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Psicopill
La psiche in pillole
2006
(3)
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> Psicopill 2006 (3)
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Raccolta di informazioni, ricerche e curiosità sul
mondo della psicologia
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Indice della pagina:
●
Amore e suicidio
●
L'abbigliamento e la moda
●
I bambini capiscono molto più di quanto pensino gli adulti
●
L'esperimento Milgram in virtuale
●
Terapie psicologiche per perdere peso
●
I giovani non fumatori si drogano di meno
●
Il senso di appartenenza ad una Comunità
virtuale
●
Il divorzio fa male alla salute della donna
●
Idealizzare il partner fa bene alla coppia
●
I giovani non sono felici
●
Coppie dagli occhi blu
●
Come aiutarsi a superare una fobia
●
Cosa vogliono i pazienti dal terapeuta
●
Psicoterapia: una definizione
●
La mediazione familiare
●
Scrivere di te per restare con te
●
Vergogna del Terapeuta
●
Ipnosi e Agopuntura per diminuire i dolori
del parto
●
Comportamento altruistico e campanilismo
●
Il
desiderio di fecondità
●
Genitori di figli difficili
●
Autolesionismo
●
Il vero
bugiardo
●
Troppi uomini, molta cattiveria
●
Ironia e
sarcasmo
●
Cioccolato-terapia
●
Come ti cura la psicoterapia cognitivo-comportamentale
●
Come funziona la psicoterapia psicodinamica
●
Violenza domestica e morti premature |
AMORE E SUICIDIO
L'amore è la causa principale del suicidio, tra gli uomini come tra le
donne. Questa è la conclusione di parecchi studi, effettuati sulle
lettere che precedono l'atto suicidario o il tentato suicidio. E' solo
un luogo comune pensare che le donne commettano il suicidio per amore
più spesso degli uomini, sostiene la psicologa Silvia Canetto,
psicologo dell'Università del Colorado, che ha pubblicato nel 2002 uno
studio sulle lettere di addio di 56 aspiranti suicidi. Secondo le sue
ricerche, le difficoltà relazionali sono citate due volte più
frequentemente di quelle lavorative, per entrambi i sessi. Gli uomini
probabilmente esitano a dichiarare di essersi uccisi per amore, anche
se sanno che saranno morti quando la loro lettera sarà letta. È un
male socialmente inaccettabile il fatto che un uomo non riesca a
reagire alle difficoltà relazionali.
Fra i soldati, un divorzio o le difficoltà coniugali precedono molto
spesso il suicidio, secondo la Canetto. All'inizio di quest'anno, uno
studio norvegese sui suicidi dei caschi blu dell'ONU ha concluso che
le difficoltà relazionali erano il fattore di rischio più importante,
che precedeva persino le difficoltà dalla missione militare. Per
sostenere la sua teoria, la Canetto cita un altro studio che ha
effettuato in passato. I partecipanti allo studio dovevano valutare lo
stato emotivo di persone che avevano appena commesso un suicidio (per
ragioni diverse, che andavano dall'amore ad una sconfitta sportiva).
Le donne sono state considerate disadattate, per qualunque ragione
avessero cercato il suicidio. Gli uomini sono stati considerati
disadattati soltanto se avevano commesso il suicidio per amore.
Secondo la Canetto, gli uomini hanno meno esperienza nell'affrontare
le situazioni ambigue, oppure ad attendere fino a che i rapporti
difficili tra due persone si evolvano. Per arrestare il tormento, gli
uomini commettono il suicidio, cercando di operare sull'unico elemento
che ancora controllano, cioè la loro vita.
Nel 2004, alcuni psicologi americani hanno studiato 260 lettere di
addio colegate ad uno scandalo finanziario, osservando che per più di
una persona il desiderio di morire non era tanto legato al mettere
termine alle sofferenze fisiche o mentali legate alla situazione
contingente, quanto a risolvere le difficoltà relazionali nelle quali
si trovavano. Nei disturbi psichiatrici l'amore è particolarmente
importante per il rischio di suicidio. Shirley Yen, psichiatra
dell'università Brown, Rhode Island, che ha pubblicato l'anno scorso
uno studio sull'argomento, ritiene tuttavia che i dispiaceri in amore
siano un fattore di rischio per il suicidio anche fra le persone che
non hanno mai visto uno psichiatra in vita loro.
Fonte: Cyberpresse
dicembre 2006
L'ABBIGLIAMENTO E LA MODA
Alcuni studiosi (Blignaut 2005, Fluegel, 1992) definiscono l'abito
come un 'meccanismo di difesa preventiva' ed altri come 'guscio della
socialità'.
Robert Altman osserva che 'nudi, non abbiamo più nulla da nascondere':
per questo il vestito ha una funzione di protezione anche psicologica,
in quanto offre alla persona una maschera dietro la quale nascondersi,
una barriera che si frappone fra il proprio corpo e il resto del
mondo.
L'abbigliamento femminile è più vario di quello maschile, soprattutto
nei colori, ma anche nella possibilità di alternare gonne e pantaloni.
Sia i maschi che le femmine seguono la moda: è un modo per piacersi ed
anche per piacere agli altri. Le donne, per sentirsi più seducenti,
fanno anche uso di scarpe con tacchi alti. Il tacco slancia il corpo,
rendendo la gamba più lunga e fanno ondeggiare i fianchi, amplificando
le caratteristiche del corpo femminile.
I giovani sono particolarmente attratti dalla moda perché hanno in
genere una vita relazionale molto ampia: i loro abiti sono rossori
permanenti, diffusi su tutto il corpo (Fluegel, Psicologia
dell'abbigliamento, Angeli Milano)
I BAMBINI CAPISCONO MOLTO PIU' DI QUANTO PENSINO GLI ADULTI
Un nuovo studio mette in evidenza come dei bambini di soli quattro
anni siano capaci di distinguere il vero dal falso molto più di quanto
si potesse ritenere in passato. Lo studio, effettuato presso le
Università del Texas e della Virginia, ha riguardato 400 bambini di
età compresa fra i 3 ed i 6 anni, che dovevano decidere se alcune
affermazioni fossero vere o false. Le domande riguardavano aspetti
scientifici o fantastici : i ricercatori hanno scoperto così che ciò
che era determinante per discriminare una cosa 'vera' da una 'falsa'
per i bambini, era il livello di familiarità che essi avevano nei suoi
confronti. Non è vero dunque che i bambini credono a qualsiasi cosa
venga loro detto da un adulto. In una precedente ricerca condotta dal
gruppo di Jacqueline D. Woolley nella quale si introduceva la terza
risposta 'sono incerto', si è potuto vedere, ad esempio, che il loro
mondo non è tutto in bianco e nero e che molte sono le loro
incertezze, dovute proprio al ragionamento, all'analisi dello stimolo
che viene loro presentato. A tre anni, molti riescono a fare chiare
distinzioni fra idee e oggetti della vita reale. Certamente, molte
fantasie tipiche dell'infanzia resistono su larga scala: pensiamo ad
esempio alla figura di Babbo Natale. Lo studio non rileva differenze
sulle percezioni dei bambini che siano correlate alla relazione tra
bambino e figura adulta che se ne prende cura, anche se, ovviamente, i
bambini tendono di pù a credere a quanto viene affermato da una
persona conosciuta, come un familiare, piuttosto che a quanto dice uno
sconosciuto, come ad esempio un anonimo ricercatore. Il modo in cui i
bambini guardano alle cose, cambia molto rapidamente, fra i tre ed i
sei anni, e gli adulti possono sottovalutare la loro intelligenza in
questo periodo della vita, pensando che essi effettivamente credano a
ciò che viene loro detto.
