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Raccolta di informazioni, ricerche e curiosità sul
mondo della psicologia
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Indice della Pagina:
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L'attività fisica aiuta a guarire da ansia e
depressione
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Fattori ambientali nella diagnosi di autismo
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Si invecchia secondo l'età che si pensa di avere
●
Rilassarsi e divertirsi per prevenire le
malattie cardiache
●
Psicopatici
● La
terapia psicodinamica è efficace
● I
fratelli migliorano il processo di socializzazione
●
Traumi infantili legati al cancro al polmone
●
Adrenaline Fatigue Syndrome
●
Schizofrenia: cosa fare nel prossimo decennio
●
L'ambiente culturale influisce sulla sessualità |
L'ATTIVITA' FISICA AIUTA A GUARIRE DA ANSIA E DEPRESSIONE
Secondo una nuova ricerca, basata su una
dozzina di studi condotti sulla popolazione, studi clinici e
meta-analisi degli interventi di attività fisica nei trattamenti per
problemi di ansia, l'attività fisica aiuta a ridurre l'ansia e la
depressione.
Fare moto è facile e gratuito: per questo, chi non si può permettere
una psicoterapia, può intanto provare a uscire di casa, farsi un giro
in bicicletta o una passeggiata in un parco. Se anche questo non fosse
possibile, non si dovrebbe rinunciare almeno a fare qualche esercizio
di ginnastica in casa, nel proprio appartamento.
L'attività fisica infatti influisce sul sitema dei neurotrasmettitori
cerebrali ed aiuta i pazienti a ristabilire dei comportamenti
positivi, riducendo le paure e le fobie.
Fonte: Southern Methodist University, Exercise ‘Therapy’ For
Depression via PsychCentral
Apr 2010
FATTORI
AMBIENTALI NELLA DIAGNOSI DI AUTISMO
Se nessun bambino vivesse a 500 metri (o meno) di distanza da un
bambino autistico, ci sarebbe una riduzione del 16 per cento nelle
diagnosi di autismo. Questi, in sintesi, i risultati di una recente
quanto sorprendente ricerca statunitense. L'effetto vicinanza è stato
infatti considerato più significativo degli altri fattori testati,
come ad esempio l'età della madre (che ha spiegato circa l'11 per
cento di aumento nelle diagnosi di autismo) o l'istruzione della madre
(che incide per il 9 per cento).
Lo studio, condotto dai ricercatori dell'Istituto di ricerche
economiche, sociali e politiche presso la Columbia University, ha
scoperto che i bambini che vivono in prossimità di un bambino che ha
precedentemente ricevuto una diagnosi di autismo, hanno una
probabilità molto più elevata di essere essi stessi diagnosticati come
"autistici" l'anno successivo. L'aumento della probabilità diagnostica
di autismo non è dovuta a fattori ambientali o ad agenti contagiosi,
ma ai comportamenti dei genitori, i quali vengono a contatto con i
problemi relativi all'autismo conoscendo i genitori del figlio
autistico.
"La probabilità di ottenere una diagnosi di autismo è chiaramente
associata alla trasmissione di informazioni da persona a persona", ha
affermato il Dr. Peter Bearman, sociologo, autore dello studio insieme
a Ka-Yuet Liu e Marissa King. I genitori che conoscono l'autismo e i
suoi sintomi, scoprono che i medici sono in grado di diagnosticare
tale patologia, e dunque imparano a gestire il processo per ottenere
una diagnosi (e relativi servizi sociali ad esso legati), seguendo il
percorso degli altri genitori con un figlio autistico.
I ricercatori sottolineano che i risultati non significano che
l'autismo non sia reale o che sia diagnosticato in misura eccessiva.
"Il nostro studio non affronta la causa dell' autismo," sostiene il
Dott. Bearman, "Stiamo solo descrivendo il meccanismo attraverso il
quale il numero di diagnosi è in aumento. È possibile che la reale
incidenza della malattia si stia scoprendo solamente ora."
In California, dove è stato condotto questo studio, il numero di casi
di autismo gestiti dal reparto della California dei Servizi dello
Sviluppo è aumentato del 636 per cento tra il 1987 e il 2003.
Il team della Columbia University ha esaminato i dati relativi a oltre
300.000 bambini nati tra il 1997 e il 2003 in tutta la California. I
ricercatori hanno scoperto che i bambini che vivono a meno di 250
metri da un bambino con diagnosi di autismo hanno una probabilità del
42 per cento più elevata di ricevere essi stessi una diagnosi di
questo disturbo nel corso dell'anno successivo, rispetto ai bambini
che non vivono in prossimità di un bambino autistico. I bambini che
vivono tra i 250 metri e i 500 metri da un bambino con autismo hanno
"solo" il 22 per cento in più di probabilità di ricevere questa
diagnosi. Più lontano, dunque, i bambini vivono da un altro bambino
autistico, minori sono le probabilità di ricevere la diagnosi.
