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La dignità del morire

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Bioetica e politica: il valore della formazione critica per un autentico intervento d’amore
 


di
Ines Testoni*, Federica Martini**
 

Parte precedente.

Il concetto di dignità del morire, espresso dalle prospettive che orientano la cura secondo l’approccio centrato sulla persona, accoglie due opposte fazioni, entrambe impegnate sul fronte della definizione di quali siano i gesti che esprimono amore per colui che soffre prima di morire e per coloro che lo accompagnano fino alla consapevolezza della perdita irreversibile. Su un versante si dispongono i cattolici che attribuendo alla vita del corpo un primato assoluto ritengono che qualsiasi scelta che ne accorci la durata sia male, dall’altro si disperdono i fedeli di altre confessioni, laici e non credenti, i quali ritengono che qualsiasi forzatura che allunghi le sofferenze del morente in nome di una vita insopportabile sia una violenza estrema. I termini della questione accendono il dibattito internazionale, non solo rispetto al delicato versante dell’eutanasia ma anche dinanzi a quello della palliazione. Altresì, in base alle prospettive assunte, si definiscono modi diversi di gestire il cordoglio anticipatorio e la successiva elaborazione del lutto, in quanto i sopravvissuti attribuiscono senso al dolore della separazione orientando il giudizio sul percorso della separazione vissuto in base ai valori di riferimento. Quando però i parametri che hanno guidato l’accompagnamento risultano a chi si prende cura del morente estrinseci ai propri criteri di giudizio, ovvero non sentiti autenticamente propri e per questo considerati dubitabili o incomprensibili, oppure percepiti come imposizioni rispetto alle quali è stata esercitata una qualche forma di deroga interiore, l’elaborazione del lutto si fa straziante e lascia nel cuore le ombre della colpa e la sensazione di imperdonabile inadeguatezza.

Le modalità di gestione del tema della morte e del morire, come pure di quello intorno al nascere, differenzia l’Italia dal resto dell’Europa in quanto la forte matrice cattolica influenza profondamente le politiche che riguardano la vita. Ogni questione inerente alla dimensione biologica viene amministrata sempre di più da questo specifico universo religioso, il quale, grazie alla potenza conquistata in millenni di storia, per un verso orienta la ricerca e la pratica scientifica secondo le proprie volontà etiche e per l’altro rende queste ultime un limite bioetico che deve essere rispettato non solo a livello di condotta morale dei credenti, come accade per esempio per altre confessioni che si rivolgono alle strutture sanitarie in grado di garantire l’applicazione di tecniche di cura consone al loro credo, ma anche da parte di coloro che non sono cattolici. Molte religioni, non solo quella cattolica, tendono a imporre la propria etica in termini assolutistici, cercando di impostare l’azione politica secondo la propria specifica visione del mondo. Il pensiero laico di converso se per un verso, a partire dalla rivoluzione illuminista, ha educato l’umanità al rispetto della plurivocità delle fedi quindi al valore della dialettica critica, per l’altro sembra essere sempre meno capace di declinare nella prassi democratica il rispetto dei propri principi garantendo e pretendendo da ogni dominio discreto delle ideologie in gioco il reciproco rispetto e riconoscimento, attraverso la regolamentazione degli scambi e del confronto nella molteplicità dei punti di vista. La questione non è indifferente e mobilita fortemente una significativa opposizione di intellettuali che si espongo per esprimere una posizione laica in grado di accogliere sia le istanze cattoliche sia quelle di altre confessioni religiose, nonché i bisogni di chi ritiene che il proprio rapporto con Dio non debba fare i conti con alcuna dottrina, o perché Dio non esiste o perché considera il proprio rapporto con Dio ancora indecifrato. Come si discute in Autopsia filosofica. Il momento giusto per morire tra suicidio razionale ed eternità (Testoni, 2007, Apogeo, Milano) il problema riguarda non solo la dimensione politica della laicità dello Stato, ma anche quella epistemologica della scienza e delle sue applicazioni tecniche, ove ciò che emerge è il problema relativo al rapporto tra dolore e spiegazione che ne giustifica la necessità in nome di valori religiosi che non sono riconosciuti da coloro ai quali è richiesto di doverlo patire, là dove da ultimo l’insopportabilità della vita si fa incarnazione dell’orrore come male estremo.

