IN
AMERICA LA PSICOTERAPIA STA DIVENTANDO UN LUSSO
Sebbene il numero delle persone curate per la depressione negli
ultimi dieci anni abbia visto in America un aumento costante ( da 6,5
milioni di persone a 8,7 milioni), l'uso della psicoterapia come
opzione di trattamento, ha continuato a registrare un calo
significativo.
Steven Marcus, psicologo che lavora presso il Veterans Affairs Medical
Center di Philadelphia, e il collega Mark Olfson, medico presso la
Columbia University, hanno valutato le tendenze nazionali nel
trattamento ambulatoriale della depressione tra il 1998 e il 2007, con
due indagini rappresentative a livello nazionale.
Tra il 1998 (quando i partecipanti intervistati furono 22.935) e il
2007 (29.370 partecipanti), il tasso di trattamento ambulatoriale
della depressione è aumentato da 2,37 pazienti a 2,88 pazienti ogni
100 persone.
La percentuale di pazienti trattati con farmaci antidepressivi è
aumentata, passando dal 73,8 per cento al 75,3 per cento. Di questi,
la percentuale di anziani che ricevono antidepressivi triciclici o
SSRI è diminuita e la percentuale di coloro che si curano con più
recenti farmaci antidepressivi è aumentata.
Nei pazienti che hanno ricevuto un trattamento per la depressione, la
psicoterapia è scesa dal 53,6 per cento al 43,1 per cento tra il 1998
e il 2007. Ciò riflette una tendenza costante, che si va verificando
dal 1990, da quando cioè l'uso della psicoterapia è diminuito,
scendendo dal 71,1 per cento all'inizio del decennio al 60,2 per cento
nel 1997.
Coloro che hanno scelto come metodo di cura la psicoterapia, hanno
ricevuto un numero medio di sedute inferiore, così come inferiori sono
state le spese rimborsate per queste visite, che si sono ridotte
significativamente. Scrivono gli autori che "c'è stato anche un calo
significativo del numero medio di visite ambulatoriali per persona
trattata."
Non è chiaro se il declino nell'uso della psicoterapia sia dovuto
alle preferenze del paziente o ad altri fattori, tra cui la scarsità
di psicoterapeuti, la mancanza di copertura assicurativa per le spese
sanitarie, o altre barriere, osservano gli autori.
Questo trend che vede un declino dei pazienti che scelgono la
psicoterapia si è riscontrato in particolare nella fascia di età
compresa fra i 35 ed i 49 anni, nei soggetti prevalentemente ispanici,
fra i poco acculturati (meno di 12 anni di scolarizzazione), fra i
disoccupati e gli assistiti dal servizio pubblico.
Questo sebbene le ricerche relative alle preferenze di trattamento
abbiano rivelato che la maggior parte dei pazienti depressi preferisca
la psicoterapia o la consulenza su farmaci antidepressivi, dicono i
ricercatori, i quali aggiungono che "la copertura assicurativa per
la somministrazione di farmaci antidepressivi e di altri farmaci
psicotropi è tipicamente generosa, mentre sono presenti limiti
significativi sulla copertura assicurativa dei servizi di
psicoterapia".
Lo studio è stato pubblicato nel numero di dicembre di Archives of
General Psychiatry.
Fonte: Archives of General Psychiatry, Marcus
SC, Olfson M "National trends in the treatment of depression from 1998
to 2007" Arch Gen Psych 2010; 67(12): 1265-1273.
Dic 2010
COME ESSERE
PIU' PERSUASIVI
Nelle ricerche psicologiche i ricercatori hanno spesso messo a
confronto diversi punti di vista su un determinato argomento, per
capire quale fosse più persuasivo.
Daniel O'Keefe della Università dell'Illinois ha raccolto i risultati
di 107 ricerche simili, condotte in più di 50 anni, su
complessivamente 20.111 partecipanti (O'Keefe, 1999, Communication
Yearbook, 22, pp. 209-249).
La scoperta principale di questa meta-analisi è che, nel presentare
una argomentazione, vanno poste in luce le contraddizioni, ovvero
vanno presentati diversi punti di vista, per poi sceglierne
decisamente uno, a sfavore degli altri. Questo rende più credibili,
perché è come se non si avesse timore di confrontarsi con le idee
opposte alle proprie.
In genere è facile convincere le persone che già la pensano in un modo
simile al nostro, per così dire, predicando ai convertiti. In questa
ricerca però l'autore ha dimostrato che anche questo genere di
audience si mostra maggiormente convinta quando gli argomenti
presentati sono diversi, a favore e contro una determinata tesi.
Allo stesso modo, si potrebbe pensare che le persone con più scarsa
istruzione siano più propense a voler ascoltare solo un aspetto del
problema, per non confondersi le idee: O'Keefe però ha scoperto che,
anche con questo tipo di pubblico, è più convincente mostrare i vari
aspetti del problema.
L'unica eccezione è nella comunicazione pubblicitaria: poiché le
persone sanno quali sono gli scopi del messaggio pubblicitario,
ritengono inutile ascoltare punti di vista diversi.
Un argomento espresso con onestà intellettuale, equilibrato, che
prende in considerazione le diverse prospettive è dunque sicuramente
più convincente, e non fa differenza se queste argomentazioni
contrarie vengono affrontate all'inizio, alla fine o nel bel mezzo del
discorso: l'importante è spiegare perché esse vengono rifiutate.
Fonte:
PsyBlog
Dic. 2010
QUANTO CONTA
L'ACCENTO
In un nuovo studio, da poco
pubblicato sul Journal of
Personality and Social Psychology, la
Dr.ssa Tamara Rakic e i suoi colleghi Prof. Dr. Melanie Steffens e il
Professor Dr. Amélie Mummendey hanno analizzato empiricamente e per la
prima volta l'influenza del linguaggio (in particolare l'accento di
una persona) sulla categorizzazione etnica.
Con il linguaggio non vi è solo una trasmissione di informazioni. Il
linguaggio stesso fornisce molte informazioni sulla persona che parla,
riguardo all'età, al temperamento, allo stato d'animo. Coloro che
hanno un particolare accento, mentre parlano danno informazioni anche
sulla propria origine etnica o geografica.
In passato si riteneva che le indicazioni visive avessero una priorità
nella categorizzazione delle persone sconosciute. La maggior parte
degli studi si sono infatti concentrati sull'aspetto della persona,
mentre l'influenza della lingua parlata ed in particolare l'accento -
è stato finora piuttosto trascurato.
Lo studio: sono state mostrate a dei partecipanti le foto di persone
che potevano sembrare tedesche o italiane, con una breve descrizione
della persona raffigurata. I partecipanti dovevano abbinare delle
affermazioni con le persone raffigurate. In seguito sono stati
aggiunti degli audio che mostravano i vari accenti di queste persone,
di origine tedesca o italiana. Si è visto così che i criteri che
avevano funzionato nei primi abbinamenti non erano più validi quando
era possibile ascoltare la voce di queste persone.
Risultati: i risultati hanno mostrato che i partecipanti si sono
orientati quasi esclusivamente sull'accento per categorizzare le
persone. L'aspetto, una volta che era disponibile la possibilità di
ascoltare la voce della persona, contava molto meno. Secondo Rakic
questa è la prova della grande importanza del linguaggio come fonte di
informazione nella categorizzazione etnica: questa conclusione è in
accordo con l'assunto che l'accento di una persona gioca un ruolo
fondamentale nella sua integrazione sociale.
Fonte: Tamara Rakić, Melanie C. Steffens, Amélie Mummendey.
Blinded by the accent! The minor role
of looks in ethnic categorization. Journal of Personality
and Social Psychology, 2010; DOI:
10.1037/a0021522
via
Science Daily
Dic 2010
SCIMPANZE': LE FEMMINE USANO I BASTONI COME BAMBOLE
Sebbene i giovani scimpanzè, sia di
sesso maschile che di sesso femminile, amino molto giocare con i
bastoni, le femmine sembrano farlo più spesso, trattando questi
bastoni come una madre premurosa farebbe verso i propri bambini.
Lo afferma un nuovo studio pubblicato nell'edizione del 21 dicembre di
Current Biology, una pubblicazione di Cell Press.
I risultati dello studio suggeriscono che la tendenza che hanno le
bambine a giocare con le bambole, presente in tutte le culture, non
sia solo una conseguenza della socializzazione, basata su stereotipi
sessuali, dicono i ricercatori, ma deriverebbe in parte da una
"predilezione biologica".
"Questa è la prima evidenza relativa ad una specie animale in cui si
evidenziano dei diversi modi di giocare, differenti tra maschi e
femmine", ha dichiarato Richard Wrangham dell'Università di Harvard.
Precedenti studi su scimmie in cattività avevano indicato un'influenza
biologica sulla scelta dei giocattoli. Quando alle scimmie vengono
infatti offerti dei giocattoli basati su stereotipi umani differenti
per genere sessuale, le femmine gravitano infatti verso le bambole,
mentre i maschi sono più portati a giocare con i "giocattoli dei
maschi'", come i camion.
Le nuove osservazioni provengono da 14 anni di osservazione della
comunità di scimpanzé Kanyawara nel Kibale National Park, in Uganda.
Wrangham e la coautrice Sonya Kahlenberg del Bates College nel Maine
hanno scoperto che gli scimpanzé utilizzano i bastoni in quattro modi
principali: come sonde per studiare i fori potenzialmente contenenti
acqua o miele, come oggetti armi negli scontri, durante il gioco
solitario o sociale, o portando sempre con sé un bastone.
Wrangham ha detto di aver visto scimpanzè che non si allontanano mai
dal loro bastone, che portano con sé anche per anni e che le femmine
usano questo comportamento più dei maschi.
"Abbiamo pensato che i bastoni potrebbero essere trattati dagli
scimpanzé come se fossero bambole: in tal caso abbiamo ipotizzato che
le femmine giocassero con i bastoni più dei maschi e smettessero di
farlo quando partoriscono dei figli propri", ha detto Wrangham,
aggiungendo che i risultati di questo studio, sembrerebbero confermare
questa ipotesi.
Non è ancora chiaro se questa forma di gioco sia comune a tutti gli
scimpanzé. In realtà, nessuno studio ha riportato in precedenza queste
osservazioni su questo particolare gioco del bastone, nonostante un
notevole interesse tra i ricercatori nel descrivere l'uso degli
oggetti che fanno gli scimpanzé. "Questo ci fa sospettare che quella
osservata sia una tradizione sociale sorta nella nostra comunità e non
in altre", ha detto Wrangham.
Si attendono ora delle conferme da parte di altri ricercatori che
studiano i comportamenti in altre comunità. Per il momento si sa poco
dei giochi dei giovani scimpanzé perché le loro comunità sono piccole
e vi sono sempre pochi soggetti giovani da poter osservare.
Se si dovesse scoprire che questo comportamento si riferisce solamente
agli scimpanzè Kanyawara, "sarebbe il primo caso di una tradizione
mantenuta solo tra i giovani, come le filastrocche e alcuni giochi dei
piccoli umani", ha detto Wrangham.
Questo studio suggerisce comunque che le tradizioni degli scimpanzé
sono più simili a quelle degli esseri umani di quanto si ritenesse in
passato.
Fonte:Young female chimps treat sticks like dolls
Eurekalert
Dic. 2010
NON BISOGNA DIVENTARE SCHIAVI DELL'AUTOSTIMA
"Perché io valgo! " diceva uno slogan molto narcisista de L'Oréal,
ma le ragioni che stanno dietro questo spot fanno comunque riflettere:
il desiderio di stare bene con noi stessi potrebbe diventare per noi
una sorta di ossessione? Secondo una nuova ricerca condotta da Brad
Bushman e dai suoi collaboratori, non solo gli studenti di college
americani hanno una maggiore stima di sé rispetto alle generazioni
precedenti, ma ora il valore attribuito all'autostima sta diventando
più importante del sesso, del cibo, dello stipendio, degli amici, di
un drink.
Il team di ricerca Bushman ha scoperto questa nuova realtà, chiedendo
a decine di studenti di college americani di descrivere il loro cibo
preferito, l'attività sessuale prediletta ecc. e ciò che, a loro
parere, era utile per potenziare la propria autostima (ad esempio:
ricevere un complimento, ottenere un bel voto ecc.). In seguito, gli
studenti dovevano attribuire ad ogni item un voto che indicasse il
loro livello di gradimento. Lo studio ha mostrato così che le attività
di potenziamento dell'autostima hanno raggiunto il livello massimo,
superando qualsiasi altro piacere della vita.
Che cosa significa tutto questo? Il team diretto da Bushman ritiene
che i nuovi risultati siano una conferma del fatto che l'autostima è
davvero un bisogno essenziale dell'essere umano, come sostiene la
psicologia umanistica del pioniere Abraham Maslow.
'Complessivamente, i nostri risultati mettono in luce nuovi e
interessanti risultati su quanto sia importante per le persone
sentirsi degne e preziose' hanno detto i ricercatori. Valorizzare
l'autostima però può incoraggiare il perseguimento di obiettivi
relativi all'immagine di sé, che possono portare a conflitti con gli
altri. I ricercatori concludono che dovremmo imparare a godere delle
cose belle della vita, ma non troppo: non dobbiamo diventare
dipendenti dall' autostima o da altre ricompense, o diventeremo loro
"schiavi", come diceva Fritz Perls [il fondatore della psicoterapia
della Gestalt].'
Fonte: Bushman, B., Moeller, S., and Crocker, J. (2010). Sweets, Sex,
or Self-Esteem? Comparing the Value of Self-Esteem Boosts with Other
Pleasant Rewards. Journal of Personality DOI:
10.1111/j.1467-6494.2010.00712.x via
BPS
Dic. 2010
IL
RITUALE DEI REGALI E LE DIFFERENZE DI GENERE
Il rituale dell'acquisto dei regali di Natale è in atto nei
centri commerciali di tutti i Paesi del mondo (o quasi): capire il
comportamento d'acquisto del proprio partner potrebbe dunque essere
utile per alleviare lo stress nei negozi, secondo un ricercatore
dell'Università del Michigan.
Daniel Kruger della scuola di sanità pubblica ricorda che la raccolta
di piante commestibili e dei funghi è sempre stata tradizionalmente
svolta dalle donne. In termini moderni, le donne possono dunque
pensare di riempire un cesto, selezionando un elemento alla volta,
come hanno fatto per millenni.
Acquisire beni commestibili è sempre stata per la donna una attività
quotidiana, spesso a carattere sociale e talvolta svolta anche con
l'aiuto dei bambini, quando era necessario. Per la raccolta di cibo,
le donne dovevano essere molto abili nello scegliere cibi in base al
colore, alla consistenza, all'odore, per garantire la sicurezza e la
qualità alimentare del cibo che sceglievano per la propria famiglia.
Era necessario conoscere anche i tempi giusti per la raccolta.
In termini moderni, potremmo dunque pensare che le donne usino queste
millenarie capacità nello scegliere i tempi giusti per fare gli
acquisiti, sapendo meglio degli uomini in che periodo dell'anno è più
conveniente andare a comprare determinati oggetti, o in che periodo
essi vengono messi in vendita. Inoltre, le donne hanno bisogno di un
maggiore tempo per scegliere il regalo più adatto per ogni singolo
componente della famiglia.
Gli uomini invece, hanno spesso un elemento specifico in mente, e
dunque vogliono trovarlo, comprarlo e uscire dal negozio. In
tempi ancestrali, era fondamentale per gli uomini tornare a casa con
la provvista di carne il più rapidamente possibile, ha detto Kruger.
Naturalmente questi comportamenti non sono determinati geneticamente e
non valgono per tutti, ma leggerli in questi termini potrebbe
permettere di comprendere meglio i comportamenti del partner in
occasione della scelta dei regali.
Fonte: Shopping differences between sexes show evolution at work,
Eurekalert
Dic 2010
GIOVANI:
PER OTTENERE LA VERITA' BASTA CHIEDERLA
Quando gli adolescenti sono
invitati a fornire testimonianze da utilizzare in tribunale, come si
fa ad accrescere la probabilità che essi diranno la verità? Uno studio
americano sostiene che basta chiedere loro la promessa di essere
sinceri.
Angela Evans e
Kang Lee hanno compiuto uno studio su
circa 100 soggetti di età compresa fra 8 e 16 anni. Essi dovevano
completare un test di 10 domande di vario genere, fra le quali,
all'insaputa dei ragazzi, c'erano due domande "impossibili" ('Chi ha
scoperto Tunisia'? Chi ha inventato la spazzola per capelli?).
