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Ormai diversi anni fa il Presidente Bill Clinton negò
di aver avuto rapporti sessuali con la stagista Monica Lewinsky, pur
ammettendo di aver ricevuto sesso orale da parte di lei. Intrigati da
questa illogica dichiarazione, due studiosi del Kinsey Institute for
Research on Sex, Gender and Reproduction andarono a riguardarsi i
risultati di un precedente studio del 1991 nel quale era stato chiesto
ad alcuni studenti di completare un questionario nel quale si poneva
proprio questa domanda: "Consideri un atto sessuale..." in relazione a
diversi comportamenti sessuali. I risultati mostravano che gli
studenti esaminati la pensavano esattamente al modo di Clinton, nel
senso che essi, nel 60% dei casi, non consideravano il contatto
oro-genitale come un "atto sessuale" vero e proprio. Il 20% del
campione non considerava un "atto sessuale" neanche il rapporto anale.
Sanders e Reinisch del Kinsey Institute decisero quindi di compiere un
nuovo studio sull'argomento, nel 1999, nel quale conclusero che la
nostra concezione dell'atto sessuale è strettamente legata al
linguaggio che utilizziamo e che ci influenza, sin dalla più tenera
età.
Il linguaggio della sessualità
è stato messo al centro di numerose ricerche di
sociolinguistica e di antropologia linguistica,
che sono state riprese e collegate in un famoso libro di Deborah
Cameron e Don Kulick, Language
and Sexuality (2003), il quale è riuscito
mirabilmente a sintetizzare e collegare molte ricerche
richiamando l'interesse degli studiosi su questo argomento, per la
verità piuttosto trascurato...
Infatti, il primo lavoro scientifico sulla relazione
fra sessualità e linguaggio risale al
1970, quando Mary Key tenne all`Università di Irvine in California un
seminario su "Linguaggio e sessualità". Nel 1975 venne pubblicato il suo libro
"Male/Female Language" insieme a."Language and Woman`s Place"
di Robin Lakoff. L'attenzione di questi studiosi era centrata sui
pregiudizi che la lingua porta con sé e che conduce ad un utilizzo "sessista"
della lingua.
Negli Stati Uniti, sulla spinta delle istanze
del movimento femminista, si iniziò, sul finire degli anni sessanta,
ad intervenire sulla lingua inglese, attraverso la diffusione di forme
linguistiche neutrali. Ad esempio fu introdotto l'appellativo Ms
(neutro) al posto di Mrs (signora) o Miss (singorina). Allo stesso
modo si cercò di eliminare tutte le parole composte con la parola
"man". Ad esempio, il barman divenne la barperson, e così via.
In Italia, nel 1987 il Consiglio dei Ministri
divulgò delle "Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua
italiana" tratte da: “Il sessismo nella lingua italiana” a cura
di Alma Sabatini per la Presidenza del Consiglio dei Ministri
e Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra
uomo e donna. Scopo di queste raccomandazioni era
quello di suggerire alternative compatibili con il sistema della
lingua, per evitare l'utilizzo di alcune tipiche espressioni che non
davano sufficiente visibilità alle donne, o che veicolavano dei
pregiudizi sulla sessualità della donna, o sul valore della donna nella
società.
Tra le raccomandazioni allora suggerite in Italia, molte sono
diventate di uso comune, altre ancora stentano ad essere pienamente
accettate. Ne citiamo alcune, a titolo di esempio:
- Maschile neutro. Evitare l'uso delle parole "uomo" e "uomini" in
senso universale. I "diritti dell'uomo" diventano i "diritti degli
esseri umani", o i "diritti della persona"; l"uomo primitivo" diventa
"i popoli primitivi", o le "popolazioni primitive";
- Uso del maschile neutro parlando di popoli, categorie, gruppi.
Esempio: "i Romani", gli "Ateniesi", ecc. Meglio dire "il popolo
romano", "il popolo ateniese", e così via;
- Evitare di dare sempre la precedenza al maschile nelle coppie
oppositive. Così uomo/donna, fratelli e sorelle, bambini e bambine
dovrebbero diventare, almeno talvolta, donna/uomo, sorelle e fratelli,
bambine e bambini;
- Evitare termini come "fratellanza":
meglio parlare di "solidarietà"
- Evitare di mettere il "la" davanti al
nome di una personalità politica di sesso femminile, visto che al
maschile non si usa. Es. "La Tatcher disse..." mentre "Brandt
disse..."