Lo studio ha utilizzato diversi test per determinare se questi
risultati possono essere spiegati con un effetto di influenza sociale,
o se le cause possano dipendere da agenti ambientali, ad esempio un
virus. I ricercatori hanno esaminato dei bambini che vivono vicini, ma
in zone opposte del loro distretto scolastico. Questi bambini sono
probabilmente esposti alle stesse condizioni ambientali, ma i loro
genitori dovrebbero appartenere a diverse reti sociali. Si è scoperto
così che la probabilità maggiore di diagnosi esiste solo quando i
genitori risiedono nella stessa zona. I bambini che vivono ugualmente
nei pressi di un bambino autistico - ma che frequentano un altro
distretto scolastico - hanno la stessa probabilità di ricevere la
diagnosi di autismo dei bambini che non hanno per vicino di casa un
bambino autistico. I risultati dimostrano che l'effetto prossimità è
dunque un fenomeno sociale e non un semplice risultato ambientale.
Lo studio ha inoltre dimostrato che l'effetto di prossimità porta a
diagnosi meno gravi, nello spettro autistico, forse perché i genitori
di bambini gravemente disabili sono più propensi a riconoscere il
disturbo senza bisogno di input provenienti dai contatti sociali.
Studi precedenti avevano scoperto un legame tra autismo ed età dei
genitori . I genitori di oggi hanno i figli in un'età più avanzata
della vita, il che potrebbe essere la causa dell'incremento dei casi
di autismo. Altri studi hanno trovato che anche l'educazione impartita
dai genitori ha una sua valenza: meglio genitori istruiti, che hanno
una maggiore probabilità di ottenere una diagnosi per i loro figli
quando vi sono sintomi allarmanti.
L'influenza sociale, dunque, nell'autismo è molto forte: i ricercatori
stimano che l'effetto di prossimità spieghi circa il 16 per cento dei
recenti aumenti di diagnosi di autismo.
Lo studio è stato finanziato dal NIH premio Pioneer per la ricerca
sanitaria innovativa.
Fonte: Ka-Yuet Liu, Marissa King, and Peter S. Bearman. Social
Influence and the Autism Epidemic. American Journal of Sociology,
2010; 115 (5): 1387-434 DOI: 10.1086/651448 via Science Daily
Apr 2010
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SI INVECCHIA
SECONDO L'ETA' CHE SI PENSA DI AVERE
Se si pensa di avere molti più anni
di quelli che in realtà si hanno, questo influisce negativamente sulla
qualità della propria vita: è probabile infatti che prima o poi ci
si imbatta realmente nei problemi nei quali in genere incorrono le
persone che hanno realmente l'età avanzata che si sente di avere.
Allo stesso modo, se non si è più giovanissimi, ma ci si sente ancora
tali, nonostante la carta di identità dica il contrario, non solo si
andrà incontro ad una serie di esperienze tipiche delle persone più
giovani, ma si riuscirà a mantenere vive una serie di abilità.
Markus H. Schafer e la co-autrice Tetyana P. Shippee, dell'Università
di Purdue hanno studiato i dati relativi a circa 500 persone di età
compresa fra i 55 ed i 74 anni,intervistate una prima volta nel 1995
e poi nel 2005, nel National Survey of Midlife Development degli Stati
Uniti.
Nel 1995, la maggior parte delle persone intervistate avevano
dichiarato di sentirsi 12 anni più giovani di quello che in realtà
erano. Secondo i ricercatori, queste persone che si sentono più
giovani mostrano di avere una maggiore sicurezza su di sé, soprattutto
per quanto riguarda le proprie abilità cognitive. Non è chiaro quale
sia la causa e quale la conseguenza: è infatti possibile che un
migliore stato fisico faccia sentire più giovani, ma è anche possibile
che sia vero il contrario.
Schafer ha però sottolineato che il bisogno compulsivo di rimanere
giovani, quasi imposto dalla società in cui viviamo, potrebbe avere un
effetto negativo sulle persone. Tutti infatti vorrebbero essere più
giovani e così, quando si invecchia, ci si deprime e si perde la
fiducia nelle proprie possibilità. D'altra parte, il forte desiderio
di rimanere giovani, potrebbe però essere utile per rimanere
aggiornati e attivi, ad esempio spingendo le persone verso le nuove
tecnologie: un ottimo modo per mantenere viva l'attività cerebrale,
producendo dei sani effetti sulla qualità della vita.
Ulteriori ricerche dovranno chiarire questi aspetti ancora poco
chiari.
Fonte: Markus H. Schafer and Tetyana P. Shippee.
