FATTORI ESTETICI
NELL'ATTRAZIONE SESSUALE
Il giudizio estetico svolge sicuramente un ruolo molto importante
nell'attrazione sessuale.
Ciò che ci sembra bello nel partner è solo in parte influenzato dalla
cultura, dalla società e dai media: la capacità di riconoscere la
bellezza è infatti una capacità innata e universale che si basa su
alcune fondamentali regole di sopravvivenza, modellate dalla selezione
naturale.
I maschi sono particolarmente attratti da questi fattori: pelle pulita,
occhi e labbra grandi, denti sani, zigomi delicati, mento piccolo.
Queste caratteristiche sono indice di un livello ormonale più o meno
ottimale e dunque di una possibile
fertilità (Enquist M. e Ghirlanda S.,Evolutionary biology.
The secrets of faces, Nature, 27, 394 1998).
Stessa cosa per il corpo, che
deve essere giovane, proporzionato, con
un rapporto fra la vita ed i fianchi di 0,7 (Furnham A.,
McClelland, Omer A., A cross-cultural of ratings of perceived fecondity
and sexual attractiveness as a function of body weight and waist to-hip
ratio, Psychological Health, 8, 2003). La
distribuzione di grasso corporeo che questo numero (0,7) riflette è
anch'essa associata ad una buona capacità riproduttiva, perché è il
segno di un equilibrio ormonale
ottimale (Singh D., Female mate value at a
glance.Relationship of waiste-to-hip ratio to health, fecundity and
attractiveness Neuroendocrinol. Lett. 23 (suppl. 4), 2002). Tale
rapporto è anche un indicatore delle condizioni di salute nel lungo
periodo, perché molte patologie sono risultate associate ad una diversa
distribuzione del grasso corporeo dissimile da questa.
Gli uomini estroversi sono
attratti da figure di donne nude e
formose, gli individui
depressi e sottomessi al contrario preferiscono le
donne vestite e con i seni più piccoli
(Wiggins J.S.Wiggins N., Conger J.C., Correlates of Heterosexual
Somatic Preference, J. Pers. Soc. Psychol. 10, 1968 e Mathews A.M.,
Bancroft J.H.J., Slater P., The Principal Components of Sexual
Preference Br. J. Soc. Clin. Psychol. 14 1972).
Per quanto riguarda le donne,
esse preferiscono uomini dal corpo
alto, slanciato e muscoloso, riflettente affidabilità, garanzia
di tutela e buone caratteristiche genetiche, tale da assicurare la
nascita di una prole capace di sopravvivere al meglio. Il
modello maschile dominante è
stato per molto tempo quello dell'uomo
peloso, con muscoli ben sviluppati, lineamenti squadrati, naso
pronunciato, guance e zigomi alti e voce profonda (Maisey
D.S., Vale E.I., Cornelissen P.I., Tovée M.J. Characteristics of male
attractiveness for women, Lancet 1, 353, 1999).
Alcuni studi si sono concentrati sulla
voce maschile considerata più
attraente dalle donne: essa era piena,
declinata, non monotonica, più sottile e intensa di quella dei
maschi non considerati attraenti. (Anolli L., Ciceri R., Analysis of
the vocal profiles of male seduction: from exhibition to self-disclosure,
Journal of General Psychology 129 2002).
Lo sviluppo della società, l'evoluzione della condizione della donna e
la sua minore dipendenza dalla tutela maschile stanno
modificando alcuni di questi criteri
selettivi. Il maschio maggiormente attraente oggi non è più
solo muscoloso e fisicamente dominante:
le donne oggi cercano dei tratti più addolciti, che rimandano ad un
carattere più gentile e a una maggiore disponibilità alla cooperazione.
Fonte: Buizza C., Imbasciati A., La dimensione psicosomatica
dell'attrazione sessuale: una rassegna della letteratura, Rivista di
Sessuologia, vol 31 n. 2, 2007
REGOLA DEL POLLICE E
ORGASMO FEMMINILE
Conoscete il fattore "C-V"? Si tratta della
distanza fra clitoride e vagina,
distanza che viene ora ritenuta responsabile, se eccessiva,
dell'anorgasmia femminile. Non si tratta di una trovata nuova: la teoria
andava di moda già negli anni venti del secolo scorso, tanto che la
psicoanalista francese
Marie
Bonaparte si sottopose addirittura ad un intervento
chirurgico, per ridurre la distanza fra queste due parti dei suoi
genitali, allo scopo di provare l'orgasmo con la sola penetrazione:
i risultati furono deludenti.
