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Bulimia

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di
Giuliana Proietti


Il  termine bulimia deriva dal greco boulimia  e definisce una fame enorme, smisurata, un sentimento soggettivo di coazione invincibileall’alimentazione, con perdita di controllo. Il disturbo è molto più frequente nel sesso femminile (l’85% dei soggetti bulimici sono donne) ed insorge in una fascia d’età compresa fra i dodici ed i trentacinque anni, raggiungendo il picco massimo fra i 17 ed i 19 anni.

La bulimia è diffusa in tutte le classi sociali (vi sono soggetti bulimici anche fra i barboni senza fissa dimora!). Molto spesso questa patologia tende ad essere tenuta nascosta per vergogna: in effetti il disturbo può essere ‘mascherato’ per anni ai familiari, visto che un comportamento bulimico può essere riscontrato non solo in soggetti ‘sovrappeso’, ma anche nei ‘normopeso’ e nei ‘sottopeso’.  

La bulimia in genere segue o facilmente si alterna con periodi di anoressia. Il peso corporeo, malgrado le abbuffate alimentari, può essere mantenuto costante, o addirittura ridotto, a causa della messa in atto di comportamenti compensatori, come il vomito, che può verificarsi ogni due-tre giorni o quotidianamente, l’uso di lassativi, l’esercizio fisico.

L’abbuffata, di cibi vari, anche se soprattutto dolci e semiliquidi, continua fino alla comparsa di dolore addominale, senso di nausea, sonnolenza, senso di pienezza o vomito. In genere le abbuffate avvengono di nascosto, in solitudine, perché il soggetto si vergogna di questo suo comportamento ed è in genere sopraffatto dai sensi di colpa.

L’accaparramento del cibo e le pratiche di eliminazione sono, nella vita, di questi pazienti, dei veri e propri rituali, che non amano trasgredire: ecco perché non amano essere coinvolti in situazioni sociali o in eventi non organizzati.

Le abbuffate compulsive capitano in media due volte alla settimana per almeno tre mesi e suscitano sofferenza e disagio; esse aumentano nei momenti in cui il soggetto si trova ad affrontare qualche forma di stress.

L’assunzione di cibo avviene molto più rapidamente del normale, anche senza fame, in perfetta solitudine, provando, durante la crisi, la sensazione di perdita dell’autocontrollo e subito dopo disgusto per sé stessi o intensa colpa. Secondo il Dsm-IV un’abbuffata compulsiva è definita da due caratteri:

- assunzione di cibo in un periodo di tempo circoscritto (pochi minuti o ore) una quantità di cibo assai superiore a quella che la maggior parte delle persone assumerebbe in un periodo di tempo simile ed in simili circostanze;

-  mancanza di controllo sull’atto di mangiare durante l’episodio (ad esempio sentire di non poter smettere o di non riuscire a controllare cosa e quanto si sta mangiando).
Il comportamento bulimico viene inoltre distinto in due sottogruppi, a seconda che presenti pratiche di svuotamento che  utilizzano il vomito o l'abuso di lassativi e diuretici, oppure il digiuno e/o l'esercizio fisico strenuo per il controllo del peso corporeo.

Nel quadro clinico del paziente bulimico particolarmente rilevanti appaiono i fattori psicologici, quali bassa autostima, disturbi dell'umore, fobie sociali, impulsività, elevata sensibilità    interpersonale, scarsa tolleranza alla frustrazione, tendenza all’atto, insoddisfazione per il proprio corpo. Tra i più frequenti fattori causali è sicuramente il ricorso a numerosi e ripetuti tentativi di dieta e l’eccessivo interesse attribuito all’essere magri o sovrappeso. A tutto questo si aggiunge in genere un carattere ansioso, instabile, teso, infelice, affetto da sensi di colpa, senso di fallimento e bassa autostima. La famiglia del bulimico presenta genitori che hanno difficoltà di rapporti, scarsa comunicazione interpersonale.

L'alimentazione rappresenta allora un modo, usato soprattutto dalla madre, per distrarre i figli dalle loro richieste di indipendenza e per cercare di placare i propri sensi di colpa nei loro confronti. I soggetti bulimici, a differenza degli anoressici, sono più aperti, estroversi, disinibiti e non è infrequente che ricorrano spesso all’alcool o alle droghe leggere ed a comportamenti sessuali a rischio. In genere una persona bulimica tende ad evitare le situazioni conviviali e questo comporta spesso l’isolamento sociale.

Tra i comportamenti di eliminazione frequentissimo è il vomito, inizialmente autoindotto, attraverso le dita o l’uso di spazzolini per i denti, cucchiai eccetera, ma con il tempo può diventare spontaneo, facilitato dal semplice piegarsi o dalla compressione dell’addome. Da un punto di vista organico il vomito ripetuto e l'abuso di lassativi e diuretici inducono scompensi dell'equilibrio elettrolitico, riducendo i livelli ematici di potassio, con serie ripercussioni a livello cardiaco, renale, cerebrale.

Altre patologie secondarie al vomito sono le erosioni gravi dello smalto dei denti, gastriti, esofagiti, emorroidi, prolasso rettale. Tutti gli studi concordano nell'affermare che la bulimia presenta, nei confronti dell’anoressia, un quadro più complesso e grave di patologie concomitanti, fra cui una severa depressione e disturbi non lievi della personalità.

La bulimia può risolversi in pochi episodi, concentrati in pochi mesi, oppure cronicizzarsi ed in questo caso portare a complicanze mediche o a comportamenti autolesionisti. Più del 50% dei soggetti guarisce completamente nel corso della vita e molti alternano fasi di relativo benessere a ricadute importanti.  Il trattamento è in genere basato su psicoterapia individuale o familiare associata a terapia farmacologica (soprattutto con antidepressivi).  

Infatti, cercare di curare i sintomi bulimici senza curare la depressione sarebbe affrontare soltanto la parte comportamentale del problema e non quella emotiva. Si ricorre al ricovero ospedaliero solo nei casi più gravi: consistente perdita di peso (maggiore del 40 per cento) squilibri elettrolitici, soprattutto ipopotassiemia, disturbi psichici gravi e rischio di suicidio, necessità di una separazione dalla famiglia per interazioni disturbate e non controllabili. 

 

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Ultimo aggiornamento psicolinea.it: 12/12/2011

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