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Psicopill
La psiche in pillole
2007
(2)
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> Psicopill 2007 (2)
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Raccolta di informazioni, ricerche e curiosità sul
mondo della psicologia
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Indice della pagina:
●
Il
litio per la cura delle depressioni
●
2 soli
anni di istruzione in più
●
I cani non
pensano da cani
●
Le donne
devono lavorare il doppio degli uomini
●
Il
perfezionista ha problemi psicologici e non lo sa
●
Ecstasy e
anoressia
●
Come
rovinare l'immagine di un prodotto
●
Quando il
bulletto prova a metterla incinta
●
Seasonal
Affective Disorder
●
I
genitori possono fare molto per aiutare i figli bulimici
●
Cento anni
di studio sui topi da laboratorio
●
Internet Addiction:
pericolosa?
●
Donne anziane, caffeina e memoria
●
La terapia
di gruppo non aumenta le possibilità di sopravvivenza
●
Emicrania
da gelato
●
Il
cervello può essere allenato
●
Relazioni
fra fratelli
●
Non esiste
benessere senza un buon sonno
●
Nuovi
trattamenti per il disturbo borderline
●
Ritalin
ai figli dei divorziati |
IL LITIO PER LA CURA DELLE DEPRESSIONI
Uno studio dell'Università di medicina di Berlino, la Charité, mostra
come un fattore genetico riesca a favorire il successo della terapia
al litio. Ad uno studio hanno partecipato 81 pazienti sofferenti di
depressione acuta, i quali non avevano trovato alcun giovamento in un
trattamento specifico contro la depressione. L'esperimento è andato
avanti per otto settimane, durante le quali a questi pazienti sono
state somministrate delle terapie a base di litio. Il litio, in
genere, non è considerato un antidepressivo, ma piuttosto una sostanza
capace di regolare il tono dell'umore, in particolare nei casi di
problemi maniaco-depressivi. Studiando il gene GSK3B in questi
pazienti, i ricercatori hanno notato che chi possedeva una certa
modificazione in questo gene reagiva meglio. In effetti, dopo 4
settimane, il 56% mostrava miglioramenti significativi. Gli individui
che non presentavano questa modificazione hanno avuto dei
miglioramenti solo nel 31% dei casi.
Il gene GSK3B codice per l'enzima 3-beta glicogeno sintetasi (GSK3B) è
ben conosciuto da chi si occupa di problemi mentali. Questo meccanismo
permette la sintesi delle proteine che assicurano la sopravvivenza e
lo sviluppo delle cellule nervose ed ha anche una grande influenza sul
nostro orologio interno, il quale è in stretta relazione con gli stati
depressivi. In Germania circa 4 milioni di persone soffrono di
depressione e necessitano di cure appropriate. In quei soggetti nei
quali le terapie tradizionali hanno scarsi effetti (2/3 di loro), può
essere dunque suggerito l'uso di litio (il che viene ora evitato per
paura di effetti collaterali). Un test genetico potrà permettere, in
futuro, di predire se il litio può essere d'aiuto nel trattamento
degli stati depressivi di uno specifico paziente. L'Università di Bonn
in collaborazione con l'Istituto di Salute mentale degli Stati Uniti
ha appena iniziato degli studi per confermare questi risultati e
identificare altri fattori genetici.
Fonte: Toxico Quebec
Link: http://www.charite.de/psychiatrie/
Per completezza di informazione, aggiungo qualche altra notizia sul
litio, tratta da Wikipedia:
Il litio (da greco lithos, "pietra") venne scoperto da Johann
Arfvedson nel 1817. Arfvedson trovò il nuovo elemento all'interno dei
minerali di spodumene, lepidolite e petalite, che stava analizzando
sull'isola di Utö in Svezia. Nel 1818 Christian Gottlob Gmelin fu il
primo ad osservare che i sali di litio emettevano una fiamma rosso
brillante durante la combustione. Entrambi cercarono, senza successo,
di isolare il litio dai suoi sali.
L'elemento non venne isolato fino a quando William Thomas Brande e Sir
Humphrey Davy impiegarono l'elettrolisi sull'ossido di litio. La
produzione commerciale del litio venne ottenuta nel 1923 dalla
compagnia tedesca Metallgesellschaft AG attraverso l'uso
dell'elettrolisi sul cloruro di litio e sul cloruro di potassio fusi.
Sembra che il nome "litio" fu scelto perché venne scoperto all'interno
di un minerale mentre gli altri metalli alcalini vennero rintracciati
nei tessuti vegetali.
Il litio è largamente disponibile, ma non si trova in natura nella sua
forma libera; a causa della sua reattività si trova sempre legato ad
altri elementi o composti. Si trova in minima parte in quasi tutte le
rocce ignee ed anche in molte salamoie naturali.
A partire dalla fine della seconda guerra mondiale, la produzione di
litio è cresciuta notevolmente. Il metallo viene separato dagli altri
elementi delle rocce ignee, ed è anche estratto da alcune sorgenti di
acqua minerale. Lepidolite, spodumene, petalite, e amblygonite sono i
principali minerali che lo contengono.
Il metallo, di colore argenteo come il sodio, il potassio e gli altri
membri della serie dei metalli alcalini, è prodotto per elettrolisi da
una miscela di cloruro di litio e cloruro di potassio fusi. Il costo
di questo metallo nel 1997 era di circa 136 US$ al chilo.
Il litio è considerato leggermente tossico; lo ione litio è coinvolto
negli equilibri elettrochimici delle cellule del sistema nervoso e
viene spesso prescritto come farmaco nelle terapie per il trattamento
delle sindromi maniaco-depressive.
Fonte: Wikipedia
DIC 07
DUE SOLI ANNI DI ISTRUZIONE IN PIU'...
I lavoratori che hanno maggiore possibilità di controllo sulle loro
attività quotidiane e svolgono un lavoro che gli piace, hanno maggiori
probabilità di essere in buona salute, secondo un nuovo studio della
Università del Texas di Austin, pubblicata sul Journal of Health and
Social Behavior di questo mese. La scoperta più interessante, secondo
John Mirowsky, direttore del team di ricerca e professore di
sociologia presso il Population Research Center della University of
Texas di Austin, è che il lavoro creativo aiuta le persone a stare in
buona salute. "Per attività creativa si intende il lavoro che non è
routine, un lavoro piacevole e capace di dare opportunità di imparare
nuove cose e di risolvere problemi.
