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20
06 (2)

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Raccolta di informazioni, ricerche e curiosità sul mondo della psicologia
 

Indice della pagina:

Perdere una persona cara

Psicoterapie: il giudizio degli addetti ai lavori

Psicoterapia EBI per perdere peso

Terapie brevi contro l'insonnia

  Il cervello e il bebè

  Terapie online

Ricerca di info sulla salute in Internet

La tolleranza

Fidanzamenti lunghi

Le convivenze in Italia

Il disaccordo coniugale

La gestione del tempo coniugale

La gestione del denaro

La realtà virtuale come terapia

I gruppi di supporto online

Internet e le relazioni interpersonali

Le donne non amano i videogiochi

Le funzioni del cervelletto

Dove nasce la fame nervosa

I messaggi positivi funzionano meglio

La realtà virtuale e il dolore

Il potere passa per il consenso

Schizofrenia non significa criminalità
PERDERE UNA PERSONA CARA

Perdere una persona cara, un marito, una moglie, è uno degli eventi più stressanti che esistano nella vita di un individuo, e spesso è il più traumatico in assoluto. I Ricercatori della Medical University of South Carolina (MUSC) hanno sviluppato un trattamento per chi ha sperimentato questa esperienza doorosa. Il lutto infatti, fa cadere il soggetto in uno stato ansioso-depressivo tale per cui non solo cerca di evitare le situazioni sociali, ma preferisce l'isolamento, (lo stato depressivo potrà anche causare la morte del sopravvissuto/a dopo pochi mesi o anni dalla grave e irreparabile perdita subita). Il National Institute of Aging ha combinato due tipi di trattamenti non farmacologici e li ha adattati per la cura di questa sindrome specifica. Si tratta di un programma in cinque sessioni, che consiste nell' adattamento dell'attivazione comportamentale per la depressione, trattamento sviluppato da Neil Jacobson, psicologo della University of Washington; e dell'Exposure Treatment utilizzato per il disordine post-traumatico da stress, sviluppato da Edna Foa, psicologa dell'Università della Pennsylvania. Il trattamento psicoterapeutico si rivolge a soggetti che hanno superato i 55 anni e consiste nel mettere a punto un programma di comportamenti che includono attività di svago, come andare a cena fuori con un amico, o portare a termine dei compiti, capaci di dare alla persona un po' di soddisfazione, come ad esempio pulire la casa, o pagare le bollette ( ! Sembra strano, ma quando una persona è depressa, non riesce più a fare nemmeno questo e, il fatto di tornare ad occuparsi delle piccole cose della vita quotidiana è già un grande progresso)
Il piano d'azione viene scritto su un calendario, e richiede al soggetto di specificare anche attività o situazioni che vengono appositamente evitate perché rievocative della perdita subita.

Per maggiori info: http://www.muschealth.com.

Fonte: Medical News
0TT. 06

PSICOTERAPIE: IL GIUDIZIO DEGLI ADDETTI AI LAVORI

Un nuovo studio ha interessato 30 tecniche di valutazione e 59 tipi di trattamenti psicologici, al fine di poter stabilire una classifica di quei trattamenti che gli addetti ai lavori (psicologi ed altri operatori della salute mentale) considerano 'validi' e quelli che invece nell'ambiente scientifico appaiono ormai inesorabilmente 'screditati'.

Si è visto così che fra i trattamenti psicoterapeutici più 'screditati' troviamo: Angel, Orgone, Rebirthing, e Primal Scream.
A metà classifica c'è l'interpretazione dei sogni di Freud, la catarsi per i disturbi di ira, gli Scared Straight programs per soggetti criminali, DARE programs per la prevenzione dell'abuso di sostanze.
Il massimo del discredito, per la sezione 'strumenti di valutazione' è stato riservato alla Grafologia, allo Szondi test, al Luscher Color Test for personality.
Tra i trattamenti considerati validi spicca, a quanto pare, l'EMDR.

Ovviamente è uno studio da prendere con le molle, perché molti degli intervistati potrebbero non conoscere i dettagli di ogni singola terapia o metodo di valutazione: in ogni caso può essere un punto di partenza per cominciare a fare una valutazione delle tante (troppe?) psicoterapie che ci sono in giro.

Fonte: Norcross, Koocher, & Garofalo (2006). Discredited psychological treatments and tests: A Delphi poll. Professional Psychology: Research and Practice, 37(5), 515-522
via Staff Psychologist
OTT. 06

PSICOTERAPIA EBI PER PERDERE PESO

Una ricerca spagnola ha scoperto che usando uno specifico tipo di psicoterapia chiamata EBI “early behavioral intervention” (EBI), si può ridurre il peso accumulato durante le terapie farmacologiche antipsicotiche (Risperdal, Haldol or Zyprexa). Come si sa, queste terapie producono quasi sempre un aumento di peso, dunque il nuovo tipo di psicoterapia potrebbe essere importante per aiutare le persone a massimizzare il controllo sul proprio peso, attraverso informazioni sulla nutrizione e l'esercizio fisico, ma anche altri tipi di strategie psicologiche comportamentali.
Lo studio è stato pubblicato nell'edizione di Settembre del Journal of Clinical Psychiatry.

