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Psicopill
La psiche in pillole

20
06  (3)

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Raccolta di informazioni, ricerche e curiosità sul mondo della psicologia
 

Indice della pagina:

Amore e suicidio

L'abbigliamento e la moda

I bambini capiscono molto più di quanto pensino gli adulti

L'esperimento Milgram in virtuale

Terapie psicologiche per perdere peso

I giovani non fumatori si drogano di meno

Il senso di appartenenza ad una Comunità virtuale

Il divorzio fa male alla salute della donna

Idealizzare il partner fa bene alla coppia

I giovani non sono felici

Coppie dagli occhi blu

Come aiutarsi a superare una fobia

Cosa vogliono i pazienti dal terapeuta

Psicoterapia: una definizione

La mediazione familiare

Scrivere di te per restare con te

Vergogna del Terapeuta

Ipnosi e Agopuntura per diminuire i dolori del parto

Comportamento altruistico e campanilismo

Il desiderio di fecondità

Genitori di figli difficili

Autolesionismo

Il vero bugiardo

Troppi uomini, molta cattiveria

Ironia e sarcasmo

Cioccolato-terapia

Come ti cura la psicoterapia cognitivo-comportamentale

Come funziona la psicoterapia psicodinamica

Violenza domestica e morti premature
AMORE E SUICIDIO

L'amore è la causa principale del suicidio, tra gli uomini come tra le donne. Questa è la conclusione di parecchi studi, effettuati sulle lettere che precedono l'atto suicidario o il tentato suicidio. E' solo un luogo comune pensare che le donne commettano il suicidio per amore più spesso degli uomini, sostiene la psicologa Silvia Canetto, psicologo dell'Università del Colorado, che ha pubblicato nel 2002 uno studio sulle lettere di addio di 56 aspiranti suicidi. Secondo le sue ricerche, le difficoltà relazionali sono citate due volte più frequentemente di quelle lavorative, per entrambi i sessi. Gli uomini probabilmente esitano a dichiarare di essersi uccisi per amore, anche se sanno che saranno morti quando la loro lettera sarà letta. È un male socialmente inaccettabile il fatto che un uomo non riesca a reagire alle difficoltà relazionali.
Fra i soldati, un divorzio o le difficoltà coniugali precedono molto spesso il suicidio, secondo la Canetto. All'inizio di quest'anno, uno studio norvegese sui suicidi dei caschi blu dell'ONU ha concluso che le difficoltà relazionali erano il fattore di rischio più importante, che precedeva persino le difficoltà dalla missione militare. Per sostenere la sua teoria, la Canetto cita un altro studio che ha effettuato in passato. I partecipanti allo studio dovevano valutare lo stato emotivo di persone che avevano appena commesso un suicidio (per ragioni diverse, che andavano dall'amore ad una sconfitta sportiva). Le donne sono state considerate disadattate, per qualunque ragione avessero cercato il suicidio. Gli uomini sono stati considerati disadattati soltanto se avevano commesso il suicidio per amore. Secondo la Canetto, gli uomini hanno meno esperienza nell'affrontare le situazioni ambigue, oppure ad attendere fino a che i rapporti difficili tra due persone si evolvano. Per arrestare il tormento, gli uomini commettono il suicidio, cercando di operare sull'unico elemento che ancora controllano, cioè la loro vita.
Nel 2004, alcuni psicologi americani hanno studiato 260 lettere di addio colegate ad uno scandalo finanziario, osservando che per più di una persona il desiderio di morire non era tanto legato al mettere termine alle sofferenze fisiche o mentali legate alla situazione contingente, quanto a risolvere le difficoltà relazionali nelle quali si trovavano. Nei disturbi psichiatrici l'amore è particolarmente importante per il rischio di suicidio. Shirley Yen, psichiatra dell'università Brown, Rhode Island, che ha pubblicato l'anno scorso uno studio sull'argomento, ritiene tuttavia che i dispiaceri in amore siano un fattore di rischio per il suicidio anche fra le persone che non hanno mai visto uno psichiatra in vita loro.

Fonte: Cyberpresse
dicembre 2006

L'ABBIGLIAMENTO E LA MODA

Alcuni studiosi (Blignaut 2005, Fluegel, 1992) definiscono l'abito come un 'meccanismo di difesa preventiva' ed altri come 'guscio della socialità'.
Robert Altman osserva che 'nudi, non abbiamo più nulla da nascondere': per questo il vestito ha una funzione di protezione anche psicologica, in quanto offre alla persona una maschera dietro la quale nascondersi, una barriera che si frappone fra il proprio corpo e il resto del mondo.

L'abbigliamento femminile è più vario di quello maschile, soprattutto nei colori, ma anche nella possibilità di alternare gonne e pantaloni. Sia i maschi che le femmine seguono la moda: è un modo per piacersi ed anche per piacere agli altri. Le donne, per sentirsi più seducenti, fanno anche uso di scarpe con tacchi alti. Il tacco slancia il corpo, rendendo la gamba più lunga e fanno ondeggiare i fianchi, amplificando le caratteristiche del corpo femminile.

I giovani sono particolarmente attratti dalla moda perché hanno in genere una vita relazionale molto ampia: i loro abiti sono rossori permanenti, diffusi su tutto il corpo (Fluegel, Psicologia dell'abbigliamento, Angeli Milano)

I BAMBINI CAPISCONO MOLTO PIU' DI QUANTO PENSINO GLI ADULTI

Un nuovo studio mette in evidenza come dei bambini di soli quattro anni siano capaci di distinguere il vero dal falso molto più di quanto si potesse ritenere in passato. Lo studio, effettuato presso le Università del Texas e della Virginia, ha riguardato 400 bambini di età compresa fra i 3 ed i 6 anni, che dovevano decidere se alcune affermazioni fossero vere o false. Le domande riguardavano aspetti scientifici o fantastici : i ricercatori hanno scoperto così che ciò che era determinante per discriminare una cosa 'vera' da una 'falsa' per i bambini, era il livello di familiarità che essi avevano nei suoi confronti. Non è vero dunque che i bambini credono a qualsiasi cosa venga loro detto da un adulto. In una precedente ricerca condotta dal gruppo di Jacqueline D. Woolley nella quale si introduceva la terza risposta 'sono incerto', si è potuto vedere, ad esempio, che il loro mondo non è tutto in bianco e nero e che molte sono le loro incertezze, dovute proprio al ragionamento, all'analisi dello stimolo che viene loro presentato. A tre anni, molti riescono a fare chiare distinzioni fra idee e oggetti della vita reale. Certamente, molte fantasie tipiche dell'infanzia resistono su larga scala: pensiamo ad esempio alla figura di Babbo Natale. Lo studio non rileva differenze sulle percezioni dei bambini che siano correlate alla relazione tra bambino e figura adulta che se ne prende cura, anche se, ovviamente, i bambini tendono di pù a credere a quanto viene affermato da una persona conosciuta, come un familiare, piuttosto che a quanto dice uno sconosciuto, come ad esempio un anonimo ricercatore. Il modo in cui i bambini guardano alle cose, cambia molto rapidamente, fra i tre ed i sei anni, e gli adulti possono sottovalutare la loro intelligenza in questo periodo della vita, pensando che essi effettivamente credano a ciò che viene loro detto.

