I FIGLI
MIGLIORANO LA QUALITA' DELLA VITA
Secondo alcune ricerche svolte in passato, i figli non renderebbero le
persone più felici, dal momento che crescere un figlio comporta molto
duro lavoro e poche ricompense.
Un nuovo stuudio però, appena pubblicato, ritiene che questa
spiegazione sia troppo semplicistica. Basti pensare che, alla domanda
su che cosa vi sia di veramente importante nella propria vita, la
maggior parte delle persone mette al primo posto i figli: un motivo ci
dovrà pur essere... Secondo il Dr. Angels, che si è occupato di questo
nuovo studio, per le persone sposate di tutte le età ed in particolare
per le donne sposate, la soddisfazione nella vita aumenta con il
numero di bambini presenti nel nucleo familiare. Le esperienze
negative nella crescita dei figli sono segnalate infatti soprattutto
da persone separate, da singles e da coppie di fatto. I figli, secondo
il ricercatore, accrescono la vita sociale della coppia e aumentano le
occasioni di svago, migliorando la qualità della vita dei genitori.
L'importante è avere figli quando ci si sente pronti, o almeno
disponibili.
Fonte: Angeles L. Children and life satisfaction. Journal of Happiness
Studies, via Science Daily
Ott 09
LA VIOLENZA E' UN ATTO
CALCOLATO
Un nuovo studio, effettuato sotto la supervisione del Prof. Zvi
Eisikovits e del Dr. Zeev Winstok dell'Università di Haifa, scuola di
Lavoro Sociale, ha studiato alcune storie di violenza domestica,
scoprendo che nella maggior parte dei casi il partner aggressivo è, al
di fuori del nucleo familiare, una persona generalmente rispettosa
delle regole, che non perde mai il controllo, né con il capo sul
lavoro, né con i suoi amici. Perché allora lo fa con la partner?
Semplicemente perché quello è diventato ormai l'unico strumento,
all'interno della coppia, per sanare i gravi conflitti.
La violenza domestica, in questo studio. è stata suddivisa in quattro
livelli di gravità: aggressioni verbali, minacce di aggressioni
fisiche, aggressioni fisiche moderate e gravi aggressioni fisiche.
"Questi quattro livelli si susseguono in una sequenza crescente; chi
usa la violenza verbale può passare nel tempo a minacciare un attacco
fisico, e da lì finire col mettere in atto la minaccia", spiega. il
Dr. Perkis.
Il ricercatore ha constatato che su ogni tipo di violenza c'è una
sorta di calcolo. un tacito accordo permanente tra i due partners sui
limiti del comportamento violento da utilizzare. Ogni violenza
perpetrata ha un costo: il partner aggressivo sa che se dà uno
schiaffo all'altro/a può subire ad esempio un muso lungo, ma sa anche
che se la sua violenza fosse maggiore, potrebbe essere definitivamente
lasciato, o ad esempio subire una denuncia. Per questo motivo, secondo
Perkins, il comportamento violento non va considerato come il
risultato della perdita di controllo di uno dei due partners: entrambe
le parti sono a conoscenza del confine oltre il quale non si può
andare, una linea rossa che entrambi conoscono, ma della quale nessuno
dei due parla apertamente.
L'uso della violenza, oltre che illegale, è, naturalmente, immorale ed
è solo il partner violento a rendersi colpevole dei suoi atti. Detto
questo, deve essere considerato che in molti casi una coppia stabile
ed interessata a restare insieme, può essere stressata da una serie di
conflitti apparentemente insanabili ed in qusti casi la strada della
violenza domestica può apparire come una modalità per esprimere i
conflitti e cercare soluzioni.
Quando queste difficoltà di comunicazione e di gestione dei conflitti
vengono riconosciute, gli psicologi che prendono in carico la coppia
devono cercare di fornire ai due partners degli strumenti migliori,
per far fronte alle tensioni e ai conflitti presenti fra loro.
Fonte: University of Haifa (2009, October 26). Violence Between
Couples Is Usually Calculated, And Does Not Result From Loss Of
Control, Study Suggests.via ScienceDaily.
I MODELLI
PROPOSTI DAI MEDIA E L'AUTOSTIMA
Cosa accade quando persone in sovrappeso vengono esposte ai perfetti
modelli corporei presentati dai media? I ricercatori Smeesters Dirk (Erasmus
University, Olanda), Thomas Mussweiler (Università di Colonia,
Germania), e Naomi Mandel (Arizona State University) hanno studiato le
modalità in cui individui con indice di massa corporea (BMI) diversa
hanno reagito a questi stimoli.
Risultato: Le donne con BMI tra 18.5 e 25 (valori considerati
"normali") hanno un più elevato livello di autostima quando sono
esposte a modelli moderatamente sottili (in quanto si sentono simili a
questi modelli) e a modelli in sovrappeso (in quanto si sentono
dissimili da questi modelli). Tuttavia, hanno livelli più bassi di
autostima quando sono esposte a modelli di leggero sovrappeso (perché
si sentono simili) o a modelli estremamente sottili (in quanto si
sentono diverse).
Questa ricerca fornisce importanti nuove intuizioni su come i media
influenzino l'autostima delle donne in sovrappeso e sottopeso.
"L'autostima delle donne in sottopeso aumenta sempre,
indipendentemente dal modello che osservano", spiegano gli autori.
"D'altra parte, l'autostima della donna in sovrappeso diminuisce
sempre, indipendentemente dal modello che osservano".
Si è visto che l'esposizione a questi modelli cambia anche i
comportamenti alimentari e i proponimenti di dieta. Per esempio, le
partecipanti allo studio in sovrappeso hanno mangiato meno biscotti
delle altre ed hanno mostrato motivazioni superiori alla dieta e
all'esercizio fisico quando sono state esposte a modelli di donne in
sovrappeso, anziché ai modelli di donne sottili. (Come dire che motiva
di più al cambiamento il riconoscere negli altri i propri difetti,
anziché osservare dei modelli considerati troppo dissimili da sé NdB)
"Raccomandiamo ai consumatori in sovrappeso di evitare di guardare gli
annunci dei media, con tutti i loro modelli, sottili o abbondanti
(magari evitando le riviste femminili)," concludono gli autori. Ipse
dixit.
Fonte : Dirk Smeesters, Thomas Mussweiler, and Naomi Mandel. The
Effects of Thin and Heavy Media Images on Overweight and Underweight
Consumers: Social Comparison Processes and Behavioral Implications.
Journal of Consumer Research, April 2010 (in press): Science Daily
Dr. Giuliana Proietti
Ott. 09
LE PAROLE DELLE CANZONI
CONTANO
L'ascolto di testi musicali sessualmente espliciti o violenti può
influenzare il rendimento scolastico dei ragazzi, le loro interazioni
sociali, il loro tono dell'umore e i loro comportamenti.
Lo afferma l'American Academy of Pediatrics, in base a studi
specifici, che mostrano come la maggior parte dei ragazzi trascorra
due ore al giorno ad ascoltare musica (spesso con lettori MP3, in
cuffia).
"Sicuramente c'è una relazione fra musica e comportamenti violenti ed
è stata dimostrata", ha affermato la Dr.ssa Gonzalez di Puerto Rico,
autrice della ricerca.I testi delle canzoni potrebbero infatti
spingere i ragazzi a comportamenti violenti, antisociali e promiscui.
Questo è particolarmente vero per bambini e ragazzi che appaiono
vulnerabili a causa del loro ambiente sociale.
A tutto ciò potrebbe porre un freno una sorta di "alfabetizzazione
mediatica", che insegni ai bambini a riflettere criticamente sugli
stereotipi presenti nei media, sugli stili di vita sbagliati che
vengono rappresentati (come ad esempio il fumo) e sulla stessa
industria dei media.
Stabilito che c'è sicuramente una relazione fra comportamenti violenti
e testi musicali ascoltati, bisognerebbe ora studiare meglio se sono i
ragazzi vissuti in un certo contesto sociale problematico a scegliere
questo genere di musica, oppure se è davvero la musica stessa a
determinare lo stile di vita dei ragazzi.
L'importante, secondo l'associazione statunitense, è che i genitori
controllino non solo ciò che i ragazzi vedono, ma anche quello che
ascoltano, in particolare se non legano con i loro compagni, se non
vanno bene a scuola, se hanno un atteggiamento depresso.
Fonte: CBS
Ott 09
LA SCELTA DEL
NOME E IL CONTESTO CULTURALE
Una nuova ricerca, condotta dagli psicologi della New York University
e dell'Università dell'Indiana, Bloomington, suggerisce che il
cambiamento di popolarità di un nome nel corso del tempo esercita una
crescente influenza nelle decisioni dei genitori, quando si trovano a
scegliere il nome dei loro figli (la ricerca si riferisce agli Stati
Uniti). Come nel mercato azionario, i genitori di oggi sembrano
favorire i nomi che hanno recentemente accresciuto la loro popolarità,
rispetto ai nomi che sono in declino.
La ricerca è rilevante perché permette di comprendere come le
decisioni che prendono le persone sono in realtà influenzate dai
processi di aggregazione sociale e culturale.
Todd Gureckis, assistente professore di psicologia alla New York
University, e Robert Goldstone, un professore di psicologia e scienze
neurologiche presso l'Indiana University, nella loro ricerca,
pubblicata in Topics in Cognitive Science, sostengono che le scelte
dei nomi individuali sono in gran parte determinate dal contesto
sociale. "Come nel mercato azionario, i cicli di espansione e
contrazione sembrano derivare da interazioni di un vasto insieme di
agenti che si influenzano continuamente e reciprocamente."
(I risultati della ricerca sono basati su un record storico di
frequenza, sui nomi dati ai bambini nel corso degli ultimi 127 anni
negli Stati Uniti. I nomi sono stati forniti dalla Social Security
Administration).
