Lobotomia e terapie chirurgiche per il tono dell’umore

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Rosemary KennedyNella famiglia politica più famosa d’America, i Kennedy, vi fu un caso psichiatrico molto controverso, quello di Rosemary Kennedy (1918-2005), sorella del futuro presidente americano ucciso a Dallas. Sin da bambina Rosemary aveva presentato un umore instabile, dovuto ad un parto difficile, che impensieriva il padre della ragazza, Joseph Kennedy. Il patriarca Kennedy si fece facilmente convincere che la lobotomia sarebbe stata il modo giusto per calmare la figlia.

Nel 1941, all’età di 23 anni, Rosemary subì dunque una lobotomia prefrontale. Andò male: infatti la Kennedy condusse da allora una vita istituzionalizzata, lontana dalla scena pubblica. Non fu più capace di esprimersi con chiarezza e di camminare senza un aiuto. Il neurologo che segnò il destino della giovane donna fu il dottor Walter J. Freeman.

La lobotomia era stata ideata dal medico e neurologo portoghese Antonio Egas Moniz nel 1936. Il suo metodo prevedeva la trapanazione in vari punti del cranio e la distruzione della sostanza bianca dei lobi frontali mediante iniezioni di alcol all’interno di essi. Moniz vinse il Premio Nobel per la medicina nel 1949 per questa tecnica. La procedura fu esportata negli Stati Uniti da Walter Freeman e James W. Watts che modificarono la tecnica e il nome: dall’originale leucotomia in lobotomia.

Quello che fece Walter Freeman fu un lavoro grezzo, barbaro e nocivo in molti casi” ha sostenuto Jack El-Hai, nella sua biografia del 2005,  The Lobotomist, che ha come sottotitolo: “un genio medico indipendente e la sua tragica ricerca per liberare il mondo della malattia mentale”. Il dottor Freeman morì nel 1972, dopo aver presieduto a circa 3.500 lobotomie, dal 1936 al 1967.

All’inizio l’operazione veniva eseguita materialmente dal neurochirurgo James W. Watts, ma la partnership fra i due medici si sciolse un decennio più tardi, quando il dottor Freeman abbracciò una nuova procedura, chiamata lobotomia transorbitale, che consisteva nel sollevare la palpebra superiore dell’occhio del paziente; un punteruolo veniva inserito e martellato fino a rompere il sottile strato osseo sopra l’occhio, per farlo penetrare nel cervello, con lo scopo di distaccare i lobi frontali dal talamo. L’operazione veniva eseguita in ambulatorio, spesso di fronte al pubblico.

Il dottor Watts, morto nel 1994, non volle seguire il collega in questa impresa, per cui Freeman, da solo, eseguì centinaia e centinaia di quelle che furono chiamate lobotomie col punteruolo da ghiaccio. (In un periodo di 12 giorni, Freeman operò 225 persone, durante una trasferta nella Virginia occidentale).

Il dottor Watts affermava che molti dei loro pazienti – uomini e donne con malattie gravi come la depressione, ma anche ansia e insonnia – mostravano risultati positivi dopo l’intervento, in ​​quanto erano capaci di condurre o riprendere una vita attiva. Ma non tutti hanno trovato sollievo grazie a questa tecnica chirurgica ed anzi alcuni pazienti sono addirittura  peggiorati. La Kennedy è probabilmente la paziente più famosa fra le persone operate che ebbero esiti infelici, ma non fu la sola. Fu così, ad esempio, anche per Helen Mortensen, una degli ultimi pazienti del Dr. Freeman, la quale morì di emorragia cerebrale tre giorni dopo l’operazione, a causa dell’erronea resezione di un vaso sanguigno.

Era il 1967. In quel periodo, le lobotomie erano cadute completamente fuori uso. Ormai vi erano dei farmaci psicoattivi come la Torazina, antenata del Prozac, che avevano mostrato di essere utili per modificare il tono dell’umore. Le lobotomie furono allora viste come mostruose e inaccettabili: si pensi al film di denuncia “Qualcun volò sul nido del cuculo“, tratto dal romanzo di Ken Kesey.

Naturalmente anche i farmaci non sono delle panacee, e spesso producono anch’essi effetti collaterali non graditi. Per questo oggi una nuova frontiera nella neuroscienza si sta dunque nuovamente affidando all’intervento chirurgico, ma in modo assai diverso dai metodi di Freeman.

Una procedura molto utilizzata è la stimolazione cerebrale profonda, o D.B.S (Deep Brain Stimulation): gli impulsi elettrici vengono inviati in una zona distinta del cervello ritenuta la causa del problema mentale di un paziente. Dal 2002 questa tecnica ha avuto l’approvazione della Food and Drug Administration americana per la cura dei sintomi di Parkinson e ora si sta studiando una sua possibile applicazione anche per i disturbi ossessivo compulsivi e per i problemi di obesità.

È stata inoltre esplorata come possibile metodologia per aiutare i soldati a curare i disturbi post-traumatici da stress. In tali situazioni di stress infatti, si attiva la parte del cervello denominata amigdala, che è la zona cerebrale che si occupa delle emozioni, tra cui la paura. L’auspicio è che l’invio di un segnale elettrico all’amigdala possa restituire al paziente uno stato di calma.

Queste nuove stimolazioni cerebrali non devono essere confuse con l’elettroshock, il quale non prevede interventi chirurgici e si basa solo su una potente scossa al cervello. La D.B.S. funziona invece attraverso l’installazione di elettrodi che producono flussi costanti di segnali a basso consumo energetico in una zona cerebrale specifica ritenuta la causa del problema. La differenza, in un certo senso, è paragonabile a quella che può esservi tra un defibrillatore e un pacemaker. E, come i pacemaker, gli stimolatori cerebrali sono ora abbastanza piccoli da essere inseriti chirurgicamente con relativo comfort. Si ritiene che oltre 125.000 persone in tutto il mondo vivano con dei dispositivi impiantati.

Ciò non significa che il metodo sia infallibile. Come in passato per le lobotomie, non tutti i pazienti ne hanno tratto risultati positivi. Alcuni hanno riportato effetti negativi come aumento della depressione e delle tendenze suicide. Del resto, il cervello è l’organo più complesso e più sconosciuto del corpo. Come ha detto il dottor Emad Eskandar, neurochirurgo presso la Harvard Medical School, “probabilmente sappiamo circa l’1 per cento di come funziona il cervello. Il cervello è incredibilmente complesso, ha 100 miliardi di neuroni, trilioni di connessioni. Quindi, specialmente quando si tratta di funzioni cognitive superiori, come sentimenti, pensieri e emozioni, siamo ancora lontani da una piena comprensione”.

Indubbiamente però la neurochirurgia psichiatrica dei tempi passati ha lasciato un’ombra dietro di sé, e non si può che guardare inizialmente con un certo pregiudizio a questi nuovi interventi, anche se sono all’avanguardia e non hanno nulla a che fare con quelli del passato (che è però un passato ancora troppo recente per essere dimenticato).

Dr. Walter La Gatta

Fonte:
The Quest for a Psychiatric Cure, New York Times

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