Libri di Sigmund Freud

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Freud vita e morteLibri di Sigmund Freud

a cura della Redazione di Psicolinea.it

● Sigmund Freud, L’INTERPRETAZIONE DEI SOGNI (1899)

Il volume della Traumdeutung (Interpretazione dei sogni) uscì in realtà il 14 novembre 1899, ma l’editore preferì scrivere sul frontespizio la data del 1900. Fu una geniale intuizione, perché questo libro era destinato ad incidere profondamente sulla vita delle persone vissute in quel secolo.
Il libro, specialmente nell’edizione in lingua originale, ha un’esposizione particolarmente brillante, ricca di riferimenti culturali e di episodi della vita dello stesso Freud e dei suoi pazienti.
Come spesso accade, i contemporanei non si resero immediatamente conto della portata storica e culturale del libro ed infatti se ne vendettero poche copie.
Ma di cosa parla, in effetti, questo libro? Parla di sogni, come è facile intuire, solo che per la prima volta questi sogni non vengono analizzati per cercarvi dei presagi, ma per scoprirvi una parte della nostra personalità, che è nascosta rispetto alla nostra percezione cosciente e che emerge invece nei pensieri e nelle emozioni della notte.
In questo libro Freud parla per la prima volta del sogno come di una ‘soddisfazione allucinatoria di un desiderio rimosso nell’infanzia’ e lo indica come la ‘strada maestra’ per raggiungere i contenuti dell’inconscio.

Che vuol dire?
Il desiderio rimosso di cui parla Freud ha le sue radici nella sessualità infantile: si tratta di fantasie sessuali che il bambino non può soddisfare nella realtà e che pertanto caccia nell’inconscio, una sorta di magazzino segreto, di cui nemmeno il proprietario ha le chiavi, dove questi desideri si depositano e restano vivi, ma sono come ‘prigionieri’ della censura onirica (parte dell’io cosciente). Allo stato vigile essi non riescono quasi mai ad esprimersi, mentre nel sonno possono farlo, ma devono comunque sottoporsi a modifiche e ad attenuazioni, che rendono alla fine irriconoscibile il significato originale del sogno.
E’ per questo che i sogni sono ‘strambi’: infatti i suoi contenuti sono spesso condensati nello spazio e nel tempo, spostati su un oggetto o una persona al posto di un’altra, simbolizzati, permettendo ad un oggetto di essere rappresentato in vece di un altro, drammatizzati, nel senso che ogni sogno diventa una sorta di rappresentazione scenica in cui si muovono i personaggi dell’inconscio.
Il risultato è che nel sogno c’è un ‘contenuto manifesto’ (quello che si ricorda e si racconta quando ci si sveglia) e un ‘contenuto latente’ (significato del sogno che il soggetto non riesce a comprendere). Il contenuto latente contiene il vero significato del sogno stesso, mentre il contenuto manifesto non è altro che una maschera, una facciata.
Lo psicoanalista deve partire dal contenuto manifesto del sogno, spesso insensato, e, per mezzo delle libere associazioni del paziente, percorrere il cammino fino a raggiungere il contenuto latente del sogno, che invece ha sempre un significato. I sogni infatti non sono mai ‘inutili’: per cominciare essi sono i custodi del sonno e poi servono per soddisfare i desideri rimossi. Questo vale anche per gli incubi, che hanno la stessa finalità, dal momento che possono inseguire ad esempio il desiderio inconscio di essere puniti.
Dunque, le novità del libro sono anzitutto due: il riconoscimento dell’esistenza dell’inconscio e della sessualità infantile. I desideri sessuali infantili, infatti, per Freud si esprimono inizialmente sul genitore di sesso opposto (complesso di Edipo), escludendo il genitore dello stesso sesso: questo concetto fu, più di ogni altra cosa, la pietra dello scandalo per la comunità scientifica del tempo.
Questo libro è ancora di attualità, perché a cento anni da questa esposizione, questi concetti vengono ancora ritenuti importantissimi, anche se la pratica clinica ha portato ad estendere i contenuti dell’inconscio: non solo ai desideri sessuali, ma anche ai ricordi, ai traumi, alle prime relazioni con l’ambiente esterno. Interpretare i sogni in psicoterapia vuol dire imparare a conoscere profondamente i propri sentimenti, le ansie, le modalità difensive attuate nelle varie situazioni della vita.

●Sigmund Freud, PSICOPATOLOGIA DELLA VITA QUOTIDIANA (1904)

Nel 1904 Freud pubblicò la Psicopatologia della Vita Quotidiana (1901) in forma di volume. Con questo libro egli trovò crescente riconoscimento in vari ambienti, tanto che nel mese di settembre cominciò una corrispondenza con Eugen Bleuler. E’ un libro scritto ai suoi tempi in maniera molto brillante; questo stile lo si può ancora oggi cogliere in qualche passaggio, mentre in alcune parti ci pare un po’ appannato dal tempo, essendo la nostra vita quotidiana ben diversa da quella dei tempi di Freud. In ogni caso, per chi si interessi di psicoanalisi o semplicemente di psicologia è assolutamente un ‘must’.
Il tema principale è rappresentato dalla memoria, un argomento centrale per la psicoanalisi che fa dei ricordi, della connessione fra le tracce mnestiche attuali e le esperienze passate, l’asse del suo intervento. L’interrogativo che si impone riguarda il perché certi avvenimenti subiscano una cancellazione mentre altri si impongono con eccezionale intensità. Nel quadro interpretativo di Freud l’amnesia non è marginale, né casuale: come risultato della rimozione essa appare invece costitutiva.
Nel libro si possono trovare un numero considerevole di esempi tratti dalle esperienze personali di Freud, ma anche dei suoi pazienti, amici, conoscenti, ecc. Freud racconta nel libro tutti quei comportamenti che costellano la nostra vita quotidiana, apparentemente non intenzionali, come i lapsus, le dimenticanze inspiegabili, gli atti maldestri o mancati.
Freud ci spiega che tutti i nostri comportamenti hanno un significato, anche quando razionalmente non gliene attribuiamo alcuno, perché motivati da elementi che sfuggono alla nostra coscienza. Qualche esempio? Un professore che dichiara, commemorando il suo predecessore: “È per me una vera noia (anziché gioia) enumerare le qualità del mio collega…”; un viaggiatore che non vede un enorme cartello indicatore della sua meta di viaggio (vuole veramente partire?) e lo cerca ovunque nella stazione.
Per Freud anche le personalità “sane” somigliano sotto qualche aspetto alle personalità nevrotiche a causa di alcuni processi di rimozione che emergono in questi comportamenti della nostra quotidianità.Quando ad esempio non ricordiamo un nome e con sforzo, riusciamo a produrre una serie di nomi somiglianti o verosimili (detti ‘sostitutivi’): ebbene questi nomi non vengono scelti a caso, ma essi sono strettamente connessi con il nostro pensiero ed il nostro stato d’animo.
La dimenticanza deriva da una rimozione, i cui motivi vanno cercati tramite una analisi simile a quella che si fa per i sogni. Ecco uno dei tanti esempi riportati nel libro, riferentesi ad una esperienza personale di Freud. «Un paziente mi prega d’indicargli una stazione termale sulla Riviera Ligure. Io conosco una località di questo tipo, situata nei pressi di Genova, e ricordo anche il nome del collega tedesco che vi esercita, ma non riesco a ricordare il nome di questo luogo, anche se mi sembra di conoscerlo bene. Non mi resta che pregare il paziente di aspettare un momento, e vado ad informarmi dalle donne di casa: “Come si chiama quella località nei pressi di Genova dove il dottor N. ha una piccola clinica e dove è stata curata la signora tal dei tali?”. “Proprio tu dimentichi questo nome? É Nervi”. Il fatto è che Nervi si pronuncia quasi come Nerven , e questi sono costante oggetto delle mie preoccupazioni».

