L’analisi laica, Freud e il caso Theodor Reik

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Freud 1926Theodor Reik (Vienna, 12 maggio 1888 – New York, 31 dicembre 1969) fu uno psicoanalista austriaco, seguace e stretto collaboratore di Sigmund Freud.

Nel 1924 Reik subì una causa giudiziaria, in quanto accusato di esercizio abusivo della professione medica, dato che praticava la psicoanalisi, pur essendo laureato in filosofia.

In sua difesa intervenne lo stesso Freud, che contribuì a scagionarlo attraverso una difesa intransigente che tendeva a mostrare la legittimità dell’utilizzo della psicoanalisi anche da parte dei non medici.

Questo accadeva nel 1925, ovvero nello stesso periodo in cui in altri Paesi, come gli Stati Uniti, gli psicoanalisti non medici venivano di fatto allontanati dalla società psicoanalitica.

In una lettera indirizzata a Julius Tandler, influente medico anatomista e politico viennese, Freud si oppose alla sentenza Reik in particolare per due motivi, che così spiegò: “in primo luogo la psicoanalisi, sia che essa venga considerata una scienza o una tecnica, non è una questione puramente medica. In secondo luogo non viene insegnata agli studenti di medicina all’università”

Per “analista laico” si intendeva al tempo lo psicoanalista non medico: una persona formata alla disciplina della psicoanalisi, ma ignorante nel campo della medicina. Questa questione è andata avanti per molto tempo e, in un certo senso, la polemica non si è mai spenta completamente, in quanto vi sono ancora correnti che vorrebbero la psicoanalisi praticata da soli medici e correnti che invece vorrebbero l’apertura della disciplina psicoanalitica anche a persone appositamente formate, ma non necessariamente laureate in medicina.

Nel 1926, Freud tornò nuovamente sull’argomento con lo scritto Il problema dell’analisi condotta da non medici : «Se gli organi ufficiali, che la psicoanalisi finora ha ben poco da ringraziare, vogliono vedere in essa un intervento efficace ma anche pericoloso, allora devono procurare che simili interventi non vengano intrapresi con superficialità da parte di persone inesperte, che siano medici o no».

Il problema dunque, per le autorità, non riguardava tanto la formazione dello psicoanalista, quanto la sua preformazione: una laurea in medicina era rassicurante, perché distingueva nettamente lo psicoanalista dal ciarlatano.

L’argomento veniva particolarmente dibattuto in America. Oberndorf, segretario della «Società psicoanalitica» di New York nel 1924, affermò che «l’appartenenza rimane esclusivamente riservata ai laureati in medicina».
Anna Freud la pensava diversamente e, in una discussione che riguardava l’organizzazione della Hampstead Clinic fece presente ad un collega americano, che aveva usato l’espressione «analisti laici», che questi non erano dei “laici”, ma dei professionisti a tutti gli effetti.

Nel suo lavoro intitolato Psycoanalysis in the United States, pubblicato nel 1966 all’interno della raccolta Psycoanalytic Pioneers, cinquantun anni più tardi, e in completo accordo con la psicoanalisi americana vincente, John A.P. Millet ebbe a scrivere: «I legami della psicoanalisi con la medicina stanno gradualmente diventando più forti, man mano che gli psicoanalisti lavorano come membri rispettati di équipes universitarie e ospedaliere, come insegnanti di studenti universitari e impegnandosi nella ricerca di base. Spero fortemente che la tendenza all’integrazione della formazione psicoanalitica con i programma psichiatrici ufficiali diventerà il modello preferito ed eventualmente l’unico dell’educazione e dell’autorizzazione di psicoanalisti. Il termine «istituto» muoia di lenta ma non penosa morte…».

Fino alla fine della Prima Guerra mondiale tuttavia il problema non si era posto: per il futuro analista all’epoca bastava la sola analisi personale, che peraltro era una formazione che richiedeva solo pochi mesi.

Nel VI Congresso internazionale, tenuto all’Aia nel 1920, Ernest Jones (1920) affermò che una delle principali difficoltà dei gruppi locali in Inghilterra e in America consisteva «nel raggiungere una giusta composizione dei membri». Le condizioni di accesso, diceva Jones, erano allora piuttosto (troppo?) indulgenti. Le cose però presto cambiarono.

Nel 1922, nella riunione annuale dell’«American Psychonalytic Association» il Dr. Coriat propose che di stabilire dei nuovi statuti, secondo i quali solo i medici potevano essere ammessi come membri, con norme che non dovevano avere effetto retroattivo (Coriat, 1922).

Nel 1925 venne decisa la formazione di un comitato di studi internazionale; nella successiva Assemblea generale il Dr. Oberndorf sostenne che era necessario escludere i non medici, i quali potevano essere accettati soltanto come ospiti, sebbene gli europei fossero favorevoli alla psicoanalisi non medica e ritenessero la limitazione americana un regresso scientifico.

In una lettera di Freud a Paul Federn, del 27 marzo 1926 leggiamo:

Caro dottore, la ringrazio per la relazione dettagliata della discussione sulla questione dei laici nella società. Per quanto mi riguarda, nulla è cambiato. Non voglio che i membri si adeguino alle mie idee, ma sosterrò la mia posizione in privato, in pubblico e davanti ai tribunali senza limitazioni, anche se dovessi rimanere da solo. Per il momento, tra i miei discepoli ci sono sempre alcuni che stanno dalla mia parte. Non ho intenzione di accentuare la differenza con gli altri, fino a che è possibile evitarlo. Se si presenterà un’occasione più significativa, la utilizzerò, senza turbare i nostri ulteriori rapporti, per rinunciare alla presidenza solo nominale della società. La battaglia per l’analisi dei laici deve essere combattuta fino in fondo una volta o l’altra. Meglio ora che più tardi. Finché vivrò, mi opporrò al fatto che la psicoanalisi venga inghiottita dalla medicina. Naturalmente non c’è alcun motivo di tenere segrete queste mie idee ai membri della società. Saluti cordiali, Suo Freud.

Dr. Giuliana Proietti, psicoterapeuta, Ancona

Fonti:

Freud Museum
Harald Leupold-Löwenthal,PER LA STORIA DELLA “QUESTIONE DELL’ANALISI LAICA”, Sic edizioni

Immagine: Freud 1926, Wikimedia

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