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Psicopill
La psiche in pillole
2006
(2)
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PSICOPILL
> Psicopill 2006 (2)
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Raccolta di informazioni, ricerche e curiosità sul
mondo della psicologia
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Indice della pagina:
●
Perdere una persona cara
●
Psicoterapie: il giudizio degli addetti ai lavori
●
Psicoterapia EBI per perdere peso
●
Terapie brevi contro l'insonnia
●
Il
cervello e il bebè
●
Terapie online
●
Ricerca di info sulla salute in Internet
●
La tolleranza
●
Fidanzamenti lunghi
●
Le
convivenze in Italia
●
Il
disaccordo coniugale
●
La gestione del tempo coniugale
●
La
gestione del denaro
●
La realtà virtuale come terapia
●
I
gruppi di supporto online
●
Internet e le relazioni interpersonali
●
Le donne non amano i videogiochi
●
Le funzioni del cervelletto
●
Dove nasce la fame nervosa
●
I messaggi positivi funzionano meglio
●
La realtà virtuale e il dolore
●
Il potere passa per il consenso
●
Schizofrenia non significa criminalità |
PERDERE UNA
PERSONA CARA
Perdere una persona cara, un marito, una moglie, è uno degli eventi
più stressanti che esistano nella vita di un individuo, e spesso è il
più traumatico in assoluto. I Ricercatori della Medical University of
South Carolina (MUSC) hanno sviluppato un trattamento per chi ha
sperimentato questa esperienza doorosa. Il lutto infatti, fa cadere il
soggetto in uno stato ansioso-depressivo tale per cui non solo cerca
di evitare le situazioni sociali, ma preferisce l'isolamento, (lo
stato depressivo potrà anche causare la morte del sopravvissuto/a dopo
pochi mesi o anni dalla grave e irreparabile perdita subita). Il
National Institute of Aging ha combinato due tipi di trattamenti non
farmacologici e li ha adattati per la cura di questa sindrome
specifica. Si tratta di un programma in cinque sessioni, che consiste
nell' adattamento dell'attivazione comportamentale per la depressione,
trattamento sviluppato da Neil Jacobson, psicologo della University of
Washington; e dell'Exposure Treatment utilizzato per il disordine
post-traumatico da stress, sviluppato da Edna Foa, psicologa
dell'Università della Pennsylvania. Il trattamento psicoterapeutico si
rivolge a soggetti che hanno superato i 55 anni e consiste nel mettere
a punto un programma di comportamenti che includono attività di svago,
come andare a cena fuori con un amico, o portare a termine dei
compiti, capaci di dare alla persona un po' di soddisfazione, come ad
esempio pulire la casa, o pagare le bollette ( ! Sembra strano, ma
quando una persona è depressa, non riesce più a fare nemmeno questo e,
il fatto di tornare ad occuparsi delle piccole cose della vita
quotidiana è già un grande progresso)
Il piano d'azione viene scritto su un calendario, e richiede al
soggetto di specificare anche attività o situazioni che vengono
appositamente evitate perché rievocative della perdita subita.
Per maggiori info: http://www.muschealth.com.
Fonte: Medical News
0TT. 06
PSICOTERAPIE: IL GIUDIZIO DEGLI ADDETTI AI LAVORI
Un nuovo studio ha interessato 30 tecniche di valutazione e 59 tipi di
trattamenti psicologici, al fine di poter stabilire una classifica di
quei trattamenti che gli addetti ai lavori (psicologi ed altri
operatori della salute mentale) considerano 'validi' e quelli che
invece nell'ambiente scientifico appaiono ormai inesorabilmente 'screditati'.
Si è visto così che fra i trattamenti psicoterapeutici più
'screditati' troviamo: Angel, Orgone, Rebirthing, e Primal Scream.
A metà classifica c'è l'interpretazione dei sogni di Freud, la catarsi
per i disturbi di ira, gli Scared Straight programs per soggetti
criminali, DARE programs per la prevenzione dell'abuso di sostanze.
Il massimo del discredito, per la sezione 'strumenti di valutazione' è
stato riservato alla Grafologia, allo Szondi test, al Luscher Color
Test for personality.
Tra i trattamenti considerati validi spicca, a quanto pare, l'EMDR.
Ovviamente è uno studio da prendere con le molle, perché molti degli
intervistati potrebbero non conoscere i dettagli di ogni singola
terapia o metodo di valutazione: in ogni caso può essere un punto di
partenza per cominciare a fare una valutazione delle tante (troppe?)
psicoterapie che ci sono in giro.
Fonte: Norcross, Koocher, & Garofalo (2006). Discredited psychological
treatments and tests: A Delphi poll. Professional Psychology: Research
and Practice, 37(5), 515-522
via Staff Psychologist
OTT. 06
PSICOTERAPIA EBI PER
PERDERE PESO
Una ricerca spagnola ha scoperto che usando uno specifico tipo di
psicoterapia chiamata EBI “early behavioral intervention” (EBI), si
può ridurre il peso accumulato durante le terapie farmacologiche
antipsicotiche (Risperdal, Haldol or Zyprexa). Come si sa, queste
terapie producono quasi sempre un aumento di peso, dunque il nuovo
tipo di psicoterapia potrebbe essere importante per aiutare le persone
a massimizzare il controllo sul proprio peso, attraverso informazioni
sulla nutrizione e l'esercizio fisico, ma anche altri tipi di
strategie psicologiche comportamentali.
Lo studio è stato pubblicato nell'edizione di Settembre del Journal of
Clinical Psychiatry.
Fonte: Reuters Health article.
OTT.06 |
TERAPIE
BREVI CONTRO L'INSONNIA
Gli specialisti del sonno della Pennsylvania sostengono che 12 su 17
insonni adulti (17 per cento) che hanno partecipato ad una singola
sessione di psicoterapia breve comportamentale hanno migliorato la
qualità del loro sonno, provando meno ansia e depressione. Il 53% di
loro sono invece guariti totalmente.