Fonte: Treatment on Line
Dic. 2006
L'ESPERIMENTO MILGRAM IN VIRTUALE
Alcuni ricercatori hanno ricreato il famoso esperimento di Milgram
sull'obbedienza allo sperimentatore usando la virtual reality. Per chi
non lo ricordasse, l'esperimento è il seguente:
Stanley Milgram condusse, nel 1961, un celebre esperimento della
durata di un'ora, presso i locali dell'Interaction Laboratory
dell'Università di Yale, teso a verificare il livello di aderenza agli
ordini impartiti da un'autorità, nel momento in cui tali ordini
entrano in conflitto con la coscienza e la dimensione morale
dell'individuo.
I partecipanti alla ricerca furono reclutati tramite un annuncio su un
giornale locale o tramite inviti spediti per posta a indirizzi
ricavati dalla guida telefonica. Il campione risultò composto da
persone fra i 20 e i 50 anni, maschi, di varia estrazione sociale. Fu
loro comunicato che avrebbero collaborato, dietro ricompensa, a un
esperimento sulla memoria e sugli effetti dell'apprendimento.
Nella fase iniziale della prova, lo sperimentatore, assieme a un
complice, assegnava con un sorteggio truccato i ruoli di "allievo" e
di "insegnante": il soggetto ignaro era sempre sorteggiato come
insegnante e il complice come allievo. I due soggetti venivano poi
condotti nelle stanze predisposte per l'esperimento. L'insegnante
(soggetto ignaro) era posto di fronte al quadro di controllo di un
generatore di corrente elettrica, composto da 30 interruttori a leva
posti in fila orizzontale, sotto ognuno dei quali era scritto il
voltaggio, dai 15 V del primo ai 450 V dell'ultimo. Sotto ogni gruppo
di 4 interruttori apparivano le seguenti scritte: (1-4) scossa
leggera, (5-8) scossa media, (9-12) scossa forte, (13-16) scossa molto
forte, (17-20) scossa intensa, (21-24) scossa molto intensa, (25-28)
attenzione: scossa molto pericolosa, (29-30) XXX.
All'insegnante era fatta percepire la scossa relativa alla terza leva
(45 V) in modo che si rendesse personalmente conto che non vi erano
finzioni e gli venivano precisati i suoi compiti come segue:
Leggere all'allievo coppie di parole, per esempio: "scatola azzurra",
"giornata serena";
ripetere la seconda parola di ogni coppia accompagnata da quattro
associazioni alternative, per esempio: "azzurra – auto, acqua,
scatola, lampada";
decidere se la risposta fornita dall'allievo era corretta;
in caso fosse sbagliata, infliggere una punizione, aumentando
l'intensità della scossa a ogni errore dell'allievo.
Quest’ultimo veniva legato ad una specie di sedia elettrica e gli era
applicato un elettrodo al polso, collegato al generatore di corrente
posto nella stanza accanto. Doveva rispondere alle domande, e fingere
una reazione con implorazioni e grida al progredire dell'intensità
delle scosse (che in realtà non percepiva), fino a che, raggiunti i
330 V, non emetteva più alcun lamento.
Erano previsti quattro livelli di distanza tra insegnante e allievo:
nel primo l'insegnante non poteva osservare né ascoltare i lamenti
della vittima; nel secondo poteva ascoltare ma non osservare la
vittima; nel terzo poteva ascoltare e osservare la vittima; nel
quarto, per infliggere la punizione, doveva afferrare il braccio della
vittima e spingerlo su una piastra. Lo sperimentatore aveva il
compito, durante la prova, di esortare in modo pressante l'insegnante:
"l'esperimento richiede che lei continui", "è assolutamente
indispensabile che lei continui", "non ha altra scelta, deve
proseguire". Il grado di obbedienza fu misurato in base al numero
dell'ultimo interruttore premuto da ogni soggetto prima di
interrompere la prova. Al termine dell'esperimento i soggetti furono
informati che la vittima non aveva subito alcun tipo di scossa, che il
loro comportamento era stato del tutto normale, che anche tutti gli
altri partecipanti avevano reagito in modo simile.
Contrariamente alle aspettative, nonostante i 40 soggetti
dell'esperimento mostrassero sintomi di tensione e protestassero
verbalmente, una percentuale considerevole di questi, obbedì
pedissequamente allo sperimentatore. Nel primo livello di distanza, il
65% dei soggetti andò avanti sino alla scossa più forte; nel secondo
livello il 62,5%; nel terzo livello il 40%; nel quarto livello il 30%.
Questo stupefacente grado di obbedienza, che ha indotto i partecipanti
a violare i propri principi morali, è stato spiegato in rapporto ad
alcuni elementi, quali l'obbedienza indotta da una figura autoritaria
considerata legittima, la cui autorità induce uno stato eteronomico,
caratterizzato dal fatto che il soggetto non si considera più libero
di intraprendere condotte autonome, ma strumento per eseguire ordini.
I soggetti dell'esperimento non si sono perciò sentiti moralmente
responsabili delle loro azioni, ma esecutori dei voleri di un potere
esterno.
L'obbedienza dipende anche dalla ridefinizione del significato della
situazione. Ogni situazione è caratterizzata infatti da una sua
ideologia che definisce e spiega il significato degli eventi che vi
accadono, e fornisce la prospettiva grazie alla quale i singoli
elementi acquistano coerenza. Dal momento che il soggetto accetta la
definizione della situazione proposta dall'autorità, finisce col
ridefinire un'azione distruttiva, non solo come ragionevole, ma anche
come oggettivamente necessaria.
Le numerose ricerche che hanno successivamente utilizzato il paradigma
di Milgram (come quelle di David Rosenham), hanno tutte pienamente
confermato i risultati ottenuti dallo studioso, che sono stati
ampiamente discussi anche nell'ambito di quel cospicuo filone di studi
interessati a ricostruire i fattori che hanno reso possibile lo
sterminio ad opera dei nazisti.
Ora, Mel Slater ci ha riprovato con 23 partecipanti, che però agivano
sulla realtà virtuale. E' stato riproposto il compito dell'esercizio
di memoria da parte di uno sconosciuto (una donna virtuale), al quale
i partecipanti dovevano somministrare una scossa elettrica.
La donna era chiaramente irreale, ma rispondeva con espressioni di
dolore alle scosse elettriche : ad esempio ad un certo punto essa
affermava che non era d'accordo a fare questo esperimento e che
desiderava smettere. Malgrado i partecipanti sapevano benissimo che
questa donna non era reale, e dunque non provava alcun dolore, ben sei
di loro hanno deciso di concludere l'esperimento alla ventesima
risposta sbagliata della donna virtuale (alla quale avrebbero dovuto
inviare una ulteriore scossa elettrica). Altri sei hanno deciso di
smettere prima, perché non gli piaceva ciò che stavano facendo.
Al contrario, degli undici partecipanti ad un gruppo di controllo, i
quali interagivano con la donna solo via chat (senza vederla come
immagine), solo uno ha deciso di non portare a termine l'esperimento.
Si è visto così che è ben diverso ascoltare delle voci, vedere
un'immagine che mostra delle emozioni (anche se poi non le prova
veramente), oppure interagire attraverso la scrittura. Lo stress dei
partecipanti nel gruppo di realtà virtuale (valutato in base alla
sudorazione e al battito cardiaco) era più alto degli undici
partecipanti al gruppo di controllo. Questo stress, dopo le proteste
della donna, li portava ad esempio a ritardare il momento della scossa
elettrica, o a cercare di suggerire alla donna virtuale la risposta
corretta.
Conclusioni: Gli esseri umani tendono a rispondere in modo realistico
nelle interazioni con la realtà virtuale che propone avatar che
mostrano di provare emozioni e reazioni fisiologiche in modo simile a
quanto avviene nella realtà.
La realtà virtuale appare dunque, ancora una volta uno strumento
importantissimo per gli psicologi sociali, soprattutto per compiere
delle ricerche al limite della moralità, oppure inammissibili sul
piano della realtà oggettiva.
