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Dati di prevalenza, cenni storici,
definizioni
Disturbo di identità di genere e
transessualismo sono i vocaboli usati per descrivere la condizione di un
soggetto che desidera vivere ed essere accettato come un membro del
sesso opposto; in particolare, il disturbo consiste in un intenso e
persistente convincimento di appartenere al sesso opposto, in persone
che non presentano alcuna anomalia fisica. Tale condizione si manifesta
con malessere e disagio profondo (la cosiddetta “disforia di genere”)
nei confronti delle caratteristiche sessuate del proprio corpo, sentito
come estraneo; lo stesso senso di estraneità viene provato per i
comportamenti e gli atteggiamenti che sono tipici del proprio sesso,
all’interno del quale il soggetto non si riconosce.
Il disturbo, che nella maggior parte dei
casi è autodiagnosticato, può colpire sia i soggetti di sesso femminile
(disturbo female to male, FtM) che quelli di sesso maschile (disturbo
male to female, MtF); i dati relativi alla prevalenza del disturbo
variano in base all’epoca e al Paese in cui sono stati condotti, come
mostra la tabella di seguito:
Prevalenza del transessualismo: review di
alcuni studi
|
Studio |
Paese |
MtF |
FtM |
|
Walinder 1968 |
Svezia |
1:37000 |
1:103000 |
|
Pauly 1968 |
USA |
1:100000 |
1:400000 |
|
Hoenig & Kenna 1973 |
Inghilterra |
1:34000 |
1:108000 |
|
Ross et al 1981 |
Australia |
1:24000 |
1:150000 |
|
O’Gorman 1982 |
Irlanda |
1:35000 |
1:100000 |
|
Eklund et al 1986 |
Paesi Bassi |
1:18000 |
1:54000 |
|
Tsoi 1988 |
Singapore |
1:2900 |
1:8300 |
|
Bakker et al 1993 |
Paesi Bassi |
1:11900 |
1:30400 |
|
Weitze & Osburg 1996 |
Germania |
1:42000 |
1:104000 |
|
Wilson et al 1999 |
Scozia |
1:12700 |
1:52000 |
|
De Cuypere et al 2007 |
Belgio |
1:12900 |
1:33800 |
(Modificata da De Cuyper et al,
2007).
Il disturbo è più frequente nella
forma MtF con una sex-ratio di circa 3:1.
Il transessualismo non è un
fenomeno esclusivo della nostra cultura. Ad esempio, in alcune
popolazioni Induiste e Buddiste dei Paesi dell’Asia Meridionale ed
Orientale si crede che i transessuali abbiano vissuto una precedente
vita come appartenenti all’altro sesso e che di tale esperienza portino
un inconscio ricordo. Tra i nativi d’America, i transessuali hanno una
funzione sciamanica. Di fatto, tuttavia, nella maggioranza delle
società, il fenomeno ha una connotazione negativa: persistono ancora
pregiudizi nei confronti di queste persone che, spesso vittime di
molestie e violenze psichiche e fisiche, sono più vulnerabili a
depressione, abuso di sostanze stupefacenti e comportamenti suicidiari.
Questi rischi sono direttamente connessi a una condizione di
emarginazione e a una situazione legislativa spesso incompleta ed
inadeguata.
In Italia, il provvedimento che regola il
procedimento di riattribuzione di sesso è stato promulgato nel 1982
(legge n.164 del 14.04.82). Tranne casi particolari in cui risulti una
specifica autorizzazione da parte del Tribunale dei Minori,
l’autorizzazione alla riattribuzione di sesso può essere concessa solo a
quanti abbiano raggiunto la maggiore età.
Prima della promulgazione di questa legge le
procedure medico-chirurgiche finalizzate al cambiamento di sesso erano
illegali. Con la legge, è stato sancito che il trattamento
medico-chirurgico è possibile, ma deve risultare necessario ed essere
autorizzato con sentenza. La legge ha avuto inoltre un carattere
“sanatorio”, legittimando situazioni di fatto già esistenti al momento
della sua promulgazione.
Non sempre per i transessuali il ricorso
all’intervento chirurgico di riattribuzione del sesso risulta
indispensabile. D’altra parte anche questi casi necessitano di uno
status giuridicamente riconosciuto, status che con la legge 164 viene
subordinato esclusivamente ad una effettiva trasformazione chirurgica
irreversibile. Già in alcuni Paesi del Nord Europa ad una
regolamentazione analoga a quella italiana si affianca la possibilità di
un’alternativa chiamata “la piccola soluzione”, diretta ad ottenere
esclusivamente la modifica anagrafica del nome o dei prenomi, con
sentenza peraltro non immutabile (è prevista una decadenza in caso di
matrimonio o nascita di figli).
