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Home Page > PSICOPILL > La psiche in pillole  2007 (01)


PSICOPILL 
LA PSICHE IN PILLOLE

Genn-Giu 2007 (1)
 


Raccolta di informazioni, ricerche e curiosità sul mondo della psicologia
 

Indice della pagina:

 I genitori meno capaci della scuola in fatto di alimentazione

  I genitori non si accorgono che i figli sono grassi

  La violenza domestica non riguarda solo le giovani donne

  Lavorare in gruppo: non sempre è meglio

  La psicoanalisi 'breve' efficace contro gli attacchi di panico

  La salute sui siti internet

  No alla tortura psicologica

  Messaggi subliminali

  Lavoratori d'oro, anzi, d'argento

  I ricordi traumatici si ricordano meglio

  La realtà virtuale e la psicoterapia cognitivo comportamentale

  Area cerebrale che causa la dislessia

  Donne in carriera, si salvi chi può

  Cibo e tono dell'umore

  Piatti e cibo

  Giovani atleti: oltre allo sport c'e' di piu'

  Perché il dolore ci fa gridare?

  Conoscersi a fondo con il mandala

  Le donne sono piu' brave nel riconoscere le facce

  Morire dal ridere

  Come si fa una richiesta conta piu' della richiesta stessa

  Fare i figli tardi rende piu' felici gli anni d'argento

  L'essere umano e le grandi scimmie

  Non e' facile capire se un bambino mente

  Un quarto delle diagnosi di depressione sarebbero errate

  La nicotina puo' anche far bene

  Il simbolo: origine e significati

  Il disagio di avere i genitori separati

  La terapia della depressione al telefono

  Cibo e stile delle stoviglie

  Cibo e tono dell'umore

  Corpo sessuale e corpo materno

  Sesso in gravidanza

  Siti pro-disordini alimentari

 Cancro e depressione

 Trovata l'area cerebrale che regola le dipendenze?

  Il pianto

  I Capi non ascoltano

   Bilinguismo e senilità

  L'identità

   La diagnosi psicologica

   Amare è... Celebrare le buone notizie

   I lavori atipici fanno male alla salute

DONNE IN CARRIERA, SI SALVI CHI PUO'

Dimenticate gli arcaici e sessantottini concetti di 'sorellanza' o 'solidarietà femminile': la maggior parte delle donne che lavorano preferirebbero avere un capo maschio, magari da 'lavorarsi' con le tradizionali e consolidate armi seduttive femminili, per raggiungere più elevati livelli di carriera. Stando così le cose, le altre donne non sono viste che come delle ingombranti concorrenti. Tre donne su cinque inaftti preferirebbero lavorare con un uomo anziché con un'altra donna, mentre l'86% flirterebbe allegramente con un collega maschio se questo potesse portare loro un qualche beneficio. Lo studio, commissionato da Harper's Bazaar, ha preso in considerazione le risposte di 500 donne in carriera, nei settori della finanza, dei giornali, della salute.
Sebbene le donne continuino a raggiungere posizioni di alto livello nei luoghi di lavoro per questioni di merito, esse non rinunciano all'esercizio delle arti seduttive per fare carriera più rapidamente. Resiste invece il 'piangere nel bagno' del luogo di lavoro, esperienza tipicamente femminile, che ha riguardato almeno l'85 per cento delle donne in carriera. Che dire poi della parità dei sessi sul luogo di lavoro? Molte donne hanno ammesso di non far nulla per mostrare la propria intelligenza e competenza personale: la concorrenza maschile si batte mostrandosi scarsamente intelligenti, in modo da circuire adeguatamente l'ego maschile (ed intanto facendosi spazio).

Fonte: Daily Mail

CIBO E TONO DELL'UMORE

La tristezza non solo spinge le persone a mangiare di più, ma anche a mangiare alimenti meno sani. Tuttavia, se le persone sono in possesso di informazioni nutrizionali sugli alimenti che consumano, riescono a porre un limite alla loro ricerca edonistica di soddisfazioni del palato.
Nell'edizione di gennaio del Journal of Marketing, Brian Wansink, John S. Dyson Professor of Marketing, Applied Economics and Management presso la Cornell e colleghi descrivono diversi studi che hanno messo a punto per verificare la relazione fra tono dell'umore e alimentazione. Per esempio, hanno reclutato 38 assistenti amministrativi per guardare un film ottimista e divertente (“Sweet Home Alabama„) ed uno triste e deprimente (“Love Story„). Durante le visioni dei films, ai partecipanti è stato offerto del popcorn imburrato e salato caldo e uva enza semi.
“Dopo che i film erano terminati e le lacrime erano state asciugate, si è visto che coloro che avevano guardato “Love Story„ avevano mangiato il 36 per cento in più di popcorn di coloro che avevano guardato “Sweet Home Alabama„ ha detto Wansink, autore del libro "Mindless Eating: Why We Eat More Than We Think" (Bantam Books trad: Mangiare senza farci caso: perché mangiamo più di quello che pensiamo). Gli spettatori di “Sweet Home Alabama„ hanno mangiato sia il popcorn sia l'uva, ma hanno consumato molta più uva mentre ridevano sulle scene del film, di quanto abbiano consumato il popcorn„.

Se ci si sente tristi o depressi, uno spuntino veloce, di buon gusto, dà infatti un immediato senso di euforia.

Per vedere se le informazioni nutrizionali influenzano in qualche modo il consumo dell'alimento, i ricercatori hanno offerto il popcorn a dei volontari che nel frattempo erano chiamati a svolgere una serie di compiti poco impegnativi, come scrivere o leggere la descrizione di quattro cose che li avevano resi felici (o tristi). I ricercatori hanno trovato che le persone di umore triste, all'oscuro di informazioni nutrizionali, mangiavano il doppio del popcorn delle persone che erano di buon umore. Nei gruppi di volontari ai quali era stato permesso di leggere le etichette nutrizionali dei prodotti alimentari tuttavia, le persone più allegre hanno mangiato una quantità di cibo quasi uguale a quelle di coloro che non conoscevano quanto scritto nelle etichette, mentre le persone tristi hanno posto drammaticamente un freno al consumo di questi alimenti ipercalorici, mangiando ancor meno popcorn delle persone felici.

“In conclusione, sembra che le persone felici evitino il consumo di alcuni alimenti e la presenza di informazioni nutrizionali non porta ad un cambiamento dei loro consumi di certi alimenti„ ha detto Wansink. “Mentre ciascuno di noi può desiderare un alimento sia quando è triste, sia quando è felice, è più probabile che mangi di più quando è triste" concludeWansink.

Conclusione: Poiché le informazioni nutrizionali non hanno effetto sulle persone felici, ma sembrano frenare i consumi alimentari delle persone più tristi, sarebbe bene che queste ultime conoscessero i valori nutritivi degli alimenti che mangiano.

Gli studi sono stati intrapresi con Nitika Garg dell'università de Mississippi e di J. Jeffrey Inman dell'università di Pittsburgh.

Link: Cornell University News Service

Fonte: Medical News

PIATTI E CIBO

Quante decisioni prendete sull'argomento 'cibo' ogni giorno? Brian Wansink e Jeffery Sobal della Cornell University hanno posto questa domanda a 139 partecipanti ad una ricerca: in media, essi hanno risposto di prendere 14 decisioni al giorno. Ma quando è stato chiesto loro di entrare di più nei dettagli, di valutare il 'quando', il 'cosa', il 'quanto', il 'dove', il 'con chi' ecc., si è visto che la media delle decisioni da prendere sul cibo saliva a 226 al giorno, 59 delle quali si riferivano specificamente a quale tipo di cibo mangiare.

In altri quattro studi, i ricercatori hanno misurato la quantità di cibo mangiata da 379 partecipanti, la metà della quale è stata servita su un piatto o un contenitore per cibo particolarmente grande. I partecipanti che avevano queste porzioni più grandi del normale, hanno mangiato una media del 31 per cento in più, di ciascun alimento, rispetto ai partecipanti del gruppo di controllo. Ma la cosa sorprendente è che appena l'8 per cento di loro ha dichiarato di essersi accorto di aver mangiato più del normale. Una volta comunicata loro la notizia, relativa alla quantità di cibo ingerita in più, il 21 per cento ha continuato a negare che aveva mangiato più di quanto era abituato a fare. Tra coloro che hanno ammesso di aver mangiato di più, solo il 4% ha pensato che la ragione poteva essere nel piatto, più grande del normale. Tutti erano rano convinti di aver mangiato di più semplicemente perché avevano più fame del solito.

Avere una maggiore consapevolezza dunque sulle decisioni che prendiamo quotidianamente sul cibo e sui fattori che influenzano la nostra dieta potrebbe essere d'aiuto per la nostra salute.
Infatti, non solo non ci rendiamo conto di quante decisioni prendiamo quotidianamente sulla nostra alimentazione, ma tendiamo a sottovalutare completamente anche gli stimoli che ci vengono dall'esterno.

Fonte: Wansink, B. & Sobal, J. (2007). Mindless eating. The 200 daily food decisions we overlook. Environment and Behaviour, 39, 106-123.Related Digest items: The 'power of one': why larger portions cause us to eat more; Beware short wide glasses.
via BPS

n.d.b. Il consiglio dunque non può che essere, per chi deve perdere peso, di utilizzare piatti più piccoli: mangerà di meno, ma non se ne accorgerà!

Dott.ssa Giuliana Proietti Ancona

GIOVANI ATLETI: OLTRE LO SPORT C'E' DI PIU'

I bambini che fanno sport competitivi dovrebbero avere del tempo libero per occuparsi anche di altre cose, in modo da superare sia lo stress psicologico che i traumi, grandi e piccoli, che questi sport causano a livello fisico. Lo dice l'American Academy of Pediatrics nella rivista "Pediatrics." . Il superallenamento, lo stress e i traumi fisici causati dall'uso eccessivo della muscolatura "rappresentano un problema sempre più sentito negli Stati Uniti" Anche se ci si lamenta spesso del fatto che i bambini sono sovrappeso o addirittura obesi, si legge nello studio, bisogna riconoscere che c'è anche una vasta partecipazione dei giovani a corsi di 'atletica ricreazionale', che interessa un gruppo di ragazzi stimato dai 30 ai 45 milioni di bambini di età compresa fra i 6 ed i 18 anni, negli States.
Avere uno o meglio due, giorni di riposo alla settimana va benissimo: in quei giorni niente palestra, niente allenamenti, niente gioco competitivo, in modo che i ragazzi possano recuperare energie, sia dal punto di vista fisico che psicologico. Anche l'allenamento deve essere graduale: mai introdurre settimanalmente una quantità di esercizi che supera il 10% del totale. Inoltre, i giovani atleti dovrebbero essere incoraggiati a sospendere gli allenamenti di uno specifico sport per due o tre mesi. I ragazzi, consigliano i pediatri americani, dovrebbero essere inseriti in una sola squadra, evitando di fare tornei, nello stesso periodo, per sport diversi. Infine, un richiamo ai genitori: non tutti i bambini sono portati per diventare degli atleti, non tutti possono andare alle Olimpiadi.

Fonte: Reuters
Giu  07

PERCHE' IL DOLORE CI FA GRIDARE?

Tutti i bambini, prima ancora che imparino a parlare, sanno già gridare per avvertire gli adulti di un loro problema. Questa abitudine però non si perde con l'acquisizione del linguaggio verbale e con lo sviluppo psico-fisico, ma continua ad essere praticata anche da adulti, specie quando si prova un dolore. Uno studio del 2003 ha osservato che alcuni adulti, definiti 'grandi catastrofisti" si lasciavano andare a espressioni e vocalizzazioni per esprimere il dolore soprattutto quando erano presenti degli osservatori. Questo dato fa capire che le gridare ha un importante valore comunicativo: esprime il bisogno di essere accuditi o incoraggiati nella sopportazione del dolore.

Fonte: Livescience

CONOSCERSI A FONDO CON IL MANDALA

mandala è un termine sanscrito indicante un’immagine simbolica fondata sulle figure geometriche del cerchio e del quadrato, intesa a rappresentare le relazioni intercorrenti tra i diversi piani della realtà.

