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Sesso in pillole (10)
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Pillole di informazione sulla sessualità (10) - 2008/1

Indice della pagina:

Aspetti psichici dell'attrazione sessuale

Fattori estetici nell'attrazione sessuale

Regola del pollice e orgasmo femminile

Pro e contro il complesso edipico

Omofobia ed eterosessismo

Padri gay

Maternità lesbica

La terapia riparativa della sessualità
 
ASPETTI PSICHICI DELL'ATTRAZIONE SESSUALE

Gli esseri umani, da sempre, stabiliscono rapporti personali con altri soggetti, in diversi ambiti (amicizie, famiglia, partner, compagni di lavoro e anche, all'estremo opposto, i 'nemici').
Negli ultimi decenni vi sono stati significativi cambiamenti nella società e sono molto cambiati i rapporti fra le persone: da quelli di semplice amicizia, alle relazioni sentimentali e sessuali.
L'attrazione interpersonale può essere definita il fattore principale che spinge le persone a stare insieme e che ha le potenzialità di rendere il rapporto più stabile (Baumeister, R.F. & Bushman, B.J. (2008) Social psychology and human nature (1st ed.). Belmont, CA: Thomson Wadsworth.). Si tratta di una componente-chiave per la formazione di qualsiasi rapporto ed è un fattore che permea tutte le culture. Ma cosa ci attrae verso l'altro? Cosa ci respinge?
La ricerca ha dimostrato che la somiglianza è uno dei fattori che contribuisce a creare attrazione fra le persone: in n primis la somiglianza genetica (Shibazaki, K. (1998). When birds of a feather flock together: A preliminary comparison of intra ethnic and inter ethnic dating relationships. Journal of Social and Personal Relationships, 15, 248-256.). Essere attratti per ragioni di 'somiglianza' comprende però altri aspetti, oltre a quello fisico, e cioè gli atteggiamenti della persona riguardo ai valori, le abitudini, le tradizioni. (Feingold, A. (1988). Matching for attractiveness in romantic partners and same sex friends: A meta-analysis and theoretical critique. Psychological Bulletin, 104, 226-235.).
Molte ricerche sull'etnocentrismo hanno mostrato che le persone prediligono come partners soggetti della stessa cultura, perché li ritengono migliori degli altri (Derald Wing, S. (2004). Whiteness and ethnocentric monoculturalism: making the ‘invisible’ visible. American Psychologist, 59, 761-769).
Oltre a questo, il miglior fattore predittivo della durata e della stabilità di un rapporto è la familiarità (Lease, A.M. & Blake, J.J. (2005). A comparison of majority race children with and without a minority race friend. Social development, 14, 20-41.). Le persone percepite come più 'familiari' ci risultano più gradevoli ed attraenti. Anche una persona del tutto nuova può apparirci 'familiare': per alcune sue caratteristiche infatti, può ricordarci qualcuno che in passato ci è stato caro, e per questo ci sembrerà subito familiare e dunque attraente.