Fonte: Reuters Health article.
OTT.06
TERAPIE BREVI CONTRO L'INSONNIA

Gli specialisti del sonno della Pennsylvania sostengono che 12 su 17 insonni adulti (17 per cento) che hanno partecipato ad una singola sessione di psicoterapia breve comportamentale hanno migliorato la qualità del loro sonno, provando meno ansia e depressione. Il 53% di loro sono invece guariti totalmente.
Al contrario, solamente 7su 18 insonni (39 per cento) che appartenevano ad un gruppo di controllo al quale erano state fornite delle semplici informazioni sull'igiene del sonno, avevano riscontrato dei miglioramenti nel dornire e nella conseguente riduzione di ansia e depressione. Solamente tre (17 per cento) di questi pazienti sono guariti con questo trattamento.
L'intervento di psicoterapia comportamentale (BBTI) utilizzato dal gruppo di Pittsburgh comprende una singola sessione di 45 minuti, ed una di follow up di 30 minuti due settimane dopo. Secondo i ricercatori, il gruppo che aveva ricevuto il trattamento di psicoterapia breve ha migliorato di molto la qualità del sonno, diminuendo anche ansia e depressione. Durante le sessioni, le persone sono state ad esempio incoraggiate a non stare a letto se non dormivano e ad alzarsi alla stessa ora ogni giorno.  I miglioramenti osservati possono essere considerati simili, dicono i ricercatori, a quelli ottenuti nei trattamenti più lunghi di psicoterapia cognitivo-comportamentale per i problemi di insonnia.
Il Dr. Daniel J. Buysse della University of Pittsburgh School of Medicine ha pubblicato il suo studio sul Journal of Clinical Sleep Medicine.

Fonte: Journal of Clinical Sleep Medicine October 2006, via Reuters
OTT. 06

IL CERVELLO E IL BEBE'

Un gruppo di studiosi del Centro ricerche sul cancro di Heidelberg, in Germania, ha mostrato il ruolo importante che ha sul processo dell'ovulazione un tipo particolare di neuroni. Nello studio, pubblicato sull'ultimo numero di Neuron e ripreso in Italia dalla rivista online Le Scienze, i ricercatori tedeschi spiegano che per l'ovulazione è essenziale un circuito cerebrale di mediazione di un gruppo di neuroni, che si trovano nell'ipotalamo, e che sono indispensabili per la secrezione di gonadotropina, l'ormone più importante per la prima fase della gravidanza.

"Il momento dell'ovulazione dipende dal grado di maturazione dell'ovulo e dal fatto che il cervello ne venga informato. Gli estrogeni, ormoni prodotti dalle ovaie, assolvono questo compito attorno al quattordicesimo giorno del ciclo. In risposta, i neuroni così stimolati inducono un aumento di secrezione di gonadotropina da parte dell'ipofisi, che funge da innesco per l'ovulazione".

Il segnale non può dunque essere captato da tutti i neuroni, ma solo da quelli che hanno nella loro membrana il recettore alfa, capace di "ricevere" gli estrogeni. Studi precedenti hanno già dimostrato che se il recettore alfa non c'è, negli animali da laboratorio si sono notate lesioni alle ovaie, alle ghiandole mammarie e all'utero. I ricercatori hanno ora dimostrato che solamente uno specifico gruppo di neuroni cerebrali riceve il segnale trasmesso dagli estrogeni, e non tutti quelli che hanno il recettore alfa. Questi neuroni "speciali", infatti, possegono non solo il recettore alfa, ma sono in contatto diretto, attraverso una fitta rete di dendriti, con le cellule che secernono la gonadotropina. Questo contatto diretto è esclusiva di questo gruppo di neuroni e i ricercatori concludono che "un deficit funzionale di questo circuito cerebrale secondario può determinare l'infertilità".

Fonte: Le Scienze
OTT. 06

TERAPIE ON LINE

I ricercatori della Università Nazionale Australiana hanno scoperto che interventi terapeutici brevi compiuti su Internet non sono efficaci nel breve periodo, ma lo sono in modo significativo nel lungo periodo.
Lo studio- non ancora pubblicato- compiuto dai Professori Helen Christensen e Andrew Mackinnon e dalla Dr ssa Kathy Griffiths presso il Centre for Mental Health Research (CMHR) dimostra che Internet può essere altrettanto efficace, in sesno terapeutico, di un tradizionale incontro faccia-a-faccia.
Il CMHR è leader nel settore dello sviluppo e della erogazione di informazioni sulla salute mentale via Internet ed ha sviluppato una Terapia Cognitivo Comportamentale (CBT) specifica per la Rete.
(Vedi www.moodgym.anu.edu.au, e www.bluepages.anu.edu.au ). Le pagine possono essere consultate in modo gratuito da migliaia di visitatori in tutto il mondo. BluePages fornisce informazioni psicologiche, mediche e di medicina alternativa, consigliando esclusivamente delle cure supportate da evidenza scientifica. Il Professor Christensen ha dichiarato che lo studio ha evidenziato miglioramenti effettivi fra gli utenti di MoodGYM e BluePages e che, nel caso della depressione, i miglioramenti erano significativi, ma da valutare sul lungo periodo.
Il Professore ha specificato che non si sa effettivamente cosa renda efficace il trattamento via Internet, ma che ciò potrebbe essere dovuto alla riduzione di trattamenti inefficaci e potenzialmente dannosi. Gli effetti benefici si riscontrano in un secondo momento, quando le persone cominciano a mettere in pratica ciò che è stato loro raccomandato.
Il Professor Christensen ha inoltre suggerito l'utilizzo di Internet in senso terapeutico per curare anche altri disturbi attinenti la salute mentale, dal momento che può raggiungere persone che vivono in aree remote, che non potrebbero frequentare uno studio professionale.
Last, but not least, attraverso la Rete si possono veicolare informazioni ad oltre il 60% delle persone con problemi mentali, che non cercano o non ricevono aiuti professionali.