La denominazione più recente che la comunità
scientifica ha attribuito al fenomeno del transessualismo è Disturbo
dell’Identità di Genere (DIG).
L’identità di genere costituisce, insieme al
ruolo di genere e all’orientamento sessuale, un aspetto della
psicosessualità.
Il concetto di “identità di genere” indica
un continuo e persistente senso di sé come maschio o come femmina.
L’acquisizione dell’identità di genere è un processo che comporta
significati di natura sia cognitiva che affettiva.
“Ruolo di genere” indica l’espressione
esteriore dell’identità di genere e rappresenta tutto ciò che una
persona dice o fa per indicare agli altri o a se stesso il grado della
sua femminilità, mascolinità o ambivalenza. Il ruolo di genere è un
costrutto sociale, e dipende dal momento storico e da ciò che il
contesto culturale designa come mascolino o femminile, e come più
appropriato al ruolo femminile o maschile.
Il concetto di “orientamento sessuale”
riguarda la modalità di risposta di una persona ai diversi stimoli
sessuali; la dimensione principale dell’orientamento sessuale è il sesso
del proprio partner, che definisce una persona eterosessuale,
bisessuale, omosessuale. L’orientamento sessuale non è dicotomico ma si
estende lungo un continuum, che va dall’eterosessualità esclusiva
all’omosessualità esclusiva.
Il processo di acquisizione dell’identità di
genere è la risultante di una collaborazione tra “natura e cultura”,
vale a dire tra la maturazione biologica – che a partire dal sesso
cromosomico produce, tramite la secrezione ormonale, la diversificazione
sessuale del cervello e dell’organismo- e il comportamento delle persone
circostanti – che dopo l’assegnazione del sesso alla nascita, si
comportano nei confronti del soggetto secondo le regole sociali e le
aspettative congruenti al genere attribuito.
Solitamente identità di genere, ruolo di
genere e orientamento sessuale sono tra loro coerenti, ma le possibilità
di rapporto tra queste componenti sono diverse. In base a questi
rapporti si possono identificare:
- soggetti con identità
di genere congruente con il proprio sesso cromosomico e fenotipico e con
orientamento sessuale eterosessuale, omosessuale, bisessuale o
parafilico;
- soggetti con identità
di genere non congruente con il proprio sesso cromosomico, ma congruente
con il sesso fenotipico (ad esempio, soggetti con sindrome da
insensibilità agli androgeni oppure casi di riattribuzione chirurgica di
sesso in età precoce in seguito a gravi traumi genitali o patologie
ormonali – ad esempio sindrome da deficit di 21-idrossilasi, con
genitali ambigui alla nascita);
- soggetti con identità
di genere non congruente con il proprio sesso cromosomico né fenotipico
e con orientamento eterosessuale, bisessuale, omosessuale o asessuato
(soggetti con disturbo di identità di genere o altre manifestazioni
transgender).
Dopo queste chiarificazioni è importante
fare una breve digressione sul termine “transgender”, oggi così usato ed
abusato. Il termine nasce negli Anni ’80 negli USA per indicare un
movimento politico-culturale che si prefigge di contestare la visione
eterosessista e genderista che vede nell’uomo la possibilità di avere un
solo sesso, quello biologico, coerente con l’identità di genere. A
questa logica statica che riduce tutto ad una realtà duale di maschio o
femmina si contrappone in modo forte il transgenderismo, che vede invece
un continuum di identità possibili (ai cui estremi si situano i concetti
di maschio o femmina). Si tratta di un termine “ombrello” che racchiude
sotto di sé tutte quelle realtà non identificabili con lo stereotipo di
genere, normalmente identificato come “maschio” o come “femmina”. È
chiaro quindi che con il termine transgender si fa riferimento a
svariate condizioni, comprendenti ad esempio la persona transessuale
operata e non, il travestito, l’omosessuale, ma anche la persona
eterosessuale che semplicemente rifiuta un comportamento di genere
stereotipato.
Eziopatogenesi
Riguardo all’eziopatogenesi del DIG, sono
stati chiamati in causa fattori psichici e fattori biologici.
Fattori psichici
Un’eccessiva vicinanza alla madre, l’assenza
del padre, un forte desiderio della madre per una figlia femmina per DIG
MtF; la presenza di una madre debole e vulnerabile per DIG FtM. Questi
sono stati ipotizzati essere fattori predisponenti allo sviluppo di un
DIG, oltre a traumi infantili. Tuttavia, tali ipotesi non trovano un
supporto empirico solido.
