La psicologia amica 10° anno online

Responsabile Scientifico:

psicolinea.it - Sito italiano di psicologia - Italian site of psychology Pagina FacebookPagina Twitter

Dr. Giuliana Proietti
ANCONA

Consulenza
online

Appuntamenti 
in Studio

Consulenza Telefonica del GIOVEDI' News dal Blog
Questioni
di sex
Dr. W. La Gatta
348-3314908

349 590 7 591

Dentro e fuori di te
Dr. G. Proietti
347-0375949
dalle 11.00 alle 12.30
Consulenza
in videochat
     
Info Attualità Biblioteca Coppia Costume Donne
Genitori e Figli I Grandi Temi Interviste Personaggi Psiche in pillole Sesso in pillole
Sessuologia Terapie_Tecniche Test in English Consulenza Il Sesso e L'Amore


Psicopill
La psiche in pillole

2010

Home Page > PSICOPILL  > Psicopill 2010
 


Raccolta di informazioni, ricerche e curiosità sul mondo della psicologia
 

Indice della Pagina:

Effetto Aha per trovare la soluzione del problema

Easterling Paradox

Il regalino di Natale al terapeuta

In America la psicoterapia sta diventando un lusso

Come essere più persuasivi

Scimpanzé: le femmine usano i bastoni come bambole

Non bisogna diventare schiavi dell'autostima

Il rituale dei regali e le differenze di genere

Giovani: per ottenere la verità basta chiederla

Gli hippies erano malati di mente?

Nascere a dicembre è un handicap che dura tutta la vita

I segni precoci dell'Alzheimer

Madri stressate, linguaggio dei segni e corsi alla moda

L'uso dell'imprecazione nel discorso persuasivo

Il dilemma del prigioniero e il comportamento pro-sociale

Quanto conta la prima impressione negli uomini

Autismo e menzogna

Quando un'azienda è in crisi si chiama un manager donna

Linguaggio coordinato: si può predire se due persone andranno d'accordo?

Il maltrattamento dei minori è legato alla disoccupazione

Disturbo post traumatico da stress

Coppie e conflitti di coppia

Il gene Homer Simpson

Le punizioni eccessive possono lasciare un segno indelebile

L'ironia? La capiscono anche i bambini

Fare shopping? Eccitante quanto il sesso

Benessere: meglio oggi o in passato?

Pettegolare in positivo fa bene

Come gli amici proteggono le ragazze ubriache

Viaggiare in auto con un passeggero attraente può essere pericoloso

Le vittime del bullismo peggiorano nel rendimento scolastico

  La piramide di Maslow

Genitori per sempre: anche quando i figli sono grandi

Violenza domestica: caratteristiche del soggetto violento

Le ragazze carine non vengono assunte per lavori pesanti

Anche gli animali provano emozioni

  L'uomo modesto non piace

Il linguaggio del corpo dei politici

L'attività fisica aiuta a guarire da ansia e depressione

Fattori ambientali nella diagnosi di autismo

Si invecchia secondo l'età che si pensa di avere

Rilassarsi e divertirsi per prevenire le malattie cardiache

Psicopatici

 La terapia psicodinamica è efficace

 I fratelli migliorano il processo di socializzazione

Traumi infantili legati al cancro al polmone

Adrenaline Fatigue Syndrome

  Schizofrenia: cosa fare nel prossimo decennio

  L'ambiente culturale influisce sulla sessualità

EFFETTO AHA TROVARE LA SOLUZIONE DEL PROBLEMA

Provate a pensare di essere di fronte ad un problema difficile. Improvvisamente trovate mentalmente la soluzione e, prima ancora di applicarla, svanisce ogni preoccupazione... E' il famoso effetto Aha.
Alcuni studiosi si sono chiesti come nascano questi improvvise intuizioni che portano alla soluzione del problema. Sascha Topolinski presso l'Università di Würzburg, in Germania, e Rolf Reber presso l'Università di Bergen, in Norvegia, hanno presentato una nuova ipotesi che integra le caratteristiche conosciute su questa esperienza in un quadro unitario.

La letteratura scientifica elenca quattro caratteristiche principali di questa esperienza:

• Subitaneità: L'esperienza è sorprendente ed immediata;
• Facilità: rispetto agli ostacoli incontrati in precedenza, i rimedi della soluzione appaiono semplici e facili;
• Effetto positivo: visto che si è trovata la soluzione, l'esperienza viene considerata positiva;
• Sensazione di essere nel giusto:  la soluzione viene considerata efficace ancor prima che venga messa in pratica.
Sebbene la fenomenologia dell'insight sia ben conosciuta, nessuna teoria precedente aveva combinato le quattro caratteristiche. Gli autori si sono ispirati a recenti ricerche sull'argomento, come ad esempio uno studio che ha scoperto che l'immediatezza di un'esperienza dà la sensazione della sua correttezza e la sensazione di piacevolezza nel trovare una soluzione che appare vera sin dall'inizio e che arriva come una sorpresa, dopo tanti ragionamenti.

L'insight è dunque un'esperienza che si fa durante o successivamente ai tentativi di problem solving: la soluzione viene in mente con facilità e all'improvviso, fornendo una sensazione di piacere, oltre che la convinzione che la soluzione sia corretta ed efficace. L'effetto "Aha", insomma.

Fonte: Sascha Topolinski, Reber Rolf. Insight Guadagnare in esperienza la 'Aha'. Indicazioni attuale in Psychological Science, via Science Daily


Dic 10

EASTERLING PARADOX

Sul Guardian c'è un interessantissimo articolo di Alok Jha, sugli studi di un economista americano, Richard Easterlin, il quale sostiene che la folle corsa alla ricchezza cui stiamo assistendo, nei Paesi sviluppati e non, non produce felicità nei cittadini di questi Stati e che non è assolutamente dimostrato che l'aumento del PIL migliori, nel lungo termine, la qualità della vita. Forse uno Stato che tiene alla soddisfazione di vita dei suoi cittadini dovrebbe basarsi su parametri diversi dal PIL.

Ecco un'ampia sintesi dell'articolo:

Un Paese sempre più ricco non rende più felici, nel lungo periodo, i suoi abitanti.

Alcuni ricercatori hanno esaminato i dati relativi alla soddisfazione di vita provenienti da 37 Paesi, raccolti in vari periodi di tempo, da 12 a 34 anni, fino al 2005. Il campione comprendeva nazioni in via di sviluppo, ricche e povere, ex-comuniste e capitaliste.

Lo studio è stato specificamente progettato per verificare il paradosso per cui anche se, mediamente, le persone che risiedono nei paesi più ricchi tendono ad essere più felici, se un Paese diventa più ricco, i suoi abitanti non necessariamente diventano più felici.

L'autore principale dello studio, Richard Easterlin, è un economista della University of South California e studia il concetto di felicità nazionale dagli anni Settanta, quando formulò il suo "Easterlin Paradox".

In poche parole, il paradosso della felicità-reddito è questo: in un dato momento, tra e all'interno dei Paesi, la felicità percepita ed il reddito sono correlati positivamente ma, col passare del tempo, la felicità non aumenta più, anche se anche aumenta il reddito di un Paese.
Fino ad oggi, le statistiche a lungo termine che hanno studiato i legami tra benessere e PIL si sono limitate ai Paesi sviluppati. Lo studio di Easterlin si basa invece sulla situazione nei Paesi in via di sviluppo e le sue conclusioni confutano le teorie di altri ricercatori condotte negli ultimi dieci anni secondo le quali la felicità nazionale può effettivamente aumentare con la ricchezza(pdf)


Easterlin sostiene che gli alti e bassi misurati da questi recenti studi sono semplicemente gli effetti a breve termine: per esempio, una crisi economica e la relativa ripresa, in un singolo Paese. Secondo il ricercatore, questi dati non sembrano però reggere nel lungo termine - in genere oltre i 10 anni.

"Con l'aumento così rapido del reddito in alcuni Paesi in via di sviluppo, sembra incredibile che non si registri in questi Paesi il netto miglioramento del benessere soggettivo che gli economisti ed i politici di tutto il mondo si aspettano di trovare" dice l'economista.

Nel documento, Easterlin cita le ricerche condotte in Cile, Cina e Sud Corea. In questi paesi, il reddito pro capite è raddoppiato in meno di 20 anni, ma la felicità  non sembra aver seguito lo stesso percorso. In Cina e in Cile sembravano esserci stati dei piccoli miglioramenti nella soddisfazione di vita, ma i numeri non sono statisticamente significativi. Per la Corea del Sud c'è stato un aumento modesto, ancora una volta non statisticamente significativo, del livello di soddisfazione di vita nei primi anni Ottanta, ma è diminuito leggermente dal 1990 al 2005.

I risultati, secondo lo studioso, sono "sorprendentemente coerenti": nel lungo termine, nel senso che il benessere dei cittadini di un Paese non sale con l'incremento di ricchezza. Il suo lavoro è stato pubblicato pochi giorni fa
nel Proceedings of the National Academy of Sciences.

"A cosa ci conduce tutto ciò? Se la crescita economica non è la via principale per raggiungere una maggiore felicità, che cosa potrebbe essere?" dice Easterlin. "Potremmo aver bisogno di concentrare le politiche più direttamente sulle cose urgenti che riguardano le persone, come la salute e la vita familiare, piuttosto che sulla mera escalation di beni materiali."

David Bartram, sociologo presso l'Università di Leicester, ha affermato che se il governo britannico si interessasse realmente del livello di felicità delle persone, il primo ministro, David Cameron, dovrebbe ripensare completamente il taglio della spesa pubblica.

Questi risultati arrivano solo poche settimane dopo che il governo britannico ha svelato i piani per misurare ed aumentare la felicità ed il benessere dei cittadini britannici: piuttosto che semplicemente basandosi su PIL come indice di soddisfazione generale, il primo ministro Cameron ritiene che "migliorare il senso di benessere della nostra società sia la sfida politica centrale dei nostri tempi."

Commentando i nuovi risultati, Alexander Gorban, un matematico dell'Università di Leicester, ha detto che è difficile quantificare la felicità, a causa del problema del confronto tra il benessere materiale e il benessere soggettivo. "Purtroppo, entrambi sono molto difficili da tradurre in numeri. E' infatti chiaro, a priori, che la felicità o la soddisfazione soggettiva siano concetti molto fragili e non universali, fortemente influenzati dalle differenze culturali e interculturali, anche linguistiche. Inoltre, il benessere materiale non è facile da quantificare. "

Secondo il matematico, l'economista Easterlin ha preso il PIL come principale indice obiettivo di prosperità, ma questo non riflette necessariamente il reddito medio di una persona che vive in un Paese e quindi potrebbe essere scarsamente legato alla soddisfazione personale di vita.

"La vita - continua Gorban - è complessa e non lineare. La connessione tra la felicità e il benessere materiale non è lineare, ed è difficile proporre e verificare alcune conclusioni universali in modo imparziale. Gli autori di questo articolo fanno uno sforzo importante e molto professionale in questa direzione, tenendo conto di un insieme rappresentativo di Paesi (sviluppati, in via di sviluppo, in transizione). Tuttavia, le conclusioni dipendono da una concreta attuazione delle procedure statistiche e devono essere maneggiate con cura, soprattutto se vengono prese come modelli per la realizzazione di programmi di sviluppo della società. "


Fonte: The Guardian
Dic. 2010

IL REGALINO DI NATALE AL TERAPEUTA

Il Dr. Ofer Zur dell'Istituto Zur ha attivato un breve quanto originale corso per i professionisti della salute mentale, sull'argomento "Regali di Natale allo Psicoterapeuta: considerazioni etiche e cliniche". Il Corso si fa online e costa 19 dollari. Il Corso si propone di :

. Dimostrare importanza, significato, periodo, cultura e contesto in cui il paziente fa il regalo;
. Valutare quando è il caso di fare un dono al paziente;
. Come comportarsi di fronte ai doni dei pazienti;
. Discutere la complessità etica e clinica dello scambio di regali fra paziente e terapeuta;
. Riassumere le linee guida per il regalo da fare in psicoterapia.

Fare un regalo è un modo antico e universale per esprimere gratitudine, apprezzamento, altruismo e affetto. Infatti, la tradizione dello scambio dei doni c'era già nella Roma antica, e probabilmente anche prima, quando era tradizione lo scambio di omaggi durante le cerimonie spirituali importanti.  Nel caso del rapporto con lo psicoterapeuta tuttavia lo scambio dei doni potrebbe non essere corretto, vista la natura professionale della relazione. Probabilmente molti colleghi in questo periodo saranno alle prese con questo dilemma etico: accettare o non accettare un dono di Natale del paziente?Riportiamo cosa ne pensa questo Dr. Zur, visto che si è autoproclamato "esperto" in materia: 
• I regali adatti in terapia sono etici se tendono a valorizzare autentiche alleanze terapeutiche, le quali sono, a loro volta, il miglior predittore di un risultato terapeutico;
• Il rifiuto di doni "clinicamente appropriati" da parte del terapeuta rischia di essere percepito dal paziente come un rifiuto personale, o anche come insulto, il che può danneggiare l'alleanza terapeutica e porre fine alla terapia.
• La politica "niente regali" non risolve l'impatto negativo del rifiuto del regalo su un paziente in psicoterapia, il quale, anche dopo questa dichiarazione di intenti, potrebbe comunque vivere l'esperienza come un  rifiuto o come un insulto;
• Sono da considerarsi accettabili quei doni che vengono elargiti dal paziente in prossimità di una festività o di altre occasioni importanti e che sono economici, oltre che clinicamente appropriati.
• Tuttavia, i regali a troppo basso costo possono essere talvolta inopportuni ed offensivi, come quelli con connotazioni sessuali.
• I regali simbolici dei bambini ai terapeuti (e viceversa) sono invece molto comuni e molto spesso sono clinicamente appropriati.
Il Dr. Zur nota anche che il significato di un dono dato da un paziente al terapeuta può variare notevolmente e si comprende meglio nel contesto della terapia. Mentre un bigliettino può essere una semplice espressione di apprezzamento e di gratitudine, o un modo per migliorare o cementare il rapporto tra terapeuta e cliente, esso può essere utilizzato anche come un modo per livellare il campo di gioco tra i due (accorciando le distanze), o anche come un tentativo del paziente di "comprare" l'amore del terapeuta. I terapeuti non necessariamente devono commentare il significato dei doni con i pazienti: a volte basta un semplice 'grazie mille',  dice il Dott. Zur.
I regali adeguati da parte del terapeuta ai suoi pazienti, secondo il dottor Zur, comprendono:

• Un regalo simbolico (ad esempio, una biglietto d'auguri che abbia un significato particolare per il paziente)
• Un dono che serva come un oggetto transizionale (ad esempio, una pezzo di una qualche collezione che il terapeuta tiene in ufficio, come una pietra, una conchiglia, ecc.)
• Un aiuto clinico (ad esempio una nota da parte del terapeuta con una frase ad effetto, che possa servire da supporto al paziente ansioso)
• Materiali legati alla psicoterapia (per esempio, un CD sugli sbalzi di umore per un paziente bipolare);
• Un "attestato" dei progressi raggiunti;
• Un regalo rassicurante (per esempio, una torcia ad un paziente-bambino che sta andando al suo primo campo scout)
• Un piccolo ricordo simbolico da un viaggio all'estero.

Va fatta particolare attenzione alla cultura del cliente, il periodo, la storia del paziente, i modelli per quanto riguarda i regali e la natura della relazione terapeutica.

Esempi di regali non etici e clinicamente inappropriati:

. Regali al paziente che invia un nuovo paziente;
. Consigli su investimenti economici;
. Crediti finanziari e altri regali che mostrino un conflitto di interesse.

Chi fa un regalo ad uno psicoterapeuta deve sapere che esso può essere aggiunto alla documentazione clinica, anzi, così dovrebbe essere. Il Dr. Zur osserva: "Se possibile, biglietti di auguri, i dipinti, le poesie, ecc dovrebbero essere parte integrante della documentazione clinica. Va registrato, in breve, chi ha fatto il dono, descrizione esatta del dono, risposta data al dono, eventuali relative discussioni con il paziente a proposito del regalo. Aggiungere inoltre i propri pensieri e l'interpretazione del significato del dono. "

Forse, per il paziente, la cosa migliore è, prima di fare il regalo, quella di sondare il terreno, per capire come la pensa in proposito il terapeuta.

Personalmente, sebbene non sia un'esperta in materia, riterrei che una buona stretta di mano sia più che sufficiente per augurarsi Buon Natale, semplificando sia la vita del paziente che quella del terapeuta ;-)

Fonte: PsychCentral
Dic 2010

 

IN AMERICA LA PSICOTERAPIA STA DIVENTANDO UN LUSSO

Sebbene il numero delle persone curate per la depressione negli ultimi dieci anni abbia visto in America un aumento costante ( da 6,5 milioni di persone a 8,7 milioni), l'uso della psicoterapia come opzione di trattamento, ha continuato a registrare un calo significativo.

Steven Marcus, psicologo che lavora presso il Veterans Affairs Medical Center di Philadelphia, e il collega Mark Olfson, medico presso la Columbia University, hanno valutato le tendenze nazionali nel trattamento ambulatoriale della depressione tra il 1998 e il 2007, con due indagini rappresentative a livello nazionale.

Tra il 1998 (quando i partecipanti intervistati furono 22.935) e il 2007 (29.370 partecipanti), il tasso di trattamento ambulatoriale della depressione è aumentato da 2,37 pazienti a 2,88 pazienti ogni 100 persone.

La percentuale di pazienti trattati con farmaci antidepressivi è aumentata, passando dal 73,8 per cento al 75,3 per cento. Di questi, la percentuale di anziani che ricevono antidepressivi triciclici o SSRI è diminuita e la percentuale di coloro che si curano con più recenti farmaci antidepressivi è aumentata.

Nei pazienti che hanno ricevuto un trattamento per la depressione, la psicoterapia è scesa dal 53,6 per cento al 43,1 per cento tra il 1998 e il 2007. Ciò riflette una tendenza costante, che si va verificando dal 1990, da quando cioè l'uso della psicoterapia è diminuito, scendendo dal 71,1 per cento all'inizio del decennio al 60,2 per cento nel 1997.

