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20
07 (2)

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Raccolta di informazioni, ricerche e curiosità sul mondo della psicologia
 

Indice della pagina:

Il litio per la cura delle depressioni

2 soli anni di istruzione in più

I cani non pensano da cani

Le donne devono lavorare il doppio degli uomini

Il perfezionista ha problemi psicologici e non lo sa

Ecstasy e anoressia

Come rovinare l'immagine di un prodotto

Quando il bulletto prova a metterla incinta

Seasonal Affective Disorder

I genitori possono fare molto per aiutare i figli bulimici

Cento anni di studio sui topi da laboratorio

Internet Addiction: pericolosa?

Donne anziane, caffeina e memoria

La terapia di gruppo non aumenta le possibilità di sopravvivenza

Emicrania da gelato

Il cervello può essere allenato

Relazioni fra fratelli

Non esiste benessere senza un buon sonno

Nuovi trattamenti per il disturbo borderline

Ritalin ai figli dei divorziati
IL LITIO PER LA CURA DELLE DEPRESSIONI

Uno studio dell'Università di medicina di Berlino, la Charité, mostra come un fattore genetico riesca a favorire il successo della terapia al litio. Ad uno studio hanno partecipato 81 pazienti sofferenti di depressione acuta, i quali non avevano trovato alcun giovamento in un trattamento specifico contro la depressione. L'esperimento è andato avanti per otto settimane, durante le quali a questi pazienti sono state somministrate delle terapie a base di litio. Il litio, in genere, non è considerato un antidepressivo, ma piuttosto una sostanza capace di regolare il tono dell'umore, in particolare nei casi di problemi maniaco-depressivi. Studiando il gene GSK3B in questi pazienti, i ricercatori hanno notato che chi possedeva una certa modificazione in questo gene reagiva meglio. In effetti, dopo 4 settimane, il 56% mostrava miglioramenti significativi. Gli individui che non presentavano questa modificazione hanno avuto dei miglioramenti solo nel 31% dei casi.

Il gene GSK3B codice per l'enzima 3-beta glicogeno sintetasi (GSK3B) è ben conosciuto da chi si occupa di problemi mentali. Questo meccanismo permette la sintesi delle proteine che assicurano la sopravvivenza e lo sviluppo delle cellule nervose ed ha anche una grande influenza sul nostro orologio interno, il quale è in stretta relazione con gli stati depressivi. In Germania circa 4 milioni di persone soffrono di depressione e necessitano di cure appropriate. In quei soggetti nei quali le terapie tradizionali hanno scarsi effetti (2/3 di loro), può essere dunque suggerito l'uso di litio (il che viene ora evitato per paura di effetti collaterali). Un test genetico potrà permettere, in futuro, di predire se il litio può essere d'aiuto nel trattamento degli stati depressivi di uno specifico paziente. L'Università di Bonn in collaborazione con l'Istituto di Salute mentale degli Stati Uniti ha appena iniziato degli studi per confermare questi risultati e identificare altri fattori genetici.

Fonte: Toxico Quebec
Link: http://www.charite.de/psychiatrie/

Per completezza di informazione, aggiungo qualche altra notizia sul litio, tratta da Wikipedia:

Il litio (da greco lithos, "pietra") venne scoperto da Johann Arfvedson nel 1817. Arfvedson trovò il nuovo elemento all'interno dei minerali di spodumene, lepidolite e petalite, che stava analizzando sull'isola di Utö in Svezia. Nel 1818 Christian Gottlob Gmelin fu il primo ad osservare che i sali di litio emettevano una fiamma rosso brillante durante la combustione. Entrambi cercarono, senza successo, di isolare il litio dai suoi sali.
L'elemento non venne isolato fino a quando William Thomas Brande e Sir Humphrey Davy impiegarono l'elettrolisi sull'ossido di litio. La produzione commerciale del litio venne ottenuta nel 1923 dalla compagnia tedesca Metallgesellschaft AG attraverso l'uso dell'elettrolisi sul cloruro di litio e sul cloruro di potassio fusi.

Sembra che il nome "litio" fu scelto perché venne scoperto all'interno di un minerale mentre gli altri metalli alcalini vennero rintracciati nei tessuti vegetali.
Il litio è largamente disponibile, ma non si trova in natura nella sua forma libera; a causa della sua reattività si trova sempre legato ad altri elementi o composti. Si trova in minima parte in quasi tutte le rocce ignee ed anche in molte salamoie naturali.
A partire dalla fine della seconda guerra mondiale, la produzione di litio è cresciuta notevolmente. Il metallo viene separato dagli altri elementi delle rocce ignee, ed è anche estratto da alcune sorgenti di acqua minerale. Lepidolite, spodumene, petalite, e amblygonite sono i principali minerali che lo contengono.

Il metallo, di colore argenteo come il sodio, il potassio e gli altri membri della serie dei metalli alcalini, è prodotto per elettrolisi da una miscela di cloruro di litio e cloruro di potassio fusi. Il costo di questo metallo nel 1997 era di circa 136 US$ al chilo.
Il litio è considerato leggermente tossico; lo ione litio è coinvolto negli equilibri elettrochimici delle cellule del sistema nervoso e viene spesso prescritto come farmaco nelle terapie per il trattamento delle sindromi maniaco-depressive.

Fonte: Wikipedia
DIC 07

DUE SOLI ANNI DI ISTRUZIONE IN PIU'...

I lavoratori che hanno maggiore possibilità di controllo sulle loro attività quotidiane e svolgono un lavoro che gli piace, hanno maggiori probabilità di essere in buona salute, secondo un nuovo studio della Università del Texas di Austin, pubblicata sul Journal of Health and Social Behavior di questo mese. La scoperta più interessante, secondo John Mirowsky, direttore del team di ricerca e professore di sociologia presso il Population Research Center della University of Texas di Austin, è che il lavoro creativo aiuta le persone a stare in buona salute. "Per attività creativa si intende il lavoro che non è routine, un lavoro piacevole e capace di dare opportunità di imparare nuove cose e di risolvere problemi.