Dic. 2006 |
TERAPIE PSICOLOGICHE PER PERDERE PESO
L'obesità grave è diventato un problema molto serio, ma le terapie
attualmente in uso non sembrano soddisfacenti. Un gruppo di
ricercatori delle università tedesche ha compiuto una ricerca,
pubblicata sul numero di Novembre di Psychotherapy and Psychosomatics,
che sembra aprire la strada alle psicoterapie come trattamento
d'elezione dell'obesità.
Obiettivo della ricerca era mettere a confronto l'efficacia delle
terapie psicodinamiche e comportamentali su un gruppo di pazienti
obesi. In uno studio longitudinale (body mass index, BMI 35) i
pazienti furono assegnati casualmente al gruppo che seguiva terapie
psicodinamiche o a quello che seguiva le terapie comportamentali.
Soprattutto le donne (n = 267; 85%) obese che presentavano una
comobidità psichiatrica e somatica (età 20-64 anni, BMI 35-74) sono
state esaminate con dei questionari di auto-diagnosi sullo stress
(SCL-90R), sui problemi interpersonali (Inventory of Interpersonal
Problems), sui comportamenti alimentari (Fragebogen zum Essverhalten)
e sull'immagine corporea(Fragebogen zum Körperbild). Su 49 giorni, in
media, di trattamento, i pazienti hanno perso una media di 5.6 kg
(4.4%) nelle terapie comportamentali (n = 130) e 5.7 kg (4.4%) nel
setting psico-dinamico (n = 137). In entrambi i casi, il comportamento
alimentare, il benessere e l'immagine corporea sono migliorati in modo
significativo. Dopo un anno, il 40% aveva ulteriormente ridotto il
proprio peso (più del 5% del peso iniziale), il 36% aveva ripreso
peso, ma era ancora al di sotto del livello iniziale e un altro 24%
aveva guadagnato ulteriori chili oltre il livello iniziale.
Conclusione: Le terapie psicodinamiche e comportamentali sembrano
entrambe efficaci per aiutare i pazienti a perdere peso.
Fonte: Innovation report
Dic. 2006
I GIOVANI NON FUMATORI SI DROGANO DI MENO
I giovani che fumano sigarette hanno maggiori probabilità dei
non-fumatori di diventare consumatori di alcol, cannabis e altre
sostanze, come l'amfetamina e l'ecstasy. Questo il dato che emerge da
una ricerca pubblicata dal Centro Canadese di lotta contro l'alcolisno
e le tossicomanie. I ricercatori hanno scoperto che il tabagismo in
ragazzi di 15-19 anni mostra una correlazione molto forte con l'uso di
altre sostanze illecite, ma non è chiaro se il fumo di sigaretta sia
una droga di iniziazione, cioè se apre o meno la via al consumo di
altre sostanze. Il 26,7 per cento dei giovani fra i 15 e i 19 anni ha
dichiarato di aver fumato sigarette nell'anno precedente lo studio.
Tra i giovani fumatori, il 97,7 ha anche bevuto alcol nell'anno
precedente, contro il 75,3 per cento dei non fumatori. Inoltre, il 91
per cento dei giovani fumatori ha dichiarato di aver fatto uso della
canapa indiana nell'anno precedente, contro il 28,8 per cento dei non
fumatori. Il 31 per cento dei fumatori con meno di venti anni aveva
fatto uso di cocaina, eroina, amfetamine, ecstasy o allucinogeni nel
corso dell'anno precedente, contro il 3,5 per cento dei giovani non
fumatori.
Fonte: Cyberpresse
Dic. 2006
IL SENSO DI APPARTENENZA AD UNA COMUNITA' VIRTUALE
Secondo il sesto studio annuale sulle influenze di Internet nella vita
reale, condotto dalla USC-Annenberg School Center per il Futuro
Digitale, il 43 per cento degli utilizzatori di Internet che sono
membri di comunità on line affermano di sentire un senso di
appartenenza del tutto simile a quello che hanno nelle loro comunità 'reali'.
La Rete è stata fonte di intrattentimento, informazione, comunicazione
sin dalla sua apertura al pubblico, nel 1994, ma solo ora riusciamo a
misurarne la portata e a scoprire le nuove direzioni in cui sta
Internet sta traghettando i suoi utenti. Lo studio si avvale del
lavoro di oltre 2.000 persone che negli USA prendono regolarmente
contatto, ogni anno, con le stesse famiglie, per capire come la
tecnologia online stia cambiando la loro vita.
Si è visto così ce Internet sta entrando sempre di più nella vita
reale delle persone, attraverso siti personali, blogs, comunità
online.
Le comunità infatti sono online, ma gli effetti che producono
riguardano la vita reale. Più di un quinto dei membri di comunità on
line (20,3 per cento) almeno una volta l'anno effettuano nella vita
reale delle azioni legate alla loro vita di comunità virtuale. (Come
si sa una comunità virtuale è una comunità di utenti di Internet che
condividono idee, progetti, interessi attraverso una esclusiva
comunicazione on line, cioè sono individui che non si conoscono
personalmente).
Questo vale soprattutto per l'attivismo sociale. Due terzi dei membri
delle comunità on line che si occupano di problemi sociali (64,9 per
cento) affermano di interessarsi di cause che non conoscevano prima di
entrare in contatto con il gruppo di utenti della propria comunità su
Internet. Più del 40 per cento (43,7 per cento) si occupano
maggiormente di problemi sociali da quando hanno iniziato a
frequentare i gruppi on line. Il 56,6 per cento di questi utenti si
collegano almeno una volta al giorno, ed interagiscono con gli altri
membri collegati nello stesso momento ( 70,4 per cento).
Negli Stati Uniti il numero di persone che hanno un Blog su Internet è
più che raddoppiato in tre anni (ora 7,4 per cento di utilizzatori, il
3, 2 per cento nel 2003). Il numero di utilizzatori che si occupano
del loro sito Internet continua a crescere (ore 12,5 per cento degli
utilizzatori).
In Rete ci si costruiscono reti di amicizie che poi spesso di
incontrano di persona (1,6 persone nuove conosciute di persona dopo un
incontro in Rete, dicono le statistiche per il 2006).
Nel 2006, il 37,7 per cento degli utilizzatori di Internet concordano
che, da quando hanno cominciato a fare incontri on line, comunicano
anche di più con i loro familiari e con gli amici e che questo non
riduce il tempo speso nei consueti incontri faccia-a-faccia.
Fonte: Medical News Today
University of Southern California
Dic 06
IL DIVORZIO FA MALE ALLA SALUTE DELLA DONNA
Uno studio condotto dai Ricercatori della Iowa State University, che
ha interessato più di 400 donne delle zone rurali del Midwest, USA,
102 delle quali avevano appena divorziato, ha appurato che le donne
che avevano divorziato agli inizi degli anni novanta, nei primi
controlli cui si erano sottoposte avevano mostrato un livello di
salute assolutamente paragonabile al gruppo di controllo, composto di
donne che non erano divorziate. L'unico sintomo riscontrato era quello
riguardante qualche piccolo problema psicologico in più. Nelle
successive interviste del 2001 invece, lo stato di salute di queste
stesse donne era notevolmente peggiorato, con problemi che andavano
dalla semplice influenza ai problemi cardiaci, al cancro al seno.
Usando una lista composta da 46 sintomi più frequenti nelle donne, i
ricercatori hanno potuto dimostrare che essi erano presenti nel gruppo
delle donne divorziate in misura del 37% maggiore che nelle altre
donne non divorziate, e questo a parità di età, livello culturale,
reddito ecc.
Fonte: Treatmentonline
OTT. 06
IDEALIZZARE IL PARTNER FA BENE ALLA COPPIA
E' stato condotto uno studio longitudinale, durato 13 anni, che ha
riguardato 168 coppie recentemente formate. Si è così scoperto che le
coppie i cui partners tenedevano ad idealizzare il/la proprio/a
partner erano più innamorate all'inizio del matrimonio e più capaci di
mantenere nel tempo questo sentimento. La cosa è spiegabile se si
pensa che una persona che idealizza il cuo compagno, o la sua
compagna, fa un significativo investimento sulla relazione che ha con
lui/lei. Quando, nel tempo, queste persone si accorgono dei difetti
del/della partner, cercano di concentrarsi piuttosto sui suoi punti di
forza, minimizzando gli aspetti negativi. Questo significa che non è
assolutamente vero che idealizzare una persona significhi
necessariamente provare poi delle delusioni, ma anche che non si può
insegnare ad una persona ad 'idealizzare' l'altro, allo scopo di avere
un rapporto di coppia più lungo e soddisfacente...
