituali, che frullano continuamente in testa, il loro potere potrebbe essere disinnescato attraverso la ripetizione.

Alcuni psicologi considerano questo metodo particolarmente utile nel trattamento della depressione. Questo perché una delle componenti cognitive della depressione sono i pensieri automatici negativi. Come ad esempio quando si pensa a sé stessi e ci si ripete: “sono inutile”, o “sono un idiota”.

Le persone che vivono episodi depressivi spesso sperimentano questi tipi di pensieri all’infinito nella propria testa.

In teoria, quindi, è possibile affrontare i pensieri automatici negativi cercando di scindere il loro significato (ricordate, cercare di sopprimerli  non funziona e comporta anzi imprevedibili conseguenze).

Ciò che fanno i terapeuti è cercare di estrarre l’essenza del pensiero, per esempio il concetto di “idiota” e far si che il paziente lo ripeta più e più volte.

Vi potreste chiedere, come ho fatto io quando mi sono imbattuto in questa cosa: è provato che possa funzionare? E se leggete PsyBlog da un po’ di tempo, saprete che non ne avrei parlato se non fosse un fatto provato!

In un recente studio, Masuda et al (2010) hanno reclutato 147 partecipanti, solo pochi dei quali avevano avuto disturbi psicologici. Ogni persona doveva identificare un pensiero negativo su di sé e condensarlo in una sola parola, come ‘idiota’, ‘grasso’ o ‘arrabbiato’. Poi ogni persona doveva dare una valutazione su quanto quella parola la faceva sentire a disagio e quanto credeva che avesse a che fare con lei.

I partecipanti sono stati divisi in cinque gruppi. In uno di essi la parola veniva ripetuta più e più volte, più veloce che si poteva, per 30 secondi, prima di dare nuovamente una valutazione sul disagio provato e sulla credibilità della parola.

I risultati hanno mostrato che rispetto ad altre tecniche di distrazione, a una condizione di controllo e ad  una condizione di defusione più debole,   la defusione cognitiva completa aveva funzionato meglio. I partecipanti di questo gruppo avevano sperimentato la riduzione più significativa nella credibilità della parola e nel disagio associato a quel pensiero. Anche chi soffriva di sintomi depressivi aveva trovato utile l’esercizio.

Se ripetete il vostro nome ancora e ancora, avrete l’effetto usura. Nel lungo termine è meglio cercare di cambiare il contenuto di questi pensieri, o almeno il rapporto che si ha con loro.

Inoltre, vi sono alcuni nuovi risultati che dimostrano che la defusione cognitiva può essere utile nel lungo termine (Deacon et al., 2011).

Nel frattempo, a volte può capitare di sentire il bisogno di ridurre l’impatto di un pensiero per un po’ e anche una breve tregua può aiutarci a pensare più chiaramente. Quando sentite il bisogno di farlo, provate, vedete cosa succede.

Dr. Jeremy Dean

Articolo originale: How to Give The Slip to Persistent Negative Thoughts, PsyBlog
Riproduzione autorizzata. Traduzione a cura di psicolinea.it

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Psicoterapia de visu e psicoterapia online: quali differenze?

Dr. Giuliana Proietti

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terapia online Psicoterapia de visu e psicoterapia online: quali differenze?In Italia siamo ancora indietro nel riconoscere pienamente la possibilità di svolgere la psicoterapia online, anche se all’estero la si pratica già da diverso tempo. Vi proponiamo dunque sull’argomento una testimonianza di un collega americano, Joseph Burgo, che riporta le sue impressioni sul sito PsychCentral.

Quando Joseph ha iniziato, un anno fa, a lavorare con i pazienti via Skype, è rimasto sorpreso (e sollevato) nello scoprire quanto questo mezzo fosse simile al lavoro psicoterapeutico fatto di persona, soprattutto per quanto riguarda la possibilità di entrare in empatia con i pazienti.

Ora che pratica la terapia via Skype da oltre un anno però, crede di aver compreso ciò che anzitutto differenzia la psicoterapia online da quella convenzionale, faccia a faccia: i rapporti terapeutici via Skype tendono infatti ad essere molto più transitori, rispetto a quelli dal vivo. Questo è probabilmente dovuto ad una caratteristica implicita di molte relazioni “virtuali”, che si formano rapidamente e facilmente finiscono. Nonostante il collega chiarisca subito, al primo approccio col paziente, che lui non svolge terapie a breve termine e che creare una buona alleanza terapeutica col paziente richiede tempo, gli capita spesso che i pazienti frequentino le sedute online per due settimane e poi decidano di smettere.