Questa immagine religioso-estetica è caratteristica del buddismo ed in particolare del tantrismo. Il mandala ha seguito la diffusione di queste correnti religiose dall’India a Giava, in Cina, Tibet, Giappone ecc. I mandala venivano tracciati a terra con polveri colorate, o dipinti, o potevano perfino costituire la pianta di edifici, come il celebre Borobudur di Giava; ne esistono infinite varietà, dalle semplici figure geometriche a quelli in forma di loto o di ruota, a quelli che sullo schermo geometrico innestano elementi di paesaggio e personaggi, anche molto numerosi. Ad esempio il mandala Vairadhatu (cerchio del diamante) contiene, nella forma assunta in Giappone, 1314 divinità.

Nell’esperienza religiosa orientale, i mandala venivano utilizzati per delimitare uno spazio sacro o, più sovente, per aiutare il meditante a visualizzare in modo simbolico i diversi piani della realtà e le loro reciproche relazioni, fino a cogliere sinteticamente, dopo il lungo itinerario interiore, la realtà suprema dell’intero universo.

La psicologia analitica junghiana considera il mandala una forma archetipica dell’inconscio, presente quindi sotto forme diverse (come, per esempio, le piante centrali di numerosi villaggi primitivi o i rosoni gotici) in tutte le culture e nella psiche individuale, dove rappresenta l’immagine simbolica e onirica del raggiunto equilibrio con il Sé, di una globalità interiore armonica ed equilibrata.

Jung stesso, dopo un lungo periodo di depressione e di ricerca interiore, ebbe l'impressione di essere uscito da questa lunga notte in seguito alla comparsa, nei suoi sogni, del mandala (in una forma più o meno simile alle figure che si trovano rappresentate in India o in Tibet e usate, non a caso, per secoli dagli asceti e dai mistici per facilitare la contemplazione).

Secondo Jung, quando l’individuazione è pienamente raggiunta, l’Io non è più il centro della personalità, ma è come un pianeta che ruota intorno ad un pianeta invisibile, il Sé. L’individuo acquista infatti un maggiore equilibrio e non teme più la morte, perché trova sé stesso e il vero legame con gli altri esseri umani. Jung non esita a parlare di ‘saggezza’, dichiarando che “il termine naturale della vita non è la senilità, ma la saggezza”.

Dunque, secondo la psicolologia junghiana, un progresso nell’individuazione si manifesta spesso nella coscienza mediante la comparsa di questa immagine archetipica del Sé. Tra queste immagini, particolarmente frequenti, oltre al mandala, vi sono la Quaternità e il Fanciullo Divino. Il processo di individuazione a volte può arrestarsi: compito dello psicoterapeuta è allora quello di aiutare il paziente a liberare il cammino dagli ostacoli che impediscono un continuo sviluppo della personalità.

Per comprendere lo stato della propria vita spirituale, si può provare a disegnare un mandala, dove i principali interessi e le attività preferite della persona vengono indicati al centro e poi, man mano, si procede verso la periferia, indicando ciò che conta progressivamente di meno nel proprio ‘mandala personale’.

Ovviamente questo disegno molto speciale può essere eseguito in coppia, per ottenere gli stessi vantaggi e gli stessi scopi. Si possono usare penne, pastelli, acquarelli, ecc. Per fare i cerchi occorre servirsi di un compasso. Il miglior ‘setting’ per creare un mandala è uno spazio privato dove non si venga interrotti da alter persone.

Ovviamente non esiste un mandala ‘giusto’ e uno ‘sbagliato’: occorre lasciarsi guidare dall’istinto, in modo che l’inconscio possa trovare una sua espressione. Dopo aver finito il mandala, occorre dargli un titolo, senza però pensarci troppo. Si può anche scrivere la data in cui si è costruito il proprio mandala.

A questo punto comincia l’osservazione: che colori sono stati utilizzati? Quali sono i colori predominanti nell’immagine? Scrivere le proprie sensazioni, i propri ricordi, relativi ad ogni colore e ogni imagine utilizzata. Compilando questa specialissima lista di notizie e osservazioni, si scoprirà molto di quello che riguarda la propria personalità (o la propria coppia): il mandala creato è una proiezione del proprio Sé, (oppure è un simbolo di come due partner sentono e vivono la propria coppia: si è andati d’accordo nel crearlo, ci sono state discussioni ? Quali?)

Partendo dal mandala si può esplorare tutta la propria vita interiore (o il proprio rapporto di coppia) per comprendersi meglio e migliorare la qualità della propria vita.

Fonti:
AAVV Dizionario Garzanti di Filosofia e Psicologia, Garzanti
Galimberti U. Dizionario di Psicologia, De Agostini
Ellenberger, La scoperta dell’Inconscio, Boringhieri
Wikipedia http://en.wikipedia.org/wiki/Mandala
Geocities http://www.geocities.com/plansze/mandala.html
MAG 07

LE DONNE SONO PIU' BRAVE NEL RICONOSCERE LE FACCE

Le donne si ricordano le facce meglio degli uomini, forse perché sono più interessate agli aspetti sociali del mondo. Lo dicono Jenny Rehnman e Agneta Herlitz che hanno chiesto a 212 persone svedesi, donne e uomini, di ricordare 60 facce di persone che gli erano state mostrate in precedenza. Le partecipanti donne si sono rivelate molto più brave degli uomini in questa performance, specialmente per i volti femminili. Gli uomini, al contrario, non si sono mostrati più bravi nel riconoscere volti maschili: anche loro hanno avuto migliori prestazioni nel riconoscimento di facce femminili. Comune a uomini e donne è invece la capacità di ricordare meglio i volti, relativi a soggetti adulti e bambini, del proprio gruppo etnico.

Rehnman, J. & Herlitz, A. (2007). Women remember more faces than men do. Acta Psychologica, 124, 344-355 via BPS
MAG 07

MORIRE DAL RIDERE

Può essere contagioso, può condurre alle lacrime. Può essere perfino curativo. Ma può anche far morire... O no? E' solo un modo di dire? Ridere è sicuramente una cosa molto divertente. Da sempre linguisti e lessicografi tentano di darne una definizione concisa e soddisfacente, con più o meno fortuna. « Esprimere la gioia attraverso l'espressione del viso, alcuni movimenti della bocca e dei muscoli facciali, con espirazioni irregolari più o meno rumorose» : questa è la traduzione dal francese della definizione di 'ridere' data da Le Petit Robert.

Ridere è un'emozione, sollecitata dall'emisfero cerebrale destro e dalla parte inconscia del cervello, il che spiega perché il riso è così incontrollabile e comunicativo, ma anche perché non tutti ridono per le stesse cose. Nel ridere si attivano diversi muscoli: quelli del viso, della laringe, i muscoli della respirazione e il diaframma, gli addominali ed i muscoli degli arti. I piccoli muscoli del viso, come quelli zigomatici o i frontali, i temporali quelli che attivano le labbra o le pupille, tutti si contraggono. Gli angoli della bocca e delle pupille si inclinano verso l'alto ed appare il sorriso. Nello stesso tempo, i muscoli della mascella si rilassano e le corde vocali ed i muscoli della laringe si preparano alle 'vocalizzazioni' del ridere. Queste appaiono quando il diaframma inizia delle contrazioni più brevi, ma più intense, intervallate da profonde ispirazioni. I muscoli respiratori della gabbia toracica accompagnano il movimento. Ridere è come un'onda che solleva l'acqua immobile nella quale viene gettato un sasso e che si estende sempre più. Così il riso si diffonde in tutto il corpo ed in tutta la muscolatura. Le spalle si scuotono, la testa dondola, le mani si distendono e possono aprirsi e lasciar cadere ciò che tenevano. Anche le gambe possono 'fare cilecca' ed obbligare la persona che ride a mettersi seduta, per non cadere. Altra conseguenza del ridere è il ritmo cardiaco, che prima si innalza, per poi abbassarsi in modo durevole. Le arterie e le vene si dilatano e la pressione diminuisce. I bronchi si aprono e la ventilazione polmonare aumenta.

E' tutto ciò che comporta i benefici effetti del riso.

Le conseguenze del riso interessano anche gli aspetti cerebrali, perché si permette la liberazione di endorfine e si stimola la produzione di catecolamine. Ridere fa bene per l'appetito, il sonno, le capacità intellettuali. La terapia del riso è ovunque apprezzata per i suoi benefici effetti, sia quando viene applicata all'interno di una struttura ospedaliera, sia quando la si usa per corsi aziendali.

I casi di decessi dopo una risata sono davvero pochi e pochissimo documentati. Ridere non esiste fra le cause della mortalità: non è contemplato.

Oggi sappiamo che non solo l'essere umano, ma anche altri animali ridono: ad esempio i roditori, che emettono dei suoni che noi non sentiamo, ma che sembrano assolutamente tipici del riso. A questo punto è solo l'umorismo, non la risata vera e propria, che resterà 'tipico' della specie umana?

Fonte: Le Figaro
MAG 07

COME SI FA UNA RICHIESTA CONTA PIU' DELLA RICHIESTA STESSA

Una semplice richiesta, fatta nel modo sbagliato, può creare un conflitto fra persone che interagiscono. Una nuova ricerca, finanziata dall'Economic and Social Research Council (ESRC) cerca di capire meglio il modo in cui avvengono incomprensioni nella vita di tutti i giorni.

I risultati rivelano che si cerca attivamente di esprimersi nella forma corretta, per evitare problemi e incomprensioni. Condotta in sei paesi europei, la ricerca suggerisce di migliorare lo stile delle forme di cortesia, quando ad esempio bisogna chiedere qualcosa. Un conto è dire 'passami lo zucchero' ed un conto è dire 'potresti, per favore... Ti dispiacerebbe, per cortesia, ecc.)

Questo vale soprattutto per gli immigrati: un corretto modo di esprimersi potrebbe migliorare le relazioni interculturali. Il Professor Paul Drew della University of York parla di un "principio di coesione sociale" legato alla conversazione.

La ricerca si è focalizzata sulla modalità di fare offerte, richieste e proteste: questi sono gli aspetti del discorso che più degli altri causano difficoltà. Analizzando i contesti delle conversazioni infatti, i ricercatori hanno scoperto che le persone si correggono molto spesso, per cercare di usare sempre la forma considerata 'corretta', perché come si fa una richiesta conta molto più di quello che si chiede.

Fonte: Eurekalert
MAG 07

FARE I FIGLI TARDI RENDE PIU' FELICI GLI ANNI D'ARGENTO

Secondo una sociologa della University of Michigan, Amy Pienta, "Non è particolarmente importante se una donna ha avuto figli o no: non è questo che determinerà il suo benessere psicologico quando sarà più in là con gli anni. Quello che è importante invece è se ha o no un marito, un altro significativo o una rete di relazioni in età adulta".

Pienta, ricercatrice presso lo U-M Institute for Social Research, è co-autrice di uno studio che analizza le implicazioni del non avere figli, della pianificazione delle nascite, della situazione coniugale sul benessere psicologico delle donne di mezza età. Lo studio, che sarà a breve pubblicato sull'International Journal of Aging and Human Development, analizza un campione di donne di età compresa fra i 51 ed i 61 anni, partendo da due studi effettuati a livello nazionale. Queste donne erano ragazze negli anni cinquanta, un periodo in cui ci si sposava presto e si avevano figli, in genere, fra i 19 ed i 24 anni.

Alle donne è stato chiesto se erano felici, se si sentivano sole e depresse, se erano soddisfatte della loro vista familiare e della vita in generale. Ebbene, le donne senza figli, confrontate con donne che ne avevano avuti, sono apparse meno felici e più depresse, sostiene la Pienta, ma quando ci si è occupati dei fattori socioeconomici e della situazioni coniugale, non c'erano più differenze fra i due gruppi.

Invece di mettere semplicemente a confronto madri e non madri, nella ricerca il confronto è stato effettuato tra il gruppo delle 'childless' e tre gruppi di madri: il primo gruppo delle madri era rappresentato da donne che avevano avuto i figli prima dei 19 anni, fra i 19 ed i 24 anni e dopo i 25.

E' così risultato evidente quanto sia importante il momento in cui una donna mette al mondo un figlio. Le madri che avevano avuto figli prima dei 19 anni erano le meno soddisfatte e le più depresse dei quattro gruppi, mentre le più soddisfatte erano le madri che avevano avuto i loro figli alla 'giusta età' o le madri 'attempate'. Nella mezza età, essere sposati o avere un partner è più importante dell'avere avuto o meno dei figli, sostiene la Pienta ed infatti, a parità di condizioni, le donne senza figli erano soddisfatte e felici della loro vita come le donne che avevano avuto figli alla giusta età.

