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Il Sildenafil (Viagra) è stato
inserito fra le 100 scoperte più importanti del XX secolo. Viene ad
essere così confermato il valore della attuale ricerca farmacologica,
ma non possiamo ignorare che segnala anche il preoccupante aumento
della impotenza erettile. Ciascuna cultura, infatti, produce le sue
malattie e quindi ciascuna cultura produce le sue terapie.
D’altra
parte il ‘900 non ha prodotto solo l’aumento rilevante del deficit
erettile e quindi il Viagra. Il ‘900 è stato un secolo iconoclasta che
ha abbattuto ideologie e certezze non sempre riuscendo nella
ricostruzione e fra le sue vittime riconosciamo anche la sessualità
che proprio in quel secolo è nata come concetto, si è emancipata dalla
norma riproduttiva, ma non ha trovato poi riferimenti capaci di
superare la crisi. Si sono così evidenziati e prodotti comportamenti
sessuali disadattivi e patologici. Fra i più noti e sempre più
frequenti ricordiamo l’eiaculazione precoce che ha cominciato ad
essere considerata segno di malattia nei primi anni del secolo (in
quegli anni Amantea introdusse l’uso delle pomate anenstetiche da
applicare al glande prima del coito); l’anorgasmia femminile di cui si
è iniziato a ragionare seriamente solo dopo il 1920 e per la quale
sono state tentate terapie ormonali ed escogitate diverse varianti di
trattamenti psicoterapeutici; la patologia del desiderio comparsa
nello scenario clinico dopo gli anni ottanta e per la quale non
abbiamo ancora individuato soddisfacenti interventi curativi.
Nel XX secolo abbiamo dunque
assistito ad un progressivo deterioramento della attività sessuale al
quale si è risposto con terapie sempre più specifiche e spesso
efficaci. Terapie di natura chirurgica, farmacologica, ed anche
psicologica; proprio alla psicologia infatti si devono le cosiddette
nuove terapie sessuali entusiasticamente proposte negli anni
settanta e successivamente migliorate e riconosciute come un valido
aiuto nelle diverse disfunzioni sessuali. Tuttavia l’insieme dei
presidi terapeutici non ha impedito la crisi in atto e, come dicevamo,
sono ancora incapaci di fronteggiare l’abbandono della vita sessuale
che la assenza di desiderio sta provocando.
Parliamo quindi di svirilità un
neologismo in cui all’esse privativa viene affidato il compito di
rappresentare la compromissione dell’essere virile che si esprime
anche e tangibilmente nel deficit erettile, luogo simbolico della
virilità.
Il fallo infallibile,
rappresentante del maschio dominatore, è sull’orlo di una disfatta
storica e culturale e si identifica sempre più con un fallo fallato.
Curioso destino di un organo privilegiato dall’elaborazione
simbolico-culturale che per secoli ha guidato l’osservazione
scientifica contribuendo a mantenere false conoscenze, ad alimentare
il mito della virilità e a rappresentare il potere maschile, il penis
power.
Non si può qui non ricordare
come la nostra cultura per oltre due millenni ha regolato i rapporti
uomo-donna e tutto ciò che essi comportano (affetti, vita sessuale,
gerarchie familiari e sociali) all’insegna del genitale unico, del
penis power. Le radici della supremazia maschile sostenuta anche
dall’interpretazione dell’anatomia genitale sono infatti lontane: la
medicina greca riteneva che esistesse un unico genitale normale -
quello maschile - al quale doveva riferirsi il genitale femminile che
per ragioni di errato sviluppo era incompiuto e “invaginato” dentro il
corpo.
Non si vogliono oggi negare
l’esistenza di analogie e parallelismi: il fatto stesso che genitali
maschili e femminili si differenzino dalle stesse strutture
embriologiche comporta una qualche uguaglianza, ma la interpretazione
culturalmente determinata che gli uni siano una copia malriuscita
degli altri, ha travalicato il semplice dato anatomico dominando anche
il sapere medico almeno fino al ‘700 quando in anatomia si è
cominciato ad abbandonare il principio del genitale unico per
affermare l’esistenza di due genitali iscrivendosi nel processo
culturale che ha dato inizio al riconoscimento della diversità,
concetto che tuttavia richiederà altri due secoli per essere definito
e consolidato.
