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Figli anoressici

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di Giuliana Proietti

 

Ogni anno in Italia si registrano 8500 nuovi casi di anoressia, specialmente fra le ragazze (i maschi anoressici rappresentano solamente il 10% - il che comunque significa che sono interessati al problema circa 850 ragazzi ogni anno -). E’ normale dunque che i genitori che vedono i loro figli adolescenti  rifiutare il cibo e dimagrire sempre di più, si allarmino e cerchino di correre ai ripari, prima che sia troppo tardi.

I primi segnali dell’anoressia sono:
. la rinuncia a determinati cibi (ad esempio pasta, pane, pizza), alla cui ‘lista nera’ se ne aggiungono sempre di nuovi;
. il controllo ossessivo del peso;
. la propensione esagerata all’esercizio fisico
. l’uso di lassativi o diuretici
. perdita del ciclo mestruale.

Attenzione: un modo molto più subdolo di entrare nell’anoressia è quello di passare attraverso lo stadio della bulimia, della quale è molto più difficile accorgersi. Infatti il soggetto bulimico mangia di tutto, con una grande voracità, ma subito dopo il pasto si alza e va in bagno, per vomitare.
Se la propria figlia o il proprio figlio mangiano normalmente o anche in abbondanza, ma dimagriscono a vista d’occhio, va tenuta senz’altro presente questa modalità di assunzione-rifiuto del cibo.

I primi sintomi compaiono nell’adolescenza, ma ultimamente si sono registrati sempre più spesso dei casi anche nella preadolescenza, a partire dagli 8 anni.

Il problema non va sottovalutato : occorre subito rivolgersi ad un terapeuta o ad un centro specializzato. Inutile aspettare ulteriori conferme o credere alle promesse di cambiamento degli interessati, i quali sono totalmente immersi nel problema ed hanno bisogno di aiuto esterno per tirarsene davvero fuori.

Il terapeuta o il centro specializzato potranno diagnosticare una anoressia quando il soggetto ha perso il 15% del peso oppure, se si tratta di un preadolescente, se non arriva almeno all’85% del peso minimo stimato per la sua età e per la sua altezza.
Generalmente l’ospedalizzazione non è necessaria, a meno che il soggetto non abbia perso troppo peso e la sua salute sia in pericolo.

Al momento non si conoscono dei farmaci realmente efficaci contro l’anoressia, se non i sedativi, che possono aiutare quei soggetti che vivono l’anoressia come effetto collaterale di un grave stato ansioso o di una depressione abbastanza profonda.

L’obiettivo terapeutico consiste nell’aiutare il soggetto a riacquistare normali abitudini alimentari e riconquistare la salute ed il peso-forma, il che naturalmente potrà avvenire insieme alla riconquistata fiducia in sé stessi.

A volte può capitare che l’anoressia si presenti solo come un episodio di breve durata (da qualche settimana a qualche mese), ma può durare anche fino all’età adulta. Purtroppo circa il 5% dei soggetti anoressici si ammala gravemente o muore.

Quello di cui i genitori devono essere consapevoli è che il soggetto anoressico non si percepisce troppo magro e che anzi, il riuscire a calare di peso è sentito come un grande risultato, raggiunto esclusivamente attraverso la propria volontà. Trattare con una figlia o un figlio anoressico non è assolutamente cosa semplice: inutile predicare, implorare o minacciare, perché il soggetto anoressico ha un carattere oppositivo ed è anche molto intelligente.  Per lui o lei controllare e limitare l'assunzione di cibo è un modo per ritrovare delle certezze, per affermare la propria personalità, ma anche, certamente, per raggiungere quell’ideale di bellezza propagandato dai media come se fosse un valore assoluto ed incontestabile, che pretende a tutti i costi dei corpi snelli ed atletici.

E' bene proporre a tutta la famiglia delle sane abitudini alimentari, magari dietro consiglio di un esperto di alimentazione, in modo che anche il familiare con problemi di anoressia possa sentirsi rassicurato. L’importante è cercare di fare in modo che queste sane abitudini alimentari si coniughino con i gusti personali del figlio con problemi alimentari, in modo che questo venga preso letteralmente ‘per la gola’.