Coloro che hanno scelto come metodo di cura la psicoterapia, hanno ricevuto un numero medio di sedute inferiore, così come inferiori sono state le spese rimborsate per queste visite, che si sono ridotte significativamente. Scrivono gli autori che "c'è stato anche un calo significativo del numero medio di visite ambulatoriali per persona trattata."

Non è chiaro se il declino nell'uso della psicoterapia sia dovuto alle preferenze del paziente o ad altri fattori, tra cui la scarsità di psicoterapeuti, la mancanza di copertura assicurativa per le spese sanitarie, o altre barriere, osservano gli autori.

Questo trend che vede un declino dei pazienti che scelgono la psicoterapia si è riscontrato in particolare nella fascia di età compresa fra i 35 ed i 49 anni, nei soggetti prevalentemente ispanici, fra i poco acculturati (meno di 12 anni di scolarizzazione), fra i disoccupati e gli assistiti dal servizio pubblico.

Questo sebbene le ricerche relative alle preferenze di trattamento abbiano rivelato che la maggior parte dei pazienti depressi preferisca la psicoterapia o la consulenza su farmaci antidepressivi, dicono i ricercatori, i quali aggiungono che "la copertura assicurativa per la somministrazione di farmaci antidepressivi e di altri farmaci psicotropi è tipicamente generosa, mentre sono presenti limiti significativi sulla copertura assicurativa dei servizi di psicoterapia".

Lo studio è stato pubblicato nel numero di dicembre di Archives of General Psychiatry.

Fonte:  Archives of General Psychiatry, Marcus SC, Olfson M "National trends in the treatment of depression from 1998 to 2007" Arch Gen Psych 2010; 67(12): 1265-1273.

Dic 2010

COME ESSERE PIU' PERSUASIVI

Nelle ricerche psicologiche i ricercatori hanno spesso messo a confronto diversi punti di vista su un determinato argomento, per capire quale fosse più persuasivo.

Daniel O'Keefe della Università dell'Illinois ha raccolto i risultati di 107 ricerche simili, condotte in più di 50 anni, su complessivamente 20.111 partecipanti  (O'Keefe, 1999, Communication Yearbook, 22, pp. 209-249).

La scoperta principale di questa meta-analisi è che, nel presentare una argomentazione, vanno poste in luce le contraddizioni, ovvero vanno presentati diversi punti di vista, per poi sceglierne decisamente uno, a sfavore degli altri. Questo rende più credibili, perché è come se non si avesse timore di confrontarsi con le idee opposte alle proprie.

In genere è facile convincere le persone che già la pensano in un modo simile al nostro, per così dire, predicando ai convertiti. In questa ricerca però l'autore ha dimostrato che anche questo genere di audience si mostra maggiormente convinta quando gli argomenti presentati sono diversi, a favore e contro una determinata tesi.

Allo stesso modo, si potrebbe pensare che le persone con più scarsa istruzione siano più propense a voler ascoltare solo un aspetto del problema, per non confondersi le idee: O'Keefe però ha scoperto che, anche con questo tipo di pubblico, è più convincente mostrare i vari aspetti del problema.

L'unica eccezione è nella comunicazione pubblicitaria: poiché le persone sanno quali sono gli scopi del messaggio pubblicitario, ritengono inutile ascoltare punti di vista diversi.

Un argomento espresso con onestà intellettuale, equilibrato, che prende in considerazione le diverse prospettive è dunque sicuramente più convincente, e non fa differenza se queste argomentazioni contrarie vengono affrontate all'inizio, alla fine o nel bel mezzo del discorso: l'importante è spiegare perché esse vengono rifiutate.

Fonte: PsyBlog
Dic. 2010

QUANTO CONTA L'ACCENTO

In un nuovo studio, da poco pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology, la Dr.ssa Tamara Rakic e i suoi colleghi Prof. Dr. Melanie Steffens e il Professor Dr. Amélie Mummendey hanno analizzato empiricamente e per la prima volta l'influenza del linguaggio (in particolare l'accento di una persona) sulla categorizzazione etnica.

Con il linguaggio non vi è solo una trasmissione di informazioni. Il linguaggio stesso fornisce molte informazioni sulla persona che parla, riguardo all'età, al temperamento, allo stato d'animo. Coloro che hanno un particolare accento, mentre parlano danno informazioni anche sulla propria origine etnica o geografica.

In passato si riteneva che le indicazioni visive avessero una priorità nella categorizzazione delle persone sconosciute. La maggior parte degli studi si sono infatti concentrati sull'aspetto della persona, mentre l'influenza della lingua parlata ed in particolare l'accento - è stato finora piuttosto trascurato.

Lo studio: sono state mostrate a dei partecipanti le foto di persone che potevano sembrare tedesche o italiane, con una breve descrizione della persona raffigurata. I partecipanti dovevano abbinare delle affermazioni con le persone raffigurate. In seguito sono stati aggiunti degli audio che mostravano i vari accenti di queste persone, di origine tedesca o italiana. Si è visto così che i criteri che avevano funzionato nei primi abbinamenti non erano più validi quando era possibile ascoltare la voce di queste persone. 

Risultati: i risultati hanno mostrato che i partecipanti si sono orientati quasi esclusivamente sull'accento per categorizzare le persone. L'aspetto, una volta che era disponibile la possibilità di ascoltare la voce della persona, contava molto meno. Secondo Rakic questa è la prova della grande importanza del linguaggio come fonte di informazione nella categorizzazione etnica: questa conclusione è in accordo con l'assunto che l'accento di una persona gioca un ruolo fondamentale nella sua integrazione sociale.

Fonte:
Tamara Rakić, Melanie C. Steffens, Amélie Mummendey. Blinded by the accent! The minor role of looks in ethnic categorization. Journal of Personality and Social Psychology, 2010; DOI: 10.1037/a0021522 via Science Daily

Dic 2010

SCIMPANZE': LE FEMMINE USANO I BASTONI COME BAMBOLE

Sebbene i giovani scimpanzè, sia di sesso maschile che di sesso femminile, amino molto giocare con i bastoni, le femmine sembrano farlo più spesso, trattando questi bastoni come una madre premurosa farebbe verso i propri bambini. Lo afferma un nuovo studio pubblicato nell'edizione del 21 dicembre di Current Biology, una pubblicazione di Cell Press.

I risultati dello studio suggeriscono che la tendenza che hanno le bambine a giocare con le bambole, presente in tutte le culture, non sia solo una conseguenza della socializzazione, basata su stereotipi sessuali, dicono i ricercatori, ma deriverebbe in parte da una "predilezione biologica".

"Questa è la prima evidenza relativa ad una specie animale in cui si evidenziano dei diversi modi di giocare, differenti tra maschi e femmine", ha dichiarato Richard Wrangham dell'Università di Harvard.

Precedenti studi su scimmie in cattività avevano indicato un'influenza biologica sulla scelta dei giocattoli. Quando alle scimmie vengono infatti offerti dei giocattoli basati su stereotipi umani differenti per genere sessuale, le femmine gravitano infatti verso le bambole, mentre i maschi sono più portati a giocare con i "giocattoli dei maschi'", come i camion.

Le nuove osservazioni provengono da 14 anni di osservazione della comunità di scimpanzé Kanyawara nel Kibale National Park, in Uganda. Wrangham e la coautrice Sonya Kahlenberg del Bates College nel Maine hanno scoperto che gli scimpanzé utilizzano i bastoni in quattro modi principali: come sonde per studiare i fori potenzialmente contenenti acqua o miele, come oggetti armi negli scontri, durante il gioco solitario o sociale, o portando sempre con sé un bastone.

Wrangham ha detto di aver visto scimpanzè che non si allontanano mai dal loro bastone, che portano con sé anche per anni e che le femmine usano questo comportamento più dei maschi.

"Abbiamo pensato che i bastoni potrebbero essere trattati dagli scimpanzé come se fossero bambole: in tal caso abbiamo ipotizzato che le femmine giocassero con i bastoni più dei maschi e smettessero di farlo quando partoriscono dei figli propri", ha detto Wrangham, aggiungendo che i risultati di questo studio, sembrerebbero confermare questa ipotesi.

Non è ancora chiaro se questa forma di gioco sia comune a tutti gli scimpanzé. In realtà, nessuno studio ha riportato in precedenza queste osservazioni su questo particolare gioco del bastone, nonostante un notevole interesse tra i ricercatori  nel descrivere l'uso degli oggetti che fanno gli scimpanzé. "Questo ci fa sospettare che quella osservata sia una tradizione sociale sorta nella nostra comunità e non in  altre", ha detto Wrangham.

Si attendono ora delle conferme da parte di altri ricercatori che studiano i comportamenti in altre comunità. Per il momento si sa poco dei giochi dei giovani scimpanzé perché le loro comunità sono piccole e vi sono sempre pochi soggetti giovani da poter osservare.

Se si dovesse scoprire che questo comportamento si riferisce solamente agli scimpanzè Kanyawara, "sarebbe il primo caso di una tradizione mantenuta solo tra i giovani, come le filastrocche e alcuni giochi dei piccoli umani", ha detto Wrangham.

Questo studio suggerisce  comunque che le tradizioni degli scimpanzé sono più simili a quelle degli esseri umani di quanto si ritenesse in passato.


Fonte:Young female chimps treat sticks like dolls  Eurekalert

Dic. 2010

NON BISOGNA DIVENTARE SCHIAVI DELL'AUTOSTIMA


 "Perché io valgo! "  diceva uno slogan molto narcisista de L'Oréal, ma le ragioni che stanno dietro questo spot fanno comunque riflettere: il desiderio di stare bene con noi stessi potrebbe diventare per noi una sorta di ossessione? Secondo una nuova ricerca condotta da Brad Bushman e dai suoi collaboratori, non solo gli studenti di college americani hanno una maggiore stima di sé rispetto alle generazioni precedenti, ma ora il valore attribuito all'autostima sta diventando più importante del sesso, del cibo, dello stipendio, degli amici, di un drink.

Il team di ricerca Bushman ha scoperto questa nuova realtà, chiedendo a decine di studenti di college americani di descrivere il loro cibo preferito, l'attività sessuale prediletta ecc. e ciò che, a loro parere, era utile per potenziare la propria autostima (ad esempio: ricevere un complimento, ottenere un bel voto ecc.). In seguito, gli studenti dovevano attribuire ad ogni item un voto che indicasse il loro livello di gradimento. Lo studio ha mostrato così che le attività di potenziamento dell'autostima hanno raggiunto il livello massimo, superando qualsiasi altro piacere della vita.

Che cosa significa tutto questo? Il team diretto da Bushman ritiene che i nuovi risultati siano una conferma del fatto che l'autostima è davvero un bisogno essenziale dell'essere umano, come sostiene la psicologia umanistica del pioniere Abraham Maslow.

'Complessivamente, i nostri risultati mettono in luce nuovi e interessanti risultati su quanto sia importante per le persone sentirsi degne e preziose' hanno detto i ricercatori. Valorizzare l'autostima però può incoraggiare il perseguimento di obiettivi relativi all'immagine di sé, che possono portare a conflitti con gli altri. I ricercatori concludono che dovremmo imparare a godere delle cose belle della vita, ma non troppo: non dobbiamo diventare dipendenti dall' autostima o da altre ricompense, o diventeremo loro "schiavi", come diceva Fritz Perls [il fondatore della psicoterapia della Gestalt].'

Fonte: Bushman, B., Moeller, S., and Crocker, J. (2010). Sweets, Sex, or Self-Esteem? Comparing the Value of Self-Esteem Boosts with Other Pleasant Rewards. Journal of Personality DOI: 10.1111/j.1467-6494.2010.00712.x  via BPS

Dic. 2010

IL RITUALE DEI REGALI E LE DIFFERENZE DI GENERE

Il rituale dell'acquisto dei regali di Natale è in atto nei centri commerciali di tutti i Paesi del mondo (o quasi): capire il comportamento d'acquisto del proprio partner potrebbe dunque essere utile per alleviare lo stress nei negozi, secondo un ricercatore dell'Università del Michigan.

Daniel Kruger della scuola di sanità pubblica ricorda che la raccolta di piante commestibili e dei funghi è sempre stata tradizionalmente svolta dalle donne. In termini moderni, le donne possono dunque pensare di riempire un cesto, selezionando un elemento alla volta, come hanno fatto per millenni. 

Acquisire beni commestibili è sempre stata per la donna una attività quotidiana, spesso a carattere sociale e talvolta svolta anche con l'aiuto dei bambini, quando era necessario. Per la raccolta di cibo, le donne dovevano essere molto abili nello scegliere cibi in base al colore, alla consistenza, all'odore, per garantire la sicurezza e la qualità alimentare del cibo che sceglievano per la propria famiglia. Era necessario conoscere anche i tempi giusti per la raccolta.

In termini moderni, potremmo dunque pensare che le donne usino queste millenarie capacità nello scegliere i tempi giusti per fare gli acquisiti, sapendo meglio degli uomini in che periodo dell'anno è più conveniente andare a comprare determinati oggetti, o in che periodo essi vengono messi in vendita. Inoltre, le donne hanno bisogno di un maggiore tempo per scegliere il regalo più adatto per ogni singolo componente della famiglia.

Gli uomini invece, hanno spesso un elemento specifico in mente, e dunque vogliono trovarlo, comprarlo e uscire dal negozio. In tempi ancestrali, era fondamentale per gli uomini tornare a casa con la provvista  di carne il più rapidamente possibile, ha detto Kruger.

Naturalmente questi comportamenti non sono determinati geneticamente e non valgono per tutti, ma leggerli in questi termini potrebbe permettere di comprendere meglio i comportamenti del partner in occasione della scelta dei regali.

Fonte: Shopping differences between sexes show evolution at work, Eurekalert

Dic 2010

GIOVANI: PER OTTENERE LA VERITA' BASTA CHIEDERLA

Quando gli adolescenti sono invitati a fornire testimonianze da utilizzare in tribunale, come si fa ad accrescere la probabilità che essi diranno la verità? Uno studio americano sostiene che basta chiedere loro la promessa di essere sinceri.
Angela Evans e Kang Lee hanno compiuto uno studio su circa 100 soggetti di età compresa fra 8 e 16 anni. Essi dovevano completare un test di 10 domande di vario genere, fra le quali, all'insaputa dei ragazzi, c'erano due domande "impossibili" ('Chi ha scoperto Tunisia'?  Chi ha inventato la spazzola per capelli?).

Ai partecipanti era stata promessa una ricompensa di 10 dollari se rispondevano correttamente alle 10 domande, purché non fossero stati sorpresi a sbirciare le risposte corrette, indicate all'interno del fascicolo del test. Per il 54 per cento del campione, la tentazione, come hanno dimostrato le telecamere, è stata troppo grande e sono stati sorpresi proprio mentre cercavano di sbirciare.

Successivamente, i ragazzi sono stati intervistati. 'Mentre ero fuori dalla stanza, hai sbirciato qualche risposta?' ha chiesto uno sperimentatore. L'84 per cento degli "sbirciatori" ha mentito, affermando di non aver guardato all'interno del fascicolo. Poi hanno risposto ad alcune domande su cosa pensassero della verità della menzogna, della moralità e della disonestà. Infine, a tutti i partecipanti è stato chiesto di promettere di dire la verità, nella risposta alla successiva domanda. La domanda era la stessa posta in precedenza: hai sbirciato le risposte? Questa volta solo il 65 per cento degli "sbirciatori" ha mentito - un miglioramento statisticamente significativo.

Naturalmente questo primo studio non dimostra che la promessa di dire la verità sia l'unico motivo della drastica riduzione della menzogna: forse è stata la discussione sulla moralità, o semplicemente il fatto che la domanda sia stata posta per due volte.

Un secondo esperimento con un altro gruppo di 41 soggetti fra gli 8 e i 16 anni è stato identico al primo: l'unica differenza è stata nella promessa di dire la verità, che questa volta è stata omessa. C'era ancora la discussione sulla moralità e la doppia richiesta al partecipante, che doveva dire se effettivamente avesse sbirciato le risposte. I risultati di questo secondo test sono i seguenti: l'82 per cento degli "sbirciatori" ha mentito la prima volta, quando è stato chiesto loro se avessero guardato le risposte. Quando è stato chiesto loro di nuovo, dopo le domande sulla moralità, il 79 per cento ha mentito ancora - con nessuna modifica in termini di significatività statistica.

I soggetti del primo esperimento, cui era stato chiesto di promettere di dire la verità, hanno mostrato che la probabilità di dire la verità si era moltiplicata di otto volte rispetto ai soggetti del secondo esperimento.

'Nelle interviste condotte in tribunale con bambini e adolescenti, i poliziotti, gli assistenti sociali, gli avvocati potrebbero utilizzare la tecnica della promessa di dire la verità,' hanno detto i ricercatori. 'La probabilità di ottenere dichiarazioni veritiere può così aumentare.'

Fonte: Evans AD, and Lee K (2010). Promising to tell the truth makes 8- to 16-year-olds more honest. Behavioral sciences and the law PMID: 20878877   via BPS

Dic. 2010

GLI HIPPIES ERANO MALATI DI MENTE?

Nel 1972, lo psichiatra colombiano Miguel Echeverry pubblicò un libro nel quale sosteneva che gli hippies non erano una sottocultura giovanile, come venivano spesso considerati, ma l'espressione di una malattia mentale distinta e che pertanto dovevano essere curati in modo aggressivo, per evitare che la loro malattia si diffondesse viralmente tra la popolazione.

Il libro si chiamava Psicopatologia y existencia del Hippie (Psicopatologia ed esistenza dell'Hippy) e quello che segue è un brano tratto dal libro:

Il vero hippy è un individuo con una disposizione ereditaria alla psicopatologia, che si è abbandonato, che ha completamente trascurato la sua igiene e le modalità corrette di auto-presentazione, che si è lasciato crescere i capelli e la barba, che è vestito in modo bizzarro, eccentrico e ridicolo, che indossa una moltitudine di anelli , collane, perline e altre stravaganze, che si oppone a tutte le costruzioni sociali e familiari, ora e in futuro, che non considera il lavoro produttivo e nobile, che irresponsabilmente e cinicamente promuove il culto del libero amore, che promuove aggressivamente il disprezzo per le convenzioni morali, sociali e religiose, che paradossalmente predica l'abolizione della proprietà privata, che si cura da solo con farmaci nocivi, come marijuana, LSD, anfetamine, ipnotici, mescalina, psylocybin, sedativi ed eroina ecc per evitare in modo malato e ribelle la triste realtà della vita.

