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GP
Per prima cosa vorrei chiederle di presentarsi al pubblico italiano: il
suo ultimo libro non è stato ancora pubblicato e non tutti conoscono le
teorie da lei espresse in questo suo ultimo lavoro, sui concetti di
timidezza e malattia.
CL Bene, sono uno
studioso, nato a Londra ed ora residente a Chicago.
Ho studiato e mi sono specializzato in letteratura Vittoriana in
Inghilterra, ma sin dall'inizio della mia carriera, quando non avevo
ancora compiuto i trenta anni (ora ho da poco superato i quaranta) sono
rimasto affascinato dalla psicologia e dalla psicoanalisi del
diciannovesimo secolo. In tutti e quattro i miei
libri ho parlato della letteratura vittoriana attraverso la lente di
queste teorie psicologiche. Negli ultimi anni,
come spero dimostri il libro “Shyness” ho
ampliato i miei interessi fino ad includervi la storia dell'intelletto.
Quello che sto cercando di fare dunque è utilizzare l'argomento “timidezza”
per parlare dei cambiamenti che vi sono stati nella psichiatria americana
ed europea, in particolare del cambiamento
che si è prodotto negli ultimi tre decenni, quando si è passati dalla terapia della
parola alla neuropsichiatria e alla sua enfasi sui farmaci.
GP
Perché si è interessato alla timidezza e perché ha scritto il suo ultimo
libro :
“SHYNESS: How Normal Behavior Became A Sickness”
(tr. TIMIDEZZA : come un comportamento normale è divenuto una malattia)
?
CL
Dopo aver terminato un libro sul comportamento antisociale nella
letteratura e nella cultura vittoriana
(Hatred and Civility, 2004 (tr.
Odio e civiltà),
volevo capire cosa era accaduto,
nel ventesimo e ventunesimo secolo,
alle persone particolari, a quelli che si comportavano in modo diverso e,
in particolare, alle persone timide.
Quando ho chiesto a diversi
importanti
psichiatri notizie su questa questione, essi
invariabilmente mi hanno fatto capire che questo genere di persone veniva
sottoposto a cure farmacologiche. E' così cresciuta in me la convinzione che i farmaci
venivano usati per eliminare alcuni aspetti chiave della nostra umanità -
emozioni, tratti comportamentali che possono essere estremi, ma che
rimangono parti vitali di noi esseri umani, che non possiamo semplicemente
respingere o rimuovere attraverso i farmaci. Soprattutto, chi doveva
decidere quali emozioni e comportamenti potevano restare e quali
no?
Avendo consultato tanta letteratura psichiatrica sulle varie personalità,
sull'ansia, sui disturbi dell'umore, mi sono sempre più
preoccupato di questo fatto e sulla tendenza che si andava affermando. La
psichiatria contemporanea sotto molti aspetti è profondamente
conservatrice, conformista e di vedute ristrette riguardo a quello che
essa considera il 'comportamento normale',
una categoria che si è drammaticamente ristretta negli ultimi anni
cosicché sempre meno persone riescono a rientrarvi.
In realtà, un crescente numero di persone ritiene di avere in sé qualcosa
di sbagliato, che i farmaci possono e debbono risolvere. Questa tendenza
francamente mi preoccupa. Sebbene sia vero che molte persone sono ansiose
e preoccupate per i cambiamenti richiesti da un mondo che sta cambiando, i
farmaci spesso non sono la soluzione, ma qualcosa che può rendere le cose
anche molto peggiori di prima - introducendo un gran numero di effetti
collaterali, per esempio, e non affrontando, in primo luogo, quali sono le
cause che producono tale ansia.
GP
Come sta andando la vendita del libro e dove ha incontrato maggiore
successo ed interesse? Dalle notizie che ha, ci
potrebbe dire se i suoi lettori sono soprattutto medici e psichiatri, o
pubblico non specializzato?
CL Il mio editore mi dice che la vendita del
libro sta andando molto bene (diverse migliaia di copie nei primi mesi
dalla pubblicazione). Anche le recensioni sono state in genere molto
positive e in molti hanno riconosciuto al libro il merito di portare alla
luce un capitolo importante e ampiamente ignorato della psichiatria
americana. E' gratificante constatare che
molti di coloro che lo hanno recensito considerino fondamentale che questo momento venga
esaminato e che ci si chieda, molto seriamente, se tutti i
cambiamenti introdotti negli anni ottanta erano necessari e giusti. Io non
credo che lo fossero ed il 99% dei feedback che ho ricevuto, soprattutto
attraverso lunghe e-mail, ma anche in qualche messaggio lasciato sulla
segreteria telefonica, mi dimostrano
che la maggior parte dei lettori sono d'accordo con me.