Fonte: Treatment on Line
Dic. 2006

L'ESPERIMENTO MILGRAM IN VIRTUALE

Alcuni ricercatori hanno ricreato il famoso esperimento di Milgram sull'obbedienza allo sperimentatore usando la virtual reality. Per chi non lo ricordasse, l'esperimento è il seguente:

Stanley Milgram condusse, nel 1961, un celebre esperimento della durata di un'ora, presso i locali dell'Interaction Laboratory dell'Università di Yale, teso a verificare il livello di aderenza agli ordini impartiti da un'autorità, nel momento in cui tali ordini entrano in conflitto con la coscienza e la dimensione morale dell'individuo.
I partecipanti alla ricerca furono reclutati tramite un annuncio su un giornale locale o tramite inviti spediti per posta a indirizzi ricavati dalla guida telefonica. Il campione risultò composto da persone fra i 20 e i 50 anni, maschi, di varia estrazione sociale. Fu loro comunicato che avrebbero collaborato, dietro ricompensa, a un esperimento sulla memoria e sugli effetti dell'apprendimento.
Nella fase iniziale della prova, lo sperimentatore, assieme a un complice, assegnava con un sorteggio truccato i ruoli di "allievo" e di "insegnante": il soggetto ignaro era sempre sorteggiato come insegnante e il complice come allievo. I due soggetti venivano poi condotti nelle stanze predisposte per l'esperimento. L'insegnante (soggetto ignaro) era posto di fronte al quadro di controllo di un generatore di corrente elettrica, composto da 30 interruttori a leva posti in fila orizzontale, sotto ognuno dei quali era scritto il voltaggio, dai 15 V del primo ai 450 V dell'ultimo. Sotto ogni gruppo di 4 interruttori apparivano le seguenti scritte: (1-4) scossa leggera, (5-8) scossa media, (9-12) scossa forte, (13-16) scossa molto forte, (17-20) scossa intensa, (21-24) scossa molto intensa, (25-28) attenzione: scossa molto pericolosa, (29-30) XXX.
All'insegnante era fatta percepire la scossa relativa alla terza leva (45 V) in modo che si rendesse personalmente conto che non vi erano finzioni e gli venivano precisati i suoi compiti come segue:
Leggere all'allievo coppie di parole, per esempio: "scatola azzurra", "giornata serena";
ripetere la seconda parola di ogni coppia accompagnata da quattro associazioni alternative, per esempio: "azzurra – auto, acqua, scatola, lampada";
decidere se la risposta fornita dall'allievo era corretta;
in caso fosse sbagliata, infliggere una punizione, aumentando l'intensità della scossa a ogni errore dell'allievo.
Quest’ultimo veniva legato ad una specie di sedia elettrica e gli era applicato un elettrodo al polso, collegato al generatore di corrente posto nella stanza accanto. Doveva rispondere alle domande, e fingere una reazione con implorazioni e grida al progredire dell'intensità delle scosse (che in realtà non percepiva), fino a che, raggiunti i 330 V, non emetteva più alcun lamento.
Erano previsti quattro livelli di distanza tra insegnante e allievo: nel primo l'insegnante non poteva osservare né ascoltare i lamenti della vittima; nel secondo poteva ascoltare ma non osservare la vittima; nel terzo poteva ascoltare e osservare la vittima; nel quarto, per infliggere la punizione, doveva afferrare il braccio della vittima e spingerlo su una piastra. Lo sperimentatore aveva il compito, durante la prova, di esortare in modo pressante l'insegnante: "l'esperimento richiede che lei continui", "è assolutamente indispensabile che lei continui", "non ha altra scelta, deve proseguire". Il grado di obbedienza fu misurato in base al numero dell'ultimo interruttore premuto da ogni soggetto prima di interrompere la prova. Al termine dell'esperimento i soggetti furono informati che la vittima non aveva subito alcun tipo di scossa, che il loro comportamento era stato del tutto normale, che anche tutti gli altri partecipanti avevano reagito in modo simile.
Contrariamente alle aspettative, nonostante i 40 soggetti dell'esperimento mostrassero sintomi di tensione e protestassero verbalmente, una percentuale considerevole di questi, obbedì pedissequamente allo sperimentatore. Nel primo livello di distanza, il 65% dei soggetti andò avanti sino alla scossa più forte; nel secondo livello il 62,5%; nel terzo livello il 40%; nel quarto livello il 30%. Questo stupefacente grado di obbedienza, che ha indotto i partecipanti a violare i propri principi morali, è stato spiegato in rapporto ad alcuni elementi, quali l'obbedienza indotta da una figura autoritaria considerata legittima, la cui autorità induce uno stato eteronomico, caratterizzato dal fatto che il soggetto non si considera più libero di intraprendere condotte autonome, ma strumento per eseguire ordini. I soggetti dell'esperimento non si sono perciò sentiti moralmente responsabili delle loro azioni, ma esecutori dei voleri di un potere esterno.
L'obbedienza dipende anche dalla ridefinizione del significato della situazione. Ogni situazione è caratterizzata infatti da una sua ideologia che definisce e spiega il significato degli eventi che vi accadono, e fornisce la prospettiva grazie alla quale i singoli elementi acquistano coerenza. Dal momento che il soggetto accetta la definizione della situazione proposta dall'autorità, finisce col ridefinire un'azione distruttiva, non solo come ragionevole, ma anche come oggettivamente necessaria.
Le numerose ricerche che hanno successivamente utilizzato il paradigma di Milgram (come quelle di David Rosenham), hanno tutte pienamente confermato i risultati ottenuti dallo studioso, che sono stati ampiamente discussi anche nell'ambito di quel cospicuo filone di studi interessati a ricostruire i fattori che hanno reso possibile lo sterminio ad opera dei nazisti.

Ora, Mel Slater ci ha riprovato con 23 partecipanti, che però agivano sulla realtà virtuale. E' stato riproposto il compito dell'esercizio di memoria da parte di uno sconosciuto (una donna virtuale), al quale i partecipanti dovevano somministrare una scossa elettrica.
La donna era chiaramente irreale, ma rispondeva con espressioni di dolore alle scosse elettriche : ad esempio ad un certo punto essa affermava che non era d'accordo a fare questo esperimento e che desiderava smettere. Malgrado i partecipanti sapevano benissimo che questa donna non era reale, e dunque non provava alcun dolore, ben sei di loro hanno deciso di concludere l'esperimento alla ventesima risposta sbagliata della donna virtuale (alla quale avrebbero dovuto inviare una ulteriore scossa elettrica). Altri sei hanno deciso di smettere prima, perché non gli piaceva ciò che stavano facendo.
Al contrario, degli undici partecipanti ad un gruppo di controllo, i quali interagivano con la donna solo via chat (senza vederla come immagine), solo uno ha deciso di non portare a termine l'esperimento.
Si è visto così che è ben diverso ascoltare delle voci, vedere un'immagine che mostra delle emozioni (anche se poi non le prova veramente), oppure interagire attraverso la scrittura. Lo stress dei partecipanti nel gruppo di realtà virtuale (valutato in base alla sudorazione e al battito cardiaco) era più alto degli undici partecipanti al gruppo di controllo. Questo stress, dopo le proteste della donna, li portava ad esempio a ritardare il momento della scossa elettrica, o a cercare di suggerire alla donna virtuale la risposta corretta.
Conclusioni: Gli esseri umani tendono a rispondere in modo realistico nelle interazioni con la realtà virtuale che propone avatar che mostrano di provare emozioni e reazioni fisiologiche in modo simile a quanto avviene nella realtà.
La realtà virtuale appare dunque, ancora una volta uno strumento importantissimo per gli psicologi sociali, soprattutto per compiere delle ricerche al limite della moralità, oppure inammissibili sul piano della realtà oggettiva.
Dic. 2006
TERAPIE PSICOLOGICHE PER PERDERE PESO