Secondo gli autori, la scelta del nome dipende dal giudizio che hanno
i genitori sulla desiderabilità sociale di alcuni nomi. Nessuno,
infatti, desidera mettere ai figli un nome che sarebbe male accolto
nella propria comunità. La NYU e i ricercatori dell'Indiana fanno
anche notare che siamo di fronte ad un fenomeno relativamente nuovo.
Alla fine del diciannovesimo e all'inizio del ventesimo secolo
infatti, la popolarità di un nome da un anno all'altro era correlata
con una diminuzione della sua popolarità in futuro. (Cioè, più un nome
era di moda oggi, meno lo sarebbe stato in futuro).
Per questo, verso la fine del secolo scorso (1880-1905) i nomi che
avevano accresciuto la loro frequenza relativa in un determinato anno,
tendevano poi a diminuire con maggiore probabilità, piuttosto che
aumentare ulteriormente la loro frequenza nell'anno successivo. Allo
stesso modo, i nomi che diminuivano in frequenza in un certo anno,
avevano maggiore probabilità di ritornare popolari l'anno successivo.
Di recente invece (dal 1981 al 2006), il cambiamento di popolarità in
un determinato anno segue lo stesso trend l'anno successivo. In questo
modo, la scelta del nome sembra essere guidata da una forza che rende
stabili i cambiamenti.
"I nomi che stanno guadagnando popolarità sono visti come più
desiderabili di quelli divenuti meno popolari nel recente passato",
hanno osservato gli autori . "Questa tendenza diventa allora una
profezia che si autoavvera: i nomi che sono in calo continuano a
calare, mentre i nomi in ascesa raggiungono nuove vette di popolarità,
a loro volta influenzate da una nuova generazione di genitori".
Nella ricerca, gli autori hanno preso in considerazione anche gli
aspetti ben noti dei processi cognitivi, in particolare per quanto
riguarda il modo in cui la novità e la familiarità influenzino le
nostre preferenze. Secondo i ricercatori,
studiare i nomi può essere un'opportunità unica per studiare le
decisioni individuali e di gruppo, poiché la scelta del nome è una
decisione importante, alla quale i genitori dedicano molto tempo ed
energia ed inoltre esiste la possibilità di accedere ad ampi archivi
storici, che rendono possibile la misurazione dettagliata di queste
scelte e il contesto sociale in cui tali decisioni vengono adottate.
Inoltre, i nomi dei bambini non sono soggetti alle influenze del
marketing o della pubblicità, fattori che possono complicare
l'analisi di un altro tipo di decisioni culturalmente rilevanti, come
ad esempio la moda o le preferenze musicali.
Il lavoro è stato supportato da sovvenzioni dal National Institute of
Mental Health, che fa parte del National Institutes of Health, e la
National Science Foundation.
Fonte:
New York University (2009, October 14). Recent 'Momentum' Influences
Choices Of Baby Names, Professors Find. ScienceDaily. Retrieved
October 14, 2009,via Science Daily
IL NOSTRO
CERVELLO CREA MAPPE COME GOOGLE EARTH
Tutti conosciamo Google Earth, lo strumento che ci permette di
viaggiare nel mondo mentre siamo comodamente seduti davanti al nostro
schermo del computer.
Sicuramente avrete notato che, se cambiamo il punto di osservazione,
Google Earth non utilizza la stessa mappa, ma ne deve caricare una
nuova. Ora, i ricercatori del Norwegian University of Science and
Technology (NTNU) hanno scoperto che anche il cervello crea mappe
indipendenti, esattamente allo stesso modo di Google Earth.
Quattro anni fa, i ricercatori della NTNU's Kavli Institute for
Systems Neuroscience sono stati i primi a scoprire il modo complesso
in cui il cervello crea mappe interne utilizzando le cosiddette "grid
cells" (celle elementari che funzionano un po' come i pixel), in un
sistema di coordinate. Dori Derdikman ed i suoi colleghi dello stesso
team di ricerca hanno scoperto un aspetto del tutto nuovo, cioè come
il cervello elabora il sistema di mappatura. Invece di una sola grande
mappa, il cervello crea tutta una serie di mappe, alcune "a grana
fine", altre un po' più grezze - insieme ad un avanzato sistema di
smistamento.
I ricercatori da tempo si chiedevano se tutte le informazioni spaziali
venivano archiviate dal cervello in una sola mappa, o in più mappe
separate. Nel nuovo studio, pubblicato su Nature Neuroscience, i
ricercatori sono riusciti a misurare l'attività cerebrale di alcuni
topi di laboratorio che si muovevano liberamente in un piccolo spazio.
Le misurazioni hanno permesso di vedere come le "grid cells" del topo
riuscivano a creare una mappa del luogo dove si muovevano. Una volta
che i ricercatori avevano identifcato chiaramente la mappa mentale di
ogni singolo ratto, hanno cambiato il layout del comparto: invece di
uno spazio aperto, i ratti sono stati messi di fronte ad un labirinto
di corridoi lunghi e stretti, con molte curve, creato attraverso
l'inserimento di pareti mobili nella loro gabbia.
"Quando sono state inserite le pareti che hanno di fatto creato il
labirinto, le mappe costruite nel cervello dei topi si sono
modificate", ha spiegato Derdikman. "In un primo momento abbiamo
registrato la stessa mappa. Ma quando i topi si sono trovati in una
parte diversa del labirinto, la mappa mentale è cambiata totalmente.
Questo è 'successo diverse volte.
Il sistema di mappatura del cervello del ratto consiste quindi in una
serie di piccole mappe e secondo i ricercatori questo potrebbe essere
probabilmente vero anche nell'essere umano ed in altri animali.
In un altro studio del Kavli Institute for Systems Neuroscience,
pubblicato su Science, Kirsten Kjelstrup e colleghi hanno scoperto che
le mappe mentali sono costruite in modo sistematico. "Abbiamo bisogno
di mappe di diversa risoluzione, alcune piccole mappe dettagliate, e
altre, più grandi e meno precise",dice Solstad . "E il cervello le
elabora e le smista in modo sistematico".
Le mappe sono archiviate nell'ippocampo, come un mazzo di carte
estremamente sottili. L'ippocampo è la zona del cervello che viene
considerata il punto focale della memoria. Sembra inoltre che le mappe
dettagliate si trovino nella parte superiore, le più grezze nella
parte inferiore.
Fonte: The Norwegian University of Science and Technology (NTNU)
(2009, October 9). Human Brain, Like Google Maps, Creates Multiple
Independent Maps While Finding The Way In Physical World.via
ScienceDaily
Ott 09
I TRAUMI INFANTILI
ACCORCIANO LA VITA
Un nuovo studio ha scoperto che i bambini esposti a sei o più
"esperienze infantili avverse" (ACE, adverse childhood experiences )
raddoppiano il rischio di morte prematura rispetto ai bambini che non
hanno vissuto e sofferto queste esperienze.
Come si evince dalla ricerca, i "bambini a più alto rischio" sono
morti intorno all'età di 60 anni, mentre i "bambini a basso rischio"
sono vissuti fino all'età media di 79 anni.
Lo studio, che compare nel numero di novembre del Journal of
Preventive Medicine ed è stato condotto da Kaiser Permanente di San
Diego, esamina gli effetti a lungo termine di alcune esperienze
traumatiche infantili, come abusi verbali o fisici, l'essere testimoni
di violenza domestica, abuso di sostanze o malattia mentale, avere
genitori in carcere, separati, divorziati, ecc.
I dati provengono da 17.337 adulti, intervistati nel periodo
1995-1997. Nel follow up del 2006, i ricercatori hanno consultato il
National Death Index, per scoprire quanti soggetti del gruppo campione
erano deceduti e a quale età.
"Nel complesso, in quel periodo erano deceduti 1539 soggetti. Si è
così appurato che coloro che avevano vissuto i traumi maggiori sono
deceduti 20 anni prima, in media, rispetto a quelli senza "ACE". Due
terzi dei partecipanti allo studio - persone che erano in relativa
buona salute - avevano comunque qualche ricordo traumatico infantile.
Conclusioni: I maltrattamenti e le esperienze traumatiche, come lo
stress intenso in età infantile, rappresentano un problema di salute
pubblica, in quanto determinano una mortalità precoce.
Fonte:
Center for Advancing Health (2009, October 7). Traumatic Childhood
Might Take Years Off Adult Life via Science Daily
L'AMORE CI RENDE PIU'
CREATIVI
L'amore può davvero modificare il nostro pensiero?
Gli psicologi Jens Förster, Kai Epstude, e Amina Özelsel che lavorano
presso l'Università di Amsterdam, hanno fatto su questo tema una
interessante ricerca scoprendo che è vero, l'amore ci fa pensare in
modo diverso, nel senso che innesa una trasformazione complessiva
della persona, che a sua volta promuove il pensiero creativo e
interferisce con il pensiero analitico. Pensare al sesso, invece, ha
l'effetto opposto: in questo caso il pensiero analitico è superiore ed
interferisce con la creatività.
I ricercatori sostengono che l'amore romantico induce una prospettiva
di lungo termine, al contrario del desiderio sessuale, che induce una
prospettiva di breve termine. L'amore infatti implica tipici desideri
ed obiettivi di attaccamento prolungati nel tempo con una persona,
mentre il desiderio sessuale è tipicamente focalizzato sulla
partecipazione ad attività sessuali nel "qui e ora". Coerentemente con
questa idea, quando i ricercatori hanno chiesto alle persone di
immaginare un incontro romantico o un incontro occasionale di solo
sesso, hanno scoperto che quelli che immaginavano una relazione
d'amore riuscivano a spingersi più lontano nel futuro rispetto a
coloro che pensavano al sesso occasionale.
Secondo la teoria del livello di costrutto (CLT), pensando ad eventi
che sono psicologicamente distanti, nel futuro o nel passato, si
ottiene uno stile del pensiero più "globale". In altre parole possiamo
vedere il bosco, piuttosto che i singoli alberi.