Fonte: Science Daily
Ott. 06

RICERCA DI INFO SULLA SALUTE IN INTERNET

Sono circa 12 milioni gli italiani che si affidano a Internet per la ricerca di informazioni sulla salute. Secondo l'indagine «La nuova domanda di comunicazione sulla salute», realizzata dal Censis per il Forum per la ricerca biomedica su un campione di mille persone. Internet è il mezzo di comunicazione che ha registrato l'incremento più consistente: nel 2003 gli italiani che cercavano online informazioni sul tema della salute erano solo il 2,8%, contro il 13,1% del 2006. Solo il 3% di chi si rivolge a Internet per i temi di salute è ultrasessantacinquenne, contro il 37% che ha invece fra 18 e 29 anni. Esaminando invece il livello di scolarizzazione degli intervistati, emerge che nel «gruppo» la percentuale di chi si è fermato alla scuola dell'obbligo è del 12,4%, mentre sale al 44,6% quando si parla di persone con una laurea.
Coloro che utilizzano internet come fonte informativa sulla salute sono principalmente i giovani e con un grado di scolarizzazione elevato. Per quanto riguarda gli argomenti più cliccati ci sono: ricerca e congressi (64,7%), patologie (43,7%), farmaci (28,4%) e, in ultimo, temi quali il diritto alla salute, i diritti del malato e la malasanità (15,8%).

Fonte Censis Via Corriere della Sera
OTT. 06

LA TOLLERANZA

Tolleranza’ in termini psicologici significa ‘sopportazione’, ovvero la capacità di sostenere tensioni e frustrazioni, padroneggiando e adattando i propri comportamenti anche di fronte a mancate gratificazioni immediate (istintuali o esistenziali), sia nei confronti del proprio vissuto, sia nei confronti di quello degli altri.
La persona tollerante si astiene dal penalizzare, anche solo con giudizi negativi, tutti gli atteggiamenti, i modi di fare, i convincimenti diversi, per contenuto o finalità, dai propri.
Voltaire diceva che la tolleranza è la necessaria conseguenza della convinzione di essere uomini fallibili. Errare è umano e tutti noi commettiamo continuamente degli errori: ‘perdoniamoci dunque l’un l’altro le nostre follie’. Voltaire fa dunque appello alla nostra onestà intellettuale: dobbiamo confessarci i nostri errori, la nostra fallibilità, la nostra ignoranza.
L’unica cosa veramente difficile da tollerare, diceva Voltaire, è l’intolleranza.

Il filosofo Karl Popper, in un suo saggio su Tolleranza e responsabilità morale propone un'etica professionale, basata su 12 principi che, almeno in alcuni punti, mi sembrano importanti da applicare anche nella vita di coppia.
Ve ne sintetizzo qui i punti principali:

- E’ impossibile evitare ogni errore, o anche quelli in sé evitabili;

- Naturalmente rimane nostro compito evitare quanto possibile gli errori;

- Dobbiamo imparare dai nostri errori (dissimulare gli sbagli è il più grosso peccato intellettuale);

- Dobbiamo imparare ad accettare, con gratitudine, quando altri richiamano la nostra attenzione sui nostri errori;

- Dobbiamo avere ben chiaro che noi necessitiamo degli altri per scoprire e correggere gli errori (e loro hanno bisogno di noi), in particolare di persone cresciute con altre idee ed in una diversa atmosfera;
.
- Dobbiamo imparare che l’autocritica è la migliore critica, che però la critica esercitata da altri è una necessità.

Rif. Bibliografico:
Karl Popper, Alla ricerca di un mondo migliore, Armando
Galimberti, Dizionario di psicologia, De Agostini
SETT. 06

FIDANZAMENTI LUNGHI

Si allunga il periodo di fidanzamento. Nel nostro Paese, il periodo di fidanzamento che precede il primo (o unico) matrimonio dura mediamente 3 anni e 10 mesi, ma, nel corso del tempo tale periodo è aumentato sempre più: tra le persone sposate prima del 1964, il fidanzamento è durato, in media, 3 anni e 4 mesi, mentre per quelle sposate dopo il 1993, si protrae sino a 5 anni.

I luoghi che favoriscono l’incontro dei partner cambiano nel corso del tempo, perché mutano anche gli stili di vita. È aumentato il peso dei luoghi di vacanza, delle discoteche, delle feste di amici, dei luoghi di studio e di lavoro, mentre è diminuito quello delle feste di paese, del vicinato, delle case di parenti e amici e della strada. Le persone che hanno contratto matrimonio fino alla metà degli anni ’60 si conoscevano soprattutto attraverso il vicinato (21,3%), in case di amici o parenti (20,3%) e in occasione di feste di paese (17,5%). Per le persone sposate negli ultimi dieci anni al primo posto si collocano le feste tra amici (19,7%), seguite dalla casa di amici o parenti (13,2%), l’ambiente di lavoro (9,3%), la discoteca (9,3%), la strada (9,2%), i luoghi delle vacanze (8,5%) e i luoghi dove si studia (7,2%)(figura 1). La casa di amici o parenti è il luogo di incontro segnalato più spesso dalle persone che vivono nelle Isole (25,6%) e nel Sud (20,5%). Il ruolo del vicinato nel creare occasioni di incontro è evidenziato maggiormente da chi risiede in Umbria (21,2%) e dai residenti nei comuni fino a 2.000 abitanti (15,8%). Gli ambienti di lavoro rappresentano il luogo all’origine del fidanzamento soprattutto per le persone residenti in Trentino-Alto Adige (17,1%), mentre le discoteche forniscono maggiori occasioni di incontro a coloro che risiedono in Emilia-Romagna (13,7%) e Toscana (12,1%).