Le persone che svolgono quel
genere di lavoro, pagate o no, si sentono meglio delle altre ed hanno
meno problemi fisici. Allo studio hanno partecipato 2.592 adulti, che
risposero nel 1995 a delle interviste telefoniche su scala nazionale:
nel 1998 vi fu un follow up. Il vantaggio del lavoro creativo nel
benessere personale, secondo Mirowsky, non è poco: se si fa un lavoro
creativo (anche al 60° percentile, ovvero solo quaranta persone su
cento hanno un lavoro più creativo del proprio) oppure se ne fa uno
scarsamente creativo (al 40° percentile, ovvero 60 persone su cento
fanno un lavoro migliore del proprio) la differenza consiste nel
sentirsi 6 anni e sette mesi più giovani.
La stessa cosa si può dire per due anni in più di istruzione in più o
anche un reddito 15 volte maggiore. (Decisamente la prima ipotesi
appare più ragionevole... n.d.b.)
Gli autori della ricerca non hanno indicato quali siano i lavori più
creativi: certamente, dicono, lavorare in una catena di montaggio, non
è fare un lavoro creativo, mentre (guarda un po'...) fare il manager o
altri lavori di alto livello, fa accedere a compiti sentiti come più 'creativi'.
Concludendo, il suggerimento che ci viene da questa ricerca è quello
di cercare di fare un lavoro creativo, per sentirsi più giovani ed in
buona salute. Per fare un lavoro creativo la via più facile sembra
essere quella di studiare, di prepararsi bene (due soli anni di
istruzione in più possono cambiare la propria vita e la propria salute
tanto quanto uno stipendio 15 volte maggiore!).
Fonte: Science Daily
DIC 07 |
I CANI NON PENSANO DA CANI
Friederike Range e colleghi dell' Università di Vienna hanno
dimostrato per la prima volta che i cani possono classificare
fotografie con colori complessi e dividerle in categorie esattamente
come fanno gli esseri umani. I cani hanno anche dimostrato di poter
imparare dei concetti attraverso l'uso del touch-screen del computer,
eliminando così il sospetto di possibili influenze umane. Lo studio è
appena stato pubblicato on line su Animal Cognition, una rivista
Springer.
Per vedere se i cani possono categorizzare le immagini solamente in
modo visuale, per poi trasferire queste informazioni nelle varie
situazioni sperimentali, a quattro cani sono state mostrate
simultaneamente immagini di paesaggi e di cani. I cani dovevano
scegliere l'immagine di un loro simile per poter ottenere una
ricompensa.
Ci sono stati poi altri due test. Ai cani sono stati mostrati paesaggi
e cani completamente diversi. Essi hanno tuttavia continuato a
selezionare l'immagine del cane, dimostrando di poter trasferire
l'informazione acquisita anche al nuovo stimolo, cioè un' immagine mai
vista in precedenza. Nel secondo esperimento il cane veniva mostrato
nell'immagine immerso in uno dei paesaggi utilizzati nella prima fase
del test, cercando così di mettere i quadrupedi di fronte ad una
situazione alquanto confusa e contraddittoria.
Essi dovevano scegliere fra nuove immagini di cani, ritratti nelle
consuete immagini dei paesaggi oppure fotografie di paesaggi
completamente nuovi, dove però non vi erano ritratti dei cani: si è
visto che i soggetti utilizzati nell'esperimento hanno selezionato
sullo schermo del computer, in modo statisticamente significativo,
l'immagine del paesaggio con il cane.
Conclusioni: I cani sono capaci di formare dei concetti astratti, come
ad esempio quello di 'cane' . L'esperimento effettuato tuttavia non
può effettivamente dirci se in quella immagine che produce ricompense
e che essi hanno dimostrato di riconoscere, anche in forme ed in
situazioni diverse, essi vedano effettivamente un loro simile.
Resta da dire che le abilità cognitive dei cani possono essere
indagate facilmente con questo nuovo strumento, che non prevede il
coinvolgimento del padrone del cane o dello sperimentatore ed essere
per questo molto più scientifiche. Inoltre, se il metodo funziona, può
essere esteso anche ad altre specie animali.
Fonte: Range F et al (2007). Visual categorization of natural stimuli
by domestic dogs (Canis familiaris). Animal Cognition (DOI
10.1007/s10071-007-0123-2). Source: Joan Robinson
via Medical News
nov. 07
LE DONNE DEVONO LAVORARE IL DOPPIO DEGLI UOMINI
Qualsiasi cosa facciano, le donne devono lavorare due volte meglio
degli uomini per essere considerate brave almeno la metà di loro. Non
è più solo un modo di dire. La sociologa Elizabeth Gorman della
University of Virginia e Julie Kmec della Washington State University,
sono arrivate alla stessa conclusione: le donne sostengono che devono
lavorare più degli uomini. In cinque diversi studi effettuati in
periodi diversi, con gruppi diversi di uomini e donne, in USA e nel
Regno Unito, la risposta delle donne è sempre la stessa: "il mio
lavoro richiede molto impegno". Anche quando vengono messi a confronto
soggetti che svolgono lo stesso lavoro, hanno le stesse responsabilità
e qualifiche professionali, le donne affermano che i loro lavori
richiedono un maggiore sforzo di quanto non dicano gli uomini, secondo
la Gorman.
La spiegazione più plausibile secondo i ricercatori è che alle donne
venga chiesto un maggior livello di precisione nel lavoro. Questa la
conclusione dello studio "We (Have to) Try Harder: Gender and Required
Work Effort in Britain and the United States," pubblicato nella
rivista Gender and Society di Dicembre. I sociologi hanno focalizzato
la loro attenzione sullo sforzo lavorativo richiesto alle donne.
Perché il Capo sia soddisfatto infatti, il lavoro della lavoratrice
deve essere molto più accurato di quello del collega maschio. Lo
studio si è concentrato sui dati di alcune ricerche condotte nel 1997,
the U.S. National Study of the Changing Workforce e Skills Survey of
the Employed British Workforce.
A questo punto resterebbe da capire se questa maggiore richiesta di
accuratezza venga dal datore di lavoro o dalla donna stessa, che è più
stanca perché si occupa anche del lavoro domestico. No: matrimonio e
famiglia hanno lo stesso impatto sulle risposte fornite, negli studi
esaminati, da uomini e donne con famiglie simili.