Uno stile del pensiero "globale" promuove inoltre il pensiero
creativo, perché contribuisce ad accrescere le associazioni lontane
nel tempo e non comuni. Si consideri, ad esempio, l'atto di cercare un
regalo per il partner. Se si pensa un dono, chi ha uno stile del
pensiero più centrato sui dettagli, probabilmente si concentra sulle
opzioni più letterali e concrete, la maggior parte delle quali si
concretizzano in un oggetto tangibile, avvolto in carta colorata.
Pensare in senso globale ad un dono potrebbe invece indurre a
considerare il regalo come "qualcosa che lo/la farà felice". E allora
si può pensare ad una vacanza insieme, a scrivere una canzone, a
pulire o ristrutturare la casa...
Naturalmente, questo non significa che dobbiamo sempre pensare a
livello globale. Il pensiero analitico ci impone di applicare
fondamentali regole logiche, che aiutano a discriminare fra più
opzioni, in modo da escludere subito quelle che non riteniamo
interessanti.
In sintesi, gli autori suggeriscono che l'amore attiva una prospettiva
di lungo periodo, capace di suscitare una trasformazione completa
della persona ed anche di promuovere la creatività, ostacolando il
pensiero analitico. Al contrario, il sesso attiva una prospettiva di
breve periodo, che promuove una riflessione più analitica, che
ostacola il pensiero creativo.
Dott.ssa Giuliana Proietti Ancona
Fonte: Scientific American
Ott.09
LE SOMIGLIANZE FACCIALI
Non è vero che riconosciamo soggetti della nostra razza meglio di
quanto accada con soggetti di altre razze. Spesso abbiamo la
sensazione che i cinesi, i giapponesi siano tutti uguali, e così anche
i senegalesi, i marocchini... In realtà forse prestiamo poca
attenzione nel cercare di discriminare le loro caratteristiche
facciali, dal momento che il nostro cervello è perfettamente in grado
di farlo. Uno studio, appena pubblicato su Journal of Vision ("Cross-cultural
perceptions of facial resemblance between kin") si è basato
sulle diverse percezioni di soggetti francesi e senegalesi.
I partecipanti allo studio, delle diverse etnie, dovevano associare le
foto di alcuni soggetti adulti con i loro possibili figli, basandosi
sulle somiglianze facciali. Entrambi i gruppi sono riusciti bene
nell'impresa, sia quando si sono cimentati con soggetti della propria
etnia, sia con soggetti dell'altra.
I ricercatori, delle Università di Montpellier, del Nagoya Institute
of Technology e della Okinawa University in Giappone, hanno così
spiegato che, contrariamente a quanto suggerivano precedenti studi,
l'esposizione a soggetti della propria razza non privilegia lo spirito
di osservazione e la capacità di riconoscere le persone del proprio
gruppo. Il risultato di questo studio, dichiara Alexandra Alvergne,
dimostra che l'esposizione ha un ruolo limitato nel processo di
riconoscimento delle somiglianze facciali, il che invece contrasta con
il modo in cui il cervello elabora il riconoscimento facciale e fa
supporre che il cervello usi strategie diverse per il riconoscimento
facciale e per la ricerca di somiglianze.
Fonte: Association for Research in Vision and Ophthalmology. "Race Has
Little Effect On People's Ability To Spot Family Resemblances."
ScienceDaily 22 September 2009. 22 September 2009
Sett. 09
TORTURA: LA SCIENZA DICE CHE NON FUNZIONA
I "metodi vigorosi di interrogatorio" (come molti chiamano
le torture) applicati su persone sospettate di terrorismo o altri
crimini, sarebbero controproducenti. Lo affermano dei
ricercatori irlandesi, guidati dal Prof Shane O'Mara, del Trinity
College di Dublino. Queste tecniche di interrogatorio disturbano
infatti il funzionamento della memoria, dal momento che lo stress
estremo nuoce alla capacità del cervello di mantenere informazioni e
ricordi.
Tra le varie tecniche di tortura vanno ricordate l'esposizione
prolungata alla musica ad altissimo volume, la simulazione di
annegamento, la privazione prolungata di cibo.
Alcune di queste tecniche furono utilizzate dalla CIA sotto
l'amministrazione Bush, ma sono (purtroppo) di uso comune anche in
altre organizzazioni. I ricercatori ritengono che le torture siano
basate su una psicologia popolare ("folk") e non scientifica:
esistono infatti precisi dati scientifici relativi alle conseguenze
del dolore e dello stress sulla memoria e le funzioni decisionali.
Secondo il Prof. Shane O'Mara, il cervello libera gli ormoni dello
stress quando viene sottoposto a tortura. Questo provoca dei danni e
delle perdite di tessuto cerebrale, specie se il fenomeno si prolunga
nel tempo. I prigionieri possono poi arrivare a confabulare, a
produrre falsi ricordi, basati sui suggerimenti indiretti ricevuti
durante l'interrogatorio. I dettagli di questo lavoro sono pubblicati
sulla rivista
Trends in Cognitive Science.
Fonte:
CBS
Sett. 09
MADRI PIU' LIBERAL E PADRI PIU' CONSERVATORI
Il Dr. Steven Greene, dell'Universitaà della Carolina del Nord e
il Dr. Laurel Elder dell'Hartwick College hanno utilizzato i dati
raccolti per la campagna presidenziale del 2008 allo scopo di
comprendere per chi votano i genitori che hanno ancora i figli in
casa. E non dunque coloro che hanno figli, ma non conviventi.
Risultato: le mamme sono più
"liberal" (progressiste) sulle questioni relative al welfare (qualità
della vita, salute, benessere) e riguardo alla guerra in Iraq,
rispetto a donne che non hanno figli in casa; i padri invece si sono
mostrati più conservatori sulle questioni del welfare rispetto agli
uomini che non hanno figli in casa, ma esattamente dello stesso parere
degli altri uomini rispetto alla guerra in Iraq.
Conclusione: i Democratici,
con la loro propensione a prendersi cura dei problemi sociali, possono
avere un grande seguito fra le madri con figli piccoli, mentre i loro
mariti sembrano più attratti dai valori repubblicani, dal momento che
ritengono che il Governo non dovrebbe avere un ruolo predominante
nelle questioni che riguardano il welfare delle famiglie.
Fonte:
Science Daily
Link:
North Carolina State University.
Sett 09
I MEDICI NON VANNO DAL MEDICO
Uno studio sui medici britannici ha scoperto che la maggior parte dei medici evita di
rivolgersi ad altri professionisti della salute, quando ha problemi
personali. Lo studio, pubblicato dal Royal College of Physicians nella rivista Clinical Medicine, mostra come tre quarti degli intervistati
sia propenso a parlare dei propri problemi di salute con i familiari e
con gli amici, piuttosto che rivolgersi ad un altro medico o a uno
psicologo. Motivi: ragioni professionali, inerenti la carriera (33%),
integrità professionale (30%), stigma sociale (20%).
La ricerca, che ha riguardato 3.500 medici di Birmingham, ha
scoperto che solo il 13% degli intervistati accetterebbe di discutere
le sue malattie con altri medici e, se proprio necessario, il 79%
opterebbe per un professionista privato, distante dal luogo dove vive,
piuttosto che essere trattato dal sistema sanitario nazionale. L'8% si
curerebbe da solo o non si curerebbe per niente; solo il 25%
accetterebbe di essere curato tramite le procedure tradizionali,
purché sia certo della qualità della cura. E' soprattutto un problema di
privacy: i medici non si fidano della riservatezza dei
colleghi. Conclusione: I medici sono
riluttanti a cercare una consulenza professionale sui loro problemi di
salute e questo mette a rischio la
loro salute e quella dei loro pazienti. Questa categoria di
professionisti, dicono i ricercatori, spesso soffre di depressione e abusa di
farmaci. Non a caso il loro
tasso di suicidi è superiore a quello della popolazione
generale.
Occorrerebbe migliorare l'aspetto della riservatezza delle
informazioni, per combattere questo pericoloso trend.
Fonte:
Royal College of Physicians
via
Psychcentral
Ago 09
LA PSICOLOGIA CI AIUTA A VIVERE BENE?
Non esiste, purtroppo, alcuna formula o guida
che ci conduca alla felicità e al completo benessere, sebbene gli
esseri umani abbiano provato a rispondere ai principali quesiti
esistenziali tramite la filosofia, la
religione e la scienza. Gli psicologi Nansook Park e Christopher Peterson della University
of Michigan si sono dunque chiesti: "Cosa
significa vivere bene e come possiamo raggiungere tale obiettivo?"
Nel loro articolo, recentemente pubblicato su Perspectives in
Psychological Science, una rivista della Association for
Psychological Science, gli autori esaminano i vari modi in cui la
psicologia ha effettivamente contribuito a migliorare la vita delle
persone. Finora, dicono gli autori, ciò che la psicologia ci ha insegnato è
che una buona vita richiede:
- l'esperienza di sensazioni positive in numero superiore a quelle
negative,
- la sensazione che la propria vita sia ben vissuta,
- che possano essere utilizzati i propri talenti e punti di forza,
- l'avere amici su cui contare,
- l'avere un lavoro
- lo svolgere altre attività che facciano sentire la persona parte
della propria comunità,
- il pensare che la vita abbia un significato
- il sentirsi al sicuro e in buona salute
Conclusioni lapalissiane, si direbbe, tuttavia, gli autori ricordano
che sono pochi gli esseri umani che si
sforzano di ottenere e mantenere queste condizioni di vita.
Tornando alla psicologia, secondo gli autori, questa disciplina
conosce oggi abbastanza bene i problemi delle persone e sa come
risolverli, ma non fa abbastanza per
insegnare alle persone a vivere bene.
