L’occultismo secondo Freud e Jung

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occultismoFreud e Jung parlarono molto di occultismo.

Carl Gustav Jung così scrisse nel suo libro ‘Ricordi, sogni, riflessioni’:

‘Mi interessava sapere il parere di Freud sulla precognizione e sulla parapsicologia in genere. Quando lo andai a trovare a Vienna, nel 1909, gli chiesi che cosa ne pensasse. A causa dei suoi pregiudizi materialistici respinse in blocco tutti questi problemi come assurdi, e lo fece nei termini di un così superficiale positivismo, che mi trattenni a fatica dal rispondergli aspramente. Passarono ancora degli anni prima che Freud riconoscesse la serietà della parapsicologia e l’effettiva realtà dei fenomeni ‘occulti’.

Mentre Freud esponeva i suoi argomenti, provavo una strana sensazione. Era come se il mio diaframma fosse di ferro e si fosse arroventato, come una vòlta incandescente. E in quel momento ci fu un tale schianto nella libreria, che era proprio accanto a noi, che entrambi ci alzammo in piedi spaventati, temendo che potesse caderci addosso. Dissi a Freud:”Ecco, questo è un esempio del così detto fenomeno di esteriorizzazione catalitica”.
“Suvvia” disse “questa è una vera sciocchezza!”
“Ma no” risposi “vi sbagliate, Herr Professor, e per provarvelo ora vi predico che tra poco ci sarà un altro scoppio!” E, infatti, non avevo finito di dirlo che si udì nella libreria un altro schianto eguale al primo!
Ancora oggi non so cosa mi desse quella certezza. Ma sapevo al di là di ogni dubbio che il colpo si sarebbe ripetuto. Freud mi guardò stupefatto, senza dir nulla. Non so che cosa gli passasse per la mente, e che cosa volesse dire il suo sguardo. In ogni caso di qui nacque la sua diffidenza nei miei riguardi, ed ebbi la sensazione di aver fatto qualcosa che l’avesse contrariato. Non gli parlai mai più dell’incidente’.

Freud spiegò all’amico Jung cosa l’aveva contrariato con una lunga lettera, che viene qui riportata integralmente:

Dalle lettere di Freud a Jung:

