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Secondo
l’Organizzazione Mondiale della Sanità 130 milioni di donne nel
mondo hanno subito mutilazioni genitali e si stima vengano sottoposte
a tali pratiche circa 6000 bambine ogni giorno.
Contrariamente a
quanto verrebbe facile pensare, queste mutilazioni non sono dovute
all'osservanza di precetti religiosi e non sono tipiche della
religione musulmana, nel senso che non sono nate con essa.
Infatti, è
degli anni 80 il ritrovamento di due cadaveri di donne vissute nel
neolitico inferiore, che mostravano chiari segni di infibulazione:
dunque si tratta di una tradizione culturale che si perde veramente
nella notte dei tempi.
L’infibulazione
(o circoncisione faraonica) praticata presso i musulmani dell’Africa
centro-orientale costringe nel restringimento (prossimo alla chiusura)
dell’introito vaginale, con escissione parziale o totale dei
genitali esterni.
Presso i musulmani del Nord Africa, del Sud Arabia e
dell’Indonesia, la ‘circoncisione sunna’ consiste nella
escissione, parziale o totale, di clitoride e piccole labbra.
E’ da
considerare che questi interventi avvengono tutti su bambine o
adolescenti, senza anestesia e con strumenti quali coltelli da cucina,
vetri o pietre taglienti.
In questo tipo
di società non aver subito la mutilazione genitale significa
isolamento sociale: i Bambara, una delle etnie del Mali,
chiamano "bikaloro" le bambine o donne non infibulate
e questo è un gravissimo insulto, che vuol dire esseri privi di ogni
maturità.
Le donne non escisse, non sono vere donne, non hanno amici,
non hanno diritto a farsi corteggiare, a sposarsi.
L’intervento
dell’infibulazione non avviene una sola volta nella vita: molte
donne vengono defibulate e poi reinfibulate in occasione di ogni
parto. E sappiamo quante volte una donna in certi Paesi sia costretta
a partorire….
Le complicanze più gravi sono soprattutto di
carattere fisico: morte, emorragie, infezioni, ma anche le
conseguenze psicologiche non sono meno gravi.
Del resto, quando una
bambina sente che chi la dovrebbe proteggere, cioè la madre i
genitori, sono i primi a far si che lei subisca questo dolore, questa
violenza, la reazione psicologica non può che essere quella di un
implicito patto perverso con i suoi aggressori, una sua
identificazione con loro, per avere conferma del proprio valore ai
loro occhi.
E’ così che una donna mutilata diventa a sua volta la
mutilatrice della propria figlia, perché in questo atto trova le
ragioni della propria storia.
Ma perché si
continua a praticare questa tradizione antichissima?
Innanzi tutto per
attenuare il desiderio sessuale della donna, per mantenerla casta fino
al matrimonio e fedele in seguito; vi sono però altre credenze
magiche e mitologiche che si incrociano con queste tradizioni e cioè
la purificazione dagli spiriti maligni attraverso l'asportazione degli
organi sessuali femminili, considerati 'sporchi'; si crede
infine che queste pratiche rendano la donna più prolifica.
Questo
problema, che ci appare così lontano, appartenente ad altri
mondi ed ad altre culture, ci è invece molto vicino: in Italia
infatti vivono oggi tra noi 28.000 donne mutilate, fra cui 5.000
hanno subito questo intervento in Italia...
Che fare? Il
problema è delicato perché gli immigrati giustamente si ribellano
quando il paese ospitante impone loro leggi che tendono ad impedire
l’attuazione delle loro tradizioni.
Resta comunque il fatto che in
un paese civile non è possibile siano consentite tali pratiche.
La
soluzione va dunque cercata nell'incontro, nel dialogo, nella
sensibilizzazione e il lavoro va condotto soprattutto sulle donne,
dando loro la possibilità di studiare, di lavorare, di avere
un'indipendenza economica.
Le donne immigrate devono comprendere
l’assurdità di questa mutilazione e va assolutamente impedito che
esse da vittime continuino a trasformarsi in carnefici.
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