Al contrario, solamente 7su 18 insonni (39 per cento) che
appartenevano ad un gruppo di controllo al quale erano state fornite
delle semplici informazioni sull'igiene del sonno, avevano riscontrato
dei miglioramenti nel dornire e nella conseguente riduzione di ansia e
depressione. Solamente tre (17 per cento) di questi pazienti sono
guariti con questo trattamento.
L'intervento di psicoterapia comportamentale (BBTI) utilizzato dal
gruppo di Pittsburgh comprende una singola sessione di 45 minuti, ed
una di follow up di 30 minuti due settimane dopo. Secondo i
ricercatori, il gruppo che aveva ricevuto il trattamento di
psicoterapia breve ha migliorato di molto la qualità del sonno,
diminuendo anche ansia e depressione. Durante le sessioni, le persone
sono state ad esempio incoraggiate a non stare a letto se non
dormivano e ad alzarsi alla stessa ora ogni giorno. I
miglioramenti osservati possono essere considerati simili, dicono i
ricercatori, a quelli ottenuti nei trattamenti più lunghi di
psicoterapia cognitivo-comportamentale per i problemi di insonnia.
Il Dr. Daniel J. Buysse della University of Pittsburgh School of
Medicine ha pubblicato il suo studio sul Journal of Clinical Sleep
Medicine.
Fonte: Journal of Clinical Sleep Medicine October 2006, via Reuters
OTT. 06
IL CERVELLO E IL BEBE'
Un gruppo di studiosi del Centro ricerche sul cancro di Heidelberg, in
Germania, ha mostrato il ruolo importante che ha sul processo
dell'ovulazione un tipo particolare di neuroni. Nello studio,
pubblicato sull'ultimo numero di Neuron e ripreso in Italia dalla
rivista online Le Scienze, i ricercatori tedeschi spiegano che per
l'ovulazione è essenziale un circuito cerebrale di mediazione di un
gruppo di neuroni, che si trovano nell'ipotalamo, e che sono
indispensabili per la secrezione di gonadotropina, l'ormone più
importante per la prima fase della gravidanza.
"Il momento dell'ovulazione dipende dal grado di maturazione
dell'ovulo e dal fatto che il cervello ne venga informato. Gli
estrogeni, ormoni prodotti dalle ovaie, assolvono questo compito
attorno al quattordicesimo giorno del ciclo. In risposta, i neuroni
così stimolati inducono un aumento di secrezione di gonadotropina da
parte dell'ipofisi, che funge da innesco per l'ovulazione".
Il segnale non può dunque essere captato da tutti i neuroni, ma solo
da quelli che hanno nella loro membrana il recettore alfa, capace di
"ricevere" gli estrogeni. Studi precedenti hanno già dimostrato che se
il recettore alfa non c'è, negli animali da laboratorio si sono notate
lesioni alle ovaie, alle ghiandole mammarie e all'utero. I ricercatori
hanno ora dimostrato che solamente uno specifico gruppo di neuroni
cerebrali riceve il segnale trasmesso dagli estrogeni, e non tutti
quelli che hanno il recettore alfa. Questi neuroni "speciali",
infatti, possegono non solo il recettore alfa, ma sono in contatto
diretto, attraverso una fitta rete di dendriti, con le cellule che
secernono la gonadotropina. Questo contatto diretto è esclusiva di
questo gruppo di neuroni e i ricercatori concludono che "un deficit
funzionale di questo circuito cerebrale secondario può determinare
l'infertilità".
Fonte: Le Scienze
OTT. 06
TERAPIE ON LINE
I ricercatori della Università Nazionale Australiana hanno scoperto
che interventi terapeutici brevi compiuti su Internet non sono
efficaci nel breve periodo, ma lo sono in modo significativo nel lungo
periodo.
Lo studio- non ancora pubblicato- compiuto dai Professori Helen
Christensen e Andrew Mackinnon e dalla Dr ssa Kathy Griffiths presso
il Centre for Mental Health Research (CMHR) dimostra che Internet può
essere altrettanto efficace, in sesno terapeutico, di un tradizionale
incontro faccia-a-faccia.
Il CMHR è leader nel settore dello sviluppo e della erogazione di
informazioni sulla salute mentale via Internet ed ha sviluppato una
Terapia Cognitivo Comportamentale (CBT) specifica per la Rete.
(Vedi www.moodgym.anu.edu.au, e www.bluepages.anu.edu.au ). Le pagine
possono essere consultate in modo gratuito da migliaia di visitatori
in tutto il mondo. BluePages fornisce informazioni psicologiche,
mediche e di medicina alternativa, consigliando esclusivamente delle
cure supportate da evidenza scientifica. Il Professor Christensen ha
dichiarato che lo studio ha evidenziato miglioramenti effettivi fra
gli utenti di MoodGYM e BluePages e che, nel caso della depressione, i
miglioramenti erano significativi, ma da valutare sul lungo periodo.
Il Professore ha specificato che non si sa effettivamente cosa renda
efficace il trattamento via Internet, ma che ciò potrebbe essere
dovuto alla riduzione di trattamenti inefficaci e potenzialmente
dannosi. Gli effetti benefici si riscontrano in un secondo momento,
quando le persone cominciano a mettere in pratica ciò che è stato loro
raccomandato.
Il Professor Christensen ha inoltre suggerito l'utilizzo di Internet
in senso terapeutico per curare anche altri disturbi attinenti la
salute mentale, dal momento che può raggiungere persone che vivono in
aree remote, che non potrebbero frequentare uno studio professionale.
Last, but not least, attraverso la Rete si possono veicolare
informazioni ad oltre il 60% delle persone con problemi mentali, che
non cercano o non ricevono aiuti professionali.