L'articolo che scrissi per il New York Times
sul mio libro e sull'eccessivo ricorso ai trattamenti farmacologici,
che fu ripreso lo stesso giorno dall'
International Herald Tribune, mi ha fatto ricevere decine di e-mail da
tutto il mondo - dalla Francia alla Nuova Zelanda, Canada, Guatemala,
molte dall'Italia, oltre che, ovviamente, da tutti gli Stati Uniti. E'
stato un po' sconvolgente, ma mi ha fatto comprendere che l'articolo e il
libro parlavano di ciò che io ritengo sia una preoccupazione diffusa fra
la gente, su valutazioni diagnostiche e medicalizzazione eccessiva,
specialmente nei confronti dei bambini più piccoli. Ho avuto modo di
sentire anche molti
medici e psichiatri che sono altrettanto preoccupati e che hanno espresso
sostegno e sollievo. Essi mi sono sinceramente grati per aver sollevato la
questione.
GP Nel libro lei
afferma che quando si esaminano i track record (dati storici) di farmaci
pubblicizzati come efficienti, rapidi e precisi, si scopre che essi sono
in realtà molto diversi. Di quale farmaco si è maggiormente occupato nel
libro?
CL Il farmaco di cui mi sono maggiormente
occupato nel libro è il Seroxat (“Paxil” negli Stati Uniti): esso non è in
grado di discriminare fra stress della vita quotidiana ed ansia cronica, cosicché finisce
per bloccare quasi tutti i segnali del cervello e del sistema nervoso
centrale, con preoccupanti rischi per la salute dei pazienti.
Quando la timidezza viene rilanciata come
'fobia sociale' inoltre, tutti i fattori psicologici, sociali e perfino
ambientali che causano reticenza nelle persone possono uscire di scena.
Essi sono rimpiazzati da un discutibile linguaggio che parla di 'squilibri
chimici' nel cervello e 'disfunzioni biologiche' che conducono a
comportamenti 'maladattivi'.
Trovo che molta di questa enfasi sia preoccupante e discutibile.
Prima di tutto, non è questo un modo appropriato per parlare di timidezza
o di ansia.
Nonostante ciò, sembra si riesca a risolvere questioni complesse, suggerendo che
biologia e genetica siano capaci di individuare di che si tratta e che nessun
altro debba preoccuparsi di queste cose. Al momento, nessuno può realmente
dire quando il cervello sia “chimicamente
bilanciato” perché, ad esempio, i
suoi livelli di serotonina, dopamina e norepinefrina fluttuano
continuamente. Molti commentatori americani amano speculare sul
fatto che vi sia un gene o anche un ormone della timidezza, ma si tratta
solo di congetture che non valgono il tempo e lo spazio che viene loro
dedicato. Un conto è dire che i geni sono responsabili di cose come il
colore degli occhi; altra cosa è, naturalmente, asserire che essi
causino tratti comportamentali largamente diffusi e indiscutibili.
GP
Il
DSM
è ampiamente considerato come la
“bibbia”
degli psichiatri,
ma lei mette in dubbio che esso sia realmente 'scientifico'.
Perché?
CL Bene, l'American
Psychiatric Association è stata generosa nel fornirmi la
possibilità, mai concessa prima ad altri, di avere accesso ai suoi archivi. Ho
potuto così consultare tutte le lettere, gli appunti, i documenti e
perfino le votazioni che avvenivano dietro le scene, prima della creazione
del
DSM-III. Quella fu la cruciale terza edizione, che apparve
nel 1980 con 112 nuovi disturbi. Credetemi, nello studiare questa
corrispondenza - che io largamente riporto nel mio libro - si perde subito
l'impressione che quello che accadeva era qualcosa di altamente
scientifico o guidato da attenta ricerca clinica. La corrispondenza rivela
invece delle straordinarie cadute nel giudizio professionale, una fretta
imbarazzante nell'associare alla bell'e meglio vaghe e discutibili liste
di sintomi, campi di battaglia e rivalità interpersonali tra psichiatri,
una a volte terribile povertà dell'intelligenza di gruppo, studio
frequente di casi clinici poco documentati e la convinzione generale che chiunque avesse
buone amicizie con i membri più influenti della task force potesse avere la sua teoria
prediletta formalizzata come un disturbo importante. Non è un bel
quadretto, e questa è la ragione per
cui questo imbarazzante capitolo della psichiatria americana fu sepolto
dietro una facciata di retorica sulla scienza e sulla ricerca
pura. Ma, come mostro nel libro,
quella facciata non è corretta. Al contrario,
essa nasconde una realtà che è assolutamente necessario che venga
conosciuta.