Ancora più sorprendente per lui è stato constatare il modo in cui alcuni pazienti semplicemente scompaiono: senza alcuna seduta di fine-terapia, senza una e-mail esplicativa. Perfino una paziente che era anche medico di una certa fama nel suo campo, è sparita senza lasciare traccia. Joseph sapeva che stava facendo un buon lavoro con lei e quando alcuni aspetti della terapia hanno portato alla luce delle ansie relative al rapporto matrimoniale, la paziente ha preferito dileguarsi: una resistenza comprensibile in quel momento, dice ancora il collega. Nei successivi contatti per il follow-up però Joseph non ha ricevuto da lei alcuna risposta. Come mai questi comportamenti? Da cosa dipendono?

Quando si lavora in un luogo dove si presta assistenza sanitaria, pensa Joseph, i pazienti sanno che diversi specialisti lavorano in team, si conoscono, parlano dei pazienti. Può capitare che un altro terapeuta invii ad un collega il marito o la moglie di un suo paziente, oppure l’invio potrebbe provenire da un ex paziente. In un contesto come questo, dove c’è maggiore controllo sociale, le persone non si permettono di scomparire, in quanto si sentono legate alle loro relazioni, ai rapporti sociali che hanno stabilito. Attraverso Skype invece il rapporto che si viene a creare è solo virtuale e solo con la figura del terapeuta: per questo le persone si sentono libere di comportarsi come desiderano e decidono di smettere quando vogliono, senza lasciare traccia di sé.

Nel corso dell’ultimo anno tuttavia, Joseph dice di aver avuto la fortuna di sviluppare forti legami con un numero crescente di pazienti via Skype. In un certo senso, questo gli ricorda quando ha iniziato la professione: molte persone iniziavano il trattamento, ma la maggior parte di loro non continuava a lungo. Nel corso del tempo però i rapporti con i propri pazienti sono diventati sempre più forti, fino a che il collega si è creato una “clientela stabile “. Forse, conclude oggi, queste interruzioni improvvise della terapia online non sono causate solo dalla sola caducità delle relazioni virtuali, quanto dalla costruzione che si sta verificando, anno dopo anno, di una pratica totalmente nuova: la psicoterapia online.

Dr. Giuliana Proietti

Fonte:
Burgo PhD, J. (2013). Online vs. In-Person Psychotherapy — One Major Difference. Psych Central. Retrieved on January 31, 2013, PsychCentral

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L’esperienza della morte come terapia

Dr. Walter La Gatta

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pericolo di morte 300x225 Lesperienza della morte come terapiaArriva dalla Cina (A Shenyang, capitale della provincia del Liaoning) un nuovo metodo terapeutico davvero singolare: permettere alle persone di sperimentare la “morte”, per poi essere riportate in vita.

Naturalmente la morte è una finzione, altrimenti davvero non sarebbe possibile… Finora hanno sperimentato il singolare procedimento terapeutico circa 1.000 persone che soffrono di problemi psicologici o sono fortemente stressate. Esse sono ora “rinate” dopo aver simulato la morte con l’aiuto dei terapeuti.

L’esperienza si svolge naturalmente in una bara, posta in una stanza di 5 mq, chiamata “la sala dell’esperienza della morte” posta presso il centro di psicoterapia

Secondo lo psicologo Tang Yulong, la persona dovrebbe scrivere le sue ultime volontà e dire le sue ultime parole, prima di essere distesa in una bara coperta da un panno bianco, e il “defunto” possa sentire il canto funebre. Cinque minuti più tardi, il rumore del un pianto di un bambino interromperà il “tempo sereno”, e il consulente aprirà la bara con una canzone festosa.

Il dottore cinese avverte che la pratica non è detto che possa funzionare per tutti. Ci sono persone tuttavia che sembra ne abbiano tratto giovamento, come un imprenditore di 35 anni, che aveva tentato il suicidio per 4 volte. Dopo la terapia si è sentito subito molto meglio ed ha capito che quello che più di ogni altra cosa desiderava  nella vita non era una casa, ma la sua casa.