 
FATTORI ESTETICI NELL'ATTRAZIONE SESSUALE

Il giudizio estetico svolge sicuramente un ruolo molto importante nell'attrazione sessuale.
Ciò che ci sembra bello nel partner è solo in parte influenzato dalla cultura, dalla società e dai media: la capacità di riconoscere la bellezza è infatti una capacità innata e universale che si basa su alcune fondamentali regole di sopravvivenza, modellate dalla selezione naturale.
I maschi sono particolarmente attratti da questi fattori: pelle pulita, occhi e labbra grandi, denti sani, zigomi delicati, mento piccolo. Queste caratteristiche sono indice di un livello ormonale più o meno ottimale e dunque di una possibile fertilità (Enquist M. e Ghirlanda S.,Evolutionary biology. The secrets of faces, Nature, 27, 394 1998).
Stessa cosa per il corpo, che deve essere giovane, proporzionato, con un rapporto fra la vita ed i fianchi di 0,7 (Furnham A., McClelland, Omer A., A cross-cultural of ratings of perceived fecondity and sexual attractiveness as a function of body weight and waist to-hip ratio, Psychological Health, 8, 2003). La distribuzione di grasso corporeo che questo numero (0,7) riflette è anch'essa associata ad una buona capacità riproduttiva, perché è il segno di un equilibrio ormonale ottimale (Singh D., Female mate value at a glance.Relationship of waiste-to-hip ratio to health, fecundity and attractiveness Neuroendocrinol. Lett. 23 (suppl. 4), 2002). Tale rapporto è anche un indicatore delle condizioni di salute nel lungo periodo, perché molte patologie sono risultate associate ad una diversa distribuzione del grasso corporeo dissimile da questa.
Gli uomini estroversi sono attratti da figure di donne nude e formose, gli individui depressi e sottomessi al contrario preferiscono le donne vestite e con i seni più piccoli (Wiggins J.S.Wiggins N., Conger J.C., Correlates of Heterosexual Somatic Preference, J. Pers. Soc. Psychol. 10, 1968 e Mathews A.M., Bancroft J.H.J., Slater P., The Principal Components of Sexual Preference Br. J. Soc. Clin. Psychol. 14 1972). Per quanto riguarda le donne, esse preferiscono uomini dal corpo alto, slanciato e muscoloso, riflettente affidabilità, garanzia di tutela e buone caratteristiche genetiche, tale da assicurare la nascita di una prole capace di sopravvivere al meglio. Il modello maschile dominante è stato per molto tempo quello dell'uomo peloso, con muscoli ben sviluppati, lineamenti squadrati, naso pronunciato, guance e zigomi alti e voce profonda (Maisey D.S., Vale E.I., Cornelissen P.I., Tovée M.J. Characteristics of male attractiveness for women, Lancet 1, 353, 1999). Alcuni studi si sono concentrati sulla voce maschile considerata più attraente dalle donne: essa era piena, declinata, non monotonica, più sottile e intensa di quella dei maschi non considerati attraenti. (Anolli L., Ciceri R., Analysis of the vocal profiles of male seduction: from exhibition to self-disclosure, Journal of General Psychology 129 2002).
Lo sviluppo della società, l'evoluzione della condizione della donna e la sua minore dipendenza dalla tutela maschile stanno modificando alcuni di questi criteri selettivi. Il maschio maggiormente attraente oggi non è più solo muscoloso e fisicamente dominante: le donne oggi cercano dei tratti più addolciti, che rimandano ad un carattere più gentile e a una maggiore disponibilità alla cooperazione.

Fonte: Buizza C., Imbasciati A., La dimensione psicosomatica dell'attrazione sessuale: una rassegna della letteratura, Rivista di Sessuologia, vol 31 n. 2, 2007


REGOLA DEL POLLICE E ORGASMO FEMMINILE

Conoscete il fattore "C-V"? Si tratta della distanza fra clitoride e vagina, distanza che viene ora ritenuta responsabile, se eccessiva, dell'anorgasmia femminile. Non si tratta di una trovata nuova: la teoria andava di moda già negli anni venti del secolo scorso, tanto che la psicoanalista francese Marie Bonaparte si sottopose addirittura ad un intervento chirurgico, per ridurre la distanza fra queste due parti dei suoi genitali, allo scopo di provare l'orgasmo con la sola penetrazione: i risultati furono deludenti.
Kim Wallen è un professore di psicologia e neuroendocrinologia comportamentale presso la Emory University, e attualmente sta lavorando di nuovo sul fattore C-V. A suo avviso, per capire se una donna può provare l'orgasmo vaginale attraverso la sola stimolazione del pene, bisogna seguire la 'regola del pollice' : la distanza clitoride-vagina dovrebbe essere infatti minore di 2.5 cm --più o meno la dimensione di un pollice.
La Bonaparte raccolse, nella sua pratica clinica, molti dati sulla distanza C-V, e li pubblicò nel 1924 con uno pseudonimo. Ora il Dr. Wallen ha ripreso i dati della Bonaparte e li sta analizzando con criteri scientifici. Pare che abbia trovato delle correlazioni significative. Nei suoi lavori preliminari è giunto alla conclusione che solo il 7% delle donne riesce ad avere l'orgasmo con la sola penetrazione vaginale (dunque meno di una donna su dieci), mentre le donne completamente anorgasmiche sarebbero il 27% (quasi tre donne su dieci).

Fonte: Los Angeles Times
Febb, 2008

PRO E CONTRO IL COMPLESSO EDIPICO

Nell'Ottobre del 1897, Sigmund Freud scrisse al suo collega ed amico Wilhelm Fliess: «Ho trovato in me, come negli altri, dei sentimenti d'amore verso mia madre e di gelosia verso mio padre, sentimenti che sono, credo, comuni a tutti i bambini ». Per Freud infatti il complesso edipico è una fatalità che si verifica per tutti, sin dalla notte dei tempi, verso i tre anni.
La sua teoria calzava bene nei confronti del maschietto, mentre era più difficile da adattare al caso delle femmine, dal momento che anche le bambine avevano, incontestabilmente, come primo oggetto d'amore la mamma e dunque non poteva esserci un adattamento simmetrico della teoria.
Gli attacchi alla teoria del complesso edipico furono forti ed immediati, a partire da quelli del presunto erede di freud,
Carl Gustav Jung, e poi di quelli di Sandor Ferenczi. Un intellettuale americano, Jeffrey Moussaieff Masson, ha aperto una polemica nel 1984 con il saggio: «The Assault on Truth: Freud's Suppression of the Seduction Theory »
Nel saggio, Freud viene descritto come un bugiardo, un impostore, un odioso maschilista, che nega le violenze subite dalle bambine. I filosofi Gilles Deleuze e Félix Guattari uscirono con «L'anti-oedipe» (Les Editions de Minuit) nel 1973, con l'intento di riesaminare la teoria edipica, alla luce del fatto che per Freud l'omosessualità era ancora una perversione.
Del resto anche l'antropologia e l'etnologia avevano nel frattempo criticato l'idea di un complesso edipico universale: infatti, in alcune etnie, specialmente africane, molte società sono matriarcali e il padre ha, in quei contesti, un ruolo decisamente secondario. Claude Lévi-Strauss giudicava invece tropo parziale la scelta di questo mito per spiegare la complessità della psicologia umana.
Gli psicoanalisti hanno risposto a queste contestazioni sostenendo che il complesso edipico richiede sostanzialmente un trio di persone: un bambino che ha un rapporto fusionale con un genitore e un terzo, un 'separatore', un rappresentante del mondo esterno, della Legge, che vuole sottrarre il piccolo a questa fusione. Detto questo, poco importa chi siano gli attori: padri, madri, zii eccetera.Viene da chiedersi allora cosa potrebbe essere l'Edipo se una madre alleva da sola i propri figli, come spesso accade. L'essenziale, risponde qyi lo psicoanalista Juan David Nasio nel suo «L'oedipe, le concept le plus crucial de la psychanalyse» (Payot, 2005) è che il figlio non sia l'unico amore della madre. Se la madre non ha un partner, la figura del padre può essere sostituita da un terzo che attrae il suo desiderio e che si interpone fra madre e figlio, permettendo a quest'ultimo di raggiungere l'autonomia.
Insomma, per i freudiani non ci sono dubbi: il complesso edipico è ancora la fase cruciale dello sviluppo psicologico. Esso ci insegna a canalizzare le nostre pyulsioni, a rinunciare ai desideri impossibili, integrando la proibizione dell'incesto. Senza l'Edipo non diventeremmo mai degli esseri sociali, saremmo incapaci di amare e di costruire un rapporto di coppia, o una famiglia.

Per gli psicoanalisti ortodossi siamo dunque ancora ben lontani dal colpo finale che potrebbe uccidere la psicoanalisi.

Adattato da Le Matin

Febb 2008


OMOFOBIA ED ETEROSESSISMO

Se l'omofilia è la predilezione per individui dello stesso sesso (che non si traduce necessariamente in atti sessuali, come nel caso dell'omosessualità), l'omofobia è la 'paura degli eterosessuali di trovarsi a stretto contatto con gli omosessuali'. La definizione fu coniata da G. Weinberg nel 1972 (Society and the healthy homosexual, St. Martin's N.Y.), il quale intendeva anche, con lo stesso termine, il 'disgusto di sé stessi' (self loathing) che provano gli omosessuali.
Successivi studi hanno però ritenuto che la parola 'fobia' fosse inappropriata per questo comportamento: non si tratterebbe infatti di un tratto clinico individuale, ma di una ideologia eterosessista che domina la società e la politica. Infatti, per Herek il pregiudizio individuale verso lesbiche e gay, che si esprime come disgusto, ostilità o condanna dell'omosessualità , delle lesbiche e dei gay, è un atteggiamento che viene appreso. (G.M. Herek, Heterosexism and homophobia, in Cabay RP, Stein TS - Textbook of homosexuality and mental health, American psychiatric Press Washington, 1996).
Secondo Szymanski (Szymanski DM, Relations among dimension of feminism and internalized heterosexism in lesbian and bisexual womens, Sex Roles, 51, 2004 ) inoltre, gli atteggiamenti negativi contro i gay e le lesbiche non sono necessariamente irrazionali o il riflesso di una paura, ma possono essere delle scelte intenzionali contro la minaccia percepita dal gruppo dominante, o comunque finalizzata ad imporre valori culturali e religiosi.
Anche secondo Ross e Rosser (MW Ross, BRS Rosser, Measurement and correlated of internalized homophobia: A factor analytic study, Journal of Clinical Psychology, 1996) il termine omofobia indica una concezione negativa dell'omosessualità, piuttosto che denotare una fobia o la paura degli omosessuali.

Sono state quindi proposte definizioni diverse, come 'omonegativismo', 'omosessismo', 'eterosessismo' per esprimere una designazione esclusiva dell'intero universo di atteggiamenti negativi verso l'omosessualità e le persone omosessuali (dal pregiudizio individuale alla violenza personale, alla discriminazione istituzionalizzata).

Le variabili demografiche, sociali e psicologiche associate ad un atteggiamento omonegativo sono:
- età avanzata e basso livello di istruzione
- scarsi contatti personali con persone omosessuali
- atteggiamento conservatore rispetto ai ruoli di genere
- forte indottrinamento religioso

Analogamente, l'eterosessismo (Herek, 1996 op.cit.) è 'il sistema ideologico che rifiuta, denigra e stigmatizza ogni forma di comportamento, identità, relazione o comunità di tipo non eterosessuale'. Esso si manifesta sia a livello individuale che a livello culturale, pervadendo i costumi e le istituzioni sociali.

Fonte: A. Montano, L'omofobia interiorizzata come problema centrale del processo di formazione dell'identità omosessuale, Rivista di sessuologia, vol. 31 (1) 2007


PADRI GAY

In una ricerca del 1981, R.M. Scallen (An investigation of parental attitudes and behaviors in homosexual and heterosexual fathers, Dissertation Abstract International 42, 9) ha comparato padri gay e padri non gay, utilizzando il questionario che indaga le abilità del ruolo paterno (EFRQ). Egli ha notato che i padri gay sono stati più di sostegno per i figli e meno tradizionalisti nel loro approccio di genitore.
Harris e Tunner, nel 1985 (Gay and Lesbian parents, Journal of Homosexuality 12 (2), 101-103) hanno invece messo in risalto che molti padri gay si relazionano in modo positivo con i figli e che l'orientamento sessuale del padre è poco importante all'interno della relazione con i figli. Infine, sembra che i padri gay cerchino tenacemente una stabilità nella vita familiare, a volte più dei genitori eterosessuali.
Ancora Harris e Tunner (1986, Gay and Lesbian Fathers, Journal of Homosexuality, 12 (2) 101-103) sono arrivati alla conclusione che l'omosessualità non sia incompatibile con l'efficaccia della paternità. Per quanto riguarda il problem solving, il gioco con i figli, l'incoraggiamento, l'autonomia, la cura, l'allevamento, non c'era alcuna differenza.
I padri gay risultarono meno autoritari e più sensibili nei confronti dei bisogni dei loro figli, rispetto a genitori non-gay.
I padri gay sono inoltre apparsi più riservati e discreti nelle manifestazioni di intimità con il loro partner rispetto a padri eterosessuali.

Fonte: f. Guida, C. Guerra, Paternità e maternità nelle coppie omosessuali: quando i genitori sono dello stesso sesso, Rivista di Sessuologia, vol 31 (1) 2007


MATERNITA' LESBICA

Sicuramente sulla maternità lesbica vi sono ancora moltissimi pregiudizi, come se una madre non rimanesse tale, a prescindere dal suo orientamento sessuale. Del resto, una propensione sessuale verso il sesso maschile anziché femminile non è, in sé stessa, garanzia di stabilità psico-affettiva e di affidabilità materna: quante donne eterosessuali uccidono o trattano in modo pessimo i loro figli?
E la cosa succede, purtroppo, tanto nelle famiglie svantaggiate quanto in quelle così dette 'normali', se non addirittura 'buone'.
La preoccupazione principale è quella che la maternità lesbica possa rappresentare un handicap per i figli, specialmente maschi, in quanto verrebbero privati di un modello di identificazione paterna o, più in generale, maschile.
Diversi studi tuttavia sembrano dimostrare il contrario:
Mucklow e Phelan (1979, Lesbians and traditional mothers' responses to adult response to child behavior and self-concept Psychological Reports 44, 880-882) esaminando 34 madri lesbiche e 47 eterosessuali trovarono che i due gruppi di madri non differivano affatto nelle attitudini materne o nel self-concept.
Green ed altri (1986 - Lesbian mothers and their children: A comparison with solo parent heterosexual mothers and their children, Archives of Sexual Behavior 15, 167-184) hanno cercato di chiarire se la genitorialità materna omosessuale differisca, in qualche misura, da quella monogenitoriale omosessuale, evidenziando che le prime difficoltà incontrate dai figli allevati in un nucelo monogenitoriale omosessuale sono fortemente legate alla separazione o al divorzio dei genitori.
E' vero tuttavia che i figli di genitori omosessuali hanno una minore adesione ai ruoli tradizionali maschili e femminili, ma questa distanza dai modelli tradizionali di comportamento non sembra necessariamente spingere verso l'omosessualità, anche perché non bisogna dimenticare che la famiglia allargata del genitore omosessuale è, in genere, eterosessuale e dunque in essa vi si possono trovare anche figure maschili che possano essere di riferimento per i figli.
Un'altra ricerca, effettuata da B. Hoeffer (1981- Children's acquisition of sex role behavior in lesbian-mothers families- American Journal of Orthopsychiatry 51, 536-544) ha mostrato che, indipendentemente dall'orientamento sessuale della mdre, i figli di entrambi i sessi si orientavano preferibilmente verso i giocattoli tradizionalmente associati al loro sesso. I maschi in particolare cercano giocattoli solo maschili, mentre le femmine sono orientate verso giocattoli associati ad entrambi i sessi (dunque, se vi fosse un pericolo nell'identificazione sessuale, questa riguarderebbe più le figlie femmine che i figli maschi). Tale risultato comunque sembra più imputabile all'influenza dei modelli esterni piuttosto che all'incoraggiamento della madre.
Inopltre, da questa ricerca si evince che tra le due donne della famiglia, non c'è una sostanziale ripartizione di ruoli in senso tradizionale e le funzioni sono ripartite sulla base delle predisposizioni personali delle due mamme verso la cura o la crescita dei figli.
Sono stati studiati anche gli effetti dell'età in cui i bambini vengono a conoscenza dell'omosessualità genitoriale: sembra che essi fronteggino meglio questa conoscenza quando arriva nell'infanzia o nella prima adolescenza.
Altre ricerche mostrano inoltre come la madre lesbica sia più orientata verso il bambino di quanto non lo sia la madre omosessuale.
Da tutto ciò, si potrebbe concludere che, almeno secondo i dati disponibili al momento, i pregiudizi ed i radicati timori sociali sullo stile educativo della coppia lesbica siano infondati.

Fonte: Guida, Guerra, Paternità e maternità nelle coppie omosessuali: quando i genitori sono dello stesso sesso, ed. Rivista di Sessuologia, n. 31/1 41-43


LA TERAPIA RIPARATIVA DELLA SESSUALITA'

A partire dal 1973 l'American Psychiatric Association (APA) ha cominciato a de-patologizzare l'omosessualità, escludendo l'orientamento omosessuale, in quanto tale, dalle patologie psichiatriche.

Alcuni psicologi non hanno condiviso questa decisione ed hanno accusato una ipotetica 'lobby gay' di voler 'normalizzare' ciò che invece è per loro 'patologico'. Ma questi dissidenti non si sono fermati qui: hanno infatti messo a punto delle terapie specifiche per curare l'omosessualità, definendole 'terapie riparative dell'omosessualità'.

I due principali teorici della terapia riparativa sono Charles Socarides e Joseph Nicolosi, il primo fondatore ed il secondo attuale presidente della NARTH (National Association for the Research and Therapy of Homosexuality), nata nel 1992. Questa associazione si rivolge ai non gay, cioè a quegli omosessuali che non accettano il loro orientamento sessuale e dunque non si riconoscono in una identità ed in uno stile di vita gay.

Socarides nel 1978 ha ipotizzato (Homosexuality: psychoanalytic therapy) che l'omosessualità maschile nasca nei primi tre anni di vita del bambino, a causa di un rapporto distorto tra madre e figlio. In particolare, la fase più importante da tenere in considerazione, per questo autore, sarebbe quella della separazione-individuazione (vedi Mahler e Goslimer, 1955). La potente simbiosi del bambino con la madre, che non riesce a canalizzarsi nella normale separazione e individuazione, cioè nel vedere sé stesso e la madre come due persone separate e distinte, porterebbe il piccolo ad avere un'identificazione femminile primaria con la madre.

Con queste premesse, Socarides propone un trattamento psicoanalitico, che sfrutti le potenzialità del transfert, per affrontare e risolvere il conflitto principale, abbandonando la condizione di omosessualità nevrotiva sviluppata, in favore dell'eterosessualità.

J. Nicolosi nel 1991 ha pubblicato Reparative Therapy of Male Homosexuality: a new clinical approach (tr. Omosessualità maschile: un nuovo approccio Ed. Sugarco Milano 2002). Questo autore punta invece il dito sul rapporto del figlio con la figura paterna. L'identità di genere verrebbe acquisita entro i primi tre anni di vita. Secondo Nicolosi, il bambino sposterebbe la propria identificazione dalla madre al padre: se il padre però non lo aiuta in questa fase di transizione (e non lo difende dalla madre, che invece vorrebbe continuare a lungo questa fase simbiotica) insorgono le condizioni che poi determinano l'omosessualità, ovvero il legame troppo stretto fra madre e figlio, con una figura paterna assente e comunque deficitaria nel suo compito di sviluppo.
Secondo questa teoria dunque il bambino svilupperebbe un distacco difensivo nei confronti del padre che lo ha respinto e della mascolinità in generale. Il distacco difensivo, secondo Nicolosi, produrrebbe un deficit sia nell'identità di genere, sia nella fiducia in sé e nella assertività. Nella fase di transizione erotica poi, fra i 13 ed i 15 anni, i bisogni di affermazione e identificazione insoddisfatti dal padre assumerebbero una connotazione sessuale. Il rapporto con un partner dello stesso sesso rappresenterebbe dunque per l'omosessuale l'unica possibilità per superare il senso di debolezza e incompetenza vissuto verso gli attributi fisici e sociali della mascolinità.

Il trattamento proposto da questo teorico prevede anzitutto il perdono del padre e l'abbandono della fantasia per la quale le attenzioni paterne, seppure negate in passato possano, nel momento presente, modificare la propria condizione di omosessualità.
L'idea di mascolinità del paziente dovrà dunque, nel corso della terapia, essere demistificata e rappresentata come una meta possibile, raggiungibile anche senza l'attività sessuale con un partner dello stesso sesso. Fondamentali diventano allora in questo approccio i rapporti di amicizia (non erotici) con altri uomini eterosessuali. Così l'attrazione omoerotica secondo Nicolosi si trasformerebbe in sentimenti di amicizia mentre si svilupperà nel contempo un interesse per persone del sesso opposto.

