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Home Page > PSICOPILL > La psiche in pillole  2008 (1)


PSICOPILL 
LA PSICHE IN PILLOLE

2008   (1)

 


Raccolta di informazioni, ricerche e curiosità sul mondo della psicologia
 

Indice della Pagina:

I Tranquillanti stanno mettendo a rischio la vita dei bambini

Aspetti psichici dell'attrazione sessuale

L'empatia può essere appresa ed insegnata

 Un matrimonio felice migliora la salute

 Più immigrati arrivano,ppiù diminuisce la criminalità

Psicoterapia, ma quale?

Il lavoro delle donne non finisce mai

 Avere un blog migliora la qualità della vita

Quando la memoria a breve termine scarseggia

Le donne e gli uomini vengono entrambi dal pianeta Terra

 Figli: meglio ascoltarli che dargli le risposte

Cosa spinge i giovani verso il suicidio?
 
I TRANQUILLANTI STANNO METTENDO A RISCHIO LA VITA DEI BAMBINI

Nuove prove hanno mostrato che la vita dei bambini viene oggi messa seriamente a rischio a causa dell'esagerato utilizzo di tranquillanti.

A bambini che hanno meno si sei anni vengono prescritti farmaci antipsicotici, che non sono per uso pediatrico (tranne in alcuni casi di schizofrenia).

Il numero di bambini che subiscono tali trattamenti è raddoppiato dall'inizio degli anni novanta, e ora anche il Regno Unito sembra seguire la tendenza americana.

Un nuovo studio, condotto dal Prof. Ian Wong, ricercatore di medicina pediatrica presso la London School of Pharmacy e che verrà pubblicato il prossimo mese nella rivista americana Pediatrics, mostra che fra il 1992 ed il 2005, sono stati somministrati farmaci antipsicotici a 3.000 bambini britannici. Ciò significa che nel 2005 sono stati prescritti il doppio dei farmaci, rispetto al 1992. Il maggiore aumento nel consumo di questi antipsicotici ha riguardato la fascia d'età che va dai sette ai dodici anni (qui il numero di farmaci somministrati è addirittura triplicato).

Questi farmaci servono a curare disturbi di personalità e di comportamento, disturbo bipolare, autismo, iperattività. (Nel Regno Unito queste medicine non possono essere usate per uso pediatrico, ma possono essere prescritte ai bambini se il medico curante se ne assume la responsabilità).

In realtà oggi nessuno sa con precisione come questi farmaci possano influenzare lo sviluppo del bambino e ciò che potrebbe accadere nel lungo termine. Wong dice però che i bambini che assumono farmaci anti-psicotici hanno maggiori probabilità di morire prematuramente: "Il tasso di mortalità è molto più elevato. Il farmaco potrebbe infatti causare qualche problema al cervello" . Non è provato che i farmaci provochino direttamente la morte, ma c'è un importante segnale di allarme, conclude il ricercatore.

David Healy, professore di medicina psicologica presso la Cardiff University, sostiene che questi farmaci possono provocare problemi al cuore, alla circolazione del sangue e al sistema respiratorio. Gli antipsicotici infatti agiscono sinfatti sul sistema della dopamina, che gioca un ruolo importante nella regolazione cardiovascolare.

In America, dei bambini ai quali era stato diagnosticato un ADHD (disturbo da deficit di attenzione e iperattività), sono morti improvvisamente, dice Healy. In particolare gli avvocati si stanno ora occupando del caso di una bambina cui fu diagnosticato l'ADHD, poi la depressione ed infine il disturbo bipolare (depressione maniacale). Avendo trascorso il 75% della sua vita 'in cura' con questi farmaci, la bambina è morta all'età di due anni. Alcuni effetti collaterali certi di questi farmaci riguardano inoltre l'obesità del bambino e la discinesia tardiva (movimenti incontrollabili della lignua e dei movimenti facciali).

Sarebbe dunque bene valutare con molta attenzione il rapporto rischi/benefici prima di accettare di dare tranquillanti ai propri figli!
 