Fonte: Miller, P.J.E., Niehuis, S., Huston, T.L. (2006). Positive
illusions in marital relationships: A 13-year longitudinal study.
Personality and Social Psychology Bulletin, 32(12), 1579-1594. via
Staff Psychologist
I GIOVANI NON SONO FELICI
I giovani nei Paesi in via di sviluppo sono almeno due volte più
felici di quelli che vivono nei Paesi più ricchi. Gli Indiani sono i
più felici di tutti, mentre la bandiera dei più tristi è nelle mani
dei Giapponesi. Ce lo dice uno studio della MTV Networks International
(MTVNI) che ha riguardato più di 5.400 giovani residenti in 14 Paesi:
solo il 43 per cento di loro nella fascia di età 16- 34 dice di essere
felice. Si dichiarano 'felici' in misura del 30% negli Usa e in Gran
Bretagna, e solo nell'8% dei casi in Giappone). Le cause: pessimismo,
competizione sociale, mancanza di lavoro.
E pensare che in Cina si sono dichiarati felici l'84% dei giovani,
perché hanno speranze per il futuro; Argentina e Sud Africa presentano
un 'tasso di felicità giovanile' del 75%.
I più religiosi sembrano anche più felici.
Il 95 per cento dei giovani tedeschi dice che la globalizzazione sta
rovinando la loro cultura, mentre i giovani dei Paesi in via di
sviluppo si aspettano molto dalla globalizzazione, per quanto riguarda
il loro futuro economico. Più un ragazzo ha la possibilità di accedere
ai mass media, più si sente preoccupato per il futuro: in Gran
Bretagna, più dell'80% dei ragazzi fra i 16 ed i 34 anni ha dichiarato
che era spaventato dal terrorismo, così come dal cancro, sebbene il
cancro sia, per loro, assai più probabile da incontrare nella vita che
non il terrorismo.
L'Italia non era compresa fra i 14 Paesi in cui è stato condotto lo
studio.
Fonte: Reuters
Ott. 06
COPPIE DAGLI OCCHI BLU
Gli uomini con gli occhi blu preferiscono donne con gli occhi dello
stesso colore, apparentemente perché il colore degli occhi sembra
aiutare a capire se il partner è stato fedele. Prima di chiedere un
test di paternità, sarebbe meglio dunque ossevare il colore degli
occhi del proprio figlio, suggeriscono i ricercatori.
Bruno Laeng e colleghi dell'Università di Tromso in Norvegia hanno
dichiarato che due genitori con gli occhi azzurri, per una legge di
genetica, avranno sempre un figlio con gli occhi azzurri.
Si pensa dunque che questo sia il motivo, del tutto inconsapevole, che
spingerebbe gli uomini con gli occhi azzurri a scegliere una compagna
con gli occhi dello stesso colore.
La notizia è stata pubblicata nel journal Behavioral Ecology and
Sociobiology.
Fonte: Reuters
Ott. 06
COME AIUTARSI A SUPERARE UNA FOBIA
Perché chiamiamo queste paure 'fobie' e non semplici 'paure'? La
sipegazione è tutta nella irrazionalità della paura: avere paura di un
serpente velenoso è un comportamento assolutamente adattivo, giusto,
equilibrato, ma se siete a passeggio in città e vedete dei serpenti
ovunque, o temete di incontrarne qualcuno, la paura è del tutto
irrazionale...
E allora, cosa fare, come curarsi?
La cosa migliore è rivolgersi senz'altro ad un terapeuta. La
psicoterapia che ha mostrato di essere più efficace in questi casi è
quella cognitivo-comportamentale. Essa agisce sia sullo stile del
pensiero, sia sui comportamenti.
Come forma di auto-aiuto si può cercare di trarre da questa
psicoterapia degli spunti, dei suggerimenti utili a superare la
propria situazione di disagio.
Ci si può addestrare ad esempio a pensare che l'ansia è una cosa
normale e soprattutto è un fenomeno passeggero; ci si può rassicurare
osservando che le proprie paure superano in genere la realtà, che è
spesso migliore di come le proprie profezie negative avevano spinto a
ritenere.
Si può costruire una gerarchia delle paure, dalla più grande alla più
piccola, ed esporsi poi gradualmente ad esse, partendo dalla paura
meno 'importante' e poi via via, fino ad arrivare alla paura più
marcata.. L'esposizione prolungata desensibilizza al contatto con
l'oggetto o la situazione temuta.
C'è poi da sperimentare il rilassamento, con il training autogeno o lo
yoga, per imparare a contenere le emozioni e a gestire l'ansia; ottimi
anche i gruppi di auto-mutuo-aiuto, per superare l'isolamento.
COSA VOGLIONO I PAZIENTI DAL TERAPEUTA
In una recente ricerca, sono stati coinvolti 26 pazienti in
psicoterapia (di cui 20 erano donne) ed è stato chiesto loro,
attraverso un'intervista semi-strutturata, cosa fosse importante per
loro avere da un terapeuta. Queste le principali aree di risposta:
1. Impegno nella terapia
2. Ambiente del setting, che rifletta le attenzioni del terapeuta
verso il cliente
3. Interesse anche al di fuori della sessione
4. Relazione terapeutica
5. Caratteristiche del Terapeuta
6. Interventi del Terapeuta
Fonte :Levitt, H., Butler, M., Hill, T. (2006). What clients find
helpful in psychotherapy: Developing principles for facilitating
moment-to-moment change. Journal of Counseling Psychology, 53(3),
314-324. via Staff Psychologist
OTT. 06
PSICOTERAPIA: UNA DEFINIZIONE
Qualunque forma di trattamento sistematico dei disturbi psichici, per
via psicologica e prevalentemente attraverso l'interazione verbale fra
il terapeuta e il paziente. In quanto terapia psicologica, cioè
fondata sull'azione reciproca di due (o più) soggettività, la
psicoterapia si contrappone alle terapie somatiche o fisiche della
psiche: va tuttavia rilevato che quasi sempre queste ultime
determinano indirettamente effetti psicoterapeutici e che molti medici
associano - nei confronti del paziente - l'intervento farmacologico e
l'intervento psicoterapeutico.
LA MEDIAZIONE FAMILIARE
La Mediazione Familiare è nata per aiutare la coppia in crisi a
superare i suoi problemi relazionali, sia attraverso un tentativo di
ricongiungimento dei due partners, sia attraverso un percorso di
facilitazione e di riduzione dei conflitti che prepari i genitori alla
separazione e al divorzio.
Il Mediatore Familiare è una figura terza, appositamente formata,
neutrale. Il suo intervento non richiede interventi di elaborazione di
soluzioni possibili, ma riguarda unicamente la conduzione di un lavoro
di mediazione, di trattativa, di negoziazione fra i suoi clienti, al
fine di stabilire in degli accordi che tengano conto degli interessi
di tutta la famiglia ed in particolare dei figli.
L'altro obiettivo della mediazione familiare è ristabilire la
comunicazione fra i due coniugi, che spesso arrivano alla Consulenza
devastati da forti vissuti emotivi. Spesso essi nutrono odio e rancore
l'uno nei confronti dell'altro, per cui la comunicazione è aggressiva
e conflittuale, oppure è completamente assente.
