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Parte precedente.
Il concetto di dignità del morire, espresso dalle prospettive
che orientano la cura secondo l’approccio centrato sulla persona,
accoglie due opposte fazioni, entrambe impegnate sul fronte della
definizione di quali siano i gesti che esprimono amore per colui che
soffre prima di morire e per coloro che lo accompagnano fino alla
consapevolezza della perdita irreversibile. Su un versante si
dispongono i cattolici che attribuendo alla vita del corpo un primato
assoluto ritengono che qualsiasi scelta che ne accorci la durata sia
male, dall’altro si disperdono i fedeli di altre confessioni, laici e
non credenti, i quali ritengono che qualsiasi forzatura che allunghi
le sofferenze del morente in nome di una vita insopportabile sia una
violenza estrema. I termini della questione accendono il dibattito
internazionale, non solo rispetto al delicato versante dell’eutanasia
ma anche dinanzi a quello della palliazione. Altresì, in base alle
prospettive assunte, si definiscono modi diversi di gestire il
cordoglio anticipatorio e la successiva elaborazione del lutto, in
quanto i sopravvissuti attribuiscono senso al dolore della separazione
orientando il giudizio sul percorso della separazione vissuto in base
ai valori di riferimento. Quando però i parametri che hanno guidato
l’accompagnamento risultano a chi si prende cura del morente
estrinseci ai propri criteri di giudizio, ovvero non sentiti
autenticamente propri e per questo considerati dubitabili o
incomprensibili, oppure percepiti come imposizioni rispetto alle quali
è stata esercitata una qualche forma di deroga interiore,
l’elaborazione del lutto si fa straziante e lascia nel cuore le ombre
della colpa e la sensazione di imperdonabile inadeguatezza.
Le modalità di gestione del tema della
morte e del morire, come pure di quello intorno al nascere,
differenzia l’Italia dal resto dell’Europa in quanto la forte matrice
cattolica influenza profondamente le politiche che riguardano la vita.
Ogni questione inerente alla dimensione biologica viene amministrata
sempre di più da questo specifico universo religioso, il quale, grazie
alla potenza conquistata in millenni di storia, per un verso orienta
la ricerca e la pratica scientifica secondo le proprie volontà etiche
e per l’altro rende queste ultime un limite bioetico che deve essere
rispettato non solo a livello di condotta morale dei credenti, come
accade per esempio per altre confessioni che si rivolgono alle
strutture sanitarie in grado di garantire l’applicazione di tecniche
di cura consone al loro credo, ma anche da parte di coloro che non
sono cattolici. Molte religioni, non solo quella cattolica, tendono a
imporre la propria etica in termini assolutistici, cercando di
impostare l’azione politica secondo la propria specifica visione del
mondo. Il pensiero laico di converso se per un verso, a partire dalla
rivoluzione illuminista, ha educato l’umanità al rispetto della
plurivocità delle fedi quindi al valore della dialettica critica, per
l’altro sembra essere sempre meno capace di declinare nella prassi
democratica il rispetto dei propri principi garantendo e pretendendo
da ogni dominio discreto delle ideologie in gioco il reciproco
rispetto e riconoscimento, attraverso la regolamentazione degli scambi
e del confronto nella molteplicità dei punti di vista. La questione
non è indifferente e mobilita fortemente una significativa opposizione
di intellettuali che si espongo per esprimere una posizione laica in
grado di accogliere sia le istanze cattoliche sia quelle di altre
confessioni religiose, nonché i bisogni di chi ritiene che il proprio
rapporto con Dio non debba fare i conti con alcuna dottrina, o perché
Dio non esiste o perché considera il proprio rapporto con Dio ancora
indecifrato. Come si discute in Autopsia filosofica. Il momento giusto
per morire tra suicidio razionale ed eternità (Testoni, 2007, Apogeo,
Milano) il problema riguarda non solo la dimensione politica della
laicità dello Stato, ma anche quella epistemologica della scienza e
delle sue applicazioni tecniche, ove ciò che emerge è il problema
relativo al rapporto tra dolore e spiegazione che ne giustifica la
necessità in nome di valori religiosi che non sono riconosciuti da
coloro ai quali è richiesto di doverlo patire, là dove da ultimo
l’insopportabilità della vita si fa incarnazione dell’orrore come male
estremo.