Fattori biologici
Nei mammiferi inferiori, la
differenziazione del SNC in “senso sessuale maschile” avviene in
presenza di adeguate quantità di testosterone, altrimenti evolve in
direzione femminile; in studi animali, la presenza di testosterone
determina la morfologia di alcuni nuclei cerebrali, nonché abolisce la
capacità delle cellule ipofisarie di rispondere in senso LH ad uno
stimolo estrogenico. In virtù di queste osservazioni, come possibile
spiegazione del fenomeno del transessualismo, è stata invocata una
discrepanza tra la differenziazione genitale e la differenziazione
sessuale cerebrale. Pertanto la ricerca biomedica ha indagato tre aree
nel genere umano: l’identità di genere in soggetti con una storia
ormonale perinatale anomala; il tipo di risposta dell’LH agli stimoli
estrogenici; la morfologia dei nuclei cerebrali.
Non sono stati trovati casi di
transessualismo in maschi o femmine esposti in utero a progestinici, che
possono avere effetto antiandrogenico o androgenico, nè in casi di
esposizione a dietilstilbestrolo; neppure pazienti con CAH mostrano una
correlazione significativa con lo sviluppo in età adulta di disturbo di
identità di genere. Ci sono risultati contrastanti sull’ipotesi di un
aumento dell’LH dopo stimolo estrogenico in transessuali MtF, come
conseguenza di un’esposizione in epoca prenatale a livelli di ormoni
sessuali anormali.
Qualcosa di più interessante è
emerso relativamente alla morfologia dei nuclei cerebrali. Oggi sappiamo
che esistono differenze, in termini di dimensioni e forma, a livello del
SNC tra i due sessi, in particolare a livello dei nuclei ipotalamici.
Sulla base di indagini strumentali a livello dell’area preottica
dell’ipotalamo, si suppose l’esistenza di quello che fu definito un
“nucleo sessualmente dimorfico” (SDN: sexually dimorphic nucleus),
doppio per dimensioni e numero di cellule contenute nel maschio rispetto
alla femmina. È stato poi identificato, a livello della regione
preottica anteriore dell’ipotalamo, un altro nucleo sessualmente
dimorfico; a seguire, fu dimostrato che il nucleo interstiziale
dell’ipotalamo anteriore si presenta in alcune sue parti più grande nei
soggetti di sesso maschile. Poi è stata la volta del nucleo della
commissura anteriore, più largo nelle donne. Pochi studi sono stati
condotti sui transsessuali. Nel 1985 Swaab & Fliers descrissero in 3 MtF
la presenza di particolarità a livello delle strutture ipotalamiche. Due
di questi pazienti presentavano un grande nucleo soprachiasmatico ed un
piccolo SDN, mentre il terzo soggetto aveva l’esatta opposta
configurazione. Dieci anni dopo, un gruppo di ricercatori ha riscontrato
la presenza in 6 MtF di una parte centrale del nucleo del letto della
stria terminale (BSTc: central subdivision of the bed nucleus of the
striae terminalis) delle dimensioni (più piccola) e della forma di
quella delle donne eterosessuali, quindi una struttura tipica del
cervello femminile. Va ricordato che in soggetti non-transessuali che
hanno dovuto assumere estrogeni non si nota riduzione di volume del
medesimo nucleo. Tuttavia, il volume del BST diventa sessualmente
dimorfico solo all’inizio dell’età adulta.
Come è evidente, siamo ancora
lontani da un preciso inquadramento eziopatogenetico.
Aspetti
diagnostici e terapeutici
E’ obbligo del clinico capire quanto la
diagnosi sia irreversibile e netta e quanto un intervento
medico-chirurgico porti a benessere psico-fisico e a miglioramento della
qualità di vita. Per questo si è reso necessario arrivare a definire
degli standard di cura.
Il soggetto che si presenta per
un presunto DIG deve iniziare un percorso, che la World Health
Professional Association for Transgender Health (WPATH, prima chiamata
Harry Benjamin International Gender Dysphoria Association -HBIGDA) ha
cercato di impostare definendo i criteri minimi di trattamento e ponendo
le basi per un team basato su multidisciplinarietà ed integrazione tra
le diverse figure professionali, affinché sia assicurata l’adeguatezza
delle cure fornite (psichiatri, psicologi, endocrinologhi e chirurghi).