I temi più frequentemente portati all'attenzione del Mediatore
familiare riguardano l'affidamento dei figli, l'analisi dei bisogni di
genitori e figli, la continuità genitoriale, il calendario delle
visite del genitore non affidatario, le vacanze, la regolazione dei
tempi e dei modi di frequentazione tra i figli e i componenti delle
famiglie d'origine, le scelte educative, la comunicazione della
separazione ai figli, la comunicazione tra i genitori, la relazione
con gli eventuali nuovi compagni dei genitori, problematiche legate
alla famiglia ricostituita ecc.
Si negoziano inoltre gli aspetti economici della separazione ed i
particolare l'assunzione degli impegni economici per i figli, la
determinazione dell'assegno di mantenimento a favore del partner,
l'assegnazione della casa coniugale, la divisione dei beni comuni,
ecc.
OTT. 06
SCRIVERE DI TE PER RESTARE CON TE
Secondo Richard Slatcher evJames Pennebaker della University of Texas
di Austin, se scrivi della tua storia d'amore, la aiuti a durare più a
lungo. In uno studio, essi hanno recrutato 86 studenti universitari
eterosessuali ed hanno chiesto a metà di loro di scrivere per venti
minuti al giorno, per tre giorni consecutivi, dei pensieri più
profondi e dei sentimenti che riguardavano la storia d'amore che
stavano vivendo. Gli altri venti dovevano scrivere, negli stessi
tempi, riflessioni sulle loro attività quotidiane. Tre mesi più tardi,
il 77% degli studenti che avevano scritto delle loro storie d'amore
erano ancora impegnati con lo/la stesso/a partner, contro il 52% degli
studenti del gruppo di controllo. Conclusione: Slatcher and Pennebaker
ritengono che scrivere ogni giorno del proprio rapporto sentimentale
abbia 'chiare implicazioni cliniche'.
Fonte: Slatcher, R.B. & Pennebaker, J.W. (2006). How do I love thee?
Let me count the words. The social effects of expressive writing.
Psychological Science, 17, 660-664.
via BPS Research
OTT. 06
VERGOGNA DEL TERAPEUTA
Una recente ricerca fa capire che il cliente contribuisce alle
possibilità di successo della psicoterapia tanto quanto la terapia
utilizzata, o il terapeuta stesso. Anne Hook e Bernice Andrews (2005)
hanno studiato delle persone che erano state in terapia a causa di una
depressione. Metà dei clienti ancora in terapia e un terzo di quelli
che avevano terminato il trattamento hanno dichiarato di aver taciuto
alcuni sintomi (come scarsa autostima, pensieri suicidi ecc.), o
comportamenti (ad esempio abuso di sostanze, violenze ecc.) al
terapeuta.
Per quale motivo?
La risposta data da tutti questi pazienti è stata una sola: vergogna.
E, naturalmente, quelli che si erano trattenuti dal raccontare tutti i
loro pensieri erano più depressi di quelli che avevano raccontato 'tutto'.
Fonte: Hook, A. & Andrews, B. (2005). The relationship of
non-disclosure in therapy to shame and depression. British Journal of
Clinical Psychology, 44, 425-438. via BPS Research Digest
ott. 06
IPNOSI E AGOPUNTURA PER DIMINUIRE I DOLORI DEL PARTO
L'ipnosi e l'agopuntura sono soluzioni antiche, che però oggi sono
tornate ad essere considerate 'interessanti' per alleviare il dolore
durante le doglie ed il parto.
Ulteriori ricerche sono però necessarie per raggiungere delle certezze
'scientifiche' e questo vale anche per altre terapie complementari -
come il massaggio, il rilassamento, l'aromaterapia ecc. Come si sa, il
parto è un momento doloroso per la donna, non solo per i dolori in sé,
ma anche per l'ansia, la paura, la tensione, che spesso questo evento
comporta. Molte donne tuttavia non vogliono assumere dei medicinali
per diminuire il dolore, perché temono che questi possano far male al
bambino. Una ricerca della Cochraine Library ha considerato 14 studi,
cui hanno partecipato 1.448 donne che hanno utilizzato sistemi
alternativi ai tradizionali farmaci per prevenire i dolori del parto.
I dati dalle tre prove di agopuntura (496 donne) hanno mostrato una
diminuzione del 30 per cento della necessità di ricorrere ai
medicinali, così come ridotto bisogno di epidurali e di farmaci come
l'ossitocina, che serve per stimolare il parto. Stessa cosa per le
donne cui era stata insegnata l'autoipnosi, nelle cinque prove di
ipnosi (729 donne). Le donne trattate con agopuntura o ipnosi erano
maggiormente soddisfatte sulla loro capacità di controllare il dolore
di quanto non fossero le donne di un gruppo di controllo. Altri
benefici dell'ipnosi includono un tasso aumentato delle nascite
naturali e una minore esigenza di ossitocina. L'ipnosi può essere
utilizzata da sola, o come terapia complementare per diminuire il
dosaggio di analgesici. In ogni caso, è ancora troppo presto per
esprimere sicurezze: il numero di donne studiato è troppo basso e i
dati dunque non sono sufficienti per dimostrare che queste terapie
funzionino davvero.
FONTE: The Cochrane Library, via Reuters.
ott. 06
COMPORTAMENTO
ALTRUISTICO E CAMPANILISMO
Le norme sociali ed i comportamenti altruistici ad esse associati sono
stati decisivi per l'evoluzione della cooperazione umana e il
mantenimento dell'ordine sociale. Le leggi influiscono infatti sul
comportamento familiare, sulle interazioni politiche ed economiche. I
comportamenti altruistici emergono soprattutto nei conflitti
inter-gruppo. Essi sono condizionati dal campanilismo - ovvero
favorire i membri della propria etnia, della propria razza o del
proprio gruppo linguistico. Alcuni esperimenti prevedevano ad esempio
delle punizioni (degli osservatori 'imparziali', che dovevano punire
chi contravveniva alle norme) presso gruppi indigeni di Papua Nuova
Guinea. Questi esperimenti confermano l'ipotesi che prevale sempre il
campanilismo. I giudici infatti proteggono le vittime del proprio
gruppo che hanno subito un'offesa, a causa della violazione di alcune
norme da parte di altri soggetti, molto più di quanto non facciano con
vittime appartenenti ad altri gruppi (senza attribuire particolare
importanza al gruppo di affiliazione del violatore della norma). Chi
viola una norma inoltre, si aspetta una certa clemenza dal giudice che
appartiene al proprio gruppo sociale. Di conseguenza, la violazione
delle norme avviene molto più spesso se trasgressore e giudice
appartengono allo stesso gruppo sociale.
Fonte: Nature
Sett. 06
IL DESIDERIO DI FECONDITA'
Il desiderio di fecondità delle donne in coppia da 18 a 49 anni è pari
al livello di sostituzione delle generazioni (2,1 figli per donna).
Qualunque sia il numero di figli già avuto nel corso della propria
vita, le donne nelle fasce d’età più giovani tendono a dichiarare di
desiderare un numero di figli leggermente superiore a quello delle
donne un po’ più mature. Se la maggioranza delle donne che vivono in
coppia (pari al 55,6%) dichiara che in totale nell’arco della propria
vita desidererebbe avere esattamente due figli, circa un quarto di
esse ritiene di volerne tre o più (22,5%), con quote crescenti tra le
più giovani. Le scelte di fecondità sono condivise all’interno della
coppia: tre quarti dei partner concordano sul numero di figli
desiderati. L’accordo è tuttavia minore nelle coppie con nessun figlio
(60,8%) e cresce all’aumentare dei figli avuti. Nel 9,6% dei casi sono
gli uomini a desiderare più figli delle partner, contro l’8,1% delle
coppie in cui avviene il contrario. Nel Meridione si desiderano in
media 2,3 figli per donna, seguono le Isole con 2,2, mentre nel resto
del Paese ci si attesta su esattamente due figli. Inoltre nel Sud è
maggiore la quota di donne che desiderano due figli (58,8%) o tre o
più figli (29,%), contro valori minimi del Nord-ovest (rispettivamente
53,9% e 18,4%). Al Centro-nord, dove prevale il modello del figlio
unico, è anche maggiore la quota di donne senza figli che desiderano
un solo figlio (31% nell’Italia centrale, 29,2% in quella
nord-orientale e 24,6% in quella nord-occidentale contro il 16,1%
dell’Italia meridionale). Nelle Isole le donne senza figli che ne
desiderano solo uno sono il 26,6% soprattutto per effetto della
Sardegna in cui prevale un modello di bassa fecondità.