Kim Wallen è un professore di psicologia e neuroendocrinologia
comportamentale presso la Emory University, e attualmente sta lavorando
di nuovo sul fattore C-V. A suo avviso, per capire se una donna può
provare l'orgasmo vaginale attraverso la sola stimolazione del pene,
bisogna seguire la 'regola del pollice'
: la distanza clitoride-vagina dovrebbe essere infatti minore di 2.5 cm
--più o meno la dimensione di un pollice.
La Bonaparte raccolse, nella sua pratica clinica, molti dati sulla
distanza C-V, e li pubblicò nel 1924 con uno pseudonimo. Ora il Dr.
Wallen ha ripreso i dati della Bonaparte e li sta analizzando con
criteri scientifici. Pare che abbia trovato delle correlazioni
significative. Nei suoi lavori preliminari è giunto alla conclusione che
solo il 7% delle donne riesce ad avere
l'orgasmo con la sola penetrazione vaginale (dunque meno di
una donna su dieci), mentre le donne completamente
anorgasmiche sarebbero il 27%
(quasi tre donne su dieci).
PRO E CONTRO IL COMPLESSO
EDIPICO
Nell'Ottobre del 1897, Sigmund Freud
scrisse al suo collega ed amico
Wilhelm Fliess:
«Ho trovato in me, come negli altri, dei sentimenti d'amore verso
mia madre e di gelosia verso mio padre, sentimenti che sono, credo,
comuni a tutti i bambini ». Per Freud infatti il complesso edipico
è una fatalità che si verifica per tutti, sin dalla notte dei tempi,
verso i tre anni.
La sua teoria calzava bene nei confronti del maschietto, mentre era più
difficile da adattare al caso delle femmine, dal momento che anche le
bambine avevano, incontestabilmente, come primo oggetto d'amore la mamma
e dunque non poteva esserci un adattamento simmetrico della teoria.
Gli attacchi alla teoria del complesso edipico furono forti ed
immediati, a partire da quelli del presunto erede di freud,
Carl Gustav Jung,
e poi di quelli di
Sandor Ferenczi.
Un intellettuale americano, Jeffrey
Moussaieff Masson, ha aperto una polemica nel 1984 con il
saggio: «The Assault on Truth: Freud's
Suppression of the Seduction Theory »
Nel saggio, Freud viene descritto come un bugiardo, un impostore, un
odioso maschilista, che nega le violenze subite dalle bambine. I
filosofi Gilles Deleuze e Félix Guattari uscirono con «L'anti-oedipe» (Les
Editions de Minuit) nel 1973, con l'intento di riesaminare la teoria
edipica, alla luce del fatto che per Freud l'omosessualità era ancora
una perversione.
Del resto anche l'antropologia e l'etnologia avevano nel frattempo
criticato l'idea di un complesso edipico universale: infatti, in alcune
etnie, specialmente africane, molte società sono matriarcali e il padre
ha, in quei contesti, un ruolo decisamente secondario. Claude Lévi-Strauss giudicava invece tropo
parziale la scelta di questo mito per spiegare la complessità della
psicologia umana.
Gli psicoanalisti hanno risposto a queste contestazioni sostenendo che
il complesso edipico richiede sostanzialmente un
trio di persone: un bambino
che ha un rapporto fusionale con un genitore e un terzo, un 'separatore',
un rappresentante del mondo esterno, della Legge, che vuole sottrarre
il piccolo a questa fusione. Detto questo, poco importa chi siano gli
attori: padri, madri, zii eccetera.Viene da chiedersi allora cosa
potrebbe essere l'Edipo se una madre
alleva da sola i propri figli, come spesso accade.
L'essenziale, risponde qyi lo psicoanalista Juan David Nasio nel suo
«L'oedipe, le concept le plus crucial de la psychanalyse» (Payot,
2005) è che il figlio non sia l'unico
amore della madre. Se la madre non ha un partner, la figura
del padre può essere sostituita da un terzo che attrae il suo
desiderio e che si interpone fra madre e figlio, permettendo a quest'ultimo
di raggiungere l'autonomia.