● Sigmund Freud, IL MOTTO DI SPIRITO E LA SUA RELAZIONE CON L’INCONSCIO (1905)

Anzitutto chiariamo cosa si intende per ‘motto di spirito’: una frase, una battuta o un breve racconto che serve ad esprimere, in maniera mascherata, e quindi accettabile, ciò che altrimenti sarebbe male accolto o sconveniente. S. Freud vede nel motto di spirito una riduzione delle inibizioni, che consente di liberare una tensione psichica ottenendo un alleviamento del dispendio psichico già in atto e risparmio su quello in procinto di verificarsi.
Il libro Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, fu pubblicato nel 1905, ma la sua elaborazione cominciò già dal 1897. Nello studiare il motto di spirito, Freud scoprì tecniche di condensazione, spostamento, espressione di un’idea col suo contrario e così via, simili a quelle del lavoro onirico.
Venivano distinte le ‘battute innocenti’, il cui piacere proveniva solo dalla tecnica, e quelle ‘tendenziose’, i cui motivi principali erano o l’aggressività o l’oscenità, o entrambe. Le arguzie oscene, dice Freud, implicano la presenza di almeno tre persone: il narratore, il soggetto e lo spettatore; essi esprimono mentalmente il desiderio di denudare o di sedurre. Le battute ‘tendenziose’ hanno lo scopo di aiutarci a tollerare bisogni rimossi, permettendo di dar sfogo ad essi in modo socialmente accettabile.
Ci sono delle differenze fra sogni e motti di spirito: mentre i sogni esprimono un appagamento di desiderio, i motti di spirito soddisfano il piacere di giocare. Inoltre, mentre i sogni rappresentano una regressione dal livello del linguaggio al pensiero per immagini, nei motti di spirito la regressione è dal linguaggio logico al linguaggio del gioco.
Come per i sogni (ma anche per i sintomi), per analizzare un motto di spirito occorre risalire dal contenuto manifesto al contenuto latente: questo itinerario fa del motto di spirito una via d’accesso per l’inconscio.
Il libro di Freud sui motti di spirito è una delle sue opere meno lette, anche perché piena di giochi di parole non sempre traducibili e comprensibili, pieno di aneddoti, di arguzie popolari, di storielle ebraiche, che molto divertivano l’Autore, ma che oggi non potrebbero essere più gustate al naturale, ma solo dopo aver letto una serie di commenti esplicativi.

● Sigmund Freud TRE SAGGI SULLA TEORIA SESSUALE (1905)

I Tre saggi sulla teoria sessuale, al di là di quello che farebbe pensare il titolo, è un libro abbastanza piccolo nel quale Freud espose la sue teorie sulla sessualità, che avrebbero poi avuto un’influenza straordinaria sulla cultura in generale e sulla scienza psicologica in particolare. Nel libro Freud parla dell’importanza della vita sessuale nella crescita dell’individuo, a partire sin dalla più tenera età. Il primo saggio è una trattazione delle perversioni sessuali, secondo l’oggetto e la meta. fra cui l’Autore inserisce anche l’omosessualità, sebbene derivata da una bisessualità fondamentale, comune a tutti gli esseri umani e la mancanza di una netta demarcazione fra perversione e varietà normali della sessualità Nella sessualità dei nevrotici Freud vide tre caratteristiche: l’efficace rimozione di un forte impulso sessuale, una sessualità di qualità perversa e le sue caratteristiche infantili (come le pulsioni parziali, non ancora unificate, localizzate in zone erogene). Nel secondo saggio Freud parla della sessualità infantile, descrivendone le varie fasi: dapprima vi è una fase autoerotica, dove è la bocca la principale zona erogena, che trova soddisfazione attraverso la suzione del capezzolo materno. Il primo oggetto d’amore infatti è la mamma, che nel baciare e nell’accarezzare il bambino ne risveglia la sessualità. Dopo questa fase ‘orale’ la zona erogena si sposta nell’ano ed il piacere viene raggiunto nella ritenzione o nell’espulsione delle feci. La fase ‘anale’ viene sostituita poi dalla fase genitale, che è quella in cui il bambino scopre i suoi organi sessuali e comincia a masturbarsi. Freud definì il bambino che attraversa tutte queste fasi un ‘perverso polimorfo’, nel senso che in lui sono presenti tutte le forme di perversione che, in condizioni particolari, possono poi ripresentarsi in età adulta. Il terzo saggio è intitolato ‘Le trasformazioni della pubertà’ e parla dello spostamento delle pulsioni ‘parziali’, cioè limitate a determinate zone erogene del corpo, ad un oggetto sessuale completo (cioè un partner), consentendo così il passaggio dal piacere individuale (autoerotismo) al piacere al servizio della procreazione. I piaceri sessuali del bambino, quelli prodotti dalle pulsioni ‘parziali’ sopravvivono però nella sessualità adulta, sotto forma di ‘preliminari’ all’atto sessuale. Freud paragonò questo meccanismo a quello dei motti di spirito nei quali la tecnica procura piacere preliminare e stimola un più profondo soddisfacimento attraverso la liberazione di sentimenti aggressivi o autoerotici. Segue la differenziazione psicosessuale fra uomini e donne: la libido è per Freud essenzialmente di natura maschile, sia che si presenti nell’uomo, sia che si presenti nella donna. Il terzo saggio affronta poi il legame fra i primi rapporti con la figura materna e la scelta amorosa, spiegando le tematiche del complesso edipico. Il libro ebbe un’accoglienza gelida e distaccata, soprattutto perché non veniva accettata dalla comunità scientifica la teoria della sessualità infantile. Per dovere di cronaca va tuttavia ricordato che il materiale utilizzato da Freud in questo libro circolava già liberamente nell’ambiente scientifico dell’epoca, specialmente dopo la pubblicazione della Psychopathia sexualis di Krefft-Ebing. I termini autoerotismo, zone erogene e libido non sono invenzioni freudiane, ma termini già in uso nella sua epoca. La principale originalità di Freud fu di sintetizzare idee e concetti che per la maggior parte erano sparsi o parzialmente organizzati, e di applicarli direttamente alla psicoterapia.