Age Identity, Gender, and Perceptions
of Decline: Does Feeling Older Lead to Pessimistic Dispositions About
Cognitive Aging? The Journals of Gerontology Series B
Psychological Sciences and Social Sciences, 2010; 65b (1): 91 DOI:
10.1093/geronb/gbp046 via
Science Daily
RILASSARSI E DIVERTIRSI PER PREVENIRE LE MALATTIE CARDIACHE
E' stato appena pubblicato uno studio molto importante sulla
rivista leader mondiale della cardiologia in Europa, lo
European Heart Journal.
Lo studio è importante perché è il primo a dimostrare scientificamente
che vi è una relazione tra emozioni e malattia coronarica.
La Dr.ssa Karina Davidson, che ha guidato la ricerca, ha affermato che
è possibile fare qualcosa per prevenire le malattie cardiache,
migliorando le emozioni positive delle persone. Tuttavia, ha
precisato, sarebbe prematuro formulare raccomandazioni mediche, senza
opportune sperimentazioni cliniche, per indagare ulteriormente i
risultati.
"Abbiamo assolutamente bisogno di una rigorosa sperimentazione clinica
in questo settore. Se le prove dovessero sostenere i nostri risultati,
questi saranno estremamente importanti nel descrivere specificamente
quello che i medici e / o pazienti potrebbero fare per migliorare la
salute", ha affermato la Davidson, che è Professore Associato di
Medicina e Psichiatria e Direttore del Center for Behavioral
Cardiovascular Health presso il Columbia University Medical Center
(New York, USA).
Nell'arco di un periodo di dieci anni, la Davidson e colleghi hanno
seguito 1.739 adulti sani (862 uomini e 877 donne) che avevano
partecipato nel 1995 al Nova Scotia Health Survey. All'inizio dello
studio, era stato valutato il rischio dei partecipanti di avere
malattie cardiache: sia attraverso la compilazione di questionari, sia
attraverso la valutazione clinica, sono stati misurati i sintomi di
depressione, ostilità, ansia e il livello delle emozioni positive
provate dai pazienti.
L'emozione positiva è definita come un'esperienza piacevole: ad
esempio la gioia, la felicità, l'entusiasmo, la soddisfazione. Questi
sentimenti possono essere transitori, ma di solito sono stabili e
vengono a far parte del carattere, in particolare in età adulta (anche
se, come capita a tutti, talvolta anche la persona più serena può
manifestare segni di ansia, rabbia o depressione).
Dopo aver tenuto conto di età, sesso, fattori di rischio
cardiovascolare ed emozioni negative, i ricercatori hanno scoperto
che, nel periodo di dieci anni, vivere emozioni positive aveva inciso
sul rischio di malattie cardiache del 22% per ogni punto su una scala
a cinque punti che misurava le emozioni positive (da "Nessuna" a
"Massima").
I partecipanti che non hanno emozioni positive corrono dunque un
rischio superiore del 22% per quanto riguarda la cardiopatia ischemica
(infarto o angina) rispetto a quelli che hanno scarse emozioni
positive, i quali a loro volta corrono il 22% di rischio in più
rispetto a coloro che hanno moderate emozioni positive.
I ricercatori hanno inoltre scoperto che se una persona abitualmente
positiva al momento del sondaggio prova sentimenti di depressione o
negativi, questo non pregiudica comunque la percentuale di rischio
complessiva.
I possibili meccanismi attraverso i quali le emozioni positive
influenzano il comportamento, proteggendo dalle malattie cardiache
riguardano probabilmente una maggiore igiene del sonno e lo smettere
di fumare. Chi si prende lunghi periodi di riposo ha infatti un
maggiore rilassamento fisiologico, che aiuta la regolamentazione del
sistema parasimpatico. Inoltre, questi soggetti hanno la possibilità
di recuperare più rapidamente dai fattori di stress.
Diminuire le emozioni negative dunque potrebbe essere un modo per
prevenire le malattie cardiache.
Le persone, suggeriscono i ricercatori, dovrebbero imparare a
garantirsi delle attività piacevoli durante la loro vita, senza
esagerare, con moderazione e coerenza. Rilassarsi e divertirsi è
dunque il modo migliore per ottenere la salute mentale, e migliorare
la salute fisica.
Al momento sono in corso studi controllati per aumentare le emozioni
positive in pazienti con malattie cardiovascolari, allo scopo di
annullare il 'circolo vizioso' che collega le malattie
cardiovascolari con la depressione: se questi studi avranno i
risultati sperati questo potrebbe incentivare, in futuro, la
collaborazione fra cardiologi e psicologi, per fare prevenzione.
Secondo i ricercatori questo è il primo studio prospettico che esamina
il rapporto, valutato clinicamente, fra emozioni positive e malattia
cardiaca.