La
convinzione che esistesse un unico, normale e compiuto genitale è uno
di quei trabocchetti in cui è stata intrappolata l’osservazione
scientifica, ma non senza ragione, le conoscenze anatomiche che la
sostengono oltre a male interpretare le analogie si pongono come
trasposizione scientifica di un vissuto infantile: esiste un unico
genitale ed è quello che si vede, l’uomo e quindi i bambini maschi ne
sono dotati, le donne non avendo nulla di visibile, non possiedono
genitali.
La presenza
o l’assenza dei genitali esterni è stata determinante nel formare il
primo sapere sessuale e quindi nel dare forma all’identità maschile e
femminile. Su tale presenza-assenza una cultura altrettanto bambina ha
potuto costruire il mito della virilità: del fallo-unico agente della
riproduzione, del fallo-grande quale rappresentante della forza e del
potere, del fallo-amuleto dal valore apotropaico e terapeutico. Ma il
fallo ha anche un altro attributo che è quello di provocare piacere
(potere erotogeno). Si ricordi ad esempio la diffusa convinzione che
sia la donna a dover essere iniziata ai piaceri del sesso dalle
abilità amatorie del partner, mentre si afferma, e lo si scriveva
anche nei testi di divulgazione medica, che non esistono donne
frigide, ma uomini incapaci. Non solo ma possiamo notare che è in
nome dei poteri erotogeni del fallo che l’eiaculazione precoce è
diventato sintomo: fino a quando le donne oneste non avevano
diritto al piacere, ma solo alla fecondazione, la rapidità del coito
era considerata una abilità in quanto espressione di passione,
eccitabilità, efficacia, quando però sono state legittimate le
richieste sessuali della donna onesta, l’uomo, per poter
mantenere il suo ruolo dominante, si è visto costretto a soddisfarne
le esigenze e non pochi hanno così scoperto la propria inadeguatezza.
La svirilità nasce da una crisi
culturale che ha messo in discussione il modello androcentrico come
riferimento normativo. Modello che nell’ambito dell’attività sessuale
si compendiava nella triade erezione-eiaculazione-riproduzione
identificandosi con l’ideologia efficientista del fare (homo faber) e
ponendo in secondo piano i valori dell’essere (homo ludens) secondo il
principio per il quale sono perché faccio e non faccio perché sono.
Molte possono essere le ragioni
della crisi, ma siamo così immersi in questo processo che stentiamo a
riconoscerne la causa o le cause principali, possiamo solo
sottolineare gli eventi più significativi:
a) la progressiva
compromissione del valore riproduttivo della sessualità che si è
preteso sostituire con i valori erotico relazionali i quali però non
hanno trovato ancora una adeguata realizzazione. Nel modello che
rappresenta l’ideale femminile infatti troviamo ancora la maternità,
che pur ridimensionata rappresenta il residuo più rappresentativo
della sessualità, mentre dobbiamo riconoscere che il piacere non ha
assunto un determinante valore identificativo. Imitando l’efficienza
maschile la donna si è fatta più libera e attiva, ma la presenza di
comportamenti che un tempo sarebbero stati giudicati intemperanti e
trasgressivi viene dimensionata dal facile e frequente abbandono come
testimonia la sempre più frequente compromissione del desiderio e
quindi della conseguente attività sessuale.
Facilmente a questo si obietta
ricordando la grande quantità di notizie e argomentazioni di cui è
oggetto la sessualità nei nostri media e dell’impressione di una
realtà sociale particolarmente erotizzata, ma si deve notare che la
rivalutazione del gioco e del piacere è stata facilmente fagocitata
dal sistema economico e opportunamente strumentalizzata per cui le
uniche manifestazioni sessuali che hanno subito un incremento sono
quelle che si prestano ad uno sfruttamento commerciale: prostituzione,
pornografia, turismo sessuale, club per coppie scambiste, dark club,
pedofilia, ecc.