E allora? La Gorman ricorda che se noi vediamo la firma di una donna
su uno studio, su un'opera d'arte, essa deve essere molto valida
perché venga apprezzata tanto quanto quella di un uomo. E quando un
uomo ed una donna lavorano insieme su uno stesso progetto, si pensa
subito che l'uomo vi abbia contribuito molto più della collega donna.
Se il lavoro di una donna viene apprezzato più di quello di un uomo,
dice la Gorman, si tende a pensare che la donna sia stata fortunata.
Sentirsi sempre meno apprezzate dei colleghi uomini può produrre nelle
lavoratrici problemi fisici e psichici, che possono poi ripercuotersi
sulla loro vita familiare, oltre che nella loro carriera.
Fonte: Medical News
Link: University of Virginia
nov. 07
IL PERFEZIONISTA HA PROBLEMI PSICOLOGICI E NON LO SA
Molti studi recenti avvertono che prendere troppo seriamente le
proprie manie di perfezionismo può essere dannoso. Cosa vi succede
quando le cose non vanno per il loro verso? Provate ansia, attacchi di
panico? Probabilmente siete dei perfezionisti. Cercando di guardare a
questa mania da altri punti di vista tuttavia, si può scoprire che
questa particolarità può essere il sintomo di alcune patologie, come
ad esempio una depressione, un comportamento compulsivo, una
dipendenza.
Alcuni ricercatori affermano che il perfezionismo può essere di tre
tipi: 1) orientato sul sé, sul raggiungimento di particolari standard
di perfezione, che se non vengono raggiungi provocano forti
auto-critiche e stati depressivi 2) orientato sugli altri: non si è
mai contenti delle prestazioni con gli altri, per cui si finisce anche
per rovinare delle solide relazioni; 3) il perfezionismo riguarda un
io-ideale: come si vorrebbe essere per essere certi di soddisfare le
aspettative degli altri. In questo ultimo caso potrebbero insorgere ad
esempio disturbi dell'alimentazione o perfino idee suicidarie.
Certamente tutti vogliono essere bravi nelle cose che fanno, nessuno
ama fare errori ma, come dice Gordon L. Flett, professore di
psicologia presso la York University e autore di molti studi: “Il
perfezionismo diventa pericoloso quando si generalizza ed invade tutte
le aree della nostra vita: è presente in casa, nel modo di apparire,
negli hobbies, ecc."
Il problema è che i perfezionisti spesso non capiscono di avere un
problema ed anzi, sono molto orgogliosi dei loro impulsi. Del resto la
cultura dominante approva questi comportamenti e addirittura li
rinforza.
In uno studio recente effettuato presso la Curtin University of
Technology in Australia, 252 partecipanti dovevano riempire un
questionario in cui dovevano fornire le loro valutazioni su
affermazioni del tipo: “O mi controllo benissimo o non mi controllo
affatto" oppure " O mi trovo bene con gli altri o non mi ci trovo bene
per niente” Più i partecipanti rispondevano positivamente a questa
legge del 'tutto o niente', più erano delle persone estremamente
perfezioniste, con problemi psicologici.
Queste persone non accettano l'idea che ci si possa migliorare
imparando dai propri errori: vogliono essere sempre perfette, mai
arrivare seconde in qualche cosa.
Il perfezionista è rigido, perché sa che lasciarsi andare può
significare scivolare, cadere, fallire e allora non cede mai a nessun
richiamo, a nessun impulso; è sempre fedele a sé stesso.
Prendiamo ad esempio la tossicodipendenza: molte centri di
riabilitazione sono per questa legge del tutto o niente, per cui o sei
drogato o non lo sei affatto. Se questo criterio funziona ed ha
funzionato sulle persone che sono 'perfezioniste' per loro natura, non
ha sicuramente funzionato per chi perfezionista non lo è.
In un esperimento condotto presso gli impiegati amministrativi dell'
Università australiana, si sono presi i soggetti più perfezionisti ed
è stato chiesto loro di lasciare la scrivania in disordine, non
arrivare prima dell'inizio dell'orario di lavoro, non fare un solo
minuto di straordinario, prendersi tutte le pause previste... Tutte
queste abitudini, che per un non perfezionista, sono piccola cosa, per
i perfezionisti erano invece situazioni insostenibili, abnormi.
Alla fine del periodo è stato fatto osservare loro che non era
successo nulla: l'Università aveva continuato a funzionare come prima,
nessuno li aveva rimproverati o puniti, e forse erano anche più
felici.
Conclusione: se si è dei perfezionisti, val la pena di provare qualche
volta a 'fare del proprio peggio'. Migliorerà il contatto con sé
stessi e probabilmente ci si accorgerà che tutte le proprie abitudini
non sono un dovere imposto dalla situazione e ancor meno un obbligo...
Sono solo sintomi di un problema psicologico che potrebbe chiamarsi,
ad esempio, disturbo ossessivo-compulsivo.
Fonte: New York Times
NOV 07
ECSTASY E ANORESSIA
In uno studio pubblicato questa settimana, la dottoressa Valerie
Compan del Centre National de la Recherche Scientifique, Montpellier,
hanno scoperto che l'anoressia e l'ecstasy riducono il desiderio di
mangiare stimolando lo stesso gruppo di recettori della serotonina.
Questi recettori, chiamati 5-HT4 sono situati in una struttura
cerebrale associata ai sentimenti ricompensa.
La Compan e colleghi hanno stimolato questi recettori - che svolgono
un ruolo importante nell'instaurarsi di una dipendenza - scoprendo che
questo spingeva i topi ad adottare un comportamento anoressico.
Inoltre, queste stimolazioni hanno portato alla produzione degli
stessi enzimi che si producono con l'utilizzo di cocaina e amfetamina.
Questa ricerca apre la strada alla comprensione dell'anoressia come un
problema che riguarda il sistema della sensazione di ricompensa,
dovuta all'azione di meccanismi neuronali.
I recettori 5-HT4 possono essere un nuovo obiettivo teraspeutico per
le persone che soffrono di questi problemi.
Fonte: PNAS Early Edition, October 1, 2007. – (Reuters Health) via
Health24
Links:
Centre National de la Recherche Scientifique
Proceedings of the National Academy of Science (PNAS).