Fonte: Science Daily
Ott. 06
RICERCA DI INFO
SULLA SALUTE IN INTERNET
Sono circa 12 milioni gli italiani che si affidano a Internet per la
ricerca di informazioni sulla salute. Secondo l'indagine «La nuova
domanda di comunicazione sulla salute», realizzata dal Censis per il
Forum per la ricerca biomedica su un campione di mille persone.
Internet è il mezzo di comunicazione che ha registrato l'incremento
più consistente: nel 2003 gli italiani che cercavano online
informazioni sul tema della salute erano solo il 2,8%, contro il 13,1%
del 2006. Solo il 3% di chi si rivolge a Internet per i temi di salute
è ultrasessantacinquenne, contro il 37% che ha invece fra 18 e 29
anni. Esaminando invece il livello di scolarizzazione degli
intervistati, emerge che nel «gruppo» la percentuale di chi si è
fermato alla scuola dell'obbligo è del 12,4%, mentre sale al 44,6%
quando si parla di persone con una laurea.
Coloro che utilizzano internet come fonte informativa sulla salute
sono principalmente i giovani e con un grado di scolarizzazione
elevato. Per quanto riguarda gli argomenti più cliccati ci sono:
ricerca e congressi (64,7%), patologie (43,7%), farmaci (28,4%) e, in
ultimo, temi quali il diritto alla salute, i diritti del malato e la
malasanità (15,8%).
Fonte Censis Via Corriere della Sera
OTT. 06
LA TOLLERANZA
Tolleranza’ in termini psicologici significa ‘sopportazione’, ovvero
la capacità di sostenere tensioni e frustrazioni, padroneggiando e
adattando i propri comportamenti anche di fronte a mancate
gratificazioni immediate (istintuali o esistenziali), sia nei
confronti del proprio vissuto, sia nei confronti di quello degli
altri.
La persona tollerante si astiene dal penalizzare, anche solo con
giudizi negativi, tutti gli atteggiamenti, i modi di fare, i
convincimenti diversi, per contenuto o finalità, dai propri.
Voltaire diceva che la tolleranza è la necessaria conseguenza della
convinzione di essere uomini fallibili. Errare è umano e tutti noi
commettiamo continuamente degli errori: ‘perdoniamoci dunque l’un
l’altro le nostre follie’. Voltaire fa dunque appello alla nostra
onestà intellettuale: dobbiamo confessarci i nostri errori, la nostra
fallibilità, la nostra ignoranza.
L’unica cosa veramente difficile da tollerare, diceva Voltaire, è
l’intolleranza.
Il filosofo Karl Popper, in un suo saggio su Tolleranza e
responsabilità morale propone un'etica professionale, basata su 12
principi che, almeno in alcuni punti, mi sembrano importanti da
applicare anche nella vita di coppia.
Ve ne sintetizzo qui i punti principali:
- E’ impossibile evitare ogni errore, o anche quelli in sé evitabili;
- Naturalmente rimane nostro compito evitare quanto possibile gli
errori;
- Dobbiamo imparare dai nostri errori (dissimulare gli sbagli è il più
grosso peccato intellettuale);
- Dobbiamo imparare ad accettare, con gratitudine, quando altri
richiamano la nostra attenzione sui nostri errori;
- Dobbiamo avere ben chiaro che noi necessitiamo degli altri per
scoprire e correggere gli errori (e loro hanno bisogno di noi), in
particolare di persone cresciute con altre idee ed in una diversa
atmosfera;
.
- Dobbiamo imparare che l’autocritica è la migliore critica, che però
la critica esercitata da altri è una necessità.
Rif. Bibliografico:
Karl Popper, Alla ricerca di un mondo migliore, Armando
Galimberti, Dizionario di psicologia, De Agostini
SETT. 06
FIDANZAMENTI LUNGHI
Si allunga il periodo di fidanzamento. Nel nostro Paese, il periodo di
fidanzamento che precede il primo (o unico) matrimonio dura mediamente
3 anni e 10 mesi, ma, nel corso del tempo tale periodo è aumentato
sempre più: tra le persone sposate prima del 1964, il fidanzamento è
durato, in media, 3 anni e 4 mesi, mentre per quelle sposate dopo il
1993, si protrae sino a 5 anni.
I luoghi che favoriscono l’incontro dei partner cambiano nel corso del
tempo, perché mutano anche gli stili di vita. È aumentato il peso dei
luoghi di vacanza, delle discoteche, delle feste di amici, dei luoghi
di studio e di lavoro, mentre è diminuito quello delle feste di paese,
del vicinato, delle case di parenti e amici e della strada. Le persone
che hanno contratto matrimonio fino alla metà degli anni ’60 si
conoscevano soprattutto attraverso il vicinato (21,3%), in case di
amici o parenti (20,3%) e in occasione di feste di paese (17,5%). Per
le persone sposate negli ultimi dieci anni al primo posto si collocano
le feste tra amici (19,7%), seguite dalla casa di amici o parenti
(13,2%), l’ambiente di lavoro (9,3%), la discoteca (9,3%), la strada
(9,2%), i luoghi delle vacanze (8,5%) e i luoghi dove si studia
(7,2%)(figura 1). La casa di amici o parenti è il luogo di incontro
segnalato più spesso dalle persone che vivono nelle Isole (25,6%) e
nel Sud (20,5%). Il ruolo del vicinato nel creare occasioni di
incontro è evidenziato maggiormente da chi risiede in Umbria (21,2%) e
dai residenti nei comuni fino a 2.000 abitanti (15,8%). Gli ambienti
di lavoro rappresentano il luogo all’origine del fidanzamento
soprattutto per le persone residenti in Trentino-Alto Adige (17,1%),
mentre le discoteche forniscono maggiori occasioni di incontro a
coloro che risiedono in Emilia-Romagna (13,7%) e Toscana (12,1%).