FONTE: ISTAT, 21-08-2006
SETT. 06

LE CONVIVENZE IN ITALIA

Negli ultimi decenni la quota di convivenze prematrimoniali è cresciuta notevolmente ed è cambiata la loro natura.Se solo l’1,4% dei matrimoni celebrati prima del 1974 era stato preceduto da una convivenza, tale quota sale al 9,8% tra il 1984 e il 1993, al 14,3% tra il 1994 e il 1998 e raggiunge il 25,1% dei matrimoni più recenti (1999-2003) (figura 2).
Tra coloro che si sono sposati nell’ultimo decennio, la quota di convivenze prematrimoniali raggiunge valori maggiori nel Nord-est (22,1% nel quinquennio 1994-1998 e 34,1% nel 1999-2003) e nel Nordovest (14,8% e 33,7% rispettivamente), mentre, per coloro che si sono sposati prima del 1984, i valori più elevati si rilevano nell’Italia Insulare (7%), dove era diffuso il fenomeno del «ratto consensuale» finalizzato a strappare il consenso della famiglia alle nozze.
La crescita delle convivenze prematrimoniali per chi ha già avuto una prima esperienza matrimoniale è stata molto rilevante: dal 17,5% tra chi ha contratto nuove nozze prima del 1974, al 67,6% dei secondi e terzi matrimoni celebrati nell’ultimo quinquennio.
Anche la durata della convivenza è differente tra chi convive senza essersi mai sposato in precedenza (un paio di anni) e chi ha invece già avuto una esperienza coniugale alle spalle (quasi quattro anni per le persone sposate tra il 1993 e il 2003): ciò in parte è dovuto all’attesa dell’espletamento delle pratiche burocratiche necessarie alla celebrazione delle nuove nozze.
La convivenza prematrimoniale di lunga durata rappresenta un modello di unione che si è andato
affermando solo recentemente. Tra le persone sposate prima del 1974, ben il 35,6% delle convivenze
prematrimoniali non superava i 6 mesi, mentre tra quelle sposate dal 1999 al 2003 tale quota raggiunge appena l’11,6%; crescono, viceversa, soprattutto le unioni prematrimoniali, che hanno raggiunto 4 anni o più (dal 21,8% al 28,7%).
Le quote di coloro che erano decisi a sposarsi sin dall’inizio della coabitazione diminuiscono nel corso del tempo (dal 70,4% per coloro che hanno contratto matrimonio prima del 1974 al 49,7% per quelli sposati più recentemente), mentre crescono gli indecisi (dal 20,3% al 31,8%) e coloro che non
prevedevano il matrimonio (dal 4,9% al 13%).
Aumentano anche le convivenze in cui almeno uno dei partner era in attesa di una sentenza di divorzio (dal 5,4% al 17,5%), mentre coloro che erano contrari al matrimonio continuano a rappresentare un’esigua minoranza (circa il 2%).
I residenti nel Mezzogiorno sono più decisi a sposarsi fin dall’inizio della convivenza (70,6%) rispetto
ai residenti nel Nord e nel Centro (49,1% e 42,7% rispettivamente), dove tale esperienza sembra invece essere affrontata a prescindere dalla prospettiva del matrimonio.
La convivenza prematrimoniale si configura sempre di più come un periodo di prova dell’unione.
Infatti, coloro che non erano decisi sin dall’inizio hanno indicato due principali motivi che hanno spinto alle nozze: «La vita in comune ha confermato che potevamo sposarci» (60,5%) e «Aspettavamo o volevamo un bambino» (14,6%). Tuttavia, mentre la prima di queste motivazioni tende ad assumere nel tempo sempre maggiore peso (dal 54% per coloro che si sono sposati prima del 1974 al 64,9% per quelli sposati più recentemente), la seconda scende, dal 17,3% al 9,1%. Infine l’8,4% delle convivenze prematrimoniali si è concluso con il matrimonio per «soddisfare le aspettative dei genitori o di altre persone» e il 6,3% per «le difficoltà che l’unione libera incontra nella società», segno di una ancora incompleta accettazione sociale di questa forma familiare.

Fonte: ISTAT
sett. 06

IL DISACCORDO CONIUGALE

motivi più segnalati dalle donne che vivono in coppia sono il modo di spendere i soldi (57%) e il modo in cui educare i figli (54,2%).
Rispetto al 1998 il contrasto sulle questioni economiche ha superato quello relativo all’educazione dei figli.
Circa la metà delle donne inoltre dichiara di essere in disaccordo con il proprio partner su quanto dialogano all’interno della coppia (51,7%), sul modo di impiegare il tempo libero (49,2%) e sui rapporti con la parentela (48,4%).
Le occasioni di disaccordo sulla divisione del lavoro domestico sono più frequenti nelle coppie in cui la donna è occupata rispetto a quelle in cui lei è casalinga (30,6% contro 18,3%).
Le occasioni di disaccordo sono meno frequenti all’aumentare dell’età della donna, anche se il
25,2% delle donne di 65 anni o più discute ancora con il partner su come spendere il denaro e il 19,2% sulle scarse occasioni di dialogo.
Le occasioni di disaccordo sono invece più frequenti nelle coppie non coniugate rispetto alle
coppie coniugate: discute sull’avere o meno figli il 19,7% delle coppie non coniugate (rispetto al 12,1% delle coniugate) e sul peso del lavoro di entrambi i partner nel rapporto di coppia il 23,8% (rispetto al 18,9% delle coniugate).
Si riscontra nelle coppie del Sud la massima frequenza di contrasti sul modo di spendere i soldi (42,1% delle coppie), sull’educazione dei figli (34,6%) e sull’opportunità che la donna lavori (11,9%), mentre è maggiore nel Nord-ovest la divergenza sui rapporti con genitori e parenti (25%). Il 72,9% delle donne in coppia ritiene di sostenere un carico di impegni domestici e lavorativi troppo pesante, anche se il 77,7% è soddisfatto della suddivisione del lavoro domestico con il partner.