Le persone che svolgono quel genere di lavoro, pagate o no, si sentono meglio delle altre ed hanno meno problemi fisici. Allo studio hanno partecipato 2.592 adulti, che risposero nel 1995 a delle interviste telefoniche su scala nazionale: nel 1998 vi fu un follow up. Il vantaggio del lavoro creativo nel benessere personale, secondo Mirowsky, non è poco: se si fa un lavoro creativo (anche al 60° percentile, ovvero solo quaranta persone su cento hanno un lavoro più creativo del proprio) oppure se ne fa uno scarsamente creativo (al 40° percentile, ovvero 60 persone su cento fanno un lavoro migliore del proprio) la differenza consiste nel sentirsi 6 anni e sette mesi più giovani.

La stessa cosa si può dire per due anni in più di istruzione in più o anche un reddito 15 volte maggiore. (Decisamente la prima ipotesi appare più ragionevole... n.d.b.)

Gli autori della ricerca non hanno indicato quali siano i lavori più creativi: certamente, dicono, lavorare in una catena di montaggio, non è fare un lavoro creativo, mentre (guarda un po'...) fare il manager o altri lavori di alto livello, fa accedere a compiti sentiti come più 'creativi'.

Concludendo, il suggerimento che ci viene da questa ricerca è quello di cercare di fare un lavoro creativo, per sentirsi più giovani ed in buona salute. Per fare un lavoro creativo la via più facile sembra essere quella di studiare, di prepararsi bene (due soli anni di istruzione in più possono cambiare la propria vita e la propria salute tanto quanto uno stipendio 15 volte maggiore!).

Fonte: Science Daily
DIC 07
I CANI NON PENSANO DA CANI

Friederike Range e colleghi dell' Università di Vienna hanno dimostrato per la prima volta che i cani possono classificare fotografie con colori complessi e dividerle in categorie esattamente come fanno gli esseri umani. I cani hanno anche dimostrato di poter imparare dei concetti attraverso l'uso del touch-screen del computer, eliminando così il sospetto di possibili influenze umane. Lo studio è appena stato pubblicato on line su Animal Cognition, una rivista Springer. Per vedere se i cani possono categorizzare le immagini solamente in modo visuale, per poi trasferire queste informazioni nelle varie situazioni sperimentali, a quattro cani sono state mostrate simultaneamente immagini di paesaggi e di cani. I cani dovevano scegliere l'immagine di un loro simile per poter ottenere una ricompensa. Ci sono stati poi altri due test. Ai cani sono stati mostrati paesaggi e cani completamente diversi. Essi hanno tuttavia continuato a selezionare l'immagine del cane, dimostrando di poter trasferire l'informazione acquisita anche al nuovo stimolo, cioè un' immagine mai vista in precedenza. Nel secondo esperimento il cane veniva mostrato nell'immagine immerso in uno dei paesaggi utilizzati nella prima fase del test, cercando così di mettere i quadrupedi di fronte ad una situazione alquanto confusa e contraddittoria. Essi dovevano scegliere fra nuove immagini di cani, ritratti nelle consuete immagini dei paesaggi oppure fotografie di paesaggi completamente nuovi, dove però non vi erano ritratti dei cani: si è visto che i soggetti utilizzati nell'esperimento hanno selezionato sullo schermo del computer, in modo statisticamente significativo, l'immagine del paesaggio con il cane. Conclusioni: I cani sono capaci di formare dei concetti astratti, come ad esempio quello di 'cane' . L'esperimento effettuato tuttavia non può effettivamente dirci se in quella immagine che produce ricompense e che essi hanno dimostrato di riconoscere, anche in forme ed in situazioni diverse, essi vedano effettivamente un loro simile. Resta da dire che le abilità cognitive dei cani possono essere indagate facilmente con questo nuovo strumento, che non prevede il coinvolgimento del padrone del cane o dello sperimentatore ed essere per questo molto più scientifiche. Inoltre, se il metodo funziona, può essere esteso anche ad altre specie animali.

Fonte: Range F et al (2007). Visual categorization of natural stimuli by domestic dogs (Canis familiaris). Animal Cognition (DOI 10.1007/s10071-007-0123-2). Source: Joan Robinson
via Medical News
nov. 07


LE DONNE DEVONO LAVORARE IL DOPPIO DEGLI UOMINI

Qualsiasi cosa facciano, le donne devono lavorare due volte meglio degli uomini per essere considerate brave almeno la metà di loro. Non è più solo un modo di dire. La sociologa Elizabeth Gorman della University of Virginia e Julie Kmec della Washington State University, sono arrivate alla stessa conclusione: le donne sostengono che devono lavorare più degli uomini. In cinque diversi studi effettuati in periodi diversi, con gruppi diversi di uomini e donne, in USA e nel Regno Unito, la risposta delle donne è sempre la stessa: "il mio lavoro richiede molto impegno". Anche quando vengono messi a confronto soggetti che svolgono lo stesso lavoro, hanno le stesse responsabilità e qualifiche professionali, le donne affermano che i loro lavori richiedono un maggiore sforzo di quanto non dicano gli uomini, secondo la Gorman.
La spiegazione più plausibile secondo i ricercatori è che alle donne venga chiesto un maggior livello di precisione nel lavoro. Questa la conclusione dello studio "We (Have to) Try Harder: Gender and Required Work Effort in Britain and the United States," pubblicato nella rivista Gender and Society di Dicembre. I sociologi hanno focalizzato la loro attenzione sullo sforzo lavorativo richiesto alle donne. Perché il Capo sia soddisfatto infatti, il lavoro della lavoratrice deve essere molto più accurato di quello del collega maschio. Lo studio si è concentrato sui dati di alcune ricerche condotte nel 1997, the U.S. National Study of the Changing Workforce e Skills Survey of the Employed British Workforce.
A questo punto resterebbe da capire se questa maggiore richiesta di accuratezza venga dal datore di lavoro o dalla donna stessa, che è più stanca perché si occupa anche del lavoro domestico. No: matrimonio e famiglia hanno lo stesso impatto sulle risposte fornite, negli studi esaminati, da uomini e donne con famiglie simili.
E allora? La Gorman ricorda che se noi vediamo la firma di una donna su uno studio, su un'opera d'arte, essa deve essere molto valida perché venga apprezzata tanto quanto quella di un uomo. E quando un uomo ed una donna lavorano insieme su uno stesso progetto, si pensa subito che l'uomo vi abbia contribuito molto più della collega donna. Se il lavoro di una donna viene apprezzato più di quello di un uomo, dice la Gorman, si tende a pensare che la donna sia stata fortunata. Sentirsi sempre meno apprezzate dei colleghi uomini può produrre nelle lavoratrici problemi fisici e psichici, che possono poi ripercuotersi sulla loro vita familiare, oltre che nella loro carriera.