FONTE: ISTAT, 21-08-2006
SETT. 06
LE CONVIVENZE IN ITALIA
Negli ultimi decenni la quota di convivenze prematrimoniali è
cresciuta notevolmente ed è cambiata la loro natura.Se solo l’1,4% dei
matrimoni celebrati prima del 1974 era stato preceduto da una
convivenza, tale quota sale al 9,8% tra il 1984 e il 1993, al 14,3%
tra il 1994 e il 1998 e raggiunge il 25,1% dei matrimoni più recenti
(1999-2003) (figura 2).
Tra coloro che si sono sposati nell’ultimo decennio, la quota di
convivenze prematrimoniali raggiunge valori maggiori nel Nord-est
(22,1% nel quinquennio 1994-1998 e 34,1% nel 1999-2003) e nel
Nordovest (14,8% e 33,7% rispettivamente), mentre, per coloro che si
sono sposati prima del 1984, i valori più elevati si rilevano
nell’Italia Insulare (7%), dove era diffuso il fenomeno del «ratto
consensuale» finalizzato a strappare il consenso della famiglia alle
nozze.
La crescita delle convivenze prematrimoniali per chi ha già avuto una
prima esperienza matrimoniale è stata molto rilevante: dal 17,5% tra
chi ha contratto nuove nozze prima del 1974, al 67,6% dei secondi e
terzi matrimoni celebrati nell’ultimo quinquennio.
Anche la durata della convivenza è differente tra chi convive senza
essersi mai sposato in precedenza (un paio di anni) e chi ha invece
già avuto una esperienza coniugale alle spalle (quasi quattro anni per
le persone sposate tra il 1993 e il 2003): ciò in parte è dovuto
all’attesa dell’espletamento delle pratiche burocratiche necessarie
alla celebrazione delle nuove nozze.
La convivenza prematrimoniale di lunga durata rappresenta un modello
di unione che si è andato
affermando solo recentemente. Tra le persone sposate prima del 1974,
ben il 35,6% delle convivenze
prematrimoniali non superava i 6 mesi, mentre tra quelle sposate dal
1999 al 2003 tale quota raggiunge appena l’11,6%; crescono, viceversa,
soprattutto le unioni prematrimoniali, che hanno raggiunto 4 anni o
più (dal 21,8% al 28,7%).
Le quote di coloro che erano decisi a sposarsi sin dall’inizio della
coabitazione diminuiscono nel corso del tempo (dal 70,4% per coloro
che hanno contratto matrimonio prima del 1974 al 49,7% per quelli
sposati più recentemente), mentre crescono gli indecisi (dal 20,3% al
31,8%) e coloro che non
prevedevano il matrimonio (dal 4,9% al 13%).
Aumentano anche le convivenze in cui almeno uno dei partner era in
attesa di una sentenza di divorzio (dal 5,4% al 17,5%), mentre coloro
che erano contrari al matrimonio continuano a rappresentare un’esigua
minoranza (circa il 2%).
I residenti nel Mezzogiorno sono più decisi a sposarsi fin dall’inizio
della convivenza (70,6%) rispetto
ai residenti nel Nord e nel Centro (49,1% e 42,7% rispettivamente),
dove tale esperienza sembra invece essere affrontata a prescindere
dalla prospettiva del matrimonio.
La convivenza prematrimoniale si configura sempre di più come un
periodo di prova dell’unione.
Infatti, coloro che non erano decisi sin dall’inizio hanno indicato
due principali motivi che hanno spinto alle nozze: «La vita in comune
ha confermato che potevamo sposarci» (60,5%) e «Aspettavamo o volevamo
un bambino» (14,6%). Tuttavia, mentre la prima di queste motivazioni
tende ad assumere nel tempo sempre maggiore peso (dal 54% per coloro
che si sono sposati prima del 1974 al 64,9% per quelli sposati più
recentemente), la seconda scende, dal 17,3% al 9,1%. Infine l’8,4%
delle convivenze prematrimoniali si è concluso con il matrimonio per
«soddisfare le aspettative dei genitori o di altre persone» e il 6,3%
per «le difficoltà che l’unione libera incontra nella società», segno
di una ancora incompleta accettazione sociale di questa forma
familiare.
Fonte: ISTAT
sett. 06
IL DISACCORDO CONIUGALE
motivi più segnalati dalle donne che vivono in coppia sono il modo di
spendere i soldi (57%) e il modo in cui educare i figli (54,2%).
Rispetto al 1998 il contrasto sulle questioni economiche ha superato
quello relativo all’educazione dei figli.
Circa la metà delle donne inoltre dichiara di essere in disaccordo con
il proprio partner su quanto dialogano all’interno della coppia
(51,7%), sul modo di impiegare il tempo libero (49,2%) e sui rapporti
con la parentela (48,4%).
Le occasioni di disaccordo sulla divisione del lavoro domestico sono
più frequenti nelle coppie in cui la donna è occupata rispetto a
quelle in cui lei è casalinga (30,6% contro 18,3%).
Le occasioni di disaccordo sono meno frequenti all’aumentare dell’età
della donna, anche se il
25,2% delle donne di 65 anni o più discute ancora con il partner su
come spendere il denaro e il 19,2% sulle scarse occasioni di dialogo.
Le occasioni di disaccordo sono invece più frequenti nelle coppie non
coniugate rispetto alle
coppie coniugate: discute sull’avere o meno figli il 19,7% delle
coppie non coniugate (rispetto al 12,1% delle coniugate) e sul peso
del lavoro di entrambi i partner nel rapporto di coppia il 23,8%
(rispetto al 18,9% delle coniugate).
