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Tutti i gruppi
sociali creano delle norme e tentano, in determinati momenti e
circostanze, di farle rispettare. Le norme sociali indicano i tipi di
comportamento ‘giusti’ e quelli ‘sbagliati’. Generalmente, le persone
che vivono all’interno di una determinata società, tendono ad
interiorizzarne le norme comuni ed i modelli sociali di riferimento.
Questo si traduce nell’accettazione, anche a livello privato,
dell’opinione del gruppo. In caso di incertezza, ad esempio una
persona che si viene a trovare in situazioni ambigue, confuse,
incerte, tende ad assumere il comportamento degli altri come fonte di
informazione e ad adeguarsi a tale comportamento per uscire dalla
difficoltà.
Come si vede l’influenza sociale porta al conformismo, cioè alla
tendenza ad approvare le opinioni ed i comportamenti delle persone o
dei gruppi di persone cui si attribuisce il ruolo di ‘esperti’, il cui
consiglio sarà considerato prezioso ed accettato acriticamente.
Se una persona
mette in atto un comportamento che si allontana da quelli che sono i
modelli sociali dominanti, le norme vigenti, legali o consuetudinarie,
esplicite o implicite, si dice che è ‘deviante’.
Anzitutto va fatta una distinzione importante fra ‘devianza’ e ‘anomia’:
mentre in quest’ultima infatti le persone mettono in atto dei
comportamenti assolutamente privi di regole o ostili alle norme
sociali, nella devianza non si esce completamente fuori dalle regole e
l’ostilità sociale non è mai totale. Chi si suicida ad esempio, mette
in atto un comportamento anomico, perché non c’è modo più evidente per
esprimere il proprio distacco da qualsiasi forma di convivenza. Chi
ruba invece, sebbene scelga dei comportamenti stigmatizzati dalla
società, segue comunque delle regole, come fa la criminalità
organizzata, che è estranea ai modelli di comportamento sociali
dominanti, ma non per questo è priva di regole.
Devianza non vuol dire, d’altra parte, illegalità. Esiste ad esempio
una pornografia legale, ma questo non esime dal considerare chi ne fa
uso un deviante, così come esistono delle cose assolutamente illegali
(es. evadere il fisco, abusivismo) che però vengono ampiamente
tollerate e chi mette in atto questi comportamenti non viene
assolutamente considerato un deviante. Semmai un furbo.
Per questo la devianza non può essere classificata secondo un rigido
modello di spiegazione, ma va studiata rispetto alle situazioni, ai
comportamenti, alle attività ed anche alle aspettative degli altri.
La sociologia iniziò a studiare il fenomeno della devianza all’inizio
del secolo scorso. In particolare se ne occupò la scuola di Chicago,
che conduceva studi e ricerche per individuare i fattori ambientali
che favorivano il comportamento deviante.
La scuola struttural-funzionalista ad esempio vedeva nella devianza
l’espressione della dissociazione fra i modelli culturali proposti dal
sistema sociale ed i mezzi da questo previsti per raggiungerli. R.K.
Merton invece descrisse i devianti come quei soggetti che rifiutano le
mete ed i percorsi stabiliti dalle Istituzioni e vanno alla ricerca,
con il loro comportamento, di modalità alternative di adattamento.
Un’idea abbastanza condivisa, portata avanti, tra l’altro, da A.K.
Cohen, legava la devianza soggettiva all’appartenenza ad una classe
svantaggiata che, sentendosi esclusa dal sistema, sapendo che non si
avevano mete da raggiungere, trovava la propria identità attraverso
l’adesione ad una sub-cultura emarginata, considerata ovviamente
‘deviante’ dalla classe dominante.
Quando una persona ha compiuto un atto di ‘devianza primaria’ viene
allontanata o respinta dalla società, diventa un ‘outsider’ e, se i
suoi tentativi di reinserimento falliscono, è abbastanza frequente che
questa persona prenda la strada della ‘devianza secondaria’, che rende
definitivo il ruolo deviante.
Da un punto di vista pi strettamente psicologico, esistono diversi
modelli esplicativi del comportamento deviante:
1. Modello biologico-costituzionale
Supponendo l’esistenza di una determinante biologica alla base del
comportamento deviante si ricercano eventuali correlazioni fra le
caratteristiche genetiche o somatiche dell’individuo ed i suoi
comportamenti. Questo orientamento ha preso l’avvio dalle teorie del
Lombroso sul finire dell’ottocento ed alcuni filoni di ricerca non
sono del tutto estinti.
2. Modello psicoanalitico
In questo ambito si fa risalire la propensione al comportamento
deviante in seguito ad un processo di crescita psicologico non ideale,
in cui la formazione del SuperIo è avvenuta in modo incompleto con
conseguente carenza del controllo delle pulsioni, o per
identificazione con figure criminali, con conseguente attribuzione
dell’azione criminosa a istanze superegoiche.
Secondo Sigmund Freud esistono criminali per ‘senso di colpa’ che
commettono reati al solo scopo di ottenere una punizione che in
qualche modo li riscatta dai profondi sensi di colpa connessi ai
desideri edipici, mentre teorie psicoanalitiche più recenti fanno
risalire le condotte criminose a disturbi emotivi maturati nei
primissimi anni di vita, nel rapporto con la figura materna, o a
contesti socio-economici ed affettivi di grave privazione.
3. Modello comportamentista
Secondo questo modello le norme sociali si apprendono attraverso le
associazioni fra un determinato comportamento e le sue conseguenze.
Perciò, se un bambino commette un atto sbagliato, riceverà delle
sanzioni dai genitori e questo permetterà l’apprendimento corretto
delle norme. Ci sono tuttavia delle persone che non riescono a fare
tesoro di certi condizionamenti, per caratteristiche personali che li
portano ad assumere con più facilità dei comportamenti devianti. E’ il
caso degli estroversi che, secondo H.J. Eysenck sono piuttosto
insensibili ai condizionamenti.
4. Modello
psico-sociale
In questo ambito ci si occupa di tutte le componenti ambientali, come
le condizioni familiari, culturali ed economiche che possono favorire
il comportamento deviante, senza trascurare l’influsso dei media e i
processi di identificazione con le forme di crimine divulgate.
Chi viene da famiglie svantaggiate può cercare di essere accolto in
gruppi dove l’identità negativa trova un sostegno e un appoggio e dove
le remore del proprio Super Io vengono fatte tacere da un Super Io di
gruppo che lo rimpiazza. Il gruppo sopprimerebbe i sensi di colpa
dell’individuo attraverso la negazione della responsabilità, la
negazione dell’offesa (non riguardo all’atto compiuto, ma al torto di
aver compiuto un tale atto), la minimizzazione del valore della
vittima, la fedeltà al gruppo.
Oggi si tende a considerare la criminalità e la devianza come il
risultato di una complessa interazione di più fattori, difficilmente
isolabili fra loro, che intervengono a definire la tipologia detta
‘sociopatica’
Fonti bibliografiche:
AAVV Dizionario di Filosofia, Garzanti
Becker H. S., Outsiders, Ed. Gruppo Abele
Galimberti U., Dizionario di Psicologia, De Agostini
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