Fonte: Medical News

Link: University of Virginia
nov. 07

IL PERFEZIONISTA HA PROBLEMI PSICOLOGICI E NON LO SA

Molti studi recenti avvertono che prendere troppo seriamente le proprie manie di perfezionismo può essere dannoso. Cosa vi succede quando le cose non vanno per il loro verso? Provate ansia, attacchi di panico? Probabilmente siete dei perfezionisti. Cercando di guardare a questa mania da altri punti di vista tuttavia, si può scoprire che questa particolarità può essere il sintomo di alcune patologie, come ad esempio una depressione, un comportamento compulsivo, una dipendenza.
Alcuni ricercatori affermano che il perfezionismo può essere di tre tipi: 1) orientato sul sé, sul raggiungimento di particolari standard di perfezione, che se non vengono raggiungi provocano forti auto-critiche e stati depressivi 2) orientato sugli altri: non si è mai contenti delle prestazioni con gli altri, per cui si finisce anche per rovinare delle solide relazioni; 3) il perfezionismo riguarda un io-ideale: come si vorrebbe essere per essere certi di soddisfare le aspettative degli altri. In questo ultimo caso potrebbero insorgere ad esempio disturbi dell'alimentazione o perfino idee suicidarie.
Certamente tutti vogliono essere bravi nelle cose che fanno, nessuno ama fare errori ma, come dice Gordon L. Flett, professore di psicologia presso la York University e autore di molti studi: “Il perfezionismo diventa pericoloso quando si generalizza ed invade tutte le aree della nostra vita: è presente in casa, nel modo di apparire, negli hobbies, ecc."
Il problema è che i perfezionisti spesso non capiscono di avere un problema ed anzi, sono molto orgogliosi dei loro impulsi. Del resto la cultura dominante approva questi comportamenti e addirittura li rinforza.
In uno studio recente effettuato presso la Curtin University of Technology in Australia, 252 partecipanti dovevano riempire un questionario in cui dovevano fornire le loro valutazioni su affermazioni del tipo: “O mi controllo benissimo o non mi controllo affatto" oppure " O mi trovo bene con gli altri o non mi ci trovo bene per niente” Più i partecipanti rispondevano positivamente a questa legge del 'tutto o niente', più erano delle persone estremamente perfezioniste, con problemi psicologici.
Queste persone non accettano l'idea che ci si possa migliorare imparando dai propri errori: vogliono essere sempre perfette, mai arrivare seconde in qualche cosa.
Il perfezionista è rigido, perché sa che lasciarsi andare può significare scivolare, cadere, fallire e allora non cede mai a nessun richiamo, a nessun impulso; è sempre fedele a sé stesso.
Prendiamo ad esempio la tossicodipendenza: molte centri di riabilitazione sono per questa legge del tutto o niente, per cui o sei drogato o non lo sei affatto. Se questo criterio funziona ed ha funzionato sulle persone che sono 'perfezioniste' per loro natura, non ha sicuramente funzionato per chi perfezionista non lo è.
In un esperimento condotto presso gli impiegati amministrativi dell' Università australiana, si sono presi i soggetti più perfezionisti ed è stato chiesto loro di lasciare la scrivania in disordine, non arrivare prima dell'inizio dell'orario di lavoro, non fare un solo minuto di straordinario, prendersi tutte le pause previste... Tutte queste abitudini, che per un non perfezionista, sono piccola cosa, per i perfezionisti erano invece situazioni insostenibili, abnormi.
Alla fine del periodo è stato fatto osservare loro che non era successo nulla: l'Università aveva continuato a funzionare come prima, nessuno li aveva rimproverati o puniti, e forse erano anche più felici.

Conclusione: se si è dei perfezionisti, val la pena di provare qualche volta a 'fare del proprio peggio'. Migliorerà il contatto con sé stessi e probabilmente ci si accorgerà che tutte le proprie abitudini non sono un dovere imposto dalla situazione e ancor meno un obbligo... Sono solo sintomi di un problema psicologico che potrebbe chiamarsi, ad esempio, disturbo ossessivo-compulsivo.

Fonte: New York Times
NOV 07

ECSTASY E ANORESSIA

In uno studio pubblicato questa settimana, la dottoressa Valerie Compan del Centre National de la Recherche Scientifique, Montpellier, hanno scoperto che l'anoressia e l'ecstasy riducono il desiderio di mangiare stimolando lo stesso gruppo di recettori della serotonina. Questi recettori, chiamati 5-HT4 sono situati in una struttura cerebrale associata ai sentimenti ricompensa.
La Compan e colleghi hanno stimolato questi recettori - che svolgono un ruolo importante nell'instaurarsi di una dipendenza - scoprendo che questo spingeva i topi ad adottare un comportamento anoressico. Inoltre, queste stimolazioni hanno portato alla produzione degli stessi enzimi che si producono con l'utilizzo di cocaina e amfetamina.
Questa ricerca apre la strada alla comprensione dell'anoressia come un problema che riguarda il sistema della sensazione di ricompensa, dovuta all'azione di meccanismi neuronali.
I recettori 5-HT4 possono essere un nuovo obiettivo teraspeutico per le persone che soffrono di questi problemi.


Fonte: PNAS Early Edition, October 1, 2007. – (Reuters Health) via Health24

Links:
Centre National de la Recherche Scientifique
Proceedings of the National Academy of Science (PNAS).