Il proposito fondamentale degli standards di cura è di articolare in
modo organizzato il consenso tra diversi professionisti riguardo al
management psicologico, medico e chirurgico del DIG. Questi standards
costituiscono una guida per la pratica professionale, fornendo i
requisiti minimi per la procedura terapeutica, che si struttura in:
- un’accurata diagnosi
- l’esperienza di vita
reale, preferibilmente accompagnata da psicoterapia
- la terapia ormonale
- la terapia chirurgica (riassegnazione
chirurgica di sesso, RCS).
LA FASE DIAGNOSTICA
La prima fase è quindi di tipo
diagnostico, osservazionale e informativo. Prima che sia preso in
considerazione qualsiasi tipo d’intervento fisico, è necessaria
un’esplorazione estensiva delle risorse personali, familiari e sociali
del soggetto, una valutazione puntuale del funzionamento psichico e
della psicopatologia. Il gruppo medico dovrà effettuare un’accurata
diagnosi differenziale con i disturbi della differenziazione sessuale
(valutazione di cariotipo, dosaggi ormonali ed esame obiettivo) e con
condizioni psichiche potenzialmente confondibili con DIG. Tra queste,
una semplice non conformità allo stereotipo di genere, omosessualità
egodistonica, crisi adolescenziale con disagio riguardo al genere,
feticismo da travestimento (presente in circa il 30% dei soggetti che
richiedono RCS), schizofrenia (presente in meno del 5% dei soggetti che
richiedono RCS) e gravi disturbi di personalità (es. disturbo di
personalità borderline). Il paziente deve poi essere informato su tutte
le procedure ed i trattamenti previsti, nonché sui rischi connessi a
tali trattamenti e sull’irreversibilità di alcuni di essi. Bisogna
inoltre discutere con il paziente riguardo alle aspettative più o meno
realistiche relative ai benefici del trattamento e aiutarlo a valutare
le varie possibilità terapeutiche, sia ormonali sia chirurgiche.
I criteri diagnostici per DIG secondo il
DSM-IV TR sono:
A. Una forte e
persistente identificazione col sesso opposto (non solo un desiderio di
qualche presunto vantaggio culturale derivante dall’appartenenza al
sesso opposto).
Nei bambini il disturbo si manifesta con
quattro (o più) dei seguenti sintomi:
1) desiderio ripetutamente
affermato di essere, o insistenza sul fatto di essere, dell’altro sesso
2) nei maschi, preferenza per il travestitismo o per l’imitazione
dell’abbigliamento femminile; nelle femmine, insistenza nell’indossare
solo tipici indumenti maschili
3) forti e persistenti preferenze per i ruoli del sesso opposto nei
giochi di simulazione, oppure persistenti fantasie di appartenere al
sesso opposto
4) intenso desiderio di partecipare ai tipici giochi e passatempi
del sesso opposto
5) forte preferenza per i compagni di gioco del sesso opposto
Negli adolescenti e negli adulti, l’anomalia si manifesta con sintomi
come desiderio dichiarato di essere dell’altro sesso, o di farsi
passare spesso per un membro dell’altro sesso, desiderio di vivere o
essere trattato come un membro dell’altro sesso, oppure la convinzione
di avere sentimenti e reazioni tipici dell’altro sesso.
B.
Persistente malessere riguardo al proprio sesso o senso di estraneità
riguardo al ruolo sessuale del proprio sesso.
Nei bambini, l’anomalia si manifesta con uno
dei seguenti sintomi: nei maschi, affermazione di disgusto verso i
propri genitali, o speranza che essi scompaiano, o avversione verso i
giochi di baruffa e rifiuto dei tipici giocattoli e attività maschili;
nelle femmine, rifiuto di urinare in posizione seduta, rifiuto nei
confronti della crescita del seno e nei confronti del ciclo mestruale,
speranza che i genitali diventino di tipo maschile, avversione verso
l’abbigliamento femminile tradizionale.
Negli adolescenti e negli adulti, l’anomalia
si manifesta con sintomi come preoccupazione di sbarazzarsi delle
proprie caratteristiche sessuali e/o convinzione di essere nati del
sesso sbagliato.
C. L’anomalia non è
concomitante con una condizione fisica intersessuale.
D. L’anomalia causa
disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale o
lavorativa.
Il DSM-IV identifica tre categorie in base
all’età del soggetto in esame (Disturbo di Identità di Genere
dell’Infanzia, dell’Adolescenza o dell’Età Adulta) e altre 4
sottocategorie relative all’orientamento sessuale (sessualmente attratto
da maschi, da femmine, sia da maschi che da femmine, né da maschi né da
femmine). Le persone per le quali non siano applicabili i criteri
sopraelencati devono essere classificate nel gruppo del Disturbo di
Identità di Genere Non Altrimenti Specificato. Questi criteri
diagnostici sono stati confermati anche nell’ultima versione del
Manuale, il DSM IV TR del 2000.