Fonte: ISTAT
Sett. 06
GENITORI DI FIGLI DIFFICILI
Uno studio dello psicologo Dr David Hawes, fa luce su certi
comportamenti dei figli (nel periodo dell'infanzia), ma più ancora sui
comportamenti che assumono i genitori di questi figli, e degli errori
educativi che frequentemente commettono. Provate a rispondere a questa
domanda: vostro figlio sembra poco empatico, non si cura delle
emozioni degli altri, è particolarmente aggressivo? E voi cosa fate,
lo punite? E se non risponde alle punizioni? Lo punite ancor più
severamente?
Errore! Secondo lo psicologo che ha condotto questo studio, rendere le
punizioni sempre più severe è un errore grandissimo. In realtà, così
facendo, i genitori fanno del male solo a sé stessi. In altre parole,
questo sistema educativo semplicemente non funziona.
I bambini, fra i tre anni e mezzo e i nove, dovrebbero essere premiati
quando si comportano bene, anziché puniti per ciò che fanno di
sbagliato, magari offrendo loro qualcosa di grande valore, come del
tempo da trascorrere insieme alla famiglia.
Sett. 06
AUTOLESIONISMO
L'11% per cento delle ragazze, tra Inghilterra e Galles, e' dedito ad
atti di autolesionismo. Tra i ragazzi, la percentuale scende al 3%. E'
il risultato di una ricerca svolta su un campione di oltre 6000
studenti inglesi e gallesi tra i 15 e i 16 anni. Secondo lo studio, il
motivo piu' frequente e' il tentativo di far fronte all'angoscia. In
entrambi i sessi, l'autolesionismo e' frutto di atti impulsivi ed e'
piu' comune tra chi consuma alcol e droghe o e' vittima di abusi
sessuali.
Fonte: Ansa
Sett. 06
IL VERO BUGIARDO
Uno dei miti più ricorrenti sul linguaggio del corpo è la credenza che
il contatto oculare, o meglio la mancanza di esso, smascheri il
comportamento di un bugiardo. Siamo tutti convinti che gli occhi siano
lo specchio dell'anima e difficilmente riusciamo a soffermarci anche
su altri indizi che possono rivelare chi non sta dicendo la verità. In
realtà, molto più sicuro del contatto oculare sarebbe osservare i
cambiamenti che avvengono nel tono della voce. Se escludiamo i
sociopatici infatti, che sono dei bugiardi abituali, chi non sta
dicendo la verità tende a produrre dei discorsi particolarmente
rigidi, con un tono di voce più alto del normale. L'importante è non
confondersi con chi invece sta dicendo la verità, che proprio per
eccesso di spontaneità tende a sbagliare le parole o ad inciampare su
di esse. Gli studi ci dicono che i veri bugiardi sono proprio quelli
che appaiono più misurati degli altri.
Fonte : Psychology Today
Sett. 06
TROPPI UOMINI, MOLTA
CATTIVERIA
Vorrei terminare questo mese di agosto, in cui abbiamo parlato
lungamente di bontà e cattiveria, con questa ricerca, che fotografa
con chiarezza alcune realtà in cui la donna non è riuscita ancora a
conquistarsi il rispetto sociale e che lascia intravedere dei foschi
scenari di cattiveria e sopraffazione. Parliamo del fatto che in
alcune zone del mondo le bambine non vengono fatte nascere o vivere, o
perché vi sono degli aborti selettivi, o perché le neonate non vengono
sufficientemente accudite dopo la nascita e dunque vengono lasciate
morire.
Queste società, che favoriscono la nascita di bambini maschi, si
troveranno però ad affrontare il problema di un surplus di uomini, che
competeranno per la ricerca di una partner sessuale e verraano
emarginati dal mercato del matrimonio. Questo porterà questi individui
ad attuare comportamenti violenti, antisociali, minando la stabilità
stessa delle società. La Dr.ssa Therese Hesketh del prestigioso UCL
Institute of Child Health e il Dr Zhu Wei Xing della Università
Normale di Zhejiang - Cina.hanno pubblicato questo studio nei
Proceedings della National Academy of Sciences (PNAS), avvertendo che
è urgente e necessario ridurre la selezione dei sessi e cambiare le
attitudini culturali in determinate zone del pianeta.
Therese Hesketh sostiene infatti che la percentuale di uomini nei
confronti delle donne è costante, se non subisce interventi di
modificazione. La tradizionale preferenza per i figli maschi però ha
praticamente distorto queste proporzioni naturali, specialmente in
alcune zone dell'Asia e del Nord Africa. Sebbene l'assistenza
sanitaria stia lentamente migliorando in quelle zone del mondo, anche
verso il genere femminile, si stima che manchino all'appello 80
milioni di rappresentanti del genere femminile (e questo solamente in
India e Cina).
In vent’anni, si è verificato un surplus del 15-20 per cento di maschi
rispetto alle femmine: questi individui sono condannati pertanto a
rimanere single, a non potersi formare una famiglia, peraltro in
società che ritengono essenziale l'istituto del matrimonio. Questi
uomini, che non riescono a trovare moglie sono, ovviamente, i meno
istruiti ed i più poveri.
Per esempio, in Cina il 94 per cento di tutte le persone non sposate
di età compresa fra i 28 ed i 49 anni sono maschi ed il 97 per cento
di loro non ha completato la scuola superiore. Come spenderanno le
loro energie sessuali? Si chiedono i ricercatoti. Le previsioni sono,
come abbiamo detto in apertura, piuttosto pessimistiche : secondo i
ricercatori, possiamo aspettarci che essi si dedicheranno al crimine
violento, aderendo ad organizzazioni criminali e terroristiche.
Quello che c'è di buono è che, come dice la legge del mercato, quando
l'offerta è poca il prezzo sale: e meno donne possono valere di più.
In un sondaggio recente, il 37 per cento di donne cinesi ha affermato
che non ha preferenze di genere riguardo ai figli ed il 45% ha detto
che una famiglia ideale dovrebbe avere un figlio maschio ed una
femmina. Le cose insomma, sostengono i ricercatori, con il tempo
possono migliorare, ma il danno è già compiuto per la generazione
attuale ed è necessario intervenire per modificare questi
comportamenti innaturali di selezione sessuale per quanto riguarda il
futuro. Soprattutto per evitare le dannose conseguenze da 'surplus
maschile'
Fonte: UCL
Sett. 06
IRONIA E SARCASMO
Socrate per ‘ironia’ intendeva il porre delle domande al suo
interlocutore, mostrandosi incapace di trattare compiutamente
l’argomento in questione, fingendosi ignorante. Attraverso una
sottovalutazione di sé e del proprio sapere, Socrate costringeva
l’interlocutore a giustificare fin nei minimi dettagli la propria
posizione, il che lo conduceva spesso a riconoscerne l’infondatezza,
la contraddizione implicita, facendo cadere l’avversario vittima del
suo presunto sapere.
La nozione di ironia la si trova anche in Aristotele, nel senso di
‘dissimulazione’ o mascheramento di una verità dietro il suo
contrario.