L'obesità grave è diventato un problema molto serio, ma le terapie attualmente in uso non sembrano soddisfacenti. Un gruppo di ricercatori delle università tedesche ha compiuto una ricerca, pubblicata sul numero di Novembre di Psychotherapy and Psychosomatics, che sembra aprire la strada alle psicoterapie come trattamento d'elezione dell'obesità.
Obiettivo della ricerca era mettere a confronto l'efficacia delle terapie psicodinamiche e comportamentali su un gruppo di pazienti obesi. In uno studio longitudinale (body mass index, BMI 35) i pazienti furono assegnati casualmente al gruppo che seguiva terapie psicodinamiche o a quello che seguiva le terapie comportamentali.
Soprattutto le donne (n = 267; 85%) obese che presentavano una comobidità psichiatrica e somatica (età 20-64 anni, BMI 35-74) sono state esaminate con dei questionari di auto-diagnosi sullo stress (SCL-90R), sui problemi interpersonali (Inventory of Interpersonal Problems), sui comportamenti alimentari (Fragebogen zum Essverhalten) e sull'immagine corporea(Fragebogen zum Körperbild). Su 49 giorni, in media, di trattamento, i pazienti hanno perso una media di 5.6 kg (4.4%) nelle terapie comportamentali (n = 130) e 5.7 kg (4.4%) nel setting psico-dinamico (n = 137). In entrambi i casi, il comportamento alimentare, il benessere e l'immagine corporea sono migliorati in modo significativo. Dopo un anno, il 40% aveva ulteriormente ridotto il proprio peso (più del 5% del peso iniziale), il 36% aveva ripreso peso, ma era ancora al di sotto del livello iniziale e un altro 24% aveva guadagnato ulteriori chili oltre il livello iniziale. Conclusione: Le terapie psicodinamiche e comportamentali sembrano entrambe efficaci per aiutare i pazienti a perdere peso.

Fonte: Innovation report
Dic. 2006


I GIOVANI NON FUMATORI SI DROGANO DI MENO

I giovani che fumano sigarette hanno maggiori probabilità dei non-fumatori di diventare consumatori di alcol, cannabis e altre sostanze, come l'amfetamina e l'ecstasy. Questo il dato che emerge da una ricerca pubblicata dal Centro Canadese di lotta contro l'alcolisno e le tossicomanie. I ricercatori hanno scoperto che il tabagismo in ragazzi di 15-19 anni mostra una correlazione molto forte con l'uso di altre sostanze illecite, ma non è chiaro se il fumo di sigaretta sia una droga di iniziazione, cioè se apre o meno la via al consumo di altre sostanze. Il 26,7 per cento dei giovani fra i 15 e i 19 anni ha dichiarato di aver fumato sigarette nell'anno precedente lo studio. Tra i giovani fumatori, il 97,7 ha anche bevuto alcol nell'anno precedente, contro il 75,3 per cento dei non fumatori. Inoltre, il 91 per cento dei giovani fumatori ha dichiarato di aver fatto uso della canapa indiana nell'anno precedente, contro il 28,8 per cento dei non fumatori. Il 31 per cento dei fumatori con meno di venti anni aveva fatto uso di cocaina, eroina, amfetamine, ecstasy o allucinogeni nel corso dell'anno precedente, contro il 3,5 per cento dei giovani non fumatori.
Fonte: Cyberpresse
Dic. 2006

IL SENSO DI APPARTENENZA AD UNA COMUNITA' VIRTUALE

Secondo il sesto studio annuale sulle influenze di Internet nella vita reale, condotto dalla USC-Annenberg School Center per il Futuro Digitale, il 43 per cento degli utilizzatori di Internet che sono membri di comunità on line affermano di sentire un senso di appartenenza del tutto simile a quello che hanno nelle loro comunità 'reali'.
La Rete è stata fonte di intrattentimento, informazione, comunicazione sin dalla sua apertura al pubblico, nel 1994, ma solo ora riusciamo a misurarne la portata e a scoprire le nuove direzioni in cui sta Internet sta traghettando i suoi utenti. Lo studio si avvale del lavoro di oltre 2.000 persone che negli USA prendono regolarmente contatto, ogni anno, con le stesse famiglie, per capire come la tecnologia online stia cambiando la loro vita.
Si è visto così ce Internet sta entrando sempre di più nella vita reale delle persone, attraverso siti personali, blogs, comunità online.
Le comunità infatti sono online, ma gli effetti che producono riguardano la vita reale. Più di un quinto dei membri di comunità on line (20,3 per cento) almeno una volta l'anno effettuano nella vita reale delle azioni legate alla loro vita di comunità virtuale. (Come si sa una comunità virtuale è una comunità di utenti di Internet che condividono idee, progetti, interessi attraverso una esclusiva comunicazione on line, cioè sono individui che non si conoscono personalmente).
Questo vale soprattutto per l'attivismo sociale. Due terzi dei membri delle comunità on line che si occupano di problemi sociali (64,9 per cento) affermano di interessarsi di cause che non conoscevano prima di entrare in contatto con il gruppo di utenti della propria comunità su Internet. Più del 40 per cento (43,7 per cento) si occupano maggiormente di problemi sociali da quando hanno iniziato a frequentare i gruppi on line. Il 56,6 per cento di questi utenti si collegano almeno una volta al giorno, ed interagiscono con gli altri membri collegati nello stesso momento ( 70,4 per cento).
Negli Stati Uniti il numero di persone che hanno un Blog su Internet è più che raddoppiato in tre anni (ora 7,4 per cento di utilizzatori, il 3, 2 per cento nel 2003). Il numero di utilizzatori che si occupano del loro sito Internet continua a crescere (ore 12,5 per cento degli utilizzatori).
In Rete ci si costruiscono reti di amicizie che poi spesso di incontrano di persona (1,6 persone nuove conosciute di persona dopo un incontro in Rete, dicono le statistiche per il 2006).
Nel 2006, il 37,7 per cento degli utilizzatori di Internet concordano che, da quando hanno cominciato a fare incontri on line, comunicano anche di più con i loro familiari e con gli amici e che questo non riduce il tempo speso nei consueti incontri faccia-a-faccia.

Fonte: Medical News Today
University of Southern California
Dic 06

IL DIVORZIO FA MALE ALLA SALUTE DELLA DONNA

Uno studio condotto dai Ricercatori della Iowa State University, che ha interessato più di 400 donne delle zone rurali del Midwest, USA, 102 delle quali avevano appena divorziato, ha appurato che le donne che avevano divorziato agli inizi degli anni novanta, nei primi controlli cui si erano sottoposte avevano mostrato un livello di salute assolutamente paragonabile al gruppo di controllo, composto di donne che non erano divorziate. L'unico sintomo riscontrato era quello riguardante qualche piccolo problema psicologico in più. Nelle successive interviste del 2001 invece, lo stato di salute di queste stesse donne era notevolmente peggiorato, con problemi che andavano dalla semplice influenza ai problemi cardiaci, al cancro al seno. Usando una lista composta da 46 sintomi più frequenti nelle donne, i ricercatori hanno potuto dimostrare che essi erano presenti nel gruppo delle donne divorziate in misura del 37% maggiore che nelle altre donne non divorziate, e questo a parità di età, livello culturale, reddito ecc.

Fonte: Treatmentonline
OTT. 06

IDEALIZZARE IL PARTNER FA BENE ALLA COPPIA

E' stato condotto uno studio longitudinale, durato 13 anni, che ha riguardato 168 coppie recentemente formate. Si è così scoperto che le coppie i cui partners tenedevano ad idealizzare il/la proprio/a partner erano più innamorate all'inizio del matrimonio e più capaci di mantenere nel tempo questo sentimento. La cosa è spiegabile se si pensa che una persona che idealizza il cuo compagno, o la sua compagna, fa un significativo investimento sulla relazione che ha con lui/lei. Quando, nel tempo, queste persone si accorgono dei difetti del/della partner, cercano di concentrarsi piuttosto sui suoi punti di forza, minimizzando gli aspetti negativi. Questo significa che non è assolutamente vero che idealizzare una persona significhi necessariamente provare poi delle delusioni, ma anche che non si può insegnare ad una persona ad 'idealizzare' l'altro, allo scopo di avere un rapporto di coppia più lungo e soddisfacente...