Si riscontra nelle coppie del Sud la massima frequenza di contrasti
sul modo di spendere i soldi (42,1% delle coppie), sull’educazione dei
figli (34,6%) e sull’opportunità che la donna lavori (11,9%), mentre è
maggiore nel Nord-ovest la divergenza sui rapporti con genitori e
parenti (25%). Il 72,9% delle donne in coppia ritiene di sostenere un
carico di impegni domestici e lavorativi troppo pesante, anche se il
77,7% è soddisfatto della suddivisione del lavoro domestico con il
partner.
Fonte: ISTAT
Sett. 06
LA GESTIONE DEL TEMPO
CONIUGALE
partner svolgono assieme molte attività, soprattutto nel tempo libero.
Il gioco e le uscite con i figli sono le attività che coinvolgono
prevalentemente la coppia (rispettivamente nel 40,2% e 35,7% dei
casi), seguite dal fare la spesa (31,2%), passeggiare (25,4%), andare
a trovare amici (25,1%) o parenti (25%). Meno diffusa è, invece,
l’abitudine di andare al ristorante o in pizzeria (15%), trascorrere
il week-end fuori casa (8,4%), al cinema o a teatro (6,8%). Mostrano
una maggiore propensione a trascorrere il tempo libero fuori casa le
coppie più giovani o in cui entrambi i partner lavorano o hanno titoli
di studio più elevati.
Le coppie non coniugate trascorrono molto più tempo fuori casa
rispetto alle coppie coniugate,
anche a parità di età. Il 70,9% delle coppie non coniugate, contro il
52,9% delle coniugate, va spesso o qualche volta fuori a pranzo o
cena, al ristorante, pizzeria o trattoria, mentre trascorre il
week-end fuori casa rispettivamente il 38,9% delle prime contro il
30,7% delle seconde.
Anche il luogo in cui abitano sembra avere un certo peso nella scelta
di come trascorrere il tempo fuori casa. Le donne residenti nel
Centro-nord vanno insieme al partner al ristorante o in pizzeria
almeno qualche volta (con un massimo del 59,9% nel Nord-est) e
trascorrono più spesso il week-end fuori casa (34,6% nel Nord-ovest e
nel Centro) rispetto alle donne del Mezzogiorno, che preferiscono
invece uscire per andare a trovare parenti (77,5% nel Sud e 75,1%
nelle Isole) o partecipare a funzioni religiose (62,5% nel Sud e 55,5%
nelle Isole).
La partecipazione a funzioni religiose è inoltre influenzata dall’età
della donna (più l’età cresce più la partecipazione è massiccia) e
dalla tipologia della coppia (il 54,6% delle coppie coniugate
partecipa a funzioni religiose, contro il 27,4% delle coppie non
coniugate).
Fonte: ISTAT
Sett. 06
LA GESTIONE DEL DENARO
La maggioranza delle donne che vivono in coppia ritiene di avere lo
stesso potere decisionale del partner in molte delle decisioni che
riguardano la vita quotidiana, ossia chi frequentare (86,6%), cosa
fare nel tempo libero (85,2%), dove andare in vacanza (83,5%) e come
educare i figli (83,1%). Emerge una maggiore autonomia da parte delle
donne che vivono in coppia nelle decisioni che riguardano la spesa
quotidiana (54,9%), le spese per l’abbigliamento (46%) e le spese per
la casa (41,2%). Viceversa, sulle decisioni che interessano la
gestione dei risparmi è maggiore l’autonomia decisionale degli uomini:
il 22,2% delle donne ritiene che l’uomo ha più potere decisionale,
contro il 16,4% delle donne che dichiara di averne più del proprio
partner. Le donne del Sud, specialmente se hanno meno di 45 anni,
dimostrano una maggiore autonomia rispetto a quelle delle altre
ripartizioni geografiche in relazione alle spese per la casa (50,2%),
alla gestione dei risparmi (19%) e all’educazione dei figli (17,2%).
La quota di donne che ritengono di avere lo stesso potere decisionale
del partner su alcuni aspetti della vita familiare è maggiore tra le
donne in coppia non coniugate che tra le coniugate. Tale differenza è
più marcata per le spese per l’abbigliamento (62,8%, contro 50,6%
delle coniugate), la spesa quotidiana (46,3%, contro 38,1%), la
gestione dei risparmi (68,8%, contro 61,1%).
Al contrario, su altri aspetti, come ad esempio l’educazione dei
figli, le donne non coniugate hanno un minor peso decisionale delle
coniugate (76,7%, contro 83,3%).
La quota di donne in coppia che dichiara di possedere uno o più conti
correnti personali è pari al
18,8% e diminuisce al crescere dell’età, toccando il minimo tra le
donne con più di 64 anni (11,6%).
Circa la metà (48,8%) delle donne in coppia che possiede un conto
corrente ha un conto cointestato. Tra le coppie non coniugate, la
percentuale di donne che hanno almeno un conto corrente personale è
pari al 50,3%, contro il 17,5% delle donne coniugate che, comunque,
presentano una struttura per età più anziana. Anche a parità di età,
le donne in coppia non coniugate hanno, in percentuale maggiore delle
donne coniugate, almeno un conto corrente personale.
Inoltre tra le coppie residenti nel Nord e nel Centro del Paese è
molto più elevata la percentuale di
coloro che possiedono almeno un conto corrente (l’88,4% nel
Nord-ovest, l’86,4% nel Nord-est e il 79,9% nel Centro), rispetto alla
quota di coppie che risiedono nel Sud e nelle Isole (rispettivamente
il 56,4% e il 56,7%).
Fonte: ISTAT
Sett. 06
LA REALTA' VIRTUALE COME
TERAPIA
Chi ha detto che la realtà virtuale riguarda solamente i giochi della
play station o i giochi di ruolo che si possono fare in rete con altri
cybernauti? Sentite questa:
Milioni di newyorkesi hanno assistito, come purtroppo sappiamo, al
famigerato attacco alle Torri Gemelle dell'11 Settembre: il 65 per
cento di loro, si stima, ne sono usciti con gravi problemi emotivi,
fra cui il disordine post traumatico da stress (PTSD, ovvero distrubi
del sonno, attacchi di panico, fobie, irritabilità, stati
dissociativi, pensieri ossessivi e disturbanti ecc).