COME ROVINARE L'IMMAGINE DI UN PRODOTTO

Le propensioni dei consumatori verso i prodotti e i servizi sono spesso influenzate dall'opinione degli altri e più la società diventa 'inter-connessa' attraverso gli strumenti di comunicazione offerti dalle nuove tecnologie, più questo fenomeno si fa evidente. Lo affermano Adam Duhachek, Shuoyang Zhang, e Shanker Krishnan (ricercatori della Indiana University) che hanno condotto uno studio per capire in quale contesto l'influenza dell'opinione del gruppo sia più significativa.
Lo studio è consistito nella presentazione di un novo prodotto ad un gruppo di potenziali consumatori: a loro sono stati riferiti i punti di forza e di debolezza del prodotto, secondo l'opinione di altre persone che lo avevano sperimentato. Sembra che le influenze maggiori le abbiano le informazioni che descrivono i difetti del prodotto, piuttosto che quelle che ne descrivono i pregi.
Inoltre, persone che in privato consideravano positivamente un prodotto erano maggiormente portate a lasciarsi influenzare dall'opinione del gruppo di quelle che all'inizio avevano opinioni negative. Coloro che già avevano un'opinione negativa sul prodotto, se invitati a partecipare ad un gruppo di discussione sul prodotto stesso, ne uscivano con opinioni ancora peggiori.
A seguito di queste conclusioni, i ricercatori consigliano chi si occupa di comunicazione pubblicitaria di occuparsi e prendere provvedimenti per far si che nei gruppi di discussione on line, nei blog, nelle chatroom non circolino informazioni negative sul prodotto. Allo stesso modo occorre fare attenzione alla concorrenza: diffondere informazioni negative sul prodotto concorrente può causare grave danno. Allo steso modo i consumatori dovrebbero rendersi conto di queste influenze sociali sulle loro percezioni (e magari rendersi conto che determinate 'informazioni' vengono messe in circolazione allo scopo di manipolare l'opinione pubblica, sui prodotti commerciali, come sul resto... Ndb)

Fonte: Adam Duhachek, Shuoyang Zhang, and Shanker Krishnan, "Anticipated Group Interaction: Coping with Valence Asymmetries in Attitude Shift." Journal of Consumer Research: October 2007, via Science Daily

QUANDO IL BULLETTO PROVA A METTERLA INCINTA

La Dr.ssa Elizabeth Miller, una pediatra della University of California ha intervistato 61 ragazze con delle storie di violenze sessuali alle spalle, residenti nella zona povera di Boston, di età compresa fra i 15 ed i 20 anni. Cinquantatre ragazze hanno dichiarato di essere sessualmente attive e coinvolte in un tipo di relazione che le vedeva vittime di ricorrenti abusi, fisici, emotivi, sessuali, da parte del 'fidanzato'. Lo studio, che è stato pubblicato sulla rivista di settembre-ottobre 2007, Ambulatory Pediatrics, ha scoperto che il 26 per cento delle ragazze ha subito, da parte del partner, un un comportamento volto a metterle deliberatamente in stato interessante, attraverso la manipolazione sbagliata del preservativo, sabotando l'astinenza sessuale nei giorni fertili, o dichiarando apertamente che avrebbero voluto metterle incinte.
I medici si preoccupano della violenza domestica pensando a dei soggetti adulti, ha detto la Miller, ma questo studio ci mostra che anche una adolescente che vuole fare i test di gravidanza o cerca la contraccezione di emergenza, potrebbe essere stata vittima di un abuso, della deliberata decisione del ragazzo di metterla incinta.

Fonte:
Eurekalert
Earthtimes
Link : University of California - Davis - Health System

Sett. 07

SEASONAL AFFECTIVE DISORDER (SAD)

Se avete notato che, in questo periodo, il vostro tono dell'umore, il livello di energia e di motivazione sono in caduta libera, questo può essere dovuto al Seasonal Affective Disorder (SAD), secondo i medici della Loyola University Health System.
Sintomi principali sono depressione, senso di stanchezza, mancanza di interesse nelle persone e nelle attività... Se riscontrate in voi questi sintomi, non vi è ragione di allarmarsi: il SAD può essere curato. Ce lo dice il Dr. Angelos Halaris, direttore del dipartimento di psichiatria e scienze neuronali della Loyola. Il problema si manifesta all'inizio dei mesi invernali e si pensa sia dovuto ad un disequilibrio cerebrale dovuto alla mancanza progressiva di luce dovuta al calendario o alle cattive condizioni metereologiche. La luce, dicono i ricercatori, è un potente antidepressivo ed ecco perché molte persone cadono in depressione proprio nei mesi invernali. La American Psychiatric Association valuta che questo disagio sia avvertito in percentuali che vanno dal 10 al 20% negli Stati Uniti. C'è probabilmente una vulnerabilità genetica dietro alla contrazione del SAD.
Che fare? Questi sono i consigli: anche d'inverno, continuare ad uscire, non chiudersi in casa, esporsi alla luce naturtale almeno per un'ora al giorno. In casa, lasciare entrare il più possibile la luce naturale, tirare le tende, aprire le finestre ecc.
Le donne ne soffrono più degli uomini, già a partire dal periodo dell'adolescenza. I sintomi possono essere simili alla mononucleosi, all'ipoglicemia o ipotiroidismo: per questo è necessario essere sicuri di avere una buona diagnosi ed un appropriato trattamento.
Un trattamento oggi utilizzato è uno strumento che fa arrivare luce sulla retina. Ci si siede davanti a questa 'scatola della luce' per 15 - 45 minuti.
Ci sono tuttavia anche quelli che soffrono del disturbo SAD d'estate: insonnia, perdita di peso e di appetito, sono i sintomi caratteristici. Motivi? La troppo luce, ovviamente, ma anche temperature elevate e umidità.
Infine, c'è un altro tipo di SAD, che dura tutto l'anno.... Questo riguarda le persone che lavorano in uffici senza finestre tutto l'anno. I ricercatori ritengono che, entro 5 anni, avremo nuovi trattamenti per il SAD.