Fonte: Miller, P.J.E., Niehuis, S., Huston, T.L. (2006). Positive illusions in marital relationships: A 13-year longitudinal study. Personality and Social Psychology Bulletin, 32(12), 1579-1594. via Staff Psychologist

I GIOVANI NON SONO FELICI

I giovani nei Paesi in via di sviluppo sono almeno due volte più felici di quelli che vivono nei Paesi più ricchi. Gli Indiani sono i più felici di tutti, mentre la bandiera dei più tristi è nelle mani dei Giapponesi. Ce lo dice uno studio della MTV Networks International (MTVNI) che ha riguardato più di 5.400 giovani residenti in 14 Paesi: solo il 43 per cento di loro nella fascia di età 16- 34 dice di essere felice. Si dichiarano 'felici' in misura del 30% negli Usa e in Gran Bretagna, e solo nell'8% dei casi in Giappone). Le cause: pessimismo, competizione sociale, mancanza di lavoro.
E pensare che in Cina si sono dichiarati felici l'84% dei giovani, perché hanno speranze per il futuro; Argentina e Sud Africa presentano un 'tasso di felicità giovanile' del 75%.
I più religiosi sembrano anche più felici.
Il 95 per cento dei giovani tedeschi dice che la globalizzazione sta rovinando la loro cultura, mentre i giovani dei Paesi in via di sviluppo si aspettano molto dalla globalizzazione, per quanto riguarda il loro futuro economico. Più un ragazzo ha la possibilità di accedere ai mass media, più si sente preoccupato per il futuro: in Gran Bretagna, più dell'80% dei ragazzi fra i 16 ed i 34 anni ha dichiarato che era spaventato dal terrorismo, così come dal cancro, sebbene il cancro sia, per loro, assai più probabile da incontrare nella vita che non il terrorismo.
L'Italia non era compresa fra i 14 Paesi in cui è stato condotto lo studio.

Fonte: Reuters
Ott. 06

COPPIE DAGLI OCCHI BLU

Gli uomini con gli occhi blu preferiscono donne con gli occhi dello stesso colore, apparentemente perché il colore degli occhi sembra aiutare a capire se il partner è stato fedele. Prima di chiedere un test di paternità, sarebbe meglio dunque ossevare il colore degli occhi del proprio figlio, suggeriscono i ricercatori.
Bruno Laeng e colleghi dell'Università di Tromso in Norvegia hanno dichiarato che due genitori con gli occhi azzurri, per una legge di genetica, avranno sempre un figlio con gli occhi azzurri.
Si pensa dunque che questo sia il motivo, del tutto inconsapevole, che spingerebbe gli uomini con gli occhi azzurri a scegliere una compagna con gli occhi dello stesso colore.
La notizia è stata pubblicata nel journal Behavioral Ecology and Sociobiology.
Fonte: Reuters
Ott. 06

COME AIUTARSI A SUPERARE UNA FOBIA

Perché chiamiamo queste paure 'fobie' e non semplici 'paure'? La sipegazione è tutta nella irrazionalità della paura: avere paura di un serpente velenoso è un comportamento assolutamente adattivo, giusto, equilibrato, ma se siete a passeggio in città e vedete dei serpenti ovunque, o temete di incontrarne qualcuno, la paura è del tutto irrazionale...
E allora, cosa fare, come curarsi?
La cosa migliore è rivolgersi senz'altro ad un terapeuta. La psicoterapia che ha mostrato di essere più efficace in questi casi è quella cognitivo-comportamentale. Essa agisce sia sullo stile del pensiero, sia sui comportamenti.
Come forma di auto-aiuto si può cercare di trarre da questa psicoterapia degli spunti, dei suggerimenti utili a superare la propria situazione di disagio.
Ci si può addestrare ad esempio a pensare che l'ansia è una cosa normale e soprattutto è un fenomeno passeggero; ci si può rassicurare osservando che le proprie paure superano in genere la realtà, che è spesso migliore di come le proprie profezie negative avevano spinto a ritenere.
Si può costruire una gerarchia delle paure, dalla più grande alla più piccola, ed esporsi poi gradualmente ad esse, partendo dalla paura meno 'importante' e poi via via, fino ad arrivare alla paura più marcata.. L'esposizione prolungata desensibilizza al contatto con l'oggetto o la situazione temuta.
C'è poi da sperimentare il rilassamento, con il training autogeno o lo yoga, per imparare a contenere le emozioni e a gestire l'ansia; ottimi anche i gruppi di auto-mutuo-aiuto, per superare l'isolamento.

COSA VOGLIONO I PAZIENTI DAL TERAPEUTA

In una recente ricerca, sono stati coinvolti 26 pazienti in psicoterapia (di cui 20 erano donne) ed è stato chiesto loro, attraverso un'intervista semi-strutturata, cosa fosse importante per loro avere da un terapeuta. Queste le principali aree di risposta:

1. Impegno nella terapia
2. Ambiente del setting, che rifletta le attenzioni del terapeuta verso il cliente
3. Interesse anche al di fuori della sessione
4. Relazione terapeutica
5. Caratteristiche del Terapeuta
6. Interventi del Terapeuta

Fonte :Levitt, H., Butler, M., Hill, T. (2006). What clients find helpful in psychotherapy: Developing principles for facilitating moment-to-moment change. Journal of Counseling Psychology, 53(3), 314-324. via Staff Psychologist
OTT. 06

PSICOTERAPIA: UNA DEFINIZIONE

Qualunque forma di trattamento sistematico dei disturbi psichici, per via psicologica e prevalentemente attraverso l'interazione verbale fra il terapeuta e il paziente. In quanto terapia psicologica, cioè fondata sull'azione reciproca di due (o più) soggettività, la psicoterapia si contrappone alle terapie somatiche o fisiche della psiche: va tuttavia rilevato che quasi sempre queste ultime determinano indirettamente effetti psicoterapeutici e che molti medici associano - nei confronti del paziente - l'intervento farmacologico e l'intervento psicoterapeutico.

LA MEDIAZIONE FAMILIARE

La Mediazione Familiare è nata per aiutare la coppia in crisi a superare i suoi problemi relazionali, sia attraverso un tentativo di ricongiungimento dei due partners, sia attraverso un percorso di facilitazione e di riduzione dei conflitti che prepari i genitori alla separazione e al divorzio.
Il Mediatore Familiare è una figura terza, appositamente formata, neutrale. Il suo intervento non richiede interventi di elaborazione di soluzioni possibili, ma riguarda unicamente la conduzione di un lavoro di mediazione, di trattativa, di negoziazione fra i suoi clienti, al fine di stabilire in degli accordi che tengano conto degli interessi di tutta la famiglia ed in particolare dei figli.
L'altro obiettivo della mediazione familiare è ristabilire la comunicazione fra i due coniugi, che spesso arrivano alla Consulenza devastati da forti vissuti emotivi. Spesso essi nutrono odio e rancore l'uno nei confronti dell'altro, per cui la comunicazione è aggressiva e conflittuale, oppure è completamente assente.
I temi più frequentemente portati all'attenzione del Mediatore familiare riguardano l'affidamento dei figli, l'analisi dei bisogni di genitori e figli, la continuità genitoriale, il calendario delle visite del genitore non affidatario, le vacanze, la regolazione dei tempi e dei modi di frequentazione tra i figli e i componenti delle famiglie d'origine, le scelte educative, la comunicazione della separazione ai figli, la comunicazione tra i genitori, la relazione con gli eventuali nuovi compagni dei genitori, problematiche legate alla famiglia ricostituita ecc.
Si negoziano inoltre gli aspetti economici della separazione ed i particolare l'assunzione degli impegni economici per i figli, la determinazione dell'assegno di mantenimento a favore del partner, l'assegnazione della casa coniugale, la divisione dei beni comuni, ecc.
OTT. 06