Insomma, per i freudiani non ci sono dubbi:
il complesso edipico è ancora la fase
cruciale dello sviluppo psicologico. Esso ci insegna a
canalizzare le nostre pyulsioni, a rinunciare ai desideri impossibili,
integrando la proibizione dell'incesto. Senza l'Edipo non diventeremmo
mai degli esseri sociali, saremmo incapaci di amare e di costruire un
rapporto di coppia, o una famiglia.
Per gli psicoanalisti ortodossi siamo dunque ancora ben lontani dal
colpo finale che potrebbe uccidere la psicoanalisi.
Adattato da Le Matin
Febb 2008
OMOFOBIA ED ETEROSESSISMO
Se l'omofilia
è la predilezione per individui dello stesso sesso (che non si
traduce necessariamente in atti sessuali, come nel caso
dell'omosessualità), l'omofobia
è la 'paura degli eterosessuali di
trovarsi a stretto contatto con gli omosessuali'. La
definizione fu coniata da G. Weinberg nel 1972 (Society and the
healthy homosexual, St. Martin's N.Y.), il quale intendeva anche,
con lo stesso termine, il 'disgusto di
sé stessi' (self loathing) che provano gli
omosessuali.
Successivi studi hanno però ritenuto che la parola
'fobia' fosse inappropriata
per questo comportamento: non si tratterebbe infatti di un tratto
clinico individuale, ma di una
ideologia eterosessista
che domina la società e la politica. Infatti, per Herek il pregiudizio
individuale verso lesbiche e gay, che si esprime come disgusto, ostilità
o condanna dell'omosessualità , delle lesbiche e dei gay, è un
atteggiamento che viene appreso.
(G.M. Herek, Heterosexism and homophobia, in Cabay RP, Stein TS -
Textbook of homosexuality and mental health, American psychiatric Press
Washington, 1996).
Secondo Szymanski (Szymanski
DM, Relations among dimension of feminism and internalized heterosexism
in lesbian and bisexual womens, Sex Roles, 51, 2004 ) inoltre, gli
atteggiamenti negativi contro i gay e le lesbiche non sono
necessariamente irrazionali o il riflesso di una paura, ma possono
essere delle scelte intenzionali
contro la minaccia percepita dal gruppo dominante, o comunque
finalizzata ad imporre valori culturali
e religiosi.
Anche secondo Ross e Rosser (MW
Ross, BRS Rosser, Measurement and correlated of internalized homophobia:
A factor analytic study, Journal of Clinical Psychology, 1996) il
termine omofobia indica una concezione
negativa dell'omosessualità, piuttosto che denotare una fobia o
la paura degli omosessuali.
Sono state quindi proposte definizioni diverse, come
'omonegativismo',
'omosessismo',
'eterosessismo' per esprimere
una designazione esclusiva dell'intero universo di atteggiamenti
negativi verso l'omosessualità e le persone omosessuali (dal
pregiudizio individuale alla violenza personale, alla discriminazione
istituzionalizzata).
Le variabili demografiche, sociali e psicologiche associate ad un
atteggiamento omonegativo
sono:
- età avanzata e basso livello di istruzione
- scarsi contatti personali con persone omosessuali
- atteggiamento conservatore rispetto ai ruoli di genere
- forte indottrinamento religioso
Analogamente, l'eterosessismo
(Herek, 1996 op.cit.) è 'il sistema
ideologico che rifiuta, denigra e stigmatizza ogni forma di
comportamento, identità, relazione o comunità di tipo non eterosessuale'.
Esso si manifesta sia a livello individuale che a livello culturale,
pervadendo i costumi e le istituzioni sociali.
Fonte: A. Montano, L'omofobia interiorizzata come problema centrale del
processo di formazione dell'identità omosessuale, Rivista di
sessuologia, vol. 31 (1) 2007
PADRI GAY
In una ricerca del 1981, R.M. Scallen (An investigation of
parental attitudes and behaviors in homosexual and heterosexual fathers,
Dissertation Abstract International 42, 9) ha comparato padri gay e
padri non gay, utilizzando il questionario che indaga le abilità del
ruolo paterno (EFRQ). Egli ha notato che
i padri gay sono stati più di sostegno
per i figli e meno tradizionalisti nel loro approccio di genitore.
Harris e Tunner, nel 1985 (Gay and Lesbian parents, Journal of
Homosexuality 12 (2), 101-103) hanno invece messo in risalto che
molti padri gay si relazionano in modo positivo con i figli e che
l'orientamento sessuale del padre è poco importante all'interno della
relazione con i figli. Infine, sembra che
i padri gay cerchino tenacemente una
stabilità nella vita familiare, a volte più dei genitori eterosessuali.
Ancora Harris e Tunner (1986, Gay and Lesbian Fathers,
Journal of Homosexuality, 12 (2) 101-103) sono arrivati alla
conclusione che l'omosessualità non sia incompatibile con l'efficaccia
della paternità. Per quanto riguarda il problem solving, il gioco con i
figli, l'incoraggiamento, l'autonomia, la cura, l'allevamento, non c'era
alcuna differenza.
I padri gay risultarono meno autoritari
e più sensibili nei confronti dei bisogni dei loro figli,
rispetto a genitori non-gay.
I padri gay sono inoltre apparsi più
riservati e discreti nelle manifestazioni di intimità con il
loro partner rispetto a padri
eterosessuali.
Fonte: f. Guida, C. Guerra, Paternità e maternità nelle coppie
omosessuali: quando i genitori sono dello stesso sesso, Rivista di
Sessuologia, vol 31 (1) 2007
MATERNITA' LESBICA
Sicuramente sulla maternità lesbica
vi sono ancora moltissimi pregiudizi, come se una madre non rimanesse
tale, a prescindere dal suo
orientamento sessuale. Del resto, una propensione sessuale
verso il sesso maschile anziché femminile non è, in sé stessa, garanzia
di stabilità psico-affettiva e di affidabilità materna: quante donne
eterosessuali uccidono o trattano in modo pessimo i loro figli?
E la cosa succede, purtroppo, tanto nelle famiglie svantaggiate quanto
in quelle così dette 'normali', se non addirittura 'buone'.
La preoccupazione principale è quella che
la maternità lesbica possa
rappresentare un handicap per i figli, specialmente maschi, in
quanto verrebbero privati di un modello di identificazione paterna o,
più in generale, maschile.
Diversi studi tuttavia sembrano dimostrare il contrario:
Mucklow e Phelan (1979, Lesbians and traditional mothers' responses
to adult response to child behavior and self-concept Psychological
Reports 44, 880-882) esaminando 34 madri lesbiche e 47
eterosessuali trovarono che i due
gruppi di madri non differivano affatto nelle attitudini materne o nel
self-concept.
Green ed altri (1986 - Lesbian mothers and their children:
A comparison with solo parent heterosexual mothers and their children,
Archives of Sexual Behavior 15, 167-184) hanno cercato di chiarire
se la genitorialità materna omosessuale differisca, in qualche misura,
da quella monogenitoriale omosessuale, evidenziando che
le prime difficoltà incontrate dai
figli allevati in un nucelo monogenitoriale omosessuale sono fortemente
legate alla separazione o al divorzio dei genitori.
E' vero tuttavia che i figli di genitori omosessuali hanno una
minore adesione ai ruoli tradizionali
maschili e femminili, ma questa distanza dai modelli
tradizionali di comportamento non sembra necessariamente spingere verso
l'omosessualità, anche perché non bisogna dimenticare che la
famiglia allargata del genitore omosessuale è, in genere,
eterosessuale e dunque in essa vi si possono trovare anche figure
maschili che possano essere di riferimento per i figli.
Un'altra ricerca, effettuata da B. Hoeffer (1981- Children's
acquisition of sex role behavior in lesbian-mothers families- American
Journal of Orthopsychiatry 51, 536-544) ha mostrato che,
indipendentemente dall'orientamento sessuale della mdre,
i figli di entrambi i sessi si
orientavano preferibilmente verso i giocattoli tradizionalmente
associati al loro sesso. I maschi in particolare cercano
giocattoli solo maschili, mentre le femmine sono orientate verso
giocattoli associati ad entrambi i sessi (dunque, se vi fosse un
pericolo nell'identificazione sessuale, questa riguarderebbe più le
figlie femmine che i figli maschi). Tale risultato comunque sembra
più imputabile all'influenza dei modelli esterni piuttosto che
all'incoraggiamento della madre.
Inopltre, da questa ricerca si evince che tra le due donne della
famiglia, non c'è una sostanziale ripartizione di ruoli in senso
tradizionale e le funzioni sono ripartite sulla base delle
predisposizioni personali delle due mamme verso la cura o la crescita
dei figli.
Sono stati studiati anche gli effetti
dell'età in cui i bambini vengono a conoscenza
dell'omosessualità genitoriale:
sembra che essi fronteggino meglio questa conoscenza quando arriva
nell'infanzia o nella prima adolescenza.