GP
Secondo lei ci sono delle differenze fra 'timidezza' e 'fobia sociale'?
Dove dovrebbe essere tracciata una linea di demarcazione fra le due cose?
CL Si, ci sono — o ci
dovrebbero essere — delle sostanziali differenze
fra loro. La timidezza è un comune tratto di
personalità, che è perfettamente normale. Circa la metà di ogni
popolazione (tra cui quella degli Stati Uniti) si considera timida. Al
contrario, con la fobia sociale si intende far riferimento solo a quei
soggetti che soffrono di grande ansia cronica quando interagiscono con le
persone. Il problema è che la letteratura psichiatrica confonde
continuamente i due argomenti (come del resto fa il DSM) e così la normale
timidezza è oggi considerata come un disturbo mentale.
La maggior parte degli psichiatri che ho intervistato mi ha detto,
tuttavia, che il punto di demarcazione fra timidezza e fobia sociale è
relativamente chiaro: circa il 2% dei
pazienti da loro visitati soffre di apprezzabili disturbi d'ansia,
contro la incredibile cifra di un americano su cinque (circa
il 19% della popolazione degli Stati Uniti),
che alcuni psichiatri sostengono sia la cifra esatta.
GP
E per quanto riguarda il 'disturbo di ansia sociale'? Perché, secondo lei,
gli psichiatri hanno pensato ad un'altra definizione, così simile a quella
di 'fobia sociale', che risponde più o meno agli stessi criteri
diagnostici?
CL Questa è una bella domanda.
Nel 1987, quando diversi psichiatri
furono chiamati a rivedere il DSM-III,
essi dissero che il disturbo d'ansia sociale (“social anxiety disorder”)
era un nome migliore per la fobia sociale ("social
phobia”) perché rifletteva in modo più accurato i comportamenti che
venivano osservati nella popolazione generale, fra cui l'ansia di parlare in
pubblico, l'ansia nel fissare appuntamenti a qualcuno, e perfino l'ansia nel
rapportarsi con figure autorevoli. Secondo me nessuna di queste paure, del
tutto normali, può essere definita un disturbo mentale. Al
contrario, esse sono così diffuse da essere parte della psicologia della
vita quotidiana. Ma gli psichiatri che stavano
aggiornando il manuale non la videro in questo modo. Essi pensavano di
poter aiutare tutti, definendo
sintomi del disturbo di ansia sociale questi comportamenti. Essi
insistettero per cambiare nome alla “fobia
sociale” in modo che essa potesse includere
sempre più persone. E ci riuscirono.
La lista dei sintomi ufficiali del disturbo di ansia sociale crebbe di
conseguenza, e a molte più persone (oltre 18,5
milioni di nord-americani e 3 milioni di cittadini britannici)
venne prescritto il Seroxat/Paxil come
conseguenza.
GP Nell'articolo
sul
New York Times
lei mette in guardia dall'uso eccessivo di farmaci e /o dalla 'medicalizzazione'
della società: che cosa intende esattamente?
CL Come spero dimostri l'esempio precedente,
molte persone assumono farmaci di cui non hanno bisogno.
In vero, il gran numero di psichiatri che
prescrive psicofarmaci credo sia arrivato a vedere un po' sfocata la distinzione fra ansia cronica e paure
della vita quotidiana, con il risultato che essi offrono cure farmacologiche per entrambi i casi.
Abbiamo perfino raggiunto il punto, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna,
per cui bambini molto piccoli - a volte di quattro o cinque anni - cominciano
a prendere degli psico-farmaci, nella speranza che i loro tratti infantili possano essere spazzati via tramite questi
medicinali prima che essi si evolvano, apparentemente, in disturbi della
personalità adulta. Secondo me questo è un
quadro molto allarmante.
Quando Rebecca Riley, una bambina di
quattro anni di Hull, Massachusetts, morì
l'anno scorso in seguito a cure psichiatriche, vi fu molto clamore fra il
pubblico, che chiedeva di sapere cosa stesse succedendo.
A Boston, il Massachusetts
General Hospital ammise con qualche imbarazzo che aveva in cura 955
bambini sotto i sette anni, sottoposti alla stessa cura antipsicotica. Di
fatto,
questa è solo la punta dell'iceberg, perché
rappresenta solo uno degli ospedali statunitensi, ma credo possa essere
sufficiente per dare
ai suoi lettori un'idea della grandezza del problema e del modo di pensare
che si vuole combattere.