Del resto le madri più giovani erano quelle che più delle altre erano single e avevano scarsi guadagni, mentre le madri attempate tendevano ad essere più colte e ad avere un livello economico migliore degli altri gruppi di madri (ed inoltre erano sposate in percentuale maggiore delle madri 'del tempo giusto').

Avere figli fa diminuire il livello socio-economico, che si recupera molto più tardi, quando i figli lasciano la casa. Per questo è stato sorprendente per i ricercatori scoprire che il livello più elevato di benessere era nel gruppo che aveva figli che ancora vivevano nella casa paterna o erano ancora al college.

Dunque, aver pensato prima alla carriera e al consolidamento della posizione economica paga e non c'è bisogno che i figli se ne vadano di casa per ritrovare un po' di serenità.

Questo significa che ritardare il momento di diventare madre può avere dei benefici effetti sul benessere delle donne, che possono così contare sulla carriera e sul raggiungimento di obiettivi socio-economici di un certo rilievo. La Pienta fa per questo rilevare che le donne senza figli sui quaranta anni sono quasi raddoppiate, fra il 1980 ed il 1998, passando dal 10 al 19% e questo perché, a quanto sembra, la maternità in tarda età è quella che rende più felici gli anni d'argento.


Fonte: Science Daily
Mag 07

L'ESSERE UMANO E LE GRANDI SCIMMIE

Uno scimpanzé maschio può chiedere il cibo ad un suo simile attraverso il gesto del braccio esteso e della mano aperta. Proprio come faremmo noi, esseri umani. Lo stesso scimpanzé può usare questo gesto anche in altre circostanze: ad esempio per convincere una femmina a fare sesso con lui, oppure dopo una lotta con un altro scimpanzè, come segnale di riconciliazione. In una ricerca pubblicata lunedì scorso, gli scienziati hanno cercato di capire le origini del linguaggio umano: per questo hanno analizzato il comportamento degli animali antropomorfi, gli scimpanzè ed i bonobi, osservando il loro modo di comunicare. Hanno scoperto che essi usano i gesti con molta più flessibilità, in contesti differenti, con significati apparentemente diversi, di come invece usano le espressioni facciali e le vocalizzazioni.
Per i ricercatori, l'origine del linguaggio umano è in questi gesti, non nelle espressioni vocali. Una volta che le parti del cervello relative al linguaggio si sono sviluppate, allora si è cominciato ad usare il linguaggio verbale, sostiene Frans de Waal della Emory University e dello Yerkes National Primate Research Center di Atlanta.
De Waal ha condotto questo studio, pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences, insieme al ricercatore dello Yerkes Amy Pollick, che ha osservato e ripreso con una telecamera 13 bonobi dello zoo di San Diego e 34 scimpanzè a Yerkes.
De Waal e Pollick hanno registrato 31 gesti della mano e del braccio e 18 espressioni facciali e vocalizzazioni. Entrambi i tipi di animali usano segnali facciali e vocali in modi simili. Ad esempio entrambi gridano, per la paura o per il dolore, ma usano anche un particolare gesto, per comunicare diversi tipi di messaggio, per esempio riguardo al cibo o all'accoppiamento, a seconda del contesto sociale in cui si trovano.
I gesti sono utilizzati in un gran numero di contesti, mentre le espressioni facciali e le vocalizzazioni sono usate in contesti molto particolari. Sebbene tutti i primati usino la voce e le espressioni facciali per comunicare, solo gli esseri umani, gli scimpanzè, i bonobi, gli orangutani ed i gorilla usano anche questi tipi di gesti. Questi gesti erano presenti anche nel comune antenato, dell'uomo e di questi primati (5 o 6 milioni di anni fa), che usava ad esempio la mano aperta, come per chiedere l'elemosina.
Tuttavia c'è una differenza nel comportamento di queste grandi scimmie: i bonobi, che sono più delicati e interessati al sesso, e gli scimpanzè, che sono più violenti. I bonobi usano i gesti in maniera più flessibile, combinandoli con vocalizzazioni ed espressioni facciali, per comunicare un messaggio.
Forse ci sono stati dei vantaggi nell'aver usato il linguaggio del corpo, prima di quello verbale: ad esempio la comunicazione silenziosa poteva essere più efficace quando si voleva evitare di essere predati da altri animali. Nella loro gestualità, queste grosse scimmie usano prevalentemente la mano destra, controllata dalla parte sinistra del cervello, la stessa parte dove c'è il controllo del linguaggio nel cervello umano.

Fonte: Reuters

Mag 07

NON E' FACILE CAPIRE SE UN BAMBINO MENTE

E' stata condotta una ricerca condotta da Leif Stromwall su trenta bambini di età compresa fra gli 11 ed i 13 anni per vedere se gli adulti erano in grado di capire con facilità se un ragazzo mentiva o meno. Ai ragazzi è stato detto che sarebbero stati intervistati su un episodio che era loro accaduto realmente e su un altro che non avevano mai sperimentato nella realtà: per prepararsi avevano due minuti di tempo in un gruppo, mentre nell'altro gruppo dovevano improvvisare. I ragazzi dovevano parlare di entrambe le storie allo stesso modo, come se le avessero vissute entrambe. A giudicare se i bambini dicevano il vero o il falso erano 60 studenti di età media di 26 anni. Le risposte corrette sono state date nel 51.5 per cento dei casi, se i bambini si erano preparati, nel 55,6% dei casi se i bambini avevano improvvisato. Gli studenti cercavano di capire se una storia era falsa in base ai particolari mancanti, ma i bambini furbescamente inserivano tutti i particolari mancanti della storia facendo riferimento ad esperienze 'di seconda mano', raccontate loro da altre persone. I 'giudici' hanno cercato anche di scoprire se i ragazzi erano agitati: niente, sono riusciti ad essere calmissimi.
Conclusione: non è facile capire se un bambino mente. E' difficile capirlo esattamente come per gli adulti, dicono i ricercatori.

Fonte: Stromwall, L.A., Granhag, P.A. & Landstrom, S. (2007). Children's prepared and unprepared lies: Can adults see through their strategies? Applied Cognitive Psychology, 21, 457-471. via BPS Research
Apr. 07

UN QUARTO DELLE DIAGNOSI DI DEPRESSIONE SAREBBERO ERRATE

Il venticinque per cento delle diagnosi di depressione sarebbero errate, secondo uno studio pubblicato questo mese negli Archivi di psichiatria generale. Ciò è dovuto al fatto che ancora si confonde la reazione umana, del tutto normale, di tristezza, che segue un evento doloroso, con la depressione vera e propria. Si ottiene una diagnosi di depressione ad esempio se si manifestano almeno cinque sintomi depressivi (tristezza, fatica, insonnia, pensieri suicidari ecc.) per almeno due mesi dopo il decesso di una persona cara. Ma due mesi non sono il tempo minimo, normale, del lutto? Questo si chiedono gli psichiatri. Il DSM, Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, ovvero la Bibbia degli psichiatri, non concede che due settimane per riprendersi da una rottura sentimentale, dalla perdita di un lavoro o da un disastro finanziario. Essere tristi per più di due settimane, in questi casi, comporta una diagnosi di depressione. A rimettere in discussione queste diagnosi è stato il Professor Michael B. First, della Università Columbia di New York, che è tra l'altro uno dei « padri» del DSM. Si stima al momento che un americano su sei si ammali di depressione almeno una volta nel corso della sua vita. Questa statistica potrebbe essere ridotta del 25% in seguito a questo studio, che ha rivisto i casi di 8000 persone diagnosticate, un po' troppo frettolosamente, come depresse.

I Ricercatori hanno scoperto che coloro che avevano vissuto degli avvenimenti stressanti avevano riportato diversi sintomi di tipo depressivo per un periodo di tempo prolungato, ma che solo pochi di loro avevano dei sintomi realmente gravi, da far pensare alla depressione vera e propria.

Una delle conclusioni di questo studio è che spesso le terapie farmacologiche sono inappropriate per queste persone che avrebbero invece bisogno di terapie psicologiche. Questo approccio esiste già fra gli psichiatri inglesi, segnala Charles Rice, direttore di AGIR, un gruppo di 35 organizzazioni attive nella salute mentale nella regione del Quebec. « C'è un aspetto soggettivo, arbitrario, in una diagnosi di depressione. Non si tratta di un esame clinico oggettivo. Nel campo della salute mentale, la frontiera fra la normalità e la patologiaè difficile da stabilire. Oltre tutto, le cause della depressione sono ancora sconosciute. Va anche detto che il mercato degli antidepressivi vale 12 miliardi di dollari l'anno, solamente negli Stati Uniti.

I francesi lo chiamano « rétablissement » , gli anglofoni "recovery": di fatto, i ricercatori hanno scoperto che il 60% degli ex pazienti schizofrenici degli ospedali psichiatrici del Vermont e del Maine si sono sufficientemente ristabiliti per condurre una vita "normale". Essi lavorano, non hanno più sintomi patologici o comportamenti bizzarri ed alcuni di loro non seguono più neanche una terapia farmacologica. Non si direbbero più neanche pazienti psichiatrici. Il Vermont ha un tasso di riabilitazione superiore al 50%, perché hanno un modo diverso di gestire la malattia mentale. Dopo gli anni '50 del secolo scorso, i malati hanno seguito dei programmi di riabilitazione e di integrazione sociale, mentre nel Maine si puntava soprattutto sulla riduzione dei sintomi. A seguito di cinque studi longitudinali si è giunti a questa conclusione: « Anche dei gravi problemi di salute mentale possono essere superati», secondo Charles Rice.

L'organizzazione AGIR, che ha la sua sede nella sagrestia della Chiesa del quartiere di Saint-Roch, esiste da 21 anni e raggruppa 35 comunità del Quebec, che svolgono attività diverse, ma tutte centrate sulla salute mentale.

Fonte: Cyberpresse

LA NICOTINA PUO' ANCHE FAR BENE

La nicotina ha dimostrato di essere in grado di aumentare l’apprendimento e la memoria, al punto da essere utilizzata per trattare soggetti con deficit cognitivi, come i pazienti affetti dall’Alzheimer o dal Parkinson, da schizofrenia o da deficit di attenzione e iperattività. Un problema chiave per mettere a punto nuovi farmaci a base di nicotina è che si sa molto poco dei meccanismi che stanno alla base del miglioramento delle capacità di apprendimento.
Un passo in avanti in tale direzione è stato fatto dai ricercatori della Vrije Universiteit di Amsterdam, che hanno scoperto importanti dettagli di come la nicotina regoli le proprietà di segnalazione delle circuitazioni neuronali che permettono un incremento della memoria. Queste proprietà di segnalazione, descritte sulla rivista “Neuron”, includono l’intensità delle connessioni con cui un neurone comunica con l’altro. Il risultato è stato raggiunto analizzando le proprietà elettrofisiologiche di neuroni in sezioni di cervello di topo trattate con nicotina o con farmaci che prevengono l’azione della stessa sostanza.
In particolare, sono stati analizzati neuroni della corteccia prefrontale, che sovrintendono all’apprendimento e alla memoria. È noto che la nicotina migliora l’apprendimento attivando i recettori per il neurotrasmettitore acetilcolina.
Nello studio si è trovato che attivando tali recettori, la nicotina influenza un processo noto come spike-timing-dependent potentiation che governa le variazioni nella intensità di segnalazione tra i neuroni. Inoltre, i ricercatori hanno osservato gli effetti della sostanza su alcuni tipi specifici di neuroni, chiamati GABAergici, nei centri dell’apprendimento.
I ricercatori hanno anche scoperto i dettagli chiave dei meccanismi con i quali differenti tipi di interneuroni nella corteccia prefrontale vengono eccitati dalla nicotina.

Fonte: Le Scienze
Apr. 07

IL SIMBOLO: ORIGINE E SIGNIFICATI

La parola 'simbolo' deriva dal greco e significa 'mettere insieme'. Nell'antica Grecia era diffusa la consuetudine di tagliare in due un anello, una moneta o qualsiasi oggetto e di darne una metà ad un amico o ad un ospite. Queste metà, conservate dall'una e dall'altra parte, di generazione in generazione, consentivano ai discendenti dei due amici di riconoscersi. Questo segno di riconoscimento si chiamava 'simbolo'.