Fonte: ISTAT
Sett. 06

LA GESTIONE DEL TEMPO CONIUGALE

partner svolgono assieme molte attività, soprattutto nel tempo libero. Il gioco e le uscite con i figli sono le attività che coinvolgono prevalentemente la coppia (rispettivamente nel 40,2% e 35,7% dei casi), seguite dal fare la spesa (31,2%), passeggiare (25,4%), andare a trovare amici (25,1%) o parenti (25%). Meno diffusa è, invece, l’abitudine di andare al ristorante o in pizzeria (15%), trascorrere il week-end fuori casa (8,4%), al cinema o a teatro (6,8%). Mostrano una maggiore propensione a trascorrere il tempo libero fuori casa le coppie più giovani o in cui entrambi i partner lavorano o hanno titoli di studio più elevati.
Le coppie non coniugate trascorrono molto più tempo fuori casa rispetto alle coppie coniugate,
anche a parità di età. Il 70,9% delle coppie non coniugate, contro il 52,9% delle coniugate, va spesso o qualche volta fuori a pranzo o cena, al ristorante, pizzeria o trattoria, mentre trascorre il week-end fuori casa rispettivamente il 38,9% delle prime contro il 30,7% delle seconde.
Anche il luogo in cui abitano sembra avere un certo peso nella scelta di come trascorrere il tempo fuori casa. Le donne residenti nel Centro-nord vanno insieme al partner al ristorante o in pizzeria almeno qualche volta (con un massimo del 59,9% nel Nord-est) e trascorrono più spesso il week-end fuori casa (34,6% nel Nord-ovest e nel Centro) rispetto alle donne del Mezzogiorno, che preferiscono invece uscire per andare a trovare parenti (77,5% nel Sud e 75,1% nelle Isole) o partecipare a funzioni religiose (62,5% nel Sud e 55,5% nelle Isole).
La partecipazione a funzioni religiose è inoltre influenzata dall’età della donna (più l’età cresce più la partecipazione è massiccia) e dalla tipologia della coppia (il 54,6% delle coppie coniugate partecipa a funzioni religiose, contro il 27,4% delle coppie non coniugate).

Fonte: ISTAT
Sett. 06

LA GESTIONE DEL DENARO

La maggioranza delle donne che vivono in coppia ritiene di avere lo stesso potere decisionale del partner in molte delle decisioni che riguardano la vita quotidiana, ossia chi frequentare (86,6%), cosa fare nel tempo libero (85,2%), dove andare in vacanza (83,5%) e come educare i figli (83,1%). Emerge una maggiore autonomia da parte delle donne che vivono in coppia nelle decisioni che riguardano la spesa quotidiana (54,9%), le spese per l’abbigliamento (46%) e le spese per la casa (41,2%). Viceversa, sulle decisioni che interessano la gestione dei risparmi è maggiore l’autonomia decisionale degli uomini: il 22,2% delle donne ritiene che l’uomo ha più potere decisionale, contro il 16,4% delle donne che dichiara di averne più del proprio partner. Le donne del Sud, specialmente se hanno meno di 45 anni, dimostrano una maggiore autonomia rispetto a quelle delle altre ripartizioni geografiche in relazione alle spese per la casa (50,2%), alla gestione dei risparmi (19%) e all’educazione dei figli (17,2%).
La quota di donne che ritengono di avere lo stesso potere decisionale del partner su alcuni aspetti della vita familiare è maggiore tra le donne in coppia non coniugate che tra le coniugate. Tale differenza è più marcata per le spese per l’abbigliamento (62,8%, contro 50,6% delle coniugate), la spesa quotidiana (46,3%, contro 38,1%), la gestione dei risparmi (68,8%, contro 61,1%).
Al contrario, su altri aspetti, come ad esempio l’educazione dei figli, le donne non coniugate hanno un minor peso decisionale delle coniugate (76,7%, contro 83,3%).
La quota di donne in coppia che dichiara di possedere uno o più conti correnti personali è pari al
18,8% e diminuisce al crescere dell’età, toccando il minimo tra le donne con più di 64 anni (11,6%).
Circa la metà (48,8%) delle donne in coppia che possiede un conto corrente ha un conto cointestato. Tra le coppie non coniugate, la percentuale di donne che hanno almeno un conto corrente personale è pari al 50,3%, contro il 17,5% delle donne coniugate che, comunque, presentano una struttura per età più anziana. Anche a parità di età, le donne in coppia non coniugate hanno, in percentuale maggiore delle donne coniugate, almeno un conto corrente personale.
Inoltre tra le coppie residenti nel Nord e nel Centro del Paese è molto più elevata la percentuale di
coloro che possiedono almeno un conto corrente (l’88,4% nel Nord-ovest, l’86,4% nel Nord-est e il 79,9% nel Centro), rispetto alla quota di coppie che risiedono nel Sud e nelle Isole (rispettivamente il 56,4% e il 56,7%).