SCRIVERE DI TE PER RESTARE CON TE

Secondo Richard Slatcher evJames Pennebaker della University of Texas di Austin, se scrivi della tua storia d'amore, la aiuti a durare più a lungo. In uno studio, essi hanno recrutato 86 studenti universitari eterosessuali ed hanno chiesto a metà di loro di scrivere per venti minuti al giorno, per tre giorni consecutivi, dei pensieri più profondi e dei sentimenti che riguardavano la storia d'amore che stavano vivendo. Gli altri venti dovevano scrivere, negli stessi tempi, riflessioni sulle loro attività quotidiane. Tre mesi più tardi, il 77% degli studenti che avevano scritto delle loro storie d'amore erano ancora impegnati con lo/la stesso/a partner, contro il 52% degli studenti del gruppo di controllo. Conclusione: Slatcher and Pennebaker ritengono che scrivere ogni giorno del proprio rapporto sentimentale abbia 'chiare implicazioni cliniche'.

Fonte: Slatcher, R.B. & Pennebaker, J.W. (2006). How do I love thee? Let me count the words. The social effects of expressive writing. Psychological Science, 17, 660-664.
via BPS Research
OTT. 06

VERGOGNA DEL TERAPEUTA

Una recente ricerca fa capire che il cliente contribuisce alle possibilità di successo della psicoterapia tanto quanto la terapia utilizzata, o il terapeuta stesso. Anne Hook e Bernice Andrews (2005) hanno studiato delle persone che erano state in terapia a causa di una depressione. Metà dei clienti ancora in terapia e un terzo di quelli che avevano terminato il trattamento hanno dichiarato di aver taciuto alcuni sintomi (come scarsa autostima, pensieri suicidi ecc.), o comportamenti (ad esempio abuso di sostanze, violenze ecc.) al terapeuta.
Per quale motivo?
La risposta data da tutti questi pazienti è stata una sola: vergogna. E, naturalmente, quelli che si erano trattenuti dal raccontare tutti i loro pensieri erano più depressi di quelli che avevano raccontato 'tutto'.

Fonte: Hook, A. & Andrews, B. (2005). The relationship of non-disclosure in therapy to shame and depression. British Journal of Clinical Psychology, 44, 425-438. via BPS Research Digest
ott. 06

IPNOSI E AGOPUNTURA PER DIMINUIRE I DOLORI DEL PARTO

L'ipnosi e l'agopuntura sono soluzioni antiche, che però oggi sono tornate ad essere considerate 'interessanti' per alleviare il dolore durante le doglie ed il parto.
Ulteriori ricerche sono però necessarie per raggiungere delle certezze 'scientifiche' e questo vale anche per altre terapie complementari - come il massaggio, il rilassamento, l'aromaterapia ecc. Come si sa, il parto è un momento doloroso per la donna, non solo per i dolori in sé, ma anche per l'ansia, la paura, la tensione, che spesso questo evento comporta. Molte donne tuttavia non vogliono assumere dei medicinali per diminuire il dolore, perché temono che questi possano far male al bambino. Una ricerca della Cochraine Library ha considerato 14 studi, cui hanno partecipato 1.448 donne che hanno utilizzato sistemi alternativi ai tradizionali farmaci per prevenire i dolori del parto. I dati dalle tre prove di agopuntura (496 donne) hanno mostrato una diminuzione del 30 per cento della necessità di ricorrere ai medicinali, così come ridotto bisogno di epidurali e di farmaci come l'ossitocina, che serve per stimolare il parto. Stessa cosa per le donne cui era stata insegnata l'autoipnosi, nelle cinque prove di ipnosi (729 donne). Le donne trattate con agopuntura o ipnosi erano maggiormente soddisfatte sulla loro capacità di controllare il dolore di quanto non fossero le donne di un gruppo di controllo. Altri benefici dell'ipnosi includono un tasso aumentato delle nascite naturali e una minore esigenza di ossitocina. L'ipnosi può essere utilizzata da sola, o come terapia complementare per diminuire il dosaggio di analgesici. In ogni caso, è ancora troppo presto per esprimere sicurezze: il numero di donne studiato è troppo basso e i dati dunque non sono sufficienti per dimostrare che queste terapie funzionino davvero.

FONTE: The Cochrane Library, via Reuters.
ott. 06

COMPORTAMENTO ALTRUISTICO E CAMPANILISMO

Le norme sociali ed i comportamenti altruistici ad esse associati sono stati decisivi per l'evoluzione della cooperazione umana e il mantenimento dell'ordine sociale. Le leggi influiscono infatti sul comportamento familiare, sulle interazioni politiche ed economiche. I comportamenti altruistici emergono soprattutto nei conflitti inter-gruppo. Essi sono condizionati dal campanilismo - ovvero favorire i membri della propria etnia, della propria razza o del proprio gruppo linguistico. Alcuni esperimenti prevedevano ad esempio delle punizioni (degli osservatori 'imparziali', che dovevano punire chi contravveniva alle norme) presso gruppi indigeni di Papua Nuova Guinea. Questi esperimenti confermano l'ipotesi che prevale sempre il campanilismo. I giudici infatti proteggono le vittime del proprio gruppo che hanno subito un'offesa, a causa della violazione di alcune norme da parte di altri soggetti, molto più di quanto non facciano con vittime appartenenti ad altri gruppi (senza attribuire particolare importanza al gruppo di affiliazione del violatore della norma). Chi viola una norma inoltre, si aspetta una certa clemenza dal giudice che appartiene al proprio gruppo sociale. Di conseguenza, la violazione delle norme avviene molto più spesso se trasgressore e giudice appartengono allo stesso gruppo sociale.

Fonte: Nature
Sett. 06

IL DESIDERIO DI FECONDITA'

Il desiderio di fecondità delle donne in coppia da 18 a 49 anni è pari al livello di sostituzione delle generazioni (2,1 figli per donna). Qualunque sia il numero di figli già avuto nel corso della propria vita, le donne nelle fasce d’età più giovani tendono a dichiarare di desiderare un numero di figli leggermente superiore a quello delle donne un po’ più mature. Se la maggioranza delle donne che vivono in coppia (pari al 55,6%) dichiara che in totale nell’arco della propria vita desidererebbe avere esattamente due figli, circa un quarto di esse ritiene di volerne tre o più (22,5%), con quote crescenti tra le più giovani. Le scelte di fecondità sono condivise all’interno della coppia: tre quarti dei partner concordano sul numero di figli desiderati. L’accordo è tuttavia minore nelle coppie con nessun figlio (60,8%) e cresce all’aumentare dei figli avuti. Nel 9,6% dei casi sono gli uomini a desiderare più figli delle partner, contro l’8,1% delle coppie in cui avviene il contrario. Nel Meridione si desiderano in media 2,3 figli per donna, seguono le Isole con 2,2, mentre nel resto del Paese ci si attesta su esattamente due figli. Inoltre nel Sud è maggiore la quota di donne che desiderano due figli (58,8%) o tre o più figli (29,%), contro valori minimi del Nord-ovest (rispettivamente 53,9% e 18,4%). Al Centro-nord, dove prevale il modello del figlio unico, è anche maggiore la quota di donne senza figli che desiderano un solo figlio (31% nell’Italia centrale, 29,2% in quella nord-orientale e 24,6% in quella nord-occidentale contro il 16,1% dell’Italia meridionale). Nelle Isole le donne senza figli che ne desiderano solo uno sono il 26,6% soprattutto per effetto della Sardegna in cui prevale un modello di bassa fecondità.