Fonte: Park et al. Achieving and Sustaining a Good Life. Perspectives on Psychological Science, 2009; 4 (4): 422 DOI:
10.1111/j.1745-6924.2009.01149.x
via Science Daily
Lug 09
ADOLESCENTI STRESSATI PER IL POCO SONNO
Stanno alzati fino a tardi, bevono litri di bevande alla caffeina,
navigano ore su Internet, giocano alla play station, si inviano
continuamente messaggi SMS. Tutto questo
fa dormire poco i nostri ragazzi, secondo un recente studio
condotto presso la Drexel University dala dottoressa Christina
Calamaro e pubblicata su
Pediatrics, la rivista ufficiale della American Academy of
Pediatrics. Calamaro e colleghi (Mason B. Thornton and Sarah Ratcliffe) hanno
chiesto a 100 studenti fra i 12 ed i 18 anni le loro abitudini
riguardo al sonno, all'uso della tecnologia ed al consumo di bevande
alla caffeina.
Risultati: il 66 per cento dei ragazzi intervistati ha la TV in
camera, il 30 per cento ha un computer, il 90 pervcento un cellulare
ed il 79 per cento ha un MP3 digital audio player.
Il 20% di questi ragazzi riceve dai genitori la direttiva di
dormire otto ore (e più) durante il periodo scolastico, ma negli altri
periodi essi hanno il permesso di dormire assai di meno.
In media, le loro ore di sonno sono 7 , secondo la Calamaro.
Almeno il 30 % di questi teen agers ha ammesso di essersi addormentato
a scuola (in questi casi il consumo di caffeina è risultato di circa
il 76% più alto della media) Molti adolescenti usano inoltre la tecnologia anche di notte,
restano svegli grazie alle bevande alla caffeina, ma poi hanno sonno
di giorno. Solo il 27,5% consuma meno di 100 mg di caffeina al giorno.
Consiglio dei ricercatori:
evitare che i figli bevano bevande alla caffeina dopo mezzogiorno ed
evitare TV, computer e specialmente i cellulari nella camera da letto
dei ragazzi.
Fonte: Calamaro et al. Adolescents Living the 24/7 Lifestyle:
Effects of Caffeine and Technology on Sleep Duration and Daytime
Functioning. Pediatrics, 2009; 123 (6): e1005 DOI:
10.1542/peds.2008-3641
via Science Daily
Link:
Drexel University.
Lug 09
FIGLI OBESI? I GENITORI DIANO IL BUON ESEMPIO!
Alcuni ricercatori del Baylor College of Medicine e della Duke
University hanno studiato un campione di 681 genitori di ragazzi che
vivono nella zona di Houston, negli Stati Uniti.
La scoperta è questa: se i genitori si
impegnano nello sport e nell'attività fisica, anche i loro figli
guardano meno la TV e passano meno tempo sui loro computers. Lo
studio è pubblicato nel numero di luglio di Health Psychology,
una pubblicazione dell' American Psychological Association.
Gli sport di squadra più faticosi analizzati nella ricerca sonostati il
basket e il calcio, tra gli sport di squadra che richiedono
sforzi meno elevati sono stati presi in considerazione baseball e softball, pallavolo e
calcetto. Le attività individuali prese in esame sono state,
tra quelle più faticose la corsa, il
ciclisno, il nuoto e il pattinaggio, tra quelle che richiedono
sforzi più moderati le passeggiate,
l'andare in giro in bicicletta, il golf.
Anche i lavori domestici sono
stati considerati attività fisiche, come ad esempio spostare i mobili,
pulire, fare giardinaggio ecc.
Risultati: I genitori che si
dedicavano ai lavori domestici anche i più faticosi, non miglioravano
il livello di attività fisica dei figli. Forse questo accade perché i
ragazzi più attivi di solito trascorrono meno tempo in casa e, una
volta che essi vi vengano trattenuti per osservare le attività dei
genitori, questo non li spinge a parteicpare ai lavori domestici, ma a
guardare di più la televisione.
Le famiglie con un maggior numero dei figli attribuivano ai lavori
domestici un valore maggiore , mentre le famiglie con genitori più
acculturati e benestanti, in grado di affidare i lavori domestici a
personale esterno, li valutavano assai meno.
I genitori ispanici incoraggiavano i figli maschi ad impegnarsi in
sport duri e individuali, ma non incoraggiavano le loro figlie.
Le bambine afro-americane, ma non i loro fratelli, attribuivano un
minor valore agli esercizi che richiedono uno sforzo moderato, come ad
esempio andare in bicicletta. Sia i maschi che le femmine di questo
gruppo etnico preferivano guardare la TV.
Genitori più acculturati attribuivano importanza sia agli sport
individuali che a quelli di squadra, intensi o moderati, per i figli
maschi, ma non per le figlie femmine. Solo nelle famiglie con molti
figli anche le bambine ricevevano attenzione circa la loro scelta
sportiva.
I genitori che si coinvolgevano nella pratica di uno sport di squadra,
specialmente i più duri, spingevano realmente i figli, sia maschi che
femmine, all'attività fisica e alla rinuncia all'uso del loro
strumenti elettronici.
Consiglio dei ricercatori:
coinvolgetevi nelle attività sportive, per spingere i vostri figli
verso l'attività fisica, ma ricordatevi anche delle figlie femmine,
che possono e vogliono anche loro fare sport.
Fonte: "Parent-Child Attitude Congruence on Type and Intensity of
Physical Activity: Testing Multiple Mediators of Sedentary Behavior in
Older Children," Cheryl B. Anderson, PhD, and Sheryl O. Hughes, PhD,
Baylor College of Medicine; Bernard F. Fuemmeler, PhD, Duke University
Medical Center; Health Psychology, Vol. 28, No. 4.
L'articolo integrale è disponibile qui:
http://www.apa.org/journals/releases/hea284428.pdf.)
Fonte:
Eurekalert
Lug 09
LA COMPETIZIONE SOCIALE HA ACCRESCIUTO LE MISURE DEL CERVELLO UMANO
Negli ultimi due milioni di anni, le misure del cervello umano si sono
triplicate, in misura assai maggiore di quanto sia successo per
gli altri mammiferi. I ricercatori della Università del Missouri si
sono chiesti le ragioni di questo ingrandimento cerebrale ed hanno per
questo preso in esame tre ipotesi di studio: il
cambiamento climatico, le richieste ecologiche e la competizione
sociale. Le conclusioni del gruppo di ricerca hanno individuato
in questa ultima ipotesi, quella della
competizione sociale, la maggiore causa del veloce
ingrandimento del cervello. Per analizzare le tre ipotesi, i ricercatori hanno raccolto i dati
relativi ai crani di 153 ominidi: esaminando i luoghi dove essi hanno
vissuto, il clima attribuito al periodo in cui il fossile viene
datato, il numero dei parassiti nella regione, la densità stimata
della popolazione, i ricercatori hanno scoperto che c'è una correlazione fra misure del
cranio e densità della popolazione.Dunque, secondo David Geary e Thomas Jefferson, quando gli esseri
umani hanno dovuto competere per soddisfare le loro necessità hanno
capito che il riconoscimento sociale avrebbe permesso loro un più
facile accesso ai beni che potevano soddisfare i propri bisogni ed in
questo caso i cervelli di maggiori
dimensioni si sono mostrati vantaggiosi.I ricercatori hanno dato credibilità anche alla ipotesi del
cambiamento climatico, ovvero che le migrazioni in terre
lontane dall'equatore abbiano prodotto dei miglioramenti nella
capacità umana di adattarsi al clima.I cervelli sono metabolicamente molto costosi, nel senso che essi
richiedono molto tempo ed energia per svilupparsi e mantenersi e
questo rende importante la comprensione del perché negli esseri umani
il cervello abbia continuato a crescere in modo così veloce rispetto
agli altri animali.La competizione sociale dunque,
positiva o negativa che sia stata, sembra aver determinato
l'evoluzione che oggi conosciamo del cervello umano.
Fonte: David Geary and Drew Bailey. Hominid
Brain Evolution. Human Nature, (in stampa
Link:
University of Missouri-Columbia
via
Science Daily
Giu 09
LE
GIOVANI GENERAZIONI AMANO LA LOGICA
Un
progetto di ricerca della Università di Gothenburg, in Svezia, ha
interessato un grande numero di tredicenni sin dal 1960. Da allora
viene utilizzato sempre lo stesso test di intelligenza che riguarda
domande di logica, competenza verbale e percezione spaziale. Il nuovo
studio, pubblicato sul Journal of Swedish Educational Research
mostra che gli adolescenti di oggi
aono molto più bravi di quanto accadeva cinquanta anni fa nella
soluzione dei problemi di logica.
Queste abilità sono considerate molto importanti perché capire la
logica significa capire bene anche la matematica. In Svezia però altri
studi mostrano che le conoscenze dei ragazzi in campo matematico
stanno diminuendo... Come è possibile? Probabilmente il problema nasce
dai programmi di studio, che non sono più attuali, dalle metodologie
didattiche e da insufficienti capacità professionali degli insegnanti.
Per quanto riguarda l'abilità verbale
questa dopo gli anni sessanta ha subito un forte declino,
probabilmente a causa delle parole utilizzate nel test, che ormai non
sono più così frequenti nello svedese moderno. La percezione spaziale è invece
più elevata che negli anni sessanta, anche se su questo test oggi sono
le ragazze ad avere le migliore prestazioni. Esattamente il contrario
di quanto avveniva cinquanta anni fa.
Link:
University of Gothenburg,
AlphaGalileo
Mag 09
CLASSE SOCIALE E
SCELTE ALIMENTARI
Un nuovo studio, condotto dalla Dr.ssa
Wendy Wills dell'University of Hertfordshire’s Centre for Research in
Primary and Community Care (CRIPACC) e dai ricercatori della
University of Edinburgh ha scoperto una cosa mai ipotizzata prima
d'ora... Lo diciamo in senso ironico naturalmente: infatti, lo studio
ha scoperto che appartenere ad una classe sociale più o meno elevata
fa la differenza, nelle abitudini alimentari, nel peso, nello stato
complessivo di salute.