Platone riferì il mito di Zeus, che volendo castigare l'uomo, senza distruggerlo, lo tagliò in due: Platone concluse affermando che, per questo, la metà cerca sempre l'altra metà, ovvero il simbolo corrispondente (Platone, Convito).
Il simbolo dunque, come il segno, nasce dal rinvio, ma mentre il segno compone in modo convenzionale qualcosa con qualcos'altro, il simbolo, evocando la sua parte corrispondente, rinvia ad una determinata realtà che non è decisa dalla convenzione, ma dalla ricomposizione di un intero.

Nel simbolo dunque c'è un richiamo all'origine, dove resta nascosta e gelosamente custodita la verità originaria o la fonte da cui si dischiudono nuovi sensi e nuovi significati.

Fonte: Galimberti U., Dizionario di Psicologia, De Agostini

IL DISAGIO DI AVERE I GENITORI SEPARATI

I bambini che devono adattarsi al divorzio, al nuovo matrimonio dei genitori, alla coabitazione con un/una nuovo/a partner del genitore col quale vivono hanno maggiori possibilità di avere problemi comportamentali, secondo uno studio USA. Quando c'è una rottura, un divorzio, un nuovo matrimonio, c'è un periodo di aggiustamento per tutti i i membri della famiglia. Questo periodo di transizione è associato ad una maggiore probabilità di comportamento deviante nei ragazzi, ivi inclusi gli atti di vandalismo, furti, assenze ingiustificate a scuola ecc. I sociologi Paula Fomby e Andrew Cherlin della Johns Hopkins University di Baltimora hanno inoltre scoperto che gli effetti sui bambini variano in base alla razza (n.d.b. sic!).
Lo studio, pubblicato nell'edizione di Aprile dell'American Sociological Review ha scoperto una significativa relazione fra instabilità familiare e problemi di comportamento e sviluppo cognitivo nei bambini di razza bianca. Non esiste un simile rapporto diretto nei bambini afro-americani. Possibile spiegazione, secondo i ricercatori: questi ultimi bambini hanno maggiori probabilità di vivere in famiglie allargate, capaci di offrire supporto emotivo.


Fonte: Earthtimes
Mar 2007

LA TERAPIA DELLA DEPRESSIONE, AL TELEFONO

Uno studio, condotto su 393 soggetti lievemente depressi, adulti, che avevano appena iniziato a prendere degli antidepressivi, ha mostrato che la psicoterapia al telefono poteva essere efficace per ridurre il loro grado di sofferenza. I partecipanti hanno ricevuto da 10 a 12 terapie telefoniche all'anno, oltre alle tradizionali cure per la depressione, mostrando un grande miglioramento, confronto ai loro 'colleghi', che non avevano ricevuto questo trattamento extra. I benefici sono durati per almeno sei mesi dopo l'ultima sessione telefonica di psicoterapia. I risultati dello studio sono pubblicati sul Journal of Consulting and Clinical Psychology. I soggetti esaminati erano sulla quarantina; la maggior parte di loro erano donne, di razza bianca. La terapia utilizzata è stata di tipo cognitivo-comportamentale; pazienti e terapeuti non si sono mai incontrati di persona. Ad entrambi i gruppi dei soggetti studiati (quelli che ricevevano la psicoterapia telefonica e quelli che erano curati solamente con terapie tradizionali) è stato consentito di frequentare lo studio di uno psicoterapeuta per ricevere delle terapie faccia-a-faccia, ma pochi hanno approfittato di questa possibilità. Le terapie telefoniche miravano ad aiutare i pazienti a correggere i loro pensieri negativi, cercando di invogliarli a svolgere attività piacevoli e soddisfacenti, imparando a gestire i propri sintomi depressivi. "Siamo rimasti sorpresi di come gli effetti positivi si mantenevano nel tempo" ha dichiarato Everette Ludman, del gruppo dei ricercatori. Si è visto che i pazienti che ricevevano la terapia telefonica erano anche più disposti ad assumere i farmaci. Conclusioni: i ricercatori non ritengono che la terapia telefonica possa essere un'alternativa ai metodi tradizionali, ma pensano che essa possa essere una possibilità aggiuntiva di trattamento, specialmente per quei soggetti che non andrebbero mai da uno psicologo per una terapia faccia-a-faccia.

Fonte: CBS
MAR 07

NO ALLA TORTURA PSICOLOGICA

Dei medici britannici hanno coinvolto, per una ricerca, 279 vittime di torture durante la guerra nell'ex Iugoslavia. Fra il 2000 e il 2002 questi sopravvissuti (di cui l'86% sono uomini ed hanno in media quaranta anni) sono stati intervistati su 54 cause di shock emozionale legato alla guerra e su 46 forme di tortura alle quali potevano essere stati sottoposti. Più di tre quarti di loro aveva subito una tortura fisica o psicologica e il 55% di loro la subiva ancora al momento dello studio, secondo il Dr Metin Basoglu, del King's College di Londra, principale autore di questo studio, comparso sul numero di marzo degli Archivi di psichiatria generale.

Si è visto così che i problemi psicologici e le depressioni sono frequenti e durevoli sia nei soggetti che hanno subito torture fisiche, sia in coloro che hanno subito torture psicologiche.
Come si sa, gli Stati Uniti hanno usato metodi di tortura nei loro interrogatori in Iraq, Afghanistan, a Guantanamo, o nelle prigioni segrete della CIA. Il governo americano ha smentito di aver usato dei veri e propri metodi di tortura, ma ha ammesso di essere ricorso a 'tecniche alternative'. Secondo le testimonainze, ma anche secondo alcuni documenti ufficiali, queste tecniche si sono basate sulla completa sottomissione psicologica.
Questi trattamenti prevedono che i detenuti possano essere messi in stretto isolamento per settimane, mesi o anni, privati della possibilità di dormire, lasciati senza vestiti anche in presenza di donne sottoposti a temperature estreme, obbligati a farsela addosso, minacciati da cani, ecc. La recente legge sul trattamento dei presunti terroristi, promulgata in autunno, vieta la tortura, ma lascia il presidente americano libero di determinare quali metodi di interrogatorio siano compatibili con la Convenzione di Ginevra.

Ben venga dunque l'abolizione della tortura fisica, dicono i ricercatori, ma vi sono altrettanti trattamenti psicologici crudeli, inumani e degradanti, che non sono meno pericolosi per la salute delle vittime e che possono essere utilizzati in circostanze eccezionali. Per evitare gli abusi, occorrerebbe definire meglio il concetto di tortura, a partire da una valutazione scientifica dei problemi psicologici e psichiatrici, non limitata solamente al dolore fisico che essa provoca.


Fonte: Cyberpresse
MAR 07

LA PSICOANALISI BREVE EFFICACE CONTRO GLI ATTACCHI DI PANICO

Gli attacchi di panico consistono in momenti di forte paura ed ansia non legate a nessuna causa apparente. Essi sono accompagnati da sintomi fisici, come dolore al petto, palpitazioni, fame d'aria, tremori ecc. Il disturbo è spesso associato con l'agorafobia, la paura degli spazi aperti, che vengono infatti evitati.

La Dr.ssa Barbara Milrod del Weill Medical College presso la Cornell University, New York, ha studiato i casi di 49 soggetti che soffrivano di attacchi di panico. Ad essi è stata somministrata o una psicoterapia psicodinamica focalizzata sul sintomo oppure una terapia di rilassamento non specifica. I soggetti partecipavano a sessioni bisettimanali, per un totale di 12 settimane. Alla fine del trattamento un gruppo di valutatori indipendenti ha riscontrato nel gruppo che aveva seguito la psicoterapia una riduzione del sintomo più significativa di coloro che avevano seguito la sola terapia di rilassamento (73% contro 39%). Questo studio sembrerebbe dimostrare l'efficacia della psicoterapia psicoanalitica breve (n.d.b. definizione e trattamento che per i freudiani ortodossi suona come una vera e propria mostruosità) per i disturbi da attacchi di panico, con o senza agorafobia.

Fonte: American Journal of Psychiatry, February 2007 via Reuters
MAR 07

LA SALUTE SUI SITI INTERNET

Uno studio, sovvenzionato dall' Economic and Social Research Council britannico, ha scoperto che le persone in cerca di notizie sulla salute in Internet non hanno la pazienza di 'sfogliare' pagine e pagine di un sito per trovare qualcosa di utile, per cui prediligono anzitutto i siti in cui le informazioni si trovano con una certa facilità. La professoressa Pamela Briggs della Northumbria University ha condotto la ricerca insieme ad altri colleghi, prendendo in considerazione le strategie che le persone utilizzano per trovare specifiche informazioni sulla salute (es. pressione alta, menopausa, terapie ormonali sostitutive ecc.).
Molti siti sono stati abbandonati in pochi istanti. Motivo: anzitutto la pubblicità. Le persone abbandonano i siti delle industrie farmaceutiche quasi subito, anche se le informazioni sui farmaci sono molto accurate. Ma non ci si fida, perché ovviamente si pensa subito alle motivazioni per cui quelle informazioni sono on line. Perché le persone si fidino, il sito deve apparire imparziale. Si è scoperto poi che un sito, anche se fa una buona impressione nell'immediato, viene abbandonato facilmente se non riporta storie personali nelle quali il lettore possa identificarsi. La professoressa Briggs fa notare a questo proposito che alcuni siti sulla salute gestiti da persone non qualificate, che raccontano appunto tante storie personali, possono essere pericolosi, perché le testimonianze possono andare a rinforzare delle convinzioni e dei comportamenti del tutto sbagliati. Il Dr Paul Cundy, membro del British Medical Association's IT committee, ha insinuato a questo proposito che molti dei forum on line, apparentemente indipendenti, potrebbero essere creati dalle case farmaceutiche per pubblicizzare i propri prodotti. Conclusione dei ricercatori: le persone fanno bene a cercare notizie sulla salute nel web, ma dovrebbero poi parlarne sempre con un medico in un rapporto faccia-a-faccia, prima di adottare un determinato farmaco, o comportamento, suggerito da un sito.

Fonte: BBC News
MAR 07

I GENITORI MENO CAPACI DELLA SCUOLA IN FATTO DI ALIMENTAZIONE

Una ricerca dell'Ohio State e Indiana Universities ha scoperto che i bambini ingrassano di più quando non sono a scuola. Lo studio ha riguardato oltre 5.380 bambini di scuola materna. In un periodo di due anni, i ricercatori hanno potuto osservare che i bambini ingrassavano di più durante il periodo estivo che durante il periodo scolastico. In media dunque i genitori sembrerebbero molto meno adatti della scuola a gestire i pasti dei bambini. Alcuni mesi fa, l'APA (associazione psicologi americani) aveva chiesto maggiore tempo di gioco per i bambini, specialmente la pratica di giochi non strutturati, che avrebbero prodotto maggiori benefici sulla salute dei bambini. Ed in effetti a scuola, anche nel giorno più monotono e noioso, è sempre previsto un momento di attività e di gioco: i bambini si muovono, interagiscono, bruciano calorie. D'estate i genitori non fanno queste stesse cose per i figli, non incoraggiano la loro attività fisica. Portarli fuori tutti i giorni, farli partecipare a centri estivi e magari passare un po' di tempo insieme all'aria aperta potrebbe essere utile per fare in modo che i figli non prendano la strada dell'obesità. Questa ricerca evidenzia il fatto che la buona salute fisica ed i comportamenti alimentari corretti cominciano a casa. Certamente si possono migliorare le scuole, per fare in modo che esse siano dei posti in cui i ragazzi crescano in buona salute, ma è a casa che si insegnano anzitutto le buone abitudini. E certamente questo non riguarda solamente il comportamento alimentare.
MAR 07

I GENITORI NON SI ACCORGONO CHE I FIGLI SONO GRASSI

La Dottoressa Susan Jebb /Human Nutrition Research unit) sostiene che, sebbene i genitori siano perfettamente informati su come dovrebbe essere una dieta sana o sull'importanza dell'esercizio fisico dei bambini, i genitori non riconoscono i segni del sovrappeso nei loro figli. Secondo lo studio effettuato, la media del tempo speso per preparare i pasti è scesa da due ore a 20 minuti negli ultimi venti anni. Vi sono poi preoccupazioni riguardo alla sicurezza dei piccoli, per cui non si lasciano più andare a scuola da soli o giocare all'aria aperta. Inoltre, dicono le mamme, come si fa a dare ai propri figli dei cibi sani?
Non li vogliono, e se si insiste un po', l'ora di pranzo diventa un inferno.

La Dr.ssa Jebb sostiene che ben l'80% dei genitori si rende conto che una dieta poco salutare e nessuna attività fisica portano all'obesità, ma un conto è rendersene conto e sapere che questo vale in senso generale,un conto è capire che questo vale anche per i loro figli.
Più del 40% dei bambini sopra i sei anni sceglie direttamente, una volta su due, cosa vuole mangiare durante il pasto principale, ma ovviamente i piccoli scelgono secondo il gusto, non secondo criteri più saggi, come invece potrebbero fare i genitori.

Il Ministero inglese della salute pubblica ha lanciato il programma 'Top Tips for Top Mums' per fare in modo che ai figli venissero dati un numero maggiore di piatti a base di verdura e frutta.
Il Dr David Haslam, direttore clinico del National Obesity Forum, ha dichiarato che, sebbene il problema dell'obesità sia stato considerato prioritario dal governo inglese, per il momento non c'è stata la minima differenza nei risultati: mancano idee concrete.

Fonte: BBC
MAR 07

LA VIOLENZA DOMESTICA NON RIGUARDA SOLO LE GIOVANI DONNE

Una ricerca pubblicata nell'ultimo numero di The Gerontologist tratta della violenza del partner sulle donne anziane (Ohio State University press release, 5 Marzo 2007): circa una donna su quattro con più di 65 anni di età è stata vittima di violenza fisica, sessuale e psicologica ad opera del MARITO, secondo uno studio condotto in due stati americani del nord ovest. Circa il 3,5% delle donne studiate ha subito violenza negli ultimi cinque anni, ed il 2,2 % nell'anno precedente La violenza domestica dunque non è un problema solo per le giovani donne, ha detto Amy Bonomi, leader della ricerca e docente di scienza dello sviluppo umano e della famiglia, presso la Ohio State University.

Fonte: Amy E. Bonomi, Melissa L. Anderson, Robert J. Reid, David Carrell, Paul A. Fishman, Frederick P. Rivara, and Robert S. Thompson (2007). Intimate Partner Violence in Older Women. The Gerontologist 47:34-41 via Psychology and Crime news
MAR 07

LAVORARE IN GRUPPO: NON SEMPRE E' MEGLIO

H. Shanker Krishnan, un esperto di comportamento dei consumatori e strategie di marketing della Indiana University, in uno studio che sarà pubblicato su The Journal of Consumer Research, mostra quanto i gruppi di lavoro siano talvolta assai meno produttivi e creativi del lavoro fatto a livello individuale. Si ritiene infatti da molti anni che il gruppo di lavoro sia maggiormente produttivo perché permette di discutere le idee, di elaborarle e perfezionarle nel brain-storming che ne scaturisce. In realtà, spiega Krishnan, più un'idea viene detta ad alta voce durante una riunione, più è difficile per i componenti del gruppo ricordarsi le altre opzioni. C'è poi il discorso della memorizzazione; le persone usano la memoria in modi molto diversi. Diverso è il modo di immagazzinare i concetti e di richiamarli al momento opportuno. La conversazione di gruppo potrebbe impedire all'individuo di utilizzare la memoria nel modo abituale, perdendo così una grande quantità di dati. I gruppi non sarebbero dunque più creativi nell'esplorare le varie opzioni di quanto lo sia il lavoro individuale. Questo non significa ripensare il lavoro di gruppo in senso tutto negativo: questo studio mostra semplicemente che il lavoro di gruppo può essere efficace, ma solo se le persone si preparano bene, a livello individuale, sugli argomenti che andranno a discutere in gruppo, magari facendo brain-storming da soli, prima di farlo in gruppo. Chiaramente, in ogni gruppo di lavoro è fondamentale la leadership, che deve fare in modo che ogni membro del gruppo possa sempre dire la sua.

Fonte: Treatmentonline
MAR 07

PERCHE' CI SI BACIA?

La risposta più semplice è che gli esseri umani si baciano perché questo li fa stare bene. Ma questa risposta non è certo 'scientifica'. Ne sono state dunque proposte delle altre. Potrebbe ad esempio trattarsi di un comportamento appreso: le madri dell'uomo primitivo potrebbero aver masticato il cibo, che poi passarlo direttamente nella bocca del loro piccolo, ancora incapace di masticare. Questo gesto potrebbe essere rimasto poi anche quando il bambino aveva una sua dentatura, come gesto di rassicurazione. Si pensa che sia un comportamento appreso e non istintuale, perché non tutti gli esseri umani si baciano: in alcune tribù non si compie questo gesto, come hanno riferito molti antropologi. Altri scienziati restano invece convinti che sia un comportamento istintuale, perché molto simile a quello degli animali che sfregano i loro musi in segno di affetto. Oggi sembra farsi largo una nuova teoria: che gli esseri umani si bacino perché in questo modo possono venire a contatto con il corpo dell'altro, poterlo odorare e così rendersi conto della qualità della relazione. Sarebbe una 'comunicazione privata ' fra feromoni, per poter capire se ci si può fidare dell'altro.

n.b. Questa è la spiegazione di Scienceline, un progetto del New York University's Science, Health and Environmental Reporting Program.
MAR 07

MESSAGGI SUBLIMINALI

L'aggettivo 'subliminale' si riferisce ad uno stimolo che opera al di sotto della soglia della percezione e della coscienza. Resta ancora da scoprire se i messaggi presentati a livello subliminale possano effettivamente modificare gli atteggiamenti dei destinatari.

Malgrado il fenomeno sia ormai noto da tempo, si segnalano sempre nuovi casi.

CBS News riporta ad esempio che recentemente nell'Ontario sono state rimosse 87 slot machines perche esse presentavano dei messaggi subliminali ogni volta che si avviava un nuovo gioco. Questi messaggi sono molto veloci e compaiono all'interno di una sequenza di immagini (il fenomeno in psicologia si chiama 'masking'). Sembra che il fenomeno possa avere effetti sul cervello, anche se le persone spesso non ne sono consapevoli. Le immagini compaiono per un quinto di secondo: abbastanza per la decodifica del messaggio da parte del cervello, ma non abbastanza perché se ne abbia consapevolezza.

Uno studio ha scoperto che le immagini di facce spaventate mostrate una dopo l'altra in rapida sequenza modificavano l'attività dell'amigdala, sebbene i partecipanti alla ricerca non avessero consapevolezza di vedere queste espressioni di paura. Malgrado molti paesi abbiano vietato questo genere di messaggi, non è ancora del tutto chiaro quale è il loro effetto sul comportamento umano.

LAVORATORI D'ORO, ANZI D'ARGENTO

Secondo un nuovo studio, se il pilota dell'aereo sul quale si sta viaggiando ha i capelli grigi, c'è da stare molto più tranquilli: i piloti anziani infatti tendono a subire un minore declino delle proprie abilità di guida di quanto accada ai loro colleghi più giovani.

Negli Stati Uniti i piloti devono andare in pensione a 60 anni, ma nessuno finora è riuscito a dimostrare che effettivamente vi sia un declino delle abilità di guida che imponga un tale limite di età. Come i musicisti o gli esperti del gioco degli scaccchi, dice la Dr.ssa Joy L. Taylor, i piloti con molta esperienza di volo suppliscono con le loro capacità ai piccoli acciacchi dell'età. E questo vale anche per i lavoratori anziani di altre professioni. La Taylor ed i suoi colleghi dell'Aging Clinical Research Center di Palo Alto, California, hanno studiato 118 piloti di età compresa fra i 40 ed i 69 anni, seguendoli per tre anni. I piloti sono stati divisi in tre livelli di esperienza, basati sulle classificazioni della Federal Aviation Administration (FAA).

Il gruppo dei piloti è stato sottoposto annualmente a dei test per valutare le capacità individuali nell'utilizzare gli strumenti di bordo, le comunicazioni con i controllori di volo, le capacità di guida dell'aereomobile nella fase di atterraggio ecc. Si è visto così che i piloti più esperti hanno totalizzato un punteggio maggiore nelle capacità di guida, mostrando un declino davvero minimo nel passare del tempo. Le loro prestazioni migliori hanno riguardato la comunicazione e l'atterraggio.
Quanto ai piloti più anziani, in un primo momento essi hanno avuto prestazioni minori dei loro colleghi più giovani, ma le loro prestazioni nel tempo hanno mostrato un minore declino.
Questa scoperta mostra il vantaggio, secondo i ricercatori, di avere dei lavoratori anziani, più esperti, specializzati e competenti, capaci di avere migliori prestazioni a livello cognitivo.

E questo, dicono i ricercatori, vale anche per altre professioni, per esempio i chirurghi.

Fonte: Reuters
FEBB 07

PAZIENTI DI DUE ANNI

Da qualche anno, vengono pubblicati studi in cui si indica l'età di insorgenza di determinati sintomi intorno ai 3 o 4 anni. Non si tratta di malattie tipicamente pediatriche, come il morbillo o la varicella, ma di malattie che riguardano anche il mondo degli adulti, come la sindrome ansioso-depressiva. Gli psichiatri affermano infatti che alcuni bambini, precisamente un caso ogni 100.000, hanno bisogno di questi farmaci ancora prima di entrare alla scuola materna.

John Walkup, pediatra presso l'Università John Hopkins, dice a chiare lettere che, coloro che inorridiscono per queste somministrazioni infantili, non frequentano evidentemente la sua clinica e non vedono i casi che lui tratta. I sintomi non sono certo quelli degli adulti e si manifestano in altro modo. Ad esempio, la depressione bipolare si manifesta attraverso disturbi del sonno. Il dottore dice di aver visto bambini di 4 o 5 anni che dormivano tre-quattro ore per notte e che, malgrado ciò, non sembravano particolarmente stanchi durante la giornata. Ai suoi tempi, continua il Dottor Walkup, ci volevano diciotto anni prima di ottenere una diagnosi di disturbo bipolare: oggi, a suo modo di vedere, le cose non stanno più così e dunque, se un bambino mostra di avere dei sintomi di depressione in età molto giovane, va trattato, anche al fine di evitare complicazioni future, come quelle rappresentate da tentativi di suicidio.

Éric Fombonne, direttore della clinica psichiatrica presso l'Hôpital de Montréal e professore presso l'Université McGill sostiene invece che oggi parlare di depressione bipolare è come quando, in altre epoche, si parlava di psicosi infantile. Questo non significa che la depressione bipopolare non esista anche presso i bambini, ma a due, tre anni, è davvero un'assurdità. E' come l'Asperger, continua il Professore, una forma di autismo: basta che un bambino sia un po' isolato e che faccia delle cose bizzarre, che subito gli viene affibbiata la diagnosi di Asperger, mentre potrebbero esserci dei problemi di personalità o di interazione sociale.

Paradossalmente, il fatto che le medicine siano migliorate negli ultimi anni e che abbiano meno effetti collaterali, porta alcuni medici a prescriverle anche quando non ce n'è bisogno. La mancanza di tempo dei medici di famiglia e dei pediatri li spinge e mettere da parte le problematiche psico-sociali, per concentrarsi unicamente sui farmaci. Cécile Rousseau, professoressa di psichiatria presso l'Université McGill dice che si è passati da un estremo all'altro: prima, se i figli avevano dei problemi, era sempre colpa dei genitori, adesso si ignora completamente l'ambiente familiare, sociale, scolastico. Si ritiene che alcuni bambini siano più sensibili agli stress della vita e che per questo occorra proteggerli. Ma se c'è una depressione in un bambino di pochi anni, il problema è quasi sicuramente nell'ambiente familiare. Non necessariamente è colpa dei genitori: possono esserci problemi logistici, professionali, uno dei genitori potrebbe essere gravemente malato ecc.
In conclusione, prima i figli dovevano conformarsi alle attese che avevano i genitori nei loro confronti: ora devono essere felici, qualsiasi cosa succeda loro intorno. E' una vera assurdità.

Fonte: Cyberpresse

I RICORDI TRAUMATICI SI RICORDANO MEGLIO

Secondo alcuni ricercatori canadesi, i ricordi traumatici si ricordano meglio di quelli positivi.
In questo studio, durato 5 anni, i ricercatori hanno esaminato i ricordi di 29 soggetti, che avevamo vissuto un evento traumatico come uno stupro o una violenza domestica, negli ultimi mesi. Ai soggetti fu chiesto di ricordare quell'evento, così come qualcosa di lieto che era loro accaduto, come un viaggio, un matrimonio, una festa ecc. Questa domanda è stata posta a tre mesi di distanza e dopo 4-5 anni dall'evento traumatico. Il questionario prevedeva un valore massimo di 36: le risposte 'traumatiche' hanno ottenuto, in media il valore di 30, quelle 'positive' il valore di 15. Questi risultati saranno a breve pubblicati sulla rivista Psychological Science.
Se questo fosse vero potremmo concludere che, malgrado nella vita tutti abbiamo esperienze positive, sono gli eventi traumatici a plasmare il nostro carattere.

Fonte: Reuters
FEB 07

LA REALTA' VIRTUALE E A PSICOTERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE


BBC News riporta un articolo su come la realtà virtuale venga oggi usata per curare i soldati che si sono ammalati di disturbo post-traumatico da stress (PTSD) dopo un'azione di guerra. Da uno studio del 2004 sappiamo che uno su otto dei soldati inviati in missione in Iraq ed in Afganistan sono tornati a casa con il disturbo post-traumatico da stress.

I sintomi del PTSD riguardano ricordi intrusivi, l'evitamento patologico di situazioni collegabili al trauma, incubi, agitazione continua e flashback. La Terapia più utilizzata è la psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT), che si è rivelata uno dei trattamenti più efficaci, oltre alla somministrazione di farmaci antidepressivi.

Tra i metodi che utilizza la terapia cognitivo-comportamentale, c'è quello di far sperimentare gradualmente al paziente le situazioni collegabili al trauma, imparando nel contempo a tenere sotto controllo i pensieri negativi generati dalla situazione. Tutto ciò è abbastanza facile da mettere in atto con situazioni che possono essere facilmente riprodotte, come ad esempio la simulazione di un incidente d'auto. Ma se la persona ha subito un trauma in guerra guerra? Come esporre il paziente a questo genere di stimoli?

La realtà virtuale viene in aiuto degli psicologi. Si tratta di una sorta di videogame che riproduce una scena di guerra in strada e una in un deserto. Sembra che la realtà virtuale sia un sistema piuttosto efficace per esporre il soldato ad un basso livello di stimolazione, senza esporlo ad ulteriori pericoli. Il trattamento dura cinque settimane, due ore di sessione alla settimana.

Questa ricerca è parte di un progetto condotto dal Dr Albert Rezzo. La ricerca è stata presentata al meeting annuale dell'American Association for the Advancement of Science (AAAS) di San Francisco.

Fonte: BBC
FEBB 07

AREA CEREBRALE CHE CAUSA LA DISLESSIA

La possibilità di osservare il cervello attraverso le nuove tecniche di scanning ha aiutato i ricercatori a localizzare le regione cerebrali che possono causare la dislessia. Il nuovo studio ha unito le tecniche di rilevamento per mostrare per la prima volta sia la struttura del cervello che la sua attività localizzando una regione di materia grigia vicino alla parte posteriore della parte di sinistra della testa - la regione parietotemporale sinistra. Questo potebbe essere ora il 'punto x' da monitorare per vedere quali trattamenti, farmacologici o educativi, hanno maggiore successo. Precedenti studi su bambini dislessici avevano suggerito che vi fosse un'attività alterata in due regioni cerebrali. Ciò riguarda un calo dell'attività della corteccia parietotemporale sinistra verso la parte posteriore del cervello e l'aumento dell'attività nella parete anteriore del cervello, la corteccia frontale inferiore sinistra. La dislessia interessa tra il 5 ed il 17% della popolazione.

Fonte: Telegraph
FEBB. 07

CIBO E STILE DELLE STOVIGLIE

Quante decisioni prendete sull'argomento 'cibo' ogni giorno? Brian Wansink e Jeffery Sobal della Cornell University hanno posto questa domanda a 139 partecipanti ad una ricerca: in media, essi hanno risposto di prendere 14 decisioni al giorno. Ma quando è stato chiesto loro di entrare di più nei dettagli, di valutare il 'quando', il 'cosa', il 'quanto', il 'dove', il 'con chi' ecc., si è visto che la media delle decisioni da prendere sul cibo saliva a 226 al giorno, 59 delle quali si riferivano specificamente a quale tipo di cibo mangiare.

In altri quattro studi, i ricercatori hanno misurato la quantità di cibo mangiata da 379 partecipanti, la metà della quale è stata servita su un piatto o un contenitore per cibo particolarmente grande. I partecipanti che avevano queste porzioni più grandi del normale, hanno mangiato una media del 31 per cento in più, di ciascun alimento, rispetto ai partecipanti del gruppo di controllo. Ma la cosa sorprendente è che appena l'8 per cento di loro ha dichiarato di essersi accorto di aver mangiato più del normale. Una volta comunicata loro la notizia, relativa alla quantità di cibo ingerita in più, il 21 per cento ha continuato a negare che aveva mangiato più di quanto era abituato a fare. Tra coloro che hanno ammesso di aver mangiato di più, solo il 4% ha pensato che la ragione poteva essere nel piatto, più grande del normale. Tutti erano rano convinti di aver mangiato di più semplicemente perché avevano più fame del solito.

Avere una maggiore consapevolezza dunque sulle decisioni che prendiamo quotidianamente sul cibo e sui fattori che influenzano la nostra dieta potrebbe essere d'aiuto per la nostra salute.
Infatti, non solo non ci rendiamo conto di quante decisioni prendiamo quotidianamente sulla nostra alimentazione, ma tendiamo a sottovalutare completamente anche gli stimoli che ci vengono dall'esterno.

Fonte: Wansink, B. & Sobal, J. (2007). Mindless eating. The 200 daily food decisions we overlook. Environment and Behaviour, 39, 106-123.Related Digest items: The 'power of one': why larger portions cause us to eat more; Beware short wide glasses.
via BPS

n.d.b. Il consiglio dunque non può che essere, per chi deve perdere peso, di utilizzare piatti più piccoli: mangerà di meno, ma non se ne accorgerà!

Febb. 07

CIBO E TONO DELL'UMORE

La tristezza non solo spinge le persone a mangiare di più, ma anche a mangiare alimenti meno sani. Tuttavia, se le persone sono in possesso di informazioni nutrizionali sugli alimenti che consumano, riescono a porre un limite alla loro ricerca edonistica di soddisfazioni del palato.
Nell'edizione di gennaio del Journal of Marketing, Brian Wansink, John S. Dyson Professor of Marketing, Applied Economics and Management presso la Cornell e colleghi descrivono diversi studi che hanno messo a punto per verificare la relazione fra tono dell'umore e alimentazione. Per esempio, hanno reclutato 38 assistenti amministrativi per guardare un film ottimista e divertente (“Sweet Home Alabama„) ed uno triste e deprimente (“Love Story„). Durante le visioni dei films, ai partecipanti è stato offerto del popcorn imburrato e salato caldo e uva enza semi.
“Dopo che i film erano terminati e le lacrime erano state asciugate, si è visto che coloro che avevano guardato “Love Story„ avevano mangiato il 36 per cento in più di popcorn di coloro che avevano guardato “Sweet Home Alabama„ ha detto Wansink, autore del libro "Mindless Eating: Why We Eat More Than We Think" (Bantam Books trad: Mangiare senza farci caso: perché mangiamo più di quello che pensiamo). Gli spettatori di “Sweet Home Alabama„ hanno mangiato sia il popcorn sia l'uva, ma hanno consumato molta più uva mentre ridevano sulle scene del film, di quanto abbiano consumato il popcorn„.

Se ci si sente tristi o depressi, uno spuntino veloce, di buon gusto, dà infatti un immediato senso di euforia.

Per vedere se le informazioni nutrizionali influenzano in qualche modo il consumo dell'alimento, i ricercatori hanno offerto il popcorn a dei volontari che nel frattempo erano chiamati a svolgere una serie di compiti poco impegnativi, come scrivere o leggere la descrizione di quattro cose che li avevano resi felici (o tristi). I ricercatori hanno trovato che le persone di umore triste, all'oscuro di informazioni nutrizionali, mangiavano il doppio del popcorn delle persone che erano di buon umore. Nei gruppi di volontari ai quali era stato permesso di leggere le etichette nutrizionali dei prodotti alimentari tuttavia, le persone più allegre hanno mangiato una quantità di cibo quasi uguale a quelle di coloro che non conoscevano quanto scritto nelle etichette, mentre le persone tristi hanno posto drammaticamente un freno al consumo di questi alimenti ipercalorici, mangiando ancor meno popcorn delle persone felici.

“In conclusione, sembra che le persone felici evitino il consumo di alcuni alimenti e la presenza di informazioni nutrizionali non porta ad un cambiamento dei loro consumi di certi alimenti„ ha detto Wansink. “Mentre ciascuno di noi può desiderare un alimento sia quando è triste, sia quando è felice, è più probabile che mangi di più quando è triste" concludeWansink.

Conclusione: Poiché le informazioni nutrizionali non hanno effetto sulle persone felici, ma sembrano frenare i consumi alimentari delle persone più tristi, sarebbe bene che queste ultime conoscessero i valori nutritivi degli alimenti che mangiano.

Gli studi sono stati intrapresi con Nitika Garg dell'università de Mississippi e di J. Jeffrey Inman dell'università di Pittsburgh.

Link: Cornell University News Service

Fonte: Medical News
Febb 07

CORPO SESSUALE E CORPO MATERNO

Michel Foucault (La volontà di sapere, 1978 e L'uso dei piaceri, 1984, Feltrinelli) sosteneva che qualsiasi volontà di rappresentare noi stessi incorre inevitabilmente in una 'dietetica', cioè nella normazione interiorizzata di schemi, che limitano le possibilità di conoscenza, imprigionando l'esperienza corporea.
La dietetica agisce a livello culturale sui sistemi di pre-comprensione ed organizza dunque anche le modalità del'incontro sessuale ed i suoi esiti. Poiché tali sistemi sono però ancora controllati funzionalmente dall'universo maschile (che tuttora domina i processi di costruzione del sapere), la libertà della donna viene declinata in funzione di rappresentazioni e politiche che appaiono istanze inevitabilmente maschili.
(Per libertà della donna si intende qui la possibilità di armonizzare l'esperienza soggettiva e la conoscenza sociale).

Nella cultura contemporanea, per ciò che concerne i destini psicosociali femminili, la dietetica rispondente alle scienze mediche ha costruito per un verso la desomatizzazione e per l'altro la ricostituzione del rapporto sessuale e maternità.

La donna patisce la propria corporeità secondo l'imperativo della funzione sociale: il suo corpo viene 'calibrato' attraverso il sentimento del pericolo di malattia e la dipendenza da tutto ciò che promette futurizzazione in salute, per sé e per il nascituro.

La donna rinuncia alla 'sensazione propria' quale componente intrinseca dell'autoconsapevolezza grazie alla quale gestire il progetto di vita con autodeterminazione, sia nell'esperienza del rapporto d'amore con l'uomo, sia al frutto del rapporto (il figlio).

Sebbene le scienze mediche abbiano svincolato la storia femminile dalla prigionia e dalla gravidanza indesiderata, permettendo alla donna di gestire la maternità indipendentemente dalle limitazioni psicologiche e biologiche, il corpo della donna è stato comunque consegnato, dalla morale più potente (quella scientifico-tecnologica) alla medicalizzazione. Come sostiene anche Silvia Vegetti Finzi (Il corpo della donna cme posta in gioco del conflitto fra i sessi, in Metis, Corpi soggetto, Franco Angeli), il corpo della donna è ostaggio del conflitto fra i sessi. Cosa significa tutto ciò?

Significa che alla donna è richiesto un profondo lavoro di autocoscienza per prendere possesso della propria rappresentazione del corpo e per poter dominare l'uso delle tecnologie mediche, senza perdere l'appartenersi.

Lo sviluppo della cultura scientifico-tecnologica non ha liberato la donna dalle più antiche (eppur attuali) condizioni di sottomissione al potere maschile, sviluppate in seno alla cultura tradizionale, ma l'ha resa addirittura ancor più dipendente dalle modalità in cui il potere viene socialmente amministrato. Il potere è ancora sostanzialmente maschile e le violenze sulla donna vengono esercitate passando attraverso la cultura della reificazione del corpo, che viene considerato solo in quanto oggetto fisico. Questo corpo desoggettivato è, indubbiamente, più facilmente amministrabile quale strumento per il perseguimento degli scopi di chi ha il potere di amministrarlo.

La desoggettivazione tecnologica ha anestetizzato la rappresentazione di sé rispetto al riconoscimento del bisogno: prima del piacere il dovere e, quando si è goduto, si devono applicare le tecniche emetiche più efficaci per non trattenere l'oggetto che ha procurato appagamento. (Sintomi peculiari di questa condizione culturale del corpo tecnologico femminile sono l'anoressia e la bulimia).

Il corpo della donna è 'cosa muta', mater-materia, disponibile quale strumento per il perseguimento di fini a lei estrinseci.

Fonte: I. Testoni e I. Pogliani, Corpo sessuale e Corpo materno. Le rappresentazioni di donne vittime della tratta per lo sfruttamento sessuale. Ed. Cic, Riv. Sessuologia, vol. 30 n. 2, 2006

SESSO IN GRAVIDANZA

Molte mamme in attesa si chiedono se l'essere sottoposte a stress in gravidanza può in qualche modo influire sul proprio bambino. Ci saranno rischi per lui/lei? Ci saranno maggiori problemi? Finora non c'è una risposta certa a questo angosciante quesito. Un servizio della BBC si è recentemente occupato della ricerca in quest'area. Sembra comunque, da uno studio recente, che donne che sperimentano situazioni di tensione e di stress durante la gravidanza abbiano figli con un QI più basso ed una maggiore predisposizione all'ansia. Il lavoro sembrerebbe suggerire che vi sia effettivamente un fattore di rischio per queste gravidanze poco serene, ma il Professor Glover fa notare che non possano essere dimenticati, nella valutazione finale, anche i fattori genetici e la qualità dell'ambiente domestico, una volta che il bambino sia nato, come fattori particolarmente determinanti per lo sviluppo complessivo del bambino.
Genn 07

SITI PRO-DISORDINI ALIMENTARI

Circa un terzo degli adolescenti che soffrono di disturbi alimentari hanno visitato i siti "pro-eating-disorders", cioè quelli che promuovono il comportamento alimentare patologico, come quello dell'anoressia e della bulimia. Questi siti, come si può immaginare, hanno un impatto negativo sui pazienti, sia per la complessiva durata della malattia sia per l'apprendimento di nuove tecniche per la perdita di peso. Questo è il succo di un articolo pubblicato nel numero di Dicembre della rivista Pediatrics.
Ma quello che è più grave, è che molti genitori non conoscono nemmeno l'esistenza di questi siti.
Rebecka Peebles, della Stanford University School of Medicine in Mountain View, California ed i suoi collaboratori, hanno somministrato questionari anonimi a 182 soggetti con disturbi alimentari e ai loro genitori (76 pazienti e 106 genitori) sull'utilizzo di questi siti. Il 35,5 per cento dei pazienti ha riportato di aver visitato questi siti "pro-disorder", il 41 per cento ha visitato quelli in cui viene invece consigliato il ricovero, il 25 per cento ha visitato entrambi. Metà dei soggetti non ne aveva visitato nessuno.
Quasi tutti (96 per cento) i pazienti che avevano visitato i siti che promuovono il disturbo alimentare hanno dichiarato di aver appreso nuove tecniche per perdere peso attraverso purghe, sebbene circa la metà di coloro che hanno visitato i siti "pro-recovery" (46,4 per cento) abbiano ugualmente dichiarato di aver appreso da questi siti nuovi sistemi per perdere peso. Coloro che avevano visitato i siti pro-disorder hanno affrontato una malattia più lunga, e trascorso meno tempo facendo i compiti, mentre coloro che visitavano entrambi i siti avevano un tasso di ospedalizzazione più elevato. Circa il 52,8 per cento dei genitori conoscevano l'esistenza di questi siti internet pro-anoressia e pro-bulimia, ma il 62,5 per cento non conosceva l'esistenza dei siti pro-ricovero.

Fonte: Mental Help

CANCRO E DEPRESSIONE

E' stato messo a punto uno strumento per scoprire casi di depressione in pazienti ammalati di cancro. E' una iniziativa dell'Università di Liverpool, che migliorerà largamente l'abilità dei pazienti di comprendere meglio la propria malattia. La depressione colpisce il 25% dei pazienti con cancro avanzato (la fase in cui il cancro ha cominciato a produrre metastasi), ma è difficile da diagnosticare perché può essere confusa con la normale 'tristezza' legata ai vissuti di chi è consapevole di avere una malattia allo stato terminale.
Lo strumento è stato applicato anche su pazienti di altre malattie gravi, quali il morbo di Parkinson e le malattie cardiache croniche. Si chiama 'Brief Edinburgh Depression Scale' (BEDS)- ed include una scala capace di valutare lo stato mentale del paziente di cancro, il livello di infelicità e gli eventuali propositi suicidari. Gli effetti della depressione possono essere difficili da curare, diversamente dai sintomi fisici di una malattia terminale come il cancro. Se la depressione viene correttamente diagnosticata, in modo che sia possibile effettuare un trattamento, sia farmacologico che psicoterapeutico, questo migliorerà in ogni caso le condizioni del paziente. Le BASI è stata provata su 246 pazienti con cancro avanzato. Un quarto di loro hanno ricevuto una diagnosi di depressione che precedentemente non era stata diagnosticata. Il professor Lloyd-Williams ha aggiunto: “La depressione ha un effetto enorme su pazienti con cancro avanzato: può influenzare la severità del dolore e degli altri sintomi e ridurre notevolmente la qualità della vita. Speriamo che il nostro test sia introdotto come parte sistematica della cura del cancro, in modo che la qualità della vita dei pazienti possa essere migliorata. La ricerca è stata pubblicata sul Journal of Affective Disorders.

Fonte: Eurekalert
Genn. 07

TROVATA L'AREA CEREBRALE CHE REGOLA LE DIPENDENZE?

Forse potrebbe essere stata individuata la sede delle dipendenze nel cervello umano. Dei ricercatori americani affermano che una parte precisa del cervello, l'insula, sembra apparentemente legata alla dipendenza da nicotina. I lavori di un gruppo di ricerca della Università della California del Sud mostrano che le persone che hanno questa zona cerebrale danneggiata non provano più il desiderio di fumare. I ricercatori hanno studiato i casi di 69 pazienti fumatori di lungo periodo che avevano subito dei danni cerebrali. Questi danni riguardano l'insula in 19 casi. Non meno di 13 (68,4 %) di questo gruppo hanno smesso immediatamente di fumare e 12 di loro ci sono riusciti con grande facilità, dicendo di aver perduto il desiderio di accendersi una sigaretta.
Come si sa, per smettere di fumare, come per qualsiasi altra dipendenza, è importante che non vi sia più quel desiderio irresistibile che non permette di controllarsi. Per il momento la ricerca si concentrerà nella misurazione delle attività di questa regione nel cervello nelle terapie antitabacco. In futuro, se questi dati verranno confermati, potrebbero nascere dei farmaci ad hoc per combattere le dipendenze.

Fonte: Radio Canada
Genn. 07

IL PIANTO

K. Jaspers (psicopatologia generale 1913-1959, ed. Il pensiero Scientifico) scrive che : "il riso e il pianto sono piccole catastrofi della vita corporea, nelle quali questa, essendo senza via d'uscita, in un certo senso si disorganizza. Questa disorganizzazione è anche un simbolo, come vi è del simbolismo in ogni mimica, ma nel riso e nel pianto essa non è trasparente, perché entrambe le risposte sono al limite. Il riso e il pianto esistono solo nell'uomo e non negli animali, e sono quindi assolutamente umani".
Il pianto è un comportamento espressivo, caratterizzato da secrezione lacrimale, modificazione della respirazione e compartecipazione di tutto il corpo che esprime, come il riso, una reazione emotiva tesa a scaricare tensione. Le lacrime hanno anche lo scopo di pulire e lubrificare gli occhi, ma soprattutto portano con sé ormoni ed altre proteine prodotti durante il periodo di stress: l'espulsione di questi prodotti ha l'effetto catartico che ben conosciamo.

I CAPI NON ASCOLTANO

Secondo Adam Galinsky che, con i suoi colleghi della New York University e di Stanford, ha cercato di misurare la capacità di avvicinarsi ai dipendenti da parte di chi esercita un ruolo di comando. Se ne parla su Livescience.com : ad un gruppo di 57 volontari è stato chiesto di scrivere la lettera E, e a seconda del suo orientamento gli studiosi hanno dedotto il grado di attenzione rivolto al prossimo. Gli psicologi sono partiti dal presupposto che una E rivolta verso sé stessi ha un significato differente da una E rivolta verso altre persone.
Attraverso la produzione di queste E, si è visto che le persone con esperienze di potere sono decisamente più concentrate su sé stesse rispetto agli altri.
Successivamente, Galinsky ha sottoposto il campione di volontari alla prova delle espressioni facciali, mostrando loro una serie di volti con vari stati d’animo: tristezza, emozione, paura, sconforto, allegria. E anche a questo proposito i potenti sono risultati poco intuitivi nell’indovinare gli stati emotivi, sbagliando molto più dei «non-capi». Anche la prova dell’empatia ha svelato una certa lontananza da parte dei leader, troppo presi a capire il loro mondo per accorgersi di quello altrui.

Fonte: Corriere della Sera
Genn 07

GLI OTTIMISTI VIVONO PIU' A LUNGO

Uno studio condotto da ricercatori olandesi ha scoperto che le persone che sono pessimiste di temperamento hanno maggiori probabilità di morire di problemi di cuore ed altro di coloro che sono ottimisti.

Lo studio, condotto dal Dr. Erik J. Giltay dello Psychiatric Center GGZ Delfland è stato pubblicato negli Archives of General Psychiatry. Esso ha interessato 941 soggetti olandesi, di età compresa fra i 65 e gli 85, dal 1991 al 2001. Essi erano stati suddicisi in due gruppi di ottimisti e pessimisti a seconda delle risposte che avevano dato a frasi tipo 'non ho più speranze per il futuro', oppure 'la vita è piena di promesse' e simili. il Dr. Giltay ha scoperto che gli ottimisti hanno il 45 % in meno di probabilità di morire dei pessimisti cronici. La percentuale di decessi, fra gli ottimisti era del 30.4 per cento, fra i pessimisti del 56.5 per cento.



Il Dr. Giltay ha controllato diversi fattori di rischio, che andavano dalla pressione del sangue, al tasso di colesterolo, al fumo, il consumo di alcol ecc. Questi fattori non si sono mostrati tuttavia altrettanto significativi come quelli dovuti al pessimismo o all'ottimismo.

Fonte: New York Times
GENN. 07

BILINGUISMO E SENILITA'

La pratica del bilinguismo permette di ritardare la senilità, secondo uno studio di un istituto canadese di ricerca i cui risultati sono stati appena divulgati. Parlare due lingue anziché una sembra essere associato ad un ritardo nello sviluppo della senilità ha dichiarato Ellen Bialystok, professoressa all'Università di York. In un gruppo di 184 persone, tutte con problemi cognitivi, i sintomi di senilità facevano, in media, la loro apparizione, intorno ai 71,4 anni tra chi parlava una sola lingua e a 75,5 anni fra i bilingui.
Questa differenza tiene conto del livello di istruzione, del sesso, del livello socio-economico, del sesso e del Paese di origine delle 184 persone studiate.

Ebbene: per allontanare l'età senile, nessun trattamento farmacologico ha un effetto così spettacolare come il bilinguismo, secondo i risultati dei ricercatori canadesi, che a febbraio pubblicheranno questo studio sulla rivista Neuropsychologia. Lo studio è stato condotto dal Rotman Research Institute, un organismo di Ricerca associato all'Università di Toronto.

