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Quando i genitori litigano

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di Walter La Gatta
 

Nell’infanzia non tutti i traumi sono immediatamente comprensibili al bambino. Ve ne sono alcuni nascosti, di cui spesso rimane una scarsa consapevolezza nell’età adulta, ma che producono comunque i loro effetti sulla personalità e sul comportamento. Tra questi traumi infantili ve ne è uno molto traumatizzante, anche se non sperimentato direttamente, sulla propria pelle: esso riguarda la conflittualità violenta fra genitori, situazione che espone il bambino a scene di tensione e violenza di cui si trova involontario spettatore (violenza assistita intrafamiliare). Si tratta di quegli eventi in cui i genitori interagiscono con atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale. Poiché questi atti si consumano tra figure affettivamente significative, come quelle dei genitori,  il bambino non può esimersi dal percepirne gli effetti, che in genere sono, ovviamente, negativi.

L’elaborazione cognitiva di tali eventi dipende anzitutto dalla maturità dei figli, ovvero dallo stadio di sviluppo da essi raggiunto sia a livello cognitivo che affettivo. Il bambino infatti osserva sin da piccolissimo la relazione esistente tra i suoi genitori e la elabora secondo le possibilità che ha di percepire e di comprendere, oltre che dalle esperienze pregresse.

Molto dipende poi dal tipo di conflittualità: come si manifesta? Con quale intensità e frequenza? Come si risolve? E’ ovvio che se il conflitto diventa un appuntamento fisso nella giornata del bambino, se si manifesta con un’intensità ogni volta crescente, nella quale sono compresi atti di violenza o espressioni verbali particolarmente forti, lancio di oggetti, minacce con armi o coltelli, questo conflitto fra genitori diventa fonte di grave insicurezza nel bambino, che reagisce con sintomatologie patologiche più o meno accentuate (dal punto di vista comportamentale comportamenti aggressivi o devianti, calo del rendimento scolastico, comportamenti autolesionistici ecc., dal punto di vista emotivo perdita dell’autostima, sentimenti di melanconia e depressione, stati ansiosi, ecc.). 

Se gli eventi, pur vissuti dal piccolo in modo negativo, non generano in lui preoccupazioni eccessive, egli  tende a rimuovere la sua attenzione, preferendo non accorgersi di quanto lo circonda. Anche se non subisce in prima persona delle lesioni fisiche infatti, l’essere esposto ad un clima emotivo terrorizzante lo porta o a responsabilizzarsi,  sentendosi ad esempio irragionevolmente in colpa per ciò che accade fra i genitori (o per il fatto di non saper trovare una soluzione a questo problema), oppure a mostrarsi del tutto disinteressato.

In una seconda elaborazione tuttavia è possibile che il bambino si ponga delle domande ulteriori, per cercare di comprendere meglio la relazione fra i suoi genitori. E ciò che non funziona fra loro. E’ in questa fase che diventa particolarmente attento a cogliere ogni sfumatura: negli sguardi, nelle espressioni verbali, nei comportamenti dei propri familiari e degli altri adulti con cui i familiari hanno un dialogo.

Anche se, in questa fase, il bambino si mostra distratto, registra con precisione ogni piccola mossa nell’ambiente e comincia a farsi delle idee personali, attribuendo la responsabilità di quanto avviene all’uno o all’altro genitore. Il suo giudizio non sarà sempre obiettivo: infatti prima dei dieci anni il bambino tende a valutare solamente la realtà percepibile, oggettiva, rispetto ad un altro tipo di realtà che egli non può cogliere, in quanto il suo pensiero è ancora irreversibile e non riesce a mettere in relazione avvenimenti e situazioni dando loro una logica consequenzialità e formulando ipotesi e deduzioni in merito.

Per questo sarà più orientato a difendere sempre il genitore che appare più sofferente e a vedere nell’altro il ‘carnefice’, il responsabile degli eventi negativi che accadono in famiglia. L’intervento psicologico sul minore in questi casi deve essere anzitutto mirato ad ottenere una descrizione degli eventi da parte del bambino, in modo da comprendere, attraverso le sue verbalizzazioni e narrazioni, ciò che ha pensato e provato per fornirsi delle spiegazioni e trovare eventuali soluzioni.
 

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Ultimo aggiornamento psicolinea.it: 12/12/2011

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