Fonte: The Guardian
 
Apr. 08
ASPETTI PSICHICI DELL'ATTRAZIONE SESSUALE

Gli esseri umani, da sempre, stabiliscono rapporti personali con altri soggetti, in diversi ambiti (amicizie, famiglia, partner, compagni di lavoro e anche, all'estremo opposto, i 'nemici').

Negli ultimi decenni vi sono stati significativi cambiamenti nella società e sono molto cambiati i rapporti fra le persone: da quelli di semplice amicizia, alle relazioni sentimentali e sessuali.

L'attrazione interpersonale può essere definita il fattore principale che spinge le persone a stare insieme e che ha le potenzialità di rendere il rapporto più stabile (Baumeister, R.F. & Bushman, B.J. (2008) Social psychology and human nature (1st ed.). Belmont, CA: Thomson Wadsworth.). Si tratta di una componente-chiave per la formazione di qualsiasi rapporto ed è un fattore che permea tutte le culture. Ma cosa ci attrae verso l'altro? Cosa ci respinge?

La ricerca ha dimostrato che la somiglianza è uno dei fattori che contribuisce a creare attrazione fra le persone: in n primis la somiglianza genetica (Shibazaki, K. (1998). When birds of a feather flock together: A preliminary comparison of intra ethnic and inter ethnic dating relationships. Journal of Social and Personal Relationships, 15, 248-256.). Essere attratti per ragioni di 'somiglianza' comprende però altri aspetti, oltre a quello fisico, e cioè gli atteggiamenti della persona riguardo ai valori, le abitudini, le tradizioni. (Feingold, A. (1988). Matching for attractiveness in romantic partners and same sex friends: A meta-analysis and theoretical critique. Psychological Bulletin, 104, 226-235.).

Molte ricerche sull'etnocentrismo hanno mostrato che le persone prediligono come partners soggetti della stessa cultura, perché li ritengono migliori degli altri (Derald Wing, S. (2004). Whiteness and ethnocentric monoculturalism: making the ‘invisible’ visible. American Psychologist, 59, 761-769).

Oltre a questo, il miglior fattore predittivo della durata e della stabilità di un rapporto è la familiarità (Lease, A.M. & Blake, J.J. (2005). A comparison of majority race children with and without a minority race friend. Social development, 14, 20-41.). Le persone percepite come più 'familiari' ci risultano più gradevoli ed attraenti. Anche una persona del tutto nuova può apparirci 'familiare': per alcune sue caratteristiche infatti, può ricordarci qualcuno che in passato ci è stato caro, e per questo ci sembrerà subito familiare e dunque attraente.


Apr 08

L'EMPATIA PUO' ESSERE APPRESA ED INSEGNATA

Stiamo vivendo un momento rivoluzionario nella scienza del cervello. Fino ad oggi infatti nessuno aveva osato mettere in discussione il dogma secondo il quale le connessioni cerebrali sono impossibili da modificare dopo i cinque anni di vita; in realtà il cervello è molto più plastico di quanto si pensava. Alcuni ricercatori della Università del Wisconsin-Madison il 26 Marzo hanno pubblicato un interessante studio su Public Library of Science One, che dimostra che l'empatia può essere appresa ed insegnata, allo stesso modo in cui si può imparare a giocare al calcio o a suonare il piano.Come si fa? Attraverso la meditazione. Lo studio ha usato la risonanza magnetica funzionale (fMRI) per studiare 32 soggetti, di cui la metà erano degli esperti di meditazione, ovvero monaci tibetani, ed altri dei soggetti che si dedicavano alla meditazione da poco tempo. A tutti sono stati fatti ascoltare dei suoni capaci di risvegliare le emozioni (ad esempio un bambino che ride o una donna che urla). E' stato così scoperto che l'insula (l'area vicina alla porzione frontale del cervello, responsabile della rappresentazione corporea delle emozioni) era particolarmente attiva negli esperti. L'insula è estremamente importante per comprendere le emozioni espresse dal corpo, come palpitazioni e pressione sanguigna, e nel rendere queste informazioni disponibili ad altre parti del cervello.Anche la giuntura temporale-parietale destra (area specializzata nella comprensione degli stati emotivi dell'altro) era assai più attiva negli esperti che nei 'novizi'.
Questo non significa che possiamo trasformare un bullo di periferia in un Gandhi, ma la buona notizia sta nel fatto che possiamo provare ad insegnargli come essere gentile e empatico verso gli altri. Inoltre, dicono i ricercatori, questa scoperta può essere utile per prevenire la depressione, dal momento che dimostra che i pensieri e le emozioni possono essere regolate attraverso la pratica della meditazione.