- Evitare il titolo "signorina", che è
dissimetrico rispetto alla parola "singorino" per uomo, termine ormai
scomparso e non usato con la stessa valenza.
- Evitare il titolo "signora" quando può
essere sostituito dal termine professionale Dottoressa, Professoressa,
ecc.
La lingua infatti è fortemente connotata da una interpretazione
sessista e per questo contribuisce a tramandare la percezione che la
donna sia un essere inferiore all'uomo. Molte lingue, fra cui
l'italiano, sono nate da una base androcentrica, dove l'uomo esprime
il "maschio
della specie" o "la specie" stessa, mentre la donna
può esprimere solo il concetto di "femmina della specie".
La superiorità dell'uomo sulla donna viene ad
esempio espressa dai diversi significati implici che attribuiamo a
frasi come "è rimasta zitella" o "è rimasto scapolo",
dove chiaramente il termine "zitella" è spregiativo, mentre "scapolo"
non lo è affatto e anzi fa pensare ad una condizione positiva ("lo
scapolo d'oro"). Mai si direbbe infatti "La zitella d'oro" o
anche "La nubile d'oro".
Nell'uso della lingua il
genere sessuale riflette dunque la percezione sessuale
della persona che ha il parlante e questo contribuisce a perpetuare i
pregiudizi.
Del resto, che la lingua ci influenzi sin da bambini
non è una novità. Si pensi all'uso della contrapposizione
"destra/sinistra", "bianco/nero", "chiaro/scuro", dove i primi termini
hanno un'accezione sempre positiva rispetto ai secondi. Questi
significati impliciti ci influenzano specialmente quando non abbiamo
un'esperienza diretta di qualcosa e dunque, per averne un'opinione,
tendiamo a basarci sulle nostre cognizioni. La nostra esperienza del mondo
è però limitata in gran parte ai valori culturali e sociali del nostro
ambiente e dunque è cosa
molto limitata rispetto alla realtà del
mondo: tutto ciò che conosciamo è mediato, influenzato, trasformato
dalle conoscenze e dalle tradizioni dell'ambiente in
cui viviamo.
Le parole che
normalmente usiamo dunque
non hanno un significato per
sé stesse, ma sono solo un sistema di simboli
per comunicare i propri significati agli altri. Da questo punto di
vista, le immagini che ogni persona ha del mondo dipendono in gran
parte dalle influenze esercitate su di lei dal linguaggio, dalle
parole che adopera. E questo vale anche per la morale
legata al linguaggio.
Vi sono delle parole che,
in determinate epoche, hanno rappresentato dei tabù sessuali e
pertanto erano considerate impronunciabili senza generare imbarazzo o
perplessità. Si pensi, nella lingua italiana, alla differenza fra
"spazzare" e "scopare", dove quest'ultima espressione può essere
intesa, volgarmente, anche con un altro significato. Nella lingua
italiana vi sono molte parole che una volta erano considerate
volgarissime e che ora sono invece entrate nell'uso quotidiano, anche
per la consuetudine acquisita nell'ascoltarle in televisione.
La parola ‘cazzo’, ad esempio, è stata
ormai ampiamente decodificata dal suo
significato originario e viene utilizzata con
accezione diversa (qualcuno
pronuncia la parola "cazzo" con lo stesso significato che altri
darebbero alla parola ‘ohibò’, senza per nulla
voler citare o rappresentare l'organo genitale maschile).
Nella terapia sessuale è
talvolta importante lavorare sul significato delle parole. Vi sono
infatti dei termini che possono influenzare i comportamenti sessuali
proprio perché è la stessa parola ad essere considerata un tabù. Si
pensi alla parola "preservativo" che con grande fatica è riuscita ad
uscire dalla clandestinità e ad essere accettata tanto quanto la parola
di stesso significato "profilattico" Decodificare le parole, umanizzarle,
ridargli un significato, in base ad una ricerca etimologica, può aiutare
alcuni soggetti ad avere meno paura delle
parole, a sentirsi meno in imbarazzo nell’ascoltarle e nell’usarle
e soprattutto a non lasciarsene condizionare nelle cose del sesso.
