Ogni anno in
Italia si registrano 8500 nuovi casi di anoressia, specialmente fra le
ragazze (i maschi anoressici rappresentano solamente il 10% - il che
comunque significa che sono interessati al problema circa 850 ragazzi
ogni anno -). E’ normale dunque che i genitori che vedono i loro figli
adolescenti rifiutare il cibo e dimagrire sempre di più, si
allarmino e cerchino di correre ai ripari, prima che sia troppo tardi.
I primi segnali dell’anoressia sono:
. la rinuncia a determinati cibi (ad esempio pasta, pane, pizza), alla
cui ‘lista nera’ se ne aggiungono sempre di nuovi;
. il controllo ossessivo del peso;
. la propensione esagerata all’esercizio fisico
. l’uso di lassativi o diuretici
. perdita del ciclo mestruale.
Attenzione: un modo molto più subdolo di entrare nell’anoressia è
quello di passare attraverso lo stadio della bulimia, della quale è
molto più difficile accorgersi. Infatti il soggetto bulimico mangia di
tutto, con una grande voracità, ma subito dopo il pasto si alza e va
in bagno, per vomitare.
Se la propria figlia o il proprio figlio mangiano normalmente o anche
in abbondanza, ma dimagriscono a vista d’occhio, va tenuta senz’altro
presente questa modalità di assunzione-rifiuto del cibo.
I primi sintomi compaiono nell’adolescenza, ma ultimamente si sono
registrati sempre più spesso dei casi anche nella preadolescenza, a
partire dagli 8 anni.
Il problema non va sottovalutato : occorre subito rivolgersi ad un
terapeuta o ad un centro specializzato. Inutile aspettare ulteriori
conferme o credere alle promesse di cambiamento degli interessati, i
quali sono totalmente immersi nel problema ed hanno bisogno di aiuto
esterno per tirarsene davvero fuori.
Il terapeuta o il centro specializzato potranno diagnosticare una
anoressia
quando il soggetto ha perso il 15% del peso oppure, se si tratta di un
preadolescente, se non arriva almeno all’85% del peso minimo stimato
per la sua età e per la sua altezza.
Generalmente l’ospedalizzazione non è necessaria, a meno che il
soggetto non abbia perso troppo peso e la sua salute sia in pericolo.
Al momento non si conoscono dei farmaci realmente efficaci contro
l’anoressia, se non i sedativi, che possono aiutare quei soggetti che
vivono l’anoressia come effetto collaterale di un grave stato ansioso
o di una depressione abbastanza profonda.
L’obiettivo terapeutico consiste nell’aiutare il soggetto a
riacquistare normali abitudini alimentari e riconquistare la salute ed
il peso-forma, il che naturalmente potrà avvenire insieme alla
riconquistata fiducia in sé stessi.
A volte può capitare che l’anoressia si presenti solo come un episodio
di breve durata (da qualche settimana a qualche mese), ma può durare
anche fino all’età adulta. Purtroppo circa il 5% dei soggetti
anoressici si ammala gravemente o muore.
Quello di cui i genitori
devono essere consapevoli è che il soggetto anoressico non si
percepisce troppo magro e che anzi, il riuscire a calare di peso è
sentito come un grande risultato, raggiunto esclusivamente attraverso
la propria volontà. Trattare con una figlia o un figlio anoressico non
è assolutamente cosa semplice: inutile predicare, implorare o
minacciare, perché il soggetto anoressico ha un carattere oppositivo
ed è anche molto intelligente. Per lui o lei controllare e
limitare l'assunzione di cibo è un modo per ritrovare delle certezze,
per affermare la propria personalità, ma anche, certamente, per
raggiungere quell’ideale di bellezza propagandato dai media come se
fosse un valore assoluto ed incontestabile, che pretende a tutti i
costi dei corpi snelli ed atletici.
E' bene proporre a tutta la famiglia delle sane
abitudini alimentari, magari dietro consiglio di un esperto di
alimentazione, in modo che anche il familiare con problemi di
anoressia possa sentirsi rassicurato. L’importante è cercare di fare
in modo che queste sane abitudini alimentari si coniughino con i gusti
personali del figlio con problemi alimentari, in modo che questo venga
preso letteralmente ‘per la gola’.