Ai partecipanti era stata promessa una ricompensa di 10 dollari se
rispondevano correttamente alle 10 domande, purché non fossero stati
sorpresi a sbirciare le risposte corrette, indicate all'interno del
fascicolo del test. Per il 54 per cento del campione, la tentazione,
come hanno dimostrato le telecamere, è stata troppo grande e sono
stati sorpresi proprio mentre cercavano di sbirciare.
Successivamente, i ragazzi sono stati intervistati. 'Mentre ero fuori
dalla stanza, hai sbirciato qualche risposta?' ha chiesto uno
sperimentatore. L'84 per cento degli "sbirciatori" ha mentito,
affermando di non aver guardato all'interno del fascicolo. Poi hanno
risposto ad alcune domande su cosa pensassero della verità della
menzogna, della moralità e della disonestà. Infine, a tutti i
partecipanti è stato chiesto di promettere di dire la verità, nella
risposta alla successiva domanda. La domanda era la stessa posta in
precedenza: hai sbirciato le risposte? Questa volta solo il 65 per
cento degli "sbirciatori" ha mentito - un miglioramento
statisticamente significativo.
Naturalmente questo primo studio non dimostra che la promessa di dire
la verità sia l'unico motivo della drastica riduzione della menzogna:
forse è stata la discussione sulla moralità, o semplicemente il fatto
che la domanda sia stata posta per due volte.
Un secondo esperimento con un altro gruppo di 41 soggetti fra gli 8 e
i 16 anni è stato identico al primo: l'unica differenza è stata
nella promessa di dire la verità, che questa volta è stata omessa.
C'era ancora la discussione sulla moralità e la doppia richiesta al
partecipante, che doveva dire se effettivamente avesse sbirciato le
risposte. I risultati di questo secondo test sono i seguenti: l'82 per
cento degli "sbirciatori" ha mentito la prima volta, quando è stato
chiesto loro se avessero guardato le risposte. Quando è stato chiesto
loro di nuovo, dopo le domande sulla moralità, il 79 per cento ha
mentito ancora - con nessuna modifica in termini di significatività
statistica.
I soggetti del primo esperimento, cui era stato chiesto di promettere
di dire la verità, hanno mostrato che la probabilità di dire la
verità si era moltiplicata di otto volte rispetto ai soggetti del
secondo esperimento.
'Nelle interviste condotte in tribunale con bambini e adolescenti, i
poliziotti, gli assistenti sociali, gli avvocati potrebbero utilizzare
la tecnica della promessa di dire la verità,' hanno detto i
ricercatori. 'La probabilità di ottenere dichiarazioni veritiere può
così aumentare.'
Fonte:
Evans AD, and Lee K (2010). Promising to tell the truth makes 8- to
16-year-olds more honest. Behavioral
sciences and the law PMID:
20878877 via
BPS
Dic. 2010
GLI HIPPIES ERANO
MALATI DI MENTE?
Nel 1972, lo psichiatra colombiano Miguel Echeverry pubblicò un
libro nel quale sosteneva che gli hippies non erano una sottocultura
giovanile, come venivano spesso considerati, ma l'espressione di una
malattia mentale distinta e che pertanto dovevano essere curati in
modo aggressivo, per evitare che la loro malattia si diffondesse
viralmente tra la popolazione.
Il libro si chiamava Psicopatologia y existencia del Hippie
(Psicopatologia ed esistenza dell'Hippy) e quello che segue è un brano
tratto dal libro:
Il vero hippy è un individuo con una disposizione ereditaria alla
psicopatologia, che si è abbandonato, che ha completamente trascurato
la sua igiene e le modalità corrette di auto-presentazione, che si è
lasciato crescere i capelli e la barba, che è vestito in modo
bizzarro, eccentrico e ridicolo, che indossa una moltitudine di anelli
, collane, perline e altre stravaganze, che si oppone a tutte le
costruzioni sociali e familiari, ora e in futuro, che non considera il
lavoro produttivo e nobile, che irresponsabilmente e cinicamente
promuove il culto del libero amore, che promuove aggressivamente il
disprezzo per le convenzioni morali, sociali e religiose, che
paradossalmente predica l'abolizione della proprietà privata, che si
cura da solo con farmaci nocivi, come marijuana, LSD, anfetamine,
ipnotici, mescalina, psylocybin, sedativi ed eroina ecc per evitare in
modo malato e ribelle la triste realtà della vita.
Il libro non contiene un solo riferimento a qualsiasi studio
scientifico o clinico, anche se definisce 5 sottogruppi della
"malattia mentale hippy": 1) disagio nelle relazioni personali e
problemi di tipo autistico, 2) Hippies aggressivi, 3) Hippy con
comportamento inadeguato e relazioni familiari scarse, 4) Hippies con
problemi emotivi, e 5) Hippies anormali, invertiti e perversi.
Il dottor Echeverry riteneva che vi fosse una forte componente
ambientale e genetica nella psicopatologia hippy.
Nel libro era inclusa anche la pubblicità di un farmaco, il Lucidril,
che non a caso veniva proposto come 'trattamento' per gli hippies
(e non sorprende che il libro sia stato sponsorizzato proprio dai
produttori del farmaco...)
Considerando il tono del libro, e il fatto che l'autore conclude la
sua trattazione sostenendo che l'essere hippy sia del tutto analogo ad
avere un problema di schizofrenia, è interessante osservare che
Lucidril non è un antipsicotico, ma il nome commerciale di un composto
poco conosciuto, chiamato meclofenoxate, un farmaco che sembra
debolmente efficace per migliorare i problemi di memoria.
Il dottor Echeverry cita anche il caso degli "pseudo-hippies", che
ritiene siano in realtà solo dei giovani dalle menti deboli i quali,
una volta curati con i farmaci "giusti", potranno tornare
tranquillamente alla normalità.
Non è un sogno. E' un aspetto poco nobile della psichiatria,
bellezza!
Fonte:Mind
HacksDic.
2010
NASCERE A DICEMBRE E' UN HANDICAP CHE DURA TUTTA LA VITA
Per fare una brillante carriera
scolastica non bisogna essere Sagittario o Capricorno della prima
decade. Una previsione seria e da mettere in conto ma, tranquilli,
l'astrologia non c'entra. C'entra invece la data di nascita.
Julien Grenet, ricercatore di economia presso il CNRS francese, ha
dimostrato che le persone nate nel mese di dicembre hanno maggiori
probabilità di trovarsi in svantaggio rispetto ai loro coetanei nati
negli altri mesi dell'anno ed in particolare nel mese di Gennaio.
I bambini di dicembre sarebbero intellettualmente meno maturi dei loro
compagni più "anziani" e per questo nelle valutazioni scolastiche
potrebbero ricevere delle valutazioni più basse, specialmente nella
scuola primaria e fra i soggetti provenienti da ambienti svantaggiati.
Il problema è che, secondo il ricercatore, il bambino nato a
Dicembre si porta dietro questo handicap per tutta la vita, visto che
influisce sulla sua istruzione e sulla sua carriera.
Ad esempio, la probabilità di ripetere un anno è due volte più elevata
per gli studenti di 11 anni nati a dicembre. A 15 anni, il 51% di
loro, contro solo il 35% dei nati in gennaio, ha ripetuto un anno
scolastico. Il ricercatore di economia presso il CNRS e l'Ecole
d'Economie de Paris rileva inoltre che la probabilità aumenta ancora
di più fra i "Dicembristi" di 11 anni socialmente svantaggiati,
rispetto a quelli provenienti da ambienti più privilegiati.
Il ritardo nel curriculum scolastico porta ad una maggiore probabilità
di lasciare la scuola con un diploma di istruzione professionale,
piuttosto che una licenza liceale. L'impatto del mese di nascita sui
diplomi penalizza più i maschi che le femmine: fra i maschi si nota
una riduzione del livello complessivo dei titoli di studio conseguiti
al termine della scolarità; nelle femmine, l'effetto del mese di
nascita si concentra sul tipo di diploma (professionale e non
liceale). Le donne continuano la scuola più a lungo dei maschi, ma si
specializzano in settori non particolarmente qualificati.
Questa differenza di qualificazione ha naturalmente un impatto anche
sui salari, anche se è minima. Julien Grenet, dimostra che vedere la
luce nel mese di dicembre influisce sia sul livello di istruzione che
sul tipo di formazione. I "dicembristi" hanno buste paga più leggere
delle persone nate a Gennaio: del 2,3% per gli uomini e dello 0,7% per
le donne. Questa differenza media dell'1,5% rappresenta un deficit di
12.000 euro su una carriera di 42 anni, ha calcolato Le Monde. Essere
nati nel mese di dicembre rende inoltre più difficile vincere i
concorsi pubblici (- 1 punto percentuale) ed aumenta dello 0,5% il
rischio di rimanere disoccupati.
Queste disuguaglianze in difficoltà legate all'età e alla scuola si
trovano anche all'estero, anche se in mesi diversi (e dunque
l'astrologia proprio non c'entra!). Nel Regno Unito, ad esempio, le
classi sono composte da studenti nati tra il 1 settembre e il 31
agosto e gli studenti svantaggiati sono quelli nati in Agosto.
Conclusione pratica: Julien Grenet suggerisce che i voti dei bambini
più piccoli nella scuola primaria siano ponderati secondo il loro mese
di nascita.
Dr.
Giuliana Proietti, psicoterapeuta, Ancona
Fonte:
Le Figaro
Link:
Le mois de naissance influence-t-il les
trajectoires scolaires et professionnelles? Une évaluation sur données
françaises pdf
Immagine: Josephine Diebitsch Peary: The Snow Baby, Frederick
A. Stokes Company, New York. A true story with true pictures, 1901
da
Wikimedia
I SEGNI PRECOCI DELL'ALZHEIMER
La malattia di Alzheimer è un processo degenerativo cerebrale,
accompagnato da problemi di memoria, pensiero e comportamento.
Questi sono i segni premonitori, da tenere in considerazione:
# 1: La perdita della memoria è il segno più comune dell'Alzheimer. I
pazienti dimenticano in particolare ciò che hanno appreso nel recente
passato, le date importanti e gli eventi, chiedono le stesse
informazioni più volte e si affidano ad altri per attività che prima
erano in grado di gestire da soli.
# 2: La concentrazione diventa difficile nei pazienti precoci. Di
conseguenza, questi pazienti necessitano di maggiore tempo per
completare lo stesso compito. Essi hanno difficoltà a seguire una
ricetta ben conosciuta o la registrazione delle bollette mensili. La
loro capacità di fare i conti si modifica con l'insorgenza di questa
malattia.
# 3: L'incapacità di comprendere e ricordare le date, le stagioni e il
trascorrere del tempo sono alcune delle caratteristiche del morbo di
Alzheimer.
# 4: Problemi alla vista. Le persone con malattia di Alzheimer hanno
difficoltà nella lettura, nella determinazione del colore e del
contrasto. Essi sono anche soggetti a percezioni sbagliate, come
osservare la propria immagine in uno specchio, pensando si tratti di
un'altra persona.
# 5: Problemi con il vocabolario. I pazienti di solito si bloccano
nel bel mezzo di una conversazione perché non sanno come continuare.
Spesso non riescono a trovare la parola corretta.
# 6: Perdere gli oggetti. Questi soggetti tendono a disporre le cose
in luoghi insoliti, spesso dimenticandoli, e per questo spesso
accusano i familiari di averle rubate.
# 7: Capacità di giudizio. Le persone con malattia di Alzheimer
mostrano una diminuzione della loro capacità di giudizio. Essi non
riescono a prendere decisioni su questioni che riguardano il denaro,
diventano facilmente tele-dipendenti e disattenti nei confronti
dell'igiene personale.
# 8: Ritiro da progetti di lavoro, sport, hobby e attività sociali.
Seguire la propria squadra preferita o un hobby diventa molto
impegnativo.
# 9: Cambiamenti di umore e personalità. Confusione, sospetto,
depressione, paura e ansia prendendo il sopravvento. Quando sono fuori
della loro "zona di sicurezza", si sentono facilmente perturbati,
anche se sono in un ambiente conosciuto (casa, lavoro o con gli
amici). Essi diventano incapaci di portare a termine i loro compiti
quotidiani.
Fonte:
MedicalDaily
Nov. 2010
MADRI STRESSATE, LINGUAGGIO DEI SEGNI E CORSI ALLA MODA
Uno studio, condotto su178 madri, ha scoperto che coloro che portavano
i loro figli a dei corsi di linguaggio dei segni erano molto più
stressate rispetto alle mamme che non lo facevano.
Si tratta di corsi che stanno prendendo piede nei Paesi anglofoni.
Questi corsi si propongono di fare apprendere, sia al bambino che alla
madre, un linguaggio dei segni condiviso, nel tentativo di permettere
la comunicazione con i neonati ancor prima che essi acquisiscano il
linguaggio verbale.
Talk Tiny,
una società britannica, organizza più di 400 corsi ogni settimana.
Lo scopo dichiarato è quello di anticipare l'acquisizione del
linguaggio nei bambini e migliorare la comunicazione genitori-figli,
in modo da alleviare lo stress dei genitori.
E' proprio questa ultima affermazione che Neil Howlett e i suoi
colleghi hanno voluto esaminare, studiando i livelli di ansia delle
madri che frequentano questi corsi. Ottantanove madri ed i loro
bambini sono stati dunque confrontati con 89 madri che non avevano
fatto il corso.
Il questionario utilizzato è il Parenting Stress Index (PSI), composto
di 120 items, per misurare i livelli di stress delle madri. Risultato:
Le madri che hanno frequentato questi corsi sono risultate più
stressate di quelle che non li avevano fatti, ma poiché i ricercatori
non hanno misurato il livello di stress di queste donne prima
dell'inizio dei corsi, non sappiamo se si tratta di persone
particolarmente ansiose di natura, o se l'ansia sia venuta loro a
causa della frequentazione del corso.
Il team dei ricercatori tende a ritenere che probabilmente queste
mamme erano già particolarmente stressate quando hanno deciso di
frequentare il corso, il che correla anche con
ricerche
precedenti.
Questi corsi, in ogni caso, non sembrano migliorare la situazione,
semmai è vero il contrario.
Fonte:
Research Digest Blog
Ott. 2010
L'USO
DELLA IMPRECAZIONE NEL DISCORSO PERSUASIVO
Anche se l'argomento è inattaccabile, anche se tutto è stato spiegato
tutto nel migliore dei modi, se chi parla non sembra per primo credere
a quello che dice, perché dovrebbero crederci gli altri? La mancanza
di un po' di passione nei propri ragionamenti potrebbe far fatalmente
fallire tutti i nostri tentativi di convincere gli altri del nostro
punto di vista.
E' importante dunque convincere gli altri anzitutto di una cosa: che
siamo convinti di ciò che diciamo.
Un modo non convenzionale per farlo è quello di utilizzare nel
discorso delle leggere imprecazioni o ex "parolacce" diventate però di
uso abbastanza comune, tanto da essere considerate "leggere". Il primo
problema che si corre è il rischio di perdere credibilità e apparire
poco professionali.
Per capire se l'imprecare può essere d'aiuto nel convincere gli altri,
Sagarin Scherer (2006) ha suddiviso gli 88 partecipanti al suo studio
in tre gruppi. Essi dovevano assistere a tre discorsi leggermente
diversi. L'unica differenza tra gli interventi era nel fatto che un
discorso conteneva una leggera imprecazione alla partenza ( damn it,
cioè accidenti, dannazione):
"... L'abbassamento delle tasse scolastiche non è solo una grande idea
ma, dannazione, è anche la cosa più ragionevole per tutte le parti
coinvolte".
Il secondo discorso conteneva la 'parolaccia' alla fine del discorso e
il terzo non la conteneva per niente.
Quando sono stati misurati gli atteggiamenti dei partecipanti, si è
visto che essi erano stati particolarmente influenzati dal discorso
con la leggera parolaccia, all'inizio o alla fine del discorso.
E' emerso inoltre che la parolaccia ha accresciuto l'attenzione del
pubblico ed è proprio questo ad aver migliorato il livello generale di
persuasione. La leggera imprecazione non ha inoltre influenzato la
credibilità del parlante in chi lo ascoltava.
Si può dire dunque che una leggera imprecazione può essere utile,
anche in una situazione relativamente formale, come una lezione.
Quando si mostra qualche sentimento, o si parla con sincerità, chi
ascolta prende più a cuore il messaggio.
Quanto ci si può spingere lontano con la parolaccia? Nel film del
1939 Via col Vento, dopo la famosa frase di Rhett Butler "Francamente,
mia cara, me ne infischio", il produttore David Selznick, è stato
multato per 5.000 dollari, a causa di questo sfogo considerato troppo
'scioccante'.