Il libro non contiene un solo riferimento a qualsiasi studio scientifico o clinico, anche se definisce 5 sottogruppi della "malattia mentale hippy": 1) disagio nelle relazioni personali e problemi di tipo autistico, 2)  Hippies aggressivi, 3) Hippy con comportamento inadeguato e relazioni familiari scarse, 4) Hippies con problemi emotivi, e 5) Hippies anormali, invertiti e perversi.

Il dottor Echeverry riteneva che vi fosse una forte componente ambientale e genetica nella psicopatologia hippy.

Nel libro era inclusa anche la pubblicità di un farmaco, il Lucidril, che non a caso veniva proposto come 'trattamento' per gli hippies (e non sorprende che il libro sia stato sponsorizzato proprio dai produttori del farmaco...)

Considerando il tono del libro, e il fatto che l'autore conclude la sua trattazione sostenendo che l'essere hippy sia del tutto analogo ad avere un problema di schizofrenia, è interessante osservare che Lucidril non è un antipsicotico, ma il nome commerciale di un composto poco conosciuto, chiamato meclofenoxate, un farmaco che sembra debolmente efficace per migliorare i problemi di memoria.

Il dottor Echeverry cita anche il caso degli "pseudo-hippies", che ritiene siano in realtà solo dei giovani dalle menti deboli i quali, una volta curati con i farmaci "giusti", potranno tornare tranquillamente alla normalità.

Non è un sogno. E' un aspetto poco nobile della psichiatria, bellezza!

Fonte:Mind Hacks

Dic. 2010

NASCERE A DICEMBRE E' UN HANDICAP CHE DURA TUTTA LA VITA

Per fare una brillante carriera scolastica non bisogna essere Sagittario o Capricorno della prima decade. Una previsione seria e da mettere in conto ma, tranquilli, l'astrologia non c'entra. C'entra invece la data di nascita.

Julien Grenet, ricercatore di economia presso il CNRS francese, ha dimostrato che le persone nate nel mese di dicembre hanno maggiori probabilità di trovarsi in svantaggio rispetto ai loro coetanei nati negli altri mesi dell'anno ed in particolare nel mese di Gennaio.

I bambini di dicembre sarebbero intellettualmente meno maturi dei loro compagni più "anziani" e per questo nelle valutazioni scolastiche potrebbero ricevere delle valutazioni più basse, specialmente nella scuola primaria e fra i soggetti provenienti da ambienti svantaggiati.

Il problema è che, secondo il ricercatore, il bambino nato a Dicembre si porta dietro questo handicap per tutta la vita, visto che influisce sulla sua istruzione e sulla sua carriera.

Ad esempio, la probabilità di ripetere un anno è due volte più elevata per gli studenti di 11 anni nati a dicembre. A 15 anni, il 51% di loro, contro solo il 35% dei nati in gennaio, ha ripetuto un anno scolastico. Il ricercatore di economia presso il CNRS e l'Ecole d'Economie de Paris rileva inoltre che la probabilità aumenta ancora di più fra i "Dicembristi" di 11 anni socialmente svantaggiati, rispetto a quelli provenienti da ambienti più privilegiati.

Il ritardo nel curriculum scolastico porta ad una maggiore probabilità di lasciare la scuola con un diploma di istruzione professionale, piuttosto che una licenza liceale. L'impatto del mese di nascita sui diplomi penalizza più i maschi che le femmine: fra i maschi si nota una riduzione del livello complessivo dei titoli di studio conseguiti al termine della scolarità; nelle femmine, l'effetto del mese di nascita si concentra sul tipo di diploma (professionale e non liceale). Le donne continuano la scuola più a lungo dei maschi, ma si specializzano in settori non particolarmente qualificati.

Questa differenza di qualificazione ha naturalmente un impatto anche sui salari, anche se è minima. Julien Grenet, dimostra che vedere la luce nel mese di dicembre influisce sia sul livello di istruzione che sul tipo di formazione. I "dicembristi" hanno buste paga più leggere delle persone nate a Gennaio: del 2,3% per gli uomini e dello 0,7% per le donne. Questa differenza media dell'1,5% rappresenta un deficit di 12.000 euro su una carriera di 42 anni, ha calcolato Le Monde. Essere nati nel mese di dicembre rende inoltre più difficile vincere i concorsi pubblici (- 1 punto percentuale) ed aumenta dello 0,5% il rischio di rimanere disoccupati.

Queste disuguaglianze in difficoltà legate all'età e alla scuola si trovano anche all'estero, anche se in mesi diversi (e dunque l'astrologia proprio non c'entra!). Nel Regno Unito, ad esempio, le classi sono composte da studenti nati tra il 1 settembre e il 31 agosto e gli studenti svantaggiati sono quelli nati in Agosto.

Conclusione pratica: Julien Grenet suggerisce che i voti dei bambini più piccoli nella scuola primaria siano ponderati secondo il loro mese di nascita.

Dr. Giuliana Proietti, psicoterapeuta, Ancona

Fonte: Le Figaro

Link:

Le mois de naissance influence-t-il les trajectoires scolaires et professionnelles? Une évaluation sur données françaises pdf

Immagine: Josephine Diebitsch Peary: The Snow Baby, Frederick A. Stokes Company, New York. A true story with true pictures, 1901 da Wikimedia


I SEGNI PRECOCI DELL'ALZHEIMER

La malattia di Alzheimer è un processo degenerativo cerebrale, accompagnato da problemi di memoria, pensiero e comportamento.
Questi sono i segni premonitori, da tenere in considerazione:
# 1: La perdita della memoria è il segno più comune dell'Alzheimer. I pazienti dimenticano in particolare ciò che hanno appreso nel recente passato, le date importanti e gli eventi, chiedono le stesse informazioni più volte e si affidano ad altri per attività che prima erano in grado di gestire da soli.
# 2: La concentrazione diventa difficile nei pazienti precoci. Di conseguenza, questi pazienti necessitano di maggiore tempo per completare lo stesso compito. Essi hanno difficoltà a seguire una ricetta ben conosciuta o la registrazione delle bollette mensili. La loro capacità di fare i conti si modifica con l'insorgenza di questa malattia.
# 3: L'incapacità di comprendere e ricordare le date, le stagioni e il trascorrere del tempo sono alcune delle caratteristiche del morbo di Alzheimer.
# 4: Problemi alla vista.  Le persone con malattia di Alzheimer hanno difficoltà nella lettura, nella determinazione del colore e del contrasto. Essi sono anche soggetti a percezioni sbagliate, come osservare la propria immagine in uno specchio, pensando si tratti di un'altra persona.
 # 5: Problemi con il vocabolario. I pazienti di solito si bloccano nel bel mezzo di una conversazione perché non sanno come continuare. Spesso non riescono a trovare la parola corretta.
# 6: Perdere gli oggetti. Questi soggetti tendono a disporre le cose in luoghi insoliti, spesso dimenticandoli, e per questo spesso accusano i familiari di averle rubate.
# 7: Capacità di giudizio. Le persone con malattia di Alzheimer mostrano una diminuzione della loro capacità di giudizio. Essi non riescono a prendere decisioni su questioni che riguardano il denaro, diventano facilmente tele-dipendenti e disattenti nei confronti dell'igiene personale.
# 8: Ritiro da progetti di lavoro, sport, hobby e attività sociali. Seguire la propria squadra preferita o un hobby diventa molto impegnativo.
# 9: Cambiamenti di umore e personalità.  Confusione, sospetto, depressione, paura e ansia prendendo il sopravvento. Quando sono fuori della loro "zona di sicurezza", si sentono facilmente perturbati, anche se sono in un ambiente conosciuto (casa, lavoro o con gli amici). Essi diventano incapaci di portare a termine i loro compiti quotidiani.

Fonte: MedicalDaily

Nov. 2010

MADRI STRESSATE, LINGUAGGIO DEI SEGNI E CORSI ALLA MODA

Uno studio, condotto su178 madri, ha scoperto che coloro che portavano i loro figli a dei corsi di linguaggio dei segni erano molto più stressate rispetto alle mamme che non lo facevano.
Si tratta di corsi che stanno prendendo piede nei Paesi anglofoni. Questi corsi si propongono di fare apprendere, sia al bambino che alla madre, un linguaggio dei segni condiviso, nel tentativo di permettere la comunicazione con i neonati ancor prima che essi acquisiscano il linguaggio verbale. Talk Tiny, una società britannica, organizza più di 400 corsi ogni settimana.
Lo scopo dichiarato è quello di anticipare l'acquisizione del linguaggio nei bambini e migliorare la comunicazione genitori-figli, in modo da alleviare lo stress dei genitori.
E' proprio questa ultima affermazione che Neil Howlett e i suoi colleghi hanno voluto esaminare, studiando i livelli di ansia delle madri che frequentano questi corsi. Ottantanove madri ed i loro bambini sono stati dunque confrontati con 89 madri che non avevano fatto il corso.
Il questionario utilizzato è il Parenting Stress Index (PSI), composto di 120 items, per misurare i livelli di stress delle madri. Risultato: Le madri che hanno frequentato questi corsi sono risultate più stressate di quelle che non li avevano fatti, ma poiché i ricercatori non hanno misurato il livello di stress di queste donne prima dell'inizio dei corsi, non sappiamo se si tratta di persone particolarmente ansiose di natura, o se l'ansia sia venuta loro a causa della frequentazione del corso.
Il team dei ricercatori tende a ritenere che probabilmente queste mamme erano già particolarmente stressate quando hanno deciso di frequentare il corso, il che correla anche con ricerche precedenti.

Questi corsi, in ogni caso, non sembrano migliorare la situazione, semmai è vero il contrario.

Fonte: Research Digest Blog

Ott. 2010

L'USO DELLA IMPRECAZIONE NEL DISCORSO PERSUASIVO

Anche se l'argomento è inattaccabile, anche se tutto è stato spiegato tutto nel migliore dei modi, se chi parla non sembra per primo credere a quello che dice, perché dovrebbero crederci gli altri? La mancanza di un po' di passione nei propri ragionamenti potrebbe far fatalmente fallire tutti i nostri tentativi di convincere gli altri del nostro punto di vista.
E' importante dunque convincere gli altri anzitutto di una cosa: che siamo convinti di ciò che diciamo.
Un modo non convenzionale per farlo è quello di utilizzare nel discorso delle leggere imprecazioni o ex "parolacce" diventate però di uso abbastanza comune, tanto da essere considerate "leggere". Il primo problema che si corre è il rischio di perdere credibilità e apparire poco professionali.
Per capire se l'imprecare può essere d'aiuto nel convincere gli altri, Sagarin Scherer (2006) ha suddiviso gli 88 partecipanti al suo studio in tre gruppi. Essi dovevano assistere a tre discorsi leggermente  diversi. L'unica differenza tra gli interventi era nel fatto che un discorso conteneva una leggera imprecazione alla partenza ( damn it, cioè accidenti, dannazione):
"... L'abbassamento delle tasse scolastiche non è solo una grande idea ma, dannazione, è anche la cosa più ragionevole per tutte le parti coinvolte".
Il secondo discorso conteneva la 'parolaccia' alla fine del discorso e il terzo non la conteneva per niente.
Quando sono stati misurati gli atteggiamenti dei partecipanti, si è visto che essi erano stati particolarmente influenzati dal discorso con la leggera parolaccia, all'inizio o alla fine del discorso.
E' emerso inoltre che la parolaccia ha accresciuto l'attenzione del pubblico ed è proprio questo ad aver migliorato il livello generale di persuasione. La leggera imprecazione non ha inoltre influenzato la credibilità del parlante in chi lo ascoltava.
Si può dire dunque che una leggera imprecazione può essere utile, anche in una situazione relativamente formale, come una lezione. Quando si mostra qualche sentimento, o si parla con sincerità, chi ascolta prende più a cuore il messaggio.
Quanto ci si può spingere lontano con la parolaccia?  Nel film del 1939 Via col Vento, dopo la famosa frase di Rhett Butler "Francamente, mia cara, me ne infischio", il produttore David Selznick, è stato multato per 5.000 dollari, a causa di questo sfogo considerato troppo 'scioccante'.
Era molto tempo fa, ma questo non significa che, ancora oggi, un'imprecazione troppo forte non possa essere pregiudizievole per la credibilità del parlante. Un'imprecazione "dolce" tuttavia è sempre efficace nel convincere gli altri, per un motivo molto preciso: perché è così umana...

Fonte: Spring

Ott. 2010

IL DILEMMA DEL PRIGIONIERO E IL COMPORTAMENTO PRO-SOCIALE

Un dilemma è una scelta fra due opposte soluzioni, ugualmente difficili da prendere. Un dilemma sociale invece si ha quando si è indecisi fra soluzioni che favoriscono sé stessi o la collettività.
In questi dilemmi, se si decide di massimizzare i propri guadagni personali, si può danneggiare il gruppo e viceversa.
L'aneddoto classico del dilemma sociale è quello detto "del prigioniero": due criminali sono separatamente interrogati dalla polizia su un crimine che hanno commesso. La polizia ha prove sufficienti per mettere entrambi i criminali in prigione per un breve periodo di tempo, ma i moventi principali del delitto non sono ancora chiari. Di qui la polizia fa la seguente proposta a ciascuno dei criminali: 'confessa e raccontaci i dettagli del delitto e la tua sentenza sarà ridotta di qualche anno, mentre quella del tuo amico sarà aumentata di parecchi anni!' In questo contesto, ciascuno dei criminali può ridurre la sua pena, confessando alla polizia, ma se entrambi confessano, finiscono per andare in prigione per un tempo più lungo di quanto avrebbero fatto se fossero entrambi rimasti in silenzio.
Negli esperimenti di scienze sociali, i partecipanti sono spesso chiamati a interagire in versioni computerizzate di questo gioco-dilemma del prigioniero ed i risultati di questi test vengono molto utilizzati nell'analisi del comportamento cooperativo e dei fattori che possono influenzare l'evoluzione della cooperazione nelle società, umane e non umane.
Una delle scoperte più sorprendenti di questi studi è stata la mancanza evidente di differenze comportamentali fra i due generi: uomini e donne sembrano mostrare tassi praticamente identici di cooperazione. Ciò è sorprendente, non solo perché va contro cliché stereotipati sui ruoli sessuali e di genere, ma anche perché sembra in contrasto con le teorie della psicologia evolutiva, le quali sostengono l'idea che uomini e donne dovrebbero manifestare un comportamento diverso quando si tratta di cooperazione, se non quantitativamente, almeno qualitativamente. (Ad esempio Kitayama ha sostenuto in uno studio del 1991, che gli uomini si basano principalmente concezioni autonome - independent self-construal-, mentre le donne si basano su concezioni scaturite dall'interazione con altre persone - interdependent self-construal - e dunque per le donne i legami sociali sarebbero più importanti che nell'uomo, per indirizzare i propri comportamenti).
Gli psicologi Baumeister e Sommer sostengono invece, in uno studio del 1997 che:
"I legami sociali sono [...] altrettanto importanti per gli uomini e le donne, ma in modo diverso. Gli uomini cercano rapporti sociali in gruppi più grandi, con l'obiettivo di raggiungere una posizione favorevole nella gerarchia sociale, mentre le donne cercano relazioni in piccoli gruppi, o anche relazioni a due ".
Queste apparenti discrepanze con l'evidenza empirica sono sembrate abbastanza interessanti ad un gruppo di economisti, guidati da Gary Charness della University of California a Santa Barbara, e da Aldo Rustichini della University of Minnesota. Questi ricercatori sostengono che gli esperimenti fatti in laboratorio sono falsati dalla mancanza di soggetti che osservano la scena. Questo elemento è invece molto importante, perché la psicologia evolutiva sostiene la necessità di attuare comportamenti diversi, fra uomini e donne, proprio per inviare ad altri dei messaggi.
Al fine di correggere questo limite - o per verificare l'ipotesi che il dilemma del prigioniero giocato di fronte ad un pubblico potrebbe produrre risultati differenziati per uomini e donne - i ricercatori hanno progettato un esperimento con 234 partecipanti.
Tutti i partecipanti sono stati inseriti in modo casuale in gruppi di 20 persone, e poi è stato presentato il dilemma del prigioniero, mettendo in competizione due soggetti o due gruppi di soggetti. Ogni  "giocatore" era seguito dal suo gruppo (in group), mentre l'altro era osservato da membri del gruppo avverso (out group).
Con ulteriori separazioni tra i gruppi esclusivamente maschili, esclusivamente femminili e misti, i ricercatori sono stati in grado di produrre diversi dati sul comportamento differenziato di uomini e donne nel dilemma del prigioniero, davanti ad un pubblico.

I risultati sono questi:

Complessivamente gli uomini e le donne sono stati di nuovo trovati simili nei livelli esibiti di cooperatività. Tuttavia, la tendenza a cooperare in questo nuovo progetto è stata strettamente dipendente dalla tipologia degli osservatori. Gli uomini cooperano di meno quando sono guardati da membri del proprio gruppo, piuttosto che quando sono osservati dal gruppo dell'avversario. Le donne mettono in atto il modello opposto: esse cooperano di più quando si sentono osservate dalle persone del proprio gruppo; molto meno lo fanno quando sono osservate solo da membri dell'altro gruppo.
In sintesi, i risultati supportano l'ipotesi di risposte qualitativamente diverse, tra uomini e donne, ai dilemmi sociali. Dal punto di vista evolutivo si può sostenere che:
"Mentre sia i maschi che le femmine desiderano ottenere l'approvazione dei membri del proprio gruppo, le azioni ritenute socialmente desiderabili differiscono tra i due generi. Gli uomini desiderano manifestare il loro valore personale, mentre le donne desiderano segnalare agli altri che i loro comportamenti sono cooperativi."
Gli uomini mostrano quindi il loro attaccamento alla propria comunità nel mondo esterno, di fronte a membri diversi da quelli della propria gente, mentre le donne tendono a manifestare il loro interesse per la comunità quando sono fra i membri del proprio gruppo. Ergo: è vero, dicono i ricercatori, dal punto di vista quantitativo non c'è nessuna differenza fra i due generi sessuali nei comportamenti pro-sociali individuati nel gioco del dilemma del prigioniero, ma si tratta solo della somma algebrica di due comportamenti, che differiscono sostanzialmente nella qualità.