● Sigmund Freud, PSICOANALISI SELVAGGIA (1910)

Un brevissimo scritto di Freud del 1910 ci parla del pericolo della ‘psicoanalisi selvaggia’, ovvero di quelle interpretazioni errate della teoria e della tecnica terapeutica psicoanalitica, fornite da analisti che non hanno ricevuto un’opportuna formazione.  In particolare Freud se la prende con quegli psicoanalisti che usano fornire troppe spiegazioni ‘tecniche’ al paziente. Non è vero, secondo Freud, che il paziente soffre perché ‘non sa’ ; pertanto, l’idea di comunicargli tutti i particolari della sua vita interiore e di ciò che ha rimosso, al fine di portarlo alla guarigione, è totalmente sbagliata. Al limite, queste spiegazioni potrebbero essere considerate un preliminare alla psicoanalisi vera e propria, ma non di più. Per dirla con le parole di Freud: “Se la conoscenza dell’inconscio fosse tanto importante per il paziente quanto ritiene chi è inesperto di psicoanalisi, basterebbe per la guarigione che l’ammalato ascoltasse delle lezioni o leggesse dei libri. Ma tali misure hanno sui sintomi della malattia nervosa la stessa influenza che la distribuzione di liste di vivande in tempo di carestia può avere sulla fame”. Freud scrisse dunque in questo breve saggio che era molto difficile imparare la psicoanalisi e che si sarebbe dovuta fondare un’organizzazione per insegnare le tecniche psicoanalitiche e qualificare gli analisti, al fine di livellare la “personale equazione” degli analizzandi, “cosicché un giorno possa essere raggiunta una soddisfacente concordanza” tra gli analisti. Il movimento psicoanalitico istituzionalizzò dunque, a seguito di queste indicazioni di Freud, un proprio sistema formativo già dal 1925, le cui pietre angolari furono individuate nel curriculum e nell’analisi didattica.  Le voci critiche su questo punto non sono mai mancate :infatti, il movimento psicoanalitico è, da sempre, considerato molto, troppo, ‘chiuso’, quasi come fosse una Chiesa (con relativi indottrinamenti agli adepti) e non un movimento. Altro punto ‘critico’ dell’analisi ‘didattica’ cui devono sottoporsi gli aspiranti psicoanalisti è la difficoltà ad entrare nel movimento e la possibilità di esserne esclusi senza potersi difendere (è il caso della famosa psicologa dell’età evolutiva, Margaret Mahler, la cui analisi didattica fu interrotta dalla psicoanalista Helene Deutsch, che riteneva la Mahler ‘inanalizzabile’…). Un’altra curiosità: fino al 1933 l’analisi didattica durava 12-18 mesi al massimo, oggi dura più di mille ore, con sedute di 4-5 volte alla settimana.

● Sigmund Freud, UN RICORDO DI INFANZIA DI LEONARDO DA VINCI (1910)

Non tutti sanno che Freud scrisse un saggio su Leonardo da Vinci, che fu ai suoi tempi molto ammirato per il magnifico stile letterario, anche se molte delle interpretazioni sulla vita di Leonardo da Vinci sembrano essere prese dall’autoanalisi di Sigmund Freud. Nella personalità di Leonardo, Freud mise in luce tre aspetti principali: la sete di conoscenza, che portò il grande artista rinascimentale a trascurare i suoi talenti principali in favore dell’investigazione scientifica; la lentezza nell’affrontare il lavoro (molti dei suoi lavori sono rimasti a livello di schizzi) ed il ‘freddo rifiuto della sessualità’, oppure la sua tendenza all’omosessualità. Freud ipotizzò che la presunta omosessualità di Leonardo fosse dovuta alla sua situazione familiare: figlio illegittimo, infanzia di solitudine con una mamma giovane e abbandonata a sé stessa, successiva adozione da parte del padre. In tali situazioni, ipotizza Freud, una madre è portata a riversare la sua libido sul figlio, determinando un attaccamento incestuoso, che sfocia poi nell’omosessualità. In realtà dell’infanzia di Leonardo si sa pochissimo, ma vi è un ricordo citato da Leonardo nei suoi scritti: un un uccello – un nibbio – visto il piccolo Leonardo nella culla, volò su di lui, gli aprì la bocca e vi infilò la coda. Questo ricordo, più che altro una fantasia infantile, venne interpretato da Freud come una perversione sessuale di tipo passivo oppure come un ricordo gratificante dell’allattamento materno. La sorgente della insaziabile curiosità nella vita adulta di Leonardo è sicuramente attribuita da Freud alla curiosità sessuale infantile dell’artista, grazie al particolare rapporto stabilito con la mamma. (Vedi anche qui.)

● Sigmund Freud, OSSERVAZIONI PSICOANALITICHE SU UN CASO DI PARANOIA  (dementia paranoides) DESCRITTO AUTOBIOGRAFICAMENTE (Caso clinico del presidente Schreber), 1910.