L’inevitabilità di superare il pólemos tra le diverse posizioni di fede e laiche comincia proprio a partire dal concetto cardine di “dignità della persona”, che, in quanto espressione della volontà che traduce la relazione di cura in atto di amore, implica che il conflitto diventi dialettica risolvendosi in pratiche articolate eppure unitarie nella capacità di accogliere le differenti espressioni della fede rispetto a quell’incertezza fondamentale in cui consiste il non sapere che cosa significhi autenticamene morire. In questa sede assumiamo la posizione che vuole trascendere l’opposizione tra mondo laico e religioso rispetto a queste tematiche, non tanto per eludere le specifiche posizioni, quanto piuttosto per riconoscere in quale spazio intellettuale sia possibile un confronto che offra l’opportunità di allargare le competenze che informano le pratiche di aiuto. La necessità di sviluppare e orientare il dibattito, perlopiù in Italia iscritto soltanto nell’ambito ristretto degli specialisti di bioetica, offrendo termini di riferimento non unicamente morali ma anche teoretici e altresì scientifici e pragmatici, richiede che vengano coinvolte su queste tematiche tutte le discipline di pensiero e della ricerca empirica che per un verso si interessano dei temi della salute e del benessere e per l’altro che sanno delineare i profili di senso della domanda fondamentale in cui consistono la volontà di vita nonché il terrore della morte. Si tratta appunto del territorio dei Death Studies, ineludibili per la formazione critica che la Death Education intende offrire.

 Death Studies tra ricerca e formazione: un master sulla fine della vita

Lo spazio privilegiato per tali riflessioni è appunto quello che appartiene all’ambito dei Death Studies, al cui interno si sviluppano diverse ricerche. Sebbene il tema della morte nella cultura mass-mediatica subisca elusioni e travisamenti, nelle professioni filosofiche, psicologico-educative e mediche esso sta infatti guadagnando un sempre maggiore interesse. La letteratura internazionale mostra come questo fenomeno interessi il campo di intersezione tra le scienze umane e le scienze biomediche (medicina, psicologia, filosofia, pedagogia), unificate dal comune intento di migliorare l’intervento dei servizi alla persona. Negli ultimi decenni, dopo gli esenziali studi di Kubler-Ross, Vovelle, Thomson, Morin, Brown, Ariès, e, in Italia, di Campione e Viafora…, sono stati pubblicati innumerevoli studi che indiziano una crescente sensibilità rispetto ai vissuti relativi all’ultima fase della vita, nonché alle rappresentazioni della morte e della sua gestione. Quello dei Death Studies è un settore interdisciplinare di ricerca e applicazione all’interno del quale vengono istituiti percorsi di formazione che perseguono alcuni obiettivi fondamentali per preparare professionisti e operatori che sappiano essere di sostegno nella preparazione alla morte in continuità con il desiderio di dare senso e dignità al morire, umanizzando l’ultimo passaggio con la restituzione al morente della dignità di interlocutore attivo (ars moriendi) e ai suoi cari la capacità di sostenerlo in questo passaggio attraverso la gestione del cordoglio anticipatorio e l’elaborazione del lutto successiva. L’intento perseguito da questa specifica forma di educazione che richiede profonde competenze filosofiche e psicologiche è quella di liberare il discorso dal tabù il discorso sul morire e promuovere una serena interazione comunicativa intorno ai suoi processi. Oltrepassando il perimetro dell’intervento finalizzato alla gestione della privazione come “morte per decesso”, gli esperti di consulenza tanatologica giungono infatti ad interessarsi al più grande territorio della “perdita”, in cui si stanno ampliando le riflessioni e le indagini per attività di sostegno, accompagnamento, riabilitazione e terapia.


Ines Testoni e Federica Martini

* Professore di Psicologia Sociale, Dipartimento Psicologia generale, Università degli Studi di Padova

** Psicologa, collaboratrice cattedra di Psicologia Sociale, Dipartimento di Psicologia generale, Università degli Studi di Padova

Per info sul Master dell'Ateneo di Padova Death Studies and The End of Life clicca qui

 

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Ultimo aggiornamento psicolinea.it: 12/12/2011

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