Fonte:
Science Daily
Febb 10
PSICOPATICI
Intorno all'età di tre o quattro anni i
bambini sviluppano la capacità di provare empatia per gli altri, così
come imparano a raccontare le bugie. Già a quella età la maggior parte
dei bambini comincia a provare dei sensi di colpa quando sente di aver
disubbidito ai genitori o aver fatto qualcosa che non è corretto. Non
tutti i bambini sono così: ce ne sono alcuni che questi sensi di colpa
proprio non li provano e sono quelli che, molto probabilmente, da
grandi diventeranno degli psicopatici.
La ricerca ha finora dimostrato che queste persone, il cui disturbo di
personalità è soprattutto legato a comportamenti scorretti, aggressivi
e antisociali, potrebbero avere scarse connessioni fra la parte del
cervello che si occupa delle emozioni (sistema limbico) e la parte
pensante del cervello (il lobo frontale).
La parte razionale del cervello dunque, in questi casi, non riesce ad
esercitare il suo normale controllo su emozioni quali la paura e
l'aggressività. Forse anche per questo le cose che normalmente
incutono paura e tristezza alle persone "normali", non hanno effetto
sugli psicopatici.
Le scansioni del cervello, fatte con la risonanza magnestica, mostrano
che i soggetti con diagnosi di psicopatia non hanno attività cerebrale
nelle fibre che collegano il lobo frontale e il sistema limbico.
Inoltre, anche nel sistema limbico si registrano delle irregolarità
nel funzionamento.
Non è ancora del tutto chiaro se queste anomalie possano essere
causate da esperienze traumatiche subite durante l'infanzia, come ad
esempio traumi dovuti all'assenza o alla trascuratessa degli adulti,
alla mancanza di comprensione e di ascolto, ecc. ma ciò che sappiamo è
che i semi del comportamento psicopatico sono presenti già nei primi
anni di vita.
L'abilità degli psicopatici nel manipolare le persone e nel
falsificare le proprie emozioni possono essere trattate sia con
sistemi psicoterapeutici, sia attraverso la cura farmacologica. Sembra
ad esempio che possano essere efficaci dei trattamenti chimici che
agiscono sul sistema serotoninergico e dopaminico. Il problema è però
il seguente: se anche riusciamo a regolare il sistema delle emozioni,
siamo poi in grado di restituire a questi soggetti quella moralità di
cui hanno sempre fatto a meno? Per quanto riguarda i trattamenti
psicoterapeutici sembra provato che l'unico sistema da evitare è
quello della terapia di gruppo, la quale non solo è inefficace in
questi casi, ma anche controproducente.
Nella società ci sono molti soggetti che hanno tratti psicopatici di
personalità, ma ce se ne accorge solo quando questi commettono dei
reati.
Fonte:
Health 24
Febb. 10
LA TERAPIA PSICODINAMICA
E' EFFICACE
La psicoterapia psicodinamica è efficace su una vasta gamma di
sintomi psicologici, fra cui depressione, ansia, panico e altri
problemi legati allo stress. L'efficacia della terapia cresce,
inoltre, dopo che il trattamento vero e proprio è terminato. Lo
afferma una nuova ricerca dell'American Psychological Association.
La terapia psicodinamica si concentra sulle origini delle sofferenze
emotive, attraverso la riflessione e l'esame del Sé del paziente, in
una relazione terapeutica che è una finestra delle problematiche
relazionali nella vita del paziente. Gli obiettivi della terapia non
si limitano ad alleviare i sintomi, ma ad aiutare la persona a vivere
una vita più sana.
"Al pubblico americano è stato detto che solo i trattamenti più nuovi,
quelli focalizzati sul sintomo, come la terapia
cognitivo-comportamentale o la terapia medica, sono costruiti su basi
scientiche" sostiene l'autore dello studio Jonathan Shedler,
psicologo presso la School of Medicine della University of Colorado, a
Denver .
"L'evidenza scientifica mostra invece che la terapia psicodinamica è
molto efficace. I suoi benefici sono altrettanto vasti come quelli di
altre psicoterapie, e durano nel tempo". Per arrivare a queste
conclusioni, Shedler ha preso in esame otto meta-analisi che
comprendono 160 studi sulla terapia psicodinamica, oltre a nove
meta-analisi di altri trattamenti psicologici, o terapie mediche
contro la depressione.
Il ricercatore ha valutato la percentuale di miglioramento del
paziente, chiamata "effect size". Un effect size di 0.80 viene
considerato un traguardo elevato nella ricerca medica e fisiologica.
Una meta-analisi sulla terapia psicodinamica condotta su 1.431
pazienti con diversi problemi psicologici ha riscontrato un effect
size di 0.97 per quanto attiene il miglioramento dei sintomi (la
terapia era durata meno di un anno, con una seduta alla settimana).