Limk: http://www.luhs.org
Sett. 07

I GENITORI POSSONO FARE MOLTO PE RI FIGLI BULIMICI


Nel numero di Settembre degli Archives of General Psychiatry, un gruppo di ricercatori del Centro Medico della University of Chicago mostra che quasi il 40% dei partecipanti ad una terapia familiare hanno risolto i loro disturbi alimentari contro il 18 per cento di coloro che seguivano invece una psicoterapia di supporto, la terapia standard. Sei mesi dopo il trattamento, quasi il 30 per cento dei partecipanti alla terapia familiare mantenevano i benefici raggiunti, contro solamente il 10% dei partecipanti alla terapia di supporto, la quale si basa su aspetti psicologici che accompagnano il disturbo del comportamento alimentare.
I genitori sono in una posizione unica per aiutare i loro figli adolescenti ha detto il Dr Daniel le Grange, Professore Associato di Psichiatria e Direttore dell'Eating Disorders Program presso la University of Chicago, sostenendo che i trattamenti attuali tendono ad escludere i genitori, mentre lo studio da lui condotto evidenzia che sono importantissimi.
L'esperimento ha riguardato 80 adolescenti di età compresa fra 12 e 19 anni, sofferenti di bulimia. Quarantuno pazienti sono stati assegnati, in modo casuale ad un trattamento di psicoterapia familiare e trentanove al gruppo di psicoterapia di supporto. In ogni gruppo ciascun paziente ha frequentato 20 sedute nell'arco di sei mesi.
Non è chiaro tuttavia se i migliori risultati ottenuti con la psicoterapia familiare siano dovuti al coinvolgimento dei genitori o alla maggiore attenzione prestata ai comportamenti alimentari all'interno della famiglia.

Fonte: Science Daily
SET 07

CENTO ANNI DI STUDIO SUI TOPI DA LABORATORIO

Nel lontano 1907 sono cominciati gli studi sui topi da laboratorio, ad Harvard, ad opera di Clarence Cook. Una volta i topi potevano trovarsi solo nei campi, nelle fogne e nelle cucine, poi sono finiti in laboratorio grazie (o a causa, dipende dai punti di vista) al lavoro di Cook, che standardizzò lo 'strumento di ricerca' ed il suo grande successo portò alla fondazione del Jackson Laboratory, il più famoso ed importante laboratorio per la ricerca sui topi.
Nel tempo questi topi sono diventati una specie 'a parte': la mancanza di variabilità genetica nei ratti del laboratorio si è trasformata in un problema da risolvere per gli scienziati. Secondo Wired, vi sarebbero tuttavia progetti per portare in laboratorio topi 'geneticamente mescolati' .
Vivere per permettere agli uomini di comprendere come curare le loro malattie (ad esempio il cancro) è il destino di questi poveri animali. A volte le cose non vanno loro così male, come ad esempio è successo in un recente studio americano pubblicato su Nature.
Delle topine sono state geneticamente costruite in modo tale da non sviluppare l'organo vomeronasale (un piccolo organo nel naso): questo ha scatenato il loro appetito sessuale, rivolto sia verso i maschi che le femmine della loro specie, facendo loro emettere degli squittii tipici del maschio eccitato.
Non sempre va così bene: un altro gruppo di topi è stato, ad esempo, esposto alle luci luminose di UVB, in laboratorio. Lo studio è stato fatto per valutare gli effetti del caffè sul rischio di sviluppare il cancro della pelle. Molti altri esempi della ricerca fatta sui topi, che ci ha permesso di trovare dei rimedi per le nostre malattie può essere letta qui.

Fonte: Health 24
AGO 07

INTERNET ADDICTION: PERICOLOSA?


Circa il 10% delle persone che navigano su Internet soffrono di 'Internet addiction disorder', una condizione patologica che può causare problemi ansioso-depressivi. Per diagnosticare meglio e curare appropriatamente questo disturbo, il Dr. Pinhas Dannon, psichiatra presso la Tel Aviv University’s Sackler Faculty of Medicine, consiglia di considerare la dipendenza da Internet come tutte le altre dipendenze: ad esempio gioco d'azzardo, dipendenza da sesso, cleptomania.
La Internet addiction viene attualmente classificata come Disturbo Ossessivo-Compulsivo (Obsessive Compulsive Disorder - OCD), una condizione più o meno grave che porta a compiere dei rituali, sia a livello di pensieri che di comportamenti, come ad esempio lavarsi sempre le mani o, nel caso di Internet, navigare in continuazione, magari alzandosi di notte per vedere se si è ricevuta posta.
Occorre anzitutto cambiare la classificazione del disturbo, secondo il Dr. Dannon, che teme soprattutto per gli adolescenti, ma anche, sorprendentemente, per uomini e donne cinquantenni che soffrono di solitudine, a causa del 'nido vuoto', lasciato dai figli. I sintomi sono difficili da diagnosticare, data l'alta variabilità individuale, ma possono consistere in disturbi del sonno, ansia nella vita reale, isolamento da familiari e amici, perdita del lavoro, periodi di profonda depressione.
Il disturbo deve essere considerato grave, minaccioso, in modo che sia possibile prescrivere dei farmaci come i Serotonin blockers o il Naltrexone, usati anche per curare il gioco d'azzardo o la cleptomania. Occorre anche parlare di questo problema, secondo il Dr. Dannon, che ha pubblicato le sue ricerche sul Journal of Clinical Psychopharmacology e che sta cercando di sensibilizzare i colleghi di tutto il mondo perché affrontino questo disturbo, che a lui ed ai suoi colleghi-ricercatori appare piuttosto grave e misconosciuto.
I dipendenti da Internet sono inevitabilmente un prodotto della modernità, come chi dipende dalla sua tazzina di caffè, dall'esercizio ginnico, dal parlare col telefono cellulare. Cambiano i tempi, cambiano le dipendenze.