I genitori devono stare bene attenti a non alimentare false credenze sul cibo ‘assassino’ perché troppo grasso, perché pieno di conservanti o di coloranti, perché povero di vitamine o troppo ricco di carboidrati: il cibo non uccide; è sempre buono e mangiare con criterio aiuta semplicemente a vivere meglio !

Il momento del pasto familiare dovrebbe essere curato, tranquillo (senza TV accesa o telefonini che squillano) e  tutta la famiglia dovrebbe essere riunita per parlare del più e del meno in modo piacevole, evitando i conflitti. Questo non significa rimuovere i problemi o accantonarli, ma anzi cercare di risolverli con ottimismo e voglia di reagire: questo sarà il miglior modo per insegnare indirettamente al proprio figlio che si può uscire dai problemi e fronteggiare le avversità della vita, senza fare scelte estreme.

Certo, non tutti i genitori possono essere in grado di proporre ai propri figli una famiglia talmente perfetta così come si vede negli spot pubblicitari, a causa degli orari di lavoro, degli impegni, degli immancabili conflitti familiari, della mancanza di forza interiore per fronteggiare la situazione. Si può ovviare a questo affidandosi ad una psicoterapia familiare, in cui siano coinvolti tutti i membri della famiglia, oppure ad una psicoterapia di coppia, qualora i problemi più forti siano attribuibili al cattivo rapporto fra madre e padre. Quanto ai piccoli e apparentemente irrisolvibili problemi quotidiani, il pensiero che l’anoressia potrebbe diventare una malattia mortale dovrebbe essere un forte stimolo a trovare delle soluzioni efficaci.

I disturbi alimentari non vanno visti come delle fissazioni, dei vizi o delle frivolezze. Non si può pensare di risolvere il problema semplicemente evitando di parlarne, perché se è vero che i soggetti hanno scelto spesso con consapevolezza e volontà di entrare in anoressia, è anche vero che poi ne diventano succubi e non riescono più a uscirne da soli. Un po’ come una tossico-dipendenza, dato che il cervello di una persona mal nutrita non è in grado di funzionare correttamente e rende quindi l’interessato assai meno capace di intendere e di volere.

Per comprendere la gravità della situazione basti pensare che una ricerca recente ha mostrato come la maggior parte dei ragazzi anoressici intervistati temesse assai di più di guadagnare qualche chilo piuttosto che perdere i propri genitori, ammalarsi di cancro o sperimentare un olocausto nucleare…
I genitori dunque non devono tanto spiegare, ammonire, minacciare, quanto parlare con i propri figli, cercare di capire, offrire supporto, protezione, comprensione, aiuto. E’ importante tenere con loro  un atteggiamento onesto, aperto, comunicativo ed empatico.
 
L’anoressia infatti è anche e soprattutto una richiesta di affetto e di considerazione, da parte dell’adolescente. Non che il soggetto anoressico manchi di amore da parte dei genitori, anzi, in genere essi sono iperprotettivi ed in particolare la madre è onnipresente nella vita della figlia anoressica, mentre il padre, pur essendo affettuoso, è solitamente una persona assente dalla vita familiare, oppure è una figura debole. La madre dell’anoressica è descritta come poco propensa a comprendere le problematiche psicologiche della figlia (ma anche sue e della sua relazione di coppia) e tendente a dare importanza prevalentemente agli aspetti della funzionalità organica, rivolgendosi al medico, per sé e per gli altri della famiglia, ogni qual volta avverte il peso di un disagio di tipo psicologico.

Questo non significa assolutamente che i genitori siano i veri responsabili dell’anoressia del figlio o della figlia: come si è detto, a volte il ragazzo o la ragazza scelgono di entrare in anoressia perché semplicemente è una cosa che va di moda. Quello che è vero è che i genitori sono delle figure essenziali ed imprescindibili per prevenire la cronicizzazione del disturbo alimentare, una volta che si siano manifestati i primi sintomi, attraverso la modificazione di alcune regole familiari e, soprattutto, del proprio comportamento, che può essere 'buono' ma 'disfunzionale'.
 
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Ultimo aggiornamento psicolinea.it: 12/12/2011

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