ASPETTI PSICHICI
DELL'ATTRAZIONE SESSUALE
Gli esseri umani, da sempre, stabiliscono rapporti personali con altri
soggetti, in diversi ambiti (amicizie, famiglia, partner, compagni di
lavoro e anche, all'estremo opposto, i 'nemici').
Negli ultimi decenni vi sono stati significativi cambiamenti nella
società e sono molto cambiati i rapporti fra le persone: da quelli di
semplice amicizia, alle relazioni sentimentali e sessuali.
L'attrazione interpersonale può essere definita il fattore principale
che spinge le persone a stare insieme e che ha le potenzialità di
rendere il rapporto più stabile (Baumeister, R.F. & Bushman, B.J.
(2008) Social psychology and human nature (1st ed.). Belmont, CA:
Thomson Wadsworth.). Si tratta di una componente-chiave per la
formazione di qualsiasi rapporto ed è un fattore che permea tutte le
culture. Ma cosa ci attrae verso l'altro? Cosa ci respinge?
La ricerca ha dimostrato che la somiglianza è uno dei fattori che
contribuisce a creare attrazione fra le persone: in n primis la
somiglianza genetica (Shibazaki, K. (1998). When birds of a feather
flock together: A preliminary comparison of intra ethnic and inter
ethnic dating relationships. Journal of Social and Personal
Relationships, 15, 248-256.). Essere attratti per ragioni di
'somiglianza' comprende però altri aspetti, oltre a quello fisico, e
cioè gli atteggiamenti della persona riguardo ai valori, le abitudini,
le tradizioni. (Feingold, A. (1988). Matching for attractiveness in
romantic partners and same sex friends: A meta-analysis and
theoretical critique. Psychological Bulletin, 104, 226-235.).
Molte ricerche sull'etnocentrismo hanno mostrato che le persone
prediligono come partners soggetti della stessa cultura, perché li
ritengono migliori degli altri (Derald Wing, S. (2004). Whiteness and
ethnocentric monoculturalism: making the ‘invisible’ visible. American
Psychologist, 59, 761-769).
Oltre a questo, il miglior fattore predittivo della durata e della
stabilità di un rapporto è la familiarità (Lease, A.M. & Blake, J.J.
(2005). A comparison of majority race children with and without a
minority race friend. Social development, 14, 20-41.). Le persone
percepite come più 'familiari' ci risultano più gradevoli ed
attraenti. Anche una persona del tutto nuova può apparirci 'familiare':
per alcune sue caratteristiche infatti, può ricordarci qualcuno che in
passato ci è stato caro, e per questo ci sembrerà subito familiare e
dunque attraente.
Apr 08
L'EMPATIA PUO' ESSERE APPRESA ED INSEGNATA
Stiamo
vivendo un momento rivoluzionario nella scienza del cervello. Fino ad
oggi infatti nessuno aveva osato mettere in discussione il dogma
secondo il quale le connessioni cerebrali sono impossibili da
modificare dopo i cinque anni di vita; in realtà il cervello è molto
più plastico di quanto si pensava. Alcuni ricercatori della Università
del Wisconsin-Madison il 26 Marzo hanno pubblicato un interessante
studio su Public Library of Science One, che dimostra che l'empatia
può essere appresa ed insegnata, allo stesso modo in cui si può
imparare a giocare al calcio o a suonare il piano.Come si fa?
Attraverso la meditazione. Lo studio ha usato la risonanza magnetica
funzionale (fMRI) per studiare 32 soggetti, di cui la metà erano degli
esperti di meditazione, ovvero monaci tibetani, ed altri dei soggetti
che si dedicavano alla meditazione da poco tempo. A tutti sono stati
fatti ascoltare dei suoni capaci di risvegliare le emozioni (ad
esempio un bambino che ride o una donna che urla). E' stato così
scoperto che l'insula (l'area vicina alla porzione frontale del
cervello, responsabile della rappresentazione corporea delle emozioni)
era particolarmente attiva negli esperti. L'insula è estremamente
importante per comprendere le emozioni espresse dal corpo, come
palpitazioni e pressione sanguigna, e nel rendere queste informazioni
disponibili ad altre parti del cervello.Anche la giuntura
temporale-parietale destra (area specializzata nella comprensione
degli stati emotivi dell'altro) era assai più attiva negli esperti che
nei 'novizi'.
Questo non significa che possiamo trasformare un bullo di periferia in
un Gandhi, ma la buona notizia sta nel fatto che possiamo provare ad
insegnargli come essere gentile e empatico verso gli altri. Inoltre,
dicono i ricercatori, questa scoperta
può essere utile per prevenire la depressione, dal momento che
dimostra che i pensieri e le emozioni possono essere regolate
attraverso la pratica della meditazione.
UN
MATRIMONIO FELICE MIGLIORA LA SALUTE
Una nuova ricerca ha scoperto che gli adulti felicemente sposati hanno
la pressione più bassa di singles bene inseriti in una rete sociale
protettiva. Dunque, si tratta proprio di una questione di 'cuore'.La
Prof. Julianne Holt-Lunstad, della Brigham Young University ha
scoperto che uomini e donne che avevano un matrimonio felice
totalizzavano 4 punti in meno di pressione (registrata nelle 24 ore),
rispetto a soggetti adulti non sposati.Lo studio verrà pubblicato nel
numero 20 degli Annals of Behavioral Medicine. I ricercatori
sottolineano che non è semplicemente l'essere sposati a far abbassare
il livello di pressione del sangue, ma il poter godere di un
matrimonio felice. Non sorprende dunque che chi ha un matrimonio
infelice stia molto peggio sia di chi è felicemente sposato, sia di un
single.
Fonte: “Is There Something Unique about
Marriage? The Relative Impact of Marital Status, Relationship Quality,
and Network Social Support on Ambulatory Blood Pressure and Mental
Health.” Brigham Young University via
PsychCentral
Mar 08
PIU'
IMMIGRATI ARRIVANO, PIU' DIMINUISCE LA CRIMINALITA'
"Dal
punto di vista della sicurezza pubblica, ci sarebbero scarsi motivi
per limitare l'immigrazione": lo afferma Kristin Butcher, professore
di economia presso il Wellesley College e co-autore di uno studio
relativo all'immigrazione in California.In California, gli immigrati
costituiscono infatti circa il 35% della popolazione adulta (solo il
17% della popolazione carceraria adulta), come ha mostrato la
relazione del Public Policy Institute of California (PPIC): sebbene
sia dunque molto diffuso lo stereotipo secondo il quale criminalità e
immigrazione siano strettamente correlate, i dati dimostrano che la
criminalità in America è assai maggiore fra le comunità di persone 'native',
che fra quelle immigrate.
Tra persone di età compresa fra i 18 ed i 40 anni - età nella quale è
più probabile avere a che fare con la giustizia - chi è nato negli
Stati Uniti ha la possibilità di finire in carcere con frequenza assai
maggiore (rapporto di 1 a 10) rispetto a soggetti immigrati.
Quali sono i motivi? Sono state fatte molte ipotesi, fra cui quella
che chi è da poco immigrato, specie se clandestino, non ha interesse
ad attirare l'attenzione su di sé, oppure che gli immigrati di prima
generazione siano meno propensi a commettere atti criminali, perché
coltivano il sogno di una vita migliore.La conferma di questa
situazione arriva da un altro studio, condotto da un sociologo della
Università di Harvard, Robert Sampson (lo studio è stato pubblicato
sull'edizione invernale di Contexts magazine).Sampson ha esaminato i
dati relativi a immigrazione e criminalità della città di Chicago,
studiando 180 quartieri con vari livelli di integrazione. Sampson e
colleghi hanno preso in considerazione più di 3000 atti violenti
commessi a Chicago fra il 1995 ed il 2003, analizzato i dati raccolti
dalla polizia, oltre a censimenti e studi condotti sulle popolazioni
immigrate.
Il sociologo è partito dall'ipotesi che gli immigrati avrebbero potuto
commettere crimini più facilmente degli altri soggetti, anche perché
vivono in comunità povere e disorganizzate.
E invece, Sampson ha scoperto che i luoghi dove la concentrazione di
immigrazione è ai massimi livelli, presentano i più bassi livelli di
criminalità della città di Chicago.
Il 'paradosso latino', così lo chiama Sampson, è quello secondo il
quale la prima generazione di immigrati messicani ha il 45 % di
possibilità in meno di commettere atti violenti rispetto a soggetti
americani, immigrati di terza generazione. (Nella seconda generazione
questo tasso scende al 22%). Dice il sociologo:
"Nelle aree più povere la presenza di immigrati sembra una sorta di
'protezione' contro la violenza. La violenza infatti è
significativamente più bassa fra gli americani di origine messicana
che tra soggetti nati in America, di razza bianca o nera.
Anche a New York e a Miami, città con un altissimo tasso di
immigrazione, sono stati osservati fenomeni simili. Ma il risultato
più difficile da accettare per un americano, che emerge chiaramente da
questo studio è il seguente: "più si è esposti alla cultura americana,
più si hanno possibilità di commettere atti violenti".
Fonti:
Time
UPI
Mar 08
PSICOTERAPIA, MA
QUALE?
Non tutti quelli che decidono di voler iniziare un percorso
psicoterapeutico hanno chiaro in mente cosa li attende. Non tutti
sanno ad esempio che la psicoterapia non è una pratica condotta allo
stesso modo da tutti gli specialisti del settore: vi sono infatti
diversi orientamenti, che si differenziano fra loro per le origini,
per il modo in cui interpretano la natura umana, per le tecniche
impiegate nei trattamenti.
Gli approcci principali della moderna psicoterapia sono principalmente
quattro:
1. cognitivo-comportamentale,
2.psicodinamico o psicoanalitico,
3. umanistico,
4. sistemico.
Approccio cognitivo-comportamentale. Si basa su un modello secondo il
quale l'interpretazione personale che ogni soggetto fa di una
situazione della vita determina le sue emozioni ed i suoi
comportamenti; allo stesso modo, anche l'interpretazione che la
persona ha del mondo viene influenzata dalle sue emozioni e dai suoi
comportamenti. Il trattamento si focalizza dunque sull'analisi delle
credenze profonde che il paziente ha sul proprio sé e sul mondo,
credenze formatisi con l'esperienza e con le varie interazioni
sociali. Osservando ed analizzando comportamenti, stati psicologici,
emozioni, interpretazioni, credenze del paziente, il terapeuta
fornisce strumenti e metodi per imparare ad avere un maggiore
controllo su stress, stati ansiosi, fobie ecc. Viene inoltre invitato
il paziente a produrre dei sostanziali cambiamenti nei suoi
comportamenti e nei suoi atteggiamenti, in modo da raggiungere un
migliore adattamento.
L'approccio psicodinamico o psicoanalitico. Si richiama alla
psicoanalisi di Sigmund Freud. Questo metodo si basa sul concetto di 'inconscio':
una parte della nostra mente a noi del tutto sconosciuta, che si può
conoscere ed interpretare attraverso l'analisi o l'interpretazione dei
sogni. I problemi del paziente vengono attribuiti ai conflitti
irrisolti dell'infanzia. L'analista ascolta il paziente, analizza le
sue associazioni ed i suoi sogni, cerca di comprendere ed analizzare i
conflitti inconsci ed i loro collegamenti con la vita presente del
paziente. Si tratta di un trattamento piuttosto lungo, anche se
ultimamente si è tentato di mettere a punto dei protocolli di
intervento che richiedono un tempo più breve.
L'approccio umanistico. Punta sulla capacità della persona di
comprendere le sue difficoltà e trovare in sé stessa risorse e
soluzioni per arrivare al cambiamento. Il metodo cerca di rafforzare
l'autostima e favorisce lo sviluppo della personalità. La relazione
fra terapeuta e paziente non è affatto direttiva ed il paziente viene
considerato semplicemente un 'cliente'. Nel trattamento ci si
focalizza sul presente, aiutando la persona a prendere coscienza delle
sue difficoltà attuali ed invitandola a modificare la propria vita, in
modo da raggiungere uno stato di maggiore benessere. Gli esempi
classici di questo approccio sono la terapia della Gestalt sviluppata
da Perls e la terapia non-direttiva di Carl Rogers.
L'approccio sistemico. Spesso viene utilizzato
all'interno di una terapia familiare.
Questo approccio vede il problema del paziente come il risultato di
una relazione disfunzionale con le persone che lo circondano. Il
paziente dunque non ha un problema personale, ma il suo problema è
espressione di una difficoltà comune, di una famiglia o di un
qualsiasi gruppo di persone. La terapia è altamente direttiva, in
quanto si cerca di modificare il tipo di comportamento che ogni
componente ha con gli altri, in modo da rendere le relazioni più
'funzionali' e dunque meno patogene.
Mar 08
IL
LAVORO DELLE DONNE NON FINISCE MAI
Jean Wallace e Marisa Young
hanno studiato quante ore di lavoro 670 avvocati di Alberta, Canada,
avevano fatturato ai loro clienti nell'anno precedente. Le due
ricercatrici si sono così accorte che le donne senza figli possono
lavorare di più delle colleghe con figli e che questi interferiscono
comunque nel lavoro, sia degli uomini che delle donne, ma in modo
diverso.
I soggetti studiati erano degli avvocati: maschi e femmine, con figli
e senza figli. Questi i risultati: gli avvocati maschi con figli sono
maggiormente produttivi dei maschi senza figli ( e questo, dicono le
ricercatrici, c'era da aspettarselo, visto che nel modello dominante è
l'uomo che deve portare a casa il pane quotidiano e dunque sente di
avere delle responsabilità nei confronti dei figli).
La 'sorpresa' sta nel fatto che le avvocato-donne con figli sono meno
produttive delle loro colleghe senza figli. Si è visto infatti che le
donne-avvocato con figli hanno maggiori problemi delle colleghe senza
figli, perché devono conciliare vita lavorativa e vita familiare, dal
momento che anche il marito spesso lavora fuori di casa. Gli
avvocati-maschi con figli invece hanno spesso delle mogli che non
lavorano e che quindi si possono accollare agevolmente i lavori
domestici.
Inoltre, nelle coppie che fanno uso di orari flessibili, i
professionisti-uomini trascorrono il tempo libero in attività di
svago, mentre le professioniste-donne si occupano prevalentemente dei
lavori domestici.
Le ricercatrici concludono dunque con
un'amara battuta: anche nel ventunesimo secolo 'il lavoro delle donne
non finisce mai...'
Fonte: WALLACE, J., YOUNG, M. (2008). Parenthood and productivity: A
study of demands, resources and family-friendly firms. Journal of
Vocational Behavior, 72(1), 110-122. DOI: 10.1016/j.jvb.2007.11.002
via
BPS
MAR 08
AVERE UN BLOG
MIGLIORA LA QUALITA' DELLA VITA
Avere un
Blog permette di sentirsi meno isolati, maggiormente collegati alla
comunità e più soddisfatti delle proprie amicizie (non solo di quelle
online). Lo ha scoperto un nuovo studio
australiano, della Swinburne University of Technology di Melbourne. Il
ricercatore James Baker e la Professoressa Susan Moore hanno
pubblicato uno studio nell'ultimo numero di CyberPsychology and
Behaviour, che mette a confronto la salute mentale di persone che
hanno un Blog (o pensano di aprirne uno), con persone che non ci
pensano minimamente.
I
ricercatori hanno contattato 600 utilizzatori di MySpace e li
hanno sottoposti ad un questionario online. 134 di loro hanno
completato il questionario; di essi, 84 erano interessati ad avere
un blog, gli altri 50 non ne avevano intenzione.I ricercatori
hanno scoperto che i bloggers potenziali erano meno soddisfatti
degli altri circa le loro amicizie, si sentivano poco integrati
socialmente, non si sentivano parte attiva della comunità. Chi
invece non pensava di 'bloggare' non aveva questi problemi.
Se non ci si sente compresi dagli altri e si hanno scarse
relazioni sociali soddisfacenti, pensare di aprire un Blog può
sembrare una soluzione. Ed in effetti funziona, come hanno
scoperto i ricercatori australiani in un successivo studio, che
non è stato ancora pubblicato.