Fonti:
Scientific American
Science Daily

Link: University of Wisconsin-Madison
.
Apr. 08

UN MATRIMONIO FELICE MIGLIORA LA SALUTE

Una nuova ricerca ha scoperto che gli adulti felicemente sposati hanno la pressione più bassa di singles bene inseriti in una rete sociale protettiva. Dunque, si tratta proprio di una questione di 'cuore'.La Prof. Julianne Holt-Lunstad, della Brigham Young University ha scoperto che uomini e donne che avevano un matrimonio felice totalizzavano 4 punti in meno di pressione (registrata nelle 24 ore), rispetto a soggetti adulti non sposati.Lo studio verrà pubblicato nel numero 20 degli Annals of Behavioral Medicine. I ricercatori sottolineano che non è semplicemente l'essere sposati a far abbassare il livello di pressione del sangue, ma il poter godere di un matrimonio felice. Non sorprende dunque che chi ha un matrimonio infelice stia molto peggio sia di chi è felicemente sposato, sia di un single.

Fonte: “Is There Something Unique about Marriage? The Relative Impact of Marital Status, Relationship Quality, and Network Social Support on Ambulatory Blood Pressure and Mental Health.” Brigham Young University via PsychCentral

Mar 08


PIU' IMMIGRATI ARRIVANO, PIU' DIMINUISCE LA CRIMINALITA'

"Dal punto di vista della sicurezza pubblica, ci sarebbero scarsi motivi per limitare l'immigrazione": lo afferma Kristin Butcher, professore di economia presso il Wellesley College e co-autore di uno studio relativo all'immigrazione in California.In California, gli immigrati costituiscono infatti circa il 35% della popolazione adulta (solo il 17% della popolazione carceraria adulta), come ha mostrato la relazione del Public Policy Institute of California (PPIC): sebbene sia dunque molto diffuso lo stereotipo secondo il quale criminalità e immigrazione siano strettamente correlate, i dati dimostrano che la criminalità in America è assai maggiore fra le comunità di persone 'native', che fra quelle immigrate.
Tra persone di età compresa fra i 18 ed i 40 anni - età nella quale è più probabile avere a che fare con la giustizia - chi è nato negli Stati Uniti ha la possibilità di finire in carcere con frequenza assai maggiore (rapporto di 1 a 10) rispetto a soggetti immigrati.
Quali sono i motivi? Sono state fatte molte ipotesi, fra cui quella che chi è da poco immigrato, specie se clandestino, non ha interesse ad attirare l'attenzione su di sé, oppure che gli immigrati di prima generazione siano meno propensi a commettere atti criminali, perché coltivano il sogno di una vita migliore.La conferma di questa situazione arriva da un altro studio, condotto da un sociologo della Università di Harvard, Robert Sampson (lo studio è stato pubblicato sull'edizione invernale di Contexts magazine).Sampson ha esaminato i dati relativi a immigrazione e criminalità della città di Chicago, studiando 180 quartieri con vari livelli di integrazione. Sampson e colleghi hanno preso in considerazione più di 3000 atti violenti commessi a Chicago fra il 1995 ed il 2003, analizzato i dati raccolti dalla polizia, oltre a censimenti e studi condotti sulle popolazioni immigrate.
Il sociologo è partito dall'ipotesi che gli immigrati avrebbero potuto commettere crimini più facilmente degli altri soggetti, anche perché vivono in comunità povere e disorganizzate.
E invece, Sampson ha scoperto che i luoghi dove la concentrazione di immigrazione è ai massimi livelli, presentano i più bassi livelli di criminalità della città di Chicago.
Il 'paradosso latino', così lo chiama Sampson, è quello secondo il quale la prima generazione di immigrati messicani ha il 45 % di possibilità in meno di commettere atti violenti rispetto a soggetti americani, immigrati di terza generazione. (Nella seconda generazione questo tasso scende al 22%). Dice il sociologo: "Nelle aree più povere la presenza di immigrati sembra una sorta di 'protezione' contro la violenza. La violenza infatti è significativamente più bassa fra gli americani di origine messicana che tra soggetti nati in America, di razza bianca o nera.
Anche a New York e a Miami, città con un altissimo tasso di immigrazione, sono stati osservati fenomeni simili. Ma il risultato più difficile da accettare per un americano, che emerge chiaramente da questo studio è il seguente: "più si è esposti alla cultura americana, più si hanno possibilità di commettere atti violenti".