Daniel Paul Schreber, Presidente della Corte di Appello di Dresda, pubblicò un libro – nell’anno 1903 – intitolato Denkwürdigkeiten eines Nervenkranken (Memorie di un malato di nervi). Sigmund Freud giudicò molto interessanti queste memorie di Schreber, per cui come aveva già fatto con Leonardo da Vinci, interpretò il caso clinico del magistrato, anche senza aver mai analizzato Schreber, né averlo mai conosciuto.
L’interesse di Freud al caso Schreber non era quello di approfondire la biografia dell’autore del libro, ma di leggere queste memorie in chiave psicoanalitica, per illustrare le sue teorie. In questo senso si è parlato di “patografie” freudiane.
La teoria che Freud illustra nella descrizione del caso clinico del Presidente Schreber era stata da lui elaborata nel 1908 ed era incentrata sul collegamento fra sindrome paranoide e libido omosessuale repressa.
Ma veniamo al caso Schreber. Il soggetto era un magistrato tedesco di capacità eccezionali, anche se una malattia mentale lo aveva costretto a circa dieci anni di internamento in un ospedale psichiatrico. Dopo le dimissioni, aveva pubblicato, nel 1903, le sue memorie, con il racconto dettagliato dei propri deliri ed il testo dei rapporti legali scritti su di lui dagli esperti.
Il libro era sicuramente interessante per la descrizione della malattia mentale, ma mancava di dettagli importanti : non venivano infatti rivelati alcuni dati circa la famiglia del magistrato, la sua infanzia, la storia della sua vita prima del ricovero.
Anche la malattia non veniva descritta nel libro nella sua evoluzione cronologica, giorno dopo giorno, ma rappresentata solo nella sua forma finale, quella che aveva provocato la necessità del ricovero.
Schreber racconta dei suoi dialoghi col sole, gli alberi, gli uccelli, immaginandoli come frammenti di anime di persone decedute ed anche dei suoi dialoghi con Dio, il quale si rivolgeva a lui in un tedesco nobile e gli chiedeva di ristabilire l’Ordine del Mondo. Ogni essere umano, riteneva Schreber durante il suo periodo di malattia, è attraversato da sottilissimi nervi, posti nel corpo da Dio al momento della nascita. Essi sono destinati a ricongiungersi alla divinità dopo la morte della persona. Questi nervi sono dunque il principio costitutivo dell’intelletto umano e delle sue facoltà spirituali, nonché la sede dell’anima. Le anime sono in comunicazione tra loro: parlano in una lingua simile al tedesco arcaico, mentre Dio subisce la forza attrattiva di alcuni uomini, tanto da rischiare in questi casi di perdere la sua sopravvivenza.
Tra tutti questi deliri Freud si concentrò su due in particolare: Schreber sosteneva di essere coinvolto in un processo di trasformazione da uomo in donna e di aver subito molestie sessuali dal suo medico, il Dr. Flechsig.
Per Freud l’omosessualità rimossa era la causa della malattia paranoide di Schreber. Secondo l’interpretazione psicoanalitica, primo oggetto d’amore del magistrato era stato il padre, poi lo psichiatra, in seguito Dio. Freud spiegò che nell’omosessualità rimossa la frase “io lo amo” poteva essere negata in diversi modi, ciascuno capace di originare un delirio (di persecuzione, di gelosia, di erotomania, di grandezza). La frase negata “io lo amo” veniva sostituita dalla frase “io non lo amo, io lo odio, perché egli mi odia e mi perseguita”: alla base dei deliri di persecuzione vi sarebbe dunque il meccanismo di difesa della “proiezione”. Questa audace incursione freudiana nel campo degli oscuri processi della follia fu poi molto discussa nella letteratura psichiatrica posteriore.

● Sigmund Freud, PRECISAZIONI SUI DUE PRINCIPI DELL’ACCADERE PSICHICO (1911)

Nel 1911 Freud pubblicò lo studio Precisazioni sui due principi dell’accadere psichico, nel quale veniva descritta la trasformazione evolutiva che ha luogo nella psiche del bambino quando diventa capace di distinguere il desiderio dalla realtà. Alla nascita e nella prima infanzia la psiche del bambino è infatti dominata dal “principio del piacere”, cioè il bisogno di gratificazione immediata di un desiderio, allo scopo di eliminare una tensione eccessiva. Il bambino impara infatti quando si sente teso (ad esempio per inquietudini, disagi, ecc.), che certe esperienze producono in lui la riduzione della tensione o addirittura una gratificazione piacevole. Una volta imparato questo, egli desidera rinnovare queste esperienze di piacere e di gratificazione.
Con il crescere dell’esperienza, il bambino arriva a capire che la realtà non risponde sempre con un’immediata gratificazione delle sue pulsioni e dei suoi desideri. I comandi del principio del piacere, con le sue richieste di gratificazione e di soddisfazione immediata, si scontrano allora con i comandi del principio di realtà, con le sue richieste di dilazione della gratificazione e del riconoscimento delle leggi di causa-effetto. Nel corso dello sviluppo, il principio del piacere deve essere gradualmente sostituito dal principio di realtà ed adattarsi ad esso. La differenziazione tra questi due principi del funzionamento psichico è per molti versi parallela a quella tra pensiero del processo primario e pensiero del processo secondario.
Scrive Freud in questo libro: “Mentre l’Io compie la sua trasformazione da Io-piacere in Io-realtà, le pulsioni sessuali subiscono quelle modificazioni che, attraverso varie fasi intermedie, consentono loro di pervenire dall’iniziale auto-erotismo all’amore oggettuale, posto al servizio della funzione riproduttiva. Se è vero che tutti i livelli di questo duplice processo evolutivo possono divenire sede di una disposizione alla futura malattia nevrotica, è lecito ammettere che la decisione sulla forma della successiva malattia (la scelta della nevrosi) dipende dalla specifica fase dell’evoluzione dell’Io e della libido in cui la predisponente inibizione dello sviluppo si è prodotta. I caratteri cronologici, non ancora indagati, di entrambi i processi evolutivi, le possibili dislocazioni che fra essi possono verificarsi, assumono così un inatteso significato”.
L’amore oggettuale di cui parla Freud è un amore sessuale maturo per un oggetto eterosessuale.

● Sigmund Freud TOTEM E TABU’ (1913)

Dopo la rottura con C.G. Jung ed in risposta all’interesse per la mitologia del suo ex allievo, Freud pubblicò, nel 1913, il libro Totem e Tabù. Freud scrisse, a proposito di questo suo ultimo lavoro: “esso tratta di concezioni che non dovrebbero essere giudicate con il legittimo rigore con il quale si valutano le ipotesi scientifiche. Io stesso in passato ho definito queste ipotesi come un “mito scientifico”. Sarebbe inutile tentare di evidenziare tutte le inesattezze che esso contiene.
Nel libro, Freud tentava di trovare dei collegamenti fra il complesso edipico e la storia della civiltà umana. Il bambino, diceva Freud, deve superare, ad un certo punto della sua evoluzione psicofisica, il complesso edipico, ovvero l’odio per il padre e l’amore incestuoso per la madre.
Questo passaggio non riguarda solo il ciclo di vita della persona, ma riguarda l’umanità intera, a cominciare dai tempi preistorici. Infatti, gli uomini a quel tempo vivevano in orde, sotto il dispotismo di un padre crudele, che teneva per sé tutte le donne del gruppo ed esiliava tutti i possibili rivali, compresi i suoi figli (una volta diventati adulti).
I figli scacciati vivevano in una comunità unita da sentimenti di odio e comportamenti omosessuali. L’odio li portò quindi ad uccidere il loro padre, ed a mangiarlo, allo scopo di introiettare la sua forza ed il suo potere, ma anche per vendicarsi di lui.
Questo fu l’inizio del totemismo: la creazione di un simbolo sacro per le tribù, generalmente un animale, che veniva onorato, come onorato era stato il padre, poi ucciso e divorato. Le nuove regole dell’umanità furono dunque fondate su due tabù: il parricidio (per il senso di colpa provato dai figli) e l’incesto (per effetto di una sorta di obbedienza posteriore per cui i figli non osavano prendere le donne del padre).
Sembra che Freud, nello scrivere questo libro, si sia ispirato, oltre che all’interesse di Jung per la mitologia, anche alla rivolta, che avvenne in quel periodo, dei figli del Sultano turco Abd ul-Hamid II, il quale si era circondato da un vasto harem. Dopo la rivoluzione capeggiata dai figli del sultano, fu possibile modernizzare l’organizzazione sociale della Turchia.
Gli psicoanalisti viennesi celebrarono la pubblicazione del libro con una “festa totemica” al Prater di Vienna.
Questo libro è anche ricordato perché la sua uscita influenzò moltissimo la definitiva rottura fra Freud e Jung.