L'effect size cresceva del 50 per cento, fino a 1.51, quando i
pazienti venivano ri-valutati dopo 9 mesi e più dal termine della
terapia. L'effect size per una delle più diffuse terapie mediche
contro la depressiuone è di un più modesto 0.31.
Al contrario, secondo il ricercatore, le terapie "empiriche" (leggi
cognitivo-comportamentali) tendono a perdere i loro effetti nel tempo,
come nel caso della depressione e dell'ansia generalizzata.
"Le compagnie farmaceutiche e le compagnie di assicurazione hanno
interesse a promuovere la convinzione che la malattia psicologica
possa essere ridotta ad una lista di sintomi e che il trattamento
possa consistere nel curare quei sintomi. Questo può avere un senso
per alcune specifiche condizioni ma, più spesso la sofferenza emotiva
è intrecciata nella vita di una persona e radicata nei modelli di
relazione, nelle contraddizioni interne, nella difficoltà a trovare
vie d'uscita. La terapia psicodinamica nasce proprio per risolvere
questi problemi".
Shedler ha inoltre osservato che la ricerca esistente non coglie
adeguatamente i benefici che la terapia psicodinamica si propone di
raggiungere. "E facile misurare il cambiamento dei sintomi acuti; più
difficile misurare i cambiamenti più profondi della personalità. Ma si
può fare".
La ricerca suggerisce anche che, quando altre forme di psicoterapia si
dimostrano efficaci, è perché i terapeuti utilizzano inconfessati
metodi psicodinamici. Quando si guarda a ciò che i terapeuti
effettivamente fanno, si scopre infatti, afferma il ricercatore, che
essi utilizzano i metodi classici della terapia psicodinamica:
l'auto-esplorazione, l'analisi delle relazioni.
Quattro studi sulla terapia per la depressione hanno utilizzato la
registrazione di sedute terapeutiche per studiare esattamente ciò
che i terapeuti hanno detto e fatto, e ciò che si è mostrato efficace
o inefficace. Conclusione: Più i terapeuti hanno agito secondo i
dettami della terapia psicodinamica, maggiori sono stati i risultati,
sostiene Shedler . "Questo è vero, indipendentemente dal tipo di
terapia che i terapeuti credevano di fornire".
Di questa ricerca si parla sull' American Psychologist, dell'
American Psychological Association.
Fonte: "The Efficacy of Psychodynamic Psychotherapy," Jonathan K.
Shedler, PhD, University of Colorado Denver School of Medicine;
American Psychologist, Vol. 65. No.2. via
Eurekalert
(Lo studio è disponibile su APA Public Affairs Office qui:
http://www.apa.org/pubs/journals/releases/amp-65-2-shedler.pdf )
I FRATELLI MIGLIORANO IL PROCESSO DI SOCIALIZZAZIONE
Crescere in una famiglia dove c'è
un altro bambino rende l'ambiente sociale molto diverso, dal punto di
vista cognitivo ed emotivo. I fratelli e le sorelle sono infatti
importanti quanto gli adulti nel processo di socializzazione del
bambino. Lo afferma Laurie Kramer, professoressa presso l'Università
dell' Illinois.
I genitori sono più adatti per l'insegnamento degli aspetti sociali
più formali - come comportarsi in pubblico, come comportarsi a tavola,
ecc. I fratelli e le sorelle invece sono dei modelli migliori per
quanto riguarda i comportamenti più informali: come comportarsi a
scuola o per strada, o, cosa più importante, come interagire con un
gruppo di amici.
I fratelli maggiori infatti sono molto più vicini dei genitori agli
ambienti sociali che frequentano i bambini durante la loro giornata, e
per questo essi vanno considerati come un notevole apporto allo
sviluppo sociale del proprio figlio più piccolo.
Sappiamo che avere avuto un rapporto positivo con i fratelli è
collegato a tutta una serie di risultati migliori dell'individuo, sia
da adolescente, sia da adulto, ha detto la Kramer. C'è anche il
risvolto negativo della medaglia: molti comportamenti indesiderati e
antisociali come fumo, alcol o altri atti delinquenziali derivano
spesso dall'insegnamento di un fratello maggiore, così come dagli
amici dei propri fratelli maggiori. Ad esempio, una ragazza
adolescente corre un rischio più elevato di rimanere incinta se la
sorella maggiore ha avuto anch'essa un figlio da giovane.
Secondo la Kramer, al fine di massimizzare l'influenza positiva di un
fratello maggiore, una delle più importanti cose che i genitori
possono fare è contribuire a promuovere una relazione di sostegno tra
fratelli sin dall'inizio. Sappiamo infatti da studi longitudinali che,
se i bambini cominciano il loro rapporto con un fratello in modo
positivo sin da piccoli, è più probabile che questo rapporto possa poi
continuare nel tempo.