I ricercatori infatti hanno ricontattato il gruppo che aveva
risposto alle domande iniziali e, in questo secondo studio, ne
hanno ottenute solo 59. Questi
soggetti hanno confermato che avere un Blog permette loro di avere
contatti con persone affini, il che fa sentire più sicuri di poter
contare sull'appoggio degli altri. Tutti affermavano di sentirsi
meno ansiosi, meno depressi o stressati dopo due mesi di social
networking.
Fonte: Abc Net
QUANDO LA
MEMORIA A BREVE TERMINE SCARSEGGIA
Alcuni ricercatori della Durham
University hanno elaborato una checklist chiamata the
Working Memory Rating Scale
ed altri strumenti, per permettere agli insegnanti di aiutare gli
allievi che hanno il problema della
scarsa capacità di memoria a breve termine (generalmente di
origine genetica).
I ricercatori sostengono che questi soggetti possono raggiungere il
successo scolastico solo se viene insegnata loro non solo la nozione,
ma anche il metodo per conservarla in
memoria.
Ad esempio un metodo potrebbe essere quello di ripetere più volte i
concetti, di parlare per frasi brevi, di dividere i compiti complessi
in piccoli blocchi.
Non sempre uno studente che resta in
classe sognando ad occhi aperti è volontariamente disattento o poco
interessato: forse necessita di un
approccio differente. I ricercatori sono convinti che che
questo loro strumento permetterà agli allievi e agli insegnanti di
raggiungere migliori successi scolastici.
Fonte:
United
Press International
Mar 08
LE
DONNE E GLI UOMINI VENGONO ENTRAMBI DAL PIANETA TERRA
Gli uomini sarebbero attratti dalla
bellezza e le donne dalle potenzialità economiche del partner: questo
è, come si sa, il risultato di molte ricerche condotte diversi anni fa
sulle scelte del partner.
Alcuni psicologi della Northwestern University hanno però pubblicato
questo mese una nuova ricerca, che sembra mettere in discussione gli
studi precedenti.
"Sex Differences in Mate Preferences Revisited: Do People Know What
They Initially Desire in a Romantic Partner?" è stato pubblicato nel
numero di Febbraio 2008 del Journal of Personality and Social
Psychology: da esso sembrerebbe derivarne una conclusione diversa.
Per un mese infatti sono stati analizzati tutti i dettagli della vita
amorosa di soggetti che avevano avuto un incontro con una persona
nuova. Quello che le persone hanno detto o fatto per quanto attiene la
scelta del partner sono cose radicalmente diverse. (n.b. Naturalmente
si parla di un partner 'romantico', una persona scelta per avere una
storia d'amore e non solo di sesso)
Come previsto, nelle loro autovalutazioni gli uomini hanno dichiarato
di essere interessati alla bellezza della partner, mentre le donne
hanno detto che il migliore afrodisiaco erano i soldi.
Paul Eastwick, autore della ricerca insieme ad altri colleghi sostiene
però che entrambi i sessi erano ugualmente attratti sia dalla
bellezza, sia dal denaro. In altre parole, come dice Eli Finkel,
assistente di psicologia presso la Northwestern, entrambi i sessi
erano attratti anzitutto dalla bellezza, ma anche le persone con buone
possibilità economiche apparivano 'interessanti' ad i loro occhi, in
misura uguale per entrambi i sessi.La scoperta più interessante dunque
è che c'è una forte discrepanza fra quello che i partecipanti hanno
detto e quello che poi hanno realmente fatto. Le persone non amano
descriversi e per questo spesso si adagiano su ideali romantici e
stereotipi sociali conformandosi acriticamente ad essi.La valutazione
delle qualità del partner non è dunque consapevole, dicono i
ricercatori, e per questo le persone, quando affermano di desiderare
qualcosa piuttosto che l'altra, non sannno bene quello che dicono.Lo
studio suggerisce una conclusione: non è vero che le donne vengono da
Venere e gli uomini da Marte; entrambi i sessi mostrano di avere
interessi simili qui, sul pianeta Terra.
Fonte:
Medical News
Links:
http://www.northwestern.edu/newscenter/
Northwestern University
Febb. 08
FIGLI:
MEGLIO ASCOLTARLI CHE DARGLI LE RISPOSTE
Secondo un nuovissimo studio americano, pubblicato sul Journal of
Experimental Child Psychology, una madre che semplicemente ascolta il
figlio, lo aiuta già moltissimo nell'apprendimento di nuovi concetti.
