Domenica 16 Marzo 2003
Rachel Corrie, una pacifista americana, è stata schiacciata e uccisa da
una ruspa mentre tentava di impedire che l'esercito israeliano
distruggesse le case di Rafah, una città di
140.000 abitanti, quasi tutti profughi, nella striscia di Gaza. Era una
studentessa di 23 anni dell’ Evergreen State College di Olympia,
Washington. Gli amici la descrivono come una ragazza modesta, riflessiva
e molto responsabile; era il cuore e la mente del movimento per la
giustizia e la pace di Olympia.
Con la sua associazione pacifista
aveva organizzato iniziative in occasione dell’anniversario dell’11
settembre, per ricordare sia le vittime delle stragi, sia quelle della
guerra in Afghanistan.
Aveva studiato l’arabo e deciso di andare a Gaza, nella Palestina
occupata, anche perché riteneva che fosse importante che in quei
luoghi vi fossero osservatori internazionali che potessero proteggere
la popolazione mentre era in corso la guerra in Iraq.
Per questo era partita dalla sua città il 20 gennaio del 2003, conscia
dei pericoli cui andava incontro.
Sarebbe tornata a casa in primavera, ma così non è stato: è caduta
davanti ad un bulldozer israeliano, che le è passato letteralmente
sopra, poi è tornato indietro. Il Capitano Jacob Dallal portavoce
dell’esercito israeliano lo ha definito ‘un incidente’.
Rachel, con una visibilissima giacca fluorescente arancione, del tipo
utilizzato dai volontari della protezione civile o della croce rossa,
era ferma davanti al bulldozer israeliano, che avanzava verso di lei,
con la sua enorme lama.
Lei guardava negli occhi l’autista della ruspa e gridava, insieme agli
altri pacifisti che erano con lei, di fermarsi. Il bulldozer invece le
è passato sopra e poi è tornato indietro, investendola nuovamente. Gli
altri sette attivisti l’hanno subito soccorsa e chiamato un’ambulanza
che l’ha portata all’Ospedale di Al-Najar, dove poi è morta.
Tutti hanno testimoniato che NON si è trattato di un incidente, ma che
Rachel è stata deliberatamente uccisa.
I genitori della ragazza raccontano ora ai media che vogliono sapere
chi fosse Rachel, che hanno cresciuto i loro figli insegnando loro ad
apprezzare la bellezza della comunità globale e della famiglia e che
sono orgogliosi del fatto che Rachel sia stata capace di vivere le
proprie convinzioni. Rachel, dicono, era piena di amore e di senso del
dovere verso il suo prossimo, dovunque vivesse.
I genitori hanno concesso la pubblicazione delle e-mail della figlia,
che raccontavano la sua battaglia per i diritti umani in Palestina.
Proponiamo qui una sintesi di queste lettere, che fanno trasparire
tutto l’idealismo di una ragazza che si sente in colpa per essere nata
nella parte ricca e privilegiata del pianeta e che non riesce a
sentirsi in pace con sé stessa sapendo che in altre parti del mondo
molta gente soffre semplicemente perché vive in un territorio che
interessi politici ed economici hanno destinato ad altro scopo, ad
altro popolo.
Forse in queste lettere c’è anche un po’ di ingenuità, ma Rachel aveva
solo 23 anni ed una gran voglia di cambiare il mondo: se non ci fosse
più questo idealismo nelle persone ed in particolare nei giovani, se
non ci fosse più questa fiducia nella forza delle idee e nella
giustizia, dovremmo ammettere di essere finalmente riusciti a
trasformare il nostro pianeta in una grande giungla, esattamente il
punto dal quale siamo partiti.
Ma ecco una sintesi delle ultime riflessioni di Rachel:
… Dall'inizio di
questa intifada, sono state distrutte circa 600 case a Rafah, in gran
parte di persone che non avevano alcun rapporto con la resistenza, ma
vivevano lungo il confine. Credo che Rafah oggi sia ufficialmente il
posto più povero del mondo. Esisteva una classe media qui, una volta.