COME ROVINARE L'IMMAGINE DI UN PRODOTTO
Le propensioni dei consumatori verso i prodotti e i servizi sono
spesso influenzate dall'opinione degli altri e più la società diventa
'inter-connessa' attraverso gli strumenti di comunicazione offerti
dalle nuove tecnologie, più questo fenomeno si fa evidente. Lo
affermano Adam Duhachek, Shuoyang Zhang, e Shanker Krishnan
(ricercatori della Indiana University) che hanno condotto uno studio
per capire in quale contesto l'influenza dell'opinione del gruppo sia
più significativa.
Lo studio è consistito nella presentazione di un novo prodotto ad un
gruppo di potenziali consumatori: a loro sono stati riferiti i punti
di forza e di debolezza del prodotto, secondo l'opinione di altre
persone che lo avevano sperimentato. Sembra che le influenze maggiori
le abbiano le informazioni che descrivono i difetti del prodotto,
piuttosto che quelle che ne descrivono i pregi.
Inoltre, persone che in privato consideravano positivamente un
prodotto erano maggiormente portate a lasciarsi influenzare
dall'opinione del gruppo di quelle che all'inizio avevano opinioni
negative. Coloro che già avevano un'opinione negativa sul prodotto, se
invitati a partecipare ad un gruppo di discussione sul prodotto
stesso, ne uscivano con opinioni ancora peggiori.
A seguito di queste conclusioni, i ricercatori consigliano chi si
occupa di comunicazione pubblicitaria di occuparsi e prendere
provvedimenti per far si che nei gruppi di discussione on line, nei
blog, nelle chatroom non circolino informazioni negative sul prodotto.
Allo stesso modo occorre fare attenzione alla concorrenza: diffondere
informazioni negative sul prodotto concorrente può causare grave
danno. Allo steso modo i consumatori dovrebbero rendersi conto di
queste influenze sociali sulle loro percezioni (e magari rendersi
conto che determinate 'informazioni' vengono messe in circolazione
allo scopo di manipolare l'opinione pubblica, sui prodotti
commerciali, come sul resto... Ndb)
Fonte: Adam Duhachek, Shuoyang Zhang, and Shanker Krishnan, "Anticipated
Group Interaction: Coping with Valence Asymmetries in Attitude Shift."
Journal of Consumer Research: October 2007, via Science Daily
QUANDO IL BULLETTO PROVA A METTERLA INCINTA
La Dr.ssa Elizabeth Miller, una pediatra della University of
California ha intervistato 61 ragazze con delle storie di violenze
sessuali alle spalle, residenti nella zona povera di Boston, di età
compresa fra i 15 ed i 20 anni. Cinquantatre ragazze hanno dichiarato
di essere sessualmente attive e coinvolte in un tipo di relazione che
le vedeva vittime di ricorrenti abusi, fisici, emotivi, sessuali, da
parte del 'fidanzato'. Lo studio, che è stato pubblicato sulla rivista
di settembre-ottobre 2007, Ambulatory Pediatrics, ha scoperto che il
26 per cento delle ragazze ha subito, da parte del partner, un un
comportamento volto a metterle deliberatamente in stato interessante,
attraverso la manipolazione sbagliata del preservativo, sabotando
l'astinenza sessuale nei giorni fertili, o dichiarando apertamente che
avrebbero voluto metterle incinte.
I medici si preoccupano della violenza domestica pensando a dei
soggetti adulti, ha detto la Miller, ma questo studio ci mostra che
anche una adolescente che vuole fare i test di gravidanza o cerca la
contraccezione di emergenza, potrebbe essere stata vittima di un
abuso, della deliberata decisione del ragazzo di metterla incinta.
Fonte:
Eurekalert
Earthtimes
Link : University of California - Davis - Health System
Sett. 07
SEASONAL AFFECTIVE DISORDER (SAD)
Se avete notato che, in questo periodo, il vostro tono dell'umore, il
livello di energia e di motivazione sono in caduta libera, questo può
essere dovuto al Seasonal Affective Disorder (SAD), secondo i medici
della Loyola University Health System.
Sintomi principali sono depressione, senso di stanchezza, mancanza di
interesse nelle persone e nelle attività... Se riscontrate in voi
questi sintomi, non vi è ragione di allarmarsi: il SAD può essere
curato. Ce lo dice il Dr. Angelos Halaris, direttore del dipartimento
di psichiatria e scienze neuronali della Loyola. Il problema si
manifesta all'inizio dei mesi invernali e si pensa sia dovuto ad un
disequilibrio cerebrale dovuto alla mancanza progressiva di luce
dovuta al calendario o alle cattive condizioni metereologiche. La
luce, dicono i ricercatori, è un potente antidepressivo ed ecco perché
molte persone cadono in depressione proprio nei mesi invernali. La
American Psychiatric Association valuta che questo disagio sia
avvertito in percentuali che vanno dal 10 al 20% negli Stati Uniti.
C'è probabilmente una vulnerabilità genetica dietro alla contrazione
del SAD.
Che fare? Questi sono i consigli: anche d'inverno, continuare ad
uscire, non chiudersi in casa, esporsi alla luce naturtale almeno per
un'ora al giorno. In casa, lasciare entrare il più possibile la luce
naturale, tirare le tende, aprire le finestre ecc.
Le donne ne soffrono più degli uomini, già a partire dal periodo
dell'adolescenza. I sintomi possono essere simili alla mononucleosi,
all'ipoglicemia o ipotiroidismo: per questo è necessario essere sicuri
di avere una buona diagnosi ed un appropriato trattamento.
Un trattamento oggi utilizzato è uno strumento che fa arrivare luce
sulla retina. Ci si siede davanti a questa 'scatola della luce' per 15
- 45 minuti.
Ci sono tuttavia anche quelli che soffrono del disturbo SAD d'estate:
insonnia, perdita di peso e di appetito, sono i sintomi
caratteristici. Motivi? La troppo luce, ovviamente, ma anche
temperature elevate e umidità.
Infine, c'è un altro tipo di SAD, che dura tutto l'anno.... Questo
riguarda le persone che lavorano in uffici senza finestre tutto
l'anno. I ricercatori ritengono che, entro 5 anni, avremo nuovi
trattamenti per il SAD.