Fonte: Eurekalert
AGO 07

DONNE ANZIANE, CAFFEINA E MEMORIA

La caffeina contenuta in tre tazze di caffé o te quotidiano può aiutare le donne anziane a preservare la propria memoria: lo dice un nuovo studio francese, curato da Karen Ritchie, psicologa dell'istituto Nazionale Francese per la Salute e la Ricerca Medica (INSERM) di Montpellier, Francia. Il gruppo, guidato dalla Ritchie ha studiato un campione di 7.000 uomini e donne con almeno 65 anni di età o ancora più anziani (età media 74 anni) abitanti in tre città francesi: Bordeaux, Dijon, e Montpellier. E' stato calcolato quanta caffeina veniva ingerita da questi soggetti, considerando anche le quantità che si possono assumere attraverso alcuni farmaci che la contengono, o alcune bevande, come la Coca Cola. Sono stati condotti dei test di memoria basati su una lista di parole, ripetuti due anni dopo e ancora, quattro anni dopo la prima somministrazione. Risultato: le donne che bevevano almeno tre tazze di caffé/te al giorno avevano una memoria più efficace di quelle che ne assumevano di meno. I migliori risultati si sono avuti con la memoria verbale. E per gli uomini? Nessun beneficio dall'assunzione di queste bevande. C'è anche da chiedersi se sia la caffeina a produrre questi buoni risultati nella memoria o lo stile di vita di donne che si concedono questo piccolo piacere del coffee break. I ricercatori non hanno infatti compiuto studi diretti per appurare se i benefici riscontrati dipendano dall'una o dall'altra cosa, ma il risultato comunque non cambia!

Fonte: CBS News
Dott.ssa Giuliana Proietti Ancona
aGO 07

LA TERAPIA DI GRUPPO NON AUMENTA LE POSSIBILITA' DI SOPRAVVIVENZA

Lo psichiatra di Stanford, Dr. David Spiegel ha pubblicato oggi sulla rivista Cancer, dell'American Cancer Society, i risultati di una sua recente ricerca che mirava a duplicare i risultati da lui ottenuti trenta anni fa, quando un gruppo di donne malate di cancro al seno e sottoposte a psicoterapia di gruppo sembravano vivere due volte più a lungo delle persone che non erano sottoposte a terapia. Nel nuovo studio, che ha riguardato 122 donne, i risultati non vanno nella stessa direzione, nel senso che non sono stati purtroppo duplicati. In ogni caso, Spiegel e colleghi insistono sulla efficacia della terapia di gruppo in caso di cancro al seno: non allunga la vita, ma ne migliora la qualità. Va sottolineato però il caso di alcune donne, con un particolare cancro al seno, 'estrogeno-negativo' che hanno invece visto effettivamente accresciute le loro possibilità di sopravvivenza (30 mesi contro i 9 mesi di chi non fa terapia). Il nuovo studio di Spiegel ha riguardato due gruppi di donne: ad uno veniva dato materiale informativo sul cancro, mentre un altro era sottoposto ad una psicoterapia di gruppo settimanale, della durata di un'ora e mezzo. Lo studio è durato 14 anni. Le donne in terapia di gruppo sopravvivevano per 30,7 mesi, contro i 33,3 mesi del gruppo di controllo: differenza minima, che non può essere considerata statisticamente significativa.
Le donne con il cancro estrogeno-negativo avevano invece, come si è detto, risultati molto migliori, con una sopravvivenza molto più lunga rispetto alle donne che non si sottoponevano a psicoterapia. Forse perché non ci sono ancora medicine adatte a questa specifica forma di cancro? Forse vi è una relazione con la ricerca di trenta anni fa, quando per il cancro non vi erano ancora terapie e farmaci? Un'altra spiegazione è che ormai la psicoterapia è comunemente accettata e che i malati sono abituati a parlare di cose intime con i loro familiari: basti pensare che trenta anni fa Spiegel faticò molto a trovare delle persone disposte a frequentare questi gruppi, mentre ora chi apparteneva al gruppo di controllo lamentava il fatto che non vi fossero sedute di gruppo di psicoterapia... I tempi sono indubbiamente cambiati.
Resta il fatto che partecipare ad un gruppo di supporto non allunga la vita, semmai la migliora. A meno che una persona, sapendo che è malata e che le rimane poco da vivere, che la psicoterapia di gruppo non migliora le possibilità di sopravvivenza, decida di dedicarsi ad altro, anziché frequentare un gruppo di auto-mutuo-aiuto. Ne avrebbe tutto il diritto.

Fonte : SF Gate
GIU 07

EMICRANIA DA GELATO

Avete mai provato a mangiare in fretta un gelato? Vi è capitato di sentire, subito dopo, un intenso dolore alla testa, un'emicrania violenta, ma per fortuna breve, della durata di qualche secondo? Molti studi si sono occupati di questo fenomeno.
La teoria prevalente è che questo genere di mal di testa sia dovuto al cibo freddo ingerito, che viene a contatto con la parte superiore della bocca, densamente innervata. Uno dei nervi più importanti di questa zona del viso è il trigemino, il più grande dei nervi cranici. E' composto di tre ramificazioni che lavorano insieme per diffondere le informazioni al cervello e alle diverse aree della parte frontale della testa, dove si trovano ad esempio denti, lingua e palato.
Benché sia la parte superiore della bocca ad essere esposta a questo freddo intenso, la sua sintomatologia riguarda le zone della fronte, le tempie o altre zone ancora della testa. Un'altra spiegazione è che il nervo trigemino, per mantenere l'omeostasi del corpo, avvertendo questa pericolosa sensazione di freddo, cerchi di riscaldare il flusso sanguigno diretto al cervello dilatando i vasi sanguigni della testa e che sia dunque questo suo zelo ad alterare il flusso sanguigno, provocando mal di testa.
I ricercatori sono molto incuriositi dal fenomeno ed è capitato più volte che siano stati forniti dei gelati a degli studenti, per poter studiare questo particolare mal di testa. Per fortuna si tratta di un dolore intenso, ma che dura al massimo 10-30 secondi. Chi soffre di emicrania è maggiormente predisposto a questo dolore.

