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Competizione femminile

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di Walter La Gatta
 

La competizione femminile esiste, ma difficilmente è dichiarata apertamente ed ancor meno spesso è giudicata positiva dalla società.

Le donne apertamente competitive infatti, sono considerate eccessivamente ambiziose, puerili, insensibili, egoiste e soprattutto ridicole. A parte i casi patologici di cui si è detto, da una donna ‘normale’ ci si aspetta un comportamento per lo più passivo,  che tende a voler emergere dalla massa, per mettersi in luce, più per difendersi da un potenziale tentativo di aggressione o sopraffazione, che per sua propria volontà.

Un esempio classico giudicato in modo deplorevole è quello delle donne che, anche in età matura, pretendono di mantenere intatto il loro potere seduttivo, attraverso look e comportamenti che non si adattano alla loro età e alla loro condizione, mettendosi in competizione aperta con altre donne ed anche con ragazze molto più giovani.

La competizione femminile socialmente accettata dunque è soprattutto nascosta, taciuta e si rivela attraverso attacchi laterali o succedanei, come ad esempio il pettegolezzo, piuttosto che in uno scontro duro fra due soggetti in cui uno vince ed uno perde, come avviene nel mondo maschile. Così è ad esempio la competizione fra madre e figlia, che è sempre esistita, ma che è ancor più frequente oggi, dal momento che viviamo  in una società che riconosce un ruolo sociale di rispetto solo ai soggetti giovani, belli e vincenti.

Che non si tratti di un aspetto strettamente legato alla vita di oggi lo si vede tuttavia anche ripercorrendo antichi miti ed antiche favole, come quelle di Biancaneve e Cenerentola, ambedue vessate da una competizione feroce con la propria madre, invidiosa della gioventù e della bellezza della figlia.

Il disagio di questa competizione è tale che, in entrambe le storie, si è preferito utilizzare una pseudo-madre, una madre non naturale, come una matrigna, in modo che fosse più accettabile affrontare questo vero e proprio tabù familiare, date le implicazioni edipiche che esso comporta.
La stessa cosa non avviene ad esempio per gli uomini, fra i quali la competizione è anzi vista come un elemento di forza e non di debolezza ed ogni figlio è incoraggiato dal clan familiare a raggiungere l’abilità e la forza paterna, se non addirittura a fare di meglio, in modo da poter un giorno succedergli nel ruolo di capofamiglia ed assicurare la necessaria guida e protezione a tutti i membri del clan.

La figura maschile con la quale i figli maschi si trovano a competere poi, durante il loro periodo di formazione, è una figura spesso assente da casa, o per motivi di lavoro o per motivi di svago (Bar, calcio, caccia, ecc.) e dunque è una figura idealizzata, non reale e onnipresente, come è spesso la figura materna.

E non è assolutamente raro il fatto che spesso la madre, frustrata da queste continue assenze del marito e dalla costante carenza di attenzioni nei suoi riguardi, tenda a riversare sui figli maschi quelle attenzioni che avrebbe riservato al marito, stimolando il figlio a crescere e a diventare come il padre, magari prendendone il posto. Questo non avviene quasi mai per le ragazze, in quanto la figura femminile è raramente assente dalla casa e dalla famiglia, per cui non si crea questo forte legame con il padre e tanto meno ci si prepara alla competizione con il genitore dello stesso sesso, con il consenso e lo stimolo del genitore dell’altro sesso.

Chiaramente alla base di questa riflessione vi è il fatto che la paura dell’incesto è molto più frequente se l’alleanza genitore-figlio riguarda il padre e la figlia. La ragazza è spaventata dalla possibilità di competere, perché si va a mettere in una situazione delicata ed imbarazzante nei confronti del padre, specie se, dopo la competizione con la madre, c’è la vittoria.

E’ così che la figlia rinuncia alla competizione e piuttosto si crea una mutua identificazione per cui la madre, prendendosi cura della figlia, le insegna ad essere madre a sua volta, nella famiglia che verrà. La stessa cosa avviene fra sorelle : è eccessivamente doloroso competere con la propria sorella, per cui si tende a dividersi i campi d’interesse, in modo che ciascuna possa eccellere in ciò che le piace, senza sentirsi rivale dell’altra.

In nome dell’amore e dei legami familiari dunque, le donne tendono ad autolimitarsi nella competizione sin da bambine e per questo difficilmente arrivano ad essere assertive ed ambiziose. Le donne tendono ad evitare le competizioni: preferiscono conservare le buone relazioni sociali anziché perderle a causa di un eccessiva tensione dovuta alla competizione, soprattutto se si tratta di situazioni a due, in cui uno vince e l’altro perde.

Ecco perché solo pochissime donne raggiungono posizioni di potere, a parità di preparazione culturale, al di là della ben nota difficoltà oggettiva che una donna incontra nel fare carriera, per la preferenza che uomini e donne hanno nel lasciare entrare solo i maschi nella stanza dei bottoni.

Ed ecco perché, probabilmente, le donne vanno così poco d’accordo tra di loro e spesso si odiano senza dirselo… Una competizione chiara e diretta, esplicita e riconosciuta socialmente potrebbe forse aiutarle a migliorare la qualità dei loro rapporti e ad avere maggiore successo nella vita.
 

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Ultimo aggiornamento psicolinea.it: 12/12/2011

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