Era molto tempo fa, ma questo non significa che, ancora oggi,
un'imprecazione troppo forte non possa essere pregiudizievole per la
credibilità del parlante. Un'imprecazione "dolce" tuttavia è sempre
efficace nel convincere gli altri, per un motivo molto preciso: perché
è così umana...
Fonte:
Spring
Ott. 2010
IL
DILEMMA DEL PRIGIONIERO E IL COMPORTAMENTO PRO-SOCIALE
Un dilemma è una scelta fra due opposte soluzioni, ugualmente
difficili da prendere. Un dilemma sociale invece si ha quando si è
indecisi fra soluzioni che favoriscono sé stessi o la collettività.
In questi dilemmi, se si decide di massimizzare i propri guadagni
personali, si può danneggiare il gruppo e viceversa.
L'aneddoto classico del dilemma sociale è quello detto "del
prigioniero": due criminali sono separatamente interrogati dalla
polizia su un crimine che hanno commesso. La polizia ha prove
sufficienti per mettere entrambi i criminali in prigione per un breve
periodo di tempo, ma i moventi principali del delitto non sono ancora
chiari. Di qui la polizia fa la seguente proposta a ciascuno dei
criminali: 'confessa e raccontaci i dettagli del delitto e la tua
sentenza sarà ridotta di qualche anno, mentre quella del tuo amico
sarà aumentata di parecchi anni!' In questo contesto, ciascuno dei
criminali può ridurre la sua pena, confessando alla polizia, ma se
entrambi confessano, finiscono per andare in prigione per un tempo più
lungo di quanto avrebbero fatto se fossero entrambi rimasti in
silenzio.
Negli esperimenti di scienze sociali, i partecipanti sono spesso
chiamati a interagire in versioni computerizzate di questo
gioco-dilemma del prigioniero ed i risultati di questi test vengono
molto utilizzati nell'analisi del comportamento cooperativo e dei
fattori che possono influenzare l'evoluzione della cooperazione nelle
società, umane e non umane.
Una delle scoperte più sorprendenti di questi studi è stata la
mancanza evidente di differenze comportamentali fra i due generi:
uomini e donne sembrano mostrare tassi praticamente identici di
cooperazione. Ciò è sorprendente, non solo perché va contro cliché
stereotipati sui ruoli sessuali e di genere, ma anche perché sembra in
contrasto con le teorie della psicologia evolutiva, le quali
sostengono l'idea che uomini e donne dovrebbero manifestare un
comportamento diverso quando si tratta di cooperazione, se non
quantitativamente, almeno qualitativamente. (Ad esempio Kitayama ha
sostenuto in uno studio del 1991, che gli uomini si basano
principalmente concezioni autonome - independent self-construal-,
mentre le donne si basano su concezioni scaturite dall'interazione con
altre persone - interdependent self-construal - e dunque per le donne
i legami sociali sarebbero più importanti che nell'uomo, per
indirizzare i propri comportamenti).
Gli psicologi Baumeister e Sommer sostengono invece, in uno studio del
1997 che:
"I legami sociali sono [...] altrettanto importanti per gli uomini e
le donne, ma in modo diverso. Gli uomini cercano rapporti sociali in
gruppi più grandi, con l'obiettivo di raggiungere una posizione
favorevole nella gerarchia sociale, mentre le donne cercano relazioni
in piccoli gruppi, o anche relazioni a due ".
Queste apparenti discrepanze con l'evidenza empirica sono sembrate
abbastanza interessanti ad un gruppo di economisti, guidati da Gary
Charness della University of California a Santa Barbara, e da Aldo
Rustichini della University of Minnesota. Questi ricercatori
sostengono che gli esperimenti fatti in laboratorio sono falsati dalla
mancanza di soggetti che osservano la scena. Questo elemento è invece
molto importante, perché la psicologia evolutiva sostiene la necessità
di attuare comportamenti diversi, fra uomini e donne, proprio per
inviare ad altri dei messaggi.
Al fine di correggere questo limite - o per verificare l'ipotesi che
il dilemma del prigioniero giocato di fronte ad un pubblico potrebbe
produrre risultati differenziati per uomini e donne - i ricercatori
hanno progettato un esperimento con 234 partecipanti.
Tutti i partecipanti sono stati inseriti in modo casuale in gruppi di
20 persone, e poi è stato presentato il dilemma del prigioniero,
mettendo in competizione due soggetti o due gruppi di soggetti. Ogni
"giocatore" era seguito dal suo gruppo (in group), mentre l'altro era
osservato da membri del gruppo avverso (out group).
Con ulteriori separazioni tra i gruppi esclusivamente maschili,
esclusivamente femminili e misti, i ricercatori sono stati in grado di
produrre diversi dati sul comportamento differenziato di uomini e
donne nel dilemma del prigioniero, davanti ad un pubblico.
I risultati sono questi:
Complessivamente gli uomini e le donne sono stati di nuovo trovati
simili nei livelli esibiti di cooperatività. Tuttavia, la tendenza a
cooperare in questo nuovo progetto è stata strettamente dipendente
dalla tipologia degli osservatori. Gli uomini cooperano di meno quando
sono guardati da membri del proprio gruppo, piuttosto che quando sono
osservati dal gruppo dell'avversario. Le donne mettono in atto il
modello opposto: esse cooperano di più quando si sentono osservate
dalle persone del proprio gruppo; molto meno lo fanno quando sono
osservate solo da membri dell'altro gruppo.
In sintesi, i risultati supportano l'ipotesi di risposte
qualitativamente diverse, tra uomini e donne, ai dilemmi sociali. Dal
punto di vista evolutivo si può sostenere che:
"Mentre sia i maschi che le femmine desiderano ottenere l'approvazione
dei membri del proprio gruppo, le azioni ritenute socialmente
desiderabili differiscono tra i due generi. Gli uomini desiderano
manifestare il loro valore personale, mentre le donne desiderano
segnalare agli altri che i loro comportamenti sono cooperativi."
Gli uomini mostrano quindi il loro attaccamento alla propria comunità
nel mondo esterno, di fronte a membri diversi da quelli della propria
gente, mentre le donne tendono a manifestare il loro interesse per la
comunità quando sono fra i membri del proprio gruppo. Ergo: è vero,
dicono i ricercatori, dal punto di vista quantitativo non c'è nessuna
differenza fra i due generi sessuali nei comportamenti pro-sociali
individuati nel gioco del dilemma del prigioniero, ma si tratta solo
della somma algebrica di due comportamenti, che differiscono
sostanzialmente nella qualità.
Lo
studio si trova nel sito web della UCSB, economics department.
Fonte:
Psychology Today
Ottt. 2010
QUANTO
CONTA LA PRIMA IMPRESSIONE NEGLI UOMINI
Un nuovo studio, pubblicato su Applied Cognitive Psychology ha
scoperto che i ragazzi di sesso maschile tendono, in generale, a
ricordare l'interesse sessuale iniziale di una ragazza (attrazione o
rifiuto) specialmente quando questa è considerata attraente, è vestita
in modo provocante o esprime interesse sessuale.
Nello studio, a degli studenti di scuola superiore sono state mostrate
delle immagini a figura intera di ragazze coetanee, che esprimevano
segnali di interesse sessuale o di rifiuto.
La maggior parte dei ragazzi ha mostrato una memoria eccellente per le
ragazze che avevano inizialmente giudicato "interessate al sesso".
I ragazzi considerati come soggetti a rischio, nel senso che avrebbero
potuto mettere in atto qualche violenza sessuale, hanno mostrato di
avere una memoria molto più labile riguardo all'interesse verso il
sesso mostrato dalle ragazze nelle immagini visionate. Secondo Teresa
Treat, autrice dello studio, "il non ricordare esattamente il livello
di ineteresse sessuale mostrato da una donna potrebbe portare questi
uomini a mettere in atto delle avances sessuali non desiderate dalla
donna, facendoli sentire poi frustrati per il rifiuto subito. Al
contrario, i ragazzi di cui si sapeva che avevano avuto storie d'amore
con le ragazze del college, mostravano di avere una migliore memoria
degli aspetti relativi all'interesse o al rifiuto nelle immagini
mostrate".
Questo suggerisce che i violenti si preoccupano poco delle emozioni
provate dal potenziale partner, mentre chi cerca storie serie osserva
con attenzione e ricorda ciò che la ragazza gli ha fatto capire circa
la sua disponibilità sessuale, già all'inizio della loro conoscenza.
Giuliana Proietti
Fonte:
Medical News Today
Ott. 2010
AUTISMO E MENZOGNA
I bambini autistici dicono bugie "bianche" per proteggere i sentimenti
degli altri, ma non sono molto bravi a coprire le loro bugie, secondo
uno studio della Queen's University.
Lo studio, condotto dalla docente di psicologia Beth Kelley e dalla
dottoranda Annie Li, è uno dei primi studi scientifici sulla menzogna
e l'autismo.
"I risultati sono sorprendenti perché si sa che i bambini autistici
hanno difficoltà ad apprezzare i pensieri e i sentimenti delle altre
persone, quindi non ci aspettavamo che loro mentissero per evitare di
dire delle cose che potevano ferire gli altri," ha dichiarato la
Kelley.
In un esperimento, ad alcuni bambini autistici è stato detto che
stavano per ricevere un grande dono, quindi è stata consegnata loro
una saponetta. Quando è stato chiesto loro se avevano gradito il dono
ricevuto, essi hanno risposto di sì, oppure hanno fatto dei cenni con
il capo, invece di dire o di far capire che erano rimasti delusi.
I ricercatori definiscono questa menzogna "pro-sociale" in quanto
viene detta per mantenere buone relazioni con gli altri.
In un secondo esperimento, ai bambini sono stati dati degli indizi via
audio ed è stato loro chiesto di cercare un oggetto nascosto. La
maggior parte dei bambini ha individuato con facilità l'oggetto
nascosto (ad esempio trovare un pollo dopo aver ascoltato il suo
verso). Poi però è stato fornito un indizio volutamente difficile
(musica di Natale abbinata con un pupazzo Elmo) - per usarlo come
prova per verificare il comportamento dei bambini riguardo alla
menzogna.
Dopo che era stata mandata la musica di Natale, lo sperimentatore ha
lasciato la stanza. In seguito è stato chiesto ai bambini se, durante
l'assenza dello sperimentatore, essi avessero sbirciato nella stanza
per trovare l'oggetto. Sia i bambini autistici sia i non autistici
hanno risposto che non l'avevano fatto, mentendo. Quando è stato
chiesto loro che idea si erano fatti, quale poteva essere l'oggetto da
abbinare alla musica di Natale, i bambini non autistici hanno capito
meglio degli altri che non dovevano dare la risposta corretta,
altrimenti sarebbero stati scoperti, e dunque hanno risposto "Babbo
Natale" o "albero di Natale".
Lo studio è stato accettato per la pubblicazione sul Journal of Autism
and Developmental Disorders.
Ott. 2010
QUANDO UN'AZIENDA E' IN CRISI SI CHIAMA UN MANAGER DONNA
La maggior parte delle grandi aziende e dei Paesi del mondo sono
guidati da uomini. Le donne vengono chiamate a ricoprire una posizione
di leadership quando un'organizzazione è in crisi - un fenomeno noto
come "la scogliera
di vetro".
Esempi recenti del fenomeno: la nomina di Elsenhans Lynn come
amministratore delegato della compagnia petrolifera Sunoco nel 2008,
subito dopo che le azioni della compagnia avevano dimezzato il loro
valore, oppure l'elezione di Johanna Sigurdardottir come primo
ministro d'Islanda, subito dopo che l'economia del suo Paese era
rimasta paralizzata a causa della recessione globale.
Un nuovo studio suggerisce che il fenomeno dovrebbe essere
interpretato in questo senso: non è che le donne siano viste come
persone che hanno delle qualità maggiori degli uomini per far fronte a
momenti di crisi, ma piuttosto che gli uomini sono a quel punto visti
come privi di questi attributi...
(Come dire: peggio di così non può andare: proviamo con una donna!)
Susanne Bruckmüller e Nyla Branscombe hanno cercato di capire in primo
luogo quando "la scogliera di vetro" è più probabile che si verifichi.
Hanno per questo studiato il modo di ragionare di 119 soggetti di
entrambi i sessi i quali dovevano decidere, in un esperimento in
laboratorio, quale doveva essere il capo di una società di prodotti
alimentari biologici. Risultato: i partecipanti erano più propensi a
scegliere come leader un candidato-donna se la società era descritta
in stato di crisi e se gli ultimi suoi tre leader erano stati tutti
maschi. Se i precedenti manager erano stati tutti di sesso femminile,
c'erano le stesse probabilità di selezionare un candidato di sesso
maschile o femminile.
Questa scoperta suggerisce che la scogliera di vetro ha a che fare con
persone che credono che un cambiamento dello status quo (da leader
maschio ad una femmina) è ciò che serve in caso di crisi. Tuttavia,
questa spiegazione non è apparsa "scientifica", in quanto il modello
inverso non è stato trovato. I partecipanti infatti non hanno mostrato
alcuna tendenza a scegliere un candidato di sesso maschile per una
società in crisi che aveva avuto in precedenza tre capi donne.
Un secondo studio ha esplorato il ruolo di leadership e gli stereotipi
di genere in 122 soggetti, uomini e donne, i quali dovevano scegliere,
naturalmente in modo fittizio, il leader più adatto per una catena di
supermercati descritti come "fiorenti" o "in crisi". I possibili
candidati al ruolo di manager erano uomini e donne, presentati con
aggettivi che esaltavano gli stereotipi maschili (ad esempio
"competitivo") o femminili (es. "abilità nella comunicazione").
Infine, i partecipanti dovevano valutare l'idoneità di ciascun
candidato e dichiarare chi avrebbero assunto.
Risultato: in un contesto di successo, il candidato di sesso maschile
viene giudicato più adatto per il ruolo ed ha maggiori probabilità di
essere selezionato - una replica della parzialità frequentemente
osservata nella vita reale. Più intrigante è che, in un contesto di
crisi, i partecipanti attribuiscano un minor valore al candidato di
sesso maschile, giudicandolo meno adatto per il ruolo manageriale.
Il contesto di crisi non migliora tuttavia le qualità attribuite al
candidato femminile, né la percezione della sua idoneità: la scelta
avveniva solo in quanto il candidato di sesso maschile era visto come
meno adatto e privo dei necessari attributi per la posizione di
leadership.
'I nostri risultati indicano che le donne si trovano in posizioni di
leadership precarie perché non vengono scelte in quanto apprezzate
dagli altri, ma solo perché gli uomini non sembrano più adeguati per
il ruolo' hanno spiegato Bruckmüller e Branscombe.
Conclusioni: quando le donne possono godere del ruolo di leadership
(a) non è perché sembrano meritarlo, ma perché gli uomini non sembrano
adeguati e (b) ciò si verifica solo quando, e perché, c'è la crisi e
dunque c'è meno bottino da spartirsi.
Fonte: Bruckmüller, S. & Branscombe, N. (2010). The glass cliff: When
and why women are selected as leaders in crisis contexts. British
Journal of Social Psychology, 49 (3), 433-451 DOI:
10.1348/014466609X466594 via
Research Digest Blog
Ott.
2010
LINGUAGGIO COORDINATO: SI PUO' PREDIRE SE DUE PERSONE ANDRANNO
D'ACCORDO?
"Quando due persone iniziano una conversazione, di solito cominciano a
parlare allo stesso modo nel giro di pochi secondi".
Lo afferma James Pennebaker, professore di psicologia presso
l'Università del Texas a Austin e autore del nuovo studio pubblicato
sul numero di settembre del Journal of Personality and Social
Psychology.
"Questo accade anche quando le persone cominciano a leggere un libro o
a guardare un film. Non appena termina il film o sfogliano l'ultima
pagina del libro, si trovano a parlare come l'autore o i personaggi
principali." Questo particolare effetto in inglese viene definito: "language
style matching" (linguaggio coordinato).
Pennebaker e colleghi hanno monitorato l'uso del linguaggio su 2.000
studenti di college, i quali dovevano svolgere dei compiti scritti che
venivano loro assegnati con uno stile di linguaggio differente. I
risultati hanno confermato che questo adeguamento allo stile
linguistico osservato nel linguaggio parlato si estende anche alla
parola scritta. Quando la richiesta veniva infatti inoltrata
utilizzando poche e confuse parole, gli studenti rispondevono al
quesito con poche e confuse parole. Se la richiesta assumerva un tono
casual, gli studenti rispondevano in modo casual, con i termini tipici
del linguaggio parlato.
Successivamente, i ricercatori hanno utilizzato dati storici per
scoprire se lo stile "coordinato" del linguaggio potesse rivelare
incomprensioni nella relazione o, al contrario, essere indice di una
vicinanza affettiva fra due persone.