Fonti:

Time
UPI

Mar 08


PSICOTERAPIA, MA QUALE?

Non tutti quelli che decidono di voler iniziare un percorso psicoterapeutico hanno chiaro in mente cosa li attende. Non tutti sanno ad esempio che la psicoterapia non è una pratica condotta allo stesso modo da tutti gli specialisti del settore: vi sono infatti diversi orientamenti, che si differenziano fra loro per le origini, per il modo in cui interpretano la natura umana, per le tecniche impiegate nei trattamenti.

Gli approcci principali della moderna psicoterapia sono principalmente quattro:
1. cognitivo-comportamentale,
2.psicodinamico o psicoanalitico,
3. umanistico,
4. sistemico.

Approccio cognitivo-comportamentale. Si basa su un modello secondo il quale l'interpretazione personale che ogni soggetto fa di una situazione della vita determina le sue emozioni ed i suoi comportamenti; allo stesso modo, anche l'interpretazione che la persona ha del mondo viene influenzata dalle sue emozioni e dai suoi comportamenti. Il trattamento si focalizza dunque sull'analisi delle credenze profonde che il paziente ha sul proprio sé e sul mondo, credenze formatisi con l'esperienza e con le varie interazioni sociali. Osservando ed analizzando comportamenti, stati psicologici, emozioni, interpretazioni, credenze del paziente, il terapeuta fornisce strumenti e metodi per imparare ad avere un maggiore controllo su stress, stati ansiosi, fobie ecc. Viene inoltre invitato il paziente a produrre dei sostanziali cambiamenti nei suoi comportamenti e nei suoi atteggiamenti, in modo da raggiungere un migliore adattamento.

L'approccio psicodinamico o psicoanalitico. Si richiama alla psicoanalisi di Sigmund Freud. Questo metodo si basa sul concetto di 'inconscio': una parte della nostra mente a noi del tutto sconosciuta, che si può conoscere ed interpretare attraverso l'analisi o l'interpretazione dei sogni. I problemi del paziente vengono attribuiti ai conflitti irrisolti dell'infanzia. L'analista ascolta il paziente, analizza le sue associazioni ed i suoi sogni, cerca di comprendere ed analizzare i conflitti inconsci ed i loro collegamenti con la vita presente del paziente. Si tratta di un trattamento piuttosto lungo, anche se ultimamente si è tentato di mettere a punto dei protocolli di intervento che richiedono un tempo più breve.

L'approccio umanistico. Punta sulla capacità della persona di comprendere le sue difficoltà e trovare in sé stessa risorse e soluzioni per arrivare al cambiamento. Il metodo cerca di rafforzare l'autostima e favorisce lo sviluppo della personalità. La relazione fra terapeuta e paziente non è affatto direttiva ed il paziente viene considerato semplicemente un 'cliente'. Nel trattamento ci si focalizza sul presente, aiutando la persona a prendere coscienza delle sue difficoltà attuali ed invitandola a modificare la propria vita, in modo da raggiungere uno stato di maggiore benessere. Gli esempi classici di questo approccio sono la terapia della Gestalt sviluppata da Perls e la terapia non-direttiva di Carl Rogers.