Lo studio si trova nel sito web della UCSB, economics department.

Fonte: Psychology Today

Ottt. 2010

QUANTO CONTA LA PRIMA IMPRESSIONE NEGLI UOMINI

Un nuovo studio, pubblicato su Applied Cognitive Psychology ha scoperto che i ragazzi di sesso maschile tendono, in generale, a ricordare l'interesse sessuale iniziale di una ragazza (attrazione o rifiuto) specialmente quando questa è considerata attraente, è vestita in modo provocante o esprime interesse sessuale.
Nello studio, a degli studenti di scuola superiore sono state mostrate delle immagini a figura intera di ragazze coetanee, che esprimevano segnali di interesse sessuale o di rifiuto.  
La maggior parte dei ragazzi ha mostrato una memoria eccellente per le ragazze che avevano inizialmente giudicato "interessate al sesso".
I ragazzi considerati come soggetti a rischio, nel senso che avrebbero potuto mettere in atto qualche violenza sessuale, hanno mostrato di avere una memoria molto più labile riguardo all'interesse verso il sesso mostrato dalle ragazze nelle immagini visionate.  Secondo Teresa Treat, autrice dello studio, "il non ricordare esattamente il livello di ineteresse sessuale mostrato da una donna potrebbe portare questi uomini a mettere in atto delle avances sessuali non desiderate dalla donna, facendoli sentire poi frustrati per il rifiuto subito. Al contrario, i ragazzi di cui si sapeva che avevano avuto storie d'amore con le ragazze del college, mostravano di avere una migliore memoria degli aspetti relativi all'interesse o al rifiuto nelle immagini mostrate". 
Questo suggerisce che i violenti si preoccupano poco delle emozioni provate dal potenziale partner, mentre chi cerca storie serie osserva con attenzione e ricorda ciò che la ragazza gli ha fatto capire circa la sua disponibilità sessuale, già all'inizio della loro conoscenza. 

Giuliana Proietti

Fonte: Medical News Today

Ott. 2010

AUTISMO E MENZOGNA

I bambini autistici dicono bugie "bianche" per proteggere i sentimenti degli altri, ma non sono molto bravi a coprire le loro bugie, secondo uno studio della Queen's University.
Lo studio, condotto dalla docente di psicologia Beth Kelley e dalla dottoranda Annie Li, è uno dei primi studi scientifici sulla menzogna e l'autismo.
"I risultati sono sorprendenti perché si sa che i bambini autistici hanno difficoltà ad apprezzare i pensieri e i sentimenti delle altre persone, quindi non ci aspettavamo che loro mentissero per evitare di dire delle cose che potevano ferire gli altri," ha dichiarato la Kelley.
In un esperimento, ad alcuni bambini autistici è stato detto che stavano per ricevere un grande dono, quindi è stata consegnata loro una saponetta. Quando è stato chiesto loro se avevano gradito il dono ricevuto, essi hanno risposto di sì, oppure hanno fatto dei cenni con il capo, invece di dire o di far capire che erano rimasti delusi.
I ricercatori definiscono questa menzogna "pro-sociale" in quanto viene detta per mantenere buone relazioni con gli altri.
In un secondo esperimento, ai bambini sono stati dati degli indizi via audio ed è stato loro chiesto di cercare un oggetto nascosto. La maggior parte dei bambini ha individuato  con facilità l'oggetto nascosto (ad esempio trovare un pollo dopo aver ascoltato il suo verso). Poi però è stato fornito un indizio volutamente difficile (musica di Natale abbinata con un pupazzo Elmo) - per usarlo come prova per verificare il comportamento dei bambini riguardo alla menzogna.
Dopo che era stata mandata la musica di Natale, lo sperimentatore ha lasciato la stanza. In seguito è stato chiesto ai bambini se, durante l'assenza dello sperimentatore, essi avessero sbirciato nella stanza per trovare l'oggetto. Sia i bambini autistici sia i non autistici hanno risposto che non l'avevano fatto, mentendo. Quando è stato chiesto loro che idea si erano fatti, quale poteva essere l'oggetto da abbinare alla musica di Natale, i bambini non autistici hanno capito meglio degli altri che non dovevano dare la risposta corretta, altrimenti sarebbero stati scoperti, e dunque hanno risposto "Babbo Natale" o "albero di Natale".

Lo studio è stato accettato per la pubblicazione sul Journal of Autism and Developmental Disorders.

Ott. 2010

QUANDO UN'AZIENDA E' IN CRISI SI CHIAMA UN MANAGER DONNA

La maggior parte delle grandi aziende e dei Paesi del mondo sono guidati da uomini. Le donne vengono chiamate a ricoprire una posizione di leadership quando un'organizzazione è in crisi - un fenomeno noto come "la scogliera di vetro".
Esempi recenti del fenomeno: la nomina di Elsenhans Lynn come amministratore delegato della compagnia petrolifera Sunoco nel 2008, subito dopo che le azioni della compagnia avevano dimezzato il loro valore, oppure l'elezione di Johanna Sigurdardottir come primo ministro d'Islanda, subito dopo che l'economia del suo Paese era rimasta paralizzata a causa della recessione globale.
Un nuovo studio suggerisce che il fenomeno dovrebbe essere interpretato in questo senso: non è che le donne siano viste come persone che hanno delle qualità maggiori degli uomini per far fronte a momenti di crisi, ma piuttosto che gli uomini sono a quel punto visti come privi di questi attributi...
(Come dire:  peggio di così non può andare: proviamo con una donna!)

Susanne Bruckmüller e Nyla Branscombe hanno cercato di capire in primo luogo quando "la scogliera di vetro" è più probabile che si verifichi. Hanno per questo studiato il modo di ragionare di 119 soggetti di entrambi i sessi i quali dovevano decidere, in un esperimento in laboratorio, quale doveva essere il capo di una società di prodotti alimentari biologici. Risultato: i partecipanti erano più propensi a scegliere come leader un candidato-donna se la società era descritta in stato di crisi e se gli ultimi suoi tre leader erano stati tutti maschi. Se i precedenti manager erano stati tutti di sesso femminile, c'erano le stesse probabilità di selezionare un candidato di sesso maschile o femminile.
Questa scoperta suggerisce che la scogliera di vetro ha a che fare con persone che credono che un cambiamento dello status quo (da leader maschio ad una femmina) è ciò che serve in caso di crisi. Tuttavia, questa spiegazione non è apparsa "scientifica", in quanto il modello inverso non è stato trovato. I partecipanti infatti non hanno mostrato alcuna tendenza a scegliere un candidato di sesso maschile per una società in crisi che aveva avuto in precedenza tre capi donne.
Un secondo studio ha esplorato il ruolo di leadership e gli stereotipi di genere in 122 soggetti, uomini e donne, i quali dovevano scegliere, naturalmente in modo fittizio, il leader più adatto per una catena di supermercati descritti come "fiorenti" o "in crisi". I possibili candidati al ruolo di manager erano uomini e donne, presentati con aggettivi che esaltavano gli stereotipi maschili (ad esempio "competitivo") o femminili (es. "abilità nella comunicazione"). Infine, i partecipanti dovevano valutare l'idoneità di ciascun candidato e dichiarare chi avrebbero assunto.
Risultato: in un contesto di successo, il candidato di sesso maschile viene giudicato più adatto per il ruolo ed ha maggiori probabilità di essere selezionato - una replica della parzialità frequentemente osservata nella vita reale. Più intrigante è che, in un contesto di crisi, i partecipanti attribuiscano un minor valore al candidato di sesso maschile, giudicandolo meno adatto per il ruolo manageriale.
Il contesto di crisi non migliora tuttavia le qualità attribuite al candidato femminile, né la percezione della sua idoneità: la scelta avveniva solo in quanto il candidato di sesso maschile era visto come meno adatto e privo dei necessari attributi per la posizione di leadership.
'I nostri risultati indicano che le donne si trovano in posizioni di leadership precarie perché non vengono scelte in quanto apprezzate dagli altri, ma solo perché gli uomini non sembrano più adeguati per il ruolo' hanno spiegato Bruckmüller e Branscombe.
Conclusioni: quando le donne possono godere del ruolo di leadership (a) non è perché sembrano meritarlo, ma perché gli uomini non sembrano adeguati e (b) ciò si verifica solo quando, e perché, c'è la crisi e dunque c'è meno bottino da spartirsi.

Fonte: Bruckmüller, S. & Branscombe, N. (2010). The glass cliff: When and why women are selected as leaders in crisis contexts. British Journal of Social Psychology, 49 (3), 433-451 DOI: 10.1348/014466609X466594 via Research Digest Blog

Ott. 2010

LINGUAGGIO COORDINATO: SI PUO' PREDIRE SE DUE PERSONE ANDRANNO D'ACCORDO?

"Quando due persone iniziano una conversazione, di solito cominciano a parlare allo stesso modo nel giro di pochi secondi". 
Lo afferma James Pennebaker, professore di psicologia presso l'Università del Texas a Austin e autore del nuovo studio pubblicato sul numero di settembre del Journal of Personality and Social Psychology.
"Questo accade anche quando le persone cominciano a leggere un libro o a guardare un film. Non appena termina il film o sfogliano l'ultima pagina del libro, si trovano a parlare come l'autore o i personaggi principali." Questo particolare effetto in inglese viene definito: "language style matching" (linguaggio coordinato).
Pennebaker e colleghi hanno monitorato l'uso del linguaggio su 2.000 studenti di college, i quali dovevano svolgere dei compiti scritti che venivano loro assegnati con uno stile di linguaggio differente. I risultati hanno confermato che questo adeguamento allo stile linguistico osservato nel linguaggio parlato si estende anche alla parola scritta. Quando la richiesta veniva infatti inoltrata utilizzando poche e confuse parole, gli studenti rispondevono al quesito con poche e confuse parole. Se la richiesta assumerva un tono casual, gli studenti rispondevano in modo casual, con i termini tipici del linguaggio parlato.
Successivamente, i ricercatori hanno utilizzato dati storici per scoprire se lo stile "coordinato" del linguaggio potesse rivelare incomprensioni nella relazione o, al contrario, essere indice di una vicinanza affettiva fra due persone.
Il loro studio è iniziato con Sigmund Freud e Carl Jung, psicologi che per sette anni si sono scambiati lettere quasi ogni settimana. Utilizzando le statistiche sul loro stile di corrispondenza, i ricercatori sono riusciti a tracciare la relazione professionale fra questi due uomini, partendo dai loro primi giorni di conoscenza, quando c'era ancora ammirazione reciproca, fino agli ultimi giorni di malcelato disprezzo. E' stato preso in considerazione l'uso dei pronomi, delle preposizioni e di altre parole.
I ricercatori hanno passato al setaccio anche le lettere d'amore fra i poeti Elizabeth Barrett e Robert Browning, oppure quelle fra Sylvia Plath e Ted Hughes. E' emerso che le produzioni poetiche dei due partners erano molto simili durante il periodo più felice dei loro rapporti e meno sincronizzate verso la fine della relazione.
Il lavoro di ricerca prosegue ora per cercare di comprendere se lo stile linguistico utilizzato durante una conversazione quotidiana fra due persone possa permettere di prevedere il tipo di relazione che si va ad instaurare fra loro.

Fonte: Live Science

Ott. 2010

IL MALTRATTAMENTO DEI MINORI E' LEGATO ALLA DISOCCUPAZIONE

"Quando i tempi sono cattivi, i bambini soffrono", ha affermato Robert Sege, docente di pediatria, Boston University School of Medicine, e direttore della Divisione di Pediatria ambulatoriale, Boston Medical Center.
Sege è autore di uno studio presentato il 3 Ottobre presso l'American Academy of Pediatrics (AAP) National Conference and Exhibition di San Francisco, nel quale vengono collegati direttamente l'aumento del tasso di disoccupazione e il maltrattamento dei minori, a distanza di un anno dalla perdita del lavoro.
I ricercatori hanno esaminato le statistiche della disoccupazione a livello statale dal Bureau of Labor Statistics, e li hanno confrontati con i dati del maltrattamento dei minori dalla National Child Abuse and Neglect Data System (NCANDS), durante gli anni che vanno dal 1990 al 2008. Ogni aumento dell'1 per cento della disoccupazione è stato associato ad almeno uno 0.50 per 1.000 nell'aumento di maltrattamento dei minori.
Secondo lo studio dunque, un aumento prolungato dei tassi di disoccupazione non è solo dannoso per la salute economica del paese, ma anche per la salute fisica e mentale dei bambini. I bambini maltrattati subiscono le conseguenze immediate dell' abuso fisico e sono ad aumentato rischio di effetti sulla salute fisica e mentale, spesso della durata di decenni.
La disoccupazione negli Stati Uniti è passata dal 4,5 per cento nel 2007 al livello attuale del 9,5 per cento.

Fonte: Eurekalert

Per la cronaca, in Italia la disoccupazione è passata dal 5,8% del 2007 all'8,5% del 2010 (Messaggero)

Ott. 2010

DISTURBO POST TRAUMATICO DA STRESS

Dopo aver vissuto un evento potenzialmente traumatico - un incidente d'auto, un assalto fisico o sessuale, un infortunio sportivo, ecc. - un bambino su cinque sviluppa un Disturbo Post-traumatico da Stress (PTSD).
E' stato da poco messo a punto un nuovo approccio, che si propone di aiutare a migliorare la comunicazione tra bambino e chi si prende cura di lui, a riconoscere e gestire i sintomi dello stress traumatico e ad insegnare al bambino delle abilità per far fronte ai problemi. Questo approccio sembra si sia dimostrato utile a prevenire il PTSD cronico sub-clinico nel 73 per cento dei bambini.
L'intervento, che si chiama Child and Family Traumatic Stress Intervention (CFTSI), sembra abbia effettivamente ridotto i sintomi di PTSD nei bambini - ad esempio nel rivivere un'esperienza traumatica, nei disturbi del sonno, nel torpore emotivo, negli scoppi d'ira o nelle difficoltà di concentrazione.L'autore è Steven Berkowitz, professore associato di Clinica Psichiatrica presso la Scuola di Medicina della Università della Pennsylvania e direttore del Penn Center for Youth and Family Trauma Response and Recovery. "Questo è il primo intervento di prevenzione per migliorare i sintomi nei bambini che hanno vissuto un evento potenzialmente traumatico, e il primo a ridurre l'insorgenza di PTSD nei bambini" ha affermato. "Se questo studio verrà replicato e convalidato in studi futuri, tale intervento potrebbe essere utilizzato a livello nazionale per aiutare i bambini a superare un evento traumatico, prima che  il DPTS si cronicizzi. Lo studio è ora online nella rivista Journal of Child Psychology and Psychiatry.
Nello studio, 106 bambini di età compresa fra i 7 ed i 17 anni di età e un caregiver (chi si prende cura del bambino) sono stati scelti a caso per quattro sedute con questo nuovo approccio terapeutico e quattro sedute di una equivalente terapia di sostegno. I bambini utilizzati per lo studio erano stati sottoposti dai servizi sociali ad un programma di medicina legale per aver subito un abuso sessuale, o erano stati segnalati dall'ufficio locale di emergenza pediatrica di una città del Connecticut.
L'intervento CFTSI è iniziato con una valutazione di base per misurare la storia del trauma nel bambino e una visita preliminare con la persona che si prende cura di lui. All'interno delle sessioni, l'accento viene posto sul miglioramento della comunicazione tra il bambino e caregiver, così come su altre misure di sostegno. Al termine delle prime due sessioni, caregiver e banbino decidono insieme un compito da  fare a casa per sviluppare delle abilità comportamentali e delle tecniche per riconoscere e gestire i sintomi dello stress traumatico.
Studi futuri dovranno validare l'efficacia di questo intervento, ma i ricercatori sperano che gli interventi brevi ed efficaci come questo CFTSI possano essere applicati presto per prevenire lo sviluppo del DPTS.

Fonte:
Kim Menard, University of Pennsylvania School of Medicine via Medical News Today

Ott. 2010

COPPIE E CONFLITTI DI COPPIA

Un nuovo studio sulla coppia matrimoniale ha cercato di scoprire se il divorzio può essere un fatto prevedibile, a seconda di come i due partners affrontano i conflitti. Ci si è chiesti in particolare se, quando ci sono tensioni, risultano più vantaggiosi i comportamenti di "ritiro", oppure i comportamenti in cui ci si impegna in modo costruttivo ad affrontare i problemi e risolverli, oppure i comportamenti "distruttivi", che non sembrano interessati alla salvaguardia del rapporto.
Si è visto così che se uno dei due coniugi cerca di affrontare i conflitti in modo costruttivo, discutendo le situazioni con calma, ascoltando il punto di vista del partner o sforzandosi di capire ciò che il/la partner sente, mentre l'altro coniuge si ritira in sé stesso ed evita la comunicazione, questo può avere un effetto dannoso sulla longevità del matrimonio.
La ricercatrice, Kira Birditt, autrice dello studio pubblicato nel numero di ottobre 2010 nel Journal of Marriage and Family ritiene che questo accada perché chi affronta i conflitti in modo costruttivo potrebbe vedere nel comportamento di ritiro del/della partner una mancanza di investimento nel rapporto, piuttosto che un tentativo di raffreddare gli animi.
Al contrario, nelle coppie in cui entrambi i coniugi utilizzano strategie per affrontare i conflitti in modo costruittivo si riscontrano tassi di divorzio meno elevati.
Lo studio, sostenuto da un finanziamento ricevuto dal National Institute of Aging e del National Institute of Child Health and Human Development, è uno dei progetti di ricerca più grandi e più longevi sull'osservazione dei conflitti coniugali, avendo esaminato 373 coppie, intervistate quattro volte nell'arco di 16 anni, a partire dal loro primo anno del loro matrimonio. Lo studio è anche uno dei pochi ad includere una percentuale abbastanza alta di coppie nere, avendo così la possibilità di valutare  le eventuali differenze nelle strategie di conflitto e negli effetti.
Sono stati esaminati sia i comportamenti individuali, sia le dinamiche di coppia e si è poi cercato di capire se i comportamenti all'interno della coppia cambino nel tempo ed infine se vi sono differenze di razza o di genere.
Risultati. Sorprendentemente, i ricercatori hanno scoperto che il 29 per cento dei mariti e il 21 per cento delle mogli riferisce di non aver avuto alcun conflitto nel primo anno del matrimonio - nel 1986. Tuttavia, il 46 per cento di queste coppie ha divorziato entro i 16 anni  dello studio - terminato nel 2002. È interessante notare che, anche se le coppie avevano segnalato dei conflitti durante il primo anno di matrimonio, questo non ha poi influito in modo significativo sui tassi di divorzio. (Il dato lascerebbe pensare che i conflitti del primo anno tendano nel tempo a rientrare e ad essere meno distruttivi di quanto potrebbe sembrare).
Nel complesso, i mariti hanno dichiarato di utilizzare comportamenti più costruttivi rispetto alle mogli, anche se nel tempo le mogli sembra che imparino ad utilizzare strategie più costruttive nei riguardi della coppia.
"I problemi che causano il ritiro psicologico delle mogli o l'utilizzo di modalità di comportamento più aggressive si risolvono con il tempo", ha affermato Birditt. Del resto, dobbiamo ricordare che la relazione e la qualità della relazione può essere un argomento molto centrale nella vita delle donne, molto più di quanto lo sia per gli uomini. Nel corso del matrimonio, le donne possono essere più propense a riconoscere che il ritiro dal conflitto o l'utilizzo di strategie distruttive siano comportamenti né efficaci, né vantaggiosi per il benessere generale della coppia e la stabilità del matrimonio, affermano i ricercatori.
Birditt e colleghi hanno scoperto che le coppie nere americane sono più propense ad evitare il conflitto rispetto alle coppie bianche, anche se le coppie nere sono meno propense a ritirarsi dal conflitto nel tempo.

