Milgram
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Nei primi anni sessanta fu condotto un esperimento psicologico molto importante, di cui si discute ancora oggi: l’esperimento Milgram, dal nome di Stanley Milgram, ricercatore presso l’Università di Yale, il quale fece costruire per questo esperimento una particolare apparecchiatura, che apparentemente serviva per somministrare scosse elettriche.

Nella fase iniziale della prova, lo sperimentatore, assieme a un complice, assegnava con un sorteggio truccato i ruoli di “allievo” e di “insegnante”: il soggetto ignaro era sempre sorteggiato come insegnante e il complice come allievo.

I due soggetti venivano poi condotti nelle stanze predisposte per l’esperimento.

L’insegnante (soggetto ignaro) era posto di fronte al quadro di controllo di un generatore di corrente elettrica, composto da 30 interruttori a leva posti in fila orizzontale, sotto ognuno dei quali era scritto il voltaggio, dai 15 V del primo ai 450 V dell’ultimo.

Sotto ogni gruppo di 4 interruttori apparivano le seguenti scritte:

(1-4) scossa leggera,
(5-8) scossa media,
(9-12) scossa forte,
(13-16) scossa molto forte,
(17-20) scossa intensa,
(21-24) scossa molto intensa,
(25-28) attenzione: scossa molto pericolosa,
(29-30) XXX.

All’insegnante era fatta percepire la scossa relativa alla terza leva (45 V) in modo che si rendesse personalmente conto che non vi erano finzioni e gli venivano precisati i suoi compiti come segue:
– Leggere all’allievo coppie di parole, per esempio: “scatola azzurra”, “giornata serena”;
– Ripetere la seconda parola di ogni coppia accompagnata da quattro associazioni alternative, per esempio: “azzurra – auto, acqua, scatola, lampada”;
– Decidere se la risposta fornita dall’allievo era corretta;
in caso fosse sbagliata, infliggere una punizione, aumentando l’intensità della scossa a ogni errore dell’allievo.

Va detto che la premessa da cui muoveva Stanley Milgram, solo 18 anni dopo l’Olocausto nazista era questa: come avevano potuto, i soldati delle SS, giungere a tanto, solo per il fatto di aver ricevuto un ordine? E soprattutto, avrebbe potuto risuccedere? Faceva parte della natura umana? L’esperimento Milgram dimostrava esattamente questo: che le persone “buone” possono diventare “cattive” se ricevono ordini superiori a farlo (Zimbardo ha recentemente chiamato questo effetto, “effetto Lucifero“)

Il prossimo mese ricorre il 50° anniversario del primo lavoro pubblicato da Milgram sull’esperimento e si è anche riacceso il dibattito sulla veridicità dei risultati ottenuti.

Christopher Shea sul Boston Globe ha scritto un interessante articolo sull’argomento, ricordando che in realtà i risultati ottenuti non sono stati esenti da critiche e scetticismo e  nel quale recensisce un libro recentemente pubblicato negli USA: Behind the Shock Machine: The Untold Story of the Notorious Milgram Psychology Experiments (dietro la macchina degli shock: la storia non detta del famigerato esperimento psicologico di Milgram) della psicologa e divulgatrice australiana Gina Perry.

La Perry racconta di essere partita da una visione rispettosa dell’esperimento Milgram, pensando che sarebbe stato interessante rintracciare i partecipanti all’esperimento per ascoltare la loro versione della storia.

Ne è venuto fuori che la ricercatrice è rimasta inorridita per il modo in cui i soggetti hanno riferito di essere stati trattati, e sorpresa da quello che lei ha definito “la sciatteria della ricerca”. “Più ho guardato il funzionamento interno di questo esperimento “, ha scritto, “e più artificiosi e poco convincenti i risultati mi sono sembrati”.

Gli esperimenti di Milgram sono stati pubblicati dapprima sul Journal of Abnormal and Social Psychology (ottobre 1963), ma dell’esperimento sono stati prodotti anche dei video, come  “Obedience”.