Nella classificazione europea (ICD-10:
International Classification of Diseases-10), permane il termine “transessualismo”.
Da un punto di vista clinico, i DIG FtM
costituiscono un gruppo omogeneo: hanno in genere fin dall’infanzia
un’identità transessuale, una preferenza verso giochi più tipicamente
maschili, un orientamento verso persone del loro sesso genotipico,
un’enorme sofferenza relativamente allo sviluppo mammario e al menarca.
All’interno del gruppo dei DIG MtF, sono
invece evidenziabili due sottotipi:
- il primo caratterizzato
dalla presenza della disforia di genere fin dall’infanzia e dalla
convinzione precoce di essere nati nel corpo sbagliato (transessualismo
primario, secondo Person e Ovesey); in genere in questo sottotipo
l’orientamento sessuale è volto verso persone dello stesso sesso
genotipico (transessualismo omosessuale secondo Blanchard).
- il secondo
caratterizzato dall’instaurarsi dell’identità transessuale in epoca
postpuberale, e spesso associato ad altre condizioni quali il feticismo
da travestimento, l’omosessualità o il travestitismo (transessualismo
secondario, secondo Person e Ovesey); in questo sottotipo in genere
l’orientamento sessuale è più variabile e spesso l’attività di
cross-dressing è associata a un’eccitazione sessuale alla fantasia di
vedersi come donna (transessualismo autoginefilico secondo Blanchard).
Tali sottotipi hanno un importante valore
clinico, in quanto nel DIG primario la prognosi relativa alla RCS è
migliore. Questo non esclude i pazienti con DIG secondario dal
trattamento, ma impone al gruppo medico un’estrema attenzione
diagnostica e un più sostanzioso sostegno psicoterapeutico.
L’ESPERIENZA DI VITA REALE
La fase successiva alla diagnosi consiste
nella cosiddetta esperienza di vita reale, vale a dire nel tentativo
pratico del soggetto di vivere a tempo pieno come membro del sesso
desiderato. Durante tale periodo il soggetto vive stabilmente negli
abiti e nel ruolo del sesso desiderato, in modo da gestire la propria
identità di genere nella vita di tutti i giorni. Questa esperienza serve
a valutare la decisione del paziente, la sua capacità di funzionamento
nel genere preferito, l’adeguatezza del supporto sociale, economico e
psicologico. Permette al soggetto, e ai professionisti che lo seguono,
di monitorare l’esperienza di vita nel ruolo desiderato e di osservare
le interazioni con gli altri. Senza tale esperienza il soggetto
conoscerebbe solo le sue convinzioni e fantasie private riguardo alla
sua appartenenza al sesso opposto. Queste potrebbero essere
irrealistiche e portare ad attese magiche riguardo ai risultati
dell’intervento.
L’esperienza di vita reale andrebbe
intrapresa per gradi: prima in un ambiente di fiducia e dopo in
pubblico. Prima che possa essere considerata l’opportunità della
riassegnazione chirurgica, deve essere condotta un’esperienza di vita
reale completa di almeno un anno durante la quale il soggetto è in
contatto con un professionista della salute mentale così da permettere
la valutazione del successo dell’esperienza e la discussione riguardo la
risoluzione dei problemi da essa posti.
LA TERAPIA ORMONALE
È proprio durante l’esperienza di vita reale
che, previo esame obiettivo e valutazione di esami ematici e del
cariotipo, è possibile iniziare il trattamento ormonale. Il passaggio da
uno stato di genere all’altro non dovrebbe essere attuato prima che ci
sia stato il tempo necessario per la persona e la sua famiglia di
assimilare pienamente gli effetti di tale esperienza, al fine di evitare
interventi precoci. La terapia ormonale, se tollerata dal punto di vista
medico, dovrebbe precedere ogni intervento chirurgico sui genitali. La
soddisfazione relativa agli effetti della terapia ormonale consolida
l’identità della persona come membro appartenente al genere d’elezione e
aumenta la convinzione a procedere nel percorso.
Un’insoddisfazione per gli effetti del
trattamento ormonale può segnalare ambivalenza riguardo al percorso di
riattribuzione. Alcuni soggetti che si sottopongono a trattamento
ormonale non desiderano interventi chirurgici.