Limk: http://www.luhs.org
Sett. 07
I GENITORI POSSONO FARE MOLTO PE RI FIGLI BULIMICI
Nel numero di Settembre degli Archives of General Psychiatry, un
gruppo di ricercatori del Centro Medico della University of Chicago
mostra che quasi il 40% dei partecipanti ad una terapia familiare
hanno risolto i loro disturbi alimentari contro il 18 per cento di
coloro che seguivano invece una psicoterapia di supporto, la terapia
standard. Sei mesi dopo il trattamento, quasi il 30 per cento dei
partecipanti alla terapia familiare mantenevano i benefici raggiunti,
contro solamente il 10% dei partecipanti alla terapia di supporto, la
quale si basa su aspetti psicologici che accompagnano il disturbo del
comportamento alimentare.
I genitori sono in una posizione unica per aiutare i loro figli
adolescenti ha detto il Dr Daniel le Grange, Professore Associato di
Psichiatria e Direttore dell'Eating Disorders Program presso la
University of Chicago, sostenendo che i trattamenti attuali tendono ad
escludere i genitori, mentre lo studio da lui condotto evidenzia che
sono importantissimi.
L'esperimento ha riguardato 80 adolescenti di età compresa fra 12 e 19
anni, sofferenti di bulimia. Quarantuno pazienti sono stati assegnati,
in modo casuale ad un trattamento di psicoterapia familiare e
trentanove al gruppo di psicoterapia di supporto. In ogni gruppo
ciascun paziente ha frequentato 20 sedute nell'arco di sei mesi.
Non è chiaro tuttavia se i migliori risultati ottenuti con la
psicoterapia familiare siano dovuti al coinvolgimento dei genitori o
alla maggiore attenzione prestata ai comportamenti alimentari
all'interno della famiglia.
Fonte: Science Daily
SET 07
CENTO ANNI DI STUDIO SUI TOPI DA LABORATORIO
Nel lontano 1907 sono cominciati gli studi sui topi da laboratorio, ad
Harvard, ad opera di Clarence Cook. Una volta i topi potevano trovarsi
solo nei campi, nelle fogne e nelle cucine, poi sono finiti in
laboratorio grazie (o a causa, dipende dai punti di vista) al lavoro
di Cook, che standardizzò lo 'strumento di ricerca' ed il suo grande
successo portò alla fondazione del Jackson Laboratory, il più famoso
ed importante laboratorio per la ricerca sui topi.
Nel tempo questi topi sono diventati una specie 'a parte': la mancanza
di variabilità genetica nei ratti del laboratorio si è trasformata in
un problema da risolvere per gli scienziati. Secondo Wired, vi
sarebbero tuttavia progetti per portare in laboratorio topi
'geneticamente mescolati' .
Vivere per permettere agli uomini di comprendere come curare le loro
malattie (ad esempio il cancro) è il destino di questi poveri animali.
A volte le cose non vanno loro così male, come ad esempio è successo
in un recente studio americano pubblicato su Nature.
Delle topine sono state geneticamente costruite in modo tale da non
sviluppare l'organo vomeronasale (un piccolo organo nel naso): questo
ha scatenato il loro appetito sessuale, rivolto sia verso i maschi che
le femmine della loro specie, facendo loro emettere degli squittii
tipici del maschio eccitato.
Non sempre va così bene: un altro gruppo di topi è stato, ad esempo,
esposto alle luci luminose di UVB, in laboratorio. Lo studio è stato
fatto per valutare gli effetti del caffè sul rischio di sviluppare il
cancro della pelle. Molti altri esempi della ricerca fatta sui topi,
che ci ha permesso di trovare dei rimedi per le nostre malattie può
essere letta qui.
Fonte: Health 24
AGO 07
INTERNET ADDICTION: PERICOLOSA?
Circa il 10% delle persone che navigano su Internet soffrono di
'Internet addiction disorder', una condizione patologica che può
causare problemi ansioso-depressivi. Per diagnosticare meglio e curare
appropriatamente questo disturbo, il Dr. Pinhas Dannon, psichiatra
presso la Tel Aviv University’s Sackler Faculty of Medicine, consiglia
di considerare la dipendenza da Internet come tutte le altre
dipendenze: ad esempio gioco d'azzardo, dipendenza da sesso,
cleptomania.
La Internet addiction viene attualmente classificata come Disturbo
Ossessivo-Compulsivo (Obsessive Compulsive Disorder - OCD), una
condizione più o meno grave che porta a compiere dei rituali, sia a
livello di pensieri che di comportamenti, come ad esempio lavarsi
sempre le mani o, nel caso di Internet, navigare in continuazione,
magari alzandosi di notte per vedere se si è ricevuta posta.
Occorre anzitutto cambiare la classificazione del disturbo, secondo il
Dr. Dannon, che teme soprattutto per gli adolescenti, ma anche,
sorprendentemente, per uomini e donne cinquantenni che soffrono di
solitudine, a causa del 'nido vuoto', lasciato dai figli. I sintomi
sono difficili da diagnosticare, data l'alta variabilità individuale,
ma possono consistere in disturbi del sonno, ansia nella vita reale,
isolamento da familiari e amici, perdita del lavoro, periodi di
profonda depressione.
Il disturbo deve essere considerato grave, minaccioso, in modo che sia
possibile prescrivere dei farmaci come i Serotonin blockers o il
Naltrexone, usati anche per curare il gioco d'azzardo o la
cleptomania. Occorre anche parlare di questo problema, secondo il Dr.
Dannon, che ha pubblicato le sue ricerche sul Journal of Clinical
Psychopharmacology e che sta cercando di sensibilizzare i colleghi di
tutto il mondo perché affrontino questo disturbo, che a lui ed ai suoi
colleghi-ricercatori appare piuttosto grave e misconosciuto.
I dipendenti da Internet sono inevitabilmente un prodotto della
modernità, come chi dipende dalla sua tazzina di caffè, dall'esercizio
ginnico, dal parlare col telefono cellulare. Cambiano i tempi,
cambiano le dipendenze.