Le bizzarrie non sono mai mancate nella storia della psicologia: certo, questa è abbastanza singolare, ma anche trovando pazienti disposti a seguire il trattamento, il problema per i terapeuti è sicuramente quello di allestire la “sala dell’esperienza della morte”, che effettivamente nei nostri studi professionali noi non si è mai vista prima…

Dr. Walter La Gatta

Fonte:
New therapy treats patients with death experience China Daily

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gruntzooki, Flickr

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Interventi di psicologia positiva

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interventi di psicologia positiva 300x199 Interventi di psicologia positivaTutti gli interventi di psicoterapia prevedono un cambiamento da parte del paziente, perché evidentemente la situazione che egli vive nel presente non è ottimale per raggiungere uno stato di maggiore benessere.  È tuttavia notoriamente difficile che le persone riescano effettivamente a cambiare completamente, anche dopo una psicoterapia, dal momento che alcuni loro atteggiamenti e comportamenti sono parti relativamente stabili della loro personalità.

Per questa ragione, la psicologia positiva, invece che concentrarsi su qualità e caratteristiche che il paziente fatica ad acquisire, preferisce valorizzare e sfruttare le qualità già esistenti, ovvero i “punti di forza”  (Hodges e Clifton 2004). Il miglioramento che ci si attende non si limita ad aumentare le competenze per migliorare il proprio comportamento in determinate attività, ma riguarda soprattutto la sensazione percepita di benessere soggettivo, la soddisfazione per la vita (Lyubomirsky e Della Porta 2010).

Nell’approccio della psicologia positiva, si evita di “riparare” ciò che non funziona, mentre si cerca di individuare, amplificare e consolidare i punti di forza, al fine di superare le debolezze individuali. Per la base della ricerca in psicologia positiva, Seligman (2002) ha delineato una definizione di felicità che riguarda tre componenti fondamentali: il piacere, l’impegno e il significato. La presenza di queste 3 componenti dovrebbe condurre ad una vita equilibrata, sana e felice. Gli interventi di psicologia positiva partono dunque dall’assunto che, coltivando i propri talenti, si possa aumentare il livello percepito di  felicità individuale, ma anche superare i sintomi depressivi. Ricerche condotte negli ultimi anni (Keyes et al. 2010) mostrano in effetti che l’aumento del benessere in una persona porta regolarmente ad un calo dei suoi sintomi depressivi.

La psicologia positiva enfatizza l’importanza dei punti di forza (cfr. Character Strengths and Virtues handbook, Peterson and Seligman 2004): essi contribuiscono a spingere gli individui verso un miglioramento e talvolta è la semplice identificazione di questi punti di forza che aiuta l’individuo a sviluppare una identità basata sui punti di forza (Liau et al 2010; White 2002). Così facendo, il senso individuale del sé può essere separato dagli eventi negativi della vita di un individuo. Si tratta di una sorta di esternalizzazione, in cui si vedono gli eventi negativi come problemi del mondo esterno, anziché come difetti intrinseci della persona. Sapere che si può gestire le cose a questo livello fornisce un senso di speranza, che incoraggia un maggiore coinvolgimento. La consapevolezza dei propri punti di forza fornisce un’importante strumento di auto-sviluppo, permettendo di individuare degli obiettivi legati ai propri punti di forza, il che rafforza la convinzione che ciò che si sta facendo sia  il meglio che si potrebbe fare (Snyder 2002).

Seligman et al. (2005) hanno testato alcuni degli interventi di psicologia positiva da essi stessi elaborati, mettendoli a confronto con gruppi sottoposti a trattamenti placebo. Risultato: si è visto che due degli esercizi di psicologia positiva mostravano ancora dei miglioramenti a livello significativo ben 6 mesi dopo che gli interventi (durati 1 settimana) erano stati completati, il che dimostra che la speranza di un maggiore e duraturo benessere può realizzarsi attraverso gli interventi di psicologia positiva, nonostante questi ricercatori avessero dei dubbi su questa possibilità, a causa del forte effetto dell’adattamento.

Nel tentativo di esplorare l’efficacia del lavoro sui punti di forza in ambienti più critici, Seligman et al. (2006) hanno adattato i loro interventi di psicologia positiva in ambito terapeutico, con l’obiettivo di curare la depressione aumentando le sensazioni di benessere percepito, invece che affrontare direttamente il problema dei sintomi depressivi. Essi hanno condotto lo studio su due gruppi: uno con partecipanti poco o moderatamente depressi in un contesto di psicoterapia di gruppo, l’altro con partecipanti che avevano ricevuto una diagnosi di disturbo depressivo maggiore, i quali erano trattati con psicoterapia individuale, con esercizi creati appositamente per loro.