L'approccio sistemico. Spesso viene utilizzato all'interno di una terapia familiare. Questo approccio vede il problema del paziente come il risultato di una relazione disfunzionale con le persone che lo circondano. Il paziente dunque non ha un problema personale, ma il suo problema è espressione di una difficoltà comune, di una famiglia o di un qualsiasi gruppo di persone. La terapia è altamente direttiva, in quanto si cerca di modificare il tipo di comportamento che ogni componente ha con gli altri, in modo da rendere le relazioni più 'funzionali' e dunque meno patogene.

Mar 08


IL LAVORO DELLE DONNE NON FINISCE MAI

Jean Wallace e Marisa Young hanno studiato quante ore di lavoro 670 avvocati di Alberta, Canada, avevano fatturato ai loro clienti nell'anno precedente. Le due ricercatrici si sono così accorte che le donne senza figli possono lavorare di più delle colleghe con figli e che questi interferiscono comunque nel lavoro, sia degli uomini che delle donne, ma in modo diverso.
I soggetti studiati erano degli avvocati: maschi e femmine, con figli e senza figli. Questi i risultati: gli avvocati maschi con figli sono maggiormente produttivi dei maschi senza figli ( e questo, dicono le ricercatrici, c'era da aspettarselo, visto che nel modello dominante è l'uomo che deve portare a casa il pane quotidiano e dunque sente di avere delle responsabilità nei confronti dei figli).
La 'sorpresa' sta nel fatto che le avvocato-donne con figli sono meno produttive delle loro colleghe senza figli. Si è visto infatti che le donne-avvocato con figli hanno maggiori problemi delle colleghe senza figli, perché devono conciliare vita lavorativa e vita familiare, dal momento che anche il marito spesso lavora fuori di casa. Gli avvocati-maschi con figli invece hanno spesso delle mogli che non lavorano e che quindi si possono accollare agevolmente i lavori domestici.
Inoltre, nelle coppie che fanno uso di orari flessibili, i professionisti-uomini trascorrono il tempo libero in attività di svago, mentre le professioniste-donne si occupano prevalentemente dei lavori domestici.
Le ricercatrici concludono dunque con un'amara battuta: anche nel ventunesimo secolo 'il lavoro delle donne non finisce mai...'

Fonte: WALLACE, J., YOUNG, M. (2008). Parenthood and productivity: A study of demands, resources and family-friendly firms. Journal of Vocational Behavior, 72(1), 110-122. DOI: 10.1016/j.jvb.2007.11.002 via
BPS

MAR 08

AVERE UN BLOG MIGLIORA LA QUALITA' DELLA VITA

Avere un Blog permette di sentirsi meno isolati, maggiormente collegati alla comunità e più soddisfatti delle proprie amicizie (non solo di quelle online). Lo ha scoperto un nuovo studio australiano, della Swinburne University of Technology di Melbourne. Il ricercatore James Baker e la Professoressa Susan Moore hanno pubblicato uno studio nell'ultimo numero di CyberPsychology and Behaviour, che mette a confronto la salute mentale di persone che hanno un Blog (o pensano di aprirne uno), con persone che non ci pensano minimamente.

I ricercatori hanno contattato 600 utilizzatori di MySpace e li hanno sottoposti ad un questionario online. 134 di loro hanno completato il questionario; di essi, 84 erano interessati ad avere un blog, gli altri 50 non ne avevano intenzione.I ricercatori hanno scoperto che i bloggers potenziali erano meno soddisfatti degli altri circa le loro amicizie, si sentivano poco integrati socialmente, non si sentivano parte attiva della comunità. Chi invece non pensava di 'bloggare' non aveva questi problemi.
Se non ci si sente compresi dagli altri e si hanno scarse relazioni sociali soddisfacenti, pensare di aprire un Blog può sembrare una soluzione. Ed in effetti funziona, come hanno scoperto i ricercatori australiani in un successivo studio, che non è stato ancora pubblicato.
I ricercatori infatti hanno ricontattato il gruppo che aveva risposto alle domande iniziali e, in questo secondo studio, ne hanno ottenute solo 59. Questi soggetti hanno confermato che avere un Blog permette loro di avere contatti con persone affini, il che fa sentire più sicuri di poter contare sull'appoggio degli altri. Tutti affermavano di sentirsi meno ansiosi, meno depressi o stressati dopo due mesi di social networking.