L’esperimento è entrato immediatamente nella storia della psicologia, ma le critiche non sono mai mancate, sin dal primo momento. Già nel giugno 1964, su American Psychologist, Diana Baumrind, una psicologa, si chiese se l’esperimento potesse essere considerato etico e contestava la “posizione di indifferenza” di Milgram, chiedendosi se un esperimento congegnato in questo modo potesse realmente offrire una comprensione su come le persone agiscono nel mondo reale.

Questo genere di critiche hanno accompagnato tutti gli esperimenti di Milgram, il quale, nonostante la fama di cui ancora oggi gode (se ne è riparlato recentemente per i casi di tortura nel carcere di Abu Ghraib) ai suoi tempi non fece carriera. Non riuscì infatti ad ottenere un contratto ad Harvard , dove si trasferì nel 1962 , e gli fu negato anche il finanziamento di follow-up per il suo lavoro. (Milgram ha insegnato presso la City University di New York, fino alla sua morte, avvenuta nel 1984).

Milgram effettuò circa una ventina di esperimenti simili, utilizzando vari gradi di coercizione. In uno, il “professore” spingeva la mano dell’allievo direttamente su una piastra elettrica, in un altro lo sperimentatore dava istruzioni in merito alla procedura di scosse elettriche da somministrare, ma poi lasciava la stanza, in un terzo vi erano due ” sperimentatori ” che davano istruzioni contrastanti . (Quando i due sperimentatori in disaccordo erano entrambi nella stanza, nessuno dei partecipanti utilizzava gli shock elettrici al livello più alto).

Sembra tuttavia che in più della metà degli esperimenti, almeno il 60 per cento dei soggetti disobbedì allo sperimentatore prima di raggiungere il massimo livello di tensione, una statistica che potrebbe cambiare completamente l’idea che si ha di questo esperimento. Un altra questione è quella dei soggetti che non credevano alla messa in scena degli shock elettrici (circa il 25%), che però sono stati conteggiati nel campione.

Alcune di queste complicazioni sono state descritte da Milgram stesso nel libro ” Obedience to Authority : An Experimental View “, pubblicato nel 1974 , altri sono stati rinvenuti dagli studiosi negli archivi.

Ad esempio, in un articolo pubblicato in History of Psychology quest’anno Stephen Gibson, docente di psicologia presso la York St. John University in Gran Bretagna , ha osservato che a volte lo sperimentatore andava nella stanza dell’ ” allievo” che era in silenzio e poi tornava riferendo che stava bene. Questo importante dettaglio è stato omesso negli scritti di Milgram .

I nastri registrati mostrano inoltre che gli sperimentatori di Milgram invitavano il soggetto ad andare avanti con delle frasi convenute, come : “La prego continui” ( o “Per favore , vada avanti ” ), ” L’esperimento richiede che si continui ” , ” E’ assolutamente essenziale che si continui” e “non ha altra scelta, si deve andare avanti”. In alcune occasioni si vede che se il soggetto tentenna, nonostante le frasi di pungolo e l’esperimento finisce qui… Ma non sempre è andata così.

In una serie di esperimenti che coinvolgevano soggetti di sesso femminile, racconta la Perry, lo sperimentatore insistette per ben 26 volte affinché una donna continuasse a rimanere in quel laboratorio e a fare ciò che le veniva detto, il che, ammette la Perry, è  “piuttosto desolante”.

Il disagio dei partecipanti allo studio è divenuta così la maggiore preoccupazione della Perry. Milgram diceva che l’84 per cento dei suoi soggetti aveva riferito di essere stato felice di aver partecipato a questo esperimento
(solo l’1,3 per cento disse “sono dispiaciuto” o “sono molto dispiaciuto “, gli altri si mostrarono indifferenti) , e che tutti erano stati informati del trucco dell’esperimento.

In realtà solo a 600 persone su 780 complessive, dice la Perry, fu detto che le scosse non erano così forti come si poteva pensare, non che fