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CONOSCERSI A FONDO CON IL MANDALA
mandala è un termine sanscrito indicante un’immagine simbolica fondata
sulle figure geometriche del cerchio e del quadrato, intesa a
rappresentare le relazioni intercorrenti tra i diversi piani della
realtà.
Questa immagine religioso-estetica è caratteristica del buddismo ed in
particolare del tantrismo. Il mandala ha seguito la diffusione di
queste correnti religiose dall’India a Giava, in Cina, Tibet, Giappone
ecc. I mandala venivano tracciati a terra con polveri colorate, o
dipinti, o potevano perfino costituire la pianta di edifici, come il
celebre Borobudur di Giava; ne esistono infinite varietà, dalle
semplici figure geometriche a quelli in forma di loto o di ruota, a
quelli che sullo schermo geometrico innestano elementi di paesaggio e
personaggi, anche molto numerosi. Ad esempio il mandala Vairadhatu
(cerchio del diamante) contiene, nella forma assunta in Giappone, 1314
divinità.
Nell’esperienza religiosa orientale, i mandala venivano utilizzati per
delimitare uno spazio sacro o, più sovente, per aiutare il meditante a
visualizzare in modo simbolico i diversi piani della realtà e le loro
reciproche relazioni, fino a cogliere sinteticamente, dopo il lungo
itinerario interiore, la realtà suprema dell’intero universo.
La psicologia analitica junghiana considera il mandala una forma
archetipica dell’inconscio, presente quindi sotto forme diverse (come,
per esempio, le piante centrali di numerosi villaggi primitivi o i
rosoni gotici) in tutte le culture e nella psiche individuale, dove
rappresenta l’immagine simbolica e onirica del raggiunto equilibrio
con il Sé, di una globalità interiore armonica ed equilibrata.
Jung stesso, dopo un lungo periodo di depressione e di ricerca
interiore, ebbe l'impressione di essere uscito da questa lunga notte
in seguito alla comparsa, nei suoi sogni, del mandala (in una forma
più o meno simile alle figure che si trovano rappresentate in India o
in Tibet e usate, non a caso, per secoli dagli asceti e dai mistici
per facilitare la contemplazione).
Secondo Jung, quando l’individuazione è pienamente raggiunta, l’Io non
è più il centro della personalità, ma è come un pianeta che ruota
intorno ad un pianeta invisibile, il Sé. L’individuo acquista infatti
un maggiore equilibrio e non teme più la morte, perché trova sé stesso
e il vero legame con gli altri esseri umani. Jung non esita a parlare
di ‘saggezza’, dichiarando che “il termine naturale della vita non è
la senilità, ma la saggezza”.
Dunque, secondo la psicolologia junghiana, un progresso
nell’individuazione si manifesta spesso nella coscienza mediante la
comparsa di questa immagine archetipica del Sé. Tra queste immagini,
particolarmente frequenti, oltre al mandala, vi sono la Quaternità e
il Fanciullo Divino. Il processo di individuazione a volte può
arrestarsi: compito dello psicoterapeuta è allora quello di aiutare il
paziente a liberare il cammino dagli ostacoli che impediscono un
continuo sviluppo della personalità.
Per comprendere lo stato della propria vita spirituale, si può provare
a disegnare un mandala, dove i principali interessi e le attività
preferite della persona vengono indicati al centro e poi, man mano, si
procede verso la periferia, indicando ciò che conta progressivamente
di meno nel proprio ‘mandala personale’.
Ovviamente questo disegno molto speciale può essere eseguito in
coppia, per ottenere gli stessi vantaggi e gli stessi scopi. Si
possono usare penne, pastelli, acquarelli, ecc. Per fare i cerchi
occorre servirsi di un compasso. Il miglior ‘setting’ per creare un
mandala è uno spazio privato dove non si venga interrotti da alter
persone.
Ovviamente non esiste un mandala ‘giusto’ e uno ‘sbagliato’: occorre
lasciarsi guidare dall’istinto, in modo che l’inconscio possa trovare
una sua espressione. Dopo aver finito il mandala, occorre dargli un
titolo, senza però pensarci troppo. Si può anche scrivere la data in
cui si è costruito il proprio mandala.
A questo punto comincia l’osservazione: che colori sono stati
utilizzati? Quali sono i colori predominanti nell’immagine? Scrivere
le proprie sensazioni, i propri ricordi, relativi ad ogni colore e
ogni imagine utilizzata. Compilando questa specialissima lista di
notizie e osservazioni, si scoprirà molto di quello che riguarda la
propria personalità (o la propria coppia): il mandala creato è una
proiezione del proprio Sé, (oppure è un simbolo di come due partner
sentono e vivono la propria coppia: si è andati d’accordo nel crearlo,
ci sono state discussioni ? Quali?)
Partendo dal mandala si può esplorare tutta la propria vita interiore
(o il proprio rapporto di coppia) per comprendersi meglio e migliorare
la qualità della propria vita.
Fonti:
AAVV Dizionario Garzanti di Filosofia e Psicologia, Garzanti
Galimberti U. Dizionario di Psicologia, De Agostini
Ellenberger, La scoperta dell’Inconscio, Boringhieri
Wikipedia http://en.wikipedia.org/wiki/Mandala
Geocities http://www.geocities.com/plansze/mandala.html
MAG 07
LE DONNE SONO PIU' BRAVE NEL RICONOSCERE LE FACCE
Le donne si ricordano le facce meglio degli uomini, forse perché sono
più interessate agli aspetti sociali del mondo. Lo dicono Jenny
Rehnman e Agneta Herlitz che hanno chiesto a 212 persone svedesi,
donne e uomini, di ricordare 60 facce di persone che gli erano state
mostrate in precedenza. Le partecipanti donne si sono rivelate molto
più brave degli uomini in questa performance, specialmente per i volti
femminili. Gli uomini, al contrario, non si sono mostrati più bravi
nel riconoscere volti maschili: anche loro hanno avuto migliori
prestazioni nel riconoscimento di facce femminili. Comune a uomini e
donne è invece la capacità di ricordare meglio i volti, relativi a
soggetti adulti e bambini, del proprio gruppo etnico.
Rehnman, J. & Herlitz, A. (2007). Women remember more faces than men
do. Acta Psychologica, 124, 344-355 via BPS
MAG 07
MORIRE DAL RIDERE
Può essere contagioso, può condurre alle lacrime. Può essere perfino
curativo. Ma può anche far morire... O no? E' solo un modo di dire?
Ridere è sicuramente una cosa molto divertente. Da sempre linguisti e
lessicografi tentano di darne una definizione concisa e soddisfacente,
con più o meno fortuna. « Esprimere la gioia attraverso l'espressione
del viso, alcuni movimenti della bocca e dei muscoli facciali, con
espirazioni irregolari più o meno rumorose» : questa è la traduzione
dal francese della definizione di 'ridere' data da Le Petit Robert.
Ridere è un'emozione, sollecitata dall'emisfero cerebrale destro e
dalla parte inconscia del cervello, il che spiega perché il riso è
così incontrollabile e comunicativo, ma anche perché non tutti ridono
per le stesse cose. Nel ridere si attivano diversi muscoli: quelli del
viso, della laringe, i muscoli della respirazione e il diaframma, gli
addominali ed i muscoli degli arti. I piccoli muscoli del viso, come
quelli zigomatici o i frontali, i temporali quelli che attivano le
labbra o le pupille, tutti si contraggono. Gli angoli della bocca e
delle pupille si inclinano verso l'alto ed appare il sorriso. Nello
stesso tempo, i muscoli della mascella si rilassano e le corde vocali
ed i muscoli della laringe si preparano alle 'vocalizzazioni' del
ridere. Queste appaiono quando il diaframma inizia delle contrazioni
più brevi, ma più intense, intervallate da profonde ispirazioni. I
muscoli respiratori della gabbia toracica accompagnano il movimento.
Ridere è come un'onda che solleva l'acqua immobile nella quale viene
gettato un sasso e che si estende sempre più. Così il riso si diffonde
in tutto il corpo ed in tutta la muscolatura. Le spalle si scuotono,
la testa dondola, le mani si distendono e possono aprirsi e lasciar
cadere ciò che tenevano. Anche le gambe possono 'fare cilecca' ed
obbligare la persona che ride a mettersi seduta, per non cadere. Altra
conseguenza del ridere è il ritmo cardiaco, che prima si innalza, per
poi abbassarsi in modo durevole. Le arterie e le vene si dilatano e la
pressione diminuisce. I bronchi si aprono e la ventilazione polmonare
aumenta.
E' tutto ciò che comporta i benefici effetti del riso.
Le conseguenze del riso interessano anche gli aspetti cerebrali,
perché si permette la liberazione di endorfine e si stimola la
produzione di catecolamine. Ridere fa bene per l'appetito, il sonno,
le capacità intellettuali. La terapia del riso è ovunque apprezzata
per i suoi benefici effetti, sia quando viene applicata all'interno di
una struttura ospedaliera, sia quando la si usa per corsi aziendali.
I casi di decessi dopo una risata sono davvero pochi e pochissimo
documentati. Ridere non esiste fra le cause della mortalità: non è
contemplato.
Oggi sappiamo che non solo l'essere umano, ma anche altri animali
ridono: ad esempio i roditori, che emettono dei suoni che noi non
sentiamo, ma che sembrano assolutamente tipici del riso. A questo
punto è solo l'umorismo, non la risata vera e propria, che resterà
'tipico' della specie umana?
Fonte: Le Figaro
MAG 07
COME SI FA UNA RICHIESTA CONTA PIU' DELLA RICHIESTA STESSA
Una semplice richiesta, fatta nel modo sbagliato, può creare un
conflitto fra persone che interagiscono. Una nuova ricerca, finanziata
dall'Economic and Social Research Council (ESRC) cerca di capire
meglio il modo in cui avvengono incomprensioni nella vita di tutti i
giorni.
I risultati rivelano che si cerca attivamente di esprimersi nella
forma corretta, per evitare problemi e incomprensioni. Condotta in sei
paesi europei, la ricerca suggerisce di migliorare lo stile delle
forme di cortesia, quando ad esempio bisogna chiedere qualcosa. Un
conto è dire 'passami lo zucchero' ed un conto è dire 'potresti, per
favore... Ti dispiacerebbe, per cortesia, ecc.)
Questo vale soprattutto per gli immigrati: un corretto modo di
esprimersi potrebbe migliorare le relazioni interculturali. Il
Professor Paul Drew della University of York parla di un "principio di
coesione sociale" legato alla conversazione.
La ricerca si è focalizzata sulla modalità di fare offerte, richieste
e proteste: questi sono gli aspetti del discorso che più degli altri
causano difficoltà. Analizzando i contesti delle conversazioni
infatti, i ricercatori hanno scoperto che le persone si correggono
molto spesso, per cercare di usare sempre la forma considerata 'corretta',
perché come si fa una richiesta conta molto più di quello che si
chiede.
Fonte: Eurekalert
MAG 07
FARE I FIGLI TARDI RENDE PIU' FELICI GLI ANNI D'ARGENTO
Secondo una sociologa della University of Michigan, Amy Pienta, "Non è
particolarmente importante se una donna ha avuto figli o no: non è
questo che determinerà il suo benessere psicologico quando sarà più in
là con gli anni. Quello che è importante invece è se ha o no un
marito, un altro significativo o una rete di relazioni in età adulta".
Pienta, ricercatrice presso lo U-M Institute for Social Research, è
co-autrice di uno studio che analizza le implicazioni del non avere
figli, della pianificazione delle nascite, della situazione coniugale
sul benessere psicologico delle donne di mezza età. Lo studio, che
sarà a breve pubblicato sull'International Journal of Aging and Human
Development, analizza un campione di donne di età compresa fra i 51 ed
i 61 anni, partendo da due studi effettuati a livello nazionale.
Queste donne erano ragazze negli anni cinquanta, un periodo in cui ci
si sposava presto e si avevano figli, in genere, fra i 19 ed i 24
anni.
Alle donne è stato chiesto se erano felici, se si sentivano sole e
depresse, se erano soddisfatte della loro vista familiare e della vita
in generale. Ebbene, le donne senza figli, confrontate con donne che
ne avevano avuti, sono apparse meno felici e più depresse, sostiene la
Pienta, ma quando ci si è occupati dei fattori socioeconomici e della
situazioni coniugale, non c'erano più differenze fra i due gruppi.
Invece di mettere semplicemente a confronto madri e non madri, nella
ricerca il confronto è stato effettuato tra il gruppo delle 'childless'
e tre gruppi di madri: il primo gruppo delle madri era rappresentato
da donne che avevano avuto i figli prima dei 19 anni, fra i 19 ed i 24
anni e dopo i 25.
E' così risultato evidente quanto sia importante il momento in cui una
donna mette al mondo un figlio. Le madri che avevano avuto figli prima
dei 19 anni erano le meno soddisfatte e le più depresse dei quattro
gruppi, mentre le più soddisfatte erano le madri che avevano avuto i
loro figli alla 'giusta età' o le madri 'attempate'. Nella mezza età,
essere sposati o avere un partner è più importante dell'avere avuto o
meno dei figli, sostiene la Pienta ed infatti, a parità di condizioni,
le donne senza figli erano soddisfatte e felici della loro vita come
le donne che avevano avuto figli alla giusta età.
Del resto le madri più giovani erano quelle che più delle altre erano
single e avevano scarsi guadagni, mentre le madri attempate tendevano
ad essere più colte e ad avere un livello economico migliore degli
altri gruppi di madri (ed inoltre erano sposate in percentuale
maggiore delle madri 'del tempo giusto').
Avere figli fa diminuire il livello socio-economico, che si recupera
molto più tardi, quando i figli lasciano la casa. Per questo è stato
sorprendente per i ricercatori scoprire che il livello più elevato di
benessere era nel gruppo che aveva figli che ancora vivevano nella
casa paterna o erano ancora al college.
Dunque, aver pensato prima alla carriera e al consolidamento della
posizione economica paga e non c'è bisogno che i figli se ne vadano di
casa per ritrovare un po' di serenità.
Questo significa che ritardare il momento di diventare madre può avere
dei benefici effetti sul benessere delle donne, che possono così
contare sulla carriera e sul raggiungimento di obiettivi
socio-economici di un certo rilievo. La Pienta fa per questo rilevare
che le donne senza figli sui quaranta anni sono quasi raddoppiate, fra
il 1980 ed il 1998, passando dal 10 al 19% e questo perché, a quanto
sembra, la maternità in tarda età è quella che rende più felici gli
anni d'argento.
Fonte: Science Daily
Mag 07
L'ESSERE UMANO E LE GRANDI SCIMMIE
Uno scimpanzé maschio può chiedere il cibo ad un suo simile attraverso
il gesto del braccio esteso e della mano aperta. Proprio come faremmo
noi, esseri umani. Lo stesso scimpanzé può usare questo gesto anche in
altre circostanze: ad esempio per convincere una femmina a fare sesso
con lui, oppure dopo una lotta con un altro scimpanzè, come segnale di
riconciliazione. In una ricerca pubblicata lunedì scorso, gli
scienziati hanno cercato di capire le origini del linguaggio umano:
per questo hanno analizzato il comportamento degli animali
antropomorfi, gli scimpanzè ed i bonobi, osservando il loro modo di
comunicare. Hanno scoperto che essi usano i gesti con molta più
flessibilità, in contesti differenti, con significati apparentemente
diversi, di come invece usano le espressioni facciali e le
vocalizzazioni.
Per i ricercatori, l'origine del linguaggio umano è in questi gesti,
non nelle espressioni vocali. Una volta che le parti del cervello
relative al linguaggio si sono sviluppate, allora si è cominciato ad
usare il linguaggio verbale, sostiene Frans de Waal della Emory
University e dello Yerkes National Primate Research Center di Atlanta.
De Waal ha condotto questo studio, pubblicato sui Proceedings of the
National Academy of Sciences, insieme al ricercatore dello Yerkes Amy
Pollick, che ha osservato e ripreso con una telecamera 13 bonobi dello
zoo di San Diego e 34 scimpanzè a Yerkes.
De Waal e Pollick hanno registrato 31 gesti della mano e del braccio e
18 espressioni facciali e vocalizzazioni. Entrambi i tipi di animali
usano segnali facciali e vocali in modi simili. Ad esempio entrambi
gridano, per la paura o per il dolore, ma usano anche un particolare
gesto, per comunicare diversi tipi di messaggio, per esempio riguardo
al cibo o all'accoppiamento, a seconda del contesto sociale in cui si
trovano.
I gesti sono utilizzati in un gran numero di contesti, mentre le
espressioni facciali e le vocalizzazioni sono usate in contesti molto
particolari. Sebbene tutti i primati usino la voce e le espressioni
facciali per comunicare, solo gli esseri umani, gli scimpanzè, i
bonobi, gli orangutani ed i gorilla usano anche questi tipi di gesti.
Questi gesti erano presenti anche nel comune antenato, dell'uomo e di
questi primati (5 o 6 milioni di anni fa), che usava ad esempio la
mano aperta, come per chiedere l'elemosina.
Tuttavia c'è una differenza nel comportamento di queste grandi
scimmie: i bonobi, che sono più delicati e interessati al sesso, e gli
scimpanzè, che sono più violenti. I bonobi usano i gesti in maniera
più flessibile, combinandoli con vocalizzazioni ed espressioni
facciali, per comunicare un messaggio.
Forse ci sono stati dei vantaggi nell'aver usato il linguaggio del
corpo, prima di quello verbale: ad esempio la comunicazione silenziosa
poteva essere più efficace quando si voleva evitare di essere predati
da altri animali. Nella loro gestualità, queste grosse scimmie usano
prevalentemente la mano destra, controllata dalla parte sinistra del
cervello, la stessa parte dove c'è il controllo del linguaggio nel
cervello umano.
Fonte: Reuters
Mag 07
NON E' FACILE CAPIRE SE UN BAMBINO MENTE
E' stata condotta una ricerca condotta da Leif Stromwall su trenta
bambini di età compresa fra gli 11 ed i 13 anni per vedere se gli
adulti erano in grado di capire con facilità se un ragazzo mentiva o
meno. Ai ragazzi è stato detto che sarebbero stati intervistati su un
episodio che era loro accaduto realmente e su un altro che non avevano
mai sperimentato nella realtà: per prepararsi avevano due minuti di
tempo in un gruppo, mentre nell'altro gruppo dovevano improvvisare. I
ragazzi dovevano parlare di entrambe le storie allo stesso modo, come
se le avessero vissute entrambe. A giudicare se i bambini dicevano il
vero o il falso erano 60 studenti di età media di 26 anni. Le risposte
corrette sono state date nel 51.5 per cento dei casi, se i bambini si
erano preparati, nel 55,6% dei casi se i bambini avevano improvvisato.
Gli studenti cercavano di capire se una storia era falsa in base ai
particolari mancanti, ma i bambini furbescamente inserivano tutti i
particolari mancanti della storia facendo riferimento ad esperienze
'di seconda mano', raccontate loro da altre persone. I 'giudici' hanno
cercato anche di scoprire se i ragazzi erano agitati: niente, sono
riusciti ad essere calmissimi.
Conclusione: non è facile capire se un bambino mente. E' difficile
capirlo esattamente come per gli adulti, dicono i ricercatori.
Fonte: Stromwall, L.A., Granhag, P.A. & Landstrom, S. (2007).
Children's prepared and unprepared lies: Can adults see through their
strategies? Applied Cognitive Psychology, 21, 457-471. via BPS
Research
Apr. 07
UN QUARTO DELLE DIAGNOSI DI DEPRESSIONE SAREBBERO ERRATE
Il venticinque per cento delle diagnosi di depressione sarebbero
errate, secondo uno studio pubblicato questo mese negli Archivi di
psichiatria generale. Ciò è dovuto al fatto che ancora si confonde la
reazione umana, del tutto normale, di tristezza, che segue un evento
doloroso, con la depressione vera e propria. Si ottiene una diagnosi
di depressione ad esempio se si manifestano almeno cinque sintomi
depressivi (tristezza, fatica, insonnia, pensieri suicidari ecc.) per
almeno due mesi dopo il decesso di una persona cara. Ma due mesi non
sono il tempo minimo, normale, del lutto? Questo si chiedono gli
psichiatri. Il DSM, Diagnostic and Statistical Manual of Mental
Disorders, ovvero la Bibbia degli psichiatri, non concede che due
settimane per riprendersi da una rottura sentimentale, dalla perdita
di un lavoro o da un disastro finanziario. Essere tristi per più di
due settimane, in questi casi, comporta una diagnosi di depressione. A
rimettere in discussione queste diagnosi è stato il Professor Michael
B. First, della Università Columbia di New York, che è tra l'altro uno
dei « padri» del DSM. Si stima al momento che un americano su sei si
ammali di depressione almeno una volta nel corso della sua vita.
Questa statistica potrebbe essere ridotta del 25% in seguito a questo
studio, che ha rivisto i casi di 8000 persone diagnosticate, un po'
troppo frettolosamente, come depresse.
I Ricercatori hanno scoperto che coloro che avevano vissuto degli
avvenimenti stressanti avevano riportato diversi sintomi di tipo
depressivo per un periodo di tempo prolungato, ma che solo pochi di
loro avevano dei sintomi realmente gravi, da far pensare alla
depressione vera e propria.
Una delle conclusioni di questo studio è che spesso le terapie
farmacologiche sono inappropriate per queste persone che avrebbero
invece bisogno di terapie psicologiche. Questo approccio esiste già
fra gli psichiatri inglesi, segnala Charles Rice, direttore di AGIR,
un gruppo di 35 organizzazioni attive nella salute mentale nella
regione del Quebec. « C'è un aspetto soggettivo, arbitrario, in una
diagnosi di depressione. Non si tratta di un esame clinico oggettivo.
Nel campo della salute mentale, la frontiera fra la normalità e la
patologiaè difficile da stabilire. Oltre tutto, le cause della
depressione sono ancora sconosciute. Va anche detto che il mercato
degli antidepressivi vale 12 miliardi di dollari l'anno, solamente
negli Stati Uniti.
I francesi lo chiamano « rétablissement » , gli anglofoni "recovery":
di fatto, i ricercatori hanno scoperto che il 60% degli ex pazienti
schizofrenici degli ospedali psichiatrici del Vermont e del Maine si
sono sufficientemente ristabiliti per condurre una vita "normale".
Essi lavorano, non hanno più sintomi patologici o comportamenti
bizzarri ed alcuni di loro non seguono più neanche una terapia
farmacologica. Non si direbbero più neanche pazienti psichiatrici. Il
Vermont ha un tasso di riabilitazione superiore al 50%, perché hanno
un modo diverso di gestire la malattia mentale. Dopo gli anni '50 del
secolo scorso, i malati hanno seguito dei programmi di riabilitazione
e di integrazione sociale, mentre nel Maine si puntava soprattutto
sulla riduzione dei sintomi. A seguito di cinque studi longitudinali
si è giunti a questa conclusione: « Anche dei gravi problemi di salute
mentale possono essere superati», secondo Charles Rice.
L'organizzazione AGIR, che ha la sua sede nella sagrestia della Chiesa
del quartiere di Saint-Roch, esiste da 21 anni e raggruppa 35 comunità
del Quebec, che svolgono attività diverse, ma tutte centrate sulla
salute mentale.
Fonte: Cyberpresse
LA NICOTINA PUO' ANCHE FAR BENE
La nicotina ha dimostrato di essere in grado di aumentare
l’apprendimento e la memoria, al punto da essere utilizzata per
trattare soggetti con deficit cognitivi, come i pazienti affetti dall’Alzheimer
o dal Parkinson, da schizofrenia o da deficit di attenzione e
iperattività. Un problema chiave per mettere a punto nuovi farmaci a
base di nicotina è che si sa molto poco dei meccanismi che stanno alla
base del miglioramento delle capacità di apprendimento.
Un passo in avanti in tale direzione è stato fatto dai ricercatori
della Vrije Universiteit di Amsterdam, che hanno scoperto importanti
dettagli di come la nicotina regoli le proprietà di segnalazione delle
circuitazioni neuronali che permettono un incremento della memoria.
Queste proprietà di segnalazione, descritte sulla rivista “Neuron”,
includono l’intensità delle connessioni con cui un neurone comunica
con l’altro. Il risultato è stato raggiunto analizzando le proprietà
elettrofisiologiche di neuroni in sezioni di cervello di topo trattate
con nicotina o con farmaci che prevengono l’azione della stessa
sostanza.
In particolare, sono stati analizzati neuroni della corteccia
prefrontale, che sovrintendono all’apprendimento e alla memoria. È
noto che la nicotina migliora l’apprendimento attivando i recettori
per il neurotrasmettitore acetilcolina.
Nello studio si è trovato che attivando tali recettori, la nicotina
influenza un processo noto come spike-timing-dependent potentiation
che governa le variazioni nella intensità di segnalazione tra i
neuroni. Inoltre, i ricercatori hanno osservato gli effetti della
sostanza su alcuni tipi specifici di neuroni, chiamati GABAergici, nei
centri dell’apprendimento.
I ricercatori hanno anche scoperto i dettagli chiave dei meccanismi
con i quali differenti tipi di interneuroni nella corteccia
prefrontale vengono eccitati dalla nicotina.
Fonte: Le Scienze
Apr. 07
IL SIMBOLO: ORIGINE E SIGNIFICATI
La parola 'simbolo' deriva dal greco e significa 'mettere insieme'.
Nell'antica Grecia era diffusa la consuetudine di tagliare in due un
anello, una moneta o qualsiasi oggetto e di darne una metà ad un amico
o ad un ospite. Queste metà, conservate dall'una e dall'altra parte,
di generazione in generazione, consentivano ai discendenti dei due
amici di riconoscersi. Questo segno di riconoscimento si chiamava 'simbolo'.
Platone riferì il mito di Zeus, che volendo castigare l'uomo, senza
distruggerlo, lo tagliò in due: Platone concluse affermando che, per
questo, la metà cerca sempre l'altra metà, ovvero il simbolo
corrispondente (Platone, Convito).
Il simbolo dunque, come il segno, nasce dal rinvio, ma mentre il segno
compone in modo convenzionale qualcosa con qualcos'altro, il simbolo,
evocando la sua parte corrispondente, rinvia ad una determinata realtà
che non è decisa dalla convenzione, ma dalla ricomposizione di un
intero.
Nel simbolo dunque c'è un richiamo all'origine, dove resta nascosta e
gelosamente custodita la verità originaria o la fonte da cui si
dischiudono nuovi sensi e nuovi significati.
Fonte: Galimberti U., Dizionario di Psicologia, De Agostini
IL DISAGIO DI AVERE I GENITORI SEPARATI
I bambini che devono adattarsi al divorzio, al nuovo matrimonio dei
genitori, alla coabitazione con un/una nuovo/a partner del genitore
col quale vivono hanno maggiori possibilità di avere problemi
comportamentali, secondo uno studio USA. Quando c'è una rottura, un
divorzio, un nuovo matrimonio, c'è un periodo di aggiustamento per
tutti i i membri della famiglia. Questo periodo di transizione è
associato ad una maggiore probabilità di comportamento deviante nei
ragazzi, ivi inclusi gli atti di vandalismo, furti, assenze
ingiustificate a scuola ecc. I sociologi Paula Fomby e Andrew Cherlin
della Johns Hopkins University di Baltimora hanno inoltre scoperto che
gli effetti sui bambini variano in base alla razza (n.d.b. sic!).
Lo studio, pubblicato nell'edizione di Aprile dell'American
Sociological Review ha scoperto una significativa relazione fra
instabilità familiare e problemi di comportamento e sviluppo cognitivo
nei bambini di razza bianca. Non esiste un simile rapporto diretto nei
bambini afro-americani. Possibile spiegazione, secondo i ricercatori:
questi ultimi bambini hanno maggiori probabilità di vivere in famiglie
allargate, capaci di offrire supporto emotivo.
Fonte: Earthtimes
Mar 2007
LA TERAPIA DELLA DEPRESSIONE, AL TELEFONO
Uno studio, condotto su 393 soggetti lievemente depressi, adulti, che
avevano appena iniziato a prendere degli antidepressivi, ha mostrato
che la psicoterapia al telefono poteva essere efficace per ridurre il
loro grado di sofferenza. I partecipanti hanno ricevuto da 10 a 12
terapie telefoniche all'anno, oltre alle tradizionali cure per la
depressione, mostrando un grande miglioramento, confronto ai loro 'colleghi',
che non avevano ricevuto questo trattamento extra. I benefici sono
durati per almeno sei mesi dopo l'ultima sessione telefonica di
psicoterapia. I risultati dello studio sono pubblicati sul Journal of
Consulting and Clinical Psychology. I soggetti esaminati erano sulla
quarantina; la maggior parte di loro erano donne, di razza bianca. La
terapia utilizzata è stata di tipo cognitivo-comportamentale; pazienti
e terapeuti non si sono mai incontrati di persona. Ad entrambi i
gruppi dei soggetti studiati (quelli che ricevevano la psicoterapia
telefonica e quelli che erano curati solamente con terapie
tradizionali) è stato consentito di frequentare lo studio di uno
psicoterapeuta per ricevere delle terapie faccia-a-faccia, ma pochi
hanno approfittato di questa possibilità. Le terapie telefoniche
miravano ad aiutare i pazienti a correggere i loro pensieri negativi,
cercando di invogliarli a svolgere attività piacevoli e soddisfacenti,
imparando a gestire i propri sintomi depressivi. "Siamo rimasti
sorpresi di come gli effetti positivi si mantenevano nel tempo" ha
dichiarato Everette Ludman, del gruppo dei ricercatori. Si è visto che
i pazienti che ricevevano la terapia telefonica erano anche più
disposti ad assumere i farmaci. Conclusioni: i ricercatori non
ritengono che la terapia telefonica possa essere un'alternativa ai
metodi tradizionali, ma pensano che essa possa essere una possibilità
aggiuntiva di trattamento, specialmente per quei soggetti che non
andrebbero mai da uno psicologo per una terapia faccia-a-faccia.
Fonte: CBS
MAR 07
NO ALLA TORTURA
PSICOLOGICA
Dei medici britannici hanno coinvolto, per una ricerca, 279 vittime di
torture durante la guerra nell'ex Iugoslavia. Fra il 2000 e il 2002
questi sopravvissuti (di cui l'86% sono uomini ed hanno in media
quaranta anni) sono stati intervistati su 54 cause di shock emozionale
legato alla guerra e su 46 forme di tortura alle quali potevano essere
stati sottoposti. Più di tre quarti di loro aveva subito una tortura
fisica o psicologica e il 55% di loro la subiva ancora al momento
dello studio, secondo il Dr Metin Basoglu, del King's College di
Londra, principale autore di questo studio, comparso sul numero di
marzo degli Archivi di psichiatria generale.
Si è visto così che i problemi psicologici e le depressioni sono
frequenti e durevoli sia nei soggetti che hanno subito torture
fisiche, sia in coloro che hanno subito torture psicologiche.
Come si sa, gli Stati Uniti hanno usato metodi di tortura nei loro
interrogatori in Iraq, Afghanistan, a Guantanamo, o nelle prigioni
segrete della CIA. Il governo americano ha smentito di aver usato dei
veri e propri metodi di tortura, ma ha ammesso di essere ricorso a
'tecniche alternative'. Secondo le testimonainze, ma anche secondo
alcuni documenti ufficiali, queste tecniche si sono basate sulla
completa sottomissione psicologica.
Questi trattamenti prevedono che i detenuti possano essere messi in
stretto isolamento per settimane, mesi o anni, privati della
possibilità di dormire, lasciati senza vestiti anche in presenza di
donne sottoposti a temperature estreme, obbligati a farsela addosso,
minacciati da cani, ecc. La recente legge sul trattamento dei presunti
terroristi, promulgata in autunno, vieta la tortura, ma lascia il
presidente americano libero di determinare quali metodi di
interrogatorio siano compatibili con la Convenzione di Ginevra.
Ben venga dunque l'abolizione della tortura fisica, dicono i
ricercatori, ma vi sono altrettanti trattamenti psicologici crudeli,
inumani e degradanti, che non sono meno pericolosi per la salute delle
vittime e che possono essere utilizzati in circostanze eccezionali.
Per evitare gli abusi, occorrerebbe definire meglio il concetto di
tortura, a partire da una valutazione scientifica dei problemi
psicologici e psichiatrici, non limitata solamente al dolore fisico
che essa provoca.
Fonte: Cyberpresse
MAR 07
LA PSICOANALISI BREVE EFFICACE
CONTRO GLI ATTACCHI DI PANICO
Gli attacchi di panico consistono in momenti di forte paura ed ansia
non legate a nessuna causa apparente. Essi sono accompagnati da
sintomi fisici, come dolore al petto, palpitazioni, fame d'aria,
tremori ecc. Il disturbo è spesso associato con l'agorafobia, la paura
degli spazi aperti, che vengono infatti evitati.
La Dr.ssa Barbara Milrod del Weill Medical College presso la Cornell
University, New York, ha studiato i casi di 49 soggetti che soffrivano
di attacchi di panico. Ad essi è stata somministrata o una
psicoterapia psicodinamica focalizzata sul sintomo oppure una terapia
di rilassamento non specifica. I soggetti partecipavano a sessioni
bisettimanali, per un totale di 12 settimane. Alla fine del
trattamento un gruppo di valutatori indipendenti ha riscontrato nel
gruppo che aveva seguito la psicoterapia una riduzione del sintomo più
significativa di coloro che avevano seguito la sola terapia di
rilassamento (73% contro 39%). Questo studio sembrerebbe dimostrare
l'efficacia della psicoterapia psicoanalitica breve (n.d.b.
definizione e trattamento che per i freudiani ortodossi suona come una
vera e propria mostruosità) per i disturbi da attacchi di panico, con
o senza agorafobia.
Fonte: American Journal of Psychiatry, February 2007 via Reuters
MAR 07
LA SALUTE SUI SITI INTERNET
Uno studio, sovvenzionato dall' Economic and Social Research Council
britannico, ha scoperto che le persone in cerca di notizie sulla
salute in Internet non hanno la pazienza di 'sfogliare' pagine e
pagine di un sito per trovare qualcosa di utile, per cui prediligono
anzitutto i siti in cui le informazioni si trovano con una certa
facilità. La professoressa Pamela Briggs della Northumbria University
ha condotto la ricerca insieme ad altri colleghi, prendendo in
considerazione le strategie che le persone utilizzano per trovare
specifiche informazioni sulla salute (es. pressione alta, menopausa,
terapie ormonali sostitutive ecc.).
Molti siti sono stati abbandonati in pochi istanti. Motivo: anzitutto
la pubblicità. Le persone abbandonano i siti delle industrie
farmaceutiche quasi subito, anche se le informazioni sui farmaci sono
molto accurate. Ma non ci si fida, perché ovviamente si pensa subito
alle motivazioni per cui quelle informazioni sono on line. Perché le
persone si fidino, il sito deve apparire imparziale. Si è scoperto poi
che un sito, anche se fa una buona impressione nell'immediato, viene
abbandonato facilmente se non riporta storie personali nelle quali il
lettore possa identificarsi. La professoressa Briggs fa notare a
questo proposito che alcuni siti sulla salute gestiti da persone non
qualificate, che raccontano appunto tante storie personali, possono
essere pericolosi, perché le testimonianze possono andare a rinforzare
delle convinzioni e dei comportamenti del tutto sbagliati. Il Dr Paul
Cundy, membro del British Medical Association's IT committee, ha
insinuato a questo proposito che molti dei forum on line,
apparentemente indipendenti, potrebbero essere creati dalle case
farmaceutiche per pubblicizzare i propri prodotti. Conclusione dei
ricercatori: le persone fanno bene a cercare notizie sulla salute nel
web, ma dovrebbero poi parlarne sempre con un medico in un rapporto
faccia-a-faccia, prima di adottare un determinato farmaco, o
comportamento, suggerito da un sito.
Fonte: BBC News
MAR 07
I GENITORI MENO CAPACI DELLA SCUOLA IN
FATTO DI ALIMENTAZIONE
Una ricerca dell'Ohio State e Indiana Universities ha scoperto che i
bambini ingrassano di più quando non sono a scuola. Lo studio ha
riguardato oltre 5.380 bambini di scuola materna. In un periodo di due
anni, i ricercatori hanno potuto osservare che i bambini ingrassavano
di più durante il periodo estivo che durante il periodo scolastico. In
media dunque i genitori sembrerebbero molto meno adatti della scuola a
gestire i pasti dei bambini. Alcuni mesi fa, l'APA (associazione
psicologi americani) aveva chiesto maggiore tempo di gioco per i
bambini, specialmente la pratica di giochi non strutturati, che
avrebbero prodotto maggiori benefici sulla salute dei bambini. Ed in
effetti a scuola, anche nel giorno più monotono e noioso, è sempre
previsto un momento di attività e di gioco: i bambini si muovono,
interagiscono, bruciano calorie. D'estate i genitori non fanno queste
stesse cose per i figli, non incoraggiano la loro attività fisica.
Portarli fuori tutti i giorni, farli partecipare a centri estivi e
magari passare un po' di tempo insieme all'aria aperta potrebbe essere
utile per fare in modo che i figli non prendano la strada
dell'obesità. Questa ricerca evidenzia il fatto che la buona salute
fisica ed i comportamenti alimentari corretti cominciano a casa.
Certamente si possono migliorare le scuole, per fare in modo che esse
siano dei posti in cui i ragazzi crescano in buona salute, ma è a casa
che si insegnano anzitutto le buone abitudini. E certamente questo non
riguarda solamente il comportamento alimentare.
MAR 07
I GENITORI NON SI ACCORGONO CHE I FIGLI SONO GRASSI
La Dottoressa Susan Jebb /Human Nutrition Research unit) sostiene che,
sebbene i genitori siano perfettamente informati su come dovrebbe
essere una dieta sana o sull'importanza dell'esercizio fisico dei
bambini, i genitori non riconoscono i segni del sovrappeso nei loro
figli. Secondo lo studio effettuato, la media del tempo speso per
preparare i pasti è scesa da due ore a 20 minuti negli ultimi venti
anni. Vi sono poi preoccupazioni riguardo alla sicurezza dei piccoli,
per cui non si lasciano più andare a scuola da soli o giocare all'aria
aperta. Inoltre, dicono le mamme, come si fa a dare ai propri figli
dei cibi sani?
Non li vogliono, e se si insiste un po', l'ora di pranzo diventa un
inferno.
La Dr.ssa Jebb sostiene che ben l'80% dei genitori si rende conto che
una dieta poco salutare e nessuna attività fisica portano all'obesità,
ma un conto è rendersene conto e sapere che questo vale in senso
generale,un conto è capire che questo vale anche per i loro figli.
Più del 40% dei bambini sopra i sei anni sceglie direttamente, una
volta su due, cosa vuole mangiare durante il pasto principale, ma
ovviamente i piccoli scelgono secondo il gusto, non secondo criteri
più saggi, come invece potrebbero fare i genitori.
Il Ministero inglese della salute pubblica ha lanciato il programma
'Top Tips for Top Mums' per fare in modo che ai figli venissero dati
un numero maggiore di piatti a base di verdura e frutta.
Il Dr David Haslam, direttore clinico del National Obesity Forum, ha
dichiarato che, sebbene il problema dell'obesità sia stato considerato
prioritario dal governo inglese, per il momento non c'è stata la
minima differenza nei risultati: mancano idee concrete.
Fonte: BBC
MAR 07
LA VIOLENZA DOMESTICA NON RIGUARDA SOLO LE GIOVANI DONNE
Una ricerca pubblicata nell'ultimo numero di The Gerontologist tratta
della violenza del partner sulle donne anziane (Ohio State University
press release, 5 Marzo 2007): circa una donna su quattro con più di 65
anni di età è stata vittima di violenza fisica, sessuale e psicologica
ad opera del MARITO, secondo uno studio condotto in due stati
americani del nord ovest. Circa il 3,5% delle donne studiate ha subito
violenza negli ultimi cinque anni, ed il 2,2 % nell'anno precedente La
violenza domestica dunque non è un problema solo per le giovani donne,
ha detto Amy Bonomi, leader della ricerca e docente di scienza dello
sviluppo umano e della famiglia, presso la Ohio State University.
Fonte: Amy E. Bonomi, Melissa L. Anderson, Robert J. Reid, David
Carrell, Paul A. Fishman, Frederick P. Rivara, and Robert S. Thompson
(2007). Intimate Partner Violence in Older Women. The Gerontologist
47:34-41 via Psychology and Crime news
MAR 07
LAVORARE IN GRUPPO: NON SEMPRE E' MEGLIO
H. Shanker Krishnan, un esperto di comportamento dei consumatori e
strategie di marketing della Indiana University, in uno studio che
sarà pubblicato su The Journal of Consumer Research, mostra quanto i
gruppi di lavoro siano talvolta assai meno produttivi e creativi del
lavoro fatto a livello individuale. Si ritiene infatti da molti anni
che il gruppo di lavoro sia maggiormente produttivo perché permette di
discutere le idee, di elaborarle e perfezionarle nel brain-storming
che ne scaturisce. In realtà, spiega Krishnan, più un'idea viene detta
ad alta voce durante una riunione, più è difficile per i componenti
del gruppo ricordarsi le altre opzioni. C'è poi il discorso della
memorizzazione; le persone usano la memoria in modi molto diversi.
Diverso è il modo di immagazzinare i concetti e di richiamarli al
momento opportuno. La conversazione di gruppo potrebbe impedire
all'individuo di utilizzare la memoria nel modo abituale, perdendo
così una grande quantità di dati. I gruppi non sarebbero dunque più
creativi nell'esplorare le varie opzioni di quanto lo sia il lavoro
individuale. Questo non significa ripensare il lavoro di gruppo in
senso tutto negativo: questo studio mostra semplicemente che il lavoro
di gruppo può essere efficace, ma solo se le persone si preparano
bene, a livello individuale, sugli argomenti che andranno a discutere
in gruppo, magari facendo brain-storming da soli, prima di farlo in
gruppo. Chiaramente, in ogni gruppo di lavoro è fondamentale la
leadership, che deve fare in modo che ogni membro del gruppo possa
sempre dire la sua.
Fonte: Treatmentonline
MAR 07
PERCHE'
CI SI BACIA?
La risposta più semplice è che gli esseri umani si baciano perché
questo li fa stare bene. Ma questa risposta non è certo 'scientifica'.
Ne sono state dunque proposte delle altre. Potrebbe ad esempio
trattarsi di un comportamento appreso: le madri dell'uomo primitivo
potrebbero aver masticato il cibo, che poi passarlo direttamente nella
bocca del loro piccolo, ancora incapace di masticare. Questo gesto
potrebbe essere rimasto poi anche quando il bambino aveva una sua
dentatura, come gesto di rassicurazione. Si pensa che sia un
comportamento appreso e non istintuale, perché non tutti gli esseri
umani si baciano: in alcune tribù non si compie questo gesto, come
hanno riferito molti antropologi. Altri scienziati restano invece
convinti che sia un comportamento istintuale, perché molto simile a
quello degli animali che sfregano i loro musi in segno di affetto.
Oggi sembra farsi largo una nuova teoria: che gli esseri umani si
bacino perché in questo modo possono venire a contatto con il corpo
dell'altro, poterlo odorare e così rendersi conto della qualità della
relazione. Sarebbe una 'comunicazione privata ' fra feromoni, per
poter capire se ci si può fidare dell'altro.
n.b. Questa è la spiegazione di Scienceline, un progetto del New York
University's Science, Health and Environmental Reporting Program.
MAR 07
MESSAGGI SUBLIMINALI
L'aggettivo 'subliminale' si riferisce ad uno stimolo che opera al di
sotto della soglia della percezione e della coscienza. Resta ancora da
scoprire se i messaggi presentati a livello subliminale possano
effettivamente modificare gli atteggiamenti dei destinatari.
Malgrado il fenomeno sia ormai noto da tempo, si segnalano sempre
nuovi casi.
CBS News riporta ad esempio che recentemente nell'Ontario sono state
rimosse 87 slot machines perche esse presentavano dei messaggi
subliminali ogni volta che si avviava un nuovo gioco. Questi messaggi
sono molto veloci e compaiono all'interno di una sequenza di immagini
(il fenomeno in psicologia si chiama 'masking'). Sembra che il
fenomeno possa avere effetti sul cervello, anche se le persone spesso
non ne sono consapevoli. Le immagini compaiono per un quinto di
secondo: abbastanza per la decodifica del messaggio da parte del
cervello, ma non abbastanza perché se ne abbia consapevolezza.
Uno studio ha scoperto che le immagini di facce spaventate mostrate
una dopo l'altra in rapida sequenza modificavano l'attività
dell'amigdala, sebbene i partecipanti alla ricerca non avessero
consapevolezza di vedere queste espressioni di paura. Malgrado molti
paesi abbiano vietato questo genere di messaggi, non è ancora del
tutto chiaro quale è il loro effetto sul comportamento umano.
LAVORATORI D'ORO, ANZI D'ARGENTO
Secondo un nuovo studio, se il pilota dell'aereo sul quale si sta
viaggiando ha i capelli grigi, c'è da stare molto più tranquilli: i
piloti anziani infatti tendono a subire un minore declino delle
proprie abilità di guida di quanto accada ai loro colleghi più
giovani.
Negli Stati Uniti i piloti devono andare in pensione a 60 anni, ma
nessuno finora è riuscito a dimostrare che effettivamente vi sia un
declino delle abilità di guida che imponga un tale limite di età. Come
i musicisti o gli esperti del gioco degli scaccchi, dice la Dr.ssa Joy
L. Taylor, i piloti con molta esperienza di volo suppliscono con le
loro capacità ai piccoli acciacchi dell'età. E questo vale anche per i
lavoratori anziani di altre professioni. La Taylor ed i suoi colleghi
dell'Aging Clinical Research Center di Palo Alto, California, hanno
studiato 118 piloti di età compresa fra i 40 ed i 69 anni, seguendoli
per tre anni. I piloti sono stati divisi in tre livelli di esperienza,
basati sulle classificazioni della Federal Aviation Administration (FAA).
Il gruppo dei piloti è stato sottoposto annualmente a dei test per
valutare le capacità individuali nell'utilizzare gli strumenti di
bordo, le comunicazioni con i controllori di volo, le capacità di
guida dell'aereomobile nella fase di atterraggio ecc. Si è visto così
che i piloti più esperti hanno totalizzato un punteggio maggiore nelle
capacità di guida, mostrando un declino davvero minimo nel passare del
tempo. Le loro prestazioni migliori hanno riguardato la comunicazione
e l'atterraggio.
Quanto ai piloti più anziani, in un primo momento essi hanno avuto
prestazioni minori dei loro colleghi più giovani, ma le loro
prestazioni nel tempo hanno mostrato un minore declino.
Questa scoperta mostra il vantaggio, secondo i ricercatori, di avere
dei lavoratori anziani, più esperti, specializzati e competenti,
capaci di avere migliori prestazioni a livello cognitivo.
E questo, dicono i ricercatori, vale anche per altre professioni, per
esempio i chirurghi.
Fonte: Reuters
FEBB 07
PAZIENTI DI DUE ANNI
Da qualche anno, vengono pubblicati studi in cui si indica l'età di
insorgenza di determinati sintomi intorno ai 3 o 4 anni. Non si tratta
di malattie tipicamente pediatriche, come il morbillo o la varicella,
ma di malattie che riguardano anche il mondo degli adulti, come la
sindrome ansioso-depressiva. Gli psichiatri affermano infatti che
alcuni bambini, precisamente un caso ogni 100.000, hanno bisogno di
questi farmaci ancora prima di entrare alla scuola materna.
John Walkup, pediatra presso l'Università John Hopkins, dice a chiare
lettere che, coloro che inorridiscono per queste somministrazioni
infantili, non frequentano evidentemente la sua clinica e non vedono i
casi che lui tratta. I sintomi non sono certo quelli degli adulti e si
manifestano in altro modo. Ad esempio, la depressione bipolare si
manifesta attraverso disturbi del sonno. Il dottore dice di aver visto
bambini di 4 o 5 anni che dormivano tre-quattro ore per notte e che,
malgrado ciò, non sembravano particolarmente stanchi durante la
giornata. Ai suoi tempi, continua il Dottor Walkup, ci volevano
diciotto anni prima di ottenere una diagnosi di disturbo bipolare:
oggi, a suo modo di vedere, le cose non stanno più così e dunque, se
un bambino mostra di avere dei sintomi di depressione in età molto
giovane, va trattato, anche al fine di evitare complicazioni future,
come quelle rappresentate da tentativi di suicidio.
Éric Fombonne, direttore della clinica psichiatrica presso l'Hôpital
de Montréal e professore presso l'Université McGill sostiene invece
che oggi parlare di depressione bipolare è come quando, in altre
epoche, si parlava di psicosi infantile. Questo non significa che la
depressione bipopolare non esista anche presso i bambini, ma a due,
tre anni, è davvero un'assurdità. E' come l'Asperger, continua il
Professore, una forma di autismo: basta che un bambino sia un po'
isolato e che faccia delle cose bizzarre, che subito gli viene
affibbiata la diagnosi di Asperger, mentre potrebbero esserci dei
problemi di personalità o di interazione sociale.
Paradossalmente, il fatto che le medicine siano migliorate negli
ultimi anni e che abbiano meno effetti collaterali, porta alcuni
medici a prescriverle anche quando non ce n'è bisogno. La mancanza di
tempo dei medici di famiglia e dei pediatri li spinge e mettere da
parte le problematiche psico-sociali, per concentrarsi unicamente sui
farmaci. Cécile Rousseau, professoressa di psichiatria presso l'Université
McGill dice che si è passati da un estremo all'altro: prima, se i
figli avevano dei problemi, era sempre colpa dei genitori, adesso si
ignora completamente l'ambiente familiare, sociale, scolastico. Si
ritiene che alcuni bambini siano più sensibili agli stress della vita
e che per questo occorra proteggerli. Ma se c'è una depressione in un
bambino di pochi anni, il problema è quasi sicuramente nell'ambiente
familiare. Non necessariamente è colpa dei genitori: possono esserci
problemi logistici, professionali, uno dei genitori potrebbe essere
gravemente malato ecc.
In conclusione, prima i figli dovevano conformarsi alle attese che
avevano i genitori nei loro confronti: ora devono essere felici,
qualsiasi cosa succeda loro intorno. E' una vera assurdità.
Fonte: Cyberpresse
I RICORDI TRAUMATICI SI RICORDANO MEGLIO
Secondo alcuni ricercatori canadesi, i ricordi traumatici si ricordano
meglio di quelli positivi.
In questo studio, durato 5 anni, i ricercatori hanno esaminato i
ricordi di 29 soggetti, che avevamo vissuto un evento traumatico come
uno stupro o una violenza domestica, negli ultimi mesi. Ai soggetti fu
chiesto di ricordare quell'evento, così come qualcosa di lieto che era
loro accaduto, come un viaggio, un matrimonio, una festa ecc. Questa
domanda è stata posta a tre mesi di distanza e dopo 4-5 anni
dall'evento traumatico. Il questionario prevedeva un valore massimo di
36: le risposte 'traumatiche' hanno ottenuto, in media il valore di
30, quelle 'positive' il valore di 15. Questi risultati saranno a
breve pubblicati sulla rivista Psychological Science.
Se questo fosse vero potremmo concludere che, malgrado nella vita
tutti abbiamo esperienze positive, sono gli eventi traumatici a
plasmare il nostro carattere.
Fonte: Reuters
FEB 07
LA REALTA' VIRTUALE E A PSICOTERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE
BBC News riporta un articolo su come la realtà virtuale venga oggi
usata per curare i soldati che si sono ammalati di disturbo
post-traumatico da stress (PTSD) dopo un'azione di guerra. Da uno
studio del 2004 sappiamo che uno su otto dei soldati inviati in
missione in Iraq ed in Afganistan sono tornati a casa con il disturbo
post-traumatico da stress.
I sintomi del PTSD riguardano ricordi intrusivi, l'evitamento
patologico di situazioni collegabili al trauma, incubi, agitazione
continua e flashback. La Terapia più utilizzata è la psicoterapia
cognitivo-comportamentale (CBT), che si è rivelata uno dei trattamenti
più efficaci, oltre alla somministrazione di farmaci antidepressivi.
Tra i metodi che utilizza la terapia cognitivo-comportamentale, c'è
quello di far sperimentare gradualmente al paziente le situazioni
collegabili al trauma, imparando nel contempo a tenere sotto controllo
i pensieri negativi generati dalla situazione. Tutto ciò è abbastanza
facile da mettere in atto con situazioni che possono essere facilmente
riprodotte, come ad esempio la simulazione di un incidente d'auto. Ma
se la persona ha subito un trauma in guerra guerra? Come esporre il
paziente a questo genere di stimoli?
La realtà virtuale viene in aiuto degli psicologi. Si tratta di una
sorta di videogame che riproduce una scena di guerra in strada e una
in un deserto. Sembra che la realtà virtuale sia un sistema piuttosto
efficace per esporre il soldato ad un basso livello di stimolazione,
senza esporlo ad ulteriori pericoli. Il trattamento dura cinque
settimane, due ore di sessione alla settimana.
Questa ricerca è parte di un progetto condotto dal Dr Albert Rezzo. La
ricerca è stata presentata al meeting annuale dell'American
Association for the Advancement of Science (AAAS) di San Francisco.
Fonte: BBC
FEBB 07
AREA CEREBRALE CHE CAUSA LA DISLESSIA
La possibilità di osservare il cervello attraverso le nuove tecniche
di scanning ha aiutato i ricercatori a localizzare le regione
cerebrali che possono causare la dislessia. Il nuovo studio ha unito
le tecniche di rilevamento per mostrare per la prima volta sia la
struttura del cervello che la sua attività localizzando una regione di
materia grigia vicino alla parte posteriore della parte di sinistra
della testa - la regione parietotemporale sinistra. Questo potebbe
essere ora il 'punto x' da monitorare per vedere quali trattamenti,
farmacologici o educativi, hanno maggiore successo. Precedenti studi
su bambini dislessici avevano suggerito che vi fosse un'attività
alterata in due regioni cerebrali. Ciò riguarda un calo dell'attività
della corteccia parietotemporale sinistra verso la parte posteriore
del cervello e l'aumento dell'attività nella parete anteriore del
cervello, la corteccia frontale inferiore sinistra. La dislessia
interessa tra il 5 ed il 17% della popolazione.
Fonte: Telegraph
FEBB. 07
CIBO E STILE DELLE STOVIGLIE
Quante decisioni prendete sull'argomento 'cibo' ogni giorno? Brian
Wansink e Jeffery Sobal della Cornell University hanno posto questa
domanda a 139 partecipanti ad una ricerca: in media, essi hanno
risposto di prendere 14 decisioni al giorno. Ma quando è stato chiesto
loro di entrare di più nei dettagli, di valutare il 'quando', il 'cosa',
il 'quanto', il 'dove', il 'con chi' ecc., si è visto che la media
delle decisioni da prendere sul cibo saliva a 226 al giorno, 59 delle
quali si riferivano specificamente a quale tipo di cibo mangiare.
In altri quattro studi, i ricercatori hanno misurato la quantità di
cibo mangiata da 379 partecipanti, la metà della quale è stata servita
su un piatto o un contenitore per cibo particolarmente grande. I
partecipanti che avevano queste porzioni più grandi del normale, hanno
mangiato una media del 31 per cento in più, di ciascun alimento,
rispetto ai partecipanti del gruppo di controllo. Ma la cosa
sorprendente è che appena l'8 per cento di loro ha dichiarato di
essersi accorto di aver mangiato più del normale. Una volta comunicata
loro la notizia, relativa alla quantità di cibo ingerita in più, il 21
per cento ha continuato a negare che aveva mangiato più di quanto era
abituato a fare. Tra coloro che hanno ammesso di aver mangiato di più,
solo il 4% ha pensato che la ragione poteva essere nel piatto, più
grande del normale. Tutti erano rano convinti di aver mangiato di più
semplicemente perché avevano più fame del solito.
Avere una maggiore consapevolezza dunque sulle decisioni che prendiamo
quotidianamente sul cibo e sui fattori che influenzano la nostra dieta
potrebbe essere d'aiuto per la nostra salute.
Infatti, non solo non ci rendiamo conto di quante decisioni prendiamo
quotidianamente sulla nostra alimentazione, ma tendiamo a
sottovalutare completamente anche gli stimoli che ci vengono
dall'esterno.
Fonte: Wansink, B. & Sobal, J. (2007). Mindless eating. The 200 daily
food decisions we overlook. Environment and Behaviour, 39,
106-123.Related Digest items: The 'power of one': why larger portions
cause us to eat more; Beware short wide glasses.
via BPS
n.d.b. Il consiglio dunque non può che essere, per chi deve perdere
peso, di utilizzare piatti più piccoli: mangerà di meno, ma non se ne
accorgerà!
Febb. 07
CIBO E TONO DELL'UMORE
La tristezza non solo spinge le persone a mangiare di più, ma anche a
mangiare alimenti meno sani. Tuttavia, se le persone sono in possesso
di informazioni nutrizionali sugli alimenti che consumano, riescono a
porre un limite alla loro ricerca edonistica di soddisfazioni del
palato.
Nell'edizione di gennaio del Journal of Marketing, Brian Wansink, John
S. Dyson Professor of Marketing, Applied Economics and Management
presso la Cornell e colleghi descrivono diversi studi che hanno messo
a punto per verificare la relazione fra tono dell'umore e
alimentazione. Per esempio, hanno reclutato 38 assistenti
amministrativi per guardare un film ottimista e divertente (“Sweet
Home Alabama„) ed uno triste e deprimente (“Love Story„). Durante le
visioni dei films, ai partecipanti è stato offerto del popcorn
imburrato e salato caldo e uva enza semi.
“Dopo che i film erano terminati e le lacrime erano state asciugate,
si è visto che coloro che avevano guardato “Love Story„ avevano
mangiato il 36 per cento in più di popcorn di coloro che avevano
guardato “Sweet Home Alabama„ ha detto Wansink, autore del libro "Mindless
Eating: Why We Eat More Than We Think" (Bantam Books trad: Mangiare
senza farci caso: perché mangiamo più di quello che pensiamo). Gli
spettatori di “Sweet Home Alabama„ hanno mangiato sia il popcorn sia
l'uva, ma hanno consumato molta più uva mentre ridevano sulle scene
del film, di quanto abbiano consumato il popcorn„.
Se ci si sente tristi o depressi, uno spuntino veloce, di buon gusto,
dà infatti un immediato senso di euforia.
Per vedere se le informazioni nutrizionali influenzano in qualche modo
il consumo dell'alimento, i ricercatori hanno offerto il popcorn a dei
volontari che nel frattempo erano chiamati a svolgere una serie di
compiti poco impegnativi, come scrivere o leggere la descrizione di
quattro cose che li avevano resi felici (o tristi). I ricercatori
hanno trovato che le persone di umore triste, all'oscuro di
informazioni nutrizionali, mangiavano il doppio del popcorn delle
persone che erano di buon umore. Nei gruppi di volontari ai quali era
stato permesso di leggere le etichette nutrizionali dei prodotti
alimentari tuttavia, le persone più allegre hanno mangiato una
quantità di cibo quasi uguale a quelle di coloro che non conoscevano
quanto scritto nelle etichette, mentre le persone tristi hanno posto
drammaticamente un freno al consumo di questi alimenti ipercalorici,
mangiando ancor meno popcorn delle persone felici.
“In conclusione, sembra che le persone felici evitino il consumo di
alcuni alimenti e la presenza di informazioni nutrizionali non porta
ad un cambiamento dei loro consumi di certi alimenti„ ha detto Wansink.
“Mentre ciascuno di noi può desiderare un alimento sia quando è
triste, sia quando è felice, è più probabile che mangi di più quando è
triste" concludeWansink.
Conclusione: Poiché le informazioni nutrizionali non hanno effetto
sulle persone felici, ma sembrano frenare i consumi alimentari delle
persone più tristi, sarebbe bene che queste ultime conoscessero i
valori nutritivi degli alimenti che mangiano.
Gli studi sono stati intrapresi con Nitika Garg dell'università de
Mississippi e di J. Jeffrey Inman dell'università di Pittsburgh.
Link: Cornell University News Service
Fonte: Medical News
Febb 07
CORPO SESSUALE E CORPO MATERNO
Michel Foucault (La volontà di sapere, 1978 e L'uso dei piaceri, 1984,
Feltrinelli) sosteneva che qualsiasi volontà di rappresentare noi
stessi incorre inevitabilmente in una 'dietetica', cioè nella
normazione interiorizzata di schemi, che limitano le possibilità di
conoscenza, imprigionando l'esperienza corporea.
La dietetica agisce a livello culturale sui sistemi di
pre-comprensione ed organizza dunque anche le modalità del'incontro
sessuale ed i suoi esiti. Poiché tali sistemi sono però ancora
controllati funzionalmente dall'universo maschile (che tuttora domina
i processi di costruzione del sapere), la libertà della donna viene
declinata in funzione di rappresentazioni e politiche che appaiono
istanze inevitabilmente maschili.
(Per libertà della donna si intende qui la possibilità di armonizzare
l'esperienza soggettiva e la conoscenza sociale).
Nella cultura contemporanea, per ciò che concerne i destini
psicosociali femminili, la dietetica rispondente alle scienze mediche
ha costruito per un verso la desomatizzazione e per l'altro la
ricostituzione del rapporto sessuale e maternità.
La donna patisce la propria corporeità secondo l'imperativo della
funzione sociale: il suo corpo viene 'calibrato' attraverso il
sentimento del pericolo di malattia e la dipendenza da tutto ciò che
promette futurizzazione in salute, per sé e per il nascituro.
La donna rinuncia alla 'sensazione propria' quale componente
intrinseca dell'autoconsapevolezza grazie alla quale gestire il
progetto di vita con autodeterminazione, sia nell'esperienza del
rapporto d'amore con l'uomo, sia al frutto del rapporto (il figlio).
Sebbene le scienze mediche abbiano svincolato la storia femminile
dalla prigionia e dalla gravidanza indesiderata, permettendo alla
donna di gestire la maternità indipendentemente dalle limitazioni
psicologiche e biologiche, il corpo della donna è stato comunque
consegnato, dalla morale più potente (quella scientifico-tecnologica)
alla medicalizzazione. Come sostiene anche Silvia Vegetti Finzi (Il
corpo della donna cme posta in gioco del conflitto fra i sessi, in
Metis, Corpi soggetto, Franco Angeli), il corpo della donna è ostaggio
del conflitto fra i sessi. Cosa significa tutto ciò?
Significa che alla donna è richiesto un profondo lavoro di
autocoscienza per prendere possesso della propria rappresentazione del
corpo e per poter dominare l'uso delle tecnologie mediche, senza
perdere l'appartenersi.
Lo sviluppo della cultura scientifico-tecnologica non ha liberato la
donna dalle più antiche (eppur attuali) condizioni di sottomissione al
potere maschile, sviluppate in seno alla cultura tradizionale, ma l'ha
resa addirittura ancor più dipendente dalle modalità in cui il potere
viene socialmente amministrato. Il potere è ancora sostanzialmente
maschile e le violenze sulla donna vengono esercitate passando
attraverso la cultura della reificazione del corpo, che viene
considerato solo in quanto oggetto fisico. Questo corpo desoggettivato
è, indubbiamente, più facilmente amministrabile quale strumento per il
perseguimento degli scopi di chi ha il potere di amministrarlo.
La desoggettivazione tecnologica ha anestetizzato la rappresentazione
di sé rispetto al riconoscimento del bisogno: prima del piacere il
dovere e, quando si è goduto, si devono applicare le tecniche emetiche
più efficaci per non trattenere l'oggetto che ha procurato
appagamento. (Sintomi peculiari di questa condizione culturale del
corpo tecnologico femminile sono l'anoressia e la bulimia).
Il corpo della donna è 'cosa muta', mater-materia, disponibile quale
strumento per il perseguimento di fini a lei estrinseci.
Fonte: I. Testoni e I. Pogliani, Corpo sessuale e Corpo materno. Le
rappresentazioni di donne vittime della tratta per lo sfruttamento
sessuale. Ed. Cic, Riv. Sessuologia, vol. 30 n. 2, 2006
SESSO IN GRAVIDANZA
Molte mamme in attesa si chiedono se l'essere sottoposte a stress in
gravidanza può in qualche modo influire sul proprio bambino. Ci
saranno rischi per lui/lei? Ci saranno maggiori problemi? Finora non
c'è una risposta certa a questo angosciante quesito. Un servizio della
BBC si è recentemente occupato della ricerca in quest'area. Sembra
comunque, da uno studio recente, che donne che sperimentano situazioni
di tensione e di stress durante la gravidanza abbiano figli con un QI
più basso ed una maggiore predisposizione all'ansia. Il lavoro
sembrerebbe suggerire che vi sia effettivamente un fattore di rischio
per queste gravidanze poco serene, ma il Professor Glover fa notare
che non possano essere dimenticati, nella valutazione finale, anche i
fattori genetici e la qualità dell'ambiente domestico, una volta che
il bambino sia nato, come fattori particolarmente determinanti per lo
sviluppo complessivo del bambino.
Genn 07
SITI PRO-DISORDINI ALIMENTARI
Circa un terzo degli adolescenti che soffrono di disturbi alimentari
hanno visitato i siti "pro-eating-disorders", cioè quelli che
promuovono il comportamento alimentare patologico, come quello
dell'anoressia e della bulimia. Questi siti, come si può immaginare,
hanno un impatto negativo sui pazienti, sia per la complessiva durata
della malattia sia per l'apprendimento di nuove tecniche per la
perdita di peso. Questo è il succo di un articolo pubblicato nel
numero di Dicembre della rivista Pediatrics.
Ma quello che è più grave, è che molti genitori non conoscono nemmeno
l'esistenza di questi siti.
Rebecka Peebles, della Stanford University School of Medicine in
Mountain View, California ed i suoi collaboratori, hanno somministrato
questionari anonimi a 182 soggetti con disturbi alimentari e ai loro
genitori (76 pazienti e 106 genitori) sull'utilizzo di questi siti. Il
35,5 per cento dei pazienti ha riportato di aver visitato questi siti
"pro-disorder", il 41 per cento ha visitato quelli in cui viene invece
consigliato il ricovero, il 25 per cento ha visitato entrambi. Metà
dei soggetti non ne aveva visitato nessuno.
Quasi tutti (96 per cento) i pazienti che avevano visitato i siti che
promuovono il disturbo alimentare hanno dichiarato di aver appreso
nuove tecniche per perdere peso attraverso purghe, sebbene circa la
metà di coloro che hanno visitato i siti "pro-recovery" (46,4 per
cento) abbiano ugualmente dichiarato di aver appreso da questi siti
nuovi sistemi per perdere peso. Coloro che avevano visitato i siti
pro-disorder hanno affrontato una malattia più lunga, e trascorso meno
tempo facendo i compiti, mentre coloro che visitavano entrambi i siti
avevano un tasso di ospedalizzazione più elevato. Circa il 52,8 per
cento dei genitori conoscevano l'esistenza di questi siti internet
pro-anoressia e pro-bulimia, ma il 62,5 per cento non conosceva
l'esistenza dei siti pro-ricovero.
Fonte: Mental Help
CANCRO E DEPRESSIONE
E' stato messo a punto uno strumento per scoprire casi di depressione
in pazienti ammalati di cancro. E' una iniziativa dell'Università di
Liverpool, che migliorerà largamente l'abilità dei pazienti di
comprendere meglio la propria malattia. La depressione colpisce il 25%
dei pazienti con cancro avanzato (la fase in cui il cancro ha
cominciato a produrre metastasi), ma è difficile da diagnosticare
perché può essere confusa con la normale 'tristezza' legata ai vissuti
di chi è consapevole di avere una malattia allo stato terminale.
Lo strumento è stato applicato anche su pazienti di altre malattie
gravi, quali il morbo di Parkinson e le malattie cardiache croniche.
Si chiama 'Brief Edinburgh Depression Scale' (BEDS)- ed include una
scala capace di valutare lo stato mentale del paziente di cancro, il
livello di infelicità e gli eventuali propositi suicidari. Gli effetti
della depressione possono essere difficili da curare, diversamente dai
sintomi fisici di una malattia terminale come il cancro. Se la
depressione viene correttamente diagnosticata, in modo che sia
possibile effettuare un trattamento, sia farmacologico che
psicoterapeutico, questo migliorerà in ogni caso le condizioni del
paziente. Le BASI è stata provata su 246 pazienti con cancro avanzato.
Un quarto di loro hanno ricevuto una diagnosi di depressione che
precedentemente non era stata diagnosticata. Il professor
Lloyd-Williams ha aggiunto: “La depressione ha un effetto enorme su
pazienti con cancro avanzato: può influenzare la severità del dolore e
degli altri sintomi e ridurre notevolmente la qualità della vita.
Speriamo che il nostro test sia introdotto come parte sistematica
della cura del cancro, in modo che la qualità della vita dei pazienti
possa essere migliorata. La ricerca è stata pubblicata sul Journal of
Affective Disorders.
Fonte: Eurekalert
Genn. 07
TROVATA L'AREA CEREBRALE CHE REGOLA LE DIPENDENZE?
Forse potrebbe essere stata individuata la sede delle dipendenze nel
cervello umano. Dei ricercatori americani affermano che una parte
precisa del cervello, l'insula, sembra apparentemente legata alla
dipendenza da nicotina. I lavori di un gruppo di ricerca della
Università della California del Sud mostrano che le persone che hanno
questa zona cerebrale danneggiata non provano più il desiderio di
fumare. I ricercatori hanno studiato i casi di 69 pazienti fumatori di
lungo periodo che avevano subito dei danni cerebrali. Questi danni
riguardano l'insula in 19 casi. Non meno di 13 (68,4 %) di questo
gruppo hanno smesso immediatamente di fumare e 12 di loro ci sono
riusciti con grande facilità, dicendo di aver perduto il desiderio di
accendersi una sigaretta.
Come si sa, per smettere di fumare, come per qualsiasi altra
dipendenza, è importante che non vi sia più quel desiderio
irresistibile che non permette di controllarsi. Per il momento la
ricerca si concentrerà nella misurazione delle attività di questa
regione nel cervello nelle terapie antitabacco. In futuro, se questi
dati verranno confermati, potrebbero nascere dei farmaci ad hoc per
combattere le dipendenze.
Fonte: Radio Canada
Genn. 07
IL PIANTO
K. Jaspers (psicopatologia generale 1913-1959, ed. Il pensiero
Scientifico) scrive che : "il riso e il pianto sono piccole catastrofi
della vita corporea, nelle quali questa, essendo senza via d'uscita,
in un certo senso si disorganizza. Questa disorganizzazione è anche un
simbolo, come vi è del simbolismo in ogni mimica, ma nel riso e nel
pianto essa non è trasparente, perché entrambe le risposte sono al
limite. Il riso e il pianto esistono solo nell'uomo e non negli
animali, e sono quindi assolutamente umani".
Il pianto è un comportamento espressivo, caratterizzato da secrezione
lacrimale, modificazione della respirazione e compartecipazione di
tutto il corpo che esprime, come il riso, una reazione emotiva tesa a
scaricare tensione. Le lacrime hanno anche lo scopo di pulire e
lubrificare gli occhi, ma soprattutto portano con sé ormoni ed altre
proteine prodotti durante il periodo di stress: l'espulsione di questi
prodotti ha l'effetto catartico che ben conosciamo.
I CAPI NON ASCOLTANO
Secondo Adam Galinsky che, con i suoi colleghi della New York
University e di Stanford, ha cercato di misurare la capacità di
avvicinarsi ai dipendenti da parte di chi esercita un ruolo di
comando. Se ne parla su Livescience.com : ad un gruppo di 57 volontari
è stato chiesto di scrivere la lettera E, e a seconda del suo
orientamento gli studiosi hanno dedotto il grado di attenzione rivolto
al prossimo. Gli psicologi sono partiti dal presupposto che una E
rivolta verso sé stessi ha un significato differente da una E rivolta
verso altre persone.
Attraverso la produzione di queste E, si è visto che le persone con
esperienze di potere sono decisamente più concentrate su sé stesse
rispetto agli altri.
Successivamente, Galinsky ha sottoposto il campione di volontari alla
prova delle espressioni facciali, mostrando loro una serie di volti
con vari stati d’animo: tristezza, emozione, paura, sconforto,
allegria. E anche a questo proposito i potenti sono risultati poco
intuitivi nell’indovinare gli stati emotivi, sbagliando molto più dei
«non-capi». Anche la prova dell’empatia ha svelato una certa
lontananza da parte dei leader, troppo presi a capire il loro mondo
per accorgersi di quello altrui.
Fonte: Corriere della Sera
Genn 07
GLI OTTIMISTI VIVONO PIU' A LUNGO
Uno studio condotto da ricercatori olandesi ha scoperto che le persone
che sono pessimiste di temperamento hanno maggiori probabilità di
morire di problemi di cuore ed altro di coloro che sono ottimisti.
Lo studio, condotto dal Dr. Erik J. Giltay dello Psychiatric Center
GGZ Delfland è stato pubblicato negli Archives of General Psychiatry.
Esso ha interessato 941 soggetti olandesi, di età compresa fra i 65 e
gli 85, dal 1991 al 2001. Essi erano stati suddicisi in due gruppi di
ottimisti e pessimisti a seconda delle risposte che avevano dato a
frasi tipo 'non ho più speranze per il futuro', oppure 'la vita è
piena di promesse' e simili. il Dr. Giltay ha scoperto che gli
ottimisti hanno il 45 % in meno di probabilità di morire dei
pessimisti cronici. La percentuale di decessi, fra gli ottimisti era
del 30.4 per cento, fra i pessimisti del 56.5 per cento.
Il Dr. Giltay ha controllato diversi fattori di rischio, che andavano
dalla pressione del sangue, al tasso di colesterolo, al fumo, il
consumo di alcol ecc. Questi fattori non si sono mostrati tuttavia
altrettanto significativi come quelli dovuti al pessimismo o
all'ottimismo.
Fonte: New York Times
GENN. 07
BILINGUISMO E SENILITA'
La pratica del bilinguismo permette di ritardare la senilità, secondo
uno studio di un istituto canadese di ricerca i cui risultati sono
stati appena divulgati. Parlare due lingue anziché una sembra essere
associato ad un ritardo nello sviluppo della senilità ha dichiarato
Ellen Bialystok, professoressa all'Università di York. In un gruppo di
184 persone, tutte con problemi cognitivi, i sintomi di senilità
facevano, in media, la loro apparizione, intorno ai 71,4 anni tra chi
parlava una sola lingua e a 75,5 anni fra i bilingui.
Questa differenza tiene conto del livello di istruzione, del sesso,
del livello socio-economico, del sesso e del Paese di origine delle
184 persone studiate.
Ebbene: per allontanare l'età senile, nessun trattamento farmacologico
ha un effetto così spettacolare come il bilinguismo, secondo i
risultati dei ricercatori canadesi, che a febbraio pubblicheranno
questo studio sulla rivista Neuropsychologia. Lo studio è stato
condotto dal Rotman Research Institute, un organismo di Ricerca
associato all'Università di Toronto.
Fonte: Cyberpresse
Genn. 07
L'IDENTITA'
Con il termine 'identità' in psicologia si intende l'identità
personale, ossia il senso del proprio essere, continuo attraverso il
tempo e distinto, come entità, da tutte le altre.
I filosofi J. Locke e D. Hume avevano parlato dell'identità come
costruzione della memoria, ovvero nella relazione che la memoria
instaura tra le impressioni continuamente mutevoli e tra il presente e
il passato.
Si tratterebbe pertanto di un meccanismo psicologico, che non
autorizza a postulare un0identità sostanziale (come ad esempio
potrebbe essere l'anima) a fondamento dell'Io. L'Io sarebbe solo una
'collezione' di impressioni, continuamente mutevoli
Questa riflessione filosofica è stata sostanzialmente accolta dalla
psicologia, che parla di identità e di crisi di identità in ordine
alla solidità o alla fragilità di questa costruzione.
L'identità conscia è la riflessione che il soggetto fa sulla propria
continuità temporale e sulla sua differenza dagli altri. L'identità,
secondo E. Jacobson è "il sentimento di sé" e secondo M. Mahler "la
prima consapevolezza del senso di essere".
Secondo E.H. Erikson molti aspetti dello sviluppo dell'Io si possono
formulare in termini di crescita del senso di identità, che va
incontro a crisi di vario genere, specie nell'età evolutiva.
In effetti, la formazione dell'identità avviene nei primi anni di vita
del bambino, quando con la scoperta del mondo degli oggetti
("relazione oggettuale") e la distinzione fra questo e il proprio sé,
fisico e mentale, nasce il sistema dell'Io. Per parlare del processo
di cotruzione dell'identità, ivi compresa l'identità sessuale, si deve
far riferimento alle fasi di sviluppo psicologico del bambino ed in
particolare all'identificazione col genitore, graie al quale vengono
assimilati aspetti, proprietà, attributi della persona, che diventa un
modello.
La formazione del senso di identità vero e proprio, che comporta
autonomia e indipendenza, ha inizio nel momento in cui
l'identificazione col genitore volge al termine, cioè quando si è
avuto un passaggio attraverso le fasi di separazione-individuazione
nel rapporto con la figura materna (o della persona che si prende cura
del bambino).
Esiste anche un'identità inconscia, di cui ha parlato C.G. Jung,
ovvero un tipo di identità che consiste in un'uguaglianza inconscia
con gli oggetti. E' un'uguaglianza data a priori, che non rientra
nell'ambito della coscienza. Scrive Jung in Tipi psicologici (1921):
"Sull'identità si basa l'ingenuo pregiudizio che la psicologia
dell'uno sia uguale a quella dell'altro, che dappertutto valgano gli
stessi motivi, che ciò che piace a me debba ovviamente piacere anche
agli altri, che ciò che è immorale per me debba esserlo anche per gli
altri...".
In psichiatria, il senso dell'identità è legato al mantenimento della
coscienza dell'Io. La perdita della coscienza dell'Io determina la
depersonalizzazione, intesa come frattura e vissuto di
non-appartenenza rispetto ai propri eventi psichici (K. Jaspers) o
estraneamento (K. Schneider).
La depersonalizzazione è un'esperienza di distacco ed estraneità nei
confronti della propria identità psichica, del proprio corpo, del
mondo esterno, come se la naturale relazione dell'Io con questi tre
aspetti della realtà si incrinasse o si rompesse.
Tutti i quadri psicopatologici presentano, anche se in modo diverso,
un disturbo dell'identità e della coscienza dell'Io.
LA DIAGNOSI PSICOLOGICA
'Diagnosi' è una parola di origine greca, già utilizzata nella
medicina antica con il significato di 'riconoscimento'. Con la
diagnosi si tratta infatti di riconoscere dei segni, assunti come
indizi per la valutazione di facoltà specifiche, o del quadro globale
della personalità (in questo caso si parla di 'diagnosi psicologica'),
oppure dei sintomi di funzioni alterate riconducibili a entità
nosologiche di cui si conoscono a grandi linee il decorso e l'esito.
Nel tentativo di rendere più omogenei i criteri diagnostici in
psichiatria, l'American Psychiatric Association ha pubblicato il
manuale diagnostico e statistico (DSM), con lo scopo di mettere a
punto nuovi metodi di classificazione e un nuovo glossario, che
potesse essere davvero universale.
Si tratta di un manuale che raccoglie attualmente più di 370 disturbi
mentali, descrivendoli in base alla prevalenza di determinati sintomi
(per lo più quelli osservabili nel comportamento dell'individuo, ma
non mancano riferimenti alla struttura dell'Io e della personalità).
Data la sua origine scientifica di natura statistica, è considerato
uno degli strumenti più attendibili per diagnosticare un disturbo
mentale, e quindi ampiamente utilizzato come referente per la scelta
di una determinata terapia, soprattutto quella farmacologica.
La prima edizione del manuale (DSM-I) risale al 1952, e fu redatto
dall'American Psychiatric Association (APA). Nel corso degli anni il
manuale è stato migliorato ed arricchito con riferimenti allo sviluppo
attuale della ricerca psicologica in numerosi campi, ma anche con
nuove definizioni di disturbi mentali: la sua ultima edizione,
risalente al 1994 (DSM-IV) classifica un numero di disturbi mentali
pari a tre volte quello della prima edizione. (Il DSM V uscirà nel
2011).
Politicamente, il DSM è uno strumento molto importante perché
determina la linea di confine fra normalità e patologia, indica ciò
che deve essere curato e come.
Vista l'importanza che uno strumento del genere viene ad assumere a
livello di cultura scientifica mondiale, il DSM è oggetto di numerose
critiche, che ne contestano soprattutto gli aspetti freddamente
statistici, che difficilmente possono essere riscontrabili in un
individuo, con la sua storia personale.
La sua struttura segue un sistema multiassiale: divide i disturbi in
cinque Assi, così ripartiti:
ASSE I: disturbi clinici, caratterizzati dalla proprietà di essere
temporanei o comunque non "strutturali"
ASSE II: disturbi di personalità e ritardo mentale. Disturbi stabili,
strutturali e difficilmente restituibili ad una condizione "pre-morbosa"
ASSE III: condizioni mediche generali
ASSE IV: problemi psicosociali e ambientali
ASSE V: valutazione globale del funzionamento
Per fare qualche esempio, il DSM inserisce nell'ASSE I disturbi come
schizofrenia ed altre forme di psicosi, nell'ASSE II invece sono
raccolti disturbi di personalità come quello borderline o quello
paranoide.
Generalmente il DSM richiede un cut-off, un numero minimo di sintomi
raccolti per poter effettuare una corretta diagnosi.
Di solito il DSM richiede un periodo minimo di presenza dei sintomi
per poter effettuare una diagnosi (si parla di alcuni mesi). Altri
criteri di esclusione sono l'età di insorgenza del disturbo (per i
disturbi di personalità ad esempio si richiede l'insorgenza
nell'adolescenza) ed una diagnosi differenziale rispetto a disturbi
che potrebbero essere accomunati dagli stessi sintomi
In Europa spesso si utilizza, in alternativa, l'ICD, è la versione più
recente del criterio diagnostico dell’Organizzazione Mondiale della
Sanità; esso riguarda la classificazione di tutte le patologie
mediche, non solo quelle psichiatriche.
Vediamo ad esempio un caso di 'personalità schizoide' secondo il DSM
IV e l'ICD.
DSM IV
Un soggetto viene definito 'schizoide' se presenta almeno quattro
sintomi fra i seguenti:
1. Il soggetto non prova desiderio o piacere ad avere relazioni
strette con altre persone, inclusa la famiglia
2. Predilige quasi sempre attività solitarie o che implicano relazioni
del tutto superficiali.
3. Ha poco o nessun interesse in relazioni ed esperienze sessuali
reali.
4. Non prova vero piacere in nessuna o quasi attività.
5. Manca di amicizie strette o confidenti oltre ai parenti di primo
grado.
6. Appare emotivamente indifferente a critiche o elogi.
7. Dimostra “freddezza” emozionale, distacco oppure piattezza emotiva.
ICD
In questa classificazione la voce "disturbo schizoide di personalità"
è definito come il quadro sintomatico caratterizzato dalla presenza
continuativa di almeno tre dei seguenti sintomi:
1. Freddezza emozionale,distacco o ridotta affettività.
2. Limitata capacità di esprimere sentimenti sia positivi sia negativi
verso gli altri.
3. Significativa preferenza per le attività solitarie o di scarso
impegno partecipativo.
4. Mancanza (o numero ridottissimo) di amicizie o relazioni strette, e
assenza del desiderio di averne.
5. Marcata indifferenza a elogi o critiche.
6. Il soggetto non ricava piacere da nessuna o qasi nessuna attività.
7. Indifferenza a norme comportamentali e convenzioni sociali.
8. Eccessive preoccupazioni verso fantasie o pensieri introspettivi.
9. Scarso desiderio di esperienze sessuali che coinvolgano un'altra
persona.
Come si vede, nell ICD-10 i parametri sono nove anziché i sette del
punto A del DSM IV-TR. L'ICD-10 include due criteri comportamentali:
l'indifferenza a norme e convenzioni sociali e l’espressione di
emozioni intense riguardo ad altri.
Sebbene il DSM abbia il merito di aver creato un linguaggio e criteri
univoci per potersi intendere, le critiche sono numerose. Non a tutti
sembra uno strumento adeguato per valutare la situazione clinica di
una persona: la sua struttura è rigidamente statistica, la scelta dei
cut-off appare discutibile, vengono trascurate le caratteristiche
soggettive del paziente, gli effetti della sua esperienza, la sua
storia personale.
Altre critiche riguardano più direttamente la dimensione etica: la
metà degli psichiatri che hanno partecipato alla stesura dell'ultima
edizione del DSM ha avuto rapporti economici (tra il 1989 e il 2004,
con ruoli di ricercatore o consulente) con società farmaceutiche. Si
tratta di tutti gli psichiatri che hanno curato la sezione sui
disturbi dell'umore e sulle psicosi del manuale, definizioni di
disturbi che in quegli anni si sono accompagnate all'impennata nelle
vendite di farmaci "appropriati". Queste scoperte hanno fatto tornare
in auge il tema delle "malattie create a tavolino", (ad esempio
attraverso un semplice "accorciamento" del cut-off per l'inclusione in
una diagnosi) negli ultimi anni per lanciare nuovi farmaci, come il
discusso caso del Disturbo Dell'Attenzione trattato in poco tempo con
l'uso di un eccitante del SNC, il Ritalin.
AMARE E'... CELEBRARE LE BUONE NOTIZIE
Gli psicologi che studiano le relazioni di coppia si interessano da
lungo tempo su tenere in piedi la relazione, malgrado le difficoltà
finanziarie, lo stress da lavoro, le crisi provocate dall'educazione
dei figli. Come fanno le coppie a restare unite, malgrado tutto
questo? Alcuni psicologi dell'Università di California l'hanno appena
scoperto: la longevità della coppia dipende da come i due partner
reagiscono alle buone notizie, e non alle cattive. Reagire con
eccitazione e fierezza ai successi e alle gioie dell'altro migliora la
relazione. Al contrario, essere acquiescenti, passivi, o peggio
indifferenti alle buone notizie, può minare la vita della coppia.
Conta di più insomma celebrare le buone notizie che evitare le cattive
notizie. Si stima che, nella maggior parte delle coppie, gli
avvenimenti positivi superano largamente quelli negativi, secondo una
percentuale di quattro a uno.
Fonte: Cyberpresse
Genn 07
I LAVORI ATIPICI FANNO MALE ALLA SALUTE
Uno studio sulla salute dei lavoratori ha scoperto che le persone che
svolgono un lavoro temporaneo hanno maggiori probabilità di avere
problemi di salute di coloro che svolgono un lavoro a tempo
indeterminato. La Dr.ssa Vanessa Gash della Scuola di Scienze Sociali,
presso la University of Manchester ha impiegato due anni per esaminare
le statistiche relative alla salute di lavoratori spagnoli e tedeschi.
Questo studio segue una ricerca analoga condotta in Scandinavia, che
aveva scoperto come i lavoratori a tempo determinato avessero maggiori
probabilità di morire in seguito a problemi causati da alcol e fumo,
dei lavoratori a tempo indeterminato.
“Trovare un lavoro fa bene alla salute, ma se è un lavoro temporaneo
gli effetti sono meno significativi, specialmente per soggetti di
sesso maschile" dice la Gash. La perdita del lavoro alla scadenza del
contratto porta allo stato di disoccupazione, il che provoca un
deterioramento degli indicatori della salute complessiva
dell'individuo. Lo stress può essere legato anche alla scarsa qualità
di questi lavori temporanei, peraltro pagati poco. In Spagna, dove è
stato condotto parte del lavoro di questo team di ricerca, un terzo
dei lavoratori sono a tempo determinato, ma la cosa è altrettanto
frequente nel Regno Unito, come dimostra uno studio della Comunità
europea sulle nuove forme atipiche del lavoro, che includono i
freelance e i lavoratori interinali, forme di impiego che sono
cresciute del 40% nel 2005, in tutte Europa.
Fonte: Medical News
Link: http://www.manchester.ac.uk
Genn. 2007
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