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Devianza e criminalità

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Dr. Giuliana Proietti
 

Tutti i gruppi sociali creano delle norme e tentano, in determinati momenti e circostanze, di farle rispettare. Le norme sociali indicano i tipi di comportamento ‘giusti’ e quelli ‘sbagliati’. Generalmente, le persone che vivono all’interno di una determinata società, tendono ad interiorizzarne le norme comuni ed i modelli sociali di riferimento. Questo si traduce nell’accettazione, anche a livello privato, dell’opinione del gruppo. In caso di incertezza, ad esempio una persona che si viene a trovare in situazioni ambigue, confuse, incerte, tende ad assumere il comportamento degli altri come fonte di informazione e ad adeguarsi a tale comportamento per uscire dalla difficoltà. 

Come si vede l’influenza sociale porta al conformismo, cioè alla tendenza ad approvare le opinioni ed i comportamenti delle persone o dei gruppi di persone cui si attribuisce il ruolo di ‘esperti’, il cui consiglio sarà considerato prezioso ed accettato acriticamente.

Se una persona mette in atto un comportamento che si allontana da quelli che sono i modelli sociali dominanti, le norme vigenti, legali o consuetudinarie, esplicite o implicite, si dice che è ‘deviante’.

Anzitutto va fatta una distinzione importante fra ‘devianza’ e ‘anomia’: mentre in quest’ultima infatti le persone mettono in atto dei comportamenti assolutamente privi di regole o ostili alle norme sociali, nella devianza non si esce completamente fuori dalle regole e l’ostilità sociale non è mai totale. Chi si suicida ad esempio, mette in atto un comportamento anomico, perché non c’è modo più evidente per esprimere il proprio distacco da qualsiasi forma di convivenza. Chi ruba invece, sebbene scelga dei comportamenti stigmatizzati dalla società, segue comunque delle regole, come fa la criminalità organizzata, che è estranea ai modelli di comportamento sociali dominanti, ma non per questo è priva di regole.

Devianza non vuol dire, d’altra parte, illegalità. Esiste ad esempio una pornografia legale, ma questo non esime dal considerare chi ne fa uso un deviante, così come esistono delle cose assolutamente illegali (es. evadere il fisco, abusivismo) che però vengono ampiamente tollerate e chi mette in atto questi comportamenti non viene assolutamente considerato un deviante. Semmai un furbo.

Per questo la devianza non può essere classificata secondo un rigido modello di spiegazione, ma va studiata rispetto alle situazioni, ai comportamenti, alle attività ed anche alle aspettative degli altri.

La sociologia iniziò a studiare il fenomeno della devianza all’inizio del secolo scorso. In particolare se ne occupò la scuola di Chicago, che conduceva studi e ricerche per individuare i fattori ambientali che favorivano il comportamento deviante.

La scuola struttural-funzionalista ad esempio vedeva nella devianza l’espressione della dissociazione fra i modelli culturali proposti dal sistema sociale ed i mezzi da questo previsti per raggiungerli. R.K. Merton invece descrisse i devianti come quei soggetti che rifiutano le mete ed i percorsi stabiliti dalle Istituzioni e vanno alla ricerca, con il loro comportamento, di modalità alternative di adattamento.
Un’idea abbastanza condivisa, portata avanti, tra l’altro, da A.K. Cohen, legava la devianza soggettiva all’appartenenza ad una classe svantaggiata che, sentendosi esclusa dal sistema, sapendo che non si avevano mete da raggiungere, trovava la propria identità attraverso l’adesione ad una sub-cultura emarginata, considerata ovviamente ‘deviante’ dalla classe dominante.
Quando una persona ha compiuto un atto di ‘devianza primaria’ viene allontanata o respinta dalla società, diventa un ‘outsider’ e, se i suoi tentativi di reinserimento falliscono, è abbastanza frequente che questa persona prenda la strada della ‘devianza secondaria’, che rende definitivo il ruolo deviante.

Da un punto di vista pi strettamente psicologico, esistono diversi modelli esplicativi del comportamento deviante:

1. Modello biologico-costituzionale

Supponendo l’esistenza di una determinante biologica alla base del comportamento deviante si ricercano eventuali correlazioni fra le caratteristiche genetiche o somatiche dell’individuo ed i suoi comportamenti. Questo orientamento ha preso l’avvio dalle teorie del Lombroso sul finire dell’ottocento ed alcuni filoni di ricerca non sono del tutto estinti.

2. Modello psicoanalitico

In questo ambito si fa risalire la propensione al comportamento deviante in seguito ad un processo di crescita psicologico non ideale, in cui la formazione del SuperIo è avvenuta in modo incompleto con conseguente carenza del controllo delle pulsioni, o per identificazione con figure criminali, con conseguente attribuzione dell’azione criminosa a istanze superegoiche.
Secondo Sigmund Freud esistono criminali per ‘senso di colpa’ che commettono reati al solo scopo di ottenere una punizione che in qualche modo li riscatta dai profondi sensi di colpa connessi ai desideri edipici, mentre teorie psicoanalitiche più recenti fanno risalire le condotte criminose a disturbi emotivi maturati nei primissimi anni di vita, nel rapporto con la figura materna, o a contesti socio-economici ed affettivi di grave privazione.

3. Modello comportamentista

Secondo questo modello le norme sociali si apprendono attraverso le associazioni fra un determinato comportamento e le sue conseguenze. Perciò, se un bambino commette un atto sbagliato, riceverà delle sanzioni dai genitori e questo permetterà l’apprendimento corretto delle norme. Ci sono tuttavia delle persone che non riescono a fare tesoro di certi condizionamenti, per caratteristiche personali che li portano ad assumere con più facilità dei comportamenti devianti. E’ il caso degli estroversi che, secondo H.J. Eysenck sono piuttosto insensibili ai condizionamenti. 

4. Modello psico-sociale

In questo ambito ci si occupa di tutte le componenti ambientali, come le condizioni familiari, culturali ed economiche che possono favorire il comportamento deviante, senza trascurare l’influsso dei media e i processi di identificazione con le forme di crimine divulgate.
Chi viene da famiglie svantaggiate può cercare di essere accolto in gruppi dove l’identità negativa trova un sostegno e un appoggio e dove le remore del proprio Super Io vengono fatte tacere da un Super Io di gruppo che lo rimpiazza. Il gruppo sopprimerebbe i sensi di colpa dell’individuo attraverso la negazione della responsabilità, la negazione dell’offesa (non riguardo all’atto compiuto, ma al torto di aver compiuto un tale atto), la minimizzazione del valore della vittima, la fedeltà al gruppo.

Oggi si tende a considerare la criminalità e la devianza come il risultato di una complessa interazione di più fattori, difficilmente isolabili fra loro, che intervengono a definire la tipologia detta ‘sociopatica’

Fonti bibliografiche:
AAVV Dizionario di Filosofia, Garzanti
Becker H. S., Outsiders, Ed. Gruppo Abele
Galimberti U., Dizionario di Psicologia, De Agostini

 

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Ultimo aggiornamento psicolinea.it: 12/12/2011

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