Il loro studio è iniziato con Sigmund Freud e Carl Jung, psicologi che
per sette anni si sono scambiati lettere quasi ogni settimana.
Utilizzando le statistiche sul loro stile di corrispondenza, i
ricercatori sono riusciti a tracciare la relazione professionale fra
questi due uomini, partendo dai loro primi giorni di conoscenza,
quando c'era ancora ammirazione reciproca, fino agli ultimi giorni di
malcelato disprezzo. E' stato preso in considerazione l'uso dei
pronomi, delle preposizioni e di altre parole.
I ricercatori hanno passato al setaccio anche le lettere d'amore fra i
poeti Elizabeth Barrett e Robert Browning, oppure quelle fra Sylvia
Plath e Ted Hughes. E' emerso che le produzioni poetiche dei due
partners erano molto simili durante il periodo più felice dei loro
rapporti e meno sincronizzate verso la fine della relazione.
Il lavoro di ricerca prosegue ora per cercare di comprendere se lo
stile linguistico utilizzato durante una conversazione quotidiana fra
due persone possa permettere di prevedere il tipo di relazione che si
va ad instaurare fra loro.
Fonte:
Live Science
Ott. 2010
IL
MALTRATTAMENTO DEI MINORI E' LEGATO ALLA DISOCCUPAZIONE
"Quando i tempi sono cattivi, i bambini soffrono", ha affermato Robert
Sege, docente di pediatria, Boston University School of Medicine, e
direttore della Divisione di Pediatria ambulatoriale, Boston Medical
Center.
Sege è autore di uno studio presentato il 3 Ottobre presso l'American
Academy of Pediatrics (AAP) National Conference and Exhibition di San
Francisco, nel quale vengono collegati direttamente l'aumento del
tasso di disoccupazione e il maltrattamento dei minori, a distanza di
un anno dalla perdita del lavoro.
I ricercatori hanno esaminato le statistiche della disoccupazione a
livello statale dal Bureau of Labor Statistics, e li hanno confrontati
con i dati del maltrattamento dei minori dalla National Child Abuse
and Neglect Data System (NCANDS), durante gli anni che vanno dal 1990
al 2008. Ogni aumento dell'1 per cento della disoccupazione è stato
associato ad almeno uno 0.50 per 1.000 nell'aumento di maltrattamento
dei minori.
Secondo lo studio dunque, un aumento prolungato dei tassi di
disoccupazione non è solo dannoso per la salute economica del paese,
ma anche per la salute fisica e mentale dei bambini. I bambini
maltrattati subiscono le conseguenze immediate dell' abuso fisico e
sono ad aumentato rischio di effetti sulla salute fisica e mentale,
spesso della durata di decenni.
La disoccupazione negli Stati Uniti è passata dal 4,5 per cento nel
2007 al livello attuale del 9,5 per cento.
Fonte:
Eurekalert
Per la cronaca, in Italia la disoccupazione è passata dal 5,8% del
2007 all'8,5% del 2010 (Messaggero)
Ott. 2010
DISTURBO POST
TRAUMATICO DA STRESS
Dopo aver vissuto un evento potenzialmente traumatico - un incidente
d'auto, un assalto fisico o sessuale, un infortunio sportivo, ecc. -
un bambino su cinque sviluppa un Disturbo Post-traumatico da Stress (PTSD).
E' stato da poco messo a punto un nuovo approccio, che si propone di
aiutare a migliorare la comunicazione tra bambino e chi si prende cura
di lui, a riconoscere e gestire i sintomi dello stress traumatico e ad
insegnare al bambino delle abilità per far fronte ai problemi. Questo
approccio sembra si sia dimostrato utile a prevenire il PTSD cronico
sub-clinico nel 73 per cento dei bambini.
L'intervento, che si chiama Child and Family Traumatic Stress
Intervention (CFTSI), sembra abbia effettivamente ridotto i sintomi di
PTSD nei bambini - ad esempio nel rivivere un'esperienza traumatica,
nei disturbi del sonno, nel torpore emotivo, negli scoppi d'ira o
nelle difficoltà di concentrazione.L'autore è Steven Berkowitz,
professore associato di Clinica Psichiatrica presso la Scuola di
Medicina della Università della Pennsylvania e direttore del Penn
Center for Youth and Family Trauma Response and Recovery. "Questo è il
primo intervento di prevenzione per migliorare i sintomi nei bambini
che hanno vissuto un evento potenzialmente traumatico, e il primo a
ridurre l'insorgenza di PTSD nei bambini" ha affermato. "Se questo
studio verrà replicato e convalidato in studi futuri, tale intervento
potrebbe essere utilizzato a livello nazionale per aiutare i bambini a
superare un evento traumatico, prima che il DPTS si cronicizzi. Lo
studio è ora online nella rivista Journal of Child Psychology and
Psychiatry.
Nello studio, 106 bambini di età compresa fra i 7 ed i 17 anni di età
e un caregiver (chi si prende cura del bambino) sono stati scelti a
caso per quattro sedute con questo nuovo approccio terapeutico e
quattro sedute di una equivalente terapia di sostegno. I bambini
utilizzati per lo studio erano stati sottoposti dai servizi sociali ad
un programma di medicina legale per aver subito un abuso sessuale, o
erano stati segnalati dall'ufficio locale di emergenza pediatrica di
una città del Connecticut.
L'intervento CFTSI è iniziato con una valutazione di base per misurare
la storia del trauma nel bambino e una visita preliminare con la
persona che si prende cura di lui. All'interno delle sessioni,
l'accento viene posto sul miglioramento della comunicazione tra il
bambino e caregiver, così come su altre misure di sostegno. Al termine
delle prime due sessioni, caregiver e banbino decidono insieme un
compito da fare a casa per sviluppare delle abilità comportamentali e
delle tecniche per riconoscere e gestire i sintomi dello stress
traumatico.
Studi futuri dovranno validare l'efficacia di questo intervento, ma i
ricercatori sperano che gli interventi brevi ed efficaci come questo
CFTSI possano essere applicati presto per prevenire lo sviluppo del
DPTS.
Fonte:
Kim Menard, University of Pennsylvania School of Medicine via
Medical
News Today
Ott. 2010
COPPIE E CONFLITTI DI COPPIA
Un nuovo studio sulla coppia matrimoniale ha cercato di scoprire se il
divorzio può essere un fatto prevedibile, a seconda di come i due
partners affrontano i conflitti. Ci si è chiesti in particolare se,
quando ci sono tensioni, risultano più vantaggiosi i comportamenti di
"ritiro", oppure i comportamenti in cui ci si impegna in modo
costruttivo ad affrontare i problemi e risolverli, oppure i
comportamenti "distruttivi", che non sembrano interessati alla
salvaguardia del rapporto.
Si è visto così che se uno dei due coniugi cerca di affrontare i
conflitti in modo costruttivo, discutendo le situazioni con calma,
ascoltando il punto di vista del partner o sforzandosi di capire ciò
che il/la partner sente, mentre l'altro coniuge si ritira in sé stesso
ed evita la comunicazione, questo può avere un effetto dannoso sulla
longevità del matrimonio.
La ricercatrice, Kira Birditt, autrice dello studio pubblicato nel
numero di ottobre 2010 nel Journal of Marriage and Family ritiene che
questo accada perché chi affronta i conflitti in modo costruttivo
potrebbe vedere nel comportamento di ritiro del/della partner una
mancanza di investimento nel rapporto, piuttosto che un tentativo di
raffreddare gli animi.
Al contrario, nelle coppie in cui entrambi i coniugi utilizzano
strategie per affrontare i conflitti in modo costruittivo si
riscontrano tassi di divorzio meno elevati.
Lo studio, sostenuto da un finanziamento ricevuto dal National
Institute of Aging e del National Institute of Child Health and Human
Development, è uno dei progetti di ricerca più grandi e più longevi
sull'osservazione dei conflitti coniugali, avendo esaminato 373
coppie, intervistate quattro volte nell'arco di 16 anni, a partire dal
loro primo anno del loro matrimonio. Lo studio è anche uno dei pochi
ad includere una percentuale abbastanza alta di coppie nere, avendo
così la possibilità di valutare le eventuali differenze nelle
strategie di conflitto e negli effetti.
Sono stati esaminati sia i comportamenti individuali, sia le dinamiche
di coppia e si è poi cercato di capire se i comportamenti all'interno
della coppia cambino nel tempo ed infine se vi sono differenze di
razza o di genere.
Risultati. Sorprendentemente, i ricercatori hanno scoperto che il 29
per cento dei mariti e il 21 per cento delle mogli riferisce di non
aver avuto alcun conflitto nel primo anno del matrimonio - nel 1986.
Tuttavia, il 46 per cento di queste coppie ha divorziato entro i 16
anni dello studio - terminato nel 2002. È interessante notare che,
anche se le coppie avevano segnalato dei conflitti durante il primo
anno di matrimonio, questo non ha poi influito in modo significativo
sui tassi di divorzio. (Il dato lascerebbe pensare che i conflitti del
primo anno tendano nel tempo a rientrare e ad essere meno distruttivi
di quanto potrebbe sembrare).
Nel complesso, i mariti hanno dichiarato di utilizzare comportamenti
più costruttivi rispetto alle mogli, anche se nel tempo le mogli
sembra che imparino ad utilizzare strategie più costruttive nei
riguardi della coppia.
"I problemi che causano il ritiro psicologico delle mogli o l'utilizzo
di modalità di comportamento più aggressive si risolvono con il
tempo", ha affermato Birditt. Del resto, dobbiamo ricordare che la
relazione e la qualità della relazione può essere un argomento molto
centrale nella vita delle donne, molto più di quanto lo sia per gli
uomini. Nel corso del matrimonio, le donne possono essere più propense
a riconoscere che il ritiro dal conflitto o l'utilizzo di strategie
distruttive siano comportamenti né efficaci, né vantaggiosi per il
benessere generale della coppia e la stabilità del matrimonio,
affermano i ricercatori.
Birditt e colleghi hanno scoperto che le coppie nere americane sono
più propense ad evitare il conflitto rispetto alle coppie bianche,
anche se le coppie nere sono meno propense a ritirarsi dal conflitto
nel tempo.
Fonte:
Science Daily
Sett. 2010
IL GENE HOMER SIMPSON
Gli scienziati hanno scoperto il "gene Homer Simpson", un gene che
tende ad impedire la crescita dell'intelligenza.
La ricerca: cancellando un particolare gene nel cervello dei topi, si
è visto che questo li rende più intelligenti. I ricercatori della
Emory University School of Medicine hanno infatti potuto osservare che
disabilitando il gene RGS14 i topi ricordano meglio gli oggetti che
hanno esplorato e imparano a muoversi con maggiore disinvoltura nei
labirinti pieni d'acqua, trovando con più facilità la via d'uscita.
Per questo si è pensato che la presenza del gene RGS14 limiti
l'apprendimento e la memoria (e a questo gene è stato dato
scherzosamente il nomignolo di Homer Simpson).
L'RGS14 è presente in una particolare area dell'ippocampo, chiamata
CA2, una regione che da decenni si ritiene coinvolta nel consolidare
l'apprendimento e la formazione dei nuovi ricordi (anche se vi sono
ancora molte incertezze al riguardo).
L'area cerebrale CA2 è considerata molto resistente ed i neuroni che
sono al suo interno sono capaci di sopravvivere a lesioni da attacchi
epilettici o ictus più di altri neuroni presenti nell'ippocampo.
Per questo i ricercatori si sono stupiti che la disattivazione del
gene RGS14 rendesse la regione CA2 più permeabile ad un potenziamento
di lungo termine (quando in risposta ad una stimolazione elettrica i
neuroni dell'area sviluppano connessioni più potenti).
La domanda sorge spontanea: perché la natura ci avrebbe provvisto di
un gene capace di renderci meno intelligenti? I ricercatori sono
convinti che il quadro complessivo non sia ancora completamente
chiaro. L'RGS14 potrebbe essere un gene importante di controllo
nell'area cerebrale e, quando viene disabilitato, potrebbe inviare
segnali ad altri centri per l'apprendimento e la memoria.
La mancanza di RGS14 non sembra nuocere al topo, ma è possibile che il
suo funzionamento cerebrale venga modificato, in un modo che i
ricercatori ancora non hanno bene identificato.
L'RGS14 è presente anche negli esseri umani. I risultati sono online
su Proceedings of the National Academy of Sciences.
Fonte:
Slate.fr
Sett. 2010
LE PUNIZIONI ECCESSIVE POSSONO LASCIARE UN SEGNO INDELEBILE
Una madre afferra il bambino saldamente per il braccio, gridando e
schiaffeggiandolo ripetutamente in tutte le parti del corpo: quante
volte abbiamo osservato questa scena? Nella maggior parte dei casi
quella madre "difficile" non si rende conto che la punizione che sta
infliggendo al figlio/a lascerà in lui/lei un segno indelebile, che
lo/la porterà a sviluppare dei sintomi d'ansia anche in età adulta.
Lo affermano i ricercatori della Université de Montréal, i quali
stanno appunto studiando come questi genitori violenti possano
pregiudicare lo sviluppo emotivo di un bambino, creandogli disturbi
d'ansia e fobie sociali, ansia da separazione e attacchi di panico.
Françoise Maheu, professoressa presso il Dipartimento di Psichiatria
della Université de Montréal è a capo di un gruppo di ricerca che sta
indagando come l'anatomia e la fisiologia del cervello subiscano
l'influenza di questo tipo di genitori. A breve il gruppo recluterà
120 ragazzi dai 12 ai 17 anni, che verranno divisi in quattro gruppi,
in base a due variabili: il loro stato ansioso e il tipo di relazione
che hanno con i loro genitori. Oltre ai test comportamentali, i
ragazzi saranno sottoposti a risonanza magnetica funzionale (fMRI),
dove verrà misurata la loro attività cerebrale, in modo da correlare
l'attività cerebrale con la paura e l'ansia.
"La mia ipotesi è che due strutture specializzate, l'amigdala e la
corteccia anteriore congulata, che costituiscono il circuito neurale
della paura, svolgano un ruolo nel gestire l'ansia associata alle
genitorialità difficili", dice la Maheu.
Questa indagine sul legame tra genitorialità difficile e circuiti
della paura e dell'ansia nei giovani fornirà spunti preziosi per la
neurobiologia dello sviluppo, aggiunge la Maheu, in quanto capire
questo legame mentre i ragazzi sono ancora giovani potrebbe portare ad
interventi capaci di interrompere precocemente questa traiettoria di
sviluppo, prima che la loro ansia diventi cronica.
I disturbi d'ansia infatti possono portare ad alcolismo, difficoltà a
mantenere relazioni, depressione e in alcuni casi, anche al suicidio.
Questo studio è stato finanziato dal Canadian Institutes of Health
Research e del Fonds de la Recherche en Santé du Québec.
Sett. 2010
Fonte: University of Montreal (2010, September 21). Spare the rod,
spoil the child? Excessive punishment can have lasting psychological
impact on children, researchers say via ScienceDaily.
L'IRONIA? LA CAPISCONO ANCHE I BAMBINI
Nuovi risultati di ricerca de l'Université de Montréal, pubblicati sul
British Journal of Developmental Psychology, rivelano che anche i
bambini di quattro anni sono in grado di comprendere ed usare
l'ironia.
In precedenza si era scoperto che l'ironia non era compresa prima del
raggiungimento degli 8-10 anni di età, ma questi studi erano stati
condotti prevalentemente in laboratorio e non in una situazione
reale. Inoltre, negli studi passati ci si era concentrati in modo
particolare sul sarcasmo.
In questo nuovo studio invece i bambini sono stati osservati a casa
loro e sono stati presi in considerazione quattro tipi di linguaggio
non letterale: iperbole, eufemismo, sarcasmo e domande retoriche.
Lo studio ha rivelato che i bambini comprendono le osservazioni
ironiche fatte dai genitori. Anche se essi possono comprendere fino in
fondo questo linguaggio solo dai sei anni di età, alcune forme di
ironia come l'iperbole possono essere comprese sin dall'età di quattro
anni. In 22 delle 39 famiglie studiate, la forma di espressione
ironica che è risultata la meglio compresa è stata il sarcasmo.
Sarcasmo e iperbole vengono usate nelle comunicazioni positive con i
bambini, mentre gli eufemismi e le domande retoriche vengono usati
soprattutto in situazioni di conflitto. Inoltre, le madri e i padri
non sempre utilizzano l'ironia nello stesso modo. Le madri sono più
inclini ad utilizzare le domande retoriche e i padri il sarcasmo.
Complessivamente dunque, il livello di comprensione dei bambini appare
più complesso è più sofisticato di quanto si credeva in passato.