Fonte: LiveScience
GIU 07

IL CERVELLO PUO' ESSERE ALLENATO

Esistono esercizi che possano influenzare il comportamento della mente così come gli esercizi fisici influenzano la crescita muscolare e dunque la forza e le prestazioni del corpo?
Da uno studio del Wake Forest University Baptist Medical Center sembrerebbe di si: l'allenamento sembrerebbe modificare le capacità di attenzione delle persone anziane. Lo studio ha utilizzato la risonanza magenetica funzionale (fMRI: La Risonanza Magnetica Funzionale è un’applicazione della Risonanza Magnetica Nucleare che permette di generare delle immagini del flusso e dell’ossigenazione ematici localizzati a livello dell’encefalo e provocati da stimoli sensoriali, o da compiti motori e cognitivi. Per saperne di più clicca qui) per registrare l'attività cerebrale. Molte attività, dalle parole crociate ai puzzles ai Sudoku, riescono a mantenere giovane il cervello ed a migliorare la concentrazione.
Le persone anziane sperimentano cambiamenti in come percepiscono le informazioni: in particolare, gli anziani combinano i differenti segnali percepiti dall'esterno (integrazione sensoriale) e questo potrebbe rendere più difficile mantenere l'attenzione su un particolare oggetto, senza cedere a distrazioni, a causa di suoni o immagini provenienti dall'esterno.
Lo studio, denominato Brain Fitness in Older Adults (B-fit) è stato creato per valutare se otto ore di esercizio possono migliorare la capacità di concentrazione di adulti anziani in buona salute (65-75 anni) e filtrare ciò che interessa loro, selezionando le informazioni di maggiore rilievo. Lo studio ha riguardato 66 partecipanti. Nelle sessioni uno-a-uno dello studio, ai soggetti veniva chiesto di ignorare tutti gli stimoli che non riguardavano l'oggetto della propria concentrazione (che riguardava informazioni sulla salute, a complessità crescente). Stessa cosa è stata fatta per sessioni in cui si prendevano in esame gruppi di soggetti. Tutti sono poi testati per vedere se fossero riusciti a conservare le informazioni che avevano ricevuto nelle otto settimane di corso.
Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a fMRI mentre svolgevano un compito di riconoscimento di parole o numeri ,che doveva essere eseguito cancellando mentalmente tutti gli altri stimoli provenienti dall'esterno. Si è visto così che i soggetti che avevano ricevuto informazioni nella situazione di gruppo avevano migliorato le attività di concentrazione visiva, mentre quelle relative all'ascolto erano diminuite. I compiti venivano però complessivamente eseguiti attrvaerso prestazioni mediamente migliori. I ricercatori sostengono dunque che l'allenamento può modificare questo stile di percezione integrata, tipico degli anziani, diminuendo gli stimoli che tendono a distrarli. Lo studio ha riguardato per il momento solo una parte dei partecipanti e solo in seguito si saprà se i soggetti ancora da osservare manterranno o meno il trend che si è finora evidenziato.

Fonte: Medical News
Link: Wake Forest University Baptist Medical CenterMedical Center http://www1.wfubmc.edu
GIU 07

RELAZIONI FRA FRATELLI

Le relazioni fra fratelli durante la primissima infanzia e l'adolescenza non sono state mai prese seriamente in considerazione dalla psicologia: ci si è concentrati infatti molto di più sulla relazione fra bambino e genitori che fra bambino e relativi fratelli e sorelle. Uno studio appena uscito suggerisce invece di studiare in modo più approfondito questa importante relazione, soprattutto per quanto riguarda i soggetti di sesso maschile. Infatti, gli uomini che, prima dei venti anni di età, hanno avuto delle cattive o scarse relazioni con fratelli e sorelle sono maggiormente predisposti ad ammalarsi di depressione in età adulta, secondo un recente studio longitudinale durato 30 anni. I ricercatori chiariscono che la loro scoperta non significa che avere delle cattive relazioni con fratelli e sorelle significhi necessariamente ammalarsi di depressione, ma che le due cose sono strettamente collegate fra loro.
Il Dr. Robert J. Waldinger, autore dello studio e professore associato di psichiatria presso la Harvard University dice che “Una volta che si è presa in considerazione la qualità del rapporto con i fratelli, conoscere la qualità delle cure genitoriali non aggiunge informazioni di rilievo": come dire che avere avuto la fortuna di genitori 'perfetti' non cambia lo stato delle cose. Lo studio è stato pubblicato nel numero di Giugno dell'American Journal of Psychiatry, e si basa sull'analisi di dati relativi a 229 uomini, seguiti per più di 30 anni, partendo dai loro 18 o19 anni. I primi studi sono iniziati negli anni 1939-42 da parte di medici internisti, psichiatri, psicologi e antropologi; poi questi soggetti hanno dovuto compilare un questionario ogni anno. Sono stati intervistati anche i loro genitori. Altre interviste sono state eseguite al momento del compimento dei 25, 30 e 50 anni . Nessuno dei 21 uomini che hanno perso un genitore durante l'infanzia ha sofferto di depressione; il 15 per cento, che avevano avuto cattive relazioni con le loro madri ed il 16 per cento che avevano avuto una storia familiare di depressione si sono ammalati effettivamente. Fra coloro che hanno avuto cattive relazioni con i fratelli, il 26% ha sofferto poi di depressione. Questo dato è rimasto altamente significativo anche quando sono stati studiati i fratelli e le sorelle per vedere se vi fosse una tendenza ereditaria alla malattia depressiva, ma questo fattore è rimasto un 'predittore indipendente'. Il campione studiato consisteva unicamente di soggetti maschi di razza bianca, divenuti maggiorenni durante il periodo della seconda guerra mondiale, tutti selezionati per la loro eccellente salute mentale.