Fonte: Eurekalert
AGO 07
DONNE ANZIANE, CAFFEINA E MEMORIA
La caffeina contenuta in tre tazze di caffé o te quotidiano può
aiutare le donne anziane a preservare la propria memoria: lo dice un
nuovo studio francese, curato da Karen Ritchie, psicologa
dell'istituto Nazionale Francese per la Salute e la Ricerca Medica (INSERM)
di Montpellier, Francia. Il gruppo, guidato dalla Ritchie ha studiato
un campione di 7.000 uomini e donne con almeno 65 anni di età o ancora
più anziani (età media 74 anni) abitanti in tre città francesi:
Bordeaux, Dijon, e Montpellier. E' stato calcolato quanta caffeina
veniva ingerita da questi soggetti, considerando anche le quantità che
si possono assumere attraverso alcuni farmaci che la contengono, o
alcune bevande, come la Coca Cola. Sono stati condotti dei test di
memoria basati su una lista di parole, ripetuti due anni dopo e
ancora, quattro anni dopo la prima somministrazione. Risultato: le
donne che bevevano almeno tre tazze di caffé/te al giorno avevano una
memoria più efficace di quelle che ne assumevano di meno. I migliori
risultati si sono avuti con la memoria verbale. E per gli uomini?
Nessun beneficio dall'assunzione di queste bevande. C'è anche da
chiedersi se sia la caffeina a produrre questi buoni risultati nella
memoria o lo stile di vita di donne che si concedono questo piccolo
piacere del coffee break. I ricercatori non hanno infatti compiuto
studi diretti per appurare se i benefici riscontrati dipendano
dall'una o dall'altra cosa, ma il risultato comunque non cambia!
Fonte: CBS News
Dott.ssa Giuliana Proietti Ancona
aGO 07
LA TERAPIA DI GRUPPO NON AUMENTA LE POSSIBILITA' DI SOPRAVVIVENZA
Lo psichiatra di Stanford, Dr. David Spiegel ha pubblicato oggi sulla
rivista Cancer, dell'American Cancer Society, i risultati di una sua
recente ricerca che mirava a duplicare i risultati da lui ottenuti
trenta anni fa, quando un gruppo di donne malate di cancro al seno e
sottoposte a psicoterapia di gruppo sembravano vivere due volte più a
lungo delle persone che non erano sottoposte a terapia. Nel nuovo
studio, che ha riguardato 122 donne, i risultati non vanno nella
stessa direzione, nel senso che non sono stati purtroppo duplicati. In
ogni caso, Spiegel e colleghi insistono sulla efficacia della terapia
di gruppo in caso di cancro al seno: non allunga la vita, ma ne
migliora la qualità. Va sottolineato però il caso di alcune donne, con
un particolare cancro al seno, 'estrogeno-negativo' che hanno invece
visto effettivamente accresciute le loro possibilità di sopravvivenza
(30 mesi contro i 9 mesi di chi non fa terapia). Il nuovo studio di
Spiegel ha riguardato due gruppi di donne: ad uno veniva dato
materiale informativo sul cancro, mentre un altro era sottoposto ad
una psicoterapia di gruppo settimanale, della durata di un'ora e
mezzo. Lo studio è durato 14 anni. Le donne in terapia di gruppo
sopravvivevano per 30,7 mesi, contro i 33,3 mesi del gruppo di
controllo: differenza minima, che non può essere considerata
statisticamente significativa.
Le donne con il cancro estrogeno-negativo avevano invece, come si è
detto, risultati molto migliori, con una sopravvivenza molto più lunga
rispetto alle donne che non si sottoponevano a psicoterapia. Forse
perché non ci sono ancora medicine adatte a questa specifica forma di
cancro? Forse vi è una relazione con la ricerca di trenta anni fa,
quando per il cancro non vi erano ancora terapie e farmaci? Un'altra
spiegazione è che ormai la psicoterapia è comunemente accettata e che
i malati sono abituati a parlare di cose intime con i loro familiari:
basti pensare che trenta anni fa Spiegel faticò molto a trovare delle
persone disposte a frequentare questi gruppi, mentre ora chi
apparteneva al gruppo di controllo lamentava il fatto che non vi
fossero sedute di gruppo di psicoterapia... I tempi sono indubbiamente
cambiati.
Resta il fatto che partecipare ad un gruppo di supporto non allunga la
vita, semmai la migliora. A meno che una persona, sapendo che è malata
e che le rimane poco da vivere, che la psicoterapia di gruppo non
migliora le possibilità di sopravvivenza, decida di dedicarsi ad
altro, anziché frequentare un gruppo di auto-mutuo-aiuto. Ne avrebbe
tutto il diritto.
Fonte : SF Gate
GIU 07
EMICRANIA DA GELATO
Avete mai provato a mangiare in fretta un gelato? Vi è capitato di
sentire, subito dopo, un intenso dolore alla testa, un'emicrania
violenta, ma per fortuna breve, della durata di qualche secondo? Molti
studi si sono occupati di questo fenomeno.
La teoria prevalente è che questo genere di mal di testa sia dovuto al
cibo freddo ingerito, che viene a contatto con la parte superiore
della bocca, densamente innervata. Uno dei nervi più importanti di
questa zona del viso è il trigemino, il più grande dei nervi cranici.
E' composto di tre ramificazioni che lavorano insieme per diffondere
le informazioni al cervello e alle diverse aree della parte frontale
della testa, dove si trovano ad esempio denti, lingua e palato.
Benché sia la parte superiore della bocca ad essere esposta a questo
freddo intenso, la sua sintomatologia riguarda le zone della fronte,
le tempie o altre zone ancora della testa. Un'altra spiegazione è che
il nervo trigemino, per mantenere l'omeostasi del corpo, avvertendo
questa pericolosa sensazione di freddo, cerchi di riscaldare il flusso
sanguigno diretto al cervello dilatando i vasi sanguigni della testa e
che sia dunque questo suo zelo ad alterare il flusso sanguigno,
provocando mal di testa.
I ricercatori sono molto incuriositi dal fenomeno ed è capitato più
volte che siano stati forniti dei gelati a degli studenti, per poter
studiare questo particolare mal di testa. Per fortuna si tratta di un
dolore intenso, ma che dura al massimo 10-30 secondi. Chi soffre di
emicrania è maggiormente predisposto a questo dolore.
Fonte: LiveScience
GIU 07
IL CERVELLO PUO' ESSERE ALLENATO
Esistono esercizi che possano influenzare il comportamento della mente
così come gli esercizi fisici influenzano la crescita muscolare e
dunque la forza e le prestazioni del corpo?
