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Il termine bulimia deriva dal greco
boulimia e definisce una fame enorme, smisurata, un sentimento
soggettivo di coazione invincibileall’alimentazione, con perdita di
controllo. Il disturbo è molto più frequente nel sesso femminile
(l’85% dei soggetti bulimici sono donne) ed insorge in una fascia
d’età compresa fra i dodici ed i trentacinque anni, raggiungendo il
picco massimo fra i 17 ed i 19 anni.
La bulimia è diffusa in tutte le classi sociali (vi sono soggetti
bulimici anche fra i barboni senza fissa dimora!). Molto spesso questa
patologia tende ad essere tenuta nascosta per vergogna: in effetti il
disturbo può essere ‘mascherato’ per anni ai familiari, visto che un
comportamento bulimico può essere riscontrato non solo in soggetti ‘sovrappeso’,
ma anche nei ‘normopeso’ e nei ‘sottopeso’.
La bulimia in genere segue o facilmente si alterna con periodi di
anoressia. Il peso corporeo, malgrado le abbuffate alimentari, può
essere mantenuto costante, o addirittura ridotto, a causa della messa
in atto di comportamenti compensatori, come il vomito, che può
verificarsi ogni due-tre giorni o quotidianamente, l’uso di lassativi,
l’esercizio fisico.
L’abbuffata, di cibi vari, anche se soprattutto dolci e semiliquidi,
continua fino alla comparsa di dolore addominale, senso di nausea,
sonnolenza, senso di pienezza o vomito. In genere le abbuffate
avvengono di nascosto, in solitudine, perché il soggetto si vergogna
di questo suo comportamento ed è in genere sopraffatto dai sensi di
colpa.
L’accaparramento del cibo e le pratiche di eliminazione sono, nella
vita, di questi pazienti, dei veri e propri rituali, che non amano
trasgredire: ecco perché non amano essere coinvolti in situazioni
sociali o in eventi non organizzati.
Le abbuffate compulsive capitano in media due volte alla settimana per
almeno tre mesi e suscitano sofferenza e disagio; esse aumentano nei
momenti in cui il soggetto si trova ad affrontare qualche forma di
stress.
L’assunzione di cibo avviene molto più rapidamente del normale, anche
senza fame, in perfetta solitudine, provando, durante la crisi, la
sensazione di perdita dell’autocontrollo e subito dopo disgusto per sé
stessi o intensa colpa. Secondo il Dsm-IV un’abbuffata compulsiva è
definita da due caratteri:
- assunzione di cibo in un periodo di
tempo circoscritto (pochi minuti o ore) una quantità di cibo assai
superiore a quella che la maggior parte delle persone assumerebbe in
un periodo di tempo simile ed in simili circostanze;
- mancanza di controllo sull’atto di
mangiare durante l’episodio (ad esempio sentire di non poter smettere
o di non riuscire a controllare cosa e quanto si sta mangiando).
Il comportamento bulimico viene inoltre distinto in due sottogruppi, a
seconda che presenti pratiche di svuotamento che utilizzano il vomito
o l'abuso di lassativi e diuretici, oppure il digiuno e/o l'esercizio
fisico strenuo per il controllo del peso corporeo.
Nel quadro clinico del paziente bulimico particolarmente rilevanti
appaiono i fattori psicologici, quali bassa autostima, disturbi
dell'umore, fobie sociali, impulsività, elevata sensibilità
interpersonale, scarsa tolleranza alla frustrazione, tendenza
all’atto, insoddisfazione per il proprio corpo. Tra i più frequenti
fattori causali è sicuramente il ricorso a numerosi e ripetuti
tentativi di dieta e l’eccessivo interesse attribuito all’essere magri
o sovrappeso. A tutto questo si aggiunge in genere un carattere
ansioso, instabile, teso, infelice, affetto da sensi di colpa, senso
di fallimento e bassa autostima. La famiglia del bulimico presenta
genitori che hanno difficoltà di rapporti, scarsa comunicazione
interpersonale.
L'alimentazione rappresenta allora un modo, usato soprattutto dalla
madre, per distrarre i figli dalle loro richieste di indipendenza e
per cercare di placare i propri sensi di colpa nei loro confronti. I
soggetti bulimici, a differenza degli anoressici, sono più aperti,
estroversi, disinibiti e non è infrequente che ricorrano spesso
all’alcool o alle droghe leggere ed a comportamenti sessuali a
rischio. In genere una persona bulimica tende ad evitare le situazioni
conviviali e questo comporta spesso l’isolamento sociale.
Tra i comportamenti di eliminazione frequentissimo è il vomito,
inizialmente autoindotto, attraverso le dita o l’uso di spazzolini per
i denti, cucchiai eccetera, ma con il tempo può diventare spontaneo,
facilitato dal semplice piegarsi o dalla compressione dell’addome. Da
un punto di vista organico il vomito ripetuto e l'abuso di lassativi e
diuretici inducono scompensi dell'equilibrio elettrolitico, riducendo
i livelli ematici di potassio, con serie ripercussioni a livello
cardiaco, renale, cerebrale.
Altre patologie secondarie al vomito sono le erosioni gravi dello
smalto dei denti, gastriti, esofagiti, emorroidi, prolasso rettale.
Tutti gli studi concordano nell'affermare che la bulimia presenta, nei
confronti dell’anoressia, un quadro più complesso e grave di patologie
concomitanti, fra cui una severa depressione e disturbi non lievi
della personalità.
La bulimia può risolversi in pochi
episodi, concentrati in pochi mesi, oppure cronicizzarsi ed in questo
caso portare a complicanze mediche o a comportamenti autolesionisti.
Più del 50% dei soggetti guarisce completamente nel corso della vita e
molti alternano fasi di relativo benessere a ricadute importanti. Il
trattamento è in genere basato su psicoterapia individuale o familiare
associata a terapia farmacologica (soprattutto con antidepressivi).
Infatti, cercare di curare i sintomi bulimici senza curare la
depressione sarebbe affrontare soltanto la parte comportamentale del
problema e non quella emotiva. Si ricorre al ricovero ospedaliero solo
nei casi più gravi: consistente perdita di peso (maggiore del 40 per
cento) squilibri elettrolitici, soprattutto ipopotassiemia, disturbi
psichici gravi e rischio di suicidio, necessità di una separazione
dalla famiglia per interazioni disturbate e non controllabili.
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