Altre ricerche mostrano inoltre come la madre lesbica sia più orientata
verso il bambino di quanto non lo sia la madre omosessuale.
Da tutto ciò, si
potrebbe concludere che, almeno secondo
i dati disponibili al momento, i pregiudizi ed i radicati
timori sociali sullo stile educativo della coppia lesbica siano
infondati.
Fonte: Guida, Guerra, Paternità e maternità nelle coppie omosessuali:
quando i genitori sono dello stesso sesso, ed. Rivista di Sessuologia,
n. 31/1 41-43
LA TERAPIA RIPARATIVA DELLA SESSUALITA'
A partire dal 1973 l'American
Psychiatric Association (APA)
ha cominciato a de-patologizzare
l'omosessualità, escludendo l'orientamento omosessuale, in
quanto tale, dalle patologie psichiatriche.
Alcuni psicologi non hanno condiviso questa decisione ed hanno accusato
una ipotetica 'lobby gay'
di voler 'normalizzare' ciò che invece è per loro 'patologico'. Ma
questi dissidenti non si sono fermati qui: hanno infatti messo a punto
delle terapie specifiche per curare
l'omosessualità, definendole 'terapie riparative dell'omosessualità'.
I due principali teorici della terapia riparativa sono
Charles Socarides e
Joseph Nicolosi, il primo
fondatore ed il secondo attuale presidente
della
NARTH
(National Association for the Research and Therapy
of Homosexuality), nata nel 1992. Questa associazione
si rivolge ai non gay, cioè a
quegli omosessuali che non accettano il loro orientamento sessuale e
dunque non si riconoscono in una identità ed in uno
stile di vita gay.
Socarides nel 1978 ha
ipotizzato (Homosexuality:
psychoanalytic therapy) che l'omosessualità maschile nasca nei
primi tre anni di vita del bambino, a causa di un rapporto distorto tra
madre e figlio. In particolare, la fase più importante da tenere in
considerazione, per questo autore, sarebbe quella della
separazione-individuazione
(vedi Mahler e Goslimer, 1955). La potente simbiosi del bambino con la
madre, che non riesce a canalizzarsi nella normale separazione e
individuazione, cioè nel vedere sé stesso e la madre come due persone
separate e distinte, porterebbe il piccolo ad avere
un'identificazione femminile primaria
con la madre.
Con queste premesse, Socarides propone un trattamento
psicoanalitico, che sfrutti le potenzialità del
transfert, per affrontare e
risolvere il conflitto principale, abbandonando la condizione di
omosessualità nevrotiva sviluppata, in favore dell'eterosessualità.
J. Nicolosi nel 1991 ha
pubblicato Reparative Therapy of Male
Homosexuality: a new clinical approach (tr. Omosessualità
maschile: un nuovo approccio Ed. Sugarco Milano 2002). Questo autore
punta invece il dito sul rapporto del
figlio con la figura paterna. L'identità di genere verrebbe
acquisita entro i primi tre anni di vita. Secondo Nicolosi, il bambino
sposterebbe la propria identificazione dalla madre al padre: se il padre
però non lo aiuta in questa fase di transizione (e non lo difende
dalla madre, che invece vorrebbe continuare a lungo questa fase
simbiotica) insorgono le condizioni che poi determinano
l'omosessualità, ovvero il legame
troppo stretto fra madre e figlio, con una figura paterna assente e
comunque deficitaria nel suo compito di sviluppo.
Secondo questa teoria dunque il bambino svilupperebbe un
distacco difensivo nei confronti del padre che lo ha respinto e della
mascolinità in generale. Il distacco
difensivo, secondo Nicolosi, produrrebbe un deficit sia
nell'identità di genere, sia nella fiducia in sé e nella assertività.
Nella fase di transizione erotica poi, fra i 13 ed i 15 anni, i bisogni
di affermazione e identificazione insoddisfatti dal padre assumerebbero
una connotazione sessuale. Il
rapporto con un partner dello stesso sesso rappresenterebbe dunque per
l'omosessuale l'unica possibilità per
superare il senso di debolezza e incompetenza vissuto verso gli
attributi fisici e sociali della mascolinità.
Il trattamento proposto da questo teorico prevede anzitutto il
perdono del padre e l'abbandono della fantasia per la quale le
attenzioni paterne, seppure negate in passato possano, nel momento
presente, modificare la propria condizione di omosessualità.