Fonte: ISTAT
Sett. 06

GENITORI DI FIGLI DIFFICILI

Uno studio dello psicologo Dr David Hawes, fa luce su certi comportamenti dei figli (nel periodo dell'infanzia), ma più ancora sui comportamenti che assumono i genitori di questi figli, e degli errori educativi che frequentemente commettono. Provate a rispondere a questa domanda: vostro figlio sembra poco empatico, non si cura delle emozioni degli altri, è particolarmente aggressivo? E voi cosa fate, lo punite? E se non risponde alle punizioni? Lo punite ancor più severamente?

Errore! Secondo lo psicologo che ha condotto questo studio, rendere le punizioni sempre più severe è un errore grandissimo. In realtà, così facendo, i genitori fanno del male solo a sé stessi. In altre parole, questo sistema educativo semplicemente non funziona.

I bambini, fra i tre anni e mezzo e i nove, dovrebbero essere premiati quando si comportano bene, anziché puniti per ciò che fanno di sbagliato, magari offrendo loro qualcosa di grande valore, come del tempo da trascorrere insieme alla famiglia.

Sett. 06

AUTOLESIONISMO

L'11% per cento delle ragazze, tra Inghilterra e Galles, e' dedito ad atti di autolesionismo. Tra i ragazzi, la percentuale scende al 3%. E' il risultato di una ricerca svolta su un campione di oltre 6000 studenti inglesi e gallesi tra i 15 e i 16 anni. Secondo lo studio, il motivo piu' frequente e' il tentativo di far fronte all'angoscia. In entrambi i sessi, l'autolesionismo e' frutto di atti impulsivi ed e' piu' comune tra chi consuma alcol e droghe o e' vittima di abusi sessuali.

Fonte: Ansa
Sett. 06

IL VERO BUGIARDO

Uno dei miti più ricorrenti sul linguaggio del corpo è la credenza che il contatto oculare, o meglio la mancanza di esso, smascheri il comportamento di un bugiardo. Siamo tutti convinti che gli occhi siano lo specchio dell'anima e difficilmente riusciamo a soffermarci anche su altri indizi che possono rivelare chi non sta dicendo la verità. In realtà, molto più sicuro del contatto oculare sarebbe osservare i cambiamenti che avvengono nel tono della voce. Se escludiamo i sociopatici infatti, che sono dei bugiardi abituali, chi non sta dicendo la verità tende a produrre dei discorsi particolarmente rigidi, con un tono di voce più alto del normale. L'importante è non confondersi con chi invece sta dicendo la verità, che proprio per eccesso di spontaneità tende a sbagliare le parole o ad inciampare su di esse. Gli studi ci dicono che i veri bugiardi sono proprio quelli che appaiono più misurati degli altri.

Fonte : Psychology Today
Sett. 06

TROPPI UOMINI, MOLTA CATTIVERIA

Vorrei terminare questo mese di agosto, in cui abbiamo parlato lungamente di bontà e cattiveria, con questa ricerca, che fotografa con chiarezza alcune realtà in cui la donna non è riuscita ancora a conquistarsi il rispetto sociale e che lascia intravedere dei foschi scenari di cattiveria e sopraffazione. Parliamo del fatto che in alcune zone del mondo le bambine non vengono fatte nascere o vivere, o perché vi sono degli aborti selettivi, o perché le neonate non vengono sufficientemente accudite dopo la nascita e dunque vengono lasciate morire.

Queste società, che favoriscono la nascita di bambini maschi, si troveranno però ad affrontare il problema di un surplus di uomini, che competeranno per la ricerca di una partner sessuale e verraano emarginati dal mercato del matrimonio. Questo porterà questi individui ad attuare comportamenti violenti, antisociali, minando la stabilità stessa delle società. La Dr.ssa Therese Hesketh del prestigioso UCL Institute of Child Health e il Dr Zhu Wei Xing della Università Normale di Zhejiang - Cina.hanno pubblicato questo studio nei Proceedings della National Academy of Sciences (PNAS), avvertendo che è urgente e necessario ridurre la selezione dei sessi e cambiare le attitudini culturali in determinate zone del pianeta.
Therese Hesketh sostiene infatti che la percentuale di uomini nei confronti delle donne è costante, se non subisce interventi di modificazione. La tradizionale preferenza per i figli maschi però ha praticamente distorto queste proporzioni naturali, specialmente in alcune zone dell'Asia e del Nord Africa. Sebbene l'assistenza sanitaria stia lentamente migliorando in quelle zone del mondo, anche verso il genere femminile, si stima che manchino all'appello 80 milioni di rappresentanti del genere femminile (e questo solamente in India e Cina).

In vent’anni, si è verificato un surplus del 15-20 per cento di maschi rispetto alle femmine: questi individui sono condannati pertanto a rimanere single, a non potersi formare una famiglia, peraltro in società che ritengono essenziale l'istituto del matrimonio. Questi uomini, che non riescono a trovare moglie sono, ovviamente, i meno istruiti ed i più poveri.
Per esempio, in Cina il 94 per cento di tutte le persone non sposate di età compresa fra i 28 ed i 49 anni sono maschi ed il 97 per cento di loro non ha completato la scuola superiore. Come spenderanno le loro energie sessuali? Si chiedono i ricercatoti. Le previsioni sono, come abbiamo detto in apertura, piuttosto pessimistiche : secondo i ricercatori, possiamo aspettarci che essi si dedicheranno al crimine violento, aderendo ad organizzazioni criminali e terroristiche.

Quello che c'è di buono è che, come dice la legge del mercato, quando l'offerta è poca il prezzo sale: e meno donne possono valere di più. In un sondaggio recente, il 37 per cento di donne cinesi ha affermato che non ha preferenze di genere riguardo ai figli ed il 45% ha detto che una famiglia ideale dovrebbe avere un figlio maschio ed una femmina. Le cose insomma, sostengono i ricercatori, con il tempo possono migliorare, ma il danno è già compiuto per la generazione attuale ed è necessario intervenire per modificare questi comportamenti innaturali di selezione sessuale per quanto riguarda il futuro. Soprattutto per evitare le dannose conseguenze da 'surplus maschile'

Fonte: UCL

Sett. 06

IRONIA E SARCASMO

Socrate per ‘ironia’ intendeva il porre delle domande al suo interlocutore, mostrandosi incapace di trattare compiutamente l’argomento in questione, fingendosi ignorante. Attraverso una sottovalutazione di sé e del proprio sapere, Socrate costringeva l’interlocutore a giustificare fin nei minimi dettagli la propria posizione, il che lo conduceva spesso a riconoscerne l’infondatezza, la contraddizione implicita, facendo cadere l’avversario vittima del suo presunto sapere.
La nozione di ironia la si trova anche in Aristotele, nel senso di ‘dissimulazione’ o mascheramento di una verità dietro il suo contrario.