Fonte: Science Daily

Sett. 2010

IL GENE HOMER SIMPSON

Gli scienziati hanno scoperto il "gene Homer Simpson", un gene che tende ad impedire la crescita dell'intelligenza.
La ricerca: cancellando un particolare gene nel cervello dei topi, si è visto che questo li rende più intelligenti. I ricercatori della Emory University School of Medicine hanno infatti potuto osservare che disabilitando il gene RGS14 i topi ricordano meglio gli oggetti che hanno esplorato e imparano  a muoversi con maggiore disinvoltura nei labirinti pieni d'acqua, trovando con più facilità la via d'uscita.
Per questo si è pensato che la presenza del gene RGS14 limiti l'apprendimento e la memoria (e a questo gene è stato dato scherzosamente il nomignolo di Homer Simpson).
L'RGS14 è presente in una particolare area dell'ippocampo, chiamata CA2, una regione che da decenni si ritiene coinvolta nel consolidare l'apprendimento e la formazione dei nuovi ricordi (anche se vi sono ancora molte incertezze al riguardo).
L'area cerebrale CA2 è considerata molto resistente ed i neuroni che sono al suo interno sono capaci di sopravvivere a lesioni da attacchi epilettici o ictus più di altri neuroni presenti nell'ippocampo. 
Per questo i ricercatori si sono stupiti che la disattivazione del gene RGS14 rendesse la regione CA2 più permeabile ad un potenziamento di lungo termine (quando in risposta ad una stimolazione elettrica i neuroni dell'area sviluppano connessioni più potenti).
La domanda sorge spontanea: perché la natura ci avrebbe provvisto di un gene capace di renderci meno intelligenti? I ricercatori sono convinti che il quadro complessivo non sia ancora completamente chiaro. L'RGS14 potrebbe essere un gene importante di controllo nell'area cerebrale e, quando viene disabilitato,  potrebbe inviare segnali ad altri centri per l'apprendimento e la memoria.
La mancanza di RGS14 non sembra nuocere al topo, ma è possibile che il suo funzionamento cerebrale venga modificato, in un modo che i ricercatori ancora non hanno bene identificato.
L'RGS14 è presente anche negli esseri umani. I risultati sono online su Proceedings of the National Academy of Sciences.

Fonte: Slate.fr

Sett. 2010

LE PUNIZIONI ECCESSIVE POSSONO LASCIARE UN SEGNO INDELEBILE

Una madre afferra il bambino saldamente per il braccio, gridando e schiaffeggiandolo ripetutamente in tutte le parti del corpo: quante volte abbiamo osservato questa scena? Nella maggior parte dei casi quella madre "difficile" non si rende conto che la punizione che sta infliggendo al figlio/a lascerà in lui/lei un segno indelebile, che lo/la porterà a sviluppare dei sintomi d'ansia anche in età adulta.
Lo affermano i ricercatori della Université de Montréal, i quali stanno appunto studiando come questi genitori violenti possano pregiudicare lo sviluppo emotivo di un bambino, creandogli disturbi d'ansia e fobie sociali, ansia da separazione e attacchi di panico.
Françoise Maheu, professoressa presso il Dipartimento di Psichiatria della Université de Montréal è a capo di un gruppo di ricerca che sta indagando come l'anatomia e la fisiologia del cervello subiscano l'influenza di questo tipo di genitori. A breve il gruppo recluterà 120 ragazzi dai 12 ai 17 anni, che verranno divisi in quattro gruppi, in base a due variabili: il loro stato ansioso e il tipo di relazione che hanno con i loro genitori. Oltre ai test comportamentali, i ragazzi saranno sottoposti a risonanza magnetica funzionale (fMRI), dove verrà misurata la loro attività cerebrale, in modo da correlare l'attività cerebrale con la paura e l'ansia.
"La mia ipotesi è che due strutture specializzate, l'amigdala e la corteccia anteriore congulata, che costituiscono il circuito neurale della paura, svolgano un ruolo nel gestire l'ansia associata alle genitorialità difficili", dice la Maheu.
Questa indagine sul legame tra genitorialità difficile e circuiti della paura e dell'ansia nei giovani fornirà spunti preziosi per la neurobiologia dello sviluppo, aggiunge la Maheu, in quanto capire questo legame mentre i ragazzi sono ancora giovani potrebbe portare ad interventi capaci di interrompere precocemente questa traiettoria di sviluppo, prima che la loro ansia diventi cronica.
I disturbi d'ansia infatti possono portare ad alcolismo, difficoltà a mantenere relazioni, depressione e in alcuni casi, anche al suicidio.
Questo studio è stato finanziato dal Canadian Institutes of Health Research e del Fonds de la Recherche en Santé du Québec.

Sett. 2010

Fonte: University of Montreal (2010, September 21). Spare the rod, spoil the child? Excessive punishment can have lasting psychological impact on children, researchers say via ScienceDaily.


L'IRONIA? LA CAPISCONO ANCHE I BAMBINI


Nuovi risultati di ricerca de l'Université de Montréal, pubblicati sul British Journal of Developmental Psychology, rivelano che anche i bambini di quattro anni sono in grado di comprendere ed usare l'ironia.
In precedenza si era scoperto che l'ironia non era compresa prima del raggiungimento degli 8-10 anni di età, ma questi studi erano stati condotti prevalentemente in laboratorio e non in una situazione reale.  Inoltre, negli studi passati ci si era concentrati in modo particolare sul sarcasmo.
In questo nuovo studio invece i bambini sono stati osservati a casa loro e sono stati presi in considerazione quattro tipi di linguaggio non letterale: iperbole, eufemismo, sarcasmo e domande retoriche.
Lo studio ha rivelato che i bambini comprendono le osservazioni ironiche fatte dai genitori. Anche se essi possono comprendere fino in fondo questo linguaggio solo dai sei anni di età, alcune forme di ironia come l'iperbole possono essere comprese sin dall'età di quattro anni. In 22 delle 39 famiglie studiate, la forma di espressione ironica che è risultata la meglio compresa è stata il sarcasmo.
Sarcasmo e iperbole vengono usate nelle comunicazioni positive con i bambini, mentre gli eufemismi e le domande retoriche vengono usati soprattutto in situazioni di conflitto. Inoltre, le madri e i padri non sempre utilizzano l'ironia nello stesso modo. Le madri sono più inclini ad utilizzare le domande retoriche e i padri il sarcasmo.
Complessivamente dunque, il livello di comprensione dei bambini appare più complesso è più sofisticato di quanto si credeva in passato.
Questo studio è stato finanziato dalla Social Sciences and Humanities Research Council of Canada (SSHRC).

Fonte: Julie Gazaille, University of Montreal   via Medical News Today

Sett. 2010

FARE SHOPPING? ECCITANTE QUANTO IL SESSO

Un nuovo studio ha scoperto che fare shopping produce lo stesso livello di eccitazione emotiva generato dal fare sesso. I ricercatori hanno scoperto che comprare un prodotto a saldi, fare un affare, rende felice la persona (ed è per questo, forse, che i saldi hanno sempre successo...)
Gli studiosi sono giunti alla conclusione dopo aver misurato l'attività cerebrale nelle aree che elaborano le emozioni, mentre dei volontari effettuavano una serie di attività, tra cui andare per negozi e guardare un film erotico.
Trovare uno sconto o un omaggio ha regalato loro emozioni positive tanto quanto la pornografia.
I ricercatori dell'Università di Westminster, hanno utilizzato attrezzature particolari per monitorare i movimenti oculari e le risposte emotive nel corpo a una serie di prodotti di consumo quotidiano su 50 volontari, partecipanti all'esperimento. Il sistema utilizzato si chiama iMotion e misura le risposte emotive del corpo su una scala da uno a 10.
Il valore 10 è però l'equivalente dei traumi gravi, che potrebbe essere pericoloso e raramente viene osservato. Il punteggio compreso tra cinque e sette è invece il tipo di eccitazione chedeterminano delle immagini erotiche come la pornografia.
Una promozione per ottenere un audiolibro gratuito con il personaggio dei bambini Horrid Henry, ha registrato un punteggio fino a 5.8 tra i consumatori.
Altri, tra cui uno sconto per il latte o del pane conservato (Siamo in Inghilterra...) hanno segnato un livello di emozione particolarmente elevato, che ha raggiunto i primi risultati.
La ricerca è stata commissionata da The Institute of Promotional Marketing: deve essere ancora completata, ma è stata anticipata nella rivista di settore The Grocer.

Fonte: The Telegraph

Sett. 2010


BENESSERE: MEGLIO OGGI O IN PASSATO?

I ricercatori Ciara Raudsepp-Hearne e colleghi confermano che la sensazione, che quasi tutti abbiamo, di vivere oggi un maggiore benessere in confronto ai nostri simili delle epoche passate, si basa su dati di realtà, nonostante vi siano prove convincenti riguardo al declino degli ecosistemi.
Tre sono probabilmente le ragioni di questo paradosso: 1) Il grande aumento della produzione alimentare che si è avuto nel passato: la possibilità di nutrirsi è infatti prioritaria rispetto ad altri aspetti dell'ecosistema, 2) Le innovazioni tecnologiche, che permettono alle persone di non dipendere direttamente dagli ecosistemi, 3) Intervalli di tempo piuttosto lunghi, prima che il benessere delle persone venga direttamente interessato da questo declino.
Pochi motivi di compiacimento, dunque.
I ricercatori accettano le conclusioni del Millennium Ecosystem Assessment, sul fatto che gli ecosistemi hanno ormai poca capacità di offerta per gli esseri umani. Eppure,  il composito indice di sviluppo umano, parametro largamente utilizzato (che comprende: livello di alfabetizzazione, aspettativa di vita e reddito), è migliorato nettamente dalla metà degli anni Settanta. Anche se alcune misure relative al senso di sicurezza personale si oppongono a questa tendenza al rialzo, il miglioramento generale del benessere delle persone sembra provato.
Raudsepp-Hearne non è tuttavia ottimista, perché ritiene che gli effetti osservabili del benessere siano minacciati, nei prossimi decenni, da possibili deficit futuri nella produzione alimentare, soggetta come è ad eventi quali inondazioni e siccità, chiaramente dannosi per le persone che vivono in particolari aree del pianeta. Quanto alla tecnologia, è vero che fin qui ha offerto la possibilità di affrancarsi dalle offerte locali dell'ecosistema, ma è difficile capire oggi  "se l'uomo sarà più o meno in grado di adattarsi al degrado dell'ecosistema". Al di là dell'autocompiacimento sul benessere raggiunto dunque, non si può non ammettere che vi sia oggi una "fragilità dell'ecosistema."
L'invito è dunque quello di prestare maggiore attenzione a come l'ecosistema influenzi i molteplici aspetti del benessere, cercando sinergie e compromessi, oltre che tecnologie, volti a prevedere i bisogni futuri delle persone.

Fonte: American Institute of Biological Sciences (2010, September 1). Human well-being is improving even as ecosystem services decline: Why?, via Science Daily

Sett. 2010

PETTEGOLARE IN POSITIVO FA BENE

Se siete degli inguaribili pettegoli ma, mentre lo fate, non mancate di parlare bene delle persone oggetto delle vostre attenzioni, avrete il risultato di accrescere la vostra autostima. Jennifer Cole e Hannah Scrivener della Staffordshire University, hanno condotto uno studio sul pettegolezzo, che ora presenteranno alla British Psychological Society, sezione di Psicologia Sociale conferenza annuale presso l'Università di Winchester.
Per verificare le conseguenze del pettegolezzo in chi usa questo genere di chiacchiere sociali, è stato chiesto a1 160 partecipanti allo studio di completare dei questionari relativi alla propria tendenza al pettegolezzo,  insieme a autovalutazione della stima di sé, del proprio sostegno sociale e del livello di soddisfazione che avevano nella vita.
Risultati: Anche se non collegati all'autostima o alla soddisfazione nella vita, i livelli più elevati di pettegolezzo sono stati associati con sentimenti di maggiore sostegno sociale. In uno studio di follow-up, ai 140 partecipanti è stato chiesto di parlare di una persona fittizia in modo positivo o negativo. Coloro che avevano descritto il personaggio in modo positivo avevano accresciuto la propria autostima rispetto a coloro che avevano invece dovuto spettegolare in modo maligno.
La dottoressa Cole ha dichiarato: "fare pettegolezzi è solitamente vista come una cosa negativa. I nostri risultati suggeriscono però che alcune forme di pettegolezzo, in particolare quelle in cui si lodano gli altri, potrebbero comportare dei risultati positivi per il pettegolo".
Domanda: ma quali sono i pettegolezzi "positivi"? ;-)

Fonte: Science Daily

Sett. 2010

COME GLI AMICI PROTEGGONO LE RAGAZZE UBRIACHE

Un nuovo studio, condotto da Linda C. Lederman, docente di comunicazione presso l'Arizona State University, ha scoperto che ben tre quarti dei partecipanti (studenti di college) avrebbero fatto il possibile per evitare che un'amica ubriaca fosse andata a letto con uno sconosciuto e si sarebbero adoperati affinché l'amica fosse arrivata a casa in modo sicuro.
I partecipanti hanno segnalato tre distinte strategie di comunicazione per prevenire che le loro amiche ubriache fossero andate a letto con uno sconosciuto:
* Dire all'amica che sta sbagliando. I partecipanti riferiscono che non si farebbero alcuno scrupolo nel ricordare alle loro amiche i problemi che corrono per la propria salute e le conseguenze sociali associate al portarsi a letto uno sconosciuto. Tra queste, il rimanere incinta, il farsi una cattiva reputazione, il possibile pentimento, al mattino successivo.
* Utilizzare qualche piccolo inganno. Per evitare che le le amiche ubriache possano essere facilmente raggirate o sfruttate, i ragazzi hanno affermato che avrebbero usato qualche piccolo inganno: ad esempio accompagnarle in un posto diverso da quello dell'appuntamento con uno sconosciuto, con la scusa di andare a comprare qualcosa da mangiare. Un'altra strategia indicata è quella di metterle su un taxi per farle tornare a casa.
* Confronto diretto. Per proteggere le loro amcihe da situazioni pericolose, i partecipanti allo studio hanno detto che avrebbero affrontato direttamente le loro amiche, raccomandando loro di evitare la situazione pericolosa in cui si stavano cacciando o le avrebbero forzatamente e fisicamente allontanate dal rischio.
Gli amici non avrebbero mostrato la stessa propensione ad intervenire per proteggere un'amica, pur in una situazione rischiosa, se questa, ubriaca, si fosse accompagnata ad una persona che conosce bene e che conoscono anche gli amici.
Potrebbe essere dunque utile, dicono i ricercatori, migliorare le competenze di comunicazione dei ragazzi che vogliono mostrarsi utili nell'aiutare un'amica in difficoltà per gestire meglio la situazione, approfondendo anche i discorsi sui comportamenti sessuali legati al bere e altre questioni importanti per la salute.

Fonte: Lisa Menegatos, Linda Lederman, Aaron Hess. Friends Don't Let Jane Hook Up Drunk: A Qualitative Analysis of Participation in a Simulation of College Drinking-Related Decisions. Communication Education, 2010; 59 (3): 374 DOI: 10.1080/03634521003628909 Via Science Daily

Ago 2010

VIAGGIARE IN AUTO CON UN PASSEGGERO ATTRAENTE PUO' ESSERE PERICOLOSO

Le distrazioni sono una delle principali cause degli incidenti stradali. Un nuovo studio ha scoperto che solo una semplice conversazione con qualcun altro in macchina può essere sufficiente ad aumentare gli errori del conducente. Il rischio è maggiore se si è attratti dal passeggero.
La ricerca è stata condotta attraverso un simulatore di guida da Cale e Jeff Caird Whitea del Cognitive Ergonomics Research Laboratory (CERL) presso l'Università di Calgary in Canada, dove è stato studiato il looked-but-failed-to-see error (l'errore del visto-non visto)
Si tratta di una forma di cecità ai cambiamenti: noi guardiamo una scena, ma non riusciamo a notare qualcosa che qualcosa sta cambiando o è cambiata. Questo può diventare un'importante fonte di rischio durante la guida, dal momento che si può guardare quello che succede sulla strada, ma senza prendere in realtà in considerazione le informazioni che ci arrivano.
Lo studio ha esaminato lo stile di guida del conducente in una città simulata, seguendo i movimenti oculari e i vari errori di guida. Soprattutto, lo studio ha messo a confronto lo stile di guida di un guidatore che è solo in auto con quello che è seduto accanto ad un passeggero per cui prova attrazione (è stato chiesto al guidatore se provava attrazione). Sono stati misurati anche i livelli di estroversione e di ansia.
I risultati sono stati sorprendenti:
Le conversazioni con il passeggero possono essere in effetti fonte di distrazione. Tassi più elevati di errori visto-non visto si sono verificati quando il guidatore è impegnato in conversazioni con un passeggero o una passeggera per cui prova attrazione. In particolare, i guidatori più estroversi e attratti dal passeggero tendevano ad essere più ansiosi, hanno guidato più piano, fermandosi di meno sulle strisce pedonali e coinvolgendosi in un maggior numero di incidenti con le moto.
Questa interferenza emotiva è stata sufficiente a suscitare un aumento otto volte superiore di errori visto-non visto nei confronti delle moto e quattro volte in più nei confronti dei pedoni.
In altre parole, la conversazione non ha alterato come il guidatore osserva la strada, ma ha influenzato il suo prendere in considerazione le informazioni trasmesse dagli occhi al cervello, che era evidentemente impegnato su altre cose.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, i soggetti ansiosi guidano più lentamente quando sono attratti dal passeggero, ma fanno ugualmente più errori.
Va detto che non è stato testato l'appeal del passeggero durante l'esperimento, ma l'attrazione del conducente nei suoi confronti. Si è visto inoltre che l'effetto-distrazione è più forte nelle donne che negli uomini.
 