Questo studio è stato finanziato dalla Social Sciences and Humanities
Research Council of Canada (SSHRC).
Fonte: Julie Gazaille, University of Montreal via
Medical
News Today
Sett. 2010
FARE SHOPPING?
ECCITANTE QUANTO IL SESSO
Un nuovo studio ha scoperto che fare shopping produce lo stesso
livello di eccitazione emotiva generato dal fare sesso. I ricercatori
hanno scoperto che comprare un prodotto a saldi, fare un affare, rende
felice la persona (ed è per questo, forse, che i saldi hanno sempre
successo...)
Gli studiosi sono giunti alla conclusione dopo aver misurato
l'attività cerebrale nelle aree che elaborano le emozioni, mentre dei
volontari effettuavano una serie di attività, tra cui andare per
negozi e guardare un film erotico.
Trovare uno sconto o un omaggio ha regalato loro emozioni positive
tanto quanto la pornografia.
I ricercatori dell'Università di Westminster, hanno utilizzato
attrezzature particolari per monitorare i movimenti oculari e le
risposte emotive nel corpo a una serie di prodotti di consumo
quotidiano su 50 volontari, partecipanti all'esperimento. Il sistema
utilizzato si chiama iMotion e misura le risposte emotive del corpo su
una scala da uno a 10.
Il valore 10 è però l'equivalente dei traumi gravi, che potrebbe
essere pericoloso e raramente viene osservato. Il punteggio compreso
tra cinque e sette è invece il tipo di eccitazione chedeterminano
delle immagini erotiche come la pornografia.
Una promozione per ottenere un audiolibro gratuito con il personaggio
dei bambini Horrid Henry, ha registrato un punteggio fino a 5.8 tra i
consumatori.
Altri, tra cui uno sconto per il latte o del pane conservato (Siamo in
Inghilterra...) hanno segnato un livello di emozione particolarmente
elevato, che ha raggiunto i primi risultati.
La ricerca è stata commissionata da The Institute of Promotional
Marketing: deve essere ancora completata, ma è stata anticipata nella
rivista di settore The Grocer.
Fonte:
The Telegraph
Sett. 2010
BENESSERE: MEGLIO
OGGI O IN PASSATO?
I ricercatori Ciara Raudsepp-Hearne e colleghi confermano che la
sensazione, che quasi tutti abbiamo, di vivere oggi un maggiore
benessere in confronto ai nostri simili delle epoche passate, si basa
su dati di realtà, nonostante vi siano prove convincenti riguardo al
declino degli ecosistemi.
Tre sono probabilmente le ragioni di questo paradosso: 1) Il grande
aumento della produzione alimentare che si è avuto nel passato: la
possibilità di nutrirsi è infatti prioritaria rispetto ad altri
aspetti dell'ecosistema, 2) Le innovazioni tecnologiche, che
permettono alle persone di non dipendere direttamente dagli
ecosistemi, 3) Intervalli di tempo piuttosto lunghi, prima che il
benessere delle persone venga direttamente interessato da questo
declino.
Pochi motivi di compiacimento, dunque.
I ricercatori accettano le conclusioni del Millennium Ecosystem
Assessment, sul fatto che gli ecosistemi hanno ormai poca capacità di
offerta per gli esseri umani. Eppure, il composito indice di sviluppo
umano, parametro largamente utilizzato (che comprende: livello di
alfabetizzazione, aspettativa di vita e reddito), è migliorato
nettamente dalla metà degli anni Settanta. Anche se alcune misure
relative al senso di sicurezza personale si oppongono a questa
tendenza al rialzo, il miglioramento generale del benessere delle
persone sembra provato.
Raudsepp-Hearne non è tuttavia ottimista, perché ritiene che gli
effetti osservabili del benessere siano minacciati, nei prossimi
decenni, da possibili deficit futuri nella produzione alimentare,
soggetta come è ad eventi quali inondazioni e siccità, chiaramente
dannosi per le persone che vivono in particolari aree del pianeta.
Quanto alla tecnologia, è vero che fin qui ha offerto la possibilità
di affrancarsi dalle offerte locali dell'ecosistema, ma è difficile
capire oggi "se l'uomo sarà più o meno in grado di adattarsi al
degrado dell'ecosistema". Al di là dell'autocompiacimento sul
benessere raggiunto dunque, non si può non ammettere che vi sia oggi
una "fragilità dell'ecosistema."
L'invito è dunque quello di prestare maggiore attenzione a come
l'ecosistema influenzi i molteplici aspetti del benessere, cercando
sinergie e compromessi, oltre che tecnologie, volti a prevedere i
bisogni futuri delle persone.
Fonte: American Institute of Biological Sciences (2010, September 1).
Human well-being is improving even as ecosystem services decline: Why?,
via
Science Daily
Sett. 2010
PETTEGOLARE IN POSITIVO
FA BENE
Se siete degli inguaribili pettegoli ma, mentre lo fate, non mancate
di parlare bene delle persone oggetto delle vostre attenzioni, avrete
il risultato di accrescere la vostra autostima. Jennifer Cole e Hannah
Scrivener della Staffordshire University, hanno condotto uno studio
sul pettegolezzo, che ora presenteranno alla British Psychological
Society, sezione di Psicologia Sociale conferenza annuale presso
l'Università di Winchester.
Per verificare le conseguenze del pettegolezzo in chi usa questo
genere di chiacchiere sociali, è stato chiesto a1 160 partecipanti
allo studio di completare dei questionari relativi alla propria
tendenza al pettegolezzo, insieme a autovalutazione della stima di
sé, del proprio sostegno sociale e del livello di soddisfazione che
avevano nella vita.
Risultati: Anche se non collegati all'autostima o alla soddisfazione
nella vita, i livelli più elevati di pettegolezzo sono stati associati
con sentimenti di maggiore sostegno sociale. In uno studio di
follow-up, ai 140 partecipanti è stato chiesto di parlare di una
persona fittizia in modo positivo o negativo. Coloro che avevano
descritto il personaggio in modo positivo avevano accresciuto la
propria autostima rispetto a coloro che avevano invece dovuto
spettegolare in modo maligno.
La dottoressa Cole ha dichiarato: "fare pettegolezzi è solitamente
vista come una cosa negativa. I nostri risultati suggeriscono però che
alcune forme di pettegolezzo, in particolare quelle in cui si lodano
gli altri, potrebbero comportare dei risultati positivi per il
pettegolo".
Domanda: ma quali sono i pettegolezzi "positivi"? ;-)
Fonte:
Science Daily
Sett. 2010
COME GLI
AMICI PROTEGGONO LE RAGAZZE UBRIACHE
Un nuovo studio, condotto da Linda C. Lederman, docente di
comunicazione presso l'Arizona State University, ha scoperto che ben
tre quarti dei partecipanti (studenti di college) avrebbero fatto il
possibile per evitare che un'amica ubriaca fosse andata a letto con
uno sconosciuto e si sarebbero adoperati affinché l'amica fosse
arrivata a casa in modo sicuro.
I partecipanti hanno segnalato tre distinte strategie di comunicazione
per prevenire che le loro amiche ubriache fossero andate a letto con
uno sconosciuto:
* Dire all'amica che sta sbagliando. I partecipanti riferiscono che
non si farebbero alcuno scrupolo nel ricordare alle loro amiche i
problemi che corrono per la propria salute e le conseguenze sociali
associate al portarsi a letto uno sconosciuto. Tra queste, il rimanere
incinta, il farsi una cattiva reputazione, il possibile pentimento, al
mattino successivo.
* Utilizzare qualche piccolo inganno. Per evitare che le le amiche
ubriache possano essere facilmente raggirate o sfruttate, i ragazzi
hanno affermato che avrebbero usato qualche piccolo inganno: ad
esempio accompagnarle in un posto diverso da quello dell'appuntamento
con uno sconosciuto, con la scusa di andare a comprare qualcosa da
mangiare. Un'altra strategia indicata è quella di metterle su un taxi
per farle tornare a casa.
* Confronto diretto. Per proteggere le loro amcihe da situazioni
pericolose, i partecipanti allo studio hanno detto che avrebbero
affrontato direttamente le loro amiche, raccomandando loro di evitare
la situazione pericolosa in cui si stavano cacciando o le avrebbero
forzatamente e fisicamente allontanate dal rischio.
Gli amici non avrebbero mostrato la stessa propensione ad intervenire
per proteggere un'amica, pur in una situazione rischiosa, se questa,
ubriaca, si fosse accompagnata ad una persona che conosce bene e che
conoscono anche gli amici.
Potrebbe essere dunque utile, dicono i ricercatori, migliorare le
competenze di comunicazione dei ragazzi che vogliono mostrarsi utili
nell'aiutare un'amica in difficoltà per gestire meglio la situazione,
approfondendo anche i discorsi sui comportamenti sessuali legati al
bere e altre questioni importanti per la salute.
Fonte: Lisa Menegatos, Linda Lederman, Aaron Hess. Friends Don't Let
Jane Hook Up Drunk: A Qualitative Analysis of Participation in a
Simulation of College Drinking-Related Decisions. Communication
Education, 2010; 59 (3): 374 DOI: 10.1080/03634521003628909 Via
Science Daily
Ago 2010
VIAGGIARE IN AUTO CON UN PASSEGGERO ATTRAENTE PUO' ESSERE PERICOLOSO
Le distrazioni sono una delle principali cause degli incidenti
stradali. Un nuovo studio ha scoperto che solo una semplice
conversazione con qualcun altro in macchina può essere sufficiente ad
aumentare gli errori del conducente. Il rischio è maggiore se si è
attratti dal passeggero.
La ricerca è stata condotta attraverso un simulatore di guida da Cale
e Jeff Caird Whitea del Cognitive Ergonomics Research Laboratory (CERL)
presso l'Università di Calgary in Canada, dove è stato studiato il
looked-but-failed-to-see error (l'errore del visto-non visto)
Si tratta di una forma di cecità ai cambiamenti: noi guardiamo una
scena, ma non riusciamo a notare qualcosa che qualcosa sta cambiando o
è cambiata. Questo può diventare un'importante fonte di rischio
durante la guida, dal momento che si può guardare quello che succede
sulla strada, ma senza prendere in realtà in considerazione le
informazioni che ci arrivano.
Lo studio ha esaminato lo stile di guida del conducente in una città
simulata, seguendo i movimenti oculari e i vari errori di guida.
Soprattutto, lo studio ha messo a confronto lo stile di guida di un
guidatore che è solo in auto con quello che è seduto accanto ad un
passeggero per cui prova attrazione (è stato chiesto al guidatore se
provava attrazione). Sono stati misurati anche i livelli di
estroversione e di ansia.
I risultati sono stati sorprendenti:
Le conversazioni con il passeggero possono essere in effetti fonte di
distrazione. Tassi più elevati di errori visto-non visto si sono
verificati quando il guidatore è impegnato in conversazioni con un
passeggero o una passeggera per cui prova attrazione. In particolare,
i guidatori più estroversi e attratti dal passeggero tendevano ad
essere più ansiosi, hanno guidato più piano, fermandosi di meno sulle
strisce pedonali e coinvolgendosi in un maggior numero di incidenti
con le moto.
Questa interferenza emotiva è stata sufficiente a suscitare un aumento
otto volte superiore di errori visto-non visto nei confronti delle
moto e quattro volte in più nei confronti dei pedoni.
In altre parole, la conversazione non ha alterato come il guidatore
osserva la strada, ma ha influenzato il suo prendere in considerazione
le informazioni trasmesse dagli occhi al cervello, che era
evidentemente impegnato su altre cose.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, i soggetti ansiosi
guidano più lentamente quando sono attratti dal passeggero, ma fanno
ugualmente più errori.
Va detto che non è stato testato l'appeal del passeggero durante
l'esperimento, ma l'attrazione del conducente nei suoi confronti. Si è
visto inoltre che l'effetto-distrazione è più forte nelle donne che
negli uomini.
Fonte:
PubMed
via
Mind Hacks
Ago 2010
LE VITTIME DEL BULLISMO PEGGIORANO NEL RENDIMENTO SCOLASTICO
Gli studenti che sono regolarmente oggetto di bullismo peggiorano nel
rendimento scolastico. Lo affermano alcuni psicologi in un numero
speciale del Journal of Early Adolescence, dedicato al rendimento
scolastico e alle relazioni fra coetanei.
Lo studio è stato condotto su 2.300 studenti in 11 scuole medie
pubbliche dell'area di Los Angeles. I ricercatori hanno chiesto agli
studenti di dichiarare se erano loro stessi vittime di atti di
bullismo (su una scala a quattro punti) e di elencare quali dei loro
compagni fossero, a loro parere, più frequentamente attaccati dai
bulli, a livello fisico e verbale, o a livello di maldicenze sul loro
conto.
Risultato: Gli studenti che sono stati indicati come vittime di
bullismo mostravano dei risultati scolastici sostanzialmente peggiori
rispetto ai loro coetanei. Il bullismo è stato associato con una
diminuzione di 1,5 punti del rendimento scolastico in ogni materia (ad
esempio, la matematica) - un calo ritenuto piuttosto rilevante dai
ricercatori.
Gli insegnanti, nel corso dello studio, hanno inoltre fornito
valutazioni su come gli studenti si impegnavano a livello scolastico,
indicando in particolare se essi partecipavano alle discussioni di
classe, mostravano interesse per gli argomenti proposti e facevano i
compiti a casa. I ricercatori hanno raccolto i dati sugli studenti due
volte l'anno per tutto il triennio della scuola media, esaminando poi
i voti ricevuti dagli studenti.
Questo studio dimostra che non si può affrontare il discorso dello
scarso rendimento scolastico, ignorando il problema del bullismo,
perché i due aspetti sono spesso legati - ha affermato Jaana Juvonen -
docente di psicologia e autrice principale dello studio. Inoltre,
occorre fare attenzione, perché spesso si crea un circolo vizioso: chi
è vittima di bullismo peggiora nel rendimento scolastico e chi va
male a scuola è in genere più colpito dalle attenzioni dei bulli.
Gli insegnanti devono dunque sapere che alcuni studenti non parlano in
classe non perché non sono preparati o interessati, ma per paura di
subire atti di bullismo. E' importante cercare di interpretare
correttamente il silenzio di uno studente, non etichettandolo
affrettatamente come poco diligente o poco motivato ad apprendere.
Finché uno studente non sarà libero di alzare la mano in classe e di
parlare senza essere deriso dai compagni, l'istruzione non potrà
essere considerata efficace, concludono i ricercatori.
Elementi che potrebbero indicare che un ragazzo è vittima di bullismo:
frequenti mal di testa, raffreddori o altre malattie fisiche, problemi
psicologici.
Fonte:
Medical News
Ago 2010
LA
PIRAMIDE DI MASLOW
Sicuramente molti di voi conosceranno la notissima piramide di Maslow
relativa alla scala dei bisogni. Pur essendo uno dei fondamenti della
psicologia moderna, secondo alcuni questa piramide andrebbe
aggiornata, perché dal 1943 ad oggi molte cose sono cambiate.
Secondo Maslow infatti, gli esseri umani prima devono soddisfare le
loro esigenze di base (es. mangiare, bere, dormire) per poi passare
gradualmente a quelle di livello superiore (es. sicurezza). Secondo
Maslow insomma, se sei disoccupato e rischi di perdere la casa è ben
difficile che il tuo problema principale sia il riscaldamento globale
del pianeta, per intenderci...
Nella sua piramide Maslow mette il bere, il mangiare e il dormire come
bisogni fondamentali, cui seguono quelli di sicurezza, quelli legati
alla possibilità di avere relazioni sociali, alla stima sociale e,
infine, il bisogno di autorealizzazione.
La piramide di Maslow però non è supportata da ricerche empiriche,
dice Steven Neuberg, lo psicologo dell'Arizona State University che si
propone di aggiornare la famosa scala.
Ad esempio, nella nuova piramide non si può non parlare di sesso,
della ricerca di un partner sessuale, che infatti è al terzo posto,
cui segue la ricerca di un buon rapporto di coppia, per finire col
saper essere un buon genitore, sbarazzandosi definitivamente
dell'autorealizzazione, che è un concetto interessante si, ma che per
i ricercatori non merita il top della classifica.
Domanda: ma uno studio serio, basato su dati scientifici, non sarebbe
più utile? Personalmente dubito molto che essere un buon genitore sia
la massima aspirazione delle persone... Almeno, non a tutte le
latitudini ed in tutti i contesti sociali!
Fonte:Science
2.0
Link:
Renovating the Pyramid of Needs Contemporary Extensions Built Upon
Ancient Foundations
Ago 2010
GENITORI PER SEMPRE: ANCHE QUANDO I FIGLI SONO GRANDI
Anche in età adulta, i figli continuano ad essere un pensiero per i
propri genitori. Un nuovo studio rivela infatti che anche quando i
figli si sono costruiti una vita propria, i loro alti e bassi
influiscono ancora profondamente ed intensamente sulla salute mentale
e sul benessere dei propri genitori.