Variabili come il sesso e la differenza di età non fanno molta
differenza nel rapporto tra fratelli, purché vi sia rispetto
reciproco, cooperazione e capacità di gestire i problemi. Kramer ha
anche affermato che i bambini che crescono come figli unici non sono
necessariamente meno competenti dal punto di vista sociale, rispetto
ai bambini che crescono con i fratelli, ma è più probabile che, in
questo caso, le loro competenze sociali si sviluppino attraverso
l'osservazione di amici, piuttosto che dei soli genitori.
I genitori di figli unici dovrebbero per questo permettere ai loro
figli di sviluppare delle relazioni positive con altri bambini durante
l'infanzia , in modo che questi bambini diventino per loro una sorta
di fratelli-surrogati. In questo modo essi potranno sviluppare delle
competenze sociali che probabilmente non acquisirebbero se le loro
interazioni fossero limitate al solo rapporto con i genitori e gli
insegnanti.
I genitori che hanno diversi figli spesso non sentono la necessità di
invitare a casa loro altri bambini, per giocare con i figli più
piccoli. Questo è sbagliato, perché va considerato che se fra fratelli
c'è molta differenza di età, il loro rapporto può essere intenso in
casa, ma le loro esperienze sociali sono necessariamente diverse
all'esterno della famiglia, visto che frequentano gruppi sociali
diversi.
Ci sono poi molti casi in cui i fratelli più piccoli devono lavorare
molto duramente per ritagliarsi il proprio percorso, diverso da quello
dei loro fratelli maggiori: questo processo viene detto di
'de-identificazione.' Accade quando un fratello minore sceglie un
percorso diverso, un modo diverso di affermare la propria identità,
nello sport, nell'arte o in altre attività sociali. Questo è a volte
un modo per evitare il confronto con i fratelli maggiori, soprattutto
se si teme di non essere sufficientemente capaci di misurarsi con
loro.
Fonte:
Science Daily
TRAUMI
INFANTILI LEGATI AL CANCRO AL POLMONE
I traumi subiti da bambini sono stati associati ad un aumento
del rischio di sviluppare il cancro ai polmoni in un'età più avanzata
della vita. Alcuni ricercatori scrivono, nella rivista open access BMC
Public Health, che la relazione può essere in parte spiegata con
l'aumento della quantità di sigarette fumate da parte delle vittime di
traumi infantili.
David Brown e Robert Anda, dai Centers for Disease Control and
Prevention di Atlanta, USA, hanno lavorato con un team di ricercatori
per studiare gli effetti dell'abuso (emozionale, fisico, sessuale),
prendendo in considerazione la violenza domestica, la separazione dei
genitori, la crescita in una famiglia in cui alcune persone sono
malate di mente, sono tossicodipendenti, o detenuti. Ebbene, le
esperienze infantili avverse sono state associate ad un aumentato
rischio di cancro al polmone, così come ad una morte prematura, sempre
a causa del tumore ai polmoni. Anche se a rappresentare la parte
preponderante di questo rischio sono i comportamenti legati al consumo
di sigarette, secondo i ricercatori potrebbero esservi coinvolti anche
altri meccanismi fisiopatologici.
Le informazioni sui traumi infantili subiti sono state raccolte da
17.337 persone tra il 1995 e il 1997. Brown ei suoi colleghi hanno
seguito la documentazione medica di questi soggetti, per poi
verificare l'incidenza di cancro al polmone nel 2005. Secondo Brown, "Rispetto
a chi non aveva mai avuto traumi infantili, i soggetti che avevano
vissuto sei o più traumi avevano una probabilità tre volte maggiore di
contrarre un cancro ai polmoni.
Tra coloro che avevano sviluppato, o sono morti, di cancro ai polmoni,
quelli con sei o più eventi avversi subiti da bambini avevano circa 13
anni meno degli altri.
Il messaggio di questo studio è dunque questo: lo stress subito
nell'infanzia porta spesso a comportamenti dannosi come il fumare, il
quale a sua volta può condurre allo sviluppo di malattie come il
cancro ai polmoni e, forse, ad una morte precoce. Ridurre l'incidenza
di queste esperienze infantili avverse dovrebbe pertanto essere
considerato fondamentale nei programmi di prevenzione primaria, anche
in relazione allo sviluppo del cancro al polmone.