Fonte: PubMed via Mind Hacks

Ago 2010

LE VITTIME DEL BULLISMO PEGGIORANO NEL RENDIMENTO SCOLASTICO

Gli studenti che sono regolarmente oggetto di bullismo peggiorano nel rendimento scolastico. Lo affermano alcuni psicologi in un numero speciale del Journal of Early Adolescence, dedicato al rendimento scolastico e alle relazioni fra coetanei.
Lo studio è stato condotto su 2.300 studenti in 11 scuole medie pubbliche dell'area di Los Angeles.  I ricercatori hanno chiesto agli studenti di dichiarare se erano loro stessi vittime di atti di bullismo (su una scala a quattro punti) e di elencare quali dei loro compagni fossero, a loro parere, più frequentamente attaccati dai bulli, a livello fisico e verbale, o a livello di maldicenze sul loro conto. 
Risultato: Gli studenti che sono stati indicati come vittime di bullismo mostravano dei risultati scolastici sostanzialmente peggiori rispetto ai loro coetanei. Il bullismo è stato associato con una diminuzione di 1,5 punti del rendimento scolastico in ogni materia (ad esempio, la matematica) - un calo ritenuto piuttosto rilevante dai ricercatori.
Gli insegnanti, nel corso dello studio, hanno inoltre fornito valutazioni su come gli studenti si impegnavano a livello scolastico, indicando in particolare se essi partecipavano alle discussioni di classe, mostravano interesse  per gli argomenti proposti e facevano i compiti a casa. I ricercatori hanno raccolto i dati sugli studenti due volte l'anno per tutto il triennio della scuola media, esaminando poi i voti ricevuti dagli studenti.
Questo studio dimostra che non si può affrontare il discorso dello scarso rendimento scolastico, ignorando il problema del bullismo, perché i due aspetti sono spesso legati - ha affermato Jaana Juvonen - docente di psicologia e autrice principale dello studio. Inoltre, occorre fare attenzione, perché spesso si crea un circolo vizioso: chi è vittima di bullismo peggiora nel rendimento scolastico e chi va  male a scuola è in genere più colpito dalle attenzioni dei bulli.
Gli insegnanti devono dunque sapere che alcuni studenti non parlano in classe non perché non sono preparati o interessati, ma per paura di subire atti di bullismo. E' importante cercare di interpretare correttamente il silenzio di uno studente, non etichettandolo affrettatamente come poco diligente o poco motivato ad apprendere.
Finché uno studente non sarà libero di alzare la mano in classe e di parlare senza essere deriso dai compagni, l'istruzione non potrà essere considerata efficace, concludono i ricercatori.
Elementi che potrebbero indicare che un ragazzo è vittima di bullismo: frequenti mal di testa, raffreddori o altre malattie fisiche, problemi psicologici.

Fonte: Medical News

Ago 2010

LA PIRAMIDE DI MASLOW

Sicuramente molti di voi conosceranno la notissima piramide di Maslow relativa alla scala dei bisogni. Pur essendo uno dei fondamenti della psicologia moderna, secondo alcuni questa piramide andrebbe aggiornata, perché dal 1943 ad oggi molte cose sono cambiate.

Secondo Maslow infatti, gli esseri umani prima devono soddisfare le loro esigenze di base (es. mangiare, bere, dormire) per poi passare gradualmente a quelle di livello superiore (es. sicurezza). Secondo Maslow insomma, se sei disoccupato e rischi di perdere la casa è ben difficile che il tuo problema principale sia il riscaldamento globale del pianeta, per intenderci...

Nella sua piramide Maslow mette il bere, il mangiare e il dormire come bisogni fondamentali, cui seguono quelli di sicurezza, quelli legati alla possibilità di avere relazioni sociali, alla stima sociale e, infine, il bisogno di autorealizzazione.

La piramide di Maslow però non è supportata da ricerche empiriche, dice Steven Neuberg, lo psicologo dell'Arizona State University che si propone di aggiornare la famosa scala.

Ad esempio, nella nuova piramide non si può non parlare di sesso, della ricerca di un partner sessuale, che infatti è al terzo posto, cui segue la ricerca di un buon rapporto di coppia, per finire col saper essere un buon genitore, sbarazzandosi definitivamente dell'autorealizzazione, che è un concetto interessante si, ma che per i ricercatori non merita il top della classifica.

Domanda: ma uno studio serio, basato su dati scientifici, non sarebbe più utile? Personalmente dubito molto che essere un buon genitore sia la massima aspirazione delle persone... Almeno, non a tutte le latitudini ed in tutti i contesti sociali!

Fonte:Science 2.0

Link: Renovating the Pyramid of Needs Contemporary Extensions Built Upon Ancient Foundations

Ago 2010


GENITORI PER SEMPRE: ANCHE QUANDO I FIGLI SONO GRANDI

Anche in età adulta, i figli continuano ad essere un pensiero per i propri genitori. Un nuovo studio rivela infatti che anche quando i figli si sono costruiti una vita propria, i loro alti e bassi influiscono ancora profondamente ed intensamente sulla salute mentale e sul benessere dei propri genitori.

La professoressa Karen Fingerman, della Purdue University, ha presentato qualche giorno fa questo interessante studio, durante un simposio incentrato sulle relazioni sociali e il benessere.

La sua ricerca ha interessato 633 genitori di mezza età, residenti nella zona di Philadelphia.  E' stato chiesto loro di valutare i successi di ogni loro figlio grande, rispetto ad altri adulti della stessa età. La maggior parte dei genitori avevano avuto più di un figlio, così le valutazioni hanno riguardato complessivamente 1.251 figli adulti.

I genitori hanno risposto anche a domande circa il proprio benessere psicologico, su che tipo di rapporto avevano con i figli,  se ciascuno dei loro figli aveva sperimentato problematiche fisiche ed emotive o problemi comportamentali, su eventuali problemi di alcol e droga, divorzio, gravi problemi relazionali, problemi con la legge, ecc. E' stato inoltre esaminato se i problemi di ogni figlio erano considerati involontari dai genitori, come ad esempio causati da un problema di salute.

Risultati. La ricerca ha scoperto che il 68 per cento dei genitori ha avuto almeno un figlio che ha sofferto di un qualche problema negli ultimi due anni. Circa il 49 per cento dei genitori ha detto che almeno uno dei loro figli aveva avuto grande successo nella vita; il 60 per cento ha dichiarato che il proprio figlio aveva avuto successo, ma anche sconfitte; il 17 per cento non ha avuto figli con problemi e il 15 per cento ha dichiarato di non aver avuto figli che si siano particolarmente distinti rispetto alla media delle persone normali.

I ricercatori hanno poi esaminato come i successi e gli insuccessi dei figli abbiano influito sul benessere dei genitori. Chi aveva più di un figlio che aveva avuto successo nella vita, viveva uno stato di migliore benessere personale, mentre chi aveva anche un solo figlio "problematico" subiva influenze negative sul proprio stato di salute, anche se gli altri figli avevano avuto successo. Avere almeno un figlio di successo, insieme ad altri più sfortunati non è associato ad un migliore benessere dei genitori.
I risultati suggeriscono dunque che i genitori reagiscono più fortemente ai fallimenti dei propri figli che ai loro successi.

Inoltre, avere due figli problematici aggrava ulteriormente lo stato di salute mentale dei genitori; ma avere un figlio di successo non ammortizza di per sé gli effetti negativi causati dai problemi degli altri figli.

Fonte: American Psychological Association (2010, August 15). Parents' mental health more likely to suffer when a grown child struggles, via Science Daily

Ago 2010

VIOLENZA DOMESTICA: CARATTERISTICHE DEL SOGGETTO VIOLENTO

Una nuova ricerca pubblicata nel numero di agosto della rivista dell'American Psychological Association of Abnormal Psychology, sta fornendo un quadro più preciso sui ruoli di genere, la personalità e la malattia mentale nella violenza domestica.

"La violenza domestica è un grave problema di salute pubblica", ha affermato l'autore dello studio Zach Walsh, della University of British Columbia (UBC), il quale, insieme al suo team ha analizzato i dati del MacArthur Violence Risk Assessment Study per esaminare la personalità normale, le caratteristiche del comportamento psicopatico, e la malattia mentale su 567 pazienti, tra cui 138 donne e 93 uomini con storie di violenza domestica. Sebbene la violenza domestica riguardi sia soggetti di sesso maschile, sia soggetti di sesso femminile, per il momento è la violenza domestica maschile ad essere stata maggiormente studiata.

Secondo precedenti studi gli uomini violenti potevano essere classificati in tre gruppi, ma il presente studio evidenzia che la classificazione potrebbe riguardare allo stesso modo anche soggetti femminili:

    * Antisociali (soggetti spesso violenti anche al di fuori del rapporto e con sintomatologia tipica della personalità psicopatica)
    * Disforici (soggetti molto ansiosi, depressi e con altre forme di malattia mentale)
    * Scarsamente Patologici (soggetti con personalità normale, raramente violenti al di fuori delle relazioni intime)

Fonte:Science Daily

Ago 2010

LE RAGAZZE CARINE NON VENGONO ASSUNTE PER LAVORI PESANTI

Le persone di bell'aspetto in genere hanno un leggero vantaggio quando si tratta di cercare un lavoro. Un nuovo studio tuttavia rivela che se una bella donna volesse cercare occupazione in un settore tradizionalmente considerato maschile, la sua avvenenza potrebbe essere un limite per le sue aspirazioni.

Le donne attraenti infatti vengono discriminate in caso di  posti di lavoro considerati "maschili", in cui l'apparenza non è considerata importante.

Lo studio, pubblicato sul numero di giugno del Journal of Social Psychology include nell'elenco lavori quali direttore di ricerca e sviluppo, direttore delle finanze, ingegnere meccanico e supervisore della costruzione.

"In queste professioni, essere attraenti è fortemente penalizzante per le donne", afferma l'autrice dello studio Stefanie Johnson, docente a Denver, presso la UC Business School. "In ogni altro tipo di lavoro, le donne attraenti vengono preferite. Questo dato non riguarda gli uomini, il che dimostra che c'è ancora un doppio standard quando si tratta di genere sessuale".

Secondo la Johnson, le persone belle godono di un vantaggio significativo nella vita: tendono ad avere salari più alti, valutazioni migliori per le loro prestazioni, livelli più elevati per l'ammissione al college, un numero più alto di voti se si presentano alle elezioni e ricevono sentenze legali più favorevoli. Ma non sempre le cose vanno così bene per i belli. O meglio, per le belle...

Nell'esperimento, i partecipanti hanno ricevuto 204 foto di studenti universitari (tutti di razza bianca ed in abiti da lavoro) ed è stato chiesto loro di valutare anzitutto la loro bellezza, su una scala da uno a sette. Poi è stato chiesto loro di valutare quale fosse il lavoro più adeguato per ciascuna delle persone ritratte in foto.

In generale, gli uomini attraenti sono stati giudicati più adatti per il lavoro, anche per quei lavori in cui l'aspetto non aveva importanza. Le donne attraenti, allo stesso modo, sono state preferite per occupazioni tipicamente "femminili", ma non per posti di lavoro considerati "maschili", in cui l'aspetto non è fondamentale.

In un secondo studio, ai partecipanti è stato chiesto di stabilire quali posti di lavoro necessitavano di personale di buona presenza fra: guardia carceraria, venditore auto, personale di segreteria e assistente sociale. I primi due lavori sono stati considerati maschili, e i secondi due, femminili. L'aspetto è stato giudicato poco importante per gli agenti di custodia e per gli operatori sociali ed importante per i venditori d'auto ed il personale di segreteria.

I risultati hanno mostrato che le donne attraenti ricevevano una valutazione elevata per i due posti di lavoro femminili e per il lavoro di vendita d'auto (lavoro maschile, ma nel quale una buona presenza fisica può essere importante). Per il lavoro di guardia carceraria invece  (lavoro maschile, in cui la buona presenza non è importante), le belle donne sono state valutate in modo significativamente più basso. Per gli uomini, essere attraenti non è mai stato un limite, per tutti i tipi di lavoro.

Fonte: Live Science

Ago 2010

ANCHE GLI ANIMALI PROVANO EMOZIONI

Un nuovo studio afferma che anche gli animali provano emozioni e che studiarle ci potrebbe aiutare a scoprire molto su di loro.

Un animale che vive in un mondo in cui è regolarmente minacciato da predatori, sviluppa infatti emozioni negative, come l'ansia, mentre uno che vive in un ambiente ricco di opportunità vive la sua esistenza con uno stato d'animo più positivo.

I ricercatori sostengono che questi stati emotivi, non solo riflettono le esperienze di vita degli animali, ma influenzano le loro scelte, soprattutto in situazioni ambigue, che potrebbero avere esiti positivi o negativi. Un animale che sperimenta uno stato negativo avrà, in risposta ad uno stimolo ambiguo, un tipo di risposta che si basa sul pessimismo - per esempio l'interpretazione di un fruscìo tra l'erba potrebbe essere interpretato come un segnale lasciato da un predatore - mentre un animale in uno stato positivo potrebbe interpretare lo stesso stimolo come la presenza di una possibile preda.

Il professor Mike Mendl, responsabile gruppo di ricerca presso la Bristol University ha affermato che siamo ormai in grado di misurare le scelte degli animali in modo oggettivo e che non è sbagliato usare le parole 'ottimista' e 'pessimista' nel processo decisionale che riflette lo stato emotivo dell'animale.

Fonte: Michael Mendl, Oliver H. P. Burman and Elizabeth S. Paul. An integrative and functional framework for the study of animal emotion and mood. Proceedings of the Royal Society B, August 4, 2010, via Science Daily
Ago 2010

L'UOMO MODESTO NON PIACE

Sulla rivista Psychology of Men and Masculinity è stata pubblicata una nuova ricerca davvero interessante, di Corinne A. Moss-Racusin, la quale ha studiato l'effetto del comportamento "modesto" durante un colloquio di lavoro.

Secondo la Moss-Racusin, a parità di competenze, gli uomini "modesti" sono meno graditi. La loro modestia viene infatti considerata come un segno di debolezza, un segno di scarsa personalità, capace di influire anche sulle possibilità di occupazione lavorativa o sui potenziali guadagni. La modestia femminile, invece, come c'era forse da aspettarsi, non viene considerata negativamente, né in qualche modo si lega allo status sociale della persona.

Nello studio, 132 donne e 100 studenti volontari maschi hanno osservato delle interviste videoregistrate della durata di 15 minuti, relative a soggetti maschi o femmine.
Dalle loro risposte i ricercatori hanno potuto determinare quali stereotipi di genere sembrano più efficaci nell'interazione sociale. "Le donne possono essere deboli, mentre questo aspetto è fortemente vietato agli uomini" ha affermato la Moss-Racusin. "Al contrario, il carattere dominante è riservato agli uomini e vietato alle donne".

Seppure i ricercatori non ritengano che, in assoluto, la modestia nell'uomo sia sempre un limite nella ricerca di un posto di lavoro, essi concludono che fra un uomo modesto e una donna dominante il primo può godere almeno del beneficio del dubbio. 

Fonte: Moss-Racusin et al. When men break the gender rules: Status incongruity and backlash against modest men.. Psychology of Men & Masculinity, 2010; 11 (2): 140 DOI: 10.1037/a0018093 via Science Daily

Ago 2010

IL LINGUAGGIO DEL CORPO DEI POLITICI

I politici, come tutti gli altri esseri umani, compiono gesti che rivelano i loro pensieri, secondo un nuovo studio pubblicato i 28 luglio 2010, sulla rivista "PLoS ONE.

Daniel Casasanto dell'Istituto di Psicolinguistica Max Planck di Nijmegen, nei Paesi Bassi, insieme ai suoi colleghi, ha condotto uno studio sui gesti spontanei dei politici, osservati nel dibattito finale delle recenti elezioni presidenziali negli Stati Uniti.

Le elezioni del 2004 e del 2008 hanno coinvolto personaggi destrimani (Kerry, Bush) e due mancini (Obama, McCain). Casasanto e la collega Jasmin hanno scoperto che i candidati destrorsi hanno, in proporzione, fatto gesti con la mano destra quando esprimevano idee positive e gesti con la mano sinistra quando volevano esprimere pensieri negativi. Esattamente l'opposto è stato rilevato per i due mancini, che favorivano la mano sinistra per gli aspetti positivi che andavano illustrando e la mano destra per i negativi. (Questo non esclude dunque che l'uomo che rappresenta "il braccio destro di Obama" sia quello  quello che in realtà gli è accanto sul lato sinistro...).

In molte culture del resto, troviamo espressioni che legano la destra a "buono" o "giusto" e la sinistra a "cattivo". Si pensi alla lingua inglese dove "right" significa sia la parola "destra" che la parola "corretto, giusto", oppure all'aggettivo "sinistro" della lingua italiana (es. "un sinistro presagio").

Secondo Casasanto dunque, i dati confermano l'idea che le persone associno le buone cose con la parte del corpo che utilizzano più frequentemente e agevolmente. (L'associazione degli aspetti positivi con il proprio lato dominante è qualcosa su cui democratici e repubblicani sembrano d'accordo!)

I gesti delle mani possono fornire indicazioni su cosa pensa il parlante di ciò che sta dicendo, anche perché le persone spesso non sono consapevoli dei loro gesti, e spesso non si rendono neanche conto di gesticolare.