Fonte: New York Times
Link: The American Journal of Psychiatry
GIU 07

NON ESISTE BENESSERE SENZA UN BUON SONNO


La mancanza di sonno può aggravare delle condizioni di difficoltà psicologica pre-esistenti. Gli individui ansiosi generalmente soffrono anche di insonnia, anche se non si è ancora scoperto il legame diretto fra le due condizioni. Un buon sonno appare però fondamentale per il corretto funzionamento del nostro corpo. Questa è un'anticipazione di quanto verrà detto nel Convegno SLEEP 2007, il 21esimo Meeting Annuale delle Associated Professional Sleep Societies (APSS).
Robert Ross MacLean, della Boston University, ha utilizzato una misura oggettiva per valutare l'ansia, in rapporto al comportamento sonno-veglia di alcuni topi da laboratorio. MacLean ha esposto i ratti a tre condizioni: shock dal quale si può scappare, shock dal quale non si può scappare, o situazione paurosa. Misurando i livelli di ansia dei roditori e mettendoli a confronto con i comportamenti sonno-veglia, il ricercatore ha osservato che la quantità di sonno è particolarmente influente sul benessere dell'individuo: sulla sua salute fisica, sul benessere emotivo, sulle abilità mentali, la produttività e le prestazioni. La mancanza di sonno, secondo recenti ricerche, causa seri problemi di salute e aumenta il rischio di depressione, obesità, problemi cardio-vascolari e diabete. Ecco perché gli esperti raccomandano agli adulti di dormire almeno sette-otto ore per notte.

Link: American Academy of Sleep Medicine
GIU 07

NUOVI TRATTAMENTI PER IL DISTURBO BORDER LINE


Una forma intensiva di terapia della parola, conosciuta in inglese come transference-focused psychotherapy (TFP; in italiano psicoterapia focalizzata sul transfert), può aiutare soggetti con disturbo borderline (BPD) riducendo i loro sintomi e migliorando il loro funzionamento sociale. Lo sostiene un articolo sul numero di giugno dell' American Journal of Psychiatry.
Il disturbo borderline è cronico e disabilitante: riguarda in America l'1% della popolazione; i sintomi interessano le relazioni con gli altri, particolarmente instabili, l'instabilità del tono dell'umore, variazioni caotiche dell'immagine di sé, comportamenti auto-distruttivi e impulsivi (come promiscuità sessuale, abuso di sostanze, gioco d'azzardo). Nel nuovo studio, Mark F. Lenzenweger, professore di psicologia presso la Binghamton University, State University of New York, ed i colleghi del Weill College of Medicine, Cornell University, hanno esaminato tre tipi di psicoterapia: 1. dialectical behavior therapy, 2. supportive psychotherapy, 3. TFP, nuova forma di terapia psicodinamica elaborata da Otto F. Kernberg, co-autore dello studio e professore di psichiatria presso la Weill-Cornell. Questa terapia si concentra sul rapporto fra analista e paziente, focalizzandosi sulle situazioni di più intenso significato emotivo. Sono stati esaminati pazienti con disturbi depressivi, difficile inserimento sociale, comportamenti suicidari, impulsività e varie forme di irritabilità ed aggressività. Dopo un anno di trattamento, i pazienti con disturbo borderline hanno mostrato, con la terapia denominata TFP, un miglioramento in 10 casi su 12.
La TFP "non solo ha ridotto i comportamenti suicidari, ma si è mostrata particolarmente efficace per ridurre i comportamenti aggressivi" ha dichiarato Kernberg , "Siamo lieti dei progressi nello sviluppo empirico di un trattamento psicoanalitico per pazienti borderline che si focalizza sulla personalità, piuttosto che sui soli sintomi, ma che ciò nonostante è riuscito a migliorare anche i sintomi."Lo studio ha riguardato anche la dialectical behavior therapy (o DBT), che è una terapia di tipo cognitivo. La Supportive therapy è anch'essa di origine psicoanalitico, ma diversa dalla TFP.
"Questo è il primo studio che mette a confronto la DBT, considerato da molti il trattamento standard con due trattamenti psicodinamici" ha detto John F. Clarkin, autore dello studio e professore di psicologia clinica presso la Weill-Cornell. Un'altra implicazione dello studio è che, in ogni caso, tutti e tre i trattamenti studiati hanno prodotto degli effetti positivi, inoltre si è visto che la TFP e la psicoterapia di supporto sono entrambe delle valide alternative alla DBT ('dialectic behavior therapy') per il trattamento del disturbo borderline.

Fonte: Binghamton University via Docguide
GIU 07

RITALIN AI FIGLI DEI DIVORZIATI

I bambini, figli di coppie divorziate hanno due volte la possibilità di ricevere la prescrizione del Ritalin rispetto ai bambini i cui genitori vivono ancora insieme. Lo dice una ricercatrice canadese, la professoressa Lisa Strohschein della University of Alberta, nel Canadian Medical Association Journal. A più del 6% dei 633 bambini di coppie divorziate che hanno fatto parte di uno studio, è stato prescritto il Ritalin (discusso farmaco contro il deficit d'attenzione) contro il 3,3 per cento dei bambini i cui genitori vivevano ancora insieme. Lo studio, che ha interessato più di 4.700 bambini, è cominciato nel 1994, quando le famiglie erano ancora unite. "La ricerca mostra chiaramente che il divorzio è un fattore di rischio che influisce sulla prescrizione del Ritalin ai bambini" ha detto la Strohschein. Altri studi hanno mostrato una tendenza simile per i figli di genitori single. La domanda da porsi è la seguente: è il divorzio che produce stress in tutti i componenti della famiglia, spingendo i ragazzi a comportamenti tali che richiedono l'uso del Ritalin? O forse è il luogo comune, il pregiudizio che si ha sulla coppia divorziata, sulle difficoltà dei figli, ad indurre il medico a prescrivere con più facilità questo farmaco? Il Ritalin, come si sa, è un farmaco psico-stimolante, utilizzato per la cura del disturbo da deficit d'attenzione- iperattività nei bambini.
C'è un grande dibattito sull'abuso di prescrizioni mediche di questo farmaco, che viene dato a bambini che non ne avrebbero alcun bisogno. Uno studio condotto in California, presso l'Università di Berkeley ha scoperto che per questo disturbo (in inglese abbreviato in ADHD) la prescrizione del farmaco è più che triplicata dal 1993. Forse, dice la ricercatrice canadese, alcuni problemi possono esistere già prima del divorzio e vengono evidenziati solo dopo, ma non è negli obiettivi di questo studio comprendere perché ai bambini venga dato questo farmaco: forse sarebbe bene investigare meglio.

Fonte: Reuters
Giu 07
 
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Ultimo aggiornamento psicolinea.it: 12/12/2011

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