Fonte: ISTAT
Sett. 06


LA REALTA' VIRTUALE COME TERAPIA

Chi ha detto che la realtà virtuale riguarda solamente i giochi della play station o i giochi di ruolo che si possono fare in rete con altri cybernauti? Sentite questa:
Milioni di newyorkesi hanno assistito, come purtroppo sappiamo, al famigerato attacco alle Torri Gemelle dell'11 Settembre: il 65 per cento di loro, si stima, ne sono usciti con gravi problemi emotivi, fra cui il disordine post traumatico da stress (PTSD, ovvero distrubi del sonno, attacchi di panico, fobie, irritabilità, stati dissociativi, pensieri ossessivi e disturbanti ecc).
Ebbene, al NewYork-Presbyterian Hospital/Weill Cornell Medical Center hanno studiato un nuovo tipo di terapia, specifico per trattare questi pazienti, che si basa sulla realtà virtuale.
In questo Ospedale hanno iniziato a somministrare la terapia già dal 2002. In pratica viene simulata la situazione vissuta all'nterno del World Trade Center; allo stesso tempo i pazienti vengono trattati con D-cycloserine, un farmaco che favorisce l'apprendimento.
Nelle scene di realtà virtuale i pazienti indossano un elmetto che li immerge immediatamente in una realtà tridimensionale, prima durante e dopo gli attacchi.
Le scene variano: da un aereoplano che ha appena centrato la prima torre, ad un altro che si avvicina, al crollo delle Torri, eccetera: la solita storia che abbiamo tutti visto miliardi di volte in TV. Il tutto è accompagnato da effetti sonori realistici. E per la prima volta, per coloro che si trovavano all'interno del Centro Mondiale del Commercio che queste persone rivivono la loro esperienza, seppure virtuale. Questa volta però lo fanno sotto la supervisione del terapeuta che li assicura che riusciranno a salvarsi, che non finiranno schiacciati uno sull'altro.
La terapia si basa dunque sulla riesposizione all'esperienza traumatica di quel giorno, offrendo anche altre tecniche cognitivo-comportamentali. Il paziente viene trasportato in questo mondo virtuale con tutti i suoi sensi, dice il Dr. JoAnn Difede, direttore del Programma per i disturbi d'ansia e stress presso il NewYork-Presbyterian/Weill Cornell e professore associato di psicologia in psichiatria presso il Weill Cornell Medical College.
La simulazione della realtà virtuale presso l'interno del World Trade Center è stato sviluppato da Ken Graap e colleghi presso il Virtually Better di Atlanta, Ga.
Un secondo approccio terapeutico riguarda i pazienti che hanno vissuto l'attacco dall'esterno del WTC. E' previsto anche l'utilizzo di un placebo, per capire se il farmaco impiegato è efficace nell'aiutare le persone a superare le fobie (viene usato anche per migliorare la comunicazione nei bambini autistici)

Fonte: Medical News Sett. 06

I GRUPPI DI SUPPORTO ONLINE

Gruppi di supporto (o di sostegno, o di mutuo-aiuto) sono delle particolari comunità virtuali che si occupano di fornire sostegno ad individui che si trovano ad affrontare malattie, particolari disagi, dipendenze, fobie ed altri problemi specifici di varia natura. Numerosi studi hanno dimostrato che appartenere a questi gruppi non solo modifica la sintomatologia, rendendola più accettabile, ma produce delle migliori risposte adattive alla diagnosi stessa di malattia, migliorando la qualità della vita della persona.
Su Internet ci sono moltissimi di questi gruppi, i cui membri hanno la possibilità di accedere ai siti on line 24 ore su 24, per sette giorni alla settimana. Spesso è possibile entrare in contatto con altri membri della comunità di aiuto anche di notte o nei giorni festivi.
Le interazioni tra i membri di una comunità, mediate dal computer, possono essere utili non solo a chi vi partecipa attivamente, ma anche a chi legge questi messaggi (in gergo si dice ‘lurkers’ cioè, letteralmente, persone che si appostano, spiano) senza prendervi parte attivamente.
Non è Internet ad aver offerto l’idea di unirsi a questi gruppi di individui che hanno bisogno di aiuto o di mutuo-aiuto: questo genere di comunità esistevano già molto prima di Internet, ma ora la possibilità di interagire on line con persone che vivono in differenti aree geografiche del pianeta rende tutto più semplice, più interessante ed anche più efficace.
I messaggi che si scambiano le persone che fanno parte di queste particolari comunità virtuali sono di empatia, di supporto, di comprensione.
Tra gli aspetti negativi, la possibilità di esporre le proprie richieste e osservazioni in forma anonima, aspetto che può alimentare anche in questo caso delle discussioni in rete con terminologie non sempre educate, non sempre rispettose degli altri. Ancor più grave è che queste comunità possono anche veicolare informazioni false o pericolose.
Tra gli aspetti positivi, il fatto che le persone si incoraggiano, si fanno i complimenti a vicenda quando riescono a far fronte ai propri disagi, si forniscono informazioni, consigli e strategie e questo aiuta la persona in difficoltà a sentirsi compresa, aiutata, accolta, anche se si trova in una condizione di disagio.
Il mutuo aiuto è assai diverso da quello che può offrire una figura professionale specializzata, che potrebbe dire: ‘so quello che provi perché l’ho studiato e l’ho visto in altri pazienti’. Qui invece il discorso è: ‘so quello che provi, perché lo provo o l’ho provato anch’io’. Ed è estremamente più coinvolgente.
SETT. 06