I genitori devono stare bene attenti a non alimentare false credenze
sul cibo ‘assassino’ perché troppo grasso, perché pieno di conservanti
o di coloranti, perché povero di vitamine o troppo ricco di
carboidrati: il cibo non uccide; è sempre buono e mangiare con
criterio aiuta semplicemente a vivere meglio !
Il momento del
pasto familiare dovrebbe essere curato, tranquillo (senza TV accesa o telefonini
che squillano) e tutta la famiglia dovrebbe essere riunita per
parlare del più e del meno in modo piacevole, evitando i conflitti.
Questo non significa rimuovere i problemi o accantonarli, ma anzi
cercare di risolverli con ottimismo e voglia di reagire: questo sarà
il miglior modo per insegnare indirettamente al proprio figlio che si
può uscire dai problemi e fronteggiare le avversità della vita, senza
fare scelte estreme.
Certo, non tutti i genitori possono essere in grado di proporre ai
propri figli una famiglia talmente perfetta così come si vede negli
spot pubblicitari, a causa degli orari di
lavoro, degli impegni, degli immancabili conflitti familiari, della
mancanza di forza interiore per fronteggiare la situazione. Si può
ovviare a questo affidandosi ad una psicoterapia familiare, in cui
siano coinvolti tutti i membri della famiglia, oppure ad una
psicoterapia di coppia, qualora i problemi più forti siano
attribuibili al cattivo rapporto fra madre e padre. Quanto ai piccoli
e apparentemente irrisolvibili problemi quotidiani, il pensiero che
l’anoressia potrebbe diventare una malattia mortale dovrebbe essere un
forte stimolo a trovare delle soluzioni efficaci.
I disturbi alimentari non vanno visti come delle fissazioni, dei vizi
o delle frivolezze. Non si può pensare di risolvere il problema
semplicemente evitando di parlarne, perché se è vero che i soggetti
hanno scelto spesso con consapevolezza e volontà di entrare in
anoressia, è anche vero che poi ne diventano succubi e non riescono
più a uscirne da soli. Un po’ come una tossico-dipendenza, dato che il
cervello di una persona mal nutrita non è in grado di funzionare
correttamente e rende quindi l’interessato assai meno capace di
intendere e di volere.
Per comprendere la gravità della situazione basti pensare che una
ricerca recente ha mostrato come la maggior parte dei ragazzi
anoressici intervistati temesse assai di più di guadagnare qualche
chilo piuttosto che perdere i propri genitori, ammalarsi di cancro o
sperimentare un olocausto nucleare…
I genitori dunque non devono tanto spiegare, ammonire, minacciare,
quanto parlare con i propri figli, cercare di capire, offrire
supporto, protezione, comprensione, aiuto. E’ importante tenere con
loro un atteggiamento onesto, aperto, comunicativo ed empatico.
L’anoressia infatti è anche e soprattutto una richiesta di affetto e
di considerazione, da parte dell’adolescente. Non che il soggetto
anoressico manchi di amore da parte dei genitori, anzi, in genere essi
sono iperprotettivi ed in particolare la madre è onnipresente nella
vita della figlia anoressica, mentre il padre, pur essendo affettuoso,
è solitamente una persona assente dalla vita familiare, oppure è una
figura debole. La madre dell’anoressica è descritta come
poco propensa a comprendere le problematiche psicologiche della figlia
(ma anche sue e della sua relazione di coppia) e tendente a dare
importanza prevalentemente agli aspetti della funzionalità organica,
rivolgendosi al medico, per sé e per gli altri della famiglia, ogni
qual volta avverte il peso di un disagio di tipo psicologico.
Questo non significa assolutamente che i genitori siano i veri
responsabili dell’anoressia del figlio o della figlia: come si è detto, a volte il ragazzo o la ragazza scelgono di entrare in anoressia
perché semplicemente è una cosa che va di moda. Quello che è vero è
che i genitori sono delle figure essenziali ed imprescindibili per
prevenire la cronicizzazione del disturbo alimentare, una volta che si
siano manifestati i primi sintomi, attraverso la modificazione di
alcune regole familiari e, soprattutto, del proprio comportamento, che
può essere 'buono' ma 'disfunzionale'.
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