“L’essenza dell’ironia consiste nell’affermare il contrario di ciò che
intendiamo comunicare all’altro - scriveva invece Sigmund Freud ne 'Il
motto di spirito e la sua relazione con l'inconscio' - al quale però
risparmiamo di doverci contraddire facendogli capire, con
l’inflessione della voce, i gesti o, quando si tratta di cose scritte,
piccole spie stilistiche, che noi stessi intendiamo affermare il
contrario di ciò che diciamo. L’ironia può essere impiegata solo
quando il nostro interlocutore è preparato ad udire il contrario, di
modo che non manchi in lui l’inclinazione a contraddire. Data questa
determinazione, l’ironia è particolarmente esposta al pericolo di non
essere capita. A chi l’impiega, essa offre il vantaggio di far
aggirare facilmente le difficoltà delle espressioni dirette, per
esempio nell’invettiva; nell’ascoltatore, genera piacere comico,
probabilmente perché lo spinge ad un dispendio contraddittorio che
viene immediatamente riconosciuto superfluo. Un tale paragone fra il
motto e una specie del comico che gli è propria può rafforzare in noi
la supposizione che il rapporto con l’inconscio, peculiare
dell’arguzia, forse la distingua anche dalla comicità’ (da Freud, Il
motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio).
Oggi, in termini psicologici, per ironia intendiamo una ‘forma di
distaccato umorismo che mira alla relativizzazione delle false
sicurezze e alla presa di distanza da atteggiamenti intransigenti e
dogmatici’.
L'ironia può essere usata anche per altre finalità; come ad esempio
per attaccare un’altra persona, o per difendersi da questa. In questo
caso, per spiegare meglio i meccanismi della comunicazione ironica,
potremmo pensare alla metafora del gioco della scherma, un “fencing
game’ in cui ci si fronteggia aspramente, ma mai in modo veramente
lesivo, senza mai sfoderare armi che possano realmente fare troppo del
male.
Quando l’ironia diventa troppo aspra e brutale infatti non è più
ironia, ma ‘sarcasmo’. L'obiettivo del sarcasmo è quello dell'attacco
astuto, al fine di svilire e mortificare un interlocutore, situazione,
quindi, in cui il dialogo esiste solo per ridurre al silenzio la
controparte. Il piacere, in un dibattito sarcastico, non nasce dal
conversare insieme gustosamente, ma dal fatto di riuscire ad umiliare
l'oggetto cui è rivolto il sarcasmo; per questo il divertimento, in
tale circostanza comunicativa, potrà essere esclusivamente di un solo
interlocutore, o di una sola parte dei partecipanti allo scambio
verbale, mentre per chi resta vi saranno solo risa di scherno. Socrate
per ‘ironia’ intendeva il porre delle domande al suo interlocutore,
mostrandosi incapace di trattare compiutamente l’argomento in
questione, fingendosi ignorante. Attraverso una sottovalutazione di sé
e del proprio sapere, Socrate costringeva l’interlocutore a
giustificare fin nei minimi dettagli la propria posizione, il che lo
conduceva spesso a riconoscerne l’infondatezza, la contraddizione
implicita, facendo cadere l’avversario vittima del suo presunto
sapere.
La nozione di ironia la si trova anche in Aristotele, nel senso di
‘dissimulazione’ o mascheramento di una verità dietro il suo
contrario.
“L’essenza dell’ironia consiste nell’affermare il contrario di ciò che
intendiamo comunicare all’altro - scriveva invece Sigmund Freud ne 'Il
motto di spirito e la sua relazione con l'inconscio' - al quale però
risparmiamo di doverci contraddire facendogli capire, con
l’inflessione della voce, i gesti o, quando si tratta di cose scritte,
piccole spie stilistiche, che noi stessi intendiamo affermare il
contrario di ciò che diciamo. L’ironia può essere impiegata solo
quando il nostro interlocutore è preparato ad udire il contrario, di
modo che non manchi in lui l’inclinazione a contraddire. Data questa
determinazione, l’ironia è particolarmente esposta al pericolo di non
essere capita. A chi l’impiega, essa offre il vantaggio di far
aggirare facilmente le difficoltà delle espressioni dirette, per
esempio nell’invettiva; nell’ascoltatore, genera piacere comico,
probabilmente perché lo spinge ad un dispendio contraddittorio che
viene immediatamente riconosciuto superfluo. Un tale paragone fra il
motto e una specie del comico che gli è propria può rafforzare in noi
la supposizione che il rapporto con l’inconscio, peculiare
dell’arguzia, forse la distingua anche dalla comicità’ (da Freud, Il
motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio).
Oggi, in termini psicologici, per ironia intendiamo una ‘forma di
distaccato umorismo che mira alla relativizzazione delle false
sicurezze e alla presa di distanza da atteggiamenti intransigenti e
dogmatici’.
L'ironia può essere usata anche per altre finalità; come ad esempio
per attaccare un’altra persona, o per difendersi da questa. In questo
caso, per spiegare meglio i meccanismi della comunicazione ironica,
potremmo pensare alla metafora del gioco della scherma, un “fencing
game’ in cui ci si fronteggia aspramente, ma mai in modo veramente
lesivo, senza mai sfoderare armi che possano realmente fare troppo del
male.
Quando l’ironia diventa troppo aspra e brutale infatti non è più
ironia, ma ‘sarcasmo’. L'obiettivo del sarcasmo è quello dell'attacco
astuto, al fine di svilire e mortificare un interlocutore, situazione,
quindi, in cui il dialogo esiste solo per ridurre al silenzio la
controparte. Il piacere, in un dibattito sarcastico, non nasce dal
conversare insieme gustosamente, ma dal fatto di riuscire ad umiliare
l'oggetto cui è rivolto il sarcasmo; per questo il divertimento, in
tale circostanza comunicativa, potrà essere esclusivamente di un solo
interlocutore, o di una sola parte dei partecipanti allo scambio
verbale, mentre per chi resta vi saranno solo risa di scherno.
CIOCCOLATO-TERAPIA
Che il cioccolato fosse buono lo si sapeva da tempo, ma che il
cioccolato potesse servire per migliorare il tono dell'umore, è una
novità abbastanza recente. Certo, molti addetti ai lavori storceranno
il naso... Per quanto mi riguarda, sono del parere che qualsiasi
terapia è buona, se funziona.
Forse è decisamente troppo ardito chiamarla cioccolato-terapia.
Sicuramente però la cioccolata è uno dei pochi cibi che riesce a dare
alle persone un profondo senso di benessere, oltre che di sazietà,
perché va as stimolare gli stessi recettori della cannabis. Inoltre, è
stato verificato che la cioccolata fornisce una gratificazione molto
simile a quella sessuale. Il problema del consumo di cioccolata
dunque, sembrerebbe tutto sulla dieta, ovvero la possibilità di abuso
di questo alimento, che potrebbe diventare perfino dannoso per
l'organismo.
La cioccolata, per la sua riconosciuta bontà è stata anche chiamata
'cibo degli dei' : piace a tutti e non stanca mai. Fino a poco tempo
fa era un alimento sconsigliato, perchéconsiderato troppo ricco di
grassi e dunque non adatto a chi voleva rimanere in forma, oltre al
fatto che sembrava creare problemi di pelle. 'Mi vuoi tutta ciccia e
brufoli'? Diceva un fortunato slogan di qualche anno fa.
Ora pare che anche i dietologi si siano ricreduti. La cioccolata come
dieta arriva dunque come una manna dal cielo per abbattere
definitivamente un tabù e far sentire le persone meno in colpa per le
loro abitudini alimentari, evitando le sintomatologie psicosomatiche
generate dai pensieri negativi legati all'assunzione del cioccolato.
Del resto, a chi non piace il cioccolato? Davvero ad una sparuta
minoranza di persone. Una ricerca Gallup, condotta su 1000 Americani
adulti ha stabilito ad esempio che il gusto del cioccolato è indicato
come 'cibo favorito' da ben un soggetto su tre, anche se questi stessi
consumatori di cioccolato hanno poi dichiarato di sentirsi spesso in
colpa per il loro uso di questo alimento.