Ebbene, al NewYork-Presbyterian Hospital/Weill Cornell Medical Center
hanno studiato un nuovo tipo di terapia, specifico per trattare questi
pazienti, che si basa sulla realtà virtuale.
In questo Ospedale hanno iniziato a somministrare la terapia già dal
2002. In pratica viene simulata la situazione vissuta all'nterno del
World Trade Center; allo stesso tempo i pazienti vengono trattati con
D-cycloserine, un farmaco che favorisce l'apprendimento.
Nelle scene di realtà virtuale i pazienti indossano un elmetto che li
immerge immediatamente in una realtà tridimensionale, prima durante e
dopo gli attacchi.
Le scene variano: da un aereoplano che ha appena centrato la prima
torre, ad un altro che si avvicina, al crollo delle Torri, eccetera:
la solita storia che abbiamo tutti visto miliardi di volte in TV. Il
tutto è accompagnato da effetti sonori realistici. E per la prima
volta, per coloro che si trovavano all'interno del Centro Mondiale del
Commercio che queste persone rivivono la loro esperienza, seppure
virtuale. Questa volta però lo fanno sotto la supervisione del
terapeuta che li assicura che riusciranno a salvarsi, che non
finiranno schiacciati uno sull'altro.
La terapia si basa dunque sulla riesposizione all'esperienza
traumatica di quel giorno, offrendo anche altre tecniche
cognitivo-comportamentali. Il paziente viene trasportato in questo
mondo virtuale con tutti i suoi sensi, dice il Dr. JoAnn Difede,
direttore del Programma per i disturbi d'ansia e stress presso il
NewYork-Presbyterian/Weill Cornell e professore associato di
psicologia in psichiatria presso il Weill Cornell Medical College.
La simulazione della realtà virtuale presso l'interno del World Trade
Center è stato sviluppato da Ken Graap e colleghi presso il Virtually
Better di Atlanta, Ga.
Un secondo approccio terapeutico riguarda i pazienti che hanno vissuto
l'attacco dall'esterno del WTC. E' previsto anche l'utilizzo di un
placebo, per capire se il farmaco impiegato è efficace nell'aiutare le
persone a superare le fobie (viene usato anche per migliorare la
comunicazione nei bambini autistici)
Fonte: Medical News Sett. 06
I GRUPPI DI SUPPORTO ONLINE
Gruppi di supporto (o di sostegno, o di mutuo-aiuto) sono delle
particolari comunità virtuali che si occupano di fornire sostegno ad
individui che si trovano ad affrontare malattie, particolari disagi,
dipendenze, fobie ed altri problemi specifici di varia natura.
Numerosi studi hanno dimostrato che appartenere a questi gruppi non
solo modifica la sintomatologia, rendendola più accettabile, ma
produce delle migliori risposte adattive alla diagnosi stessa di
malattia, migliorando la qualità della vita della persona.
Su Internet ci sono moltissimi di questi gruppi, i cui membri hanno la
possibilità di accedere ai siti on line 24 ore su 24, per sette giorni
alla settimana. Spesso è possibile entrare in contatto con altri
membri della comunità di aiuto anche di notte o nei giorni festivi.
Le interazioni tra i membri di una comunità, mediate dal computer,
possono essere utili non solo a chi vi partecipa attivamente, ma anche
a chi legge questi messaggi (in gergo si dice ‘lurkers’ cioè,
letteralmente, persone che si appostano, spiano) senza prendervi parte
attivamente.
Non è Internet ad aver offerto l’idea di unirsi a questi gruppi di
individui che hanno bisogno di aiuto o di mutuo-aiuto: questo genere
di comunità esistevano già molto prima di Internet, ma ora la
possibilità di interagire on line con persone che vivono in differenti
aree geografiche del pianeta rende tutto più semplice, più
interessante ed anche più efficace.
I messaggi che si scambiano le persone che fanno parte di queste
particolari comunità virtuali sono di empatia, di supporto, di
comprensione.
Tra gli aspetti negativi, la possibilità di esporre le proprie
richieste e osservazioni in forma anonima, aspetto che può alimentare
anche in questo caso delle discussioni in rete con terminologie non
sempre educate, non sempre rispettose degli altri. Ancor più grave è
che queste comunità possono anche veicolare informazioni false o
pericolose.
Tra gli aspetti positivi, il fatto che le persone si incoraggiano, si
fanno i complimenti a vicenda quando riescono a far fronte ai propri
disagi, si forniscono informazioni, consigli e strategie e questo
aiuta la persona in difficoltà a sentirsi compresa, aiutata, accolta,
anche se si trova in una condizione di disagio.
Il mutuo aiuto è assai diverso da quello che può offrire una figura
professionale specializzata, che potrebbe dire: ‘so quello che provi
perché l’ho studiato e l’ho visto in altri pazienti’. Qui invece il
discorso è: ‘so quello che provi, perché lo provo o l’ho provato
anch’io’. Ed è estremamente più coinvolgente.
SETT. 06
INTERNET E LE
RELAZIONI INTERPERSONALI
Dai primissimi giorni in cui Internet si è resa disponibile anche a
scopri civili, è stata anzitutto utilizzata per mettere in relazione
le persone, per farle comunicare. L’utilizzo delle e-mail supera
infatti qualsiasi altro servizio utilizzato on line. Oltre alle
e-mails le persone hanno la possibilità di comunicare su internet
anche in altri modi: ad esempio utilizzando l’instant messaging, le
chat rooms, li giochi multi-users e all’interno di miriadi di comunità
virtuali.