“L’essenza dell’ironia consiste nell’affermare il contrario di ciò che intendiamo comunicare all’altro - scriveva invece Sigmund Freud ne 'Il motto di spirito e la sua relazione con l'inconscio' - al quale però risparmiamo di doverci contraddire facendogli capire, con l’inflessione della voce, i gesti o, quando si tratta di cose scritte, piccole spie stilistiche, che noi stessi intendiamo affermare il contrario di ciò che diciamo. L’ironia può essere impiegata solo quando il nostro interlocutore è preparato ad udire il contrario, di modo che non manchi in lui l’inclinazione a contraddire. Data questa determinazione, l’ironia è particolarmente esposta al pericolo di non essere capita. A chi l’impiega, essa offre il vantaggio di far aggirare facilmente le difficoltà delle espressioni dirette, per esempio nell’invettiva; nell’ascoltatore, genera piacere comico, probabilmente perché lo spinge ad un dispendio contraddittorio che viene immediatamente riconosciuto superfluo. Un tale paragone fra il motto e una specie del comico che gli è propria può rafforzare in noi la supposizione che il rapporto con l’inconscio, peculiare dell’arguzia, forse la distingua anche dalla comicità’ (da Freud, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio).

Oggi, in termini psicologici, per ironia intendiamo una ‘forma di distaccato umorismo che mira alla relativizzazione delle false sicurezze e alla presa di distanza da atteggiamenti intransigenti e dogmatici’.

L'ironia può essere usata anche per altre finalità; come ad esempio per attaccare un’altra persona, o per difendersi da questa. In questo caso, per spiegare meglio i meccanismi della comunicazione ironica, potremmo pensare alla metafora del gioco della scherma, un “fencing game’ in cui ci si fronteggia aspramente, ma mai in modo veramente lesivo, senza mai sfoderare armi che possano realmente fare troppo del male.

Quando l’ironia diventa troppo aspra e brutale infatti non è più ironia, ma ‘sarcasmo’. L'obiettivo del sarcasmo è quello dell'attacco astuto, al fine di svilire e mortificare un interlocutore, situazione, quindi, in cui il dialogo esiste solo per ridurre al silenzio la controparte. Il piacere, in un dibattito sarcastico, non nasce dal conversare insieme gustosamente, ma dal fatto di riuscire ad umiliare l'oggetto cui è rivolto il sarcasmo; per questo il divertimento, in tale circostanza comunicativa, potrà essere esclusivamente di un solo interlocutore, o di una sola parte dei partecipanti allo scambio verbale, mentre per chi resta vi saranno solo risa di scherno. Socrate per ‘ironia’ intendeva il porre delle domande al suo interlocutore, mostrandosi incapace di trattare compiutamente l’argomento in questione, fingendosi ignorante. Attraverso una sottovalutazione di sé e del proprio sapere, Socrate costringeva l’interlocutore a giustificare fin nei minimi dettagli la propria posizione, il che lo conduceva spesso a riconoscerne l’infondatezza, la contraddizione implicita, facendo cadere l’avversario vittima del suo presunto sapere.
La nozione di ironia la si trova anche in Aristotele, nel senso di ‘dissimulazione’ o mascheramento di una verità dietro il suo contrario.

“L’essenza dell’ironia consiste nell’affermare il contrario di ciò che intendiamo comunicare all’altro - scriveva invece Sigmund Freud ne 'Il motto di spirito e la sua relazione con l'inconscio' - al quale però risparmiamo di doverci contraddire facendogli capire, con l’inflessione della voce, i gesti o, quando si tratta di cose scritte, piccole spie stilistiche, che noi stessi intendiamo affermare il contrario di ciò che diciamo. L’ironia può essere impiegata solo quando il nostro interlocutore è preparato ad udire il contrario, di modo che non manchi in lui l’inclinazione a contraddire. Data questa determinazione, l’ironia è particolarmente esposta al pericolo di non essere capita. A chi l’impiega, essa offre il vantaggio di far aggirare facilmente le difficoltà delle espressioni dirette, per esempio nell’invettiva; nell’ascoltatore, genera piacere comico, probabilmente perché lo spinge ad un dispendio contraddittorio che viene immediatamente riconosciuto superfluo. Un tale paragone fra il motto e una specie del comico che gli è propria può rafforzare in noi la supposizione che il rapporto con l’inconscio, peculiare dell’arguzia, forse la distingua anche dalla comicità’ (da Freud, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio).

Oggi, in termini psicologici, per ironia intendiamo una ‘forma di distaccato umorismo che mira alla relativizzazione delle false sicurezze e alla presa di distanza da atteggiamenti intransigenti e dogmatici’.

L'ironia può essere usata anche per altre finalità; come ad esempio per attaccare un’altra persona, o per difendersi da questa. In questo caso, per spiegare meglio i meccanismi della comunicazione ironica, potremmo pensare alla metafora del gioco della scherma, un “fencing game’ in cui ci si fronteggia aspramente, ma mai in modo veramente lesivo, senza mai sfoderare armi che possano realmente fare troppo del male.

Quando l’ironia diventa troppo aspra e brutale infatti non è più ironia, ma ‘sarcasmo’. L'obiettivo del sarcasmo è quello dell'attacco astuto, al fine di svilire e mortificare un interlocutore, situazione, quindi, in cui il dialogo esiste solo per ridurre al silenzio la controparte. Il piacere, in un dibattito sarcastico, non nasce dal conversare insieme gustosamente, ma dal fatto di riuscire ad umiliare l'oggetto cui è rivolto il sarcasmo; per questo il divertimento, in tale circostanza comunicativa, potrà essere esclusivamente di un solo interlocutore, o di una sola parte dei partecipanti allo scambio verbale, mentre per chi resta vi saranno solo risa di scherno.

CIOCCOLATO-TERAPIA

Che il cioccolato fosse buono lo si sapeva da tempo, ma che il cioccolato potesse servire per migliorare il tono dell'umore, è una novità abbastanza recente. Certo, molti addetti ai lavori storceranno il naso... Per quanto mi riguarda, sono del parere che qualsiasi terapia è buona, se funziona.

Forse è decisamente troppo ardito chiamarla cioccolato-terapia. Sicuramente però la cioccolata è uno dei pochi cibi che riesce a dare alle persone un profondo senso di benessere, oltre che di sazietà, perché va as stimolare gli stessi recettori della cannabis. Inoltre, è stato verificato che la cioccolata fornisce una gratificazione molto simile a quella sessuale. Il problema del consumo di cioccolata dunque, sembrerebbe tutto sulla dieta, ovvero la possibilità di abuso di questo alimento, che potrebbe diventare perfino dannoso per l'organismo.

La cioccolata, per la sua riconosciuta bontà è stata anche chiamata 'cibo degli dei' : piace a tutti e non stanca mai. Fino a poco tempo fa era un alimento sconsigliato, perchéconsiderato troppo ricco di grassi e dunque non adatto a chi voleva rimanere in forma, oltre al fatto che sembrava creare problemi di pelle. 'Mi vuoi tutta ciccia e brufoli'? Diceva un fortunato slogan di qualche anno fa.

Ora pare che anche i dietologi si siano ricreduti. La cioccolata come dieta arriva dunque come una manna dal cielo per abbattere definitivamente un tabù e far sentire le persone meno in colpa per le loro abitudini alimentari, evitando le sintomatologie psicosomatiche generate dai pensieri negativi legati all'assunzione del cioccolato.

Del resto, a chi non piace il cioccolato? Davvero ad una sparuta minoranza di persone. Una ricerca Gallup, condotta su 1000 Americani adulti ha stabilito ad esempio che il gusto del cioccolato è indicato come 'cibo favorito' da ben un soggetto su tre, anche se questi stessi consumatori di cioccolato hanno poi dichiarato di sentirsi spesso in colpa per il loro uso di questo alimento.

Il cioccolato contiene molte sostanze che influiscono sulla psiche, fra cui ricordiamo la serotonina, che libera le endorfine nel corpo, migliorando il tono dell'umore ed arginando gli stati depressivi. (Non a caso i farmaci antidepressivi di ultima generazione innalzano i livelli di serotonina cerebrale). A tali sostanze si aggiunge poi la anandamide (dal sanscrito "ananda", felicità), un elemento del cacao prodotto naturalmente anche dalle cellule del nostro cervello. L'anandamide stimola le percezioni sensoriali e induce euforia.