In alcune zone, la convinzione che i
farmaci siano necessari per stroncare alcuni tratti di personalità
infantile è diventata una specie di fondamentalismo. Gli psichiatri
sono così convinti che quello che stanno facendo sia corretto e necessario
che essi continuano a dire che gruppi sempre più numerosi di bambini ed
adulti necessitano di farmaci. Io trovo questo approccio estremamente
preoccupante ed arrogante. Quasi nessuno
degli esperti parla dei ben documentati
effetti collaterali della cura farmacologica - liste di sintomi così
lunghe che potrebbero riempire diversi paragrafi. E ancora, la mentalità per
cui le medicine sono sempre necessarie e
giuste, anche se il problema che devono curare è limitato, è ciò che 'medicalizza'
la nostra società. In questo modo si perde ogni capacità di pensare ai
comportamenti in modo diverso.
GP
Se la timidezza è così comune fra gli esseri umani (nella ricerca di
Philip Zimbardo, per esempio, è chiaro che la maggior parte delle persone
'sono' o 'sono state' o 'sono in alcune occasioni' timide), perché la
maggior parte delle persone la considera ancora un problema? Perché le
persone non sono in grado di gestire al meglio questa situazione ?
CL Oggi, specialmente nel Nord America, le
persone sono incoraggiate ad essere molto aperte ed estroverse. Direi che
siamo arrivati al punto di pensare che i timidi e gli introversi non siano
normali e pertanto vengono visti con sospetto, perché sono percepiti come
persone che 'tendono a rimuginare',
'incapaci di reagire' o 'antisociali'. Nello stesso
tempo, la sola personalità che la cultura sembra ammirare è quella
definita
“perky” (vivace): il che significa essere sempre “up” ed “on”,
sempre pronti a lavorare in modo corretto, con grande zelo, facendo le
cose bene e in fretta. Gli europei sono, secondo la mia esperienza, più
diffidenti, perfino ironici, su queste norme.
Mi spiego meglio: non è che avere entusiasmo e socievolezza sia in
sé un problema: entrambi possono essere molto graditi ed attraenti.
Come lei dice, la maggior parte delle persone non rientrano in quel quadro
generale e poi quel genere di cultura non ritiene accettabili le interazioni più pacate e
tranquille tra persone.
Ma c'è di più. Se siamo pronti a considerare l'ansia
da appuntamento o del parlare in pubblico come aspetti di un disturbo
mentale, come il DSM incoraggia a fare, si
sta inoltre creando una norma che non è solamente indesiderabile per molti
di noi; è anche piuttosto irraggiungibile. Ciò
che offre il modello americano di “perkiness”
non solo è poco allettante, è anche unidimensionale ed
emozionalmente limitato: in molti casi è anche causa di nuova sofferenza,
perché rappresenta un ideale che molti di noi non potranno mai
raggiungere. Onestamente,
nel mondo di oggi, con tutta la sofferenza che
si vede e tanti giustificati motivi di preoccupazione, essere sempre
“perky” significa perdere un po' il contatto con la realtà. Certamente, è
difficile mantenere quell'atteggiamento quando si guardano giornali e
telegiornali.
GP
Pensa che possano esservi casi in cui un farmaco possa rappresentare un
sollievo per una persona timida, o almeno un valido supporto alla
psicoterapia?
CL Spesso mi viene
posta questa domanda, alla quale non è facile rispondere, perché le
circostanze possono essere realmente diverse fra una persona e l'altra. In
genere penso di si. Sono disposto ad ammettere,
forse sorprendendo i suoi lettori, che i trattamenti farmacologici - combinati
con la psicoterapia - possono in alcune occasioni essere utili, perfino
necessari, per persone che soffrono di ansia veramente cronica ed
incontenibile. Non sono, dunque, un
fondamentalista che la pensa diversamente:
il tipo che si oppone ai farmaci per qualsiasi
cosa, senza considerare i vantaggi da essi offerti. I trattamenti
farmacologici molto spesso riescono a mantenere in vita molte persone e ci
proteggono dai danni prodotti da malattie e virus, a volte mortali: non si
può non riconoscere questo fatto solo perché esso non rientra nella nostra
visione dell'umanità o della società.