● Sigmund Freud INTRODUZIONE AL NARCISISMO  (1914)

Ecco come descrive Freud, nel 1914, la sua ‘Introduzione al Narcisismo’ ad uno dei suoi seguaci della prima ora (Abraham): ‘Le mando domani il Narcisismo, che ha avuto una nascita difficile testimoniata da tutte le trasformazioni del caso. E’ ovvio che non mi piace particolarmente, ma per il momento non posso dare altro. Ha ancora bisogno di parecchi ritocchi’. Abraham gli rispose che non riusciva a capire perché Freud non apprezzasse questo lavoro, che ai suoi occhi appariva invece ‘splendido e persuasivo in tutti i suoi aspetti’.
Il Maestro così rispose: ‘Il fatto che Lei abbia accettato da me anche il Narcisismo mi commuove profondamente e istituisce fra noi un legame ancora più intimo’… Come Freud aveva previsto, non tutti i suoi discepoli accettarono subito ed incondizionatamente questo nuovo libro, come aveva fatto Abraham, dal momento che esso infliggeva un colpo inatteso alla teoria delle pulsioni, sulla quale la psicoanalisi si era basata fino a quel momento.
A posteriori, tuttavia, questo saggio è stato unanimamente considerato uno dei lavori teorici più importanti di Freud. Vediamo allora di scoprire il significato di questo libro.
In generale, quando si parla di narcisismo si intende il comportamento di una persona che tratta il proprio corpo come se fosse un oggetto sessuale, compiacendosi, sessualmente, di contemplarlo, accarezzarlo e blandirlo, fino a raggiungere con queste pratiche il pieno soddisfacimento. La teoria psicoanalitica invece intende questo termine non come una sorta di perversione, ma come uno stadio psicologico necessario e universale, che si attraversa nell’infanzia. Si tratta di un investimento libidico (cioè degli istinti, delle passioni) sul proprio Io: il narcisismo infantile è considerato ad esempio una splendida stagione dell’esistenza nella quale non è necessario cercare nell’altro il proprio oggetto d’amore, ma ci si può beare eroticamente del proprio Io.
In seguito la libido si trasferirà sugli oggetti esterni (n.b. per Freud gli “oggetti” sono anche le persone e comunque tutto ciò che riesce a soddisfare una pulsione): il punto più alto cui possa pervenire la libido oggettuale è lo stato di innamoramento, il quale si presenta come una rinuncia del soggetto alla propria personalità, in favore di un investimento d’oggetto.
Il riapparire in età adulta del narcisismo invece rappresenta una regressione della personalità, come accade ad esempio agli psicotici, che ritirano l’investimento libidico dagli oggetti esterni, per riportarlo sul proprio Io: essi rifiutano le cose, le persone, il mondo esterno in generale e sono concentrati solo su sé stessi. Questo può avvenire in caso di malattia o anche nell’ipocondria, quando un organo “eccitato” diventa erogeno in quanto suscettibile di investimento libidico. Un eccesso di narcisismo è, secondo Freud, una delle cause dell’omosessualità, visto che l’oggetto amato rappresenta un’immagine di sé stessi. In precedenza, Freud aveva parlato di due tipi di pulsioni: sessuali e dell’Io, in questo libro invece rielabora il concetto di pulsione presentando la ‘libido oggettuale’, che si dirige sugli oggetti e la ‘libido dell’Io’, che è invece tutta concentrata sul proprio Io. Questo anche in contrapposizione alle nuove teorie di Jung, che tendevano a raggruppare tutte queste pulsioni in un’unica energia psichica.
Il saggio fu scritto da Sigmund Freud tra il 1913 e il 1914, anno in cui fu pubblicato sotto il titolo Zur Einführung des Narzißmus nello Jahrbuch der Psychoanalyse.
In questo libro, fra l’altro, Freud introduce il concetto di “Ideale dell’Io”, ovvero una istanza psichica della personalità, in gran parte inconscia, che condiziona l’agire della persona. L’Ideale dell’Io è un modello cui il soggetto cerca di conformarsi (senza peraltro mai riuscirci, perché si tratta, appunto, di un Ideale) e si basa sulle identificazioni con i genitori o con altri adulti che rappresentano un modello per il bambino durante l’età della latenza (dai sei anni alla pubertà). Secondo Freud i sensi di inferiorità derivano proprio da questo confronto fra Io e Ideale dell’Io.

● Sigmund Freud, Lutto e Melanconia (1917)

Il manoscritto di “Lutto e melanconia”, risale al 1915, ma il libro fu pubblicato due anni dopo. Freud descrive in questo testo, che echeggia gli orrori e le paure della prima guerra mondiale, l’essenza della malinconia (da lui intesa nel senso di “depressione”), confrontandola con l’effetto normale del lutto. La definizione freudiana del lutto è molto ampia e comprende, oltre alla reazione alla perdita di una persona cara, le reazioni a ogni perdita che la persona subisce, ivi compresa la perdita della libertà personale, o la perdita di un ideale.
” La melanconia – dice Freud – è psichicamente caratterizzata da un profondo e doloroso sentimento, da un venir meno dell’interesse per il mondo esterno, dalla perdita della capacità di amare, dall’inibizione di fronte a qualsiasi attività e da un avvilimento di sé che si esprime in autorimproveri e autoinganni e culmina nell’attesa delirante di una punizione “. Se nel lutto il mondo si è impoverito e appare vuoto, nella melanconia, è l’Io stesso ad essersi impoverito e svuotato.
L’elaborazione del lutto è un’attività dell’Io, che agisce sui ricordi dolorosi, per attenuare, con il tempo, il dolore che essi provocano (comprende reazioni fisiologiche e psicologiche, fra le quali piangere, bramare la persona amata, fino alla rassegnazione e al distacco).
La melanconia può essere considerata dunque un lutto senza fine, senza elaborazione. E’ come se nel malinconico si producesse una scissione dell’Io, per cui una parte di esso si rivolgesse contro l’altra parte, punendola, biasimandola, attaccandola violentemente, fino anche al suicidio del soggetto. Tutto ciò fa pensare che l’oggetto perduto, per il melanconico, sia l’Io stesso. Ciò succede perché l’Io si è identificato narcisisticamente con una persona verso la quale si è provato un sentimento ambivalente: sia amore, sia odio, mentre l’altra parte dell’Io regredisce fino allo stadio del sadismo. L’odio rimosso per qualcun altro (sia questi l’oggetto perduto o no) determina dunque gli autorimproveri, l’autoaggressività, ma anche l’irritabilità dei melanconici, che sono individui molesti, i quali si vittimizzano, quasi come se fossero sempre gli altri i responsabili di qualche ingiustizia nei loro confronti.