Un terapeuta neozelandese, Murray Langham ha scritto un libro, pubblicato anche in Italia (Cioccolatoterapia. La nuova via ai segreti del vostro intimo io, edizione Salani) che consente di capire alcuni aspetti di personalità mai indagati prima, se non altro partendo dal cioccolato. Ad esempio, perché alcune persone preferiscono la cioccolata al latte e altri quella fondente? Perché alcune persone scelgono cioccolatini di forma rotonda ed altri di forma allungata? E in cosa si differenzia chi butta via la carta che avvolge il ciocccolatino da quello che la tiene a lungo fra le mani? Cosa significa se una persona si compra la cioccolata per sé ? E se la regala? Insomma, un ciocco-test, potremmo dire.

Il cioccolato è usato anche nell'industria cosmetica. Da tempo si usano alcuni suoi componenti, come il burro di cacao per fare creme emollienti, ma solo di recente i centri estetici propongono sedute di aroma-terapia al cioccolato o massaggi rigeneranti al cioccolato, della durata di un'ora, in cui è assolutamente proibito leccarsi.

Alcuni nutrizionisti hanno proposto l'equiparazione del cioccolato ai "probiotici". Molti alimenti naturali possiedono infatti, oltre a un'azione energetica e nutriente, elementi addizionali potenzialmente utili alla salute e per tale motivo sono definiti "funzionali". Questi sono i prebiotici e i probiotici, che possiamo trovare in yogurt, formaggi o minidrink.

E' chiaro che, come per altri alimenti calorici, il richiamo alla moderazione è d'obbligo.

COME TI CURA LA PSICOTERAPIA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE

La ricerca ha dimostrato che la terapia cognitivo comportamentale è oggi il trattamento più accreditato per la cura dei disturbi d’ansia, ed in particolare del Disturbo da Attacchi di Panico, dell’Agorafobia, dell’Ipocondria, dell'Ansia da prestazione, del Disturbo Ossessivo Compulsivo ecc.


Ecco in che modo, concretamente, uno psicoterapeuta di area cognitivo-comportamentale può aiutare i suoi pazienti a guarire:


- Identificando gli stimoli ed i pensieri intrusivi che si innescano e che mantengono la sintomatologia ansiosa;

- Analizzando la modalità in cui il paziente interpreta stimoli e pensieri intrusivi ed i circoli viziosi che da ciò scaturiscono;

- Insegnando a rendere l’esperienza dei pensieri intrusivi una cosa ‘normale’ ed aiutando il paziente ad interpretarli in modo meno allarmato e pessimistico;
- Insegnando a tollerare l’ansia, con apposite tecniche di rilassamento, per evitare di mettere in atto i comportamenti compulsivi;

- Definendo un programma di esposizione graduale con prevenzione della risposta;
- Invitando i pazienti a tornare di nuovo ad impegnarsi nelle normali attività.


COME FUNZIONA LA PSICOTERAPIA PSICODINAMICA

ll Terapeuta 'psicodinamico' deve anzitutto cercare di comprendere quali sono le ansie inconscie del suo paziente, per poi passare all'analisi dei 'meccanismi di difesa' che il paziente stesso utilizza per minimizzare questi conflitti. Il compito più importante tuttavia rimane quello di individuare quali sono le cause profonde dei sintomi lamentati. Il paziente viene invitato per questo a rivivere, nel setting analitico, determinate esperienze, in modo di comprendere meglio alcuni aspetti ed alcuni meccanismi che regolano la sua vita interiore.

Nel trattamento psicoanalitico classico, il paziente si stendeva sul lettino ed il terapeuta lo ascoltava, senza essere visto. Il terapeuta parlava poco, non raccontava mai nulla di sé stesso, non faceva commenti di alcun genere.

Oggi, anche i freudiani più ortodossi però tendono a migliorare la qualità della relazione terapeutica col proprio paziente, costruendo un'alleanza che ha lo scopo di incoraggiare la persona sotto trattamento ad esprimere quanti più dati possibili, soprattutto relativi al suo rapporto con le figure parentali. Il terapeuta può anche decidere di esplorare i sentimenti ed i comportamenti del paziente verso le persone con cui è in relazione nel momento attuale e fare collegamenti con le figure significative del suo passato

Il transfert è il sentimento che il paziente prova per il terapeuta: si chiama così perché è in effetti un 'trasferimento' di sentimenti e di emozioni provate in precedenza verso i propri genitori e che ora vengono 'ribaltate' sul terapeuta. Anche il transfert, durante la terapia, è oggetto di analisi. Il problema che spesso si incontra in questo tipo di relazione terapeutica è che anche il terapeuta è un essere umano e dunque prova dei sentimenti: anche lui/lei può trasferire alcune emozioni e sensazioni che nascono fuori del setting analitico, sul suo paziente. Questo si chiama 'controtransfert'. Per prevenire questo pericolo, lo psicoanalista viene appositamente addestrato a riconoscere il controtransfert in un periodo di analisi personale, in cui egli stesso si sottopone al trattamento. Questa si chiama 'analisi didattica'.

Al momento non ci sono solide prove scientifiche che dimostrino l'efficacia di quersto tipo di trattamento: del resto, è difficile capire quali sono gli elementi che dimostrano la 'guarigione' del paziente ed è difficile quantificarli a livello numerico. I benefici poi si vedono in alcuni casi nell'immediato, in altri nel medio-lungo termine: quali prendere in considerazione? Ed infine, come valutare l'effetto placebo? Le esperienze durante il trattamento sono soggettive, spesso incomunicabili all'esterno e dunque una valutazione oggettiva, su questo tema, sembra proprio che non possa esserci.

VIOLENZA DOMESTICA E MORTI PREMATURE

Se una donna subisce violenza domestica (leggi: da parte del marito) durante la gravidanza, il bambino corre il rischio di morire durante i primi stadi dell'infanzia, secondo uno studio condotto in India dai ricercatori della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health. Il rischio della morte del bambino è più che doppio durante il periodo perinatale (28 settimane di gravidanza fino a sette giorni dopo la nascita) e neonatale (primo mese di vita. Lo studio è pubblicato nel numero di Agosto dell'American Journal of Public Health.
"Lo studio ha sscoperto che almeno una su cinque morti nel periodo perinatale o neonatale potrebbe essere prevenuta attraverso l'eliminazione della violenza domestica" ha dichiarato Saifuddin Ahmed, MBBS, psicologo, assistente nel Department of Population and Family Health Sciences alla Bloomberg School of Public Health.
Lo studio ha riguardato 5.553 coppie sposate e i riusltati di 2.199 gravidanze.
I risultati dicono che quasi il 18% delle donne partecipanti allo studio hanno subito abusi fisici da parte del marito durante l'ultima gravidanza. (Dato che negli USA è stimato fra il 4 l'8%).
Non sembra tuttavia che vi sia correlazione fra morte del bambino in epoche successive a quelle indicate e abusi subiti dalla madre. La spiegazione della morte dei piccoli può essere ricercata nella mancata cura di sé della donna, nello stress, nella non corretta alimentazione della donna.

Fonte: "Effects of Domestic Violence on Perinatal and Early-Childhood Mortality: Evidence from North India" was written by Saifuddin Ahmed, MBBS, PhD, Michael A. Koenig, PhD and Rob Stephenson, PhD. Stephenson is with the Rollins School of Public Health, Emory University.
Ago 06
 
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Ultimo aggiornamento psicolinea.it: 12/12/2011

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