Ci dicono anche che le spedizioni dei fiori da Gaza verso l'Europa
venivano, a volte, ritardate per due settimane al valico di Erez per
ispezioni di sicurezza. Potete immaginarvi quale fosse il valore di
fiori tagliati due settimane prima sul mercato europeo, quindi il
mercato si è chiuso. E poi sono arrivati i bulldozer, che distruggono
gli orti e i giardini della gente. Cosa rimane per la gente da fare?
Ditemi se riuscite a pensare a qualcosa. Io non ci riesco…
...Se la vita e il benessere di qualcuno di noi fossero completamente
soffocati, se vivessimo con i nostri bambini in un posto che ogni
giorno diventa più piccolo, sapendo, grazie alle nostre esperienze
passate, che i soldati e i carri armati e i bulldozer ci possono
attaccare in qualunque momento e distruggere tutte le serre che
abbiamo coltivato da tanto tempo, e tutto questo mentre alcuni di noi
vengono picchiati e tenuti prigionieri assieme a 149 altri per ore:
non pensate che forse cercheremmo di usare dei mezzi un po' violenti
per proteggere i frammenti che ci restano? Ci penso soprattutto quando
vedo distruggere gli orti e le serre e gli alberi da frutta: anni di
cure e di coltivazione. …
...Non riesco a credere che qualcosa di questo genere possa succedere
nel mondo senza che ci siano più proteste. Mi colpisce davvero, di
nuovo, come già mi era successo in passato, vedere come possiamo far
diventare così orribile questo mondo...
...La grande maggioranza della gente qui, anche se avesse i mezzi per
fuggire altrove, anche se veramente volesse smetterla di resistere
sulla loro terra e andarsene semplicemente (e questo sembra essere uno
degli obiettivi meno nefandi di Sharon), non può andarsene. Perché non
possono entrare in Israele per chiedere un visto e perché i paesi di
destinazione non li farebbero entrare: parlo sia del nostro paese che
di quelli arabi. Quindi penso che quando la gente viene rinchiusa in
un ovile - Gaza - da cui non può uscire, e viene privata di tutti i
mezzi di sussistenza, ecco, questo credo che si possa qualificare come
genocidio. Anche se potessero uscire, credo che si potrebbe sempre
qualificare come genocidio…
...Credo che sia una buona idea per tutti noi, mollare tutto e
dedicare le nostre vite affinché ciò finisca. Non penso più che sia
una cosa da estremisti. Voglio davvero andare a ballare al suono di
Pat Benatar
e
avere dei ragazzi e disegnare fumetti per quelli che lavorano con me.
Ma voglio anche che questo finisca. Quello che provo è
incredulità mista a
orrore. Delusione. Sono delusa, mi rendo conto che questa è la realtà
di base del nostro mondo e che noi ne siamo in realtà partecipi. Non
era questo che avevo chiesto quando sono entrata in questo mondo. Non
era questo che la gente qui chiedeva quando è entrata nel mondo. Non è
questo il mondo in cui tu e papà avete
voluto
che io entrassi, quando avete deciso di farmi nascere. Non era questo
che intendevo, quando guardavo il lago Capital e dicevo, "questo è il
vasto mondo e sto arrivando!" Non intendevo dire che stavo arrivando
in un mondo in cui potevo vivere una vita comoda, senza alcuno sforzo,
vivendo nella completa incoscienza della mia partecipazione a un
genocidio. Sento altre forti esplosioni fuori, lontane, da qualche
parte. …
...Venire qui è stata una delle cose migliori che io abbia mai fatto.
E quindi, se sembro impazzita, o se l'esercito israeliano dovesse
porre fine alla sua tradizione razzista di non far male ai bianchi,
attribuite il motivo semplicemente al fatto che io mi trovo in mezzo a
un genocidio che io anch'io sostengo in maniera indiretta, e del quale
il mio governo è in larga misura responsabile…
...In passato ho scritto tanto sulla delusione di scoprire, in qualche
misura direttamente, di quanta malignità siamo ancora capaci. Ma è
giusto aggiungere, almeno di sfuggita, che sto anche scoprendo una
forza straordinaria e una straordinaria capacità elementare
dell'essere umano di mantenersi umano anche nelle circostanze più
terribili - anche di questo non avevo mai fatto esperienza in modo
così forte...
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