Fonte:
Science Daily
Genn 10
ADRENALINE FATIGUE SYNDROME
Molte sono le persone che si sentono stanche, irritabili,
indifferenti al sesso, con difficoltà di concentrazione e problemi di
digestione. Queste persone probabilmente non sanno che tutti
questi sintomi sono stati ora associati per definire quella che è
considerata la vera sindrome del XXI secolo, un "effetto collaterale"
del moderno stile di vita. Si chiama "Adrenaline Fatigue Syndrome"
(Più o meno: Sindrome da sforzo adrenalinico)
Si tratta di un termine-ombrello per questo gruppo di sintomatologie
non specifiche, ma la notizia è che questa sindrome è stata ora
riconosciuta dalla Organizzazione Mondiale della Sanità.
Tutto, c'era
da aspettarselo, nasce dallo stress: la tensione eccessiva fa
produrre alle ghiandole surrenali un eccesso di ormoni
(adrenalina e cortisolo), che poi produce il malessere.
Chi ne soffre non sta veramente male, ma vive uno stato di
perenne malessere, di stanchezza, di grigiore emotivo, per cui
ha bisogno di molti stimolanti, come il caffé o la Coca Cola,
per mantenersi attivo durante la giornata. Si stima che la
sindrome interessi circa un terzo delle persone.
I sintomi peggiorano ovviamente quando ci si confronta con
particolari problemi della vita: la mancanza di denaro, i
problemi del lavoro, la crisi coniugale, ma peggiorano anche se
ci si preoccupa troppo del proprio stato di salute:
paradossalmente, cercare di tenersi sotto controllo dal punto di
vista medico, aumenta lo stess.
Gli endocrinologi non riconoscono ancora la malattia, anche se
la tengono sotto osservazione, cercando di comprenderne meglio i
meccanismi.
Dal punto di vista medico gli esperti suggeriscono un test della
saliva (n.d.b. forse in Italia si preferisce prescrivere le
analisi del sangue?) per escludere altre eventuali
patologie. Altri fattori da tenere strettamente sotto controllo
sono legati allo stile di vita. E' sbagliato: non dormire a
sufficienza, mangiare in modo errato (poche fibre, troppo
zucchero, poche verdure, poca frutta, carenza di cibi crudi),
utilizzare troppi stimolanti, come caffè o bibite energetiche
per recuperare la stanchezza; restare alzati fino a tardi, anche
quando ci si sente stanchi; cercare di essere perfetti; non
prevedere nella giornata attività piacevoli o rigeneranti.
Chi rischia di ammalarsi di questa sindrome? In primis gli
studenti universitari, specie se lavoratori, poi le madri con
due o più figli e poco aiuto nella gestione domestica, i
genitori-single, le persone che vivono una conflittualità nella
coppia, le persone fortemente insoddisfatte o stressate sul
lavoro, i lavoratori autonomi, specie se lavorano in condizioni
difficili o sono all'inizio della loro attività e magari pensano
troppo al loavoro.
Terapia? Solo una: rallentare i ritmi, evitare lo stress.
Link:
AdrenalFatigue
Fonte:
Daily Mail
Genn 10
SCHIZOFRENIA:
COSA FARE NEL PROSSIMO DECENNIO
Un interessante editoriale pubblicato su
Nature e dedicato alla schizofrenia sostiene che nel
prossimo decennio la scienza dovrà, complessivamente, fare di più
per cercare di combattere in modo più aggressivo il problema dei
disturbi mentali. Gli studi e le ricerche sulla schizofrenia, ad
esempio, secondo l'autorevole punto di vista di Nature, sono
assolutamente minori rispetto a quanto si sta facendo per altre
malattie, come il cancro.
Di schizofrenia si parla solo quando qualche soggetto entra nella
cronaca nera per un omicidio durante un raptus: si tratta di una
piccola minoranza di malati che hanno questa malattia in forma acuta
e ci si dimentica delle tante persone che vivono questa condizione,
senza per fortuna commettere atti violenti. E' tempo che la
disparità nelle ricerche sia superata, che non vi sia più la
stigmatizzazione dei disturbi psichiatrici, che sono patologie come
le altre, anche se hanno un impatto sulla società molto maggiore di
altre malattie più pubblicizzate. Un esempio è l'Alzheimer, una
malattia che assorbe una grande quantità di fondi per la ricerca,
facendo trascurare completamente le condizioni di insorgenza di
altri disturbi più diffusi, in primis quello depressivo.
La schizofrenia è una combinazione di
allucinazioni, ridotta motivazione e funzioni cognitive alterate. I
comportamenti estremi degli schizofrenici coperti dai media sono ben
lontani dagli studi condotti sulla popolazione, i quali stabiliscono
che le persone che soffrono di una errata rappresentazione della
realtà sono circa il 3%. La schizofrenia, riporta sempre Nature, può
essere tenuta sotto controllo con la terapia medica e la terapia
cognitiva, con esiti positivi.