INTERNET E LE RELAZIONI INTERPERSONALI

Dai primissimi giorni in cui Internet si è resa disponibile anche a scopri civili, è stata anzitutto utilizzata per mettere in relazione le persone, per farle comunicare. L’utilizzo delle e-mail supera infatti qualsiasi altro servizio utilizzato on line. Oltre alle e-mails le persone hanno la possibilità di comunicare su internet anche in altri modi: ad esempio utilizzando l’instant messaging, le chat rooms, li giochi multi-users e all’interno di miriadi di comunità virtuali.
Se le persone comunicano, si direbbe, non c’è che da aspettarsi cose positive da Internet. La comunicazione interpersonale infatti, come si sa, determina in una persona il senso di appartenenza a una qualche comunità, (seppure virtuale), accresce l’adesione alle norme e ai regolamenti comuni ecc. La possibilità di comunicare, potremmo dire, dà significato alla vita di una persona, che si sente conosciuta e riconosciuta. E su Internet la persona può coltivare veramente relazioni di tutti i tipi, da quelle amicali a quelle sentimentali o lavorative. I più pessimisti pensano che stare tanto tempo da soli davanti ad un computer possa isolare dal contesto sociale, deviare dalla normalità delle relazioni faccia-a-faccia con gli altri. Le ricerche effettuate sull’argomento dànno pareri discordanti. Alcune ad esempio rilevano il fatto che le relazioni interpersonali su Internet sono necessariamente più superficiali di come sarebbero nella realtà, altre hanno invece evidenziato che le persone che appaiono più socievoli nella vita reale sono le stesse che utilizzano la rete più spesso degli altri (Pew Internet Report, 2000). Del resto, non è facile comprendere se l’isolamento sociale di una persona dipenda effettivamente dall’uso di Internet o se questa persona, già priva di rapporti sociali, cominci ad utilizzare Internet come forma di compensazione.
Probabilmente, una ricerca longitudinale (che dura cioè diversi anni) che metta a confronto delle persone che utilizzano Internet con delle persone che non ne fanno uso (gruppo di controllo), potrebbe chiarire meglio l’effettiva influenza della Rete sui comportamenti degli individui; il problema è che è sempre più difficile trovare un gruppo di persone che non utilizzano Internet e che sicuramente non lo faranno per gli anni successivi....
Le tentazioni infatti sono sempre maggiori: dalle previsioni del tempo, al valore delle azioni, dallo shopping on line alla ricerca del partner, ecc. ecc. :i motivi che rendono Internet indispensabile sono sempre di più, anche per chi all’inizio ha lottato strenuamente per non lasciarsi coinvolgere da questo mezzo rivoluzionario, che ha cambiato le nostre vite.

SETT.06

LE DONNE NON AMANO I VIDEOGIOCHI

Secondo una ricerca presentata recentemente all’Edinburgh Interactive Entertainment Festival, ogni dieci giocatori di videogame solo una è donna ed in genere è giovane. (Tra i giovani videogiocano il 90% ei maschi ed il 40% delle femmine). Le ragazze però non sono così appassionate e dopo un anno di gioco si stancano. Insomma non c'è fidelizzazione ed il mercato non riesce a saturarsi.
Anche i giochi progettati appositamente per le ragazze non hanno successo. Invece funzionano alla grande giochi come i Sims (edito dalla Electronic Arts, vanta oltre 40 milioni di copie vendute ed è il videogioco più popolare al mondo) e siti Web come Pogo.com. Non è un caso che la maggior parte dei giocatori di «The Sims» siano donne: il 70 per cento sono ragazze sotto i 25 anni. Perché il gioco dei Sims è un gioco di relazioni, ed è questo che piace alle ragazze: non tanto sparare, combattere o saltare ostacoli improbabili, ma relazionarsi, incontrarsi, chattare.
SETT.06

LE FUNZIONI DEL CERVELLETTO

Recentemente, molte ricerche internazionali hanno dimostrato che il cervelletto non presiede solo all'attività motoria, ma gioca un ruolo importante anche per l'area emozionale. Intervenire su di esso dunque, affermano gli esperti, è la via giusta per arrivare a fare tabula rasa dei ricordi collegati a sentimenti di paura. Ciò era stato possibile evidenziarlo perché pazienti con lesioni al cervelletto presentano disturbi non di natura motoria, bensì legati alla sfera emozionale-cognitiva. "Il cervelletto, dunque è legato anche all' area delle emozioni'' affermava dunque due anni fa neurofisiologo Piergiorgio Strata, dell'Università di Torino e della Fondazione Santa Lucia (leggi relativo artidcolo sul numero di ottobre 2004 di Newton ). Ora i ricercatori hanno pubblicato un'altra ricerca interessante, che studia sempre il cervelletto. Questa è la domanda che si sono posti i ricercatori:
Se siamo rilassati in campagna, e ascoltiamo il cinguettio degli uccelli, perché il transito inatteso di un treno ci fa trasalire? E perché, al contrario, se viviamo in prossimità di una ferrovia non ci accorgiamo neanche più del passare dei treni? Cosa c'è, nel nostro cervello, che ci fa notare le cose insolite? La risposta è nel cervelletto.
Così leggiamo in uno studio appena pubblicato sulla rivista online Brain , Gli scienziati, che hanno collaborato con l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e l'IRCCS Medea di Udine, hanno studiato alcuni pazienti che avevano riportato lesioni a un solo lato del cervelletto ed hanno scoperto che è qui, potremmo dire, il centro del trasalimento, quello che ci fa sorprendere.

DOVE NASCE LA FAME NERVOSA

Scienziati di New York hanno scoperto i circuiti del cervello dove nasce la fame nervosa, desiderio di abbuffarsi anche quando si e' sazi. Gli scienziati hanno evidenziato che si tratta degli stessi circuiti che nei tossicodipendenti in astinenza alimentano il desiderio di una nuova dose: la corteccia orbito-frontale e lo striato, oltre all'ippocampo. Con la fame nervosa saltano i controlli nel cervello che, recependo i segnali di sazieta', interrompono lo stimolo a mangiare.