L'idea di mascolinità del paziente dovrà dunque, nel corso della
terapia, essere demistificata e rappresentata come
una meta possibile, raggiungibile
anche senza l'attività sessuale con un partner dello stesso sesso.
Fondamentali diventano allora in questo approccio i rapporti di amicizia
(non erotici) con altri uomini eterosessuali. Così l'attrazione
omoerotica secondo Nicolosi si trasformerebbe in sentimenti di amicizia
mentre si svilupperà nel contempo un interesse per persone del sesso
opposto.
Un altro teorico, G. van den Aardweg
- che nel 1997 ha pubblicato
Una strada per il domani: guida all'(auto)terapia dell'omosessualità
Città Nuova Editrice, 2004- ridimensiona il rapporto con i
genitori e considera 'periodo critico' quello dell'adolescenza e dei
rapporti fra coetanei. Il
sentirsi inferiore agli altri, l'ammirazione per individui idealizzati
dello stesso sesso, porterebbe all'attrazione erotica. Il metodo
terapeutico indicato è quello dell'autoterapia, ovvero un comportamento
segnato da un atto di volontà,
accompagnato da preghiera,
autodisciplina e sincerità. Dovrà poi essere applicato il
metodo dell' iperdrammatizzazione
sviluppato da Arndt (1961), che si basa sull'esagerazione degli aspetti
tragici e drammatici.
GA Reckers (1982-
Growing Up Straight:What Families
Should Know About Homosexuality, Moody Press Chicago) propone
invece un approccio comportamentista dell'omosessualità, considerata un
comportamento appreso che può
essere prevenuto.Importante è l'educazione cristiana e il controllo
delle amicizie del figlio da parte dei genitori. Come procedimento
terapeutico viene suggerito quello classico della desensibilizzazione
sistematica agli stimoli omosessuali
e un training nelle abilità sociali
finalizzato al superamento della
timidezza, che non permetterebbe
al paziente di avvicendarsi nelle relazioni eterosessuali.
Malgrado queste teorie siano avversate dall'APA e dal
mondo scientifico della psicologia, esse si sono rapidamente diffuse
negli Stati Uniti. Sbagliato, dicono i critici, è il presupposto
stesso della terapia 'riparativa':
l'omosessualità non è una malattia e dunque non va 'riparata'.
Moltissimi studi inoltre hanno dimostrato che la condizione
omosessuale non è correlata ad una maggiore presenza di indicatori del
disagio psichico rispetto all'eterosessualità.
AR Isay (1989
Essere omosessuali, Cortina, 1996)
sostiene ad esempio che si è omosessuali
dalla nascita e ciò che
cambia è solamente il modo in cui si esprime tale tendenza nel corso
degli anni.
Se l'omosessualità non è una patologia comunque, ciò non esclude che
alcuni omosessuali non siano felici della loro condizione
e desiderino effettivamente essere 'riparati'.
Del resto, lo stesso Nicolosi sostiene di volersi rivolgere a questo
genere di pazienti e non a quelli che accettano la loro condizione e
di essa ne sono 'gay' (=felici).
Ma come si fa a capire se un soggetto decide di sottoporsi ad una
terapia riparativa perché ne è convinto o se lo fa perché spinto dal
suo ambiente, dalla sua famiglia, che magari considera la sua
omosessualità come un grave peccato?
Che dire poi dei risultati
terapeutici? Scegliere la castità o cercarsi un partner
eterosessuale significa essere 'guariti'? Quanti omosessuali compiono
già, senza alcuna terapia, questo genere di scelte, per difendersi dal
pregiudizio sociale di una società omofoba? E poi, chi è
bisex è in parte 'guarito' o
non lo è per niente? C'è poi il problema del
follow up: questi
eterosessuali per 'atto di volontà', quanto tempo riescono a restare
tali?
E se invece la terapia riparativa
danneggiasse il paziente? Così la pensano coloro che sono
contrari a questa terapia: illudere il paziente di poter cambiare
l'orientamento sessuale e poi non riuscirvi potrebbe arrecare un grave
danno all'equilibrio psicologico della persona. E, come si può
immaginare, sentirsi falliti nel proprio gruppo sociale, colmi di
vergogna per la propria inconfessabile condizione, può portare un
soggetto alla depressione, se non al peggio.
Fonte: D. Stroscio, La terapia riparativa
dell'omosessualità, Rivista di Sessuologia, CIS, vol. 31 n. 1, 2007
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