Anche nei testi di divulgazione medico-scientifica troviamo talvolta
un uso delle parole che veicola significati sessisti o pregiudizi,
anche contro le intenzioni degli autori. Prendiamo ad esempio un
manuale divulgativo di sessuologia ( Grande manuale
di sessuologia in 2701 parole Rizzoli 1989).
Nella presentazione si spiega a chiare lettere
che ‘i tabù che circondavano il sesso e la sessualità’
sono tramontati e che ‘i misteri che avvolgevano questa
componente essenziale della vita umana non sono più tali’.
La premessa dunque potrebbe far pensare che i termini utilizzati per
fornire spiegazioni su alcuni aspetti sessuali siano stati
opportunamente scelti, al fine di evitare simbolismi indesiderati.
Vediamo cosa c'è scritto per la parola "coito":
Coito : dal latino Co-ire = Andare Insieme
"Accoppiamento sessuale, atto mediante il
quale l’organo sessuale maschile viene introdotto in quello femminile.
E’ l’atto sessuale per eccellenza, dà alla coppia l’intimità fisica
più completa e produce normalmente attraverso l’orgasmo, il massimo
delle soddisfazioni erotiche. In periodi favorevoli porta alla
fecondazione. La routine e l’abitudine nel rapporto sessuale è alla
base di molti disturbi della sessualità".
Fortuna che i tabù sono tramontati !
I termini utilizzati, anche in questo esempio, veicolano molti tabù e pregiudizi del passato. A
cominciare da "l'organo sessuale maschile viene introdotto in
quello femminile". Questa è un'ottica tipicamente maschile, dal
momento che in un'ottica femminile si potrebbe dire "l'organo
sessuale maschile viene accolto in quello femminile". In che senso
poi è un atto sessuale "per eccellenza"? Che significato si
vuole dare a questa parola? Se "eccellente" sta ad esempio per
"gratificante", si potrebbe dire che non solo il coito, ma tutti gli
atti sessuali graditi ai partners sono "eccellenti". Oppure è
"eccellente" in quanto "migliore", in quanto "principale", ecc.? Come
si capisce, in questi ultimi casi, l'autore fa implicito riferimento
alla morale cattolica, che vede questo atto sessuale come l'unico
accettabile, in quanto legato strettamente alla riproduzione. Le
"soddisfazioni erotiche" di cui si parla possono invece essere
completamente indipendenti dall'orgasmo. Che cosa si intende infatti
per "soddisfazione erotica"? L'intensità del piacere? La qualità del
piacere? Errata anche la frase "in periodi favorevoli porta alla
fecondazione": questa spiegazione è troppo semplicistica, in
quanto non tiene conto di una possibile infertilità della coppia, o
dell'uso di mezzi anticoncezionali. Non sempre, infatti, avere un
rapporto in un "periodo favorevole" porta alla fecondazione. "L’abitudine e la routine"
citate trasmettono invece un
messaggio ambiguo: forse si allude al fatto di avere lo stesso
partner ? Si allude alle stesse posizioni sessuali?
Gli stessi orari? La routine non è un fattore
generalizzabile, in quanto non tutte le coppie sono
incapaci di reinventarsi il rapporto
e dunque non tutti necessariamente soccombono al concetto di "routine".
Come sempre, criticare è
facile, costruire è molto più difficile. Se a
questo punto infatti provassimo a definire il
coito e sottoponessimo il nostro lavoro ad altre persone, ci accorgeremmo che
anch'esso sarebbe contestato. La verità è che
non esistono definizioni
assolutamente corrette, perché nessuno è il custode della verità e
qualsiasi definizione è opinabile, in quanto esprime la
propria visione
della realtà, non la realtà stessa. Di questo dovremmo
essere consapevoli nell'accingerci a studiare gli argomenti legati
alla sessualità, specialmente quando sono tradotti da un'altra lingua.
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