Sembra che le classi popolari siano
più propense a godersi il presente, mentre le classi medie
siano più capaci di darsi delle proprità e di comportarsi in modo da
prevedere situazioni future.
Ad esempio questo succede nelle scelte alimentari, nel mantenimento
del peso corporeo e della salute in generale. Ciò è dovuto al fatto
che vivono vite familiari più sicure, sia dal punto di vista sociale
che economico.
Per questo studio sono stati intervistati dei ragazzi, di età compresa
fra i 13 ed i 15 anni: la metà erano sovrappeso o obesi. Anche i loro
genitori sono stati ascoltati, poi i risultati sono stati messi a
confronto con i dati di una precedente ricerca condotta su famiglie di
bassa estrazione sociale.
I ricercatori hanno così scoperto che
nelle classi medie vi sono meno preoccupazioni per la vita quotidiana,
meno affanni per la disponibilità di denaro e per questo le persone
sono maggiormente in grado di compiere delle scelte e soddisfare le
loro aspirazioni di vita.
Nello studio precedente emergeva invece che
nelle classi popolari le persone
sentivano di correre dei rischi, si sentivano insicure, per
cui tendevano a scegliere sulla base del "qui e ora", anche per quanto
riguarda la dieta e il peso.
Fonte: University of Hertfordshire (2009,
May 6). Social Class Has Major Influence On Teenagers' Diet And Weight.
ScienceDaily. Retrieved May 6, 2009, via
Science Daily
Mag 09
ASSISTERE AD ATTI DI VIOLENZA CAUSA IL DISTURBO POST TRAUMATICO DA
STRESS
Secondo la Dr.ssa Shakira Franco Suglia, della
Harvard School of Public Health, si tende a sottovalutare lo stress
causato ad un ragazzo che assiste ad atti di violenza. Nel suo
studio, che è stato appena pubblicato nello Springer's International
Journal of Behavioral Medicine, la Suglia afferma che in molte
comunità urbane statunitensi, i
bambini sono costretti ad assistere ad atti di violenza
(che spesso implicano anche omicidi ) e questo procura loro effetti
negativi, legati al sistema della riusposta allo stress.
Il sistema di risposta allo stress produce il
cortisolo, che è a livelli
molto alti al mattino, per poi diminuire durante la giornata.
I cambiamenti al normale dosaggio
di cortisolo possono indebolire il sistema immunitario,
così come il grasso accumulato nella regione addominale può portare
a problemi cardio vascolari e diabete.
Nella ricerca sono state coinvolte 28 ragazze e 15
ragazzi di età compresa fra i 7-13 anni. Le loro madri hanno dovuto
rispondere ad un questiuonario per valutare l'esposizione a questo
genere di stress dei loro figli (es. sentire spari di pistola,
assistere a scene di accoltellamento, pugni, ecc.). Per tre giorni
sono stati anche prelevati , quattro volte al giorno, campioni di
saliva dei ragazzi, per misurare la produzione di cortisolo nel
corso della giornata.
E' stato quindi trovato un legame fra l'esposizione
a fatti di violenza nella propria comunità e
disturbi nella produzione di
cortisolo. Maggiori erano i sintomi di stress, più questi
interferivano con il cortisolo, specialmente nel pomeriggio e nella
sera.
Conclusioni : i sintomi riscontrati nei bambini che assistono a scene
violente nei contesti urbani sviluppano una sorta di disturbo post
traumatico da stress, anche se in forma più leggera.
Fonte: Suglia et al. Posttraumatic Stress Symptoms Related to
Community Violence and Children’s Diurnal Cortisol Response in an
Urban Community-Dwelling Sample. International Journal of Behavioral
Medicine, 2009; DOI: 10.1007/s12529-009-9044-6 Via
Science Daily
Apr 09
PSICOTERAPIA: DAL
LETTINO AL MATERASSINO
Tradizionalmente la psicoterapia è un lavoro che le
persone intraprendono su sé stesse, per entrare in contatto con le
proprie emozioni e per imparare a gestirle. In questo ultimo
periodo, afferma la rivista Time, (almeno in America) sembra andare
di moda la psicoterapia unita a
esercitazioni yoga.
Il lavoro sulla respirazione
è molto utile alle persone depresse e ansiose, dice ad esempio la
Dr.ssa Elizabeth Visceglia, psichiatra e terapeuta yoga di New York
City. Secondo la Visceglia i gruppi di yoga non sono il massimo: il
cliente in fondo paga per essere, da solo, al centro delle
attenzioni del terapeuta, sia dal punto di vista fisico che
emozionale.
La ricerca mostra che non solo la salute mentale e il
tono dell'umore dipendono in larga parte da fattori fisici come
l'esercizio, ma anche dallo stress, dall'ansia, dalla depressione:
tutto ciò ha influenza anche sulla salute fisica. E allora
l'introduzione dello yoga a molti terapeuti è sembrata
inevitabile.
Oggi ci sono circa 50 scuole di yoga-terapia e la
Association of Yoga Therapists ha più che triplicato i suoi membri dal
2003 al 2009, arrivando a circa 2.550 iscritti. Kelly McGonigal,
editore dell'International Journal of Yoga Therapy sostiene che sono
sempre di più gli psicologi che chiedono di essere formati nelle
pratiche yoga, per introdurle poi nella psicoterapia.
La Visceglia cita uno studio condotto nel Bronx State Psychiatric
Center sugli effetti della yoga-terapia su schizofrenici ospedalizzati
da 15-20 anni, che hanno attenuato i sintomi negativi e migliorato la
loro qualità di vita.
Ma gli psicologi sono veramente preparati per insegnare lo yoga? E che
tipo di formazione dovrebbero avere? Che tipo di qualifiche
professionali ? Per il momento non ci sono risposte.
Fonte:
Time
Apr 09
LE
INFLUENZE CULTURALI SUL NOSTRO COMPORTAMENTO
Le società europee
danno molto valore all'indipendenza e all'individualità, mentre nelle
culture asiatiche si
attribuisce maggiore valore all'armonia e alla vita di comunità.
Sulla base di queste
considerazioni è stato condotto un esperimento, che comprendeva più
test. Ad un primo gruppo di persone è stato
fatto ascoltare Mozart, in modo da migliorare il tono dell'umore, o
Rachmaninov per farlo abbassare. In un altro studio i partecipanti
dovevano tenere delle penne in bocca: alcuni dovevano tenerle con i
denti, il che produce una sorta di sorriso, anche se involontario,
ma che migliora il tono dell'umore. Altri dovevano tenere la penna
fra le labbra, con un'espressione forzatamente negativa.
In un test è stato offerto ai volontari di scegliere fra cinque
penne, quattro blu e una rossa. Seguendo i rispettivi valori
culturali, gli asiatici hanno preso la penna più comune, la blu, per
sentirsi parte del gruppo, mentre gli occidentali generalmente hanno
preso la penna rossa.
In un altro test i volontari dovevano pensare alla domanda: "Chi
sono io"? e rispondere con 20 affermazioni. Si è cercato così di
capire se le caratteristiche indicate della propria personalità si
rifacevano a valori individualistici o collettivi.
I risultati sono stati
pubblicati su Psychological Science, la rivista della Association
for Psychological Science, e sono i seguenti:
- Sentirsi bene incoraggia
i volontari, asiatici e europei, ad esplorare valori diversi da
quelli che corrispondono alle loro norme culturali. I
- Il
tono dell'umore
particolarmente elevato porta anche a mettere in atto comportamenti
inusuali.
- Per
superare gli stereotipi culturali
essere di buon umore è fondamentale. Sentirsi male dal punto di
vista psicologico rinforza gli stereotipi ed i comportamenti usuali,
che non vengono più messi in discussione.
- Le emozioni giocano un
importante ruolo sociale.
- Il
sé, concludono i
ricercatori, non è statico, ma largamente influenzato dai valori e
dagli steretipi del gruppo sociale di appartenenza, oltre che dal
tono dell'umore.
Fonte: Ashton-James et al. Who I Am Depends on How I Feel: The Role
of Affect in the Expression of Culture. Psychological Science, 2009;
20 (3): 340 DOI:
10.1111/j.1467-9280.2009.02299.x
via
Science Daily
Apr 2009
SE IL
PAPA' E' ANZIANO, IL FIGLIO E' MENO INTELLIGENTE
Precedenti ricerche avecano dinmostrato
che le madri più anziane avevano figli con intelligenza superiore alla
media. Ora una nuova ricerca scopre invece che i papà con i capelli
bianchi sono invece abbinati a figli con un'intelligenza inferiore
alla norma.
Leader della presente ricerca è John McGrath, del Queensland Brain
Institute.
I ricercatori hanno preso in esame i dati relativi a
33 000 bambini staunitensi,
raccolti fra il 1959 ed il 1965, i cui genitori avevano da 15 a 65
anni. All'età di 8 mesi questi bambini sono stati sottoposti a test di
intelligenza, che si sono ripetuti nei loro 4 e 7 anni.
il dato atteso, e
confermato, è che questi bambini con padri anziani avevano maggiori
probabilità di soffrire di
schizofrenia, autismo, dislessia, epilessia, nanismo, ecc.
Ciò che invece non ci si attendeva era che il loro livello di
intelligenza fosse più basso, come invece è apparso evidente, a
prescindere dai fattori socio-economici. Forse, dicono i
ricercatori, ciò potrebbe essere dovuto ad una mutazione delle
cellule sessuali acquisita con l'età.
Mar 09
NEI CONFLITTI ESSERE TROPPO FLESSIBILI NON SEMPRE PAGA
In genere si pensa che
essere flessibili,
cercando sempre nuove strategie per negoziare soluzioni condivise
con gli altri sia la cosa migliore, ma questo non è sempre vero
se la situazione è difficile e
non è facilmente risolvibile. Dei ricercatori della
Arizona State University mostrano che avere un approccio troppo
flessibile per risolvere un difficile conflitto interpersonale può
produrre forti sensi di rabbia e
frustrazione.