Da uno studio del Wake Forest University Baptist Medical Center
sembrerebbe di si: l'allenamento sembrerebbe modificare le capacità di
attenzione delle persone anziane. Lo studio ha utilizzato la risonanza
magenetica funzionale (fMRI: La Risonanza Magnetica Funzionale è
un’applicazione della Risonanza Magnetica Nucleare che permette di
generare delle immagini del flusso e dell’ossigenazione ematici
localizzati a livello dell’encefalo e provocati da stimoli sensoriali,
o da compiti motori e cognitivi. Per saperne di più clicca qui) per
registrare l'attività cerebrale. Molte attività, dalle parole crociate
ai puzzles ai Sudoku, riescono a mantenere giovane il cervello ed a
migliorare la concentrazione.
Le persone anziane sperimentano cambiamenti in come percepiscono le
informazioni: in particolare, gli anziani combinano i differenti
segnali percepiti dall'esterno (integrazione sensoriale) e questo
potrebbe rendere più difficile mantenere l'attenzione su un
particolare oggetto, senza cedere a distrazioni, a causa di suoni o
immagini provenienti dall'esterno.
Lo studio, denominato Brain Fitness in Older Adults (B-fit) è stato
creato per valutare se otto ore di esercizio possono migliorare la
capacità di concentrazione di adulti anziani in buona salute (65-75
anni) e filtrare ciò che interessa loro, selezionando le informazioni
di maggiore rilievo. Lo studio ha riguardato 66 partecipanti. Nelle
sessioni uno-a-uno dello studio, ai soggetti veniva chiesto di
ignorare tutti gli stimoli che non riguardavano l'oggetto della
propria concentrazione (che riguardava informazioni sulla salute, a
complessità crescente). Stessa cosa è stata fatta per sessioni in cui
si prendevano in esame gruppi di soggetti. Tutti sono poi testati per
vedere se fossero riusciti a conservare le informazioni che avevano
ricevuto nelle otto settimane di corso.
Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a fMRI mentre svolgevano un
compito di riconoscimento di parole o numeri ,che doveva essere
eseguito cancellando mentalmente tutti gli altri stimoli provenienti
dall'esterno. Si è visto così che i soggetti che avevano ricevuto
informazioni nella situazione di gruppo avevano migliorato le attività
di concentrazione visiva, mentre quelle relative all'ascolto erano
diminuite. I compiti venivano però complessivamente eseguiti
attrvaerso prestazioni mediamente migliori. I ricercatori sostengono
dunque che l'allenamento può modificare questo stile di percezione
integrata, tipico degli anziani, diminuendo gli stimoli che tendono a
distrarli. Lo studio ha riguardato per il momento solo una parte dei
partecipanti e solo in seguito si saprà se i soggetti ancora da
osservare manterranno o meno il trend che si è finora evidenziato.
Fonte: Medical News
Link: Wake Forest University Baptist Medical CenterMedical Center
http://www1.wfubmc.edu
GIU 07
RELAZIONI FRA FRATELLI
Le relazioni fra fratelli durante la primissima infanzia e
l'adolescenza non sono state mai prese seriamente in considerazione
dalla psicologia: ci si è concentrati infatti molto di più sulla
relazione fra bambino e genitori che fra bambino e relativi fratelli e
sorelle. Uno studio appena uscito suggerisce invece di studiare in
modo più approfondito questa importante relazione, soprattutto per
quanto riguarda i soggetti di sesso maschile. Infatti, gli uomini che,
prima dei venti anni di età, hanno avuto delle cattive o scarse
relazioni con fratelli e sorelle sono maggiormente predisposti ad
ammalarsi di depressione in età adulta, secondo un recente studio
longitudinale durato 30 anni. I ricercatori chiariscono che la loro
scoperta non significa che avere delle cattive relazioni con fratelli
e sorelle significhi necessariamente ammalarsi di depressione, ma che
le due cose sono strettamente collegate fra loro.
Il Dr. Robert J. Waldinger, autore dello studio e professore associato
di psichiatria presso la Harvard University dice che “Una volta che si
è presa in considerazione la qualità del rapporto con i fratelli,
conoscere la qualità delle cure genitoriali non aggiunge informazioni
di rilievo": come dire che avere avuto la fortuna di genitori
'perfetti' non cambia lo stato delle cose. Lo studio è stato
pubblicato nel numero di Giugno dell'American Journal of Psychiatry, e
si basa sull'analisi di dati relativi a 229 uomini, seguiti per più di
30 anni, partendo dai loro 18 o19 anni. I primi studi sono iniziati
negli anni 1939-42 da parte di medici internisti, psichiatri,
psicologi e antropologi; poi questi soggetti hanno dovuto compilare un
questionario ogni anno. Sono stati intervistati anche i loro genitori.
Altre interviste sono state eseguite al momento del compimento dei 25,
30 e 50 anni . Nessuno dei 21 uomini che hanno perso un genitore
durante l'infanzia ha sofferto di depressione; il 15 per cento, che
avevano avuto cattive relazioni con le loro madri ed il 16 per cento
che avevano avuto una storia familiare di depressione si sono ammalati
effettivamente. Fra coloro che hanno avuto cattive relazioni con i
fratelli, il 26% ha sofferto poi di depressione. Questo dato è rimasto
altamente significativo anche quando sono stati studiati i fratelli e
le sorelle per vedere se vi fosse una tendenza ereditaria alla
malattia depressiva, ma questo fattore è rimasto un 'predittore
indipendente'. Il campione studiato consisteva unicamente di soggetti
maschi di razza bianca, divenuti maggiorenni durante il periodo della
seconda guerra mondiale, tutti selezionati per la loro eccellente
salute mentale.
Fonte: New York Times
Link: The American Journal of Psychiatry
GIU 07
NON ESISTE BENESSERE SENZA UN BUON SONNO
La mancanza di sonno può aggravare delle condizioni di difficoltà
psicologica pre-esistenti. Gli individui ansiosi generalmente soffrono
anche di insonnia, anche se non si è ancora scoperto il legame diretto
fra le due condizioni. Un buon sonno appare però fondamentale per il
corretto funzionamento del nostro corpo. Questa è un'anticipazione di
quanto verrà detto nel Convegno SLEEP 2007, il 21esimo Meeting Annuale
delle Associated Professional Sleep Societies (APSS).