I criteri minimi, definiti dagli SOC per
iniziare la terapia ormonale sono:
- una esperienza di vita reale di almeno tre
mesi o un periodo di psicoterapia
- raggiungimento di un ulteriore
consolidamento dell’identità di genere durante l’esperienza di vita
reale o la psicoterapia
- riscontro di progressi nel superamento di
problemi legati alla salute mentale
- conoscenza degli effetti degli ormoni e
probabilità che il paziente li assuma in modo responsabile.
La terapia ormonale ha due scopi:
1. ridurre il più possibile i
caratteri sessuali secondari espressione del proprio sesso genotipico.
2. indurre le caratteristiche
secondarie del sesso di elezione.
Il trattamento ormonale varia da
prima a dopo l’intervento chirurgico.
La tabella riporta il tipo di
terapia più comunemente usato in diversi Centri Europei e Statunitensi
prima dell’intervento chirurgico.
|
Centro |
Terapia MtF |
Terapia FtM |
N° pazienti |
|
Academic Hospital Vrije Universiteit,
Amsterdam, Netherlands |
Etinilestradiolo 100 μg/die o 17βestradiolo
100 μg 2 volte alla settimana per via transdermica e ciproterone
acetato 100 mg/die |
Esteri del testosterone 250 mg i.m. ogni
2 settimane o testosterone undecanoato 160 mg/die |
MtF 816
FtM 293 |
|
Psychoneuroendocrinology Unit,
University of Liege, Belgium |
Etinilestradiolo 50-100 μg/die
o estrogeni coniugati equini 1.25-2.50 mg/die o estradiolo benzoato
25 mg/settimana. Eventualmente, spironolattone 100-200 mg/die o
ciproterone acetato 50-100 mg/die |
Testosterone 240 mg/die in 3 dosi o
esteri del testosterone 250 mg i.m. ogni 2-4 settimane |
Non riportato |
|
Division of Endocrinology, Mount Sinai
School of Medicine, New York |
Etinilestradiolo 100 μg/die o
estrogeni coniugati equini 1.25-2.50 mg/die e medrossiprogesterone
acetato 5-10 mg/die per 10 giorni/mese per i primi sei mesi.
Eventualmente, spironolattone 100-200 mg/die o ciproterone acetato
|
Esteri del testosterone 250-400 mg i.m.
ogni 2-3 settimane |
93 FtM |
|
Department of endocrinology, University
of British Columbia, Vancouver, Canada |
Estrogeni coniugati equini 0.625 g/die
aumentati a 5 g/die per 3 di 4 settimane e spironolattone 100-200
mg/die da aumentare gradualmente durante la soppressione del
testosterone; inoltre medrossiprogesterone acetato 10 mg/die per 2
settimane/mese o anche in continuo |
--- |
50 MtF |
|
Max-Planck-Institute Endocrinological
Clinic, Munich, Germany |
Estradiolo 80-100 mg i.m. ogni 2
settimane, poi 17β-estradiolo 2-8 mg/die dopo 1 anno e ciproterone
acetato 100 mg/die per 6-12 mesi fino a che i valori di testosterone
si abbassano |
Esteri del testosterone 250 mg i.m. ogni
2 settimane (dosaggio da ridurre nell’arco di 9-12 mesi dopo aver
ottenuto gli effetti desiderati ad una iniezione ogni 2-4 settimane) |
129 in totale |
|
Gender Clinic, University of Texas
Medical Branch, Galveston |
Etinilestradiolo 100 μg/die o estrogeni
coniugati equini 7.5-10 mg/die |
Testosterone cipionato 200 mg i.m. ogni
2 settimane |
60 MtF
30 FtM |
|
Department of Obstretics and Gynecology,
National University of Singapore |
--- |
Esteri del testosterone 250 mg i.m. ogni
3-4 settimane o testosterone ciclopentilpropionato 100 mg i.m. ogni
settimana |
70 FtM |
Da Moore et al, 2003.
Trattamento
ormonale MtF ed effetti collaterali
Gli estrogeni (estradiolo, etinilestradiolo)
sono la pietra angolare per il processo di femminilizzazione dei
pazienti MtF; inducono i cambiamenti fisici e psicologici in senso
femminile, riducono la libido. La dose tipicamente raccomandata è dalle
due alle tre volte maggiore di quella utilizzata nella terapia ormonale
sostitutiva nelle donne in menopausa. Dosaggi più alti hanno il solo
risultato di ottenere una più rapida crescita del seno ma non una più
rapida soppressione dei livelli di testosterone.
Le formulazioni orali sono quelle più
comunemente utilizzate nella maggior parte dei centri, anche se la via
transdermica è la più raccomandata, soprattutto sopra i 40 anni, per i
minor rischi tromboembolici. Molto rari sono i casi di somministrazione
per via intramuscolare.