Fonte: Abc Net

QUANDO LA MEMORIA A BREVE TERMINE SCARSEGGIA

Alcuni ricercatori della Durham University hanno elaborato una checklist chiamata the Working Memory Rating Scale ed altri strumenti, per permettere agli insegnanti di aiutare gli allievi che hanno il problema della scarsa capacità di memoria a breve termine (generalmente di origine genetica).
I ricercatori sostengono che questi soggetti possono raggiungere il successo scolastico solo se viene insegnata loro non solo la nozione, ma anche il metodo per conservarla in memoria.
Ad esempio un metodo potrebbe essere quello di ripetere più volte i concetti, di parlare per frasi brevi, di dividere i compiti complessi in piccoli blocchi.
Non sempre uno studente che resta in classe sognando ad occhi aperti è volontariamente disattento o poco interessato: forse necessita di un approccio differente. I ricercatori sono convinti che che questo loro strumento permetterà agli allievi e agli insegnanti di raggiungere migliori successi scolastici.

Fonte:
United Press International
Mar 08


LE DONNE E GLI UOMINI VENGONO ENTRAMBI DAL PIANETA TERRA

Gli uomini sarebbero attratti dalla bellezza e le donne dalle potenzialità economiche del partner: questo è, come si sa, il risultato di molte ricerche condotte diversi anni fa sulle scelte del partner.
Alcuni psicologi della Northwestern University hanno però pubblicato questo mese una nuova ricerca, che sembra mettere in discussione gli studi precedenti.
"Sex Differences in Mate Preferences Revisited: Do People Know What They Initially Desire in a Romantic Partner?" è stato pubblicato nel numero di Febbraio 2008 del Journal of Personality and Social Psychology: da esso sembrerebbe derivarne una conclusione diversa.
Per un mese infatti sono stati analizzati tutti i dettagli della vita amorosa di soggetti che avevano avuto un incontro con una persona nuova. Quello che le persone hanno detto o fatto per quanto attiene la scelta del partner sono cose radicalmente diverse. (n.b. Naturalmente si parla di un partner 'romantico', una persona scelta per avere una storia d'amore e non solo di sesso)
Come previsto, nelle loro autovalutazioni gli uomini hanno dichiarato di essere interessati alla bellezza della partner, mentre le donne hanno detto che il migliore afrodisiaco erano i soldi.
Paul Eastwick, autore della ricerca insieme ad altri colleghi sostiene però che entrambi i sessi erano ugualmente attratti sia dalla bellezza, sia dal denaro. In altre parole, come dice Eli Finkel, assistente di psicologia presso la Northwestern, entrambi i sessi erano attratti anzitutto dalla bellezza, ma anche le persone con buone possibilità economiche apparivano 'interessanti' ad i loro occhi, in misura uguale per entrambi i sessi.La scoperta più interessante dunque è che c'è una forte discrepanza fra quello che i partecipanti hanno detto e quello che poi hanno realmente fatto. Le persone non amano descriversi e per questo spesso si adagiano su ideali romantici e stereotipi sociali conformandosi acriticamente ad essi.La valutazione delle qualità del partner non è dunque consapevole, dicono i ricercatori, e per questo le persone, quando affermano di desiderare qualcosa piuttosto che l'altra, non sannno bene quello che dicono.Lo studio suggerisce una conclusione: non è vero che le donne vengono da Venere e gli uomini da Marte; entrambi i sessi mostrano di avere interessi simili qui, sul pianeta Terra.