b) il graduale abbandono delle
posizioni subalterne rivestite dalla donna, le sue conquiste nel campo
del lavoro e del sociale hanno diversamente dimensionato la
femminilità. Mentre la donna è indirizzata all’acquisizione di una
identità (acculturata, libera, autonoma, moderatamente materna, non
asservita al matrimonio o ai figli, ecc.) data come certa, l’uomo deve
confrontarsi con una identità maschile in disarmo, risultandone
disorientato: perseguitato da un anacronistico ideale di efficienza
sperimenta più facilmente la impotenza del suo ruolo e del suo sesso e
si rifugia spesso in atteggiamenti infantili e dipendenti dove non
trova spazio l’attività sessuale - quindi la necessità di dimostrarsi
capace - quando non esplode in forme di violenza.
c) dopo gli anni settanta si
sono andate diffondendo idee e realizzati comportamenti che nel loro
insieme hanno messo in opera una pacifica ma non per questo indolore,
rivoluzione sessuale: la contraccezione ha conquistato la piena
legittimità; la verginità femminile ha perso valore e significato; i
rapporti prematrimoniali sono diventati sempre più possibili e
frequenti; le diverse tecniche erotiche (rapporti orali, anali,
posture particolari, uso di vibratori, ecc..) sono state proposte come
alternative normali, possibili se non doverose; i rapporti fra
adolescenti si sono incrementati del 100%; l’omosessualità -
cancellata nel 1973 come malattia - si è andata affermando come
caratteristica della persona e non più come perversione (analoga
accoglienza sembra essere negli ultimi tempi riservata al
transessualismo); il divorzio e l’aborto sono stati oggetto di una
liberalizzazione legale; la convivenza si è affiancata al matrimonio e
la sua legittimità vuole essere allargata alle unioni omosessuali; lo
sviluppo tecnologico ha favorito scambi (v. internet) e seduzioni
(sesso virtuale) ancora imprevedibili nei loro effetti; il divenire
società multietnica ha ulteriormente compromesso la certezza dei
valori e dei modelli comportamentali propri della tradizione, ecc.
ecc.
La crisi del fare ha
probabilmente molteplici cause, ma di certo non può essere recuperata
cercando di rianimare il modello androcentrico. Quando si dice che nel
nostro paese ci sono 3 milioni di impotenti di cui solo 400.000
ricorrono alle cure disponibili, non possiamo affrontare la situazione
solo incentivando la campagna promozionale affinché tutti i restanti
due milioni e seicentomila si rivolgano al medico. Se ci sono due
milioni e seicentomila uomini rassegnati alla loro impotenza o
addirittura affezionati ad essa e comunque che non fanno nulla o quasi
per uscirne, occorre chiedersi perché. Altrettanto possiamo dire per
l’anorgasmia femminile che da un lato si riconosce essere presente nel
50% della popolazione femminile e dall’altro non fa registrare una
corrispondente percentuale di domanda d’aiuto: nella nostra esperienza
clinica su cento pazienti solo venti sono donne prevalentemente
sofferenti di vaginismo.
Gran parte degli strumenti
terapeutici di cui possiamo disporre sono nati e vengono applicati in
osservanza del modello androcentrico, con essi si cerca di invertire
la rotta della crisi partendo dal fallo fallato per recuperare il
fallo infallibile. Tale operazione tuttavia non riscuote il successo
sperato. Intervenire con medicine e tecniche di cura che hanno come
riferimento il modello androcentrico non sembra soddisfare oltre l’80%
degli impotenti e il divario fra impotenti rassegnati/affezionati e
impotenti che si curano sembra essere dovuto proprio ad un errore di
strategia terapeutica.
Forse occorre identificare
altri valori e richiami normativi, forse dobbiamo abbandonare
l’obbligo della prestazione efficiente per scoprire il piacere dello
scambio, forse dobbiamo costruire un universo simbolico dove la
dominante sia rappresentata dalla possibilità di essere e non
dall’obbligo del fare. Forse, uomini e donne, dobbiamo rinunciare al
penis power posseduto o invidiato riconoscendo più realisticamente il
power penis e quindi la necessità di ridefinire nella
consapevolezza dei propri limiti e nella accoglienza dell’altro i
modelli valoriali che possano guidare la formazione dell’identità e
favorire il vivere sessuale.
Giorgio Rifelli
Psicolinea Gennaio 2006 |