La somministrazione di modulatori ormonali (progestinici
e antiandrogeni) può potenziare gli effetti degli estrogeni. Gli
antiandrogeni (ciproterone, spironolattone) abbassano i livelli di
testosterone ematico e bloccano il suo legame al recettore androgenico,
con conseguente attenuazione dei caratteri sessuali maschili secondari.
Inoltre, il loro effetto è per così dire doppio poiché inibiscono anche
la produzione ipofisaria di gonadotropine. Il ciproterone acetato è
l’antiandrogeno più comunemente utilizzato in Europa.
Il trattamento ormonale permette
innanzitutto il raggiungimento di due target fondamentali: soppressione
della produzione endogena di androgeni (testosterone) e
femminilizzazione dell’aspetto corporeo, prima di tutto con incremento
del volume mammario. L’aumento del volume mammario inizia generalmente
dopo 2-3 mesi dall’inizio della terapia ormonale e continua per due
anni; solo un terzo dei soggetti raggiunge un volume da essi ritenuto
accettabile. Per quanto riguarda i peli corporei, i migliori risultati
si hanno dopo circa quattro mesi di trattamento; purtroppo nella maggior
parte dei casi queste persone sono costrette a ricorrere a sistemi di
depilazione presso centri di estetica. La produzione di sebo crolla
rapidamente. Inoltre la terapia causa riduzione del volume testicolare e
soppressione delle erezioni. Comunque, l’aspetto dei genitali maschili
non viene modificato fortemente dagli estrogeni. Si può apprezzare
clinicamente una riduzione del volume testicolare del 25%, che per
alcuni pazienti è incoraggiante quale segno di progresso. La
soppressione delle erezioni spontanee è riferita da molti ma non da
tutti i soggetti, alcuni dei quali continuano a presentare erezioni nei
momenti di eccitazione sessuale.
Dopo gonadectomia tutti i Centri mantengono
la terapia estrogenica, anche se con dosaggi non uniformi;
l’atteggiamento più comune è quello di passare ad un dosaggio pari alla
metà del dosaggio precedente all’intervento. Il razionale nel continuare
la terapia estrogenica è quello di mantenere l’“aspetto femminile” e la
densità minerale ossea.
L’ intrinseca bassa morbilità e
mortalità della popolazione relativamente giovane che viene generalmente
ad essere trattata per disforia di genere, i piccoli numeri disponibili
in studi comparati e l’inevitabile mancanza di un gruppo placebo di
controllo, rendono difficile la distinzione tra i rischi della disforia
di genere in se stessa e i rischi attribuibili al trattamento ormonale.
Risulta aumentata la percentuale di morte dovuta a suicidio e ad AIDS;
sono più frequenti i mutamenti di umore in senso depressivo. Tra gli
effetti collaterali della terapia, il più importante è rappresentato
dagli eventi tromboembolici; sembra comunque ragionevole attenersi alla
raccomandazione di utilizzare terapia estrogenica transdermica, almeno
dopo i 40 anni (si consiglia screening dell’assetto coagulativo prima
dell’inizio della terapia estrogenica). Si raccomanda di interrompere la
terapia estrogenica 3 – 4 settimane prima degli interventi di chirurgia
maggiore, per evitare i rischi legati ad uno stato di ipercoagulabilità.
È noto che durante la terapia con
estrogeni si ha un aumento dei livelli circolanti di prolattina; durante
il trattamento degli MtF i valori possono anche raggiungere livelli
maggiori di 1000 mU/L (20% dei casi), che in un 7% dei soggetti
rimarranno persistentemente elevati. Nel 2% dei casi è stato riscontrato
slargamento della sella turcica, ma non ci sono evidenze staticamente
significative di una maggior incidenza di prolattinomi, tanto che i casi
descritti sono quasi aneddotici.
Per quanto riguarda un eventuale
maggior rischio di carcinoma mammario, i dati sono discordanti: secondo
lo studio di van Kesteren del 1997 condotto su 816 MtF, nessuno ha
sviluppato eteroplasia mammaria; studi precedenti, su casistiche più
piccole, asserivano però il contrario.
Sono riportati casi molto
sporadici di carcinoma prostatico.
Aumenti transitori degli enzimi
epatici, non attribuibili ad altra causa se non al trattamento ormonale,
sono stati riscontrati approssimativamente nel 3% dei casi.
Possono presentarsi casi di
colelitiasi de novo, ma con un’incidenza di poco maggiore a quella della
popolazione generale.