Danielle Roubinov ha presentato questo interessante studio presso
l'American Psychosomatic Society Annual Meeting, tenutosi il 4
Marzo. Il gruppo di ricerca da lei condotto ha osservato il
comportamento di 65 studenti che svolgevano un compito di
role-playing (scenette che
simulano situazioni reali). I partecipanti dovevano simulare la
relazione con un vicino di casa che teneva la musica ad altissimo
volume e dovevano quindi chiedergli di abbassare il volume.
I ricercatori hanno creato sette categorie di risposte, secondo
sette strategie di negoziazione, da
quella stile problem-solving a quella chiaramente aggressiva e
minacciosa. Secondo la Roubinov gli individui che
utilizzavano una sola strategia venivano percepiti come meno
"flessibili" rispetto ad altri che riuscivano a modulare i vari tipi
di strategie.
Sono state studiate le espressioni
facciali di rabbia e frustrazione e misurate le risposte
biologiche dei partecipanti all'esperimento rilevando il
cortisolo, l'ormone dello
stress.
Risultati: Essere troppo flessibili
non fa sempre bene alla salute. Sia le espressioni facciali
sia il livello di cortisolo dei soggetti che provavano strategie
diverse per risolvere il conflitto mostravano una risposta biologica
eccessiva allo stress, cosa che non accadeva ai partecipanti meno
flessibili.
In una situazione incontrollabile dunque, le persone che utilizzano
una minore varietà di risposte verbali allo stress possono avere
risultati migliori di coloro che utilizzano una grande varietà di
risposte. Essere flessibili nel modo in cui si risponde alle
differenti situazioni può produrre dei benefici, ma provare
continuamente nuovi modi di approcciare le situazioni può portare a
grandi sensi di rabbia e frustrazione, oltre che a risposte poco
salutari.
Link:
Arizona State University,
Fonte: Arizona State University (2009, March 8). Flexible Approach
To Acute Conflict Results In More Frustration and Anger, Study Shows
via
EurekAlert!
Mar 09
L'OLFATTO GUIDA LA
PERCEZIONE SOCIALE
Quando sono spaventati, molti animali
rilasciano delle sostanze chimiche
come segnale di avvertimento ai membri della stessa specie, i quali a
loro volta reagiscono a questi segnali con dei comportamenti. Una
ricerca della psicologa Denise Chen della Università di Rice sembra
dimostrare che una situazione simile è presente anche negli esseri
umani.
Chen e il collaboratore Wen Zhou hanno raccolto campioni de “il sudore
della paura” da soggetti maschili che hanno volontariamente
partecipato all'esperimento. A loro sono stati prelevati
campioni di sudore ascellare
mentre stavano guardando un film che incuteva paura.
In seguito, a dei soggetti femminili è stato proposto di inalare
queste sostanze chimiche attraverso delle garze, che esse potevano
mettere a diretto contatto con le narici. Inoltre, le donne dovevano
individuare in alcuni volti presenti in un computer, quali erano
quelli "felici" e quali quelli "impauriti".
L' "odore della paura"ha fatto si che
le espressioni facciali più
indecifrabili fossero lette dalle donne come
espressioni di paura, ma
ciò non ha riguardato le espressioni più chiaramente distinguibili
relative ad altre emozioni.
Conclusioni: "I nostri
risultati forniscono la prova diretta che il sudore umano contiene
significati emotivi", ha detto Chen. "Essi hanno inoltre dimostrato
che gli odori modulano la
percezione sociale in un modo specifico riguardo alle emozioni."
L'olfatto è una forma prevalente di comunicazione sociale in molti
animali, ma la sua funzione per l'uomo è ancora poco nota. Gli
esseri umani hanno fortemente sviluppato
il senso della vista e dell'udito,
tuttavia abbiamo ancora bisogno
dell'olfatto, secondo Zhou Chen, perché guida la nostra
percezione sociale, quando i sensi che normalmente sono dominanti
inviano segnali troppo ambigui.
Fonte: Zhou et al. Fear-Related Chemosignals Modulate
Recognition of Fear in Ambiguous Facial
Expressions. Psychological Science, 2009; 20 (2): 177 DOI:
10.1111/j.1467-9280.2009.02263.x
via
Science Daily
Link:
Rice University.
Mar 09
LA DEPRESSIONE PRODUCE DANNI AL SISTEMA CARDIOCIRCOLATORIO
Una grave depressione può essere nociva
alla salute quanto e più dei relativi rischi genetici e ambientali. Lo
dicono i ricercatori della Washington University School of Medicine di
St. Louis, che hanno presentato un loro studio sull'argomento al
meeting annuale della American Psychosomatic Society, tenutosi questa
settimana a Chicago.
Sono stati analizzati i dati di più di 1.200 gemelli maschi che hanno
prestato servizio militare durante la guerra del Vietnam. Questi
soggetti sono stati studiati nel 1992 e nel 2005. Si è visto così che
coloro che erano stati giudicati depressi nel 1992 avevano il doppio
delle possibilità di sviluppare problemi cardiaci, rispetto ai loro
gemelli che non avevano avuto problemi di depressione.
Secondo Jeffrey F. Scherrer, Ph.D., ricercatore presso la Washington
University School of Medicine e il St. Louis Veterans Affairs Medical
Center in questo studio si è potuto dimostrare che la depressione
contribuisce ad aumentare i rischi di problemi cardiocircolatori.
Infatti, dei gemelli esaminati, entrambi con rischio genetico identico
per i problemi di cuore, il gemello che aveva avuto problemi di
depressione mostrava segnali più allarmanti.
I gemelli peraltro hanno la stessa età, vivono nella stessa famiglia,
condividono gli stessi rischi ambientali ed hanno identico DNA. Se uno
dei due gemelli si ammala di depressione, questo significa che anche
l'altro ha una vulnerabilità verso questa patologia, ma sicuramente
nei confronti del fratello ha minori rischi di ammalarsi di cuore.
Link:
Washington University School of Medicine.
Mar 09
I
BAMBINI CON DIAGNOSI ADHD DORMONO MENO DEGLI ALTRI
Uno studio pubblicato nel numero di
Marzo della rivista SLEEP suggerisce che potrebbero esservi problemi
di deprivazione di sonno nei disturbi di deficit d'attenzione e
iperattività (ADHD o, in italiano, DDAI).
I risultati mostrano che i bambini con ADHD dormono infatti un tempo
significativamente più breve dei soggetti nel gruppo di controllo. La
durata del loro sonno è stata calcolata, in media, in 8 ore e 19
minuti, ovvero 33 minuti in meno della media di sonno di 8 ore e 52
minuti ottenuta nel gruppo di controllo. I bambini con ADHD avevano
anche un movimento oculare (REM) durante il sonno più breve di quello
del gruppo di controllo (16 minuti).
Reut Gruber, psicologo, Direttore di Attention, Behaviour and Sleep
Lab presso il Douglas Mental Health University Institute sostiene che
questi risultati sono incoraggianti. Aver potuto misurare il sonno dei
bambini direttamente nelle loro case, usando dei PSG portatili ha
permesso ai ricercatori di definire la durata effettiva del sonno. Il
ricercatore afferma di non credere che dietro il disturbo di deficit
attentivo e di iperattività vi sia una banale diminuzione delle ore di
sonno, ma sicuramente questa situazione peggiora i sintomi. Risolvere
dunque i problemi relativi alla durata del sonno può essere un modo
per alleviare i sintomi.
Dal 25 al 50% dei
bambini e adolescenti che hanno ricevuto questo tipo di diagnosi
hanno mostrato di avere disturbi del sonno. La perdita cronica di
sonno produce degli accumuli, che creano un debito di ore di sonno,
con conseguenti sonnolenza diurna e problemi neurocomportamentali,
oltre che difficoltà nell'apprendimento.
Il Portable polysomnography sleep recorder ha permesso di tracciare
il sonno di 15 bambini con diagnosi di ADHD. Essi avevano fra i 7 e
gli 11 anni, non stavano prendendo farmaci, erano stati informati
che non dovevano assumere prodotti contenenti caffeina per almeno
sette giorni prima della registrazione, che è stata fatta a casa di
ogni bambino.
I genitori hanno poi dovuto riempire un questionario con 113 domande
per capire quali potevano essere i problemi comportamentali e
emotivi del bambino. Sono stati presi in esame anche altri fattori,
come erà, sesso, stato socio-economico e anagrafico delle famiglie.
Fonte:
Sleep Disturbances in Prepubertal Children with Attention Deficit
Hyperactivity Disorder: A Home Polysomnography Study. Sleep, March
1, 2009 via
EurekAlert!,
Links:
American Academy of Sleep Medicine
In Italia l'ADHD viene ora molto ridimensionata, tanto che nei 114 i
centri italiani che affrontano il problema, gli esperti ritengono
che il disturbo non riguardi tre ragazzini su cento (dai 6 ai 15
anni) come si diceva in passato, ma due su mille. Nella stragrande
maggioranza dei casi i disturbi scompaiono dopo i sedici anni e solo
in alcuni casi persistono in età adulta. Sono ancora di meno
tuttavia quelli che sfociano in comportamenti gravi, come violenze,
rapine o assunzioni di droghe. Ovviamente qui, oltre all’Adhd,
subentrano altri fattori.
Fonte: Il
Giornale
Mar 09
LE DONNE SONO PIU' RESPONSABILI NELLA GESTIONE DEL DENARO
Uno
studio appena pubblicato ha scoperto che le donne sono molto più
responsabili nella gestione del denaro di quanto siano gli uomini. Ad
esempio, le donne fanno meno debiti e lavorano più duramente per
raggiungere l'indipendenza economica.
Il global Reuters Synovate survey ha intervistato 4.500 donne e uomini
di 12 Paesi su questioni che riguardavano il denaro. Non a caso,
verrebbe da dire, i banchieri della finanza creativa che hanno creato
la crisi economica che stiamo vivendo sono quasi tutti uomini. Ciò
nonostante, le donne non sono così indifferenti al denaro: ne è una
prova il successo editoriale di Sophie Kinsella, ora anche al cinema
con I love shopping, nella classifica dei film che hanno avuto
maggiori incassi.