● Sigmund Freud, AL DI LA’ DEL PRINCIPIO DEL PIACERE (1920)

Nel 1920 Freud pubblica una delle sue opere più discusse,  difficili e oscure: Al di là del principio del piacere. Con “Al di là del principio del piacere” (1920) Freud modifica in modo sostanziale la sua precedente teoria delle pulsioni: in questo libro infatti lo psicoanalista postula per la prima volta che il conflitto psichico sia determinato dalla tensione originaria tra due principi opposti: Eros (gr. Amore) e Thanatos (gr. Morte).
Dopo i drammi vissuti nella Prima Guerra Mondiale, la morte del caro amico Anton von Freund e della figlia Sophie, i primi acciacchi della vecchiaia, l’umore di Freud non era dei migliori.
Sebbene lui lo abbia sempre negato, questo libro nasce da considerazioni pessimistiche, come ad esempio quelle che “nella vita psichica agisce una coazione a ripetere indipendente dal principio del piacere”. Come si spiegherebbero altrimenti i sogni traumatici causati dagli eventi dolorosi della guerra? Perché rinnovare il vissuto di quelle esperienze così drammatiche? Ciò non poteva essere certo giustificato dalla teoria che il sogno sia sempre espressione di un desiderio…
Nel libro dunque, Freud introduce il nuovo concetto della “coazione a ripetere”, svincolato dal principio del piacere, specificando che, fra le varie pulsioni, alcune non tendono all’arricchimento della vita, ma al raggiungimento della morte.
Dopo la guerra, molte persone soffrivano di quello che oggi chiameremmo disturbo post traumatico da stress e che allora si chiamava invece “nevrosi di guerra”. Le persone che ne soffrivano tendevano a tornare continuamente al ricordo dell’evento traumatico, soprattutto nel sogno. E l’evento drammatico si riproponeva sotto forma di incubo ricorrente. La coazione a ripetere era dunque un sintomo di questa nevrosi di guerra.
Non solo. Freud osservò una volta il comportamento del nipotino Ernst, che giocava con un rocchetto di filo. Il bambino, in assenza della madre, uscita di casa per fare la spesa, faceva il gioco del rocchetto, cioè lo gettava al di là della sponda del letto: quando spariva diceva ‘fort’, quando riappariva diceva ‘daaa’. Nell’interpretazione di Freud anche questo comportamento era la riproposizione, in forma di gioco, della coazione a ripetere una scena di per sé angosciante (quella della scomparsa della madre, per trovare poi rassicurazione nella ricomparsa del rocchetto).
La stessa coazione a ripetere si ha nella relazione tra paziente e analista: il paziente, invece di ricordare, come gli chiede l’analista, il materiale infantile rimosso, lo ripete nel presente, indirizzando i sentimenti provati nell’infanzia verso l’analista (ed in questo modo passando dalla semplice nevrosi, alla nevrosi da transfert). La coazione a ripetere sarebbe dunque una tendenza inconsapevole che porta a ripetere e a rivivere esperienze spiacevoli del passato.
“Se noi accettiamo come verità, non passibile d’eccezioni, che ogni cosa che vive muore per cause interne – tornando allo stato inorganico – allora dovremo anche dire che ‘la meta di ogni vita è la morte’, dice Freud – e, guardando ancora più indietro, che ‘le cose inanimate preesistevano a quelle vive”.
In un primo momento la coazione a ripetere venne spiegata con la teoria del beneficio secondario della malattia, o con l’ipotesi che ciò che è doloroso in una parte dell’apparato psichico possa essere piacevole in un’altra. Nelle nevrosi di guerra, tuttavia, questa coazione a ripetere andava chiaramente al di là del principio del piacere.
Da qui la necessità di postulare una pulsione più radicale delle altre, una tendenza primordiale alla scarica assoluta delle pulsioni, un dominio del principio di morte.
Il principio di morte (Thanatos) è dunque per Freud un’istanza che si colloca al di là dell’esperienza psicologica e che serve a spiegare alcuni fenomeni che rimarrebbero altrimenti incomprensibili. Oltre a questa pulsione però, Freud non poté non riconoscere che gli esseri viventi si evolvono spinti da un’altra forza (Eros) che li guida verso la realizzazione degli obiettivi di vita.
Si tratta di un salto teorico radicale, che lascerà stupiti molti allievi e sostenitori dello psicoanalista austriaco, i quali trovarono molti dei principi espressi in questo saggio in aperto contrasto con quelli precedentemente postulati da Freud (e che peraltro difficilmente riuscivano ad integrarsi nel quadro teorico generale della dottrina psicoanalitica).
Viene infatti superata ogni precedente dicotomia: alle pulsioni di vita (comprendenti le pulsioni sessuali o di autoconservazione o dell’Io) si oppongono ora le pulsioni di morte, che agiscono in modo silenzioso, oscurate dal clamore degli aspetti vitali.
Freud si rifà esplicitamente al pensiero di Empedocle e di Schopenhauer e riprende temi già trattati da Nietzche. Le pulsioni di vita rappresentano gli sforzi sostenuti dall’Eros per tenere coesa la sostanza vivente, aggregandola ad unità sempre più estese, realizzando con ciò una concentrazione energetica.
Le pulsioni distruttive o di morte, Thanatos, spingono invece ogni sostanza organica a regredire verso la disgregazione inorganica, verso l’inerzia della dispersione energetica.
Ciò è vero anche nella sessualità, dove coesiste un legame di forze di vita (amore, tenerezza) e di morte (aggressività).
La teoria delle pulsioni di morte viene trattata principalmente in Al di là del principio del piacere: ad esempio nel libro successivo, Inibizione, Sintomo, Angoscia, del 1926, il tema viene trattato solo marginalmente. Fu invece la psicoanalista Melanie Klein a riprendere vigorosamente questo concetto.
Con questo postulato, Freud reintroduce la metafisica nella teoria psicologica, preferendo spiegare le malattie con la speculazione filosofica anziché con la ricerca empirica: esattamente il contrario di ciò che la psicoanalisi si era proposta ai suoi esordi, cioè di scacciare, con i lumi, tutto ciò che era considerato sopra-sensibile.
Il saggio si chiude tuttavia con la speranza che vi sia sempre un continuo miglioramento della conoscenza, per il bene dell’umanità.