A lungo termine il trattamento
estrogenico porta, inoltre, ad un aumento delle HDL e a una diminuzione
delle LDL e dell’attività della lipasi epatica (che riduce le HDL e
aumenta le LDL piccole e dense), ma purtroppo anche ad aumento dei
trigliceridi, della pressione arteriosa, del tessuto adiposo
sottocutaneo e viscerale e alla diminuzione dell’attività della lipasi
lipoproteica e della sensibilità all’insulina.
Il rischio cardiovascolare legato
all’assunzione di terapia ormonale negli MtF non è ad oggi esattamente
conosciuto, ma i dati disponibili suggeriscono che non ci sia un
sostanziale incremento, né per coronaropatie né per cerebrovasculopatie.
L’infertilità è l’inevitabile
prezzo da pagare per questi pazienti.
Esistono quindi delle
controindicazioni alla terapia ormonale, assolute (grave ipertensione
diastolica, cardiopatia ischemica, valvulopatie, disturbi di conduzione,
cardiomiopatia, miocarditi recenti, pregresse tromboflebiti o episodi di
tromboembolismo, patologia cerebrovascolare, epatopatia come movimento
delle transaminasi dndd, epatite, abuso di droga, alcolismo) e relative
(iperprolattinemie, familiarità per carcinoma mammario, forte tabagismo,
grave obesità, grave dislipidemia).
Trattamento
ormonale FtM ed effetti collaterali
Per gli FtM, l’obiettivo è
indurre virilizzazione e bloccare il ciclo mestruale. La terapia si basa
sull’utilizzo di testosterone, la cui somministrazione causa aumento dei
peli corporei (anche a livello del volto) e calvizie di tipo maschile,
aumento di peso e riduzione della massa grassa a livello dei fianchi,
aumento del volume clitorideo, moderata atrofia mammaria,. Le
formulazioni e la dose consigliate sono uguali a quelle utilizzate nel
trattamento del paziente maschio ipogonadico. L’utilizzo di progestinici
accelera la scomparsa del ciclo mestruale.
Gli effetti collaterali della
terapia con testosterone includono infertilità, acne, instabilità del
tono dell’umore, aumento del desiderio sessuale; le ovaie divengono
simili a quelle dell’ovaio policistico.
Le controindicazioni al
trattamento sono le patologie cardiovascolari e cerebrovascolari,
pregresse tromboembolie, grave obesità, diabete mellito scompensato.
Dopo l’intervento chirurgico la terapia viene continuata per mantenere
la virilizzazione e prevenire l’osteoporosi.
LA TERAPIA CHIRURGICA
Dopo almeno 12 mesi di esperienza di vita
reale e almeno 6 mesi di terapia ormonale, se il soggetto è consapevole
delle modalità e dei rischi dell’RCS, ha ottenuto un ulteriore
consolidamento dell’identità di genere e ha fatto progressi nel
superamento di problemi legati alla salute mentale, è possibile per lui
accedere alla terapia chirurgica.
Dopo l’RCS, il gruppo medico avrà la
funzione di monitorare la terapia ormonale e il benessere psichico del
paziente.
Prognosi
Sebbene le casistiche siano ancora limitate, il DIG adeguatamente
trattato sembra avere un miglior decorso rispetto ai casi che non
giungono ad un’osservazione medica competente e che presentano un
maggior rischio di scompensi timici. L’insoddisfazione post-intervento
chirurgico è rara e spesso associata ad una diagnosi non corretta o ad
un percorso di adeguamento mal gestito.
I
fattori prognostici positivi individuati dalla letteratura sono:
richiesta di RCS in età inferiore a 30 anni, stabilità mentale ed
emotiva, orientamento omogenotipico, esperienza di vita reale per almeno
un anno, conoscenza e piena accettazione della RCS, appoggio
psicoterapeutico.
Un
gruppo di figure professionali dedicato alla gestione del disturbo è la
miglior risposta che si può offrire a queste persone, che necessitano di
una assistenza a lungo termine, di un accompagnamento durante il loro
difficile cammino e di poter curare il loro stato di salute senza
incorrere in discriminazioni.
lisa
Bandini*, Alessandra D. Fisher*, Lisa Buci*, Giancarlo Balercia° Gianni
Forti$, Mario Maggi*
Centro Interdipartimentale Assistenza Disturbo di Identità di Genere (CIADIG).,
* S.O.D. Andrologia e Medicina della Sessualità e $ S.O.D. di
Endocrinologia, A.O.U.Careggi, Firenze; °Andrologia Medica, Cl. di
Endocrinologia, A. O. R. Torrette, Ancona |