L’inevitabilità di superare il pólemos tra
le diverse posizioni di fede e laiche comincia proprio a partire dal
concetto cardine di “dignità della persona”, che, in quanto
espressione della volontà che traduce la relazione di cura in atto di
amore, implica che il conflitto diventi dialettica risolvendosi in
pratiche articolate eppure unitarie nella capacità di accogliere le
differenti espressioni della fede rispetto a quell’incertezza
fondamentale in cui consiste il non sapere che cosa significhi
autenticamene morire. In questa sede assumiamo la posizione che vuole
trascendere l’opposizione tra mondo laico e religioso rispetto a
queste tematiche, non tanto per eludere le specifiche posizioni,
quanto piuttosto per riconoscere in quale spazio intellettuale sia
possibile un confronto che offra l’opportunità di allargare le
competenze che informano le pratiche di aiuto. La necessità di
sviluppare e orientare il dibattito, perlopiù in Italia iscritto
soltanto nell’ambito ristretto degli specialisti di bioetica, offrendo
termini di riferimento non unicamente morali ma anche teoretici e
altresì scientifici e pragmatici, richiede che vengano coinvolte su
queste tematiche tutte le discipline di pensiero e della ricerca
empirica che per un verso si interessano dei temi della salute e del
benessere e per l’altro che sanno delineare i profili di senso della
domanda fondamentale in cui consistono la volontà di vita nonché il
terrore della morte. Si tratta appunto del territorio dei Death
Studies, ineludibili per la formazione critica che la Death Education
intende offrire.
Death Studies tra ricerca e formazione:
un master sulla fine della vita
Lo spazio privilegiato per tali
riflessioni è appunto quello che appartiene all’ambito dei Death
Studies, al cui interno si sviluppano diverse ricerche. Sebbene il
tema della morte nella cultura mass-mediatica subisca elusioni e
travisamenti, nelle professioni filosofiche, psicologico-educative e
mediche esso sta infatti guadagnando un sempre maggiore interesse. La
letteratura internazionale mostra come questo fenomeno interessi il
campo di intersezione tra le scienze umane e le scienze biomediche
(medicina, psicologia, filosofia, pedagogia), unificate dal comune
intento di migliorare l’intervento dei servizi alla persona. Negli
ultimi decenni, dopo gli esenziali studi di Kubler-Ross, Vovelle,
Thomson, Morin, Brown, Ariès, e, in Italia, di Campione e Viafora…,
sono stati pubblicati innumerevoli studi che indiziano una crescente
sensibilità rispetto ai vissuti relativi all’ultima fase della vita,
nonché alle rappresentazioni della morte e della sua gestione. Quello
dei Death Studies è un settore interdisciplinare di ricerca e
applicazione all’interno del quale vengono istituiti percorsi di
formazione che perseguono alcuni obiettivi fondamentali per preparare
professionisti e operatori che sappiano essere di sostegno nella
preparazione alla morte in continuità con il desiderio di dare senso e
dignità al morire, umanizzando l’ultimo passaggio con la restituzione
al morente della dignità di interlocutore attivo (ars moriendi) e ai
suoi cari la capacità di sostenerlo in questo passaggio attraverso la
gestione del cordoglio anticipatorio e l’elaborazione del lutto
successiva. L’intento perseguito da questa specifica forma di
educazione che richiede profonde competenze filosofiche e psicologiche
è quella di liberare il discorso dal tabù il discorso sul morire e
promuovere una serena interazione comunicativa intorno ai suoi
processi. Oltrepassando il perimetro dell’intervento finalizzato alla
gestione della privazione come “morte per decesso”, gli esperti di
consulenza tanatologica giungono infatti ad interessarsi al più grande
territorio della “perdita”, in cui si stanno ampliando le riflessioni
e le indagini per attività di sostegno, accompagnamento,
riabilitazione e terapia.
Ines Testoni e Federica Martini
* Professore di Psicologia Sociale,
Dipartimento Psicologia generale, Università degli Studi di Padova
** Psicologa, collaboratrice cattedra
di Psicologia Sociale, Dipartimento di Psicologia generale, Università
degli Studi di Padova
Per info sul Master
dell'Ateneo di Padova Death Studies and The End of Life
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