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La vita di Rina Faccio, meglio conosciuta come Sibilla
Aleramo, è una vera leggenda del femminismo italiano. Prima di quattro
figli, Rina nasce ad Alessandria, il 14 Agosto del 1876, dal professore
di scienze Ambrogio Faccio e da Ernesta, una casalinga. Come
primogenita, era la favorita dei suoi genitori e la sua infanzia fu
libera e spensierata.
Da Milano, dove vivevano, la famiglia Faccio si
stabilì a Porto Civitanova Marche, dove il Signor Ambrogio aveva trovato
posto come dirigente in una fabbrica di vetro. Rina aveva 12 anni : ben
presto lasciò gli studi ed iniziò a lavorare come bibliotecaria nella
fabbrica paterna. Era una ragazza ‘sui generis’ : non sapeva cucire,
ricamare, si interessava solo del suo lavoro. La signora Ernesta non
condivideva le scelte della figlia e purtroppo non andava d’accordo
nemmeno con il marito, che si dedicava a sempre nuove conquiste
femminili. Spinta dalla
solitudine, dalla delusione nei confronti della vita familiare e dalla
noia, cadde in depressione e tentò anche il suicidio:
si gettò infatti dal balcone di casa, ma miracolosamente si salvò.
A quindici anni Rina
si innamorò di un collega d’ufficio, un ragazzo di venticinque anni,
Ulderico Pierangeli, il quale la mise incinta. A questo evento seguì,
naturalmente, un matrimonio riparatore, avvenuto nel 1893: la sposa
aveva sedici anni. Poco dopo la ragazza subì un aborto naturale.
Il
rapporto coniugale era sentito dalla sposa come oppressivo e frustrante
e tutto quello che desiderava era rimanere di nuovo incinta, il che
finalmente avvenne e nacque il suo Walter. Rina però
continuava a sentirsi infelice, tanto che il marito la salvò in extremis da
un tentativo di suicidio con il veleno.
Quando si riprese cominciò a
scrivere racconti ed articoli giornalistici, riscuotendo un buon
successo. Nel 1899 la famiglia si trasferì a Milano e poi a Roma, dove la Faccio iniziò
a lavorare per una casa editrice. Iniziò così a frequentare i teatri, i musei, a
farsi delle amiche.
Quando il figlio, di appena cinque
anni, si ammalò gravemente, Rina lo curò con la massima dedizione e poi,
insieme al marito, decise di trascorrere un periodo in montagna, per
permettere al piccolo di ristabilirsi. Al ritorno dalla vacanza, il marito si
trasferì nuovamente nel paese d’origine, nella casa che in precedenza
era stata del suocero, per dirigere la fabbrica di quest’ultimo; Rina
invece restò
a Roma col figlio e una domestica, contro la volontà del marito, che
dopo pochi giorni tornò infatti a riprenderla.
In questa occasione Rina avanzò l’ipotesi di una
separazione amichevole, ma la reazione del marito fu violenta: la gettò
in terra e la percosse fino a che lei non chiese perdono per aver
pensato alla separazione in un momento di depressione. Tornati al paese,
l’uomo si mostrava cambiato: era più affettuoso, meno rude. A Porto Civitanova però Rina non aveva più la sua famiglia d’origine: i genitori
e due fratelli erano tornati a Milano, mentre una sorella si era sposata
ed era andata a vivere nel Veneto.
Rina cercò allora
di impegnarsi attivamente per mantenere unita la sua famiglia, anche soffrendo, per
amore del figlio. Purtroppo il marito tornò alle consuete abitudini
manesche per mettere fine alle continue liti e, a questo punto, Rina
pensò nuovamente all’ipotesi della separazione. Questa volta il marito
fu molto chiaro: avrebbe acconsentito alla separazione, purché il figlio fosse rimasto con lui.
Distrutta dalla dolorosa e per lei inevitabile scelta, Rina si trasferì
nuovamente a
Roma nel 1902.
Qui incontrò nuovi uomini: dapprima il poeta Damiani, poi
Giovanni Cena, direttore della rivista letteraria La Nuova Antologia,
animatore di iniziative democratiche, con il quale instaurò un sodalizio
culturale e spirituale. Fu durante questo periodo che Rina Faccio,
guidata e supportata dal compagno e da altri intellettuali divenuti suoi
amici, pubblicò il suo primo libro: Una Donna (1906),
romanzo di stampo fortemente autobiografico in cui la scrittrice
raccontava la sua vita, nella speranza che un giorno potesse essere
letto dal figlio amatissimo.
Il libro ebbe
larghissimi consensi, in Italia e all’estero, con numerose traduzioni.
Con questo evento, la donna Rina Faccio divenne la scrittrice Sibilla Aleramo. A fianco del
poeta Cena, si interessò anche di problemi sociali, in particolare
promuovendo l’istruzione per migliorare le condizioni di vita delle
popolazioni dell’agro romano e delle paludi pontine.
Alla fine della
sua storia con Giovanni Cena, nel 1910, Sibilla iniziò un viaggio che
durò venti anni. In questo periodo scrisse
recensioni di libri, critiche letterarie, studi sociologici e commenti
sulla vita quotidiana per Vita Moderna ed altre riviste femminili.. Collaborò
anche a riviste filosocialiste; si iscrisse
all’Unione Femminile Internazionale, operando in numerose iniziative di
carattere assistenziale
Nel 1911 era a Firenze, dove collaborò al Marzocco ed entrò in contatto
con l’ambiente "vociano"; nel 1913 era a Milano, dove si
avvicinò al movimento futurista. Tra il 1913 e il 1914 era a Parigi,
dove incontrò personalità di spicco della cultura internazionale, come Apollinaire e Verhaeren.
Durante la prima guerra mondiale incontrò Dino Campana e
con lui iniziò una relazione complessa e tormentata: fu una storia d'amore
talmente intensa e pervasa dal fuoco della pazzia, che lasciò i due
completamente svuotati. Campana fu addirittura internato, fino alla morte, in un
manicomio.
Nel 1919 Sibilla pubblicò il suo secondo romanzo "Il
Passaggio", cui seguirono altri libri e raccolte di poesie.
Scrisse anche un poema drammatico in tre atti, Endimione, in cui
rappresentava la relazione avuta con Tullio Bozza e finita tragicamente
con la morte di lui.
Nel 1928, ridotta sul lastrico, tornò a Roma.
Nel 1936 conobbe il giovane Franco Matacotta, uno studente più giovane
di lei di quaranta anni, a cui restò legata per 10 anni. Di questo
periodo – la sua “quarta esistenza”- lasciò testimonianza nel diario
ininterrotto che scrisse fino alla morte, in parte pubblicato nel
1945 nel: Dal mio Diario.
Nel
1946,finita la guerra, si iscrisse al PCI e iniziò un'attività di
impegno politico e sociale sempre più intenso, che la portò a fare
lunghi viaggi nei paesi dell’Est e a collaborare con Case del Popolo e
circoli ricreativi. Iniziarono in questo periodo anche le collaborazioni
all’Unità e a Noi donne. Nel 1947 pubblicò tutte le sue poesie nel
volume Selva d’amore, a cui seguì, nel 1956, la nuova raccolta : Luci
della mia sera.
Sibilla Aleramo si spense nel 1960, all'età di ottantatré
anni. "Ho fatto della mia vita - scrisse nel suo diario - come amante
indomita, il capolavoro che non ho avuto così modo di creare in poesia"
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