Fonte: Cyberpresse
Genn. 07


L'IDENTITA'

Con il termine 'identità' in psicologia si intende l'identità personale, ossia il senso del proprio essere, continuo attraverso il tempo e distinto, come entità, da tutte le altre.
I filosofi J. Locke e D. Hume avevano parlato dell'identità come costruzione della memoria, ovvero nella relazione che la memoria instaura tra le impressioni continuamente mutevoli e tra il presente e il passato.
Si tratterebbe pertanto di un meccanismo psicologico, che non autorizza a postulare un0identità sostanziale (come ad esempio potrebbe essere l'anima) a fondamento dell'Io. L'Io sarebbe solo una 'collezione' di impressioni, continuamente mutevoli
Questa riflessione filosofica è stata sostanzialmente accolta dalla psicologia, che parla di identità e di crisi di identità in ordine alla solidità o alla fragilità di questa costruzione.
L'identità conscia è la riflessione che il soggetto fa sulla propria continuità temporale e sulla sua differenza dagli altri. L'identità, secondo E. Jacobson è "il sentimento di sé" e secondo M. Mahler "la prima consapevolezza del senso di essere".
Secondo E.H. Erikson molti aspetti dello sviluppo dell'Io si possono formulare in termini di crescita del senso di identità, che va incontro a crisi di vario genere, specie nell'età evolutiva.
In effetti, la formazione dell'identità avviene nei primi anni di vita del bambino, quando con la scoperta del mondo degli oggetti ("relazione oggettuale") e la distinzione fra questo e il proprio sé, fisico e mentale, nasce il sistema dell'Io. Per parlare del processo di cotruzione dell'identità, ivi compresa l'identità sessuale, si deve far riferimento alle fasi di sviluppo psicologico del bambino ed in particolare all'identificazione col genitore, graie al quale vengono assimilati aspetti, proprietà, attributi della persona, che diventa un modello.
La formazione del senso di identità vero e proprio, che comporta autonomia e indipendenza, ha inizio nel momento in cui l'identificazione col genitore volge al termine, cioè quando si è avuto un passaggio attraverso le fasi di separazione-individuazione nel rapporto con la figura materna (o della persona che si prende cura del bambino).
Esiste anche un'identità inconscia, di cui ha parlato C.G. Jung, ovvero un tipo di identità che consiste in un'uguaglianza inconscia con gli oggetti. E' un'uguaglianza data a priori, che non rientra nell'ambito della coscienza. Scrive Jung in Tipi psicologici (1921): "Sull'identità si basa l'ingenuo pregiudizio che la psicologia dell'uno sia uguale a quella dell'altro, che dappertutto valgano gli stessi motivi, che ciò che piace a me debba ovviamente piacere anche agli altri, che ciò che è immorale per me debba esserlo anche per gli altri...".
In psichiatria, il senso dell'identità è legato al mantenimento della coscienza dell'Io. La perdita della coscienza dell'Io determina la depersonalizzazione, intesa come frattura e vissuto di non-appartenenza rispetto ai propri eventi psichici (K. Jaspers) o estraneamento (K. Schneider).
La depersonalizzazione è un'esperienza di distacco ed estraneità nei confronti della propria identità psichica, del proprio corpo, del mondo esterno, come se la naturale relazione dell'Io con questi tre aspetti della realtà si incrinasse o si rompesse.
Tutti i quadri psicopatologici presentano, anche se in modo diverso, un disturbo dell'identità e della coscienza dell'Io.

LA DIAGNOSI PSICOLOGICA

'Diagnosi' è una parola di origine greca, già utilizzata nella medicina antica con il significato di 'riconoscimento'. Con la diagnosi si tratta infatti di riconoscere dei segni, assunti come indizi per la valutazione di facoltà specifiche, o del quadro globale della personalità (in questo caso si parla di 'diagnosi psicologica'), oppure dei sintomi di funzioni alterate riconducibili a entità nosologiche di cui si conoscono a grandi linee il decorso e l'esito.

Nel tentativo di rendere più omogenei i criteri diagnostici in psichiatria, l'American Psychiatric Association ha pubblicato il manuale diagnostico e statistico (DSM), con lo scopo di mettere a punto nuovi metodi di classificazione e un nuovo glossario, che potesse essere davvero universale.

Si tratta di un manuale che raccoglie attualmente più di 370 disturbi mentali, descrivendoli in base alla prevalenza di determinati sintomi (per lo più quelli osservabili nel comportamento dell'individuo, ma non mancano riferimenti alla struttura dell'Io e della personalità). Data la sua origine scientifica di natura statistica, è considerato uno degli strumenti più attendibili per diagnosticare un disturbo mentale, e quindi ampiamente utilizzato come referente per la scelta di una determinata terapia, soprattutto quella farmacologica.

La prima edizione del manuale (DSM-I) risale al 1952, e fu redatto dall'American Psychiatric Association (APA). Nel corso degli anni il manuale è stato migliorato ed arricchito con riferimenti allo sviluppo attuale della ricerca psicologica in numerosi campi, ma anche con nuove definizioni di disturbi mentali: la sua ultima edizione, risalente al 1994 (DSM-IV) classifica un numero di disturbi mentali pari a tre volte quello della prima edizione. (Il DSM V uscirà nel 2011).

Politicamente, il DSM è uno strumento molto importante perché determina la linea di confine fra normalità e patologia, indica ciò che deve essere curato e come.

Vista l'importanza che uno strumento del genere viene ad assumere a livello di cultura scientifica mondiale, il DSM è oggetto di numerose critiche, che ne contestano soprattutto gli aspetti freddamente statistici, che difficilmente possono essere riscontrabili in un individuo, con la sua storia personale.

La sua struttura segue un sistema multiassiale: divide i disturbi in cinque Assi, così ripartiti:
ASSE I: disturbi clinici, caratterizzati dalla proprietà di essere temporanei o comunque non "strutturali"
ASSE II: disturbi di personalità e ritardo mentale. Disturbi stabili, strutturali e difficilmente restituibili ad una condizione "pre-morbosa"
ASSE III: condizioni mediche generali
ASSE IV: problemi psicosociali e ambientali
ASSE V: valutazione globale del funzionamento

Per fare qualche esempio, il DSM inserisce nell'ASSE I disturbi come schizofrenia ed altre forme di psicosi, nell'ASSE II invece sono raccolti disturbi di personalità come quello borderline o quello paranoide.

Generalmente il DSM richiede un cut-off, un numero minimo di sintomi raccolti per poter effettuare una corretta diagnosi.



Di solito il DSM richiede un periodo minimo di presenza dei sintomi per poter effettuare una diagnosi (si parla di alcuni mesi). Altri criteri di esclusione sono l'età di insorgenza del disturbo (per i disturbi di personalità ad esempio si richiede l'insorgenza nell'adolescenza) ed una diagnosi differenziale rispetto a disturbi che potrebbero essere accomunati dagli stessi sintomi

In Europa spesso si utilizza, in alternativa, l'ICD, è la versione più recente del criterio diagnostico dell’Organizzazione Mondiale della Sanità; esso riguarda la classificazione di tutte le patologie mediche, non solo quelle psichiatriche.

Vediamo ad esempio un caso di 'personalità schizoide' secondo il DSM IV e l'ICD.

DSM IV

Un soggetto viene definito 'schizoide' se presenta almeno quattro sintomi fra i seguenti:
1. Il soggetto non prova desiderio o piacere ad avere relazioni strette con altre persone, inclusa la famiglia
2. Predilige quasi sempre attività solitarie o che implicano relazioni del tutto superficiali.
3. Ha poco o nessun interesse in relazioni ed esperienze sessuali reali.
4. Non prova vero piacere in nessuna o quasi attività.
5. Manca di amicizie strette o confidenti oltre ai parenti di primo grado.
6. Appare emotivamente indifferente a critiche o elogi.
7. Dimostra “freddezza” emozionale, distacco oppure piattezza emotiva.

ICD

In questa classificazione la voce "disturbo schizoide di personalità" è definito come il quadro sintomatico caratterizzato dalla presenza continuativa di almeno tre dei seguenti sintomi:

1. Freddezza emozionale,distacco o ridotta affettività.
2. Limitata capacità di esprimere sentimenti sia positivi sia negativi verso gli altri.
3. Significativa preferenza per le attività solitarie o di scarso impegno partecipativo.
4. Mancanza (o numero ridottissimo) di amicizie o relazioni strette, e assenza del desiderio di averne.
5. Marcata indifferenza a elogi o critiche.
6. Il soggetto non ricava piacere da nessuna o qasi nessuna attività.
7. Indifferenza a norme comportamentali e convenzioni sociali.
8. Eccessive preoccupazioni verso fantasie o pensieri introspettivi.
9. Scarso desiderio di esperienze sessuali che coinvolgano un'altra persona.

Come si vede, nell ICD-10 i parametri sono nove anziché i sette del punto A del DSM IV-TR. L'ICD-10 include due criteri comportamentali: l'indifferenza a norme e convenzioni sociali e l’espressione di emozioni intense riguardo ad altri.

Sebbene il DSM abbia il merito di aver creato un linguaggio e criteri univoci per potersi intendere, le critiche sono numerose. Non a tutti sembra uno strumento adeguato per valutare la situazione clinica di una persona: la sua struttura è rigidamente statistica, la scelta dei cut-off appare discutibile, vengono trascurate le caratteristiche soggettive del paziente, gli effetti della sua esperienza, la sua storia personale.

Altre critiche riguardano più direttamente la dimensione etica: la metà degli psichiatri che hanno partecipato alla stesura dell'ultima edizione del DSM ha avuto rapporti economici (tra il 1989 e il 2004, con ruoli di ricercatore o consulente) con società farmaceutiche. Si tratta di tutti gli psichiatri che hanno curato la sezione sui disturbi dell'umore e sulle psicosi del manuale, definizioni di disturbi che in quegli anni si sono accompagnate all'impennata nelle vendite di farmaci "appropriati". Queste scoperte hanno fatto tornare in auge il tema delle "malattie create a tavolino", (ad esempio attraverso un semplice "accorciamento" del cut-off per l'inclusione in una diagnosi) negli ultimi anni per lanciare nuovi farmaci, come il discusso caso del Disturbo Dell'Attenzione trattato in poco tempo con l'uso di un eccitante del SNC, il Ritalin.

AMARE E'... CELEBRARE LE BUONE NOTIZIE

Gli psicologi che studiano le relazioni di coppia si interessano da lungo tempo su tenere in piedi la relazione, malgrado le difficoltà finanziarie, lo stress da lavoro, le crisi provocate dall'educazione dei figli. Come fanno le coppie a restare unite, malgrado tutto questo? Alcuni psicologi dell'Università di California l'hanno appena scoperto: la longevità della coppia dipende da come i due partner reagiscono alle buone notizie, e non alle cattive. Reagire con eccitazione e fierezza ai successi e alle gioie dell'altro migliora la relazione. Al contrario, essere acquiescenti, passivi, o peggio indifferenti alle buone notizie, può minare la vita della coppia. Conta di più insomma celebrare le buone notizie che evitare le cattive notizie. Si stima che, nella maggior parte delle coppie, gli avvenimenti positivi superano largamente quelli negativi, secondo una percentuale di quattro a uno.

Fonte: Cyberpresse
Genn 07

I LAVORI ATIPICI FANNO MALE ALLA SALUTE

Uno studio sulla salute dei lavoratori ha scoperto che le persone che svolgono un lavoro temporaneo hanno maggiori probabilità di avere problemi di salute di coloro che svolgono un lavoro a tempo indeterminato. La Dr.ssa Vanessa Gash della Scuola di Scienze Sociali, presso la University of Manchester ha impiegato due anni per esaminare le statistiche relative alla salute di lavoratori spagnoli e tedeschi. Questo studio segue una ricerca analoga condotta in Scandinavia, che aveva scoperto come i lavoratori a tempo determinato avessero maggiori probabilità di morire in seguito a problemi causati da alcol e fumo, dei lavoratori a tempo indeterminato.

“Trovare un lavoro fa bene alla salute, ma se è un lavoro temporaneo gli effetti sono meno significativi, specialmente per soggetti di sesso maschile" dice la Gash. La perdita del lavoro alla scadenza del contratto porta allo stato di disoccupazione, il che provoca un deterioramento degli indicatori della salute complessiva dell'individuo. Lo stress può essere legato anche alla scarsa qualità di questi lavori temporanei, peraltro pagati poco. In Spagna, dove è stato condotto parte del lavoro di questo team di ricerca, un terzo dei lavoratori sono a tempo determinato, ma la cosa è altrettanto frequente nel Regno Unito, come dimostra uno studio della Comunità europea sulle nuove forme atipiche del lavoro, che includono i freelance e i lavoratori interinali, forme di impiego che sono cresciute del 40% nel 2005, in tutte Europa.

Fonte: Medical News
Link: http://www.manchester.ac.uk
Genn. 2007
 

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