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Femminismo

 

di Giuliana Proietti

Il femminismo è un movimento composto prevalentemente da donne, che rivendicano la parità sociale ed economica tra i sessi, ritenendo che le donne siano sempre state discriminate rispetto agli uomini e ad essi subordinate. Quasi tutte le società del mondo, secondo le femministe, si sono basate sul patriarcato, a cominciare dalla prima donna, Eva, che fu posta da Dio sotto l’autorità di Adamo.

La moglie è sempre stata un possesso: prima del padre e poi del marito, senza alcun diritto giuridico sulla sua persona, sui figli, sui beni, che venivano tramandati per discendenza maschile. Alla base dell’ideale femminista vi è invece la convinzione che i diritti sociali e politici del cittadino prescindano totalmente dal genere sessuale cui si appartiene; le femministe hanno per questo lottato: per essere considerate alla pari con gli altri esseri umani, ovvero gli uomini.

Spesso si pensa che la lotta per la conquista della parità dei sessi sia iniziata e si sia conclusa nel secolo scorso. In verità le cose non stanno affatto così, dal momento che lotta femminista è figlia della rivoluzione francese e dunque risale almeno a tre secoli fa. Inoltre, una vera parità dei sessi non è stata ancora del tutto raggiunta, come è facile constatare, in molti Paesi del mondo e dunque è errato ritenere che la lotta di emancipazione femminista sia una cosa superata, di altri tempi. ( Basti pensare che in alcuni Paesi le donne sono ancora prive dei più elementari diritti e vengono tutt’ora utilizzate solo per i servizi più umili, oltre che per assicurare la discendenza al proprio marito-padrone).

Il termine “femminismo” sembra sia stato coniato dal socialista Charles Fourie nel 1837, ma fu spesso usato in senso spregiativo, per mettere in ridicolo le donne che rivendicavano la parità dei diritti. Un’antesignana del movimento femminista fu Olympe de Gouges con la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina (1791) la quale però finì ghigliottinata. L’anno successivo, in Inghilterra, Mary Wollstonecraft scrisse Vindication of the Rights of Woman con analogo contenuto, ma uguale insuccesso. Nel 1843 fu redatto in America il primo vero e proprio manifesto femminista, da parte di Margaret Fuller. Il manifesto fu pubblicato dapprima come saggio dal titolo “L’uomo contro gli uomini – La donna contro le donne”, all’interno della rivista The dial (nel 1845 esso fu rielaborato ed apparve nuovamente col nuovo titolo La donna nel XIX secolo). La nascita del movimento femminista vero e proprio si fa risalire in genere alla prima Women’s Rights Convention a Seneca Falls, New York, nel 1848.

Pioniere del movimento per i diritti della donna in Italia furono, tra le altre, Cristina Trivulzio principessa di Belgiojoso, Matilde Calandrini, Emilia Peruzzi, Alessandrina Ravizza, Laura Mantegazza, Clara Maffei, Anna Maria Mozzoni, Sibilla Aleramo ed Anna Kuliscioff. Le femministe italiane di fine secolo erano perlopiù donne senza figli, animate da ideali romantici e populisti, vicine agli ambienti socialisti e anarchici.

Il primo diritto rivendicato dalle donne fu quello dell’istruzione. Non sarebbe mai stato possibile infatti uscire dalle mura domestiche, trovare un lavoro esterno, accedere ai diritti politici e di cittadinanza, se le donne non avessero avuto accesso alla scuola pubblica. In Italia, tra le donne che più si batterono per la conquista di questo diritto ricordiamo Bianca Milesi la quale, dopo aver studiato in Austria e in Svizzera, provò a diffondere anche in Italia la creazione di scuole popolari di mutuo insegnamento, dando vita anche ad una sezione femminile della carboneria per la diffusione delle idee mazziniane.

Il secondo diritto per cui si sono battute le donne è quello di voto, di partecipazione alla vita pubblica. La lotta fu portata avanti soprattutto dalle suffragette britanniche, che scesero in strada per rivendicare questo diritto. Esso fu concesso per la prima volta in Nuova Zelanda, nel 1893. In Europa a votare per prime furono le donne finlandesi, grazie ad una Legge del 1906 esse divennero ufficialmente eleggibili ed elettrici. Nelle altre parti d’Europa il diritto di voto per le donne fu ottenuto solo dopo la prima guerra mondiale, fra il 1918 ed il 1919, anche come riconoscimento del loro valore, per essere rimaste a presidiare i luoghi di lavoro e le loro famiglie, mentre i mariti erano in guerra e per essersi prestate come crocerossine nei campi di battaglia. Le francesi e le italiane dovettero attendere la fine della seconda guerra mondiale per ottenere il diritto di voto. La relativa legge italiana è infatti del 1946.