Fonte: Medical News

Links: http://www.northwestern.edu/newscenter/
Northwestern University
Febb. 08

FIGLI: MEGLIO ASCOLTARLI CHE DARGLI LE RISPOSTE

Secondo un nuovissimo studio americano, pubblicato sul Journal of Experimental Child Psychology, una madre che semplicemente ascolta il figlio, lo aiuta già moltissimo nell'apprendimento di nuovi concetti.
Secondo l'autore dello studio, Bethany Rittle-Johnson, della Vanderbilt University, è infatti più importante lasciare che il figlio possa esprimere i suoi concetti, anziché fornirgli subito le risposte, come in genere si è portati a fare.Se il bambino si sente ascoltato e quindi si impegna nell'esprimere le sue ragioni, capisce meglio le cose e può riutilizzare gli stessi concetti assimilati anche in altre situazioni.
Rittle-Johnson informa che lo studio è stato condotto su bambini con meno di otto anni, ma si è potuto constatare come il procedimento sia valido anche in bambini di quattro anni.


Fo
nte: Earthtime
Genn. 08

COSA SPINGE I GIOVANI VERSO IL SUICIDIO?

Sebbene il numero di suicidi fra gli adolescenti più giovani sia piuttosto raro, le cifre che riguardano il problema stanno rapidamente crescendo. In Gran Bretagna ad esempio le statistiche del Ministero della Salute indicano che ben 4.000 ragazzi sotto i 14 anni sono stati ricoverati in Ospedale per aver tentato il suicidio. Il Dipartimento della Salute ha preso questa cifra molto sul serio, tanto che sta mettendo in atto dei programmi con l'obiettivo di ridurre almeno del 20% questo fenomeno, nel 2010.

Il tentativo di suicidio può dipendere da un atto improvviso, ma può anche seguire un periodo di depressione. Infine, può essere un atto di emulazione, se si è visto qualcuno che abbia messo in atto questo comportamento nel proprio ambiente familiare o sociale.

Tuttavia bisogna stare attenti: molti ragazzi si fanno del male, ma non allo scopo di uccidersi, è solo un modo per richiamare l'attenzione degli adulti. Alcuni ragazzi infatti si sentono particolarmente vulnerabili; essi avvertono che qualcosa nella loro vita non sta andando nel giusto verso e questo li conduce a provare costantemente un forte stato di ansia. Appena qualcosa fuori del comune succede, come ad esempio non riuscire ad entrare in un gruppo, essere derisi dai compagni ecc., lo sconforto può essere tale da spingere verso questo atto estremo.

Prendiamo il bullismo: non è il bullismo in sé a causare ansia nel ragazzo, ma il modo in cui egli reagisce a questi atti di sopraffazione fra compagni. Qualsiasi tipo di risposta, aggressiva o passiva, potrebbe far provare al ragazzo un senso di fallimento, di incapacità.

I ragazzi che tentano il suicidio in genere si sentono poco 'normali', non riescono a fare quello che fanno gli altri o a reagire nel modo opportuno: sono fragili, si fanno prendere facilmente dalla depressione. Sebbene sia difficile delinearne un profilo preciso, il tipico ragazzo che potrebbe mettere a rischio la sua vita è un tipo alto, magro, con difficoltà sociali.

Il periodo più a rischio è quello dell'inizio della scuola superiore. Questo è il momento in cui gli adolescenti tentano di stabilire quale è il loro posto nel mondo, come entità separate e non come semplici 'figli di qualcuno'. E' questa l'età in cui imparano nuove abilità, come quella di discriminare fra ciò che è socialmente accettabile e ciò che non lo è; è questo il momento in cui rinforzano la loro autostima. Se qualcosa va storto nella vita del ragazzo, è bene che i genitori lo seguano e lo aiutino a superare il suo periodo di difficoltà.

I genitori conoscono il carattere dei figli, sanno che possono essre più o meno estroversi, ma quello cui devono stare soprattutto attenti è il silenzio, il ritiro dalla vita sociale. Se si vede che il ragazzo cambia comportamento, diventa aggressivo oppure irritabile, facile al pianto, non bisogna lasciarsi sfuggire l'occasione di tentare di aprire un dialogo.

Fonte: adattamento per il Blog di psicolinea.it da The Telegraph

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Ultimo aggiornamento psicolinea.it: 16/07/2010
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