Vienna IX, Berggasse 19
16 Aprile 1909

Caro amico,

… è da notare che proprio la sera in cui l’ho adottata come figlio maggiore, consacrandola mio successore e principe ereditarioin partibus infedelium – quella sera stessa lei mi abbia tolto la dignità paterna e, a quanto pare, con un piacere pari a quello che io avevo avuto nel concederle la mia investitura! Ora temo di dover di nuovo riprendere la parte di padre, per dirle quali sono le mie vedute sui fenomeni spiritici; devo farlo perché le cose stanno diversamente da come le piacerebbe credere.
Non nego di essere stato molto impressionato dai suoi esperimenti e dalle sue considerazioni. Ma, quando lei andò via, decidi di fare qualche osservazione; ed eccone il risultato.
Nella stanza di fronte alla mia vi sono frequenti scricchiolii, che si sentono proprio dove le due pesanti stele egizie posano sulle tavole di quercia della libreria; sicché la cosa è ovvia. Nell’altra stanza, dove sentimmo quel fracasso, tali rumori sono rarissimi. Dapprima sarei stato propenso ad attribuirvi qualche significato, se il rumore sentito ripetutamente mentre lei era qui non si fosse più fatto sentire dopo, quando lei era andato via: ma invece si è ripetuto più volte, senza che fosse mai in rapporto con i miei pensieri, o con considerazioni che riguardassero lei o il suo particolare problema. (Aggiungo a modo di sfida, che non si ripete nemmeno ora…) Ma il fenomeno presto fu per me senza significato, per un altro motivo.
La mia credulità, o almeno la mia propensione a credere con facilità, svanì non appena cessò la suggestione della sua presenza; mi sembra di nuovo, per varie ragioni intime, assai improbabile che una cosa del genere possa ripetersi; i mobili mi stanno dinanzi, non più animati da spiriti, come appariva al poeta, la natura, non più animata dagli dei, quando essi abbandonarono la Grecia.
Perciò ecco che inforco di nuovo i miei paterni occhiali montati in corno e ammonisco il mio caro figliolo a conservare una mente fredda, e a rinunciare piuttosto a capire qualcosa, anziché far fare così grandi sacrifici all’intelligenza; inoltre scuoto anche il mio saggio capo sul problema della psicosintesi, e penso: ebbene, così sono i giovani; provano piacere solo di quelle cose per le quali non hanno bisogno di portarci con loro, dove non potremmo seguirli col nostro fiato corto e le nostre gambe stanche.
Ora, usando del privilegio degli anni, diventerò loquace e parlerò di un’altra cosa che si trova fra cielo e terra e che non può essere capita… Alcuni anni fa scoprii che mi ero messo in testa che sarei morto fra i 61 ed i 62 anni – età che allora mi sembrava un termine ancora lontano. (Oggi mi rimarrebbero solo otto anni da vivere). Poco tempo dopo feci un viaggio con mio fratello in Grecia, ed era veramente inquietante come il numero 61 o 60 collegato all’1 o al 2 ritornasse continuamente in tutte le cose che portassero un numero, specialmente mezzi di trasporto, come scrupolosamente annotai. Mi sentii depresso fino al nostro arrivo ad Atene, dove sperai di poter trarre un respiro di sollievo, quando ci assegnarono due camere al primo piano: almeno non poteva esservi la possibilità che si ripresentasse il n. 61! Bene, risultò che la mia camera era il n. 31 (quindi, con licenza fatalistica, la metà del 61-62) e questo numero, più astuto ed agile si rivelò ancora più tenace nel perseguitarmi.
Dal viaggio di ritorno in poi, fino a tempi recenti il 3q1 – insieme a un 2 che gli si associava volentieri – mi rimase fedele. Ma dal momento che nel mio sistema psichico vi sono zone nelle quali sono solo desideroso di conoscenza, e niente affatto di superstizione, da allora in poi ho tentato di analizzare questo mio convincimento: ed eccone il risultato.
Tale convinzione è sorta nel 1899: in quell’anno vi furono due fatti concomitanti. Innanzi tutto scrissi la Traumdeutung (già in precedenza datata 1900); in secondo luogo mi fu assegnato un nuovo numero di telefono, che ho ancora, il 14362. E’ facile trovare il legame fra questi due fatti: nel 1899, quando scrissi la Traumdeutung, avevo 43 anni, quanto facile allora credere che le ultime due cifre del mio numero telefonico rappresentassero la fine della mia vita, quindi a 61 o 62 anni! D’un tratto si scopre che nella follia c’è del metodo. La superstiziosa credenza che dovessi morire fra i 61 ed i 62 anni corrispondeva anche alla convinzione che col libro sui sogni avessi completato l’opera della mia vita, non avessi più nulla da dire e potessi quindi morire in pace. Vorrà riconoscere, dopo questa analisi, che la cosa non sembra più tanto assurda. Detto tra parentesi, in tutto ciò ha avuto la sua segreta influenza anche Wilhelm Fliess: la superstiuzione risale proprio all’anno dei suoi attacchi alle mie teorie. Eccole così un altro esempio che serve a confermare il carattere tipicamente ebraico del mio misticismo. Ma, a parte ciò, desidero solo dire che avventure simili alla mia con il numero 61 si possono spiegare con due ragioni: la prima, un’attenzione enormememente acuita dall’inconscio, sicché, come Faust, si è indotti a vedere Elena in ogni donna; la seconda, l’innegabile “contributo del caso”, che nella formazione delle illusioni ha una parte analoga al contributo somatico nel sintomo isterico, o a quello linguistico nei bisticci di parole. Resto pertanto in attesa di saperne di più circa le sue ricerche sul “complesso spiritico” con l’interesse che si ha per un’amabile illusione non condivisa. Con saluti cordiali a lei, a sua moglie e ai figlioli.
Suo Freud

Fonte: Carl Gustav Jung, Ricordi, Sogni, Riflessioni, Rizzoli

Dott.ssa Giuliana Proietti Ancona

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