Il primo studio ha scoperto che i sintomi depressivi nella psicoterapia positiva (PPT) di gruppo sono effettivamente diminuiti e che si sono mantenuti  nel corso di 1 anno, con poco o nessun cambiamento rispetto al gruppo di controllo, che non aveva ricevuto alcun trattamento. Questa durevolezza dei benefici raggiunti è apparsa in effetti piuttosto rara, se confrontata con i dati della letteratura in materia, che riporta gli effetti della psicoterapia nella cura della sindrome depressiva, soprattutto in mancanza di sessioni di follow-up. In altre parole, gli interventi positivi sembrano contenere in sé alcune caratteristiche di auto-mantenimento. Significativi risultati positivi sono stati trovati anche nel secondo studio, dove il gruppo trattato con PPT ha ottenuto un punteggio migliore in entrambi i gruppi in trattamento (con e senza farmaci antidepressivi) per tutti i tipi di psicopatologia, fra cui la depressione.

Sin e Lyubomirsky (2009) hanno invece condotto una meta-analisi sull’argomento, che riguarda 51 studi (condotti su un totale di 4266 partecipanti). Studiando gli interventi di psicologia positiva condotti tra il 1977 e il 2008, i ricercatori hanno scoperto che essi hanno prodotto miglioramenti significativi, sia sul senso di benessere, sia nella diminuzione dei sintomi depressivi. Esaminando lo stato di depressione, e mettendolo a confronto con altri fattori, quali l’età, la durata dell’intervento, il tipo di gruppo di confronto, ecc., i ricercatori hanno scoperto che gli interventi effettuati sono stati particolarmente efficaci tra i partecipanti depressi e motivati del gruppo di età più avanzata (36-59 anni di età) . Sulla base di questi risultati, i ricercatori hanno suggerito di effettuare interventi di questo tipo su base individuale piuttosto che di gruppo, per lunghi periodi di tempo.

Molti degli esercizi di psicologia positiva considerati negli studi di cui sopra si basano sul costrutto della gratitudine, che è diventato un argomento di studio di per sé. Nella loro rassegna della letteratura sulla gratitudine, Emmons e McCullough (2003) hanno osservato un possibile legame tra la gratitudine e una serie di emozioni positive, come la soddisfazione, la felicità, l’orgoglio e la speranza. Questa forte attivazione di sentimenti positivi che nascono dalla gratitudine, influisce sul senso del piacere e sulo stato di felicità individuale. Un altro modo in cui la gratitudine produce effetti positivi è attraverso l’interpretazione positiva delle esperienze della propria vita quotidiana. Anche questa strategia psicologica può contribuire a migliorare il proprio benessere generale.

Emmons e McCullough (2003) hanno condotto tre studi con diversi gruppi di partecipanti, condizioni, tempi e modelli di osservazione. I partecipanti ai “gruppi gratitudine” in tutti e tre gli studi hanno dato valutazioni complessive migliori riguardo alla propria vita, con maggiore ottimismo e minore sensazione di disturbi fisici. Questi risultati indicano che la gratitudine indotta nei partecipanti ha portato a  benefici significativi, supportando l’idea che essere grati per ciò che si è migliora il proprio livello di soddisfazione.

Wood et al. (2010) hanno invece esaminato il costrutto della gratitudine in una revisione completa, che comprendeva 12 progetti di ricerca pubblicati sugli interventi di gratitudine  (compreso lo studio Emmons e McCullough, di cui sopra), identificando una chiara tendenza dei risultati verso un aumento del benessere.

Furnham e Christoforou (2007) hanno studiato il ruolo della personalità come predittore di felicità. Tra i loro risultati, si è riscontrato che i tratti di estroversione e nevrosi erano positivamente e negativamente correlati con la felicità (rispettivamente). Questo legame specifico tra estroversione e felicità è stato dimostrato anche in numerosi altri studi (Costa and McCrae 1980; Lucas and Fujita 2000; Strack et al. 1991), il che suggerisce che alcuni tratti di personalità possano essere predittivi di un maggiore senso di benessere percepito.

Dr. Giuliana Proietti

Fonte:
Konrad Senf e Albert Kienfie Liau, The Effects of Positive Interventions on Happiness and Depressive Symptoms, with an Examination of Personality as a Moderator,  Journal of Happiness Studies An Interdisciplinary Forum on Subjective Well-Being 2012

Immagine:
Cochraine, Free Digital Photos

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