Osservando dunque i movimenti della mano dominante si può sapere qualcosa di più sul politico che sta facendo un discorso. Nello studio, i gesti della mano non dominante si sono verificati più spesso durante le dichiarazioni negative che durante le dichiarazioni positive (rapporto di 2 a 1 per Obama, 3-1 per Kerry, e di 12 a 1 per McCain). Guardare le mani dei politici potrebbe aiutare gli elettori a capire veramente cosa essi abbiano (davvero) in mente.

Fonte: Daniel Casasanto, Kyle Jasmin. Good and Bad in the Hands of Politicians: Spontaneous Gestures during Positive and Negative Speech. PLoS ONE, 2010; 5 (7): e11805 DOI: 10.1371/journal.pone.0011805 via Science Daily

Lug 2010

L'ATTIVITA' FISICA AIUTA A GUARIRE DA ANSIA E DEPRESSIONE

Secondo una nuova ricerca, basata su una dozzina di studi condotti sulla popolazione, studi clinici e meta-analisi degli interventi di attività fisica nei trattamenti per problemi di ansia, l'attività fisica aiuta a ridurre l'ansia e la depressione.

Fare moto è facile e gratuito: per questo, chi non si può permettere una psicoterapia, può intanto provare a uscire di casa, farsi un giro in bicicletta o una passeggiata in un parco. Se anche questo non fosse possibile, non si dovrebbe rinunciare almeno a fare qualche esercizio di ginnastica in casa, nel proprio appartamento.

L'attività fisica infatti influisce sul sitema dei neurotrasmettitori cerebrali ed aiuta i pazienti a ristabilire dei comportamenti positivi, riducendo le paure e le fobie.
Fonte: Southern Methodist University, Exercise ‘Therapy’ For Depression via PsychCentral

Apr 2010


FATTORI AMBIENTALI NELLA DIAGNOSI DI AUTISMO

Se nessun bambino vivesse a 500 metri (o meno) di distanza da un bambino autistico, ci sarebbe una riduzione del 16 per cento nelle diagnosi di autismo. Questi, in sintesi, i risultati di una recente quanto sorprendente ricerca statunitense. L'effetto vicinanza è stato infatti considerato più significativo degli altri fattori testati, come ad esempio l'età della madre (che ha spiegato circa l'11 per cento di aumento nelle diagnosi di autismo) o l'istruzione della madre (che incide per il 9 per cento).

Lo studio, condotto dai ricercatori dell'Istituto di ricerche economiche, sociali e politiche presso la Columbia University, ha scoperto che i bambini che vivono in prossimità di un bambino che ha precedentemente ricevuto una diagnosi di autismo, hanno una probabilità molto più elevata di essere essi stessi diagnosticati come "autistici" l'anno successivo. L'aumento della probabilità diagnostica di autismo non è dovuta a fattori ambientali o ad agenti contagiosi, ma ai comportamenti dei genitori, i quali vengono a contatto con i problemi relativi all'autismo conoscendo i genitori del figlio autistico.

"La probabilità di ottenere una diagnosi di autismo è chiaramente associata alla trasmissione di informazioni da persona a persona", ha affermato il Dr. Peter Bearman, sociologo, autore dello studio insieme a Ka-Yuet Liu e Marissa King. I genitori che conoscono l'autismo e i suoi sintomi, scoprono che i medici sono in grado di diagnosticare tale patologia, e dunque imparano a gestire il processo per ottenere una diagnosi (e relativi servizi sociali ad esso legati), seguendo il percorso degli altri genitori con un figlio autistico.

I ricercatori sottolineano che i risultati non significano che l'autismo non sia reale o che sia diagnosticato in misura eccessiva. "Il nostro studio non affronta la causa dell' autismo," sostiene il Dott. Bearman, "Stiamo solo descrivendo il meccanismo attraverso il quale il numero di diagnosi è in aumento. È possibile che la reale incidenza della malattia si stia scoprendo solamente ora."

In California, dove è stato condotto questo studio, il numero di casi di autismo gestiti dal reparto della California dei Servizi dello Sviluppo è aumentato del 636 per cento tra il 1987 e il 2003.

Il team della Columbia University ha esaminato i dati relativi a oltre 300.000 bambini nati tra il 1997 e il 2003 in tutta la California. I ricercatori hanno scoperto che i bambini che vivono a meno di 250 metri da un bambino con diagnosi di autismo hanno una probabilità del 42 per cento più elevata di ricevere essi stessi una diagnosi di questo disturbo nel corso dell'anno successivo, rispetto ai bambini che non vivono in prossimità di un bambino autistico. I bambini che vivono tra i 250 metri e i 500 metri da un bambino con autismo hanno "solo" il 22 per cento in più di probabilità di ricevere questa diagnosi. Più lontano, dunque, i bambini vivono da un altro bambino autistico, minori sono le probabilità di ricevere la diagnosi.

Lo studio ha utilizzato diversi test per determinare se questi risultati possono essere spiegati con un effetto di influenza sociale, o se le cause possano dipendere da agenti ambientali, ad esempio un virus. I ricercatori hanno esaminato dei bambini che vivono vicini, ma in zone opposte del loro distretto scolastico. Questi bambini sono probabilmente esposti alle stesse condizioni ambientali, ma i loro genitori dovrebbero appartenere a diverse reti sociali. Si è scoperto così che la probabilità maggiore di diagnosi esiste solo quando i genitori risiedono nella stessa zona. I bambini che vivono ugualmente nei pressi di un bambino autistico - ma che frequentano un altro distretto scolastico - hanno la stessa probabilità di ricevere la diagnosi di autismo dei bambini che non hanno per vicino di casa un bambino autistico. I risultati dimostrano che l'effetto prossimità è dunque un fenomeno sociale e non un semplice risultato ambientale.

Lo studio ha inoltre dimostrato che l'effetto di prossimità porta a diagnosi meno gravi, nello spettro autistico, forse perché i genitori di bambini gravemente disabili sono più propensi a riconoscere il disturbo senza bisogno di input provenienti dai contatti sociali.

Studi precedenti avevano scoperto un legame tra autismo ed età dei genitori . I genitori di oggi hanno i figli in un'età più avanzata della vita, il che potrebbe essere la causa dell'incremento dei casi di autismo. Altri studi hanno trovato che anche l'educazione impartita dai genitori ha una sua valenza: meglio genitori istruiti, che hanno una maggiore probabilità di ottenere una diagnosi per i loro figli quando vi sono sintomi allarmanti.

L'influenza sociale, dunque, nell'autismo è molto forte: i ricercatori stimano che l'effetto di prossimità spieghi circa il 16 per cento dei recenti aumenti di diagnosi di autismo.

Lo studio è stato finanziato dal NIH premio Pioneer per la ricerca sanitaria innovativa.

Fonte: Ka-Yuet Liu, Marissa King, and Peter S. Bearman. Social Influence and the Autism Epidemic. American Journal of Sociology, 2010; 115 (5): 1387-434 DOI: 10.1086/651448 via Science Daily

Apr 2010



SI INVECCHIA SECONDO L'ETA' CHE SI PENSA DI AVERE

Se si pensa di avere molti più anni di quelli che in realtà si hanno, questo influisce negativamente sulla qualità della propria vita: è probabile infatti che prima o poi ci si imbatta realmente nei problemi nei quali in genere incorrono le persone che hanno realmente l'età avanzata che si sente di avere. Allo stesso modo, se non si è più giovanissimi, ma ci si sente ancora tali, nonostante la carta di identità dica il contrario, non solo si andrà incontro ad una serie di esperienze tipiche delle persone più giovani, ma si riuscirà a mantenere vive una serie di abilità.

Markus H. Schafer e la co-autrice Tetyana P. Shippee, dell'Università di Purdue hanno studiato i dati relativi a circa 500 persone di età compresa fra i 55 ed i 74 anni,intervistate  una prima volta nel 1995 e poi nel 2005, nel National Survey of Midlife Development degli Stati Uniti.

Nel 1995, la maggior parte delle persone intervistate avevano dichiarato di sentirsi 12 anni più giovani di quello che in realtà erano. Secondo i ricercatori, queste persone che si sentono più giovani mostrano di avere una maggiore sicurezza su di sé, soprattutto per quanto riguarda le proprie abilità cognitive. Non è chiaro quale sia la causa e quale la conseguenza: è infatti possibile che un migliore stato fisico faccia sentire più giovani, ma è anche possibile che sia vero il contrario.

Schafer ha però sottolineato che il bisogno compulsivo di rimanere giovani, quasi imposto dalla società in cui viviamo, potrebbe avere un effetto negativo sulle persone. Tutti infatti vorrebbero essere più giovani e così, quando si invecchia, ci si deprime e si perde la fiducia nelle proprie possibilità. D'altra parte,  il forte desiderio di rimanere giovani, potrebbe però essere utile per rimanere aggiornati e attivi, ad esempio spingendo le persone verso le nuove tecnologie: un ottimo modo per mantenere viva l'attività cerebrale, producendo dei sani effetti sulla qualità della vita.
Ulteriori ricerche dovranno chiarire questi aspetti ancora poco chiari.

Fonte: Markus H. Schafer and Tetyana P. Shippee. Age Identity, Gender, and Perceptions of Decline: Does Feeling Older Lead to Pessimistic Dispositions About Cognitive Aging? The Journals of Gerontology Series B Psychological Sciences and Social Sciences, 2010; 65b (1): 91 DOI: 10.1093/geronb/gbp046 via Science Daily

RILASSARSI E DIVERTIRSI PER PREVENIRE LE MALATTIE CARDIACHE

E' stato appena pubblicato uno studio molto importante sulla rivista leader mondiale della cardiologia in Europa, lo European Heart Journal. Lo studio è importante perché è il primo a dimostrare scientificamente che vi è una relazione tra emozioni e malattia coronarica.

La Dr.ssa Karina Davidson, che ha guidato la ricerca, ha affermato che è possibile fare qualcosa per prevenire le malattie cardiache, migliorando le emozioni positive delle persone. Tuttavia, ha precisato, sarebbe prematuro formulare raccomandazioni mediche, senza opportune sperimentazioni cliniche, per indagare ulteriormente i risultati.

"Abbiamo assolutamente bisogno di una rigorosa sperimentazione clinica in questo settore. Se le prove dovessero sostenere i nostri risultati, questi saranno estremamente importanti nel descrivere specificamente quello che i medici e / o pazienti potrebbero fare per migliorare la salute", ha affermato la Davidson, che è  Professore Associato di Medicina e Psichiatria e Direttore del Center for Behavioral Cardiovascular Health presso il Columbia University Medical Center (New York, USA).

Nell'arco di un periodo di dieci anni, la Davidson e colleghi hanno seguito 1.739 adulti sani (862 uomini e 877 donne) che avevano partecipato nel 1995 al Nova Scotia Health Survey. All'inizio dello studio, era stato valutato il rischio dei partecipanti di avere malattie cardiache: sia attraverso la compilazione di questionari, sia attraverso la valutazione clinica, sono stati misurati i sintomi di depressione, ostilità, ansia e il livello delle emozioni positive provate dai pazienti.

L'emozione positiva è definita come un'esperienza piacevole: ad esempio la gioia, la felicità, l'entusiasmo, la soddisfazione. Questi sentimenti possono essere transitori, ma di solito sono stabili e vengono a far parte del carattere, in particolare in età adulta (anche se, come capita a tutti, talvolta anche la persona più serena può manifestare segni di ansia, rabbia o depressione).

Dopo aver tenuto conto di età, sesso, fattori di rischio cardiovascolare ed emozioni negative, i ricercatori hanno scoperto che, nel periodo di dieci anni, vivere emozioni positive aveva inciso sul rischio di malattie cardiache del 22% per ogni punto su una scala a cinque punti che misurava le emozioni positive (da "Nessuna" a "Massima").

I partecipanti che non hanno emozioni positive corrono dunque un rischio superiore del 22% per quanto riguarda la cardiopatia ischemica (infarto o angina) rispetto a quelli che hanno scarse emozioni positive, i quali a loro volta corrono il 22% di rischio in più rispetto a coloro che hanno moderate emozioni positive.

I ricercatori hanno inoltre scoperto che se una persona abitualmente positiva al momento del sondaggio prova sentimenti di depressione o negativi, questo non pregiudica comunque la percentuale di rischio complessiva.

I possibili meccanismi attraverso i quali le emozioni positive influenzano il comportamento, proteggendo dalle malattie cardiache riguardano probabilmente una maggiore igiene del sonno e lo smettere di fumare.  Chi si prende lunghi periodi di riposo ha infatti un maggiore rilassamento fisiologico, che aiuta la regolamentazione del sistema parasimpatico. Inoltre, questi soggetti hanno la possibilità di recuperare più rapidamente dai fattori di stress.

Diminuire le emozioni negative dunque potrebbe essere un modo per prevenire le malattie cardiache.

Le persone, suggeriscono i ricercatori, dovrebbero imparare a garantirsi delle attività piacevoli durante la loro vita, senza esagerare, con moderazione e coerenza.  Rilassarsi e divertirsi è dunque il modo migliore per ottenere la salute mentale, e migliorare la salute fisica.

Al momento sono in corso studi controllati per aumentare le emozioni positive in pazienti con malattie cardiovascolari, allo scopo di annullare il  'circolo vizioso' che collega le malattie cardiovascolari con la depressione: se questi studi avranno i risultati sperati questo potrebbe incentivare, in futuro, la collaborazione fra cardiologi e psicologi, per fare prevenzione.

Secondo i ricercatori questo è il primo studio prospettico che esamina il rapporto, valutato clinicamente, fra emozioni positive e malattia cardiaca.

Fonte: Science Daily

Febb 10

PSICOPATICI

Intorno all'età di tre o quattro anni i bambini sviluppano la capacità di provare empatia per gli altri, così come imparano a raccontare le bugie. Già a quella età la maggior parte dei bambini comincia a provare dei sensi di colpa quando sente di aver disubbidito ai genitori o aver fatto qualcosa che non è corretto. Non tutti i bambini sono così: ce ne sono alcuni che questi sensi di colpa proprio non li provano e sono quelli che, molto probabilmente, da grandi diventeranno degli psicopatici.

La ricerca ha finora dimostrato che queste persone, il cui disturbo di personalità è soprattutto legato a comportamenti scorretti, aggressivi e antisociali, potrebbero avere scarse connessioni fra la parte del cervello che si occupa delle emozioni (sistema limbico) e la parte pensante del cervello (il lobo frontale).

La parte razionale del cervello dunque, in questi casi, non riesce ad esercitare il suo normale controllo su emozioni quali la paura e l'aggressività. Forse anche per questo le cose che normalmente incutono paura e tristezza alle persone "normali", non hanno effetto sugli psicopatici.

Le scansioni del cervello, fatte con la risonanza magnestica, mostrano che i soggetti con diagnosi di psicopatia non hanno attività cerebrale nelle fibre che collegano il lobo frontale e il sistema limbico. Inoltre, anche nel sistema limbico si registrano delle irregolarità nel funzionamento.

Non è ancora del tutto chiaro se queste anomalie possano essere causate da esperienze traumatiche subite durante l'infanzia, come ad esempio traumi dovuti all'assenza o alla trascuratessa degli adulti, alla mancanza di comprensione e di ascolto, ecc. ma ciò che sappiamo è che i semi del comportamento psicopatico sono presenti già nei primi anni di vita.

L'abilità degli psicopatici nel manipolare le persone e nel falsificare le proprie emozioni possono essere trattate sia con sistemi psicoterapeutici, sia attraverso la cura farmacologica. Sembra ad esempio che possano essere efficaci dei trattamenti chimici che agiscono sul sistema serotoninergico e dopaminico. Il problema è però il seguente: se anche riusciamo a regolare il sistema delle emozioni, siamo poi in grado di restituire a questi soggetti quella moralità di cui hanno sempre fatto a meno? Per quanto riguarda i trattamenti psicoterapeutici sembra provato che l'unico sistema da evitare è quello della terapia di gruppo, la quale non solo è inefficace in questi casi, ma anche controproducente.

Nella società ci sono molti soggetti che hanno tratti psicopatici di personalità, ma ce se ne accorge solo quando questi commettono dei reati.

Fonte:
Health 24
Febb. 10

LA TERAPIA PSICODINAMICA E' EFFICACE

La psicoterapia psicodinamica è efficace su una vasta gamma di sintomi psicologici, fra cui depressione, ansia, panico e altri problemi legati allo stress. L'efficacia della terapia cresce, inoltre, dopo che il trattamento vero e proprio è terminato. Lo afferma una nuova ricerca dell'American Psychological Association.

La terapia psicodinamica si concentra sulle origini delle sofferenze emotive, attraverso la riflessione e l'esame del Sé del paziente, in una relazione terapeutica che è una finestra delle problematiche relazionali nella vita del paziente. Gli obiettivi della terapia non si limitano ad alleviare i sintomi, ma ad aiutare la persona a vivere una vita più sana.

"Al pubblico americano è stato detto che solo i trattamenti più nuovi, quelli focalizzati sul sintomo, come la terapia cognitivo-comportamentale o la terapia medica, sono costruiti su basi scientiche" sostiene l'autore dello studio  Jonathan Shedler, psicologo presso la School of Medicine della University of Colorado, a Denver .

"L'evidenza scientifica mostra invece che la terapia psicodinamica è molto efficace. I suoi benefici sono altrettanto vasti come quelli di altre psicoterapie, e durano nel tempo". Per arrivare a queste conclusioni, Shedler ha preso in esame otto meta-analisi che comprendono 160 studi sulla terapia psicodinamica, oltre a nove meta-analisi di altri trattamenti psicologici, o terapie mediche contro la depressione.

Il ricercatore ha valutato la percentuale di miglioramento del paziente, chiamata "effect size".  Un effect size di 0.80 viene considerato un traguardo elevato nella ricerca medica e fisiologica. Una meta-analisi sulla terapia psicodinamica condotta su 1.431 pazienti con diversi problemi psicologici ha riscontrato un effect size di 0.97 per quanto attiene il miglioramento dei sintomi (la terapia era durata meno di un anno, con una seduta alla settimana).

L'effect size cresceva del 50 per cento, fino a 1.51, quando i pazienti venivano ri-valutati dopo 9 mesi e più dal termine della terapia. L'effect size per una delle più diffuse terapie mediche contro la depressiuone è di un più modesto 0.31.