Infine, il diritto al lavoro. Le donne lavoravano già da tempo nell’industria, ma erano sottopagate rispetto ai loro colleghi maschi e per questo hanno lottato per avere parità di opportunità e di salario (parità che, sotto questo aspetto, non è ancora stata raggiunta nella maggior parte dei Paesi del mondo).

Nel 1949 uscì il libro Il secondo sesso di Simone de Beauvoir nel quale l’autrice faceva una lucida analisi della condizione femminile. La de Beauvoir affermava che conoscere sé stessa era, per una donna, un percorso veramente difficile: tutte le identità che le venivano proposte dalla cultura ufficiale infatti erano identità alienanti, che la mortificavano, che registravano il suo stato di assenza culturale, di minorità sociale. La donna doveva rifiutare di essere l’Altro dell’identità maschile e pagare il prezzo che questa scelta comportava. Nella storia della specie umana, diceva ancora la Beauvoir, la preminenza era stata accordata non al sesso capace di generare, ma al sesso che uccide, e su questi valori si era costituita qualsiasi civiltà. Di fronte a questa situazione, la donna non aveva mai opposto dei “valori femminili”, limitandosi a modificare la propria posizione in seno alla coppia e alla famiglia. La donna, diceva l’intellettuale francese, doveva finalmente cercare la strada per la sua libertà: alla donna spettava di decidere che cos’è veramente la donna.

Nel 1968 nacque la seconda generazione del femminismo: le donne volevano riprendersi il dominio del proprio corpo. La nuova scintilla femminista risale al 1963 con l’uscita, negli Stati Uniti, del libro di Betty Friedan, Mistica della femminilità, nel quale l’autrice denunciava il ruolo coatto di “sposa” e “madre” della donna americana, e rivendicava l’uguaglianza della donna all’uomo nel campo professionale, culturale e politico.

Nel 1966 la Friedan, insieme ad Aileen Hernandez e Pauli Murray, fondò il “National Organization for Women” (NOW) rivendicando i diritti civili delle donne. Le lotte riguardavano il diritto di contraccezione e di aborto e l’uguaglianza all’interno della coppia. Un altro libro fondamentale per le lotte femministe fu La politica sessuale di Kate Millet (1969).
«Il privato è politico» affermavano le femministe, invitando le donne ad affrancarsi dai rapporti di potere che il patriarcato rappresentava, attraverso un atavico sistema di oppressione sulle donne. « Lavoratori di tutto il mondo, chi vi lava i calzini? » scandivano per le strade di Parigi le manifestanti negli anni settanta.

La parità fra i sessi era stata già contemplata nella Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, ma fu riaffermata nel 1979 dalla Convenzione internazionale per l’abolizione di tutte le forme di discriminazione contro le donne. I figli dovevano venire al mondo solo quando erano desiderati, le donne dovevano entrare nelle istituzioni e discutere insieme agli uomini le decisioni da prendere per guidare la società, composta da uomini e donne. Nel 1975 le Nazioni Unite dichiararono quello «l’anno della donna» ed organizzarono in Messico la prima conferenza mondiale dedicata al problema femminile. In Italia, grazie alle lotte femministe, negli anni Settanta venne istituito il divorzio (1970), fu modificato il diritto di famiglia (1975), furono istituiti i consultori familiari, promulgata la legge sulle pari opportunità, liberata la vendita e il consumo di contraccettivi, approvata la legge che regola l’aborto (1978), costituiti i Centri antiviolenza e le Case delle donne, per accogliere le donne maltrattate.

Negli anni Ottanta e Novanta il femminismo, come movimento, si è praticamente spento, ma le vittorie delle donne restano tuttavia ancora incomplete e dall’avvenire incerto, come possiamo leggere nella cronaca degli ultimi anni e mesi.

Giuliana Proietti

Psicolinea.it © Genn 2009

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● Psicologa-psicoterapeuta (attività libero-professionale in Ancona e Terni)
● Responsabile scientifico del sito www.psicolinea.it
● Saggista e Blogger
● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale
● Conduzione seminari di sviluppo personale
● Attività di formazione ed alta formazione presso Enti privati e pubblici
● Esperienza in psicologia del lavoro (Orientamento e Selezione del Personale)
● Co-fondatrice dei Siti www.psicolinea.it, www.clinicadellacoppia.it, www.clinicadellatimidezza.it e delle attività loro collegate, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali e del loro legame con la sessualità.

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2 thoughts on “Femminismo”

  1. Ma che bella agiografia!
    Sul perché il femminismo si eclissa alla fine del XXI secolo neanche una parolina?

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