Il cioccolato contiene molte sostanze che influiscono sulla psiche,
fra cui ricordiamo la serotonina, che libera le endorfine nel corpo,
migliorando il tono dell'umore ed arginando gli stati depressivi. (Non
a caso i farmaci antidepressivi di ultima generazione innalzano i
livelli di serotonina cerebrale). A tali sostanze si aggiunge poi la
anandamide (dal sanscrito "ananda", felicità), un elemento del cacao
prodotto naturalmente anche dalle cellule del nostro cervello. L'anandamide
stimola le percezioni sensoriali e induce euforia.
Un terapeuta neozelandese, Murray Langham ha scritto un libro,
pubblicato anche in Italia (Cioccolatoterapia. La nuova via ai segreti
del vostro intimo io, edizione Salani) che consente di capire alcuni
aspetti di personalità mai indagati prima, se non altro partendo dal
cioccolato. Ad esempio, perché alcune persone preferiscono la
cioccolata al latte e altri quella fondente? Perché alcune persone
scelgono cioccolatini di forma rotonda ed altri di forma allungata? E
in cosa si differenzia chi butta via la carta che avvolge il
ciocccolatino da quello che la tiene a lungo fra le mani? Cosa
significa se una persona si compra la cioccolata per sé ? E se la
regala? Insomma, un ciocco-test, potremmo dire.
Il cioccolato è usato anche nell'industria cosmetica. Da tempo si
usano alcuni suoi componenti, come il burro di cacao per fare creme
emollienti, ma solo di recente i centri estetici propongono sedute di
aroma-terapia al cioccolato o massaggi rigeneranti al cioccolato,
della durata di un'ora, in cui è assolutamente proibito leccarsi.
Alcuni nutrizionisti hanno proposto l'equiparazione del cioccolato ai
"probiotici". Molti alimenti naturali possiedono infatti, oltre a
un'azione energetica e nutriente, elementi addizionali potenzialmente
utili alla salute e per tale motivo sono definiti "funzionali". Questi
sono i prebiotici e i probiotici, che possiamo trovare in yogurt,
formaggi o minidrink.
E' chiaro che, come per altri alimenti calorici, il richiamo alla
moderazione è d'obbligo.
COME TI CURA LA PSICOTERAPIA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE
La ricerca ha dimostrato che la terapia cognitivo comportamentale è
oggi il trattamento più accreditato per la cura dei disturbi d’ansia,
ed in particolare del Disturbo da Attacchi di Panico, dell’Agorafobia,
dell’Ipocondria, dell'Ansia da prestazione, del Disturbo Ossessivo
Compulsivo ecc.
Ecco in che modo, concretamente, uno psicoterapeuta di area
cognitivo-comportamentale può aiutare i suoi pazienti a guarire:
- Identificando gli stimoli ed i pensieri intrusivi che si innescano e
che mantengono la sintomatologia ansiosa;
- Analizzando la modalità in cui il paziente interpreta stimoli e
pensieri intrusivi ed i circoli viziosi che da ciò scaturiscono;
- Insegnando a rendere l’esperienza dei pensieri intrusivi una cosa
‘normale’ ed aiutando il paziente ad interpretarli in modo meno
allarmato e pessimistico;
- Insegnando a tollerare l’ansia, con apposite tecniche di
rilassamento, per evitare di mettere in atto i comportamenti
compulsivi;
- Definendo un programma di esposizione graduale con prevenzione della
risposta;
- Invitando i pazienti a tornare di nuovo ad impegnarsi nelle normali
attività.
COME FUNZIONA LA PSICOTERAPIA PSICODINAMICA
ll Terapeuta 'psicodinamico' deve anzitutto cercare di comprendere
quali sono le ansie inconscie del suo paziente, per poi passare
all'analisi dei 'meccanismi di difesa' che il paziente stesso utilizza
per minimizzare questi conflitti. Il compito più importante tuttavia
rimane quello di individuare quali sono le cause profonde dei sintomi
lamentati. Il paziente viene invitato per questo a rivivere, nel
setting analitico, determinate esperienze, in modo di comprendere
meglio alcuni aspetti ed alcuni meccanismi che regolano la sua vita
interiore.
Nel trattamento psicoanalitico classico, il paziente si stendeva sul
lettino ed il terapeuta lo ascoltava, senza essere visto. Il terapeuta
parlava poco, non raccontava mai nulla di sé stesso, non faceva
commenti di alcun genere.
Oggi, anche i freudiani più ortodossi però tendono a migliorare la
qualità della relazione terapeutica col proprio paziente, costruendo
un'alleanza che ha lo scopo di incoraggiare la persona sotto
trattamento ad esprimere quanti più dati possibili, soprattutto
relativi al suo rapporto con le figure parentali. Il terapeuta può
anche decidere di esplorare i sentimenti ed i comportamenti del
paziente verso le persone con cui è in relazione nel momento attuale e
fare collegamenti con le figure significative del suo passato
Il transfert è il sentimento che il paziente prova per il terapeuta:
si chiama così perché è in effetti un 'trasferimento' di sentimenti e
di emozioni provate in precedenza verso i propri genitori e che ora
vengono 'ribaltate' sul terapeuta. Anche il transfert, durante la
terapia, è oggetto di analisi. Il problema che spesso si incontra in
questo tipo di relazione terapeutica è che anche il terapeuta è un
essere umano e dunque prova dei sentimenti: anche lui/lei può
trasferire alcune emozioni e sensazioni che nascono fuori del setting
analitico, sul suo paziente. Questo si chiama 'controtransfert'. Per
prevenire questo pericolo, lo psicoanalista viene appositamente
addestrato a riconoscere il controtransfert in un periodo di analisi
personale, in cui egli stesso si sottopone al trattamento. Questa si
chiama 'analisi didattica'.
Al momento non ci sono solide prove scientifiche che dimostrino
l'efficacia di quersto tipo di trattamento: del resto, è difficile
capire quali sono gli elementi che dimostrano la 'guarigione' del
paziente ed è difficile quantificarli a livello numerico. I benefici
poi si vedono in alcuni casi nell'immediato, in altri nel medio-lungo
termine: quali prendere in considerazione? Ed infine, come valutare
l'effetto placebo? Le esperienze durante il trattamento sono
soggettive, spesso incomunicabili all'esterno e dunque una valutazione
oggettiva, su questo tema, sembra proprio che non possa esserci.
VIOLENZA DOMESTICA E
MORTI PREMATURE
Se una donna subisce violenza domestica (leggi: da parte del marito)
durante la gravidanza, il bambino corre il rischio di morire durante i
primi stadi dell'infanzia, secondo uno studio condotto in India dai
ricercatori della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health. Il
rischio della morte del bambino è più che doppio durante il periodo
perinatale (28 settimane di gravidanza fino a sette giorni dopo la
nascita) e neonatale (primo mese di vita. Lo studio è pubblicato nel
numero di Agosto dell'American Journal of Public Health.
"Lo studio ha sscoperto che almeno una su cinque morti nel periodo
perinatale o neonatale potrebbe essere prevenuta attraverso
l'eliminazione della violenza domestica" ha dichiarato Saifuddin Ahmed,
MBBS, psicologo, assistente nel Department of Population and Family
Health Sciences alla Bloomberg School of Public Health.
Lo studio ha riguardato 5.553 coppie sposate e i riusltati di 2.199
gravidanze.
I risultati dicono che quasi il 18% delle donne partecipanti allo
studio hanno subito abusi fisici da parte del marito durante l'ultima
gravidanza. (Dato che negli USA è stimato fra il 4 l'8%).
Non sembra tuttavia che vi sia correlazione fra morte del bambino in
epoche successive a quelle indicate e abusi subiti dalla madre. La
spiegazione della morte dei piccoli può essere ricercata nella mancata
cura di sé della donna, nello stress, nella non corretta alimentazione
della donna.
Fonte: "Effects of Domestic Violence on Perinatal and Early-Childhood
Mortality: Evidence from North India" was written by Saifuddin Ahmed,
MBBS, PhD, Michael A. Koenig, PhD and Rob Stephenson, PhD. Stephenson
is with the Rollins School of Public Health, Emory University.
Ago 06
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2006
(3) |
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