● Sigmund Freud PSICOLOGIA DELLE MASSE ED ANALISI DELL’IO (1921)

Nel 1921 Freud pubblicò un libretto, di circa cento pagine, chiamato Psicologia delle masse e analisi dell’Io. Era quello un periodo di grave crisi economica e un periodo in cui stavano nascendo le lotte operaie organizzate, le grandi ideologie, le dittature. In Austria si assiste agli effetti della disgregazione dell’Impero asburgico, avvenuta alla fine del 1918; in Italia nascono il Partito Nazionale Fascista e il Partito Comunista Italiano, mentre in Germania Adolf Hitler diventa leader del Partito nazionalsocialista tedesco.
Freud cominciò ad interessarsi sempre di più ai comportamenti delle masse, affrontando i temi sociologici in chiave psicoanalitica. Prendendo spunto dal testo di Gustave Le Bon, Psicologia delle Folle, Freud cominciò a riflettere sulla psicologia collettiva, cercando di dimostrare che i fenomeni che regolano la vita di gruppo non sono poi così lontani dalle scoperte psicoanalitiche relative ai processi individuali.
Vi sono anzitutto due tipi di masse: quella occasionale, transitoria, non organizzata e quella organizzata (e dunque “artificiale”), che proprio per questo è destinata a durare di più nel tempo (un esempio ne sono la Chiesa e l’esercito).
L’ “anima della massa” viene dunque descritta come elementare e passionale, incline alle illusioni, essendo il SuperIo temporaneamente accantonato, a vantaggio di un legame di tipo quasi ipnotico, che fa scatenare le pulsioni, perdere lo spirito critico, sentire un senso di onnipotenza e di impunità.
Gli individui che fanno parte di una massa perdono dunque autonomia ed equilibrio, ma acquisiscono la sensazione di essere forti, in quanto parte di un tutto organizzato, che rassicura e protegge.
La massa è mutevole, impulsiva, irritabile ed, essendo governata interamente dall’inconscio, non tollera alcun indugio fra il desiderio e la realizzazione di quel desiderio: il suo anelito però non dura mai a lungo, perché la massa è incapace di volontà duratura. Del resto, niente di tutto quello che fa la massa è premeditato.
L’individuo nella massa vive dunque una regressione narcisistica, con la scomparsa di tutte le inibizioni individuali, a favore di istinti, buoni e cattivi, ormai del tutto fuori controllo. Non è raro che la massa compia atti crudeli, come il linciaggio, ma anche gesti di generosità estrema, superando anche i limiti imposti dalla necessità di autoconservazione.
Ogni individuo rinuncia al suo “ideale dell’Io” per trasferirlo sul suo Leader: la prima identificazione la si ha con il leader, che simbolizza il gruppo e lo dirige. Si tratta di una identificazione narcisistica: una parte di sé, il proprio Ideale dell’Io, viene sostituito dall’Ideale dell’Io del Leader (e da qui la riduzione dell’individualità e dello spirito critico, in quanto l’ideale dell’Io del capo diventa l’Ideale dell’Io di tutti, cancellando le differenze e le rivalità a favore di un sentimento di identità e di comunione). Ciascuno è legato al Capo da un legame d’amore e si aspetta che anche il Capo lo ricambi con lo stesso amore. Il segreto del Capo è dunque nell’Eros, che “tiene unite tutte le cose del mondo”.
Essendo negata l’ambivalenza, l’idealizzazione del Capo in realtà maschera l’odio, l’invidia, l’aggressività, che vengono proietti sugli avversari e su quanti, all’interno del gruppo, non si identificano completamente con il Leader. A questo proposito, va anche considerato che le “piccole differenze” vengono narcisisticamente sovrainvestite e diventano grandi differenze: in questo modo il dissidente del gruppo può diventare più nemico del nemico stesso, in quanto mette a repentaglio l’unità del gruppo.
Il sentimento sociale sta dunque nella trasformazione di un sentimento precedentemente ostile in un attaccamento positivo, sotto forma di identificazione.
Accade, secondo Freud, un qualcosa di molto simile anche nell’amore: in fondo anche due persone possono essere considerate un gruppo, un piccolo gruppo, (una “folla a due”) e, quando si innamorano, vivono la stessa condizione di suggestionabilità, tipica delle masse.

● Sigmund Freud, L’IO E L’ES (1923)

Nell’opera L’Io e l’Es del 1922, Freud individua tre istanze dell’apparato psichico che non chiama più conscio, preconscio e inconscio, come aveva fatto in precedenza (prima topica), ma Io, Es e Super Io (seconda topica). Non cambiano solo i nomi, cambiano anche i concetti. Il termine Es é il pronome neutro singolare tedesco e corrisponde al latino id. Freud lo usa per indicare quanto nel nostro essere è impersonale, estraneo all’Io. Quell’anno era uscito un libro di G. Groddeck, dal titolo Il libro dell’Es. A Freud quella definizione piacque e la fece sua.
Con il termine Es, Freud indicò non più unicamente il luogo delle rappresentazioni rimosse, ma una sorta di serbatoio dell’energia psichica e delle pulsioni inconsce, in parte ereditate per via genetica, in parte acquisite con l’esperienza e poi rimosse. Può essere inteso come lo spazio dove si formano le nostre potenzialità espressive.
L’Es è definibile soprattutto in una prospettiva economica: “investimenti pulsionali che esigono una scarica: a parer nostro nell’Es non c’è altro” conclude Freud. L’Es è analogo all’inconscio, solo che l’inconscio viene da questo momento citato più come il luogo del rimosso, mentre l’Es è il luogo dove risiedono tutti gli influssi del passato, ciò che l’individuo ha ereditato. Mentre l’inconscio si oppone al conscio, l’Es, in questa seconda topica, si oppone all’Io. L’Es è retto dal principio del piacere. L’Io può essere paragonato, secondo Freud, al cavaliere che deve domare la prepotente forza del cavallo, con la differenza che il cavaliere tenta di farlo con mezzi propri, mentre l’Io lo fa con i mezzi presi in prestito dall’Es. Infatti, l’Io viene descritto in questo libro come quella parte dell’Es che è stata modificata dalla vicinanza e dall’influsso del mondo esterno. In una prospettiva genetica dunque, all’inizio della vita per Freud c’è l’Es, rappresentato come un nucleo vitale, separato dal mondo esterno da una pellicola sensibile (il sistema percettivo). Da questa superficie di contatto, l’Io gradualmente si differenzia e si separa, conformandosi come una proiezione psichica della superficie corporea. La percezione ha nell’Io quella funzione dinamica che nell’Es è data dalla pulsione. In questa nuova topica l’Io dipende dal mondo esterno, è radicato nel corpo, nel suo sistema di energie e di rappresentazioni fantasmatiche. L’Io rappresenta, nei confronti dell’Es, la realtà esterna e, nell’adempiere a tale funzione, deve osservare il mondo, conoscerlo, memorizzarlo, distinguere ciò che è obiettivo dalle deformazioni apportate dai desideri (esame di realtà). ” Per incarico dell’Es – scrive Freud – l’Io domina gli accessi alla motilità, ma ha inserito tra pensiero e azione la dilazione dell’attività di pensiero (…). In tal modo ha detronizzato il principio del piacere e l’ha sostituito con il principio di realtà, che promette più sicurezza e maggior successo “. Oltre che tenere conto della realtà, l’Io deve anche mediare tra le pressanti richieste dell’Es e quelle del Super Io. Per poter fare questo è dotato della capacità di sintetizzare i contenuti, di gerarchizzare le domande, di riassumere i processi psichici, di unificare ciò che è frammentario e caotico.  Il Super Io (Uber-Ich) è una formazione in gran parte inconscia, che si contrappone all’Io e lo giudica criticamente. E’ la coscienza morale, che si forma quando il soggetto esce, nel suo sviluppo psicosessuale, dal periodo dell’Edipo (il SuperIo è infatti “l’erede del complesso edipico”, e si forma intorno ai 6 anni), interiorizzando la figura paterna, i suoi dettami ed i suoi insegnamenti. Il SuperIo diventa dunque una sorta di giudice interno, che regola il comportamento messo in atto dall’Io attraverso una serie di valori, dogmi, precetti, censure, sensi di colpa. Freud specifica che il SuperIo si forma non tanto ad immagine del padre, quanto ad immagine del SuperIo paterno, di quella istanza cioè che si è formata nell’infanza del padre, dall’introiezione del nonno: in tal modo si stabilisce una trasmissione generazionale che trascende la famiglia nucleare. Ne risulta una arcaicità di questa istanza di cui bisogna tenere conto, avverte Freud, nella elaborazione dei cambiamenti sociali. Una parte della personalità infatti sarà sempre riottosa ad accogliere norme e comportamenti nuovi.