La professoressa Karen Fingerman, della Purdue University, ha
presentato qualche giorno fa questo interessante studio, durante un
simposio incentrato sulle relazioni sociali e il benessere.
La sua ricerca ha interessato 633 genitori di mezza età, residenti
nella zona di Philadelphia. E' stato chiesto loro di valutare i
successi di ogni loro figlio grande, rispetto ad altri adulti della
stessa età. La maggior parte dei genitori avevano avuto più di un
figlio, così le valutazioni hanno riguardato complessivamente 1.251
figli adulti.
I genitori hanno risposto anche a domande circa il proprio benessere
psicologico, su che tipo di rapporto avevano con i figli, se ciascuno
dei loro figli aveva sperimentato problematiche fisiche ed emotive o
problemi comportamentali, su eventuali problemi di alcol e droga,
divorzio, gravi problemi relazionali, problemi con la legge, ecc. E'
stato inoltre esaminato se i problemi di ogni figlio erano considerati
involontari dai genitori, come ad esempio causati da un problema di
salute.
Risultati. La ricerca ha scoperto che il 68 per cento dei genitori ha
avuto almeno un figlio che ha sofferto di un qualche problema negli
ultimi due anni. Circa il 49 per cento dei genitori ha detto che
almeno uno dei loro figli aveva avuto grande successo nella vita; il
60 per cento ha dichiarato che il proprio figlio aveva avuto successo,
ma anche sconfitte; il 17 per cento non ha avuto figli con problemi e
il 15 per cento ha dichiarato di non aver avuto figli che si siano
particolarmente distinti rispetto alla media delle persone normali.
I ricercatori hanno poi esaminato come i successi e gli insuccessi dei
figli abbiano influito sul benessere dei genitori. Chi aveva più di un
figlio che aveva avuto successo nella vita, viveva uno stato di
migliore benessere personale, mentre chi aveva anche un solo figlio
"problematico" subiva influenze negative sul proprio stato di salute,
anche se gli altri figli avevano avuto successo. Avere almeno un
figlio di successo, insieme ad altri più sfortunati non è associato ad
un migliore benessere dei genitori.
I risultati suggeriscono dunque che i genitori reagiscono più
fortemente ai fallimenti dei propri figli che ai loro successi.
Inoltre, avere due figli problematici aggrava ulteriormente lo stato
di salute mentale dei genitori; ma avere un figlio di successo non
ammortizza di per sé gli effetti negativi causati dai problemi degli
altri figli.
Fonte: American Psychological Association (2010, August 15). Parents'
mental health more likely to suffer when a grown child struggles, via
Science Daily
Ago 2010
VIOLENZA DOMESTICA: CARATTERISTICHE DEL SOGGETTO VIOLENTO
Una nuova ricerca pubblicata nel numero di agosto della rivista
dell'American Psychological Association of Abnormal Psychology, sta
fornendo un quadro più preciso sui ruoli di genere, la personalità e
la malattia mentale nella violenza domestica.
"La violenza domestica è un grave problema di salute pubblica", ha
affermato l'autore dello studio Zach Walsh, della University of
British Columbia (UBC), il quale, insieme al suo team ha analizzato i
dati del MacArthur Violence Risk Assessment Study per esaminare la
personalità normale, le caratteristiche del comportamento psicopatico,
e la malattia mentale su 567 pazienti, tra cui 138 donne e 93 uomini
con storie di violenza domestica. Sebbene la violenza domestica
riguardi sia soggetti di sesso maschile, sia soggetti di sesso
femminile, per il momento è la violenza domestica maschile ad essere
stata maggiormente studiata.
Secondo precedenti studi gli uomini violenti potevano essere
classificati in tre gruppi, ma il presente studio evidenzia che la
classificazione potrebbe riguardare allo stesso modo anche soggetti
femminili:
* Antisociali (soggetti spesso violenti anche al di fuori del
rapporto e con sintomatologia tipica della personalità psicopatica)
* Disforici (soggetti molto ansiosi, depressi e con altre forme di
malattia mentale)
* Scarsamente Patologici (soggetti con personalità normale,
raramente violenti al di fuori delle relazioni intime)
Fonte:Science
Daily
Ago 2010
LE RAGAZZE CARINE NON VENGONO ASSUNTE PER LAVORI PESANTI
Le persone di bell'aspetto in genere hanno un leggero vantaggio quando
si tratta di cercare un lavoro. Un nuovo studio tuttavia rivela che se
una bella donna volesse cercare occupazione in un settore
tradizionalmente considerato maschile, la sua avvenenza potrebbe
essere un limite per le sue aspirazioni.
Le donne attraenti infatti vengono discriminate in caso di posti di
lavoro considerati "maschili", in cui l'apparenza non è considerata
importante.
Lo studio, pubblicato sul numero di giugno del Journal of Social
Psychology include nell'elenco lavori quali direttore di ricerca e
sviluppo, direttore delle finanze, ingegnere meccanico e supervisore
della costruzione.
"In queste professioni, essere attraenti è fortemente penalizzante per
le donne", afferma l'autrice dello studio Stefanie Johnson, docente a
Denver, presso la UC Business School. "In ogni altro tipo di lavoro,
le donne attraenti vengono preferite. Questo dato non riguarda gli
uomini, il che dimostra che c'è ancora un doppio standard quando si
tratta di genere sessuale".
Secondo la Johnson, le persone belle godono di un vantaggio
significativo nella vita: tendono ad avere salari più alti,
valutazioni migliori per le loro prestazioni, livelli più elevati per
l'ammissione al college, un numero più alto di voti se si presentano
alle elezioni e ricevono sentenze legali più favorevoli. Ma non sempre
le cose vanno così bene per i belli. O meglio, per le belle...
Nell'esperimento, i partecipanti hanno ricevuto 204 foto di studenti
universitari (tutti di razza bianca ed in abiti da lavoro) ed è stato
chiesto loro di valutare anzitutto la loro bellezza, su una scala da
uno a sette. Poi è stato chiesto loro di valutare quale fosse il
lavoro più adeguato per ciascuna delle persone ritratte in foto.
In generale, gli uomini attraenti sono stati giudicati più adatti per
il lavoro, anche per quei lavori in cui l'aspetto non aveva
importanza. Le donne attraenti, allo stesso modo, sono state preferite
per occupazioni tipicamente "femminili", ma non per posti di lavoro
considerati "maschili", in cui l'aspetto non è fondamentale.
In un secondo studio, ai partecipanti è stato chiesto di stabilire
quali posti di lavoro necessitavano di personale di buona presenza
fra: guardia carceraria, venditore auto, personale di segreteria e
assistente sociale. I primi due lavori sono stati considerati
maschili, e i secondi due, femminili. L'aspetto è stato giudicato poco
importante per gli agenti di custodia e per gli operatori sociali ed
importante per i venditori d'auto ed il personale di segreteria.
I risultati hanno mostrato che le donne attraenti ricevevano una
valutazione elevata per i due posti di lavoro femminili e per il
lavoro di vendita d'auto (lavoro maschile, ma nel quale una buona
presenza fisica può essere importante). Per il lavoro di guardia
carceraria invece (lavoro maschile, in cui la buona presenza non è
importante), le belle donne sono state valutate in modo
significativamente più basso. Per gli uomini, essere attraenti non è
mai stato un limite, per tutti i tipi di lavoro.
Fonte:
Live Science
Ago 2010
ANCHE GLI ANIMALI
PROVANO EMOZIONI
Un nuovo studio afferma che anche gli animali provano emozioni e che
studiarle ci potrebbe aiutare a scoprire molto su di loro.
Un animale che vive in un mondo in cui è regolarmente minacciato da
predatori, sviluppa infatti emozioni negative, come l'ansia, mentre
uno che vive in un ambiente ricco di opportunità vive la sua esistenza
con uno stato d'animo più positivo.
I ricercatori sostengono che questi stati emotivi, non solo riflettono
le esperienze di vita degli animali, ma influenzano le loro scelte,
soprattutto in situazioni ambigue, che potrebbero avere esiti positivi
o negativi. Un animale che sperimenta uno stato negativo avrà, in
risposta ad uno stimolo ambiguo, un tipo di risposta che si basa sul
pessimismo - per esempio l'interpretazione di un fruscìo tra l'erba
potrebbe essere interpretato come un segnale lasciato da un predatore
- mentre un animale in uno stato positivo potrebbe interpretare lo
stesso stimolo come la presenza di una possibile preda.
Il professor Mike Mendl, responsabile gruppo di ricerca presso la
Bristol University ha affermato che siamo ormai in grado di misurare
le scelte degli animali in modo oggettivo e che non è sbagliato usare
le parole 'ottimista' e 'pessimista' nel processo decisionale che
riflette lo stato emotivo dell'animale.
Fonte: Michael Mendl, Oliver H. P. Burman and Elizabeth S. Paul. An
integrative and functional framework for the study of animal emotion
and mood. Proceedings of the Royal Society B, August 4, 2010, via
Science Daily
Ago 2010
L'UOMO MODESTO NON PIACE
Sulla rivista Psychology of Men and Masculinity è stata pubblicata una
nuova ricerca davvero interessante, di Corinne A. Moss-Racusin, la
quale ha studiato l'effetto del comportamento "modesto" durante un
colloquio di lavoro.
Secondo la Moss-Racusin, a parità di competenze, gli uomini "modesti"
sono meno graditi. La loro modestia viene infatti considerata come un
segno di debolezza, un segno di scarsa personalità, capace di influire
anche sulle possibilità di occupazione lavorativa o sui potenziali
guadagni. La modestia femminile, invece, come c'era forse da
aspettarsi, non viene considerata negativamente, né in qualche modo si
lega allo status sociale della persona.
Nello studio, 132 donne e 100 studenti volontari maschi hanno
osservato delle interviste videoregistrate della durata di 15 minuti,
relative a soggetti maschi o femmine.
Dalle loro risposte i ricercatori hanno potuto determinare quali
stereotipi di genere sembrano più efficaci nell'interazione sociale.
"Le donne possono essere deboli, mentre questo aspetto è fortemente
vietato agli uomini" ha affermato la Moss-Racusin. "Al contrario, il
carattere dominante è riservato agli uomini e vietato alle donne".
Seppure i ricercatori non ritengano che, in assoluto, la modestia
nell'uomo sia sempre un limite nella ricerca di un posto di lavoro,
essi concludono che fra un uomo modesto e una donna dominante il primo
può godere almeno del beneficio del dubbio.
Fonte: Moss-Racusin et al. When men break the gender rules: Status
incongruity and backlash against modest men.. Psychology of Men &
Masculinity, 2010; 11 (2): 140 DOI:
10.1037/a0018093 via
Science Daily
Ago 2010
IL LINGUAGGIO DEL
CORPO DEI POLITICI
I politici, come tutti gli altri esseri umani, compiono gesti che
rivelano i loro pensieri, secondo un nuovo studio pubblicato i 28
luglio 2010, sulla rivista "PLoS ONE.
Daniel Casasanto dell'Istituto di Psicolinguistica Max Planck di
Nijmegen, nei Paesi Bassi, insieme ai suoi colleghi, ha condotto uno
studio sui gesti spontanei dei politici, osservati nel dibattito
finale delle recenti elezioni presidenziali negli Stati Uniti.
Le elezioni del 2004 e del 2008 hanno coinvolto personaggi destrimani
(Kerry, Bush) e due mancini (Obama, McCain). Casasanto e la collega
Jasmin hanno scoperto che i candidati destrorsi hanno, in proporzione,
fatto gesti con la mano destra quando esprimevano idee positive e
gesti con la mano sinistra quando volevano esprimere pensieri
negativi. Esattamente l'opposto è stato rilevato per i due mancini,
che favorivano la mano sinistra per gli aspetti positivi che andavano
illustrando e la mano destra per i negativi. (Questo non esclude
dunque che l'uomo che rappresenta "il braccio destro di Obama" sia
quello quello che in realtà gli è accanto sul lato sinistro...).
In molte culture del resto, troviamo espressioni che legano la destra
a "buono" o "giusto" e la sinistra a "cattivo". Si pensi alla lingua
inglese dove "right" significa sia la parola "destra" che la parola
"corretto, giusto", oppure all'aggettivo "sinistro" della lingua
italiana (es. "un sinistro presagio").
Secondo Casasanto dunque, i dati confermano l'idea che le persone
associno le buone cose con la parte del corpo che utilizzano più
frequentemente e agevolmente. (L'associazione degli aspetti positivi
con il proprio lato dominante è qualcosa su cui democratici e
repubblicani sembrano d'accordo!)
I gesti delle mani possono fornire indicazioni su cosa pensa il
parlante di ciò che sta dicendo, anche perché le persone spesso non
sono consapevoli dei loro gesti, e spesso non si rendono neanche conto
di gesticolare.
Osservando dunque i movimenti della mano dominante si può sapere
qualcosa di più sul politico che sta facendo un discorso. Nello
studio, i gesti della mano non dominante si sono verificati più spesso
durante le dichiarazioni negative che durante le dichiarazioni
positive (rapporto di 2 a 1 per Obama, 3-1 per Kerry, e di 12 a 1 per
McCain). Guardare le mani dei politici potrebbe aiutare gli elettori a
capire veramente cosa essi abbiano (davvero) in mente.
Fonte: Daniel Casasanto, Kyle Jasmin. Good and Bad in the Hands of
Politicians: Spontaneous Gestures during Positive and Negative Speech.
PLoS ONE, 2010; 5 (7): e11805 DOI:
10.1371/journal.pone.0011805 via
Science Daily
Lug 2010
L'ATTIVITA' FISICA AIUTA A GUARIRE DA ANSIA E DEPRESSIONE
Secondo una nuova ricerca, basata su una
dozzina di studi condotti sulla popolazione, studi clinici e
meta-analisi degli interventi di attività fisica nei trattamenti per
problemi di ansia, l'attività fisica aiuta a ridurre l'ansia e la
depressione.
Fare moto è facile e gratuito: per questo, chi non si può permettere
una psicoterapia, può intanto provare a uscire di casa, farsi un giro
in bicicletta o una passeggiata in un parco. Se anche questo non fosse
possibile, non si dovrebbe rinunciare almeno a fare qualche esercizio
di ginnastica in casa, nel proprio appartamento.
L'attività fisica infatti influisce sul sitema dei neurotrasmettitori
cerebrali ed aiuta i pazienti a ristabilire dei comportamenti
positivi, riducendo le paure e le fobie.
Fonte: Southern Methodist University, Exercise ‘Therapy’ For
Depression via PsychCentral
Apr 2010
FATTORI
AMBIENTALI NELLA DIAGNOSI DI AUTISMO
Se nessun bambino vivesse a 500 metri (o meno) di distanza da un
bambino autistico, ci sarebbe una riduzione del 16 per cento nelle
diagnosi di autismo. Questi, in sintesi, i risultati di una recente
quanto sorprendente ricerca statunitense. L'effetto vicinanza è stato
infatti considerato più significativo degli altri fattori testati,
come ad esempio l'età della madre (che ha spiegato circa l'11 per
cento di aumento nelle diagnosi di autismo) o l'istruzione della madre
(che incide per il 9 per cento).
Lo studio, condotto dai ricercatori dell'Istituto di ricerche
economiche, sociali e politiche presso la Columbia University, ha
scoperto che i bambini che vivono in prossimità di un bambino che ha
precedentemente ricevuto una diagnosi di autismo, hanno una
probabilità molto più elevata di essere essi stessi diagnosticati come
"autistici" l'anno successivo. L'aumento della probabilità diagnostica
di autismo non è dovuta a fattori ambientali o ad agenti contagiosi,
ma ai comportamenti dei genitori, i quali vengono a contatto con i
problemi relativi all'autismo conoscendo i genitori del figlio
autistico.
"La probabilità di ottenere una diagnosi di autismo è chiaramente
associata alla trasmissione di informazioni da persona a persona", ha
affermato il Dr. Peter Bearman, sociologo, autore dello studio insieme
a Ka-Yuet Liu e Marissa King. I genitori che conoscono l'autismo e i
suoi sintomi, scoprono che i medici sono in grado di diagnosticare
tale patologia, e dunque imparano a gestire il processo per ottenere
una diagnosi (e relativi servizi sociali ad esso legati), seguendo il
percorso degli altri genitori con un figlio autistico.
I ricercatori sottolineano che i risultati non significano che
l'autismo non sia reale o che sia diagnosticato in misura eccessiva.