Un altro teorico, G. van den Aardweg - che nel 1997 ha pubblicato Una strada per il domani: guida all'(auto)terapia dell'omosessualità Città Nuova Editrice, 2004- ridimensiona il rapporto con i genitori e considera 'periodo critico' quello dell'adolescenza e dei rapporti fra coetanei. Il sentirsi inferiore agli altri, l'ammirazione per individui idealizzati dello stesso sesso, porterebbe all'attrazione erotica. Il metodo terapeutico indicato è quello dell'autoterapia, ovvero un comportamento segnato da un atto di volontà, accompagnato da preghiera, autodisciplina e sincerità. Dovrà poi essere applicato il metodo dell' iperdrammatizzazione sviluppato da Arndt (1961), che si basa sull'esagerazione degli aspetti tragici e drammatici.

GA Reckers (1982- Growing Up Straight:What Families Should Know About Homosexuality, Moody Press Chicago) propone invece un approccio comportamentista dell'omosessualità, considerata un comportamento appreso che può essere prevenuto.Importante è l'educazione cristiana e il controllo delle amicizie del figlio da parte dei genitori. Come procedimento terapeutico viene suggerito quello classico della desensibilizzazione sistematica agli stimoli omosessuali e un training nelle abilità sociali finalizzato al superamento della timidezza, che non permetterebbe al paziente di avvicendarsi nelle relazioni eterosessuali.

Malgrado queste teorie siano avversate dall'APA e dal mondo scientifico della psicologia, esse si sono rapidamente diffuse negli Stati Uniti. Sbagliato, dicono i critici, è il presupposto stesso della terapia 'riparativa': l'omosessualità non è una malattia e dunque non va 'riparata'. Moltissimi studi inoltre hanno dimostrato che la condizione omosessuale non è correlata ad una maggiore presenza di indicatori del disagio psichico rispetto all'eterosessualità.
AR Isay (1989 Essere omosessuali, Cortina, 1996) sostiene ad esempio che si è omosessuali dalla nascita e ciò che cambia è solamente il modo in cui si esprime tale tendenza nel corso degli anni.
Se l'omosessualità non è una patologia comunque, ciò non esclude che alcuni omosessuali non siano felici della loro condizione e desiderino effettivamente essere 'riparati'. Del resto, lo stesso Nicolosi sostiene di volersi rivolgere a questo genere di pazienti e non a quelli che accettano la loro condizione e di essa ne sono 'gay' (=felici).
Ma come si fa a capire se un soggetto decide di sottoporsi ad una terapia riparativa perché ne è convinto o se lo fa perché spinto dal suo ambiente, dalla sua famiglia, che magari considera la sua omosessualità come un grave peccato?

Che dire poi dei risultati terapeutici? Scegliere la castità o cercarsi un partner eterosessuale significa essere 'guariti'? Quanti omosessuali compiono già, senza alcuna terapia, questo genere di scelte, per difendersi dal pregiudizio sociale di una società omofoba? E poi, chi è bisex è in parte 'guarito' o non lo è per niente? C'è poi il problema del follow up: questi eterosessuali per 'atto di volontà', quanto tempo riescono a restare tali?

E se invece la terapia riparativa danneggiasse il paziente? Così la pensano coloro che sono contrari a questa terapia: illudere il paziente di poter cambiare l'orientamento sessuale e poi non riuscirvi potrebbe arrecare un grave danno all'equilibrio psicologico della persona. E, come si può immaginare, sentirsi falliti nel proprio gruppo sociale, colmi di vergogna per la propria inconfessabile condizione, può portare un soggetto alla depressione, se non al peggio.

Fonte: D. Stroscio, La terapia riparativa dell'omosessualità, Rivista di Sessuologia, CIS, vol. 31 n. 1, 2007

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Ultimo aggiornamento psicolinea.it: 12/12/2011

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