E' difficile che venga compreso il legame tra i sintomi della
schizofrenia e le patologie fisiologiche che la determinano, come la
diminuzione di materia bianca nel cervello, o la funzione alterata
del neurotrasmettitore dopamina. I trattamenti, che mirano spesso
alla regolazione del sistema dopaminico, sono avanzati nei decenni
trascorsi non nella loro efficacia, ma nella riduzione dei loro
effetti collaterali, che producono in genere una debilitazione.
Sia la diagnosi che le cure arrivano
quando la schizofrenia si trova ad uno stato avanzato. Negli stadi
precedenti la situazione clinica è piuttosto ambigua e non vi sono
dei marcatori biologici che permettano di identificare per tempo le
condizioni a rischio, in modo da consentire interventi biomedici e
cognitivi per prevenire o mitigare i disturbi.
Una comprensione più accurata della
biologia sottostante al disturbo è essenziale per migliorare la
diagnosi e le terapie. Le nuove tecniche, come gli studi sul genoma,
l'imaging o la manipolazione ottica dei circuitu neurali
suggeriscono che i disturbi allo stato iniziale potrebbero essere
polivalenti, nel senso che potrebbero evolvere in una sintomatologia
autistica, come in una bipolare.
Anche
la ricerca sui fattori ambientali è molto scarsa. Circa l'80%
dei casi di schizofrenia sembra dovuto a fattori genetici, ma parte
dell'influenza genetica viene a sua volta modificata dalle influenze
ambientali. Anche questo 20% di fattori
ambientali meriterebbe un maggior numero di studi, che vadano dallo
stress sociale (associato, ad esempio alla migrazione o alla
urbanizzazione). Come viene affermato in una rivista scientifica
specializzata, la sfida, a livello mondiale, potrebbe essere quella
di mettere insieme le varie discipline che sono necessarie per
esaminare modelli di disturbi causati da vari aspetti, genetici,
ambientali e loro interazione (J.
van Os and S. Kapur Lancet 374,
635–645; 2009).
Tom Insel, capo del National Institute
of Mental Health (T. R.
Insel J. Clin. Invest. 119, 700–705; 2009) ha a questo
proposito messo in luce che, nonostante i progressi scientifici
della biologia, che ci permette di sapere di più sui disturbi
psicotici, gli psichiatri ne tengono pochissimo conto e, secondo
Nature, anche questo dovrà cambiare nel prossimo decennio.
Fonte:
Nature
Genn 10
L'AMBIENTE
CULTURALE INFLUISCE SULLA SESSUALITA'
Anche il modo che le persone utilizzano per ricordare i passi di danza
dipendono dalla cultura nella quale sono cresciute. Lo afferma uno
studio pubblicato nell'edizione di Dicembre 09 della rivista
Current Biology. Mentre un soggetto occidentale potrebbe
ragionare in termini di "un passo a destra e uno a sinistra" un
cacciatore nomade della Numibia potrebbe dire tra sé e sé " un passo a
est e uno a ovest".
Non è solamente un fatto linguistico: queste differenze riflettono il
modo in cui la nostra mente codifica e ricorda le relazioni spaziali.
"La mente umana ragiona in modi diversi, nei vari ambiti culturali"
ha affermato Daniel Haun del Max Planck Research Group for
Comparative Cognitive Anthropology. "Anche i compiti della vita
quotidiana che non potremmo mai pensare in modo diverso da quello che
utilizziamo, come ad esempio quando dobbiamo ricordare i movimenti del
corpo, sono affrontati in modo diverso in altri posti del mondo".
I ricercatori hanno condotto un esperimento nel quale essi chiedevano
a bambini tedeschi e a bambini Hai||om (o Haikom) della Namibia, di
imparare alcuni passi di danza. L'istruttore (sperimentatore) mostrava
alcune mosse, muovendo le mani intrecciate in una sequenza
destra-sinistra-destra-destra. L'istruttore chiedeva poi ai bambini di
girarsi nella posizione opposta e di ripetere i movimenti.
Si è visto così che i bambini tedeschi ripetevano i movimenti appresi,
sia quando erano in una direzione, sia quando erano nell'altra, mentre
i bambini Hai||om cambiavano la direzione dei movimenti, da
destra-sinistra-destra-destra in sinistra-destra-sinistra-sinistra, a
seconda della direzione in cui si trovavano a ripetere i movimenti.
Questa scoperta mostra la straordinaria diversità e flessibilità della
mente umana. E' sempre più chiaro che ciò che è vero per una
popolazione non può essere attribuito automaticamente ad altre, dicono
i ricercatori, i quali sostengono che per studiare la mente umana
avremmo bisogno di prendere in considerazione le diversità, anziché
l'universalità delle cognizioni, almeno fino a quando non se ne è
avuta prova contraria.
Fonte:
Science Daily
Genn. 10 |
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