● Sigmund Freud: Il disagio della civiltà (1929)

Il libro “Il disagio della civiltà” appartiene alla piena maturità del pensiero freudiano. Fu pubblicato in due parti, nel 1929 e nel 1930, per poi assumere la forma definitiva del libro che oggi conosciamo, nel 1931 (Ultimamente è stata proposta in lingua italiana una nuova traduzione, che si intitola “Il disagio nella civiltà”, anziché “Il disagio della civiltà”, che è stato un errore di traduzione. Vedi Stefano Mistura).  Il libro è stato scritto in anni non molto diversi da quelli che stiamo vivendo in questo periodo, di grave crisi economica internazionale, e questo rende le riflessioni di Freud sulla società umana estremamente attuali.
La crisi del ’29 aveva infatti provocato in Germania il ritiro degli investimenti americani: l’economia tedesca era dunque in seria difficoltà e il governo aveva attuato scelte rigorose quanto impopolari (aumento delle tasse, tagli ai salari ecc.).  La depressione aveva fatto crescere il consenso al movimento nazionalista, permettendo così l’ascesa al potere di Hitler, il quale proclamava che i tedeschi dovevano scegliere il loro destino, superando la “debole” repubblica di Weimer. In particolare Hitler odiava gli ebrei, a suo avviso detentori di un potere occulto che controllava l’alta finanza, la cultura i giornali, le professioni liberali.
Freud, ebreo, in questo contesto sociale, sentì il bisogno di andare oltre le consuete riflessioni psicoanalitiche sull’individuo, per cercare di comprendere meglio le dinamiche che sottostanno alle società umane. E questa è una sintesi della sua analisi:

La società nasce per garantire sicurezza, ordine e pulizia a chi ne fa parte, ma gli imperativi che essa impone al singolo sono spesso in contrasto con la soddisfazione dei bisogni individuali. Il disagio del vivere nella società è dunque determinato dal contrasto perenne tra felicità individuale e moralità pubblica.

Viene qui riproposta la teoria delle pulsioni di vita e di morte, già introdotte nel libro Al di là del principio del piacere (1920). Eros (Amore) spinge alla soddisfazione del piacere, mentre Thanatos (Morte) spinge verso l’auto-distruzione, verso l’annichilamento degli altri e di sé stessi.

La civiltà, per intrinseche necessità di ordine, porta a soffocare l’Eros, attraverso la sublimazione (incanalandolo cioè su condotte che portano a risultati socialmente accettabili, come ad esempio la famiglia), ma insufficienti a soddisfare i desideri istintuali dell’individuo. Se questo disagio della civiltà si aggiunge ai conflitti intrapsichici già presenti in ciascun individuo (fra Es, Io e Super-Io), si capisce come sia facile arrivare alla nevrosi.

Uno dei fini della civiltà è quello di abbattere le pulsioni distruttive, visto che esse non corrispondono ai canoni della convivenza civile. Queste pulsioni però non scompaiono del tutto, per quanto le si voglia negare, e richiedono sfoghi.

L’aggressività degli uomini fra loro, l’omicidio, lo sterminio del prossimo e la guerra non sono dunque soltanto incidenti che si verificano per conflitti nati da opposti interessi nella ricerca del possesso di beni, ma lo scoppio di qualcosa di primitivo, che tenuto a freno dalle esigenze di una vita in comune, esplode in modo trionfale in determinate situazioni particolari.

La società tende ad individuarsi come gruppo omogeneo, contrapposto ad altri gruppi, coi quali mantiene rapporti di amicizia. Quando le tensioni collettive diventano però troppo forti, troppo laceranti (magari per effetto di una situazione economica disastrosa, che porta inevitabilmente al disastro politico), la benevolenza reciproca si trasforma e diventa razzismo e xenofobia, conducendo al possibile esito finale della guerra.

Nel libro Freud si scaglia anche contro la religione, considerata un infantilismo per superare la paura della morte:

…L’uomo comune non può rappresentarsi questa Provvidenza se non nella persona di un padre straordinariamente elevato. Soltanto un essere simile può comprendere i bisogni del figlio dell’uomo, venir impietosito dalle sue preghiere, placato dai segni del suo pentimento. L’insieme è così manifestamente infantile, così irrealistico, da rendere doloroso, a un animo amico dell’umanità, pensare che la grande maggioranza dei mortali non sarà mai capace di sollevarsi al di sopra di questa concezione della vita….

..Quanto ai bisogni religiosi, la derivazione dall’impotenza infantile e dalla nostalgia del padre da questa suscitata a me sembra incontrovertibile, tanto più che questo sentimento non si limita a perpetuarsi oltre la vita del bambino, ma si alimenta di continuo dell’angoscia di fronte allo strapotere del fato…

…La religione impone a tutti in modo uniforme la sua via verso il raggiungimento della felicità e la protezione dalla sofferenza. La sua tecnica consiste nello sminuire il valore della vita e nel deformare in maniera delirante l’immagine del mondo reale, cose queste che presuppongono l’avvilimento dell’intelligenza. A questo prezzo, mediante la fissazione violenta a un infantilismo psichico e la partecipazione a un delirio collettivo, la religione riesce a risparmiare a molta gente la nevrosi individuale. Ma niente di più….

Il Freud di questo libro è dunque un pensatore senza dogmi e soprattutto senza illusioni, che vede la società umana come una costruzione tanto necessaria e preziosa quanto fragile, in quanto pone a proprio fondamento la repressione delle pulsioni e riduce l’uomo ad essere un «animale malato». Estremamente di attualità è inoltre la domanda, che nel libro Freud si pone, in modo pessimistico e del tutto disilluso, riproponendo la famosa espressione di Plauto:

Homo homini lupus: chi ha coraggio di contestare quest’affermazione dopo tutte le esperienze della vita e della storia?

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