"Il nostro studio non affronta la causa dell' autismo," sostiene il
Dott. Bearman, "Stiamo solo descrivendo il meccanismo attraverso il
quale il numero di diagnosi è in aumento. È possibile che la reale
incidenza della malattia si stia scoprendo solamente ora."
In California, dove è stato condotto questo studio, il numero di casi
di autismo gestiti dal reparto della California dei Servizi dello
Sviluppo è aumentato del 636 per cento tra il 1987 e il 2003.
Il team della Columbia University ha esaminato i dati relativi a oltre
300.000 bambini nati tra il 1997 e il 2003 in tutta la California. I
ricercatori hanno scoperto che i bambini che vivono a meno di 250
metri da un bambino con diagnosi di autismo hanno una probabilità del
42 per cento più elevata di ricevere essi stessi una diagnosi di
questo disturbo nel corso dell'anno successivo, rispetto ai bambini
che non vivono in prossimità di un bambino autistico. I bambini che
vivono tra i 250 metri e i 500 metri da un bambino con autismo hanno
"solo" il 22 per cento in più di probabilità di ricevere questa
diagnosi. Più lontano, dunque, i bambini vivono da un altro bambino
autistico, minori sono le probabilità di ricevere la diagnosi.
Lo studio ha utilizzato diversi test per determinare se questi
risultati possono essere spiegati con un effetto di influenza sociale,
o se le cause possano dipendere da agenti ambientali, ad esempio un
virus. I ricercatori hanno esaminato dei bambini che vivono vicini, ma
in zone opposte del loro distretto scolastico. Questi bambini sono
probabilmente esposti alle stesse condizioni ambientali, ma i loro
genitori dovrebbero appartenere a diverse reti sociali. Si è scoperto
così che la probabilità maggiore di diagnosi esiste solo quando i
genitori risiedono nella stessa zona. I bambini che vivono ugualmente
nei pressi di un bambino autistico - ma che frequentano un altro
distretto scolastico - hanno la stessa probabilità di ricevere la
diagnosi di autismo dei bambini che non hanno per vicino di casa un
bambino autistico. I risultati dimostrano che l'effetto prossimità è
dunque un fenomeno sociale e non un semplice risultato ambientale.
Lo studio ha inoltre dimostrato che l'effetto di prossimità porta a
diagnosi meno gravi, nello spettro autistico, forse perché i genitori
di bambini gravemente disabili sono più propensi a riconoscere il
disturbo senza bisogno di input provenienti dai contatti sociali.
Studi precedenti avevano scoperto un legame tra autismo ed età dei
genitori . I genitori di oggi hanno i figli in un'età più avanzata
della vita, il che potrebbe essere la causa dell'incremento dei casi
di autismo. Altri studi hanno trovato che anche l'educazione impartita
dai genitori ha una sua valenza: meglio genitori istruiti, che hanno
una maggiore probabilità di ottenere una diagnosi per i loro figli
quando vi sono sintomi allarmanti.
L'influenza sociale, dunque, nell'autismo è molto forte: i ricercatori
stimano che l'effetto di prossimità spieghi circa il 16 per cento dei
recenti aumenti di diagnosi di autismo.
Lo studio è stato finanziato dal NIH premio Pioneer per la ricerca
sanitaria innovativa.
Fonte: Ka-Yuet Liu, Marissa King, and Peter S. Bearman. Social
Influence and the Autism Epidemic. American Journal of Sociology,
2010; 115 (5): 1387-434 DOI: 10.1086/651448 via Science Daily
Apr 2010
SI INVECCHIA
SECONDO L'ETA' CHE SI PENSA DI AVERE
Se si pensa di avere molti più anni
di quelli che in realtà si hanno, questo influisce negativamente sulla
qualità della propria vita: è probabile infatti che prima o poi ci
si imbatta realmente nei problemi nei quali in genere incorrono le
persone che hanno realmente l'età avanzata che si sente di avere.
Allo stesso modo, se non si è più giovanissimi, ma ci si sente ancora
tali, nonostante la carta di identità dica il contrario, non solo si
andrà incontro ad una serie di esperienze tipiche delle persone più
giovani, ma si riuscirà a mantenere vive una serie di abilità.
Markus H. Schafer e la co-autrice Tetyana P. Shippee, dell'Università
di Purdue hanno studiato i dati relativi a circa 500 persone di età
compresa fra i 55 ed i 74 anni,intervistate una prima volta nel 1995
e poi nel 2005, nel National Survey of Midlife Development degli Stati
Uniti.
Nel 1995, la maggior parte delle persone intervistate avevano
dichiarato di sentirsi 12 anni più giovani di quello che in realtà
erano. Secondo i ricercatori, queste persone che si sentono più
giovani mostrano di avere una maggiore sicurezza su di sé, soprattutto
per quanto riguarda le proprie abilità cognitive. Non è chiaro quale
sia la causa e quale la conseguenza: è infatti possibile che un
migliore stato fisico faccia sentire più giovani, ma è anche possibile
che sia vero il contrario.
Schafer ha però sottolineato che il bisogno compulsivo di rimanere
giovani, quasi imposto dalla società in cui viviamo, potrebbe avere un
effetto negativo sulle persone. Tutti infatti vorrebbero essere più
giovani e così, quando si invecchia, ci si deprime e si perde la
fiducia nelle proprie possibilità. D'altra parte, il forte desiderio
di rimanere giovani, potrebbe però essere utile per rimanere
aggiornati e attivi, ad esempio spingendo le persone verso le nuove
tecnologie: un ottimo modo per mantenere viva l'attività cerebrale,
producendo dei sani effetti sulla qualità della vita.
Ulteriori ricerche dovranno chiarire questi aspetti ancora poco
chiari.
Fonte: Markus H. Schafer and Tetyana P. Shippee.
Age Identity, Gender, and Perceptions
of Decline: Does Feeling Older Lead to Pessimistic Dispositions About
Cognitive Aging? The Journals of Gerontology Series B
Psychological Sciences and Social Sciences, 2010; 65b (1): 91 DOI:
10.1093/geronb/gbp046 via
Science Daily
RILASSARSI E DIVERTIRSI PER PREVENIRE LE MALATTIE CARDIACHE
E' stato appena pubblicato uno studio molto importante sulla
rivista leader mondiale della cardiologia in Europa, lo
European Heart Journal.
Lo studio è importante perché è il primo a dimostrare scientificamente
che vi è una relazione tra emozioni e malattia coronarica.
La Dr.ssa Karina Davidson, che ha guidato la ricerca, ha affermato che
è possibile fare qualcosa per prevenire le malattie cardiache,
migliorando le emozioni positive delle persone. Tuttavia, ha
precisato, sarebbe prematuro formulare raccomandazioni mediche, senza
opportune sperimentazioni cliniche, per indagare ulteriormente i
risultati.
"Abbiamo assolutamente bisogno di una rigorosa sperimentazione clinica
in questo settore. Se le prove dovessero sostenere i nostri risultati,
questi saranno estremamente importanti nel descrivere specificamente
quello che i medici e / o pazienti potrebbero fare per migliorare la
salute", ha affermato la Davidson, che è Professore Associato di
Medicina e Psichiatria e Direttore del Center for Behavioral
Cardiovascular Health presso il Columbia University Medical Center
(New York, USA).
Nell'arco di un periodo di dieci anni, la Davidson e colleghi hanno
seguito 1.739 adulti sani (862 uomini e 877 donne) che avevano
partecipato nel 1995 al Nova Scotia Health Survey. All'inizio dello
studio, era stato valutato il rischio dei partecipanti di avere
malattie cardiache: sia attraverso la compilazione di questionari, sia
attraverso la valutazione clinica, sono stati misurati i sintomi di
depressione, ostilità, ansia e il livello delle emozioni positive
provate dai pazienti.
L'emozione positiva è definita come un'esperienza piacevole: ad
esempio la gioia, la felicità, l'entusiasmo, la soddisfazione. Questi
sentimenti possono essere transitori, ma di solito sono stabili e
vengono a far parte del carattere, in particolare in età adulta (anche
se, come capita a tutti, talvolta anche la persona più serena può
manifestare segni di ansia, rabbia o depressione).
Dopo aver tenuto conto di età, sesso, fattori di rischio
cardiovascolare ed emozioni negative, i ricercatori hanno scoperto
che, nel periodo di dieci anni, vivere emozioni positive aveva inciso
sul rischio di malattie cardiache del 22% per ogni punto su una scala
a cinque punti che misurava le emozioni positive (da "Nessuna" a
"Massima").
I partecipanti che non hanno emozioni positive corrono dunque un
rischio superiore del 22% per quanto riguarda la cardiopatia ischemica
(infarto o angina) rispetto a quelli che hanno scarse emozioni
positive, i quali a loro volta corrono il 22% di rischio in più
rispetto a coloro che hanno moderate emozioni positive.
I ricercatori hanno inoltre scoperto che se una persona abitualmente
positiva al momento del sondaggio prova sentimenti di depressione o
negativi, questo non pregiudica comunque la percentuale di rischio
complessiva.
I possibili meccanismi attraverso i quali le emozioni positive
influenzano il comportamento, proteggendo dalle malattie cardiache
riguardano probabilmente una maggiore igiene del sonno e lo smettere
di fumare. Chi si prende lunghi periodi di riposo ha infatti un
maggiore rilassamento fisiologico, che aiuta la regolamentazione del
sistema parasimpatico. Inoltre, questi soggetti hanno la possibilità
di recuperare più rapidamente dai fattori di stress.
Diminuire le emozioni negative dunque potrebbe essere un modo per
prevenire le malattie cardiache.
Le persone, suggeriscono i ricercatori, dovrebbero imparare a
garantirsi delle attività piacevoli durante la loro vita, senza
esagerare, con moderazione e coerenza. Rilassarsi e divertirsi è
dunque il modo migliore per ottenere la salute mentale, e migliorare
la salute fisica.
Al momento sono in corso studi controllati per aumentare le emozioni
positive in pazienti con malattie cardiovascolari, allo scopo di
annullare il 'circolo vizioso' che collega le malattie
cardiovascolari con la depressione: se questi studi avranno i
risultati sperati questo potrebbe incentivare, in futuro, la
collaborazione fra cardiologi e psicologi, per fare prevenzione.
Secondo i ricercatori questo è il primo studio prospettico che esamina
il rapporto, valutato clinicamente, fra emozioni positive e malattia
cardiaca.
Fonte:
Science Daily
Febb 10
PSICOPATICI
Intorno all'età di tre o quattro anni i
bambini sviluppano la capacità di provare empatia per gli altri, così
come imparano a raccontare le bugie. Già a quella età la maggior parte
dei bambini comincia a provare dei sensi di colpa quando sente di aver
disubbidito ai genitori o aver fatto qualcosa che non è corretto. Non
tutti i bambini sono così: ce ne sono alcuni che questi sensi di colpa
proprio non li provano e sono quelli che, molto probabilmente, da
grandi diventeranno degli psicopatici.
La ricerca ha finora dimostrato che queste persone, il cui disturbo di
personalità è soprattutto legato a comportamenti scorretti, aggressivi
e antisociali, potrebbero avere scarse connessioni fra la parte del
cervello che si occupa delle emozioni (sistema limbico) e la parte
pensante del cervello (il lobo frontale).
La parte razionale del cervello dunque, in questi casi, non riesce ad
esercitare il suo normale controllo su emozioni quali la paura e
l'aggressività. Forse anche per questo le cose che normalmente
incutono paura e tristezza alle persone "normali", non hanno effetto
sugli psicopatici.
Le scansioni del cervello, fatte con la risonanza magnestica, mostrano
che i soggetti con diagnosi di psicopatia non hanno attività cerebrale
nelle fibre che collegano il lobo frontale e il sistema limbico.
Inoltre, anche nel sistema limbico si registrano delle irregolarità
nel funzionamento.
Non è ancora del tutto chiaro se queste anomalie possano essere
causate da esperienze traumatiche subite durante l'infanzia, come ad
esempio traumi dovuti all'assenza o alla trascuratessa degli adulti,
alla mancanza di comprensione e di ascolto, ecc. ma ciò che sappiamo è
che i semi del comportamento psicopatico sono presenti già nei primi
anni di vita.
L'abilità degli psicopatici nel manipolare le persone e nel
falsificare le proprie emozioni possono essere trattate sia con
sistemi psicoterapeutici, sia attraverso la cura farmacologica. Sembra
ad esempio che possano essere efficaci dei trattamenti chimici che
agiscono sul sistema serotoninergico e dopaminico. Il problema è però
il seguente: se anche riusciamo a regolare il sistema delle emozioni,
siamo poi in grado di restituire a questi soggetti quella moralità di
cui hanno sempre fatto a meno? Per quanto riguarda i trattamenti
psicoterapeutici sembra provato che l'unico sistema da evitare è
quello della terapia di gruppo, la quale non solo è inefficace in
questi casi, ma anche controproducente.
Nella società ci sono molti soggetti che hanno tratti psicopatici di
personalità, ma ce se ne accorge solo quando questi commettono dei
reati.
Fonte:
Health 24
Febb. 10
LA TERAPIA PSICODINAMICA
E' EFFICACE
La psicoterapia psicodinamica è efficace su una vasta gamma di
sintomi psicologici, fra cui depressione, ansia, panico e altri
problemi legati allo stress. L'efficacia della terapia cresce,
inoltre, dopo che il trattamento vero e proprio è terminato. Lo
afferma una nuova ricerca dell'American Psychological Association.
La terapia psicodinamica si concentra sulle origini delle sofferenze
emotive, attraverso la riflessione e l'esame del Sé del paziente, in
una relazione terapeutica che è una finestra delle problematiche
relazionali nella vita del paziente. Gli obiettivi della terapia non
si limitano ad alleviare i sintomi, ma ad aiutare la persona a vivere
una vita più sana.
"Al pubblico americano è stato detto che solo i trattamenti più nuovi,
quelli focalizzati sul sintomo, come la terapia
cognitivo-comportamentale o la terapia medica, sono costruiti su basi
scientiche" sostiene l'autore dello studio Jonathan Shedler,
psicologo presso la School of Medicine della University of Colorado, a
Denver .
"L'evidenza scientifica mostra invece che la terapia psicodinamica è
molto efficace. I suoi benefici sono altrettanto vasti come quelli di
altre psicoterapie, e durano nel tempo". Per arrivare a queste
conclusioni, Shedler ha preso in esame otto meta-analisi che
comprendono 160 studi sulla terapia psicodinamica, oltre a nove
meta-analisi di altri trattamenti psicologici, o terapie mediche
contro la depressione.
Il ricercatore ha valutato la percentuale di miglioramento del
paziente, chiamata "effect size". Un effect size di 0.80 viene
considerato un traguardo elevato nella ricerca medica e fisiologica.
Una meta-analisi sulla terapia psicodinamica condotta su 1.431
pazienti con diversi problemi psicologici ha riscontrato un effect
size di 0.97 per quanto attiene il miglioramento dei sintomi (la
terapia era durata meno di un anno, con una seduta alla settimana).
L'effect size cresceva del 50 per cento, fino a 1.51, quando i
pazienti venivano ri-valutati dopo 9 mesi e più dal termine della
terapia. L'effect size per una delle più diffuse terapie mediche
contro la depressiuone è di un più modesto 0.31.
Al contrario, secondo il ricercatore, le terapie "empiriche" (leggi
cognitivo-comportamentali) tendono a perdere i loro effetti nel tempo,
come nel caso della depressione e dell'ansia generalizzata.
"Le compagnie farmaceutiche e le compagnie di assicurazione hanno
interesse a promuovere la convinzione che la malattia psicologica
possa essere ridotta ad una lista di sintomi e che il trattamento
possa consistere nel curare quei sintomi. Questo può avere un senso
per alcune specifiche condizioni ma, più spesso la sofferenza emotiva
è intrecciata nella vita di una persona e radicata nei modelli di
relazione, nelle contraddizioni interne, nella difficoltà a trovare
vie d'uscita. La terapia psicodinamica nasce proprio per risolvere
questi problemi".
Shedler ha inoltre osservato che la ricerca esistente non coglie
adeguatamente i benefici che la terapia psicodinamica si propone di
raggiungere. "E facile misurare il cambiamento dei sintomi acuti; più
difficile misurare i cambiamenti più profondi della personalità. Ma si
può fare".
La ricerca suggerisce anche che, quando altre forme di psicoterapia si
dimostrano efficaci, è perché i terapeuti utilizzano inconfessati
metodi psicodinamici. Quando si guarda a ciò che i terapeuti
effettivamente fanno, si scopre infatti, afferma il ricercatore, che
essi utilizzano i metodi classici della terapia psicodinamica:
l'auto-esplorazione, l'analisi delle relazioni.