Mar 09
SMETTERE DI
FUMARE? FATELO PER IL VOSTRO PET!
Una ricerca online che ha riguardato 3.300
soggetti condotta da: Michigan Humane Society, Pet Supplies Plus e
Henry Ford Health System in Detroit (diretta da Sharon Milberger,
interim director del Center for Health Promotion and Disease
Prevention at Henry Ford Health System) riporta quanto segue:
Se il fumo fosse considerato un
fattore di rischio per la salute del proprio animale domestico...
-- il 28.4 per cento dei fumatori
si sentirebbe motivato a smettere di fumare;
-- l' 8.7 per cento dei fumatori chiederebbe di smettere di fumare
anche al proprio partner;
-- il 14 per cento dei fumatori chiederebbe al proprio partner di
andare a fumare fuori casa.
Lo studio, che è stato pubblicato sul British Medical Journal
Tobacco Control, afferma anche che fra i non fumatori, chiederebbe al
proprio partner di smettere di fumare il 16 % degli intervistati, e
di andare a fumare fuori casa il 24%. Come prevedibile,
percentuali molto più alte che fra i fumatori.
In ogni caso, secondo Milberger,
ben pochi fumatori si rendono conto dell'impatto che ha la loro
abitudine sulla salute dei propri animali.
Febb 09
GLI INNAMORATI "NON VEDONO NEANCHE" LE PERSONE BELLE DELL'ALTRO SESSO
Se sei innamorato/a non ti accorgi neanche delle persone
attraenti dell'altro sesso: questo è quello che normalmente si pensa
delle persone innamorate e che formano un rapporto di coppia stabile e
felice.
Lo psicologo Jon Maner della Florida State University ed i suoi
colleghi hanno condotto una ricerca per vedere se le persone
innamorate si intrattenevano nella visualizzazione di un viso
attraente del sesso opposto per un tempo uguale o minore di chi non
era in quel momento innamorato.
La ricerca consisteva nel mostrare dei volti sul computer a dei
soggetti che avevano il compito di premere un tasto circolare o
quadrato. In realtà veniva misurato
il tempo in cui le persone si soffermavano sulle immagini di
persone dell'altro sesso considerate attraenti.
Mettendo poi a confronto i dati delle persone che avevano detto di
essere felicemente innamorate con i tempi da loro ottenuti nella
prova, è emerso che effettivamente è così:
le persone veramente innamorate non si lasciano attrarre dai bei visi
mostrati loro dai ricercatori.
Questo disinteresse automatico è letto dai ricercatori in chiave
evoluzionistica, come un riflesso condizionato che si è venuto a
creare per garantire il successo
riproduttivo.
Fonte:
Scientific American
Febb 09
COMPRATE ESPERIENZE DI VITA, NON BENI MATERIALI, PER ESSERE FELICI
Un nuovo studio suggerisce che
l'acquisto di esperienze di vita,
piuttosto che di beni materiali, produce una maggiore felicità.
La scoperta è stata presentata ieri al meeting annuale della
Society for Personality and Social Psychology.
Andare a cena fuori, andare a teatro ed altre esperienze del genere
soddisfano bisogni più profondi, dicono i ricercatori, come quello del
contatto sociale o di vivere a pieno la propria vita.
Secondo Ryan Howell, assistant professor di psicologia presso la San
Francisco State University i beni
materiali, contrariamente a quanto si crede, non producono
gli stessi effetti.
I partecipanti allo studio dovevano descrivere i loro più recenti
acquisti e rispondere alle domande di un questionario allo scopo di
far conoscere ai ricercatori quali di questi consumi, materiali e
immateriali, avesse dato loro la maggiore felicità. Si è visto così
che l'acquisto di esperienze di vita è più importante e prescinde dal
valore monetario del bene immateriale acquistato, o dal reddito
dell'individuo che ne usufruisce. Oltre tutto esse regalano
soddisfazioni di maggiore durata... Le esperienze felici infatti
vengono capitalizzate nella nostra memoria e non ci stancano così
presto, come accade per i beni materiali.
Fonte:
Eurekalert
Febb 09
UNO STUDIO SUI COLORI
Il colore
rosso attira l'attenzione
sui dettagli (es. nei compiti di memorizzazione), mentre il
blu incoraggia la
creatività. Lo afferma un nuovo studio pubblicato sulla rivista
Science.
Questa nuova scoperta sull'influenza
dei colori potrebbe essere utilmente applicata in pubblicità,
in medicina, negli uffici e nelle aule scolastiche. Lo afferma Rui
(Juliet) Zhu, insegnante di marketing presso la University of
British Columbia di Vancouver. La Zhu raccomanda pertanto agli addetti
al marketing di prodotti innovativi di usare sempre il blu, così come
è preferibile usare il blu nelle aule scolastiche e negli uffici dove
si fanno lavori creativi.
Il rosso provoca invece una maggiore attenzione ai dettagli (es. nelle
pubblicità)
Per questo studio la Zhu e la sua collaboratrice Mehta hanno condotto
sei test relativi a 600 studenti che lavoravano su monitor di PC con
uno sfondo di colore blu, rosso o bianco. Si è visto così che
il colore dello sfondo
influenzava le performance dei partecipanti.
E se il rosso migliora attenzione e vigilanza in quanto le persone
sono abituate ad associare questo colore ai segnali di stop, di
emergenza e di pericolo e le porta dunque a concentrarsi sui dettagli,
il blu incoraggia la creatività in quanto è associato al mare, al
cielo, alla libertà, alla pace.
Non
si tratta di reazioni innate e universali a questi colori, ma di
associazioni apprese che
vengono assimilate durante la normale vita quotidiana. Attenzione
però... La Zhu sottolinea che questo test è stato condotto su
soggetti americani e potrebbe non funzionare allo stesso modo in
ogni parte del mondo. In Cina
ad esempio, suo Paese d'origine, il rosso è associato alla
prosperità e alla buona fortuna: dunque i risultati nel Paese
asiatico potrebbero essere notevolmente diversi.
Fonte:
Health24
Febb 09
I
MEDIA POSSONO PROMUOVERE COMPORTAMENTI SALUTISTICI
Dei ricercatori, guidati da
Yasuharu Tokuda, del St. Luke's International Hospital e Takashi
Inoguchi della Chuo University, entrambi di Tokyo, hanno ripreso un
vecchio studio condotto su 39.000
persone, per cercare di scoprire la relazione esistente fra
il sentimento di fiducia nei media e
lo stato di salute.
Lo studio, il primo del suo genere, ha dimostrato che i mass media
possono contribuire a migliorare lo
stato di salute, specialmente fra le persone che credono
molto a ciò che dicono TV, giornali, radio, ecc.
Poco più del 50% dei partecipanti allo studio (condotto in 29 Paesi
asiatici) ha dichiarato di "credere molto" o "credere abbastanza" nei
media. Il gruppo che si sentiva in migliore salute aveva queste
caratteristiche : donna, giovane, sposata, stipendio elevato, con
un alto livello di fiducia nelle relazioni interpersonali così come
nel sistema di salute pubblica e nei media.
E' tra alcuni abitanti del Brunei
che sono stati riportati i livelli più alti di salute, mentre in
Turkmenistan le persone
avevano l'opinione più scarsa circa il proprio stato di salute. Nelle
Maldive si crede ai media
più che in ogni altro posto, mentre i residenti di
Hong Kong si sono rivelati i
più cinici.
Secondo Tokuda, "Il legame fra fiducia nei media e migliore stato di
salute è dovuto alla maggiore accettazione di messaggi relativi alla
salute con la messa in atto, conseguente, di comportamenti
salutistici, sia per sé, sia per la propria comunità".
Ecco perché, concludono i ricercatori, i media dovrebbero rendersi
conto dell'importante ruolo che svolgono nell'avvicinare la gente alla
prevenzione.
Fonte:
Yasuharu Tokuda, Seiji Fujii, Masamine Jimba and Takashi Inoguchi. The
Relationship between Trust in Mass Media and the Healthcare System and
Individual Health: Evidence from the AsiaBarometer Survey.
BMC Medicine,
via
EurekAlert!
Genn 09
LA
MATERIA BIANCA DEL CERVELLO INFLUISCE SULLA MEMORIA
Le varie aree cerebrali sono connesse tra di loro dalla così
detta "materia bianca", che
a lungo è stata considerata un tessuto passivo. Ora, presso il
Massachusetts Institute of Technology (MIT) dei neuroscienziati hanno
scoperto una relazione fra perdita della memoria e prestazioni
cognitive negli adulti più anziani e
deterioramento della materia bianca nelle zone del cervello
che si occupano di queste funzioni.
La materia bianca è composta di assoni (i quali a loro volta sono
rivestiti di mielina, una
sostanza di colore biancastro) ed ha lo scopo di
facilitare la comunicazione fra le varie aree cerebrali.
"Storicamente la ricerca è stata puntata soprattutto sulla materia
grigia. Questo studio suggerisce invece che quello che veramente conta
sono le connessioni e l'integrità delle connessioni" ha
dichiarato l'autore di questa ricerca, David Ziegler.
La scoperta implica che le terapie, la dieta o l'esercizio fisico che
servono a migliorare la qualità della materia bianca del cervello
possono rappresentare un nuovo modo
per combattere il tipico declino mentale che si sperimenta in età
anziana.
Lo studio è stato pubblicato nella edizione online di Neurobiology of
Ageing.
Genn 09
PASSARE DAL COMUNISMO AL CAPITALISMO E' COSTATO MOLTE VITE UMANE
Sono stati condotti degli studi
sugli ex Paesi Comunisti
dell'Unione Sovietica, Russia inclusa, che a partire dagli anni
Novanta furono sottoposti a programmi
di privatizzazione, a seguito del
crollo dei regimi comunisti. Questi studi hanno rivelato che
il drammatico cambiamento epocale in quella zona dell'Europa, ha
causato un grande aumento nella
mortalità maschile, soprattutto in alcuni di questi Paesi.