Se le persone comunicano, si direbbe, non c’è che da aspettarsi cose
positive da Internet. La comunicazione interpersonale infatti, come si
sa, determina in una persona il senso di appartenenza a una qualche
comunità, (seppure virtuale), accresce l’adesione alle norme e ai
regolamenti comuni ecc. La possibilità di comunicare, potremmo dire,
dà significato alla vita di una persona, che si sente conosciuta e
riconosciuta. E su Internet la persona può coltivare veramente
relazioni di tutti i tipi, da quelle amicali a quelle sentimentali o
lavorative. I più pessimisti pensano che stare tanto tempo da soli
davanti ad un computer possa isolare dal contesto sociale, deviare
dalla normalità delle relazioni faccia-a-faccia con gli altri. Le
ricerche effettuate sull’argomento dànno pareri discordanti. Alcune ad
esempio rilevano il fatto che le relazioni interpersonali su Internet
sono necessariamente più superficiali di come sarebbero nella realtà,
altre hanno invece evidenziato che le persone che appaiono più
socievoli nella vita reale sono le stesse che utilizzano la rete più
spesso degli altri (Pew Internet Report, 2000). Del resto, non è
facile comprendere se l’isolamento sociale di una persona dipenda
effettivamente dall’uso di Internet o se questa persona, già priva di
rapporti sociali, cominci ad utilizzare Internet come forma di
compensazione.
Probabilmente, una ricerca longitudinale (che dura cioè diversi anni)
che metta a confronto delle persone che utilizzano Internet con delle
persone che non ne fanno uso (gruppo di controllo), potrebbe chiarire
meglio l’effettiva influenza della Rete sui comportamenti degli
individui; il problema è che è sempre più difficile trovare un gruppo
di persone che non utilizzano Internet e che sicuramente non lo
faranno per gli anni successivi....
Le tentazioni infatti sono sempre maggiori: dalle previsioni del
tempo, al valore delle azioni, dallo shopping on line alla ricerca del
partner, ecc. ecc. :i motivi che rendono Internet indispensabile sono
sempre di più, anche per chi all’inizio ha lottato strenuamente per
non lasciarsi coinvolgere da questo mezzo rivoluzionario, che ha
cambiato le nostre vite.
SETT.06
LE DONNE NON AMANO I
VIDEOGIOCHI
Secondo una ricerca presentata recentemente all’Edinburgh Interactive
Entertainment Festival, ogni dieci giocatori di videogame solo una è
donna ed in genere è giovane. (Tra i giovani videogiocano il 90% ei
maschi ed il 40% delle femmine). Le ragazze però non sono così
appassionate e dopo un anno di gioco si stancano. Insomma non c'è
fidelizzazione ed il mercato non riesce a saturarsi.
Anche i giochi progettati appositamente per le ragazze non hanno
successo. Invece funzionano alla grande giochi come i Sims (edito
dalla Electronic Arts, vanta oltre 40 milioni di copie vendute ed è il
videogioco più popolare al mondo) e siti Web come Pogo.com. Non è un
caso che la maggior parte dei giocatori di «The Sims» siano donne: il
70 per cento sono ragazze sotto i 25 anni. Perché il gioco dei Sims è
un gioco di relazioni, ed è questo che piace alle ragazze: non tanto
sparare, combattere o saltare ostacoli improbabili, ma relazionarsi,
incontrarsi, chattare.
SETT.06
LE FUNZIONI DEL CERVELLETTO
Recentemente, molte ricerche internazionali hanno dimostrato che il
cervelletto non presiede solo all'attività motoria, ma gioca un ruolo
importante anche per l'area emozionale. Intervenire su di esso dunque,
affermano gli esperti, è la via giusta per arrivare a fare tabula rasa
dei ricordi collegati a sentimenti di paura. Ciò era stato possibile
evidenziarlo perché pazienti con lesioni al cervelletto presentano
disturbi non di natura motoria, bensì legati alla sfera
emozionale-cognitiva. "Il cervelletto, dunque è legato anche all' area
delle emozioni'' affermava dunque due anni fa neurofisiologo
Piergiorgio Strata, dell'Università di Torino e della Fondazione Santa
Lucia (leggi relativo artidcolo sul numero di ottobre 2004 di Newton
). Ora i ricercatori hanno pubblicato un'altra ricerca interessante,
che studia sempre il cervelletto. Questa è la domanda che si sono
posti i ricercatori:
Se siamo rilassati in campagna, e ascoltiamo il cinguettio degli
uccelli, perché il transito inatteso di un treno ci fa trasalire? E
perché, al contrario, se viviamo in prossimità di una ferrovia non ci
accorgiamo neanche più del passare dei treni? Cosa c'è, nel nostro
cervello, che ci fa notare le cose insolite? La risposta è nel
cervelletto.
Così leggiamo in uno studio appena pubblicato sulla rivista online
Brain , Gli scienziati, che hanno collaborato con l'Università
Cattolica del Sacro Cuore di Roma e l'IRCCS Medea di Udine, hanno
studiato alcuni pazienti che avevano riportato lesioni a un solo lato
del cervelletto ed hanno scoperto che è qui, potremmo dire, il centro
del trasalimento, quello che ci fa sorprendere.
DOVE NASCE LA FAME NERVOSA
Scienziati di New York hanno scoperto i circuiti del cervello dove
nasce la fame nervosa, desiderio di abbuffarsi anche quando si e'
sazi. Gli scienziati hanno evidenziato che si tratta degli stessi
circuiti che nei tossicodipendenti in astinenza alimentano il
desiderio di una nuova dose: la corteccia orbito-frontale e lo
striato, oltre all'ippocampo. Con la fame nervosa saltano i controlli
nel cervello che, recependo i segnali di sazieta', interrompono lo
stimolo a mangiare.