Quattro studi sulla terapia per la depressione hanno utilizzato la
registrazione di sedute terapeutiche per studiare esattamente ciò
che i terapeuti hanno detto e fatto, e ciò che si è mostrato efficace
o inefficace. Conclusione: Più i terapeuti hanno agito secondo i
dettami della terapia psicodinamica, maggiori sono stati i risultati,
sostiene Shedler . "Questo è vero, indipendentemente dal tipo di
terapia che i terapeuti credevano di fornire".
Di questa ricerca si parla sull' American Psychologist, dell'
American Psychological Association.
Fonte: "The Efficacy of Psychodynamic Psychotherapy," Jonathan K.
Shedler, PhD, University of Colorado Denver School of Medicine;
American Psychologist, Vol. 65. No.2. via
Eurekalert
(Lo studio è disponibile su APA Public Affairs Office qui:
http://www.apa.org/pubs/journals/releases/amp-65-2-shedler.pdf )
I FRATELLI MIGLIORANO IL PROCESSO DI SOCIALIZZAZIONE
Crescere in una famiglia dove c'è
un altro bambino rende l'ambiente sociale molto diverso, dal punto di
vista cognitivo ed emotivo. I fratelli e le sorelle sono infatti
importanti quanto gli adulti nel processo di socializzazione del
bambino. Lo afferma Laurie Kramer, professoressa presso l'Università
dell' Illinois.
I genitori sono più adatti per l'insegnamento degli aspetti sociali
più formali - come comportarsi in pubblico, come comportarsi a tavola,
ecc. I fratelli e le sorelle invece sono dei modelli migliori per
quanto riguarda i comportamenti più informali: come comportarsi a
scuola o per strada, o, cosa più importante, come interagire con un
gruppo di amici.
I fratelli maggiori infatti sono molto più vicini dei genitori agli
ambienti sociali che frequentano i bambini durante la loro giornata, e
per questo essi vanno considerati come un notevole apporto allo
sviluppo sociale del proprio figlio più piccolo.
Sappiamo che avere avuto un rapporto positivo con i fratelli è
collegato a tutta una serie di risultati migliori dell'individuo, sia
da adolescente, sia da adulto, ha detto la Kramer. C'è anche il
risvolto negativo della medaglia: molti comportamenti indesiderati e
antisociali come fumo, alcol o altri atti delinquenziali derivano
spesso dall'insegnamento di un fratello maggiore, così come dagli
amici dei propri fratelli maggiori. Ad esempio, una ragazza
adolescente corre un rischio più elevato di rimanere incinta se la
sorella maggiore ha avuto anch'essa un figlio da giovane.
Secondo la Kramer, al fine di massimizzare l'influenza positiva di un
fratello maggiore, una delle più importanti cose che i genitori
possono fare è contribuire a promuovere una relazione di sostegno tra
fratelli sin dall'inizio. Sappiamo infatti da studi longitudinali che,
se i bambini cominciano il loro rapporto con un fratello in modo
positivo sin da piccoli, è più probabile che questo rapporto possa poi
continuare nel tempo.
Variabili come il sesso e la differenza di età non fanno molta
differenza nel rapporto tra fratelli, purché vi sia rispetto
reciproco, cooperazione e capacità di gestire i problemi. Kramer ha
anche affermato che i bambini che crescono come figli unici non sono
necessariamente meno competenti dal punto di vista sociale, rispetto
ai bambini che crescono con i fratelli, ma è più probabile che, in
questo caso, le loro competenze sociali si sviluppino attraverso
l'osservazione di amici, piuttosto che dei soli genitori.
I genitori di figli unici dovrebbero per questo permettere ai loro
figli di sviluppare delle relazioni positive con altri bambini durante
l'infanzia , in modo che questi bambini diventino per loro una sorta
di fratelli-surrogati. In questo modo essi potranno sviluppare delle
competenze sociali che probabilmente non acquisirebbero se le loro
interazioni fossero limitate al solo rapporto con i genitori e gli
insegnanti.
I genitori che hanno diversi figli spesso non sentono la necessità di
invitare a casa loro altri bambini, per giocare con i figli più
piccoli. Questo è sbagliato, perché va considerato che se fra fratelli
c'è molta differenza di età, il loro rapporto può essere intenso in
casa, ma le loro esperienze sociali sono necessariamente diverse
all'esterno della famiglia, visto che frequentano gruppi sociali
diversi.
Ci sono poi molti casi in cui i fratelli più piccoli devono lavorare
molto duramente per ritagliarsi il proprio percorso, diverso da quello
dei loro fratelli maggiori: questo processo viene detto di
'de-identificazione.' Accade quando un fratello minore sceglie un
percorso diverso, un modo diverso di affermare la propria identità,
nello sport, nell'arte o in altre attività sociali. Questo è a volte
un modo per evitare il confronto con i fratelli maggiori, soprattutto
se si teme di non essere sufficientemente capaci di misurarsi con
loro.
Fonte:
Science Daily
TRAUMI
INFANTILI LEGATI AL CANCRO AL POLMONE
I traumi subiti da bambini sono stati associati ad un aumento
del rischio di sviluppare il cancro ai polmoni in un'età più avanzata
della vita. Alcuni ricercatori scrivono, nella rivista open access BMC
Public Health, che la relazione può essere in parte spiegata con
l'aumento della quantità di sigarette fumate da parte delle vittime di
traumi infantili.
David Brown e Robert Anda, dai Centers for Disease Control and
Prevention di Atlanta, USA, hanno lavorato con un team di ricercatori
per studiare gli effetti dell'abuso (emozionale, fisico, sessuale),
prendendo in considerazione la violenza domestica, la separazione dei
genitori, la crescita in una famiglia in cui alcune persone sono
malate di mente, sono tossicodipendenti, o detenuti. Ebbene, le
esperienze infantili avverse sono state associate ad un aumentato
rischio di cancro al polmone, così come ad una morte prematura, sempre
a causa del tumore ai polmoni. Anche se a rappresentare la parte
preponderante di questo rischio sono i comportamenti legati al consumo
di sigarette, secondo i ricercatori potrebbero esservi coinvolti anche
altri meccanismi fisiopatologici.
Le informazioni sui traumi infantili subiti sono state raccolte da
17.337 persone tra il 1995 e il 1997. Brown ei suoi colleghi hanno
seguito la documentazione medica di questi soggetti, per poi
verificare l'incidenza di cancro al polmone nel 2005. Secondo Brown, "Rispetto
a chi non aveva mai avuto traumi infantili, i soggetti che avevano
vissuto sei o più traumi avevano una probabilità tre volte maggiore di
contrarre un cancro ai polmoni.
Tra coloro che avevano sviluppato, o sono morti, di cancro ai polmoni,
quelli con sei o più eventi avversi subiti da bambini avevano circa 13
anni meno degli altri.
Il messaggio di questo studio è dunque questo: lo stress subito
nell'infanzia porta spesso a comportamenti dannosi come il fumare, il
quale a sua volta può condurre allo sviluppo di malattie come il
cancro ai polmoni e, forse, ad una morte precoce. Ridurre l'incidenza
di queste esperienze infantili avverse dovrebbe pertanto essere
considerato fondamentale nei programmi di prevenzione primaria, anche
in relazione allo sviluppo del cancro al polmone.
Fonte:
Science Daily
Genn 10
ADRENALINE FATIGUE SYNDROME
Molte sono le persone che si sentono stanche, irritabili,
indifferenti al sesso, con difficoltà di concentrazione e problemi di
digestione. Queste persone probabilmente non sanno che tutti
questi sintomi sono stati ora associati per definire quella che è
considerata la vera sindrome del XXI secolo, un "effetto collaterale"
del moderno stile di vita. Si chiama "Adrenaline Fatigue Syndrome"
(Più o meno: Sindrome da sforzo adrenalinico)
Si tratta di un termine-ombrello per questo gruppo di sintomatologie
non specifiche, ma la notizia è che questa sindrome è stata ora
riconosciuta dalla Organizzazione Mondiale della Sanità.
Tutto, c'era
da aspettarselo, nasce dallo stress: la tensione eccessiva fa
produrre alle ghiandole surrenali un eccesso di ormoni
(adrenalina e cortisolo), che poi produce il malessere.
Chi ne soffre non sta veramente male, ma vive uno stato di
perenne malessere, di stanchezza, di grigiore emotivo, per cui
ha bisogno di molti stimolanti, come il caffé o la Coca Cola,
per mantenersi attivo durante la giornata. Si stima che la
sindrome interessi circa un terzo delle persone.
I sintomi peggiorano ovviamente quando ci si confronta con
particolari problemi della vita: la mancanza di denaro, i
problemi del lavoro, la crisi coniugale, ma peggiorano anche se
ci si preoccupa troppo del proprio stato di salute:
paradossalmente, cercare di tenersi sotto controllo dal punto di
vista medico, aumenta lo stess.
Gli endocrinologi non riconoscono ancora la malattia, anche se
la tengono sotto osservazione, cercando di comprenderne meglio i
meccanismi.
Dal punto di vista medico gli esperti suggeriscono un test della
saliva (n.d.b. forse in Italia si preferisce prescrivere le
analisi del sangue?) per escludere altre eventuali
patologie. Altri fattori da tenere strettamente sotto controllo
sono legati allo stile di vita. E' sbagliato: non dormire a
sufficienza, mangiare in modo errato (poche fibre, troppo
zucchero, poche verdure, poca frutta, carenza di cibi crudi),
utilizzare troppi stimolanti, come caffè o bibite energetiche
per recuperare la stanchezza; restare alzati fino a tardi, anche
quando ci si sente stanchi; cercare di essere perfetti; non
prevedere nella giornata attività piacevoli o rigeneranti.
Chi rischia di ammalarsi di questa sindrome? In primis gli
studenti universitari, specie se lavoratori, poi le madri con
due o più figli e poco aiuto nella gestione domestica, i
genitori-single, le persone che vivono una conflittualità nella
coppia, le persone fortemente insoddisfatte o stressate sul
lavoro, i lavoratori autonomi, specie se lavorano in condizioni
difficili o sono all'inizio della loro attività e magari pensano
troppo al loavoro.
Terapia? Solo una: rallentare i ritmi, evitare lo stress.
Fonte:
Daily Mail
Genn 10
SCHIZOFRENIA:
COSA FARE NEL PROSSIMO DECENNIO
Un interessante editoriale pubblicato su
Nature e dedicato alla schizofrenia sostiene che nel
prossimo decennio la scienza dovrà, complessivamente, fare di più
per cercare di combattere in modo più aggressivo il problema dei
disturbi mentali. Gli studi e le ricerche sulla schizofrenia, ad
esempio, secondo l'autorevole punto di vista di Nature, sono
assolutamente minori rispetto a quanto si sta facendo per altre
malattie, come il cancro.
Di schizofrenia si parla solo quando qualche soggetto entra nella
cronaca nera per un omicidio durante un raptus: si tratta di una
piccola minoranza di malati che hanno questa malattia in forma acuta
e ci si dimentica delle tante persone che vivono questa condizione,
senza per fortuna commettere atti violenti. E' tempo che la
disparità nelle ricerche sia superata, che non vi sia più la
stigmatizzazione dei disturbi psichiatrici, che sono patologie come
le altre, anche se hanno un impatto sulla società molto maggiore di
altre malattie più pubblicizzate. Un esempio è l'Alzheimer, una
malattia che assorbe una grande quantità di fondi per la ricerca,
facendo trascurare completamente le condizioni di insorgenza di
altri disturbi più diffusi, in primis quello depressivo.
La schizofrenia è una combinazione di
allucinazioni, ridotta motivazione e funzioni cognitive alterate. I
comportamenti estremi degli schizofrenici coperti dai media sono ben
lontani dagli studi condotti sulla popolazione, i quali stabiliscono
che le persone che soffrono di una errata rappresentazione della
realtà sono circa il 3%. La schizofrenia, riporta sempre Nature, può
essere tenuta sotto controllo con la terapia medica e la terapia
cognitiva, con esiti positivi.
E' difficile che venga compreso il legame tra i sintomi della
schizofrenia e le patologie fisiologiche che la determinano, come la
diminuzione di materia bianca nel cervello, o la funzione alterata
del neurotrasmettitore dopamina. I trattamenti, che mirano spesso
alla regolazione del sistema dopaminico, sono avanzati nei decenni
trascorsi non nella loro efficacia, ma nella riduzione dei loro
effetti collaterali, che producono in genere una debilitazione.
Sia la diagnosi che le cure arrivano
quando la schizofrenia si trova ad uno stato avanzato. Negli stadi
precedenti la situazione clinica è piuttosto ambigua e non vi sono
dei marcatori biologici che permettano di identificare per tempo le
condizioni a rischio, in modo da consentire interventi biomedici e
cognitivi per prevenire o mitigare i disturbi.
Una comprensione più accurata della
biologia sottostante al disturbo è essenziale per migliorare la
diagnosi e le terapie. Le nuove tecniche, come gli studi sul genoma,
l'imaging o la manipolazione ottica dei circuitu neurali
suggeriscono che i disturbi allo stato iniziale potrebbero essere
polivalenti, nel senso che potrebbero evolvere in una sintomatologia
autistica, come in una bipolare.
Anche
la ricerca sui fattori ambientali è molto scarsa. Circa l'80%
dei casi di schizofrenia sembra dovuto a fattori genetici, ma parte
dell'influenza genetica viene a sua volta modificata dalle influenze
ambientali. Anche questo 20% di fattori
ambientali meriterebbe un maggior numero di studi, che vadano dallo
stress sociale (associato, ad esempio alla migrazione o alla
urbanizzazione). Come viene affermato in una rivista scientifica
specializzata, la sfida, a livello mondiale, potrebbe essere quella
di mettere insieme le varie discipline che sono necessarie per
esaminare modelli di disturbi causati da vari aspetti, genetici,
ambientali e loro interazione (J.
van Os and S. Kapur Lancet 374,
635–645; 2009).
Tom Insel, capo del National Institute
of Mental Health (T. R.
Insel J. Clin. Invest. 119, 700–705; 2009) ha a questo
proposito messo in luce che, nonostante i progressi scientifici
della biologia, che ci permette di sapere di più sui disturbi
psicotici, gli psichiatri ne tengono pochissimo conto e, secondo
Nature, anche questo dovrà cambiare nel prossimo decennio.
Fonte:
Nature
Genn 10
L'AMBIENTE
CULTURALE INFLUISCE SULLA SESSUALITA'
Anche il modo che le persone utilizzano per ricordare i passi di danza
dipendono dalla cultura nella quale sono cresciute. Lo afferma uno
studio pubblicato nell'edizione di Dicembre 09 della rivista
Current Biology. Mentre un soggetto occidentale potrebbe
ragionare in termini di "un passo a destra e uno a sinistra" un
cacciatore nomade della Numibia potrebbe dire tra sé e sé " un passo a
est e uno a ovest".
Non è solamente un fatto linguistico: queste differenze riflettono il
modo in cui la nostra mente codifica e ricorda le relazioni spaziali.
"La mente umana ragiona in modi diversi, nei vari ambiti culturali"
ha affermato Daniel Haun del Max Planck Research Group for
Comparative Cognitive Anthropology. "Anche i compiti della vita
quotidiana che non potremmo mai pensare in modo diverso da quello che
utilizziamo, come ad esempio quando dobbiamo ricordare i movimenti del
corpo, sono affrontati in modo diverso in altri posti del mondo".
I ricercatori hanno condotto un esperimento nel quale essi chiedevano
a bambini tedeschi e a bambini Hai||om (o Haikom) della Namibia, di
imparare alcuni passi di danza. L'istruttore (sperimentatore) mostrava
alcune mosse, muovendo le mani intrecciate in una sequenza
destra-sinistra-destra-destra. L'istruttore chiedeva poi ai bambini di
girarsi nella posizione opposta e di ripetere i movimenti.
Si è visto così che i bambini tedeschi ripetevano i movimenti appresi,
sia quando erano in una direzione, sia quando erano nell'altra, mentre
i bambini Hai||om cambiavano la direzione dei movimenti, da
destra-sinistra-destra-destra in sinistra-destra-sinistra-sinistra, a
seconda della direzione in cui si trovavano a ripetere i movimenti.
Questa scoperta mostra la straordinaria diversità e flessibilità della
mente umana. E' sempre più chiaro che ciò che è vero per una
popolazione non può essere attribuito automaticamente ad altre, dicono
i ricercatori, i quali sostengono che per studiare la mente umana
avremmo bisogno di prendere in considerazione le diversità, anziché
l'universalità delle cognizioni, almeno fino a quando non se ne è
avuta prova contraria.
Fonte:
Science Daily
Genn. 10 |