La scoperta è stata pubblicata su Lancet Online First. Gli autori,
della London School of Hygiene & Tropical Medicine e delle Università
di Oxford e Cambridge, hanno analizzato i tassi di mortalità negli
uomini in età lavorativa (15-69 anni)
nei Paesi dell'Est europeo e nell'ex Unione Sovietica
fra il 1989 ed il 2002.
Risultato: Si è scoperto che
i programmi di privatizzazione di massa sono stati associati con una
crescita nella mortalità maschile di breve periodo, con un
tasso del 12.8%. La
disoccupazione seguita al
crollo del comunismo, salita al 56%,
è forse il fattore che ha avuto più influenza in questa situazione.
I cinque Paesi che hanno sperimentato il tasso più alto di crescita
della mortalità sono stati: Russia,
Kazakhistan, Lettonia, Lituania ed Estonia. In questi Paesi
la disoccupazione si è triplicata (del
305%) e il tasso di
mortalità è cresciuto del 42%.
Per questi cinque Paesi il cambiamento di regime ha dunque causato uno
shock incredibile, diversamente da altri Paesi che hanno adottato, in
quella circostanza, dei cambiamenti più graduali, come
l'Albania, la Croazia, la Repubblica Ceca, la Polonia e la Slovenia,
che sono nell'ordine i Paesi che hanno risentito di meno dei
cambiamenti e che hanno visto anzi scendere la mortalità maschile del
10%, con una crescita della disoccupazione del 2%.
Oltre alla disoccupazione, altri fattori che sono stati considerati
dai ricercatori associati ad una crescita della mortalità sono:
lo stress, la
diminuzione della qualità delle cure
mediche (che in precedenza si potevano ottenere nei luoghi di
lavoro), le ineguaglianze sociali, la
disorganizzazione sociale e la maggiore corruzione.
Martin McKee della London School of Hygiene & Tropical Medicine,
co-autore dello studio, commenta: "Questo studio si riferisce
anche a Paesi come la Cina e l'India, che si stanno aprendo al
capitalismo in modo graduale e che stanno mettendo a punto delle
apposite istituzioni che si preoccupano di aiutare i lavoratori ad
adattarsi ai nuovi sistemi sociali: essi non hanno visto questo grande
aumento della mortalità. Abbiamo scoperto che quando il 45% della
popolazione era in contatto con almeno una di queste organizzazioni
sociali, non c'era più un legame così forte fra privatizzazioni e
aumento della mortalità'.
David Stuckler, direttore della ricerca, della Oxford University, ha
invece commentato: "Questo studio ci aiuta a capire le conseguenze
cruciali per la salute, delle scelte economiche fatte dai governi".
Links:
London School of Hygiene & Tropical
Medicine (LSHTM), via
AlphaGalileo.
Fonte:
London School of Hygiene & Tropical Medicine (LSHTM) (2009, January
17). Huge Rise In Male Mortality Coincided With Move From Communism To
Capitalism. ScienceDaily. Retrieved January 18, 2009, from
http://www.sciencedaily.com /releases/2009/01/090115081743.htm
Genn 09
GENITORI VIRTUALI PER I FIGLI DEI SOLDATI IN GUERRA
Andare in guerra comporta tanti problemi, fra i quali quello di
stare molto tempo lontani da casa, dai propri figli. Ecco perché il
Governo americano ha pensato all'idea del
"genitore virtuale", che
possa offrire affetto e sostegno ai figli, anche in assenza del
genitore.
Il Dipartimento della Difesa
americano sta per questo
sollecitando proposte
per un programma computerizzato che possa permettere ai bambini di
interagire con la versione virtuale
del genitore-soldato. Questo potrebbe essere usato quando la
chat o il telefono non sono disponibili e non interrompere così del
tutto il rapporto con il genitore assente.
Lo stesso potrebbe essere utilizzato anche con la moglie o il marito
rimasti a casa. Attualmente sono più di 155.000 i bambini che hanno
almeno un genitore in Iraq, in Afghanistan o altrove.
New Scientist
Genn 09
DIMAGRIRE DAL RIDERE
Quando si ride, il cuore batte più velocemente, inviando
maggiore quantità di sangue nel corpo, il petto si alza e si abbassa
continuamente facendo muovere i muscoli dello stomaco, che debbono
lavorare di più. Poi c'è la pelle: i 15 muscoli facciali sono
sottoposti tutti ad un forte esercizio quando si ride. Tutto questo
irrobustisce anche il sistema immunitario, che è così maggiormente
capace di far fronte ad infezioni come la tosse o il raffreddore.
La Dr.ssa Helen Pilcher, neuroscienziata ed attrice, che ha condotto
questa ricerca, ha dichiarato: "Non stiamo consigliandovi di guardare
le sitcom per 24 ore al giorno, ma di considerare che gli abusi
alimentari del Natale potrebbero essere smaltiti anche attraverso
delle risate".
Attenzione: durante le risate è consigliabile non mangiare, perché il
consumo di extra-calorie potrebbe essere controproducente.
La ricerca, commissionata da UKTV Gold, ha scoperto che un'ora di
risatissime riesce a bruciare 100 calorie, equivalenti ad esempio ad
una barretta di cioccolata. Lo stesso ammontare di calorie viene
smaltito, secondo la ricerca, con mezz'ora di sollevamento pesi o con
tre quarti d'ora di faccende domestiche, come ad esempio passare
l'aspiratore.
Genn 09
L'ODORE DEL MASCHIO
Un nuovo studio della Rice University pubblicato nel
Journal of Neuroscience ha scoperto che
alcuni messaggi relazionali ed
affettivi, tra cui quelli sessuali, vengono comunicati attraverso il
sudore. Denise Chen, assistente professore di psicologia
presso la Rice University, ha studiato i modi in cui il cervello
femminile elabora e codifica l'odore
del sudore sessuale di uomini sessualmente eccitati.
Da tempo si sapeva che gli animali
usano gli odori per comunicare, ma lo studio di Chen si è
interessato esclusivamente alle percezioni che avvengono nel cervello
umano, in particolare nel cervello femminile.
L'esperimento si è basato sull'utilizzo della risonanza magentica (fMRI):
19 soggetti femminili dovevano inalare diversi stimoli olfattivi, fra
cui c'era quello del sudore di uomini
sessualmente eccitati.
La ricerca ha mostrato che sono diverse le parti del cervello che
elaborano l' informazione olfattiva: fra esse ci sono la regione
fusiforme destra, la parte destra della corteccia orbitfrontale e la
parte destra dell'ipotalamo.
Questa è una novità: infatti, queste regioni, con l'eccezione
dell'ipotalamo, non sono mai state associate dagli scienziati al
desiderio e al comportamento sessuale.
La scoperta fa comprendere che gli esseri umani si sono evoluti in
modo da rispondere in modo adattivo all'informazione sociale ed
affettiva, anche imparando a
percepire e a distinguere questo genere di segnali.
La ricerca è apparsa sul numero del 31 Dicembre del Journal of
Neuroscience ed è stata patrocinata anche dal National Institutes of
Health.
Link:
Rice University
Fonte:
Science Daily
Genn 09
I
COLLABORATORI DI WIKIPEDIA HANNO PROBLEMI SOCIALI?
Nessuno si aspetterebbe una
notizia del genere e dunque la possiamo considerare veramente una
sorpresa: i collaboratori di
Wikipedia
secondo uno studio condotto da
Yair Amichai-Hamburger
della Scuola di Comunicazione Sammy Ofer di Herzliya, Israele,
sarebbero delle persone con problemi
sociali e con scarse possibilità di ricevere gratificazioni nella vita
reale.
Il team di psicologi ha studiato 69 collaboratori israeliani alla
famosa enciclopedia online e li ha messi a confronto con degli
studenti di pari cultura e ugualmente grandi utilizzatori di Internet.
A tutti è stato dato da compilare un questionario chiamato
Real-Me, per comprendere
come questi soggetti preferivano esprimere la loro personalità: in
rete o nel mondo reale. Inoltre è stato loro somministrato un test di
personalità che prendeva in considerazione
cinque dimensioni del carattere: apertura mentale verso nuove
esperienze ed idee, coscienziosità, estroversione, amicalità, stato
emotivo.
Come Amichai-Hamburger si aspettava,
gli Wikipedians si sentono molto più a loro agio online che
nel mondo reale, ma il loro livello
di amicalità (tendenza ad essere piacevoli e accoglienti
nelle situazioni sociali) e il loro
livello di apertura mentale erano molto bassi. Questo non era
prevedibile.
Amichai-Hamburger ritiene che i collaboratori di Wikipedia non
facciano questo lavoro per semplice altruismo, visto che non vengono
pagati, ma perché hanno problemi nel
mondo reale e dunque questo impegno serve loro come una forma
di compensazione, per poter esprimere la propria personalità in
qualche modo.
Anche secondo una precedente ricerca di
Scott Caplan
della University of Delaware di Newark, è emerso che chi usa siti come
Digg
e
Twitter
ha caratteristiche di personalità molto simili, ovvero un alto livello
di ansia nelle situazioni di gruppo e scarse abilità sociali.
Un recente studio sugli utilizzatori di
YouTube ha mostrato
che anche qui chi carica i video non lo fa per motivazioni
altruistiche, ma per ricevere gratificazioni che non riesce ad avere
nella vita reale.
Il gruppo di psicologi ora si interesserà di
Facebook
per capire se questi social network, basati proprio sulla ricerca di
relazioni sociali, attraggono persone simili o diverse da quelle di
Wikipedia.
Fonte:
CyberPsychology & Behavior (DOI: 10.1089/cpb.2007.0225)
via
NewScientist
Genn 09
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