Fonte: Ansa-OTT 06
I MESSAGGI POSITIVI
FUNZIONANO MEGLIO
Una nuova ricerca pubblicata oggi dall' Economic and Social Research
Council mostra che le strategie di informazione positive, quelle che
aiutano le persone a mettere in atto dei comportamenti a favore della
salute, personale e dell'ambiente, sono molto più vantaggiose ed
efficaci di quelle negative, che utilizzano messaggi in grado di
impaurire le persone, farle sentire in colpa o dispiaciute per
qualcosa.
Ad esempio, negli ultimi anni sono stati creati messaggi pubblicitari
per cercare di convincere le persone a prendere meno spesso la
macchina, a fare più esercizio, a curarsi di più dell'ambiente e così
via. Ebbene, quali hanno avuto più successo? Con il progetto: 'Does
changing attitudes, norms or self-efficacy change intentions and
behaviour?', condotto dal Professor Paschal Sheeran della Sheffield
University, si è deciso di studiare tutti i messaggi che hanno
condotto ai cambiamenti sperati, che sono stati lanciati negli ultimi
25 anni, quantificando anche i loro effetti, sia a livello decisionale
che comportamentale. Non è una cosa nuova: la psicologia della
comunicazione aveva già compreso che un messaggio troppo 'forte'
avrebbe portato la persona ad alzare le spalle, piuttosto che a
collaborare. Questo studio dunque porta un'evidenza concreta su questa
ipotesi. Il gruppo di ricerca ha identificato 33 strategie distinte
per il cambiamento delle intenzioni e dei comportamenti in 129 studi
differenti. Si è visto così che le strategie 'vincenti' fornivano
informazioni generali, dettagli, conseguenze e opportunità per fare
confronti. I messaggi più efficaci sono risultati essere quelli di
tipo pratico, che si ponevano obiettivi concreti, consentivano delle
riflessioni personali, permettevano di aderire ai suggerimenti
proposti e poi di verificarne i risultati. Spingere le persone ad
avere paura o a farle sentire dispiaciute invece sono strategie che
hanno funzionato in pochissimi casi.
Contatti:
Professor Paschal Sheeran p.sheeran@sheffield.ac.uk
Or Alexandra Saxonat ESRC, alexandra.saxon@esrc.ac.uk
Fonte: Eurekalert SETT. 06
LA REALTA' VIRTUALE E IL
DOLORE
La sensazione di dolore che produce un'operazione chirurgica può
essere ridotta con un casco che faccia immergere il paziente in una
realtà virtuale. Un esperimento con un videogioco semplice è stato
condotto dal Dipartimento di Psicologia Clinica e della Salute
dell'Università indipendente di Barcellona. Il lavoro, coordinato da
Andreas Wismeijer Philips, afferma che va data maggiore importanza
agli aspetti psicologici, nella percezione del dolore. Le Tecniche di
Distrazione Avanzata (TDA) si basano sul concetto che la percezione
del dolore è maggiore quando l'attenzione del soggetto è diretta verso
gli stimoli dolorosi.In cvonclusione, se provate dolore, fisico o
psicologico, provate a distrarvi con un videogioco.
Fonte: DiarioMalaga SETT. 06
IL POTERE PASSA PER IL
CONSENSO
La ricerca sulla comunicazione si focalizza soprattutto su come gli
individui usano i segnali per influenzare il comportamento di chi
ascolta. Soprattutto si studia il rapporto fra emittente e ricevente
di un messaggio. Viene invece raramente studiato il ruolo che occupa
la comunicazione nelle strutture sociali. In una nuova ricerca
pubblicata sul The American Naturalist, i ricercatori Jessica Flack e
David Krakauer del Santa Fe Institute hanno studiato come emergono le
strutture di potere in una società di scimmie. Si è visto così che
quando si costruisce una società i messaggi devono essere chiari e
ridurre al minimo qualsiasi ambiguità. I ricercatori hanno scoperto
che il potere emerge attraverso il consenso. Se c’è un alto livello di
consenso all’interno del gruppo verso un individuo, questo riceve
molti segnali di sottomissione da parte di numerosi altri soggetti. Le
società vengono quindi organizzate sul consenso. Solo gli individui
che ricevono molto consenso possono avere il potere di intervenire nei
conflitti sociali, che mettono in crisi la coesione sociale.
Fonte: Eurekalert
SETT. 06
SCHIZOFRENIA NON
SIGNIFICA CRIMINALITA'
Katy-Louise Morgan, del Leicester's Department of Media and
Communication sostiene che la stampa inglese abbia dato notizie errate
sulla malattia mentale, in particolare per quanto riguarda la
schizofrenia, che è stata spesso legata al crimine più serio. Questo
sta producendo un danno, non solo per chi soffre di problemi
psicotici, ma anche per i nevrotici, che vengono così stigmatizzati e
resi vittime di pregiudizi da parte del pubblico. Ogni volta che si
pala di omicidi i giornali tirano in ballo la malattia mentale, come
se ci fosse un legame fra le due cose. Secondo Miss Morgan non solo
gli schizofrenici sono una piccola parte di coloro che soffrono di
malattie mentali, ma soprattutto essi non sono certo tutti
assassini... Un eccesso di rappresentazione mediatica della psicosi
presso la stampa inglese porta a generalizzazioni ingiustificate,
soprattutto nei riguardi della nevrosi. Il rischio è che i lettori dei
giornali e i radioascoltatori, a forza di sentire le malattie mentali
associate al crimine, finiscano per stabilire un legame fra le due
cose. La malattia mentale deve essere compresa e queste campagne di
stampa non aiutano la causa: secondo la Morgan servono solo a fare
soldi attraverso una maggiore vendita di giornali e pubblicità
associata alle notizie.
Contattare: Ather Mirza
am74@le.ac.uk
01-162-523-335
University of Leicester 6
Fonte: Eurekalert
SETT. 06 |
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