Al contrario, secondo il ricercatore, le terapie "empiriche" (leggi cognitivo-comportamentali) tendono a perdere i loro effetti nel tempo, come nel caso della depressione e dell'ansia generalizzata.

"Le compagnie farmaceutiche e le compagnie di assicurazione hanno interesse a promuovere la convinzione che la malattia psicologica possa essere ridotta ad una lista di sintomi e che il trattamento possa consistere nel curare quei sintomi. Questo può avere un senso per alcune specifiche condizioni ma, più spesso la sofferenza emotiva è intrecciata nella vita di una persona e radicata nei modelli di relazione, nelle contraddizioni interne, nella difficoltà a trovare vie d'uscita. La terapia psicodinamica nasce proprio per risolvere questi problemi".

Shedler ha inoltre osservato che la ricerca esistente non coglie adeguatamente i benefici che la terapia psicodinamica si propone di raggiungere. "E facile misurare il cambiamento dei sintomi acuti; più difficile misurare i cambiamenti più profondi della personalità. Ma si può fare".

La ricerca suggerisce anche che, quando altre forme di psicoterapia si dimostrano efficaci, è perché i terapeuti utilizzano inconfessati metodi psicodinamici.  Quando si guarda a ciò che i terapeuti effettivamente fanno, si scopre infatti, afferma il ricercatore, che essi utilizzano i metodi classici della terapia psicodinamica: l'auto-esplorazione, l'analisi delle relazioni. 

Quattro studi sulla terapia per la depressione hanno utilizzato la registrazione di sedute terapeutiche per studiare esattamente ciò che i terapeuti hanno detto e fatto, e ciò che si è mostrato efficace o inefficace. Conclusione: Più i terapeuti hanno agito secondo i dettami della terapia psicodinamica, maggiori sono stati i risultati, sostiene Shedler . "Questo è vero, indipendentemente dal tipo di terapia  che i terapeuti credevano di fornire".

Di questa ricerca si parla sull' American Psychologist, dell' American Psychological Association.

Fonte: "The Efficacy of Psychodynamic Psychotherapy," Jonathan K. Shedler, PhD, University of Colorado Denver School of Medicine; American Psychologist, Vol. 65. No.2. via Eurekalert
(Lo studio è disponibile su APA Public Affairs Office qui: http://www.apa.org/pubs/journals/releases/amp-65-2-shedler.pdf )


I FRATELLI MIGLIORANO IL PROCESSO DI SOCIALIZZAZIONE

Crescere in una famiglia dove c'è un altro bambino rende l'ambiente sociale molto diverso, dal punto di vista cognitivo ed emotivo. I fratelli e le sorelle sono infatti importanti quanto gli adulti nel processo di socializzazione del bambino. Lo afferma Laurie Kramer, professoressa presso l'Università dell' Illinois.

I genitori sono più adatti per l'insegnamento degli aspetti sociali più formali - come comportarsi in pubblico, come comportarsi a tavola, ecc. I fratelli e le sorelle invece sono dei modelli migliori per quanto riguarda i comportamenti più informali: come comportarsi a scuola o per strada, o, cosa più importante, come interagire con un gruppo di amici.
I fratelli maggiori infatti sono molto più vicini dei genitori agli ambienti sociali che frequentano i bambini durante la loro giornata, e per questo essi vanno considerati come un notevole apporto allo sviluppo sociale del proprio figlio più piccolo.

Sappiamo che avere avuto un rapporto positivo con i fratelli è collegato a tutta una serie di risultati migliori dell'individuo, sia da adolescente, sia da adulto, ha detto la Kramer. C'è anche il risvolto negativo della medaglia: molti comportamenti indesiderati e antisociali come fumo, alcol o altri atti delinquenziali derivano spesso dall'insegnamento di un fratello maggiore, così come dagli amici dei propri fratelli maggiori. Ad esempio, una ragazza adolescente corre un rischio più elevato di rimanere incinta se la sorella maggiore ha avuto anch'essa un figlio da giovane.

Secondo la Kramer, al fine di massimizzare l'influenza positiva di un fratello maggiore, una delle più importanti cose che i genitori possono fare è contribuire a promuovere una relazione di sostegno tra fratelli sin dall'inizio. Sappiamo infatti da studi longitudinali che, se i bambini cominciano il loro rapporto con un fratello in modo positivo sin da piccoli, è più probabile che questo rapporto possa poi continuare nel tempo.

Variabili come il sesso e la differenza di età non fanno molta differenza nel rapporto tra fratelli, purché vi sia rispetto reciproco, cooperazione e capacità di gestire i problemi. Kramer ha anche affermato che i bambini che crescono come figli unici non sono necessariamente meno competenti dal punto di vista sociale, rispetto ai bambini che crescono con i fratelli, ma è più probabile che, in questo caso, le loro competenze sociali si sviluppino attraverso l'osservazione di amici, piuttosto che dei soli genitori.

I genitori di figli unici dovrebbero per questo permettere ai loro figli di sviluppare delle relazioni positive con altri bambini durante l'infanzia , in modo che questi bambini diventino per loro una sorta di fratelli-surrogati. In questo modo essi potranno sviluppare delle competenze sociali che probabilmente non acquisirebbero se le loro interazioni fossero limitate al solo rapporto con i genitori e gli insegnanti.

I genitori che hanno diversi figli spesso non sentono la necessità di invitare a casa loro altri bambini, per giocare con i figli più piccoli. Questo è sbagliato, perché va considerato che se fra fratelli c'è molta differenza di età, il loro rapporto può essere intenso in casa, ma le loro esperienze sociali sono necessariamente diverse all'esterno della famiglia, visto che frequentano gruppi sociali diversi. 

Ci sono poi molti casi in cui i fratelli più piccoli devono lavorare molto duramente per ritagliarsi il proprio percorso, diverso da quello dei loro fratelli maggiori: questo processo viene detto di 'de-identificazione.' Accade quando un fratello minore sceglie un percorso diverso, un modo diverso di affermare la propria identità, nello sport, nell'arte o in altre attività sociali. Questo è a  volte un modo per evitare il confronto con i fratelli maggiori, soprattutto se si teme di non essere sufficientemente capaci di misurarsi con loro.

Fonte: Science Daily

TRAUMI INFANTILI LEGATI AL CANCRO AL POLMONE

I traumi subiti da bambini sono stati associati ad un aumento del rischio di sviluppare il cancro ai polmoni in un'età più avanzata della vita. Alcuni ricercatori scrivono, nella rivista open access BMC Public Health, che la relazione può essere in parte spiegata con l'aumento della quantità di sigarette fumate da parte delle vittime di traumi infantili.

David Brown e Robert Anda, dai Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta, USA, hanno lavorato con un team di ricercatori per studiare gli effetti dell'abuso (emozionale, fisico, sessuale), prendendo in considerazione la violenza domestica, la separazione dei genitori, la crescita in una famiglia in cui alcune persone sono malate di mente, sono tossicodipendenti, o detenuti. Ebbene, le esperienze infantili avverse sono state associate ad un aumentato rischio di cancro al polmone, così come ad una morte prematura, sempre a causa del tumore ai polmoni. Anche se a rappresentare la parte preponderante di questo rischio sono i comportamenti legati al consumo di sigarette, secondo i ricercatori potrebbero esservi coinvolti anche altri meccanismi fisiopatologici.

Le informazioni sui traumi infantili subiti sono state raccolte da 17.337 persone tra il 1995 e il 1997. Brown ei suoi colleghi hanno seguito la documentazione medica di questi soggetti, per poi verificare l'incidenza di cancro al polmone nel 2005. Secondo Brown, "Rispetto a chi non aveva mai avuto traumi infantili, i soggetti che avevano vissuto sei o più traumi avevano una probabilità tre volte maggiore di contrarre un cancro ai polmoni.

Tra coloro che avevano sviluppato, o sono morti, di cancro ai polmoni, quelli con sei o più eventi avversi subiti da bambini avevano circa 13 anni meno degli altri.

Il messaggio di questo studio è dunque questo: lo stress subito nell'infanzia porta spesso a comportamenti dannosi come il fumare, il quale a sua volta può condurre allo sviluppo di malattie come il cancro ai polmoni e, forse, ad una morte precoce. Ridurre l'incidenza di queste esperienze infantili avverse dovrebbe pertanto essere considerato fondamentale nei programmi di prevenzione primaria, anche in relazione allo sviluppo del cancro al polmone.

Fonte: Science Daily

Genn 10

ADRENALINE FATIGUE SYNDROME


Molte sono le persone che si sentono stanche, irritabili, indifferenti al sesso, con difficoltà di concentrazione e problemi di digestione. Queste persone probabilmente non sanno che tutti questi sintomi sono stati ora associati per definire quella che è considerata la vera sindrome del XXI secolo, un "effetto collaterale" del moderno stile di vita. Si chiama "Adrenaline Fatigue Syndrome" (Più o meno: Sindrome da sforzo adrenalinico)

Si tratta di un termine-ombrello per questo gruppo di sintomatologie non specifiche, ma la notizia è che questa sindrome è stata ora riconosciuta dalla Organizzazione Mondiale della Sanità.

Tutto, c'era da aspettarselo, nasce dallo stress: la tensione eccessiva fa produrre alle ghiandole surrenali un eccesso di ormoni (adrenalina e cortisolo), che poi produce il malessere.

Chi ne soffre non sta veramente male, ma vive uno stato di perenne malessere, di stanchezza, di grigiore emotivo, per cui ha bisogno di molti stimolanti, come il caffé o la Coca Cola, per mantenersi attivo durante la giornata. Si stima che la sindrome interessi circa un terzo delle persone.

I sintomi peggiorano ovviamente quando ci si confronta con particolari problemi della vita: la mancanza di denaro, i problemi del lavoro, la crisi coniugale, ma peggiorano anche se ci si preoccupa troppo del proprio stato di salute: paradossalmente, cercare di tenersi sotto controllo dal punto di vista medico, aumenta lo stess.

Gli endocrinologi non riconoscono ancora la malattia, anche se la tengono sotto osservazione, cercando di comprenderne meglio i meccanismi.

Dal punto di vista medico gli esperti suggeriscono un test della saliva (n.d.b. forse in Italia si preferisce prescrivere le analisi del sangue?) per escludere altre eventuali patologie. Altri fattori da tenere strettamente sotto controllo sono legati allo stile di vita. E' sbagliato: non dormire a sufficienza, mangiare in modo errato (poche fibre, troppo zucchero, poche verdure, poca frutta, carenza di cibi crudi), utilizzare troppi stimolanti, come caffè o bibite energetiche per recuperare la stanchezza; restare alzati fino a tardi, anche quando ci si sente stanchi; cercare di essere perfetti; non prevedere nella giornata attività piacevoli o rigeneranti.

Chi rischia di ammalarsi di questa sindrome? In primis gli studenti universitari, specie se lavoratori, poi le madri con due o più figli e poco aiuto nella gestione domestica, i genitori-single, le persone che vivono una conflittualità nella coppia, le persone fortemente insoddisfatte o stressate sul lavoro, i lavoratori autonomi, specie se lavorano in condizioni difficili o sono all'inizio della loro attività e magari pensano troppo al loavoro.

Terapia? Solo una: rallentare i ritmi, evitare lo stress.

Fonte: Daily Mail

Genn 10


SCHIZOFRENIA: COSA FARE NEL PROSSIMO DECENNIO

Un interessante editoriale pubblicato su Nature e dedicato alla schizofrenia sostiene che nel prossimo decennio la scienza dovrà, complessivamente, fare di più per cercare di combattere in modo più aggressivo il problema dei disturbi mentali. Gli studi e le ricerche sulla schizofrenia, ad esempio, secondo l'autorevole punto di vista di Nature, sono assolutamente minori rispetto a quanto si sta facendo per altre malattie, come il cancro.
Di schizofrenia si parla solo quando qualche soggetto entra nella cronaca nera per un omicidio durante un raptus: si tratta di una piccola minoranza di malati che hanno questa malattia in forma acuta e ci si dimentica delle tante persone che vivono questa condizione, senza per fortuna commettere atti violenti. E' tempo che la disparità nelle ricerche sia superata, che non vi sia più la stigmatizzazione dei disturbi psichiatrici, che sono patologie come le altre, anche se hanno un impatto sulla società molto maggiore di altre malattie più pubblicizzate. Un esempio è l'Alzheimer, una malattia che assorbe una grande quantità di fondi per la ricerca, facendo trascurare completamente le condizioni di insorgenza di altri disturbi più diffusi, in primis quello depressivo.
La schizofrenia è una combinazione di allucinazioni, ridotta motivazione e funzioni cognitive alterate. I comportamenti estremi degli schizofrenici coperti dai media sono ben lontani dagli studi condotti sulla popolazione, i quali stabiliscono che le persone che soffrono di una errata rappresentazione della realtà sono circa il 3%. La schizofrenia, riporta sempre Nature, può essere tenuta sotto controllo con la terapia medica e la terapia cognitiva, con esiti positivi.
E' difficile che venga compreso il legame tra i sintomi della schizofrenia e le patologie fisiologiche che la determinano, come la diminuzione di materia bianca nel cervello, o la funzione alterata del neurotrasmettitore dopamina.  I trattamenti, che mirano spesso alla regolazione del sistema dopaminico, sono avanzati nei decenni trascorsi non nella loro efficacia, ma nella riduzione dei loro effetti collaterali, che producono in genere una debilitazione.
Sia la diagnosi che le cure arrivano quando la schizofrenia si trova ad uno stato avanzato. Negli stadi precedenti la situazione clinica è piuttosto ambigua e non vi sono dei marcatori biologici che permettano di identificare per tempo le condizioni a rischio, in modo da consentire interventi biomedici e cognitivi per prevenire o mitigare i disturbi.
Una comprensione più accurata della biologia sottostante al disturbo è essenziale per migliorare la diagnosi e le terapie. Le nuove tecniche, come gli studi sul genoma, l'imaging o la manipolazione ottica dei circuitu neurali suggeriscono che i disturbi allo stato iniziale potrebbero essere polivalenti, nel senso che potrebbero evolvere in una sintomatologia autistica, come in una bipolare.
Anche la ricerca sui fattori ambientali è molto scarsa. Circa l'80% dei casi di schizofrenia sembra dovuto a fattori genetici, ma parte dell'influenza genetica viene a sua volta modificata dalle influenze ambientali.  Anche questo 20% di fattori ambientali meriterebbe un maggior numero di studi, che vadano dallo stress sociale (associato, ad esempio alla migrazione o alla urbanizzazione).  Come viene affermato in una rivista scientifica specializzata, la sfida, a livello mondiale, potrebbe essere quella di mettere insieme le varie discipline che sono necessarie per esaminare modelli di disturbi causati da vari aspetti, genetici, ambientali e loro interazione  (J. van Os and S. Kapur Lancet 374, 635–645; 2009).
Tom Insel, capo del National Institute of Mental Health (T. R. Insel J. Clin. Invest. 119, 700–705; 2009) ha a questo proposito messo in luce che, nonostante i progressi scientifici della biologia, che ci permette di sapere di più sui disturbi psicotici, gli psichiatri ne tengono pochissimo conto e, secondo Nature, anche questo dovrà cambiare nel prossimo decennio.

Fonte: Nature
Genn 10

L'AMBIENTE CULTURALE INFLUISCE SULLA SESSUALITA'

Anche il modo che le persone utilizzano per ricordare i passi di danza dipendono dalla cultura nella quale sono cresciute.
Lo afferma uno studio pubblicato nell'edizione di Dicembre 09 della rivista
Current Biology. Mentre un soggetto occidentale potrebbe ragionare in termini di "un passo a destra e uno a sinistra" un cacciatore nomade della Numibia potrebbe dire tra sé e sé " un passo a est e uno a ovest". 
Non è solamente un fatto linguistico: queste differenze riflettono il modo in cui la nostra mente codifica e ricorda le relazioni spaziali.
"La mente umana ragiona in modi diversi, nei vari ambiti culturali" ha affermato Daniel Haun del Max Planck Research Group for Comparative Cognitive Anthropology. "Anche i compiti della vita quotidiana che non potremmo mai pensare in modo diverso da quello che utilizziamo, come ad esempio quando dobbiamo ricordare i movimenti del corpo, sono affrontati in modo diverso in altri posti del mondo".
I ricercatori hanno condotto un esperimento nel quale essi chiedevano a bambini tedeschi e a bambini Hai||om (o Haikom) della Namibia, di imparare alcuni passi di danza. L'istruttore (sperimentatore) mostrava alcune mosse, muovendo le mani intrecciate in una sequenza destra-sinistra-destra-destra. L'istruttore chiedeva poi ai bambini di girarsi nella posizione opposta e di ripetere i movimenti. 
Si è visto così che i bambini tedeschi ripetevano i movimenti appresi, sia quando erano in una direzione, sia quando erano nell'altra, mentre i bambini Hai||om cambiavano la direzione dei movimenti, da destra-sinistra-destra-destra in sinistra-destra-sinistra-sinistra, a seconda della direzione in cui si trovavano a ripetere i movimenti.
Questa scoperta mostra la straordinaria diversità e flessibilità della mente umana. E' sempre più chiaro che ciò che è vero per una popolazione non può essere attribuito automaticamente ad altre, dicono i ricercatori, i quali sostengono che per studiare la mente umana avremmo bisogno di prendere in considerazione le diversità, anziché l'universalità delle cognizioni, almeno fino a quando non se ne è avuta prova contraria. 

Fonte: Science Daily
Genn. 10

Psicolinea.it © 2010

Disclaimer

Credits

Ultimo aggiornamento psicolinea.it: 12/12/2011

Stampa

Cerca nel Sito

Amnesty International 150 anni dell'Unità d'ItaliaSave the Children Italia Onlus

psicolinea.it® è un marchio registrato
I contenuti di questo sito, salvo diverse indicazioni, sono di proprietà di psicolinea.it.
E' espressamente vietato riprodurre e diffondere,
integralmente o parzialmente, i contenuti del sito senza autorizzazione scritta della proprietà e senza citare la fonte.
Per richiedere l'autorizzazione scrivere a:
utenti
@ psicolinea . it

 

 
Psicolinea on Facebook

Per fare della timidezza un punto di forza:
clinicadellatimidezza.it - Sito specializzato per problemi di timidezza e ansia sociale