Secondo l'autore dello studio, Bethany Rittle-Johnson, della
Vanderbilt University, è infatti più importante lasciare che il figlio
possa esprimere i suoi concetti, anziché fornirgli subito le risposte,
come in genere si è portati a fare.Se il bambino si sente ascoltato e
quindi si impegna nell'esprimere le sue ragioni, capisce meglio le
cose e può riutilizzare gli stessi concetti assimilati anche in altre
situazioni.
Rittle-Johnson informa che lo studio è stato condotto su bambini con
meno di otto anni, ma si è potuto constatare come il procedimento sia
valido anche in bambini di quattro anni.
Fonte:
Earthtime
Genn. 08
COSA SPINGE I GIOVANI VERSO IL
SUICIDIO?
Sebbene il numero di suicidi fra gli adolescenti più giovani sia
piuttosto raro, le cifre che riguardano il problema stanno rapidamente
crescendo. In Gran Bretagna ad esempio le statistiche del Ministero
della Salute indicano che ben 4.000 ragazzi sotto i 14 anni sono stati
ricoverati in Ospedale per aver tentato il suicidio. Il Dipartimento
della Salute ha preso questa cifra molto sul serio, tanto che sta
mettendo in atto dei programmi con l'obiettivo di ridurre almeno del
20% questo fenomeno, nel 2010.
Il tentativo di suicidio può dipendere da un atto improvviso, ma può
anche seguire un periodo di depressione. Infine, può essere un atto di
emulazione, se si è visto qualcuno che abbia messo in atto questo
comportamento nel proprio ambiente familiare o sociale.
Tuttavia bisogna stare attenti: molti ragazzi si fanno del male, ma
non allo scopo di uccidersi, è solo un modo per richiamare
l'attenzione degli adulti. Alcuni ragazzi infatti si sentono
particolarmente vulnerabili; essi avvertono che qualcosa nella loro
vita non sta andando nel giusto verso e questo li conduce a provare
costantemente un forte stato di ansia. Appena qualcosa fuori del
comune succede, come ad esempio non riuscire ad entrare in un gruppo,
essere derisi dai compagni ecc., lo sconforto può essere tale da
spingere verso questo atto estremo.
Prendiamo il bullismo: non è il bullismo in sé a causare ansia nel
ragazzo, ma il modo in cui egli reagisce a questi atti di
sopraffazione fra compagni. Qualsiasi tipo di risposta, aggressiva o
passiva, potrebbe far provare al ragazzo un senso di fallimento, di
incapacità.
I ragazzi che tentano il suicidio in genere si sentono poco 'normali',
non riescono a fare quello che fanno gli altri o a reagire nel modo
opportuno: sono fragili, si fanno prendere facilmente dalla
depressione. Sebbene sia difficile delinearne un profilo preciso, il
tipico ragazzo che potrebbe mettere a rischio la sua vita è un tipo
alto, magro, con difficoltà sociali.
Il periodo più a rischio è quello dell'inizio della scuola superiore.
Questo è il momento in cui gli adolescenti tentano di stabilire quale
è il loro posto nel mondo, come entità separate e non come semplici
'figli di qualcuno'. E' questa l'età in cui imparano nuove abilità,
come quella di discriminare fra ciò che è socialmente accettabile e
ciò che non lo è; è questo il momento in cui rinforzano la loro
autostima. Se qualcosa va storto nella vita del ragazzo, è bene che i
genitori lo seguano e lo aiutino a superare il suo periodo di
difficoltà.
I genitori conoscono il carattere dei figli, sanno che possono essre
più o meno estroversi, ma quello cui devono stare soprattutto attenti
è il silenzio, il ritiro dalla vita sociale. Se si vede che il ragazzo
cambia comportamento, diventa aggressivo oppure irritabile, facile al
pianto, non bisogna lasciarsi sfuggire l'occasione di tentare di
aprire un dialogo.
Fonte: adattamento per il Blog di
psicolinea.it da
The Telegraph |