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La competizione
femminile esiste, ma difficilmente è dichiarata apertamente ed ancor meno spesso
è giudicata positiva dalla società.
Le donne apertamente competitive infatti, sono considerate eccessivamente
ambiziose, puerili, insensibili, egoiste e soprattutto ridicole. A parte i casi
patologici di cui si è detto, da una donna ‘normale’ ci si aspetta un
comportamento per lo più passivo, che tende a voler emergere dalla massa, per
mettersi in luce, più per difendersi da un potenziale tentativo di aggressione o
sopraffazione, che per sua propria volontà.
Un esempio classico giudicato in modo deplorevole è quello delle donne che,
anche in età matura, pretendono di mantenere intatto il loro potere seduttivo,
attraverso look e comportamenti che non si adattano alla loro età e alla loro
condizione, mettendosi in competizione aperta con altre donne ed anche con
ragazze molto più giovani.
La competizione
femminile socialmente accettata dunque è soprattutto nascosta, taciuta e si
rivela attraverso attacchi laterali o succedanei, come ad esempio il
pettegolezzo, piuttosto che in uno scontro duro fra due soggetti in cui uno
vince ed uno perde, come avviene nel mondo maschile. Così è ad esempio la
competizione fra madre e figlia, che è sempre esistita, ma che è ancor più
frequente oggi, dal momento che viviamo in una società che riconosce un ruolo
sociale di rispetto solo ai soggetti giovani, belli e vincenti.
Che non si
tratti di un aspetto strettamente legato alla vita di oggi lo si vede tuttavia
anche ripercorrendo antichi miti ed antiche favole, come quelle di Biancaneve e
Cenerentola, ambedue vessate da una competizione feroce con la propria madre,
invidiosa della gioventù e della bellezza della figlia.
Il disagio di
questa competizione è tale che, in entrambe le storie, si è preferito utilizzare
una pseudo-madre, una madre non naturale, come una matrigna, in modo che fosse
più accettabile affrontare questo vero e proprio tabù familiare, date le
implicazioni edipiche che esso comporta.
La stessa cosa non avviene ad esempio per gli uomini, fra i quali la
competizione è anzi vista come un elemento di forza e non di debolezza ed ogni
figlio è incoraggiato dal clan familiare a raggiungere l’abilità e la forza
paterna, se non addirittura a fare di meglio, in modo da poter un giorno
succedergli nel ruolo di capofamiglia ed assicurare la necessaria guida e
protezione a tutti i membri del clan.
La figura maschile con la quale i figli maschi si trovano a competere poi,
durante il loro periodo di formazione, è una figura spesso assente da casa, o
per motivi di lavoro o per motivi di svago (Bar, calcio, caccia, ecc.) e dunque
è una figura idealizzata, non reale e onnipresente, come è spesso la figura
materna.
E non è
assolutamente raro il fatto che spesso la madre, frustrata da queste continue
assenze del marito e dalla costante carenza di attenzioni nei suoi riguardi,
tenda a riversare sui figli maschi quelle attenzioni che avrebbe riservato al
marito, stimolando il figlio a crescere e a diventare come il padre, magari
prendendone il posto. Questo non avviene quasi mai per le ragazze, in quanto la
figura femminile è raramente assente dalla casa e dalla famiglia, per cui non si
crea questo forte legame con il padre e tanto meno ci si prepara alla
competizione con il genitore dello stesso sesso, con il consenso e lo stimolo
del genitore dell’altro sesso.
Chiaramente alla base di questa riflessione vi è il fatto che la paura
dell’incesto è molto più frequente se l’alleanza genitore-figlio riguarda il
padre e la figlia. La ragazza è spaventata dalla possibilità di competere,
perché si va a mettere in una situazione delicata ed imbarazzante nei confronti
del padre, specie se, dopo la competizione con la madre, c’è la vittoria.
E’ così che la figlia rinuncia alla competizione e piuttosto si crea una mutua
identificazione per cui la madre, prendendosi cura della figlia, le insegna ad
essere madre a sua volta, nella famiglia che verrà. La stessa cosa avviene fra
sorelle : è eccessivamente doloroso competere con la propria sorella, per cui si
tende a dividersi i campi d’interesse, in modo che ciascuna possa eccellere in
ciò che le piace, senza sentirsi rivale dell’altra.
In nome dell’amore e dei legami familiari dunque, le donne tendono ad
autolimitarsi nella competizione sin da bambine e per questo difficilmente
arrivano ad essere assertive ed ambiziose. Le donne tendono ad evitare le
competizioni: preferiscono conservare le buone relazioni sociali anziché
perderle a causa di un eccessiva tensione dovuta alla competizione, soprattutto
se si tratta di situazioni a due, in cui uno vince e l’altro perde.
Ecco perché solo pochissime donne raggiungono posizioni di potere, a parità di
preparazione culturale, al di là della ben nota difficoltà oggettiva che una
donna incontra nel fare carriera, per la preferenza che uomini e donne hanno nel
lasciare entrare solo i maschi nella stanza dei bottoni.
Ed ecco perché, probabilmente, le donne vanno così poco d’accordo tra di loro e
spesso si odiano senza dirselo… Una competizione chiara e diretta, esplicita e
riconosciuta socialmente potrebbe forse aiutarle a migliorare la qualità dei
loro rapporti e ad avere maggiore successo nella vita.
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