Fonte: Ansa-OTT 06

I MESSAGGI POSITIVI FUNZIONANO MEGLIO

Una nuova ricerca pubblicata oggi dall' Economic and Social Research Council mostra che le strategie di informazione positive, quelle che aiutano le persone a mettere in atto dei comportamenti a favore della salute, personale e dell'ambiente, sono molto più vantaggiose ed efficaci di quelle negative, che utilizzano messaggi in grado di impaurire le persone, farle sentire in colpa o dispiaciute per qualcosa.
Ad esempio, negli ultimi anni sono stati creati messaggi pubblicitari per cercare di convincere le persone a prendere meno spesso la macchina, a fare più esercizio, a curarsi di più dell'ambiente e così via. Ebbene, quali hanno avuto più successo? Con il progetto: 'Does changing attitudes, norms or self-efficacy change intentions and behaviour?', condotto dal Professor Paschal Sheeran della Sheffield University, si è deciso di studiare tutti i messaggi che hanno condotto ai cambiamenti sperati, che sono stati lanciati negli ultimi 25 anni, quantificando anche i loro effetti, sia a livello decisionale che comportamentale. Non è una cosa nuova: la psicologia della comunicazione aveva già compreso che un messaggio troppo 'forte' avrebbe portato la persona ad alzare le spalle, piuttosto che a collaborare. Questo studio dunque porta un'evidenza concreta su questa ipotesi. Il gruppo di ricerca ha identificato 33 strategie distinte per il cambiamento delle intenzioni e dei comportamenti in 129 studi differenti. Si è visto così che le strategie 'vincenti' fornivano informazioni generali, dettagli, conseguenze e opportunità per fare confronti. I messaggi più efficaci sono risultati essere quelli di tipo pratico, che si ponevano obiettivi concreti, consentivano delle riflessioni personali, permettevano di aderire ai suggerimenti proposti e poi di verificarne i risultati. Spingere le persone ad avere paura o a farle sentire dispiaciute invece sono strategie che hanno funzionato in pochissimi casi.

Contatti:
Professor Paschal Sheeran p.sheeran@sheffield.ac.uk
Or Alexandra Saxonat ESRC, alexandra.saxon@esrc.ac.uk


Fonte: Eurekalert SETT. 06

LA REALTA' VIRTUALE E IL DOLORE

La sensazione di dolore che produce un'operazione chirurgica può essere ridotta con un casco che faccia immergere il paziente in una realtà virtuale. Un esperimento con un videogioco semplice è stato condotto dal Dipartimento di Psicologia Clinica e della Salute dell'Università indipendente di Barcellona. Il lavoro, coordinato da Andreas Wismeijer Philips, afferma che va data maggiore importanza agli aspetti psicologici, nella percezione del dolore. Le Tecniche di Distrazione Avanzata (TDA) si basano sul concetto che la percezione del dolore è maggiore quando l'attenzione del soggetto è diretta verso gli stimoli dolorosi.In cvonclusione, se provate dolore, fisico o psicologico, provate a distrarvi con un videogioco.

Fonte: DiarioMalaga SETT. 06

IL POTERE PASSA PER IL CONSENSO

La ricerca sulla comunicazione si focalizza soprattutto su come gli individui usano i segnali per influenzare il comportamento di chi ascolta. Soprattutto si studia il rapporto fra emittente e ricevente di un messaggio. Viene invece raramente studiato il ruolo che occupa la comunicazione nelle strutture sociali. In una nuova ricerca pubblicata sul The American Naturalist, i ricercatori Jessica Flack e David Krakauer del Santa Fe Institute hanno studiato come emergono le strutture di potere in una società di scimmie. Si è visto così che quando si costruisce una società i messaggi devono essere chiari e ridurre al minimo qualsiasi ambiguità. I ricercatori hanno scoperto che il potere emerge attraverso il consenso. Se c’è un alto livello di consenso all’interno del gruppo verso un individuo, questo riceve molti segnali di sottomissione da parte di numerosi altri soggetti. Le società vengono quindi organizzate sul consenso. Solo gli individui che ricevono molto consenso possono avere il potere di intervenire nei conflitti sociali, che mettono in crisi la coesione sociale.

Fonte: Eurekalert
SETT. 06

SCHIZOFRENIA NON SIGNIFICA CRIMINALITA'

Katy-Louise Morgan, del Leicester's Department of Media and Communication sostiene che la stampa inglese abbia dato notizie errate sulla malattia mentale, in particolare per quanto riguarda la schizofrenia, che è stata spesso legata al crimine più serio. Questo sta producendo un danno, non solo per chi soffre di problemi psicotici, ma anche per i nevrotici, che vengono così stigmatizzati e resi vittime di pregiudizi da parte del pubblico. Ogni volta che si pala di omicidi i giornali tirano in ballo la malattia mentale, come se ci fosse un legame fra le due cose. Secondo Miss Morgan non solo gli schizofrenici sono una piccola parte di coloro che soffrono di malattie mentali, ma soprattutto essi non sono certo tutti assassini... Un eccesso di rappresentazione mediatica della psicosi presso la stampa inglese porta a generalizzazioni ingiustificate, soprattutto nei riguardi della nevrosi. Il rischio è che i lettori dei giornali e i radioascoltatori, a forza di sentire le malattie mentali associate al crimine, finiscano per stabilire un legame fra le due cose. La malattia mentale deve essere compresa e queste campagne di stampa non aiutano la causa: secondo la Morgan servono solo a fare soldi attraverso una maggiore vendita di giornali e pubblicità associata alle notizie.

Contattare: Ather Mirza
am74@le.ac.uk
01-162-523-335
University of Leicester 6

Fonte: Eurekalert
SETT. 06
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Ultimo aggiornamento psicolinea.it: 12/12/2011

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