Robert Ross MacLean, della Boston University, ha utilizzato una misura
oggettiva per valutare l'ansia, in rapporto al comportamento
sonno-veglia di alcuni topi da laboratorio. MacLean ha esposto i ratti
a tre condizioni: shock dal quale si può scappare, shock dal quale non
si può scappare, o situazione paurosa. Misurando i livelli di ansia
dei roditori e mettendoli a confronto con i comportamenti
sonno-veglia, il ricercatore ha osservato che la quantità di sonno è
particolarmente influente sul benessere dell'individuo: sulla sua
salute fisica, sul benessere emotivo, sulle abilità mentali, la
produttività e le prestazioni. La mancanza di sonno, secondo recenti
ricerche, causa seri problemi di salute e aumenta il rischio di
depressione, obesità, problemi cardio-vascolari e diabete. Ecco perché
gli esperti raccomandano agli adulti di dormire almeno sette-otto ore
per notte.
Link: American Academy of Sleep Medicine
GIU 07
NUOVI TRATTAMENTI PER IL DISTURBO BORDER LINE
Una forma intensiva di terapia della parola, conosciuta in inglese
come transference-focused psychotherapy (TFP; in italiano psicoterapia
focalizzata sul transfert), può aiutare soggetti con disturbo
borderline (BPD) riducendo i loro sintomi e migliorando il loro
funzionamento sociale. Lo sostiene un articolo sul numero di giugno
dell' American Journal of Psychiatry.
Il disturbo borderline è cronico e disabilitante: riguarda in America
l'1% della popolazione; i sintomi interessano le relazioni con gli
altri, particolarmente instabili, l'instabilità del tono dell'umore,
variazioni caotiche dell'immagine di sé, comportamenti
auto-distruttivi e impulsivi (come promiscuità sessuale, abuso di
sostanze, gioco d'azzardo). Nel nuovo studio, Mark F. Lenzenweger,
professore di psicologia presso la Binghamton University, State
University of New York, ed i colleghi del Weill College of Medicine,
Cornell University, hanno esaminato tre tipi di psicoterapia: 1.
dialectical behavior therapy, 2. supportive psychotherapy, 3. TFP,
nuova forma di terapia psicodinamica elaborata da Otto F. Kernberg,
co-autore dello studio e professore di psichiatria presso la
Weill-Cornell. Questa terapia si concentra sul rapporto fra analista e
paziente, focalizzandosi sulle situazioni di più intenso significato
emotivo. Sono stati esaminati pazienti con disturbi depressivi,
difficile inserimento sociale, comportamenti suicidari, impulsività e
varie forme di irritabilità ed aggressività. Dopo un anno di
trattamento, i pazienti con disturbo borderline hanno mostrato, con la
terapia denominata TFP, un miglioramento in 10 casi su 12.
La TFP "non solo ha ridotto i comportamenti suicidari, ma si è
mostrata particolarmente efficace per ridurre i comportamenti
aggressivi" ha dichiarato Kernberg , "Siamo lieti dei progressi nello
sviluppo empirico di un trattamento psicoanalitico per pazienti
borderline che si focalizza sulla personalità, piuttosto che sui soli
sintomi, ma che ciò nonostante è riuscito a migliorare anche i
sintomi."Lo studio ha riguardato anche la dialectical behavior therapy
(o DBT), che è una terapia di tipo cognitivo. La Supportive therapy è
anch'essa di origine psicoanalitico, ma diversa dalla TFP.
"Questo è il primo studio che mette a confronto la DBT, considerato da
molti il trattamento standard con due trattamenti psicodinamici" ha
detto John F. Clarkin, autore dello studio e professore di psicologia
clinica presso la Weill-Cornell. Un'altra implicazione dello studio è
che, in ogni caso, tutti e tre i trattamenti studiati hanno prodotto
degli effetti positivi, inoltre si è visto che la TFP e la
psicoterapia di supporto sono entrambe delle valide alternative alla
DBT ('dialectic behavior therapy') per il trattamento del disturbo
borderline.
Fonte: Binghamton University via Docguide
GIU 07
RITALIN AI FIGLI DEI DIVORZIATI
I bambini, figli di coppie divorziate hanno due volte la possibilità
di ricevere la prescrizione del Ritalin rispetto ai bambini i cui
genitori vivono ancora insieme. Lo dice una ricercatrice canadese, la
professoressa Lisa Strohschein della University of Alberta, nel
Canadian Medical Association Journal. A più del 6% dei 633 bambini di
coppie divorziate che hanno fatto parte di uno studio, è stato
prescritto il Ritalin (discusso farmaco contro il deficit
d'attenzione) contro il 3,3 per cento dei bambini i cui genitori
vivevano ancora insieme. Lo studio, che ha interessato più di 4.700
bambini, è cominciato nel 1994, quando le famiglie erano ancora unite.
"La ricerca mostra chiaramente che il divorzio è un fattore di rischio
che influisce sulla prescrizione del Ritalin ai bambini" ha detto la
Strohschein. Altri studi hanno mostrato una tendenza simile per i
figli di genitori single. La domanda da porsi è la seguente: è il
divorzio che produce stress in tutti i componenti della famiglia,
spingendo i ragazzi a comportamenti tali che richiedono l'uso del
Ritalin? O forse è il luogo comune, il pregiudizio che si ha sulla
coppia divorziata, sulle difficoltà dei figli, ad indurre il medico a
prescrivere con più facilità questo farmaco? Il Ritalin, come si sa, è
un farmaco psico-stimolante, utilizzato per la cura del disturbo da
deficit d'attenzione- iperattività nei bambini.
C'è un grande dibattito sull'abuso di prescrizioni mediche di questo
farmaco, che viene dato a bambini che non ne avrebbero alcun bisogno.
Uno studio condotto in California, presso l'Università di Berkeley ha
scoperto che per questo disturbo (in inglese abbreviato in ADHD) la
prescrizione del farmaco è più che triplicata dal 1993. Forse, dice la
ricercatrice canadese, alcuni problemi possono esistere già prima del
divorzio e vengono evidenziati solo dopo, ma non è negli obiettivi di
questo studio comprendere perché ai bambini venga dato questo farmaco:
forse sarebbe bene investigare meglio.
Fonte: Reuters
Giu 07
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