Ma la cura
psichiatrica
è una cosa differente,
e mentre i suoi vantaggi in casi come la schizofrenia sono relativamente
facili da quantificare (anche se il dibattito è ancora aperto), i suoi
effetti collaterali sono ben documentati, gli effetti a lungo termine
ancora in gran parte sconosciuti e gli effetti placebo piuttosto
consistenti. I dati presentati dalla compagnie farmaceutiche al FDA
(n.d.t. Food and Drug Administration,
istituzione americana corrispondente al nostro Ministero della Salute) su questi
antidepressivi sono state molto inconcludenti.
L'effetto placebo è responsabile per almeno l'80% dei vantaggi percepiti
attraverso l'uso del farmaco.
Ma non siamo al punto di poter escludere
i possibili benefici per il restante 20%. Fino a che si può, è necessario
mantenere una mentalità aperta su questi farmaci, mentre se ne
sottolineano anche i rischi di assunzione e il bisogno di tracciare una
chiara linea di demarcazione tra ansia acuta o depressione e normali timori o
tristezza.
Come diceva Freud, c'è un confine ben chiaro fra
'tristezza isterica' e 'infelicità comune'.
GP
Aver detto che la ricerca psichiatrica e il DSM sono praticamente
manovrati dalle industrie farmaceutiche le ha procurato qualche risposta,
attacco, intimidazione ?
CL Sostanzialmente no, e spero che le cose
restino così! Tutto quello che ho ricevuto sono un paio di email arrabbiate
da parte di persone che gestiscono dei siti sull'ansia sociale, ma il
rimprovero principale che mi fanno — che sto
ignorando o minimizzando le sofferenze di chi
soffre di ansia sociale — è facile da confutare,
perché mi preoccupo di coloro che vivono queste situazioni di ansia
cronica e pertanto non banalizzerei mai ciò essi sperimentano.
E' che non sono d'accordo con la modalità in cui l'ansia sociale è stata
creata e promossa, includendovi la lista di sintomi che appartengono
alla vita quotidiana e non alla malattia mentale. A questo punto è utile
ricordare, come faccio nel mio libro, che la persona responsabile per il
riconoscimento dell'ansia sociale (Isaac Marks,
ora professore emerito di psichiatria presso la University of London)
ha combattuto con forza contro il fatto che essa venisse considerata un
particolare disturbo
di ansia. Egli ha dichiarato che essa era, in generale, una reazione perfettamente
normale allo stress prodotto dall'interazione con altre
persone. In altre parole, siamo anormali se non sperimentiamo un
po' di questa ansia. Questi due fattori, mi sembra, sono importanti da
tenere a mente.
GP Lei immaginava, scrivendo questo libro,
che esso avrebbe provocato un tale clamore in tutto il mondo?
CL Onestamente non potevo prevedere quanto
sarebbe stata grande la risposta. Certamente, sapevo che mi stavo
occupando di un materiale provocatorio, perfino incendiario, che avrebbe
disturbato molti dei personaggi principali. Quando si vede, nero su
bianco, di che cosa discutevano e come si comportavano, essi non ne escono
molto bene. Ma ciò che mi ha guidato
attraverso la consultazione di questo materiale è che esso sia un fatto di interesse pubblico:
abbiamo bisogno di conoscere molto di più sui disturbi che venivano
proposti in
modo così aggressivo
negli anni novanta come problemi diffusi e dei farmaci che sono stati pubblicizzati con
uguale zelo come loro rimedi.
Soprattutto dunque, volevo che la gente sapesse ciò che c'era
dietro la creazione dei nuovi disturbi, in modo che essa potesse giudicare
da sola se le condizioni erano state gonfiate o
descritte in modo da creare un giusto allarme. Il mio libro non sferra
pugni su questo:
basandomi su tutti gli elementi di prova che ho potuto vedere
(ne riproduco molti nel libro), credo sia chiaro che i problemi siano
stati posti in modo esagerato e sproporzionato, con degli esperti che hanno
dichiarato in modo molto serio che stiamo assistendo ad una 'epidemia' di timidezza. Ma le
persone devono pensare con la propria testa su questi fatti, dopo aver
consultato tutti gli aspetti presentati e valutato la storia da entrambi i
punti di vista.
GP Il suo libro verrà pubblicato
in lingua italiana? CL Lo
spero molto.
Il prossimo anno uscirà in francese per le
edizioni
Flammarion
e mi sembra di capire che la
Yale Press
sia in contatto, allo scopo, con altri editori
europei. In Italia ho già pubblicato un saggio con Feltrinelli e sarei
contento se questa o altre case editrici simili volessero pubblicare il
libro in italiano.
Intervista effettuata e tradotta
da Giuliana Proietti
Tutti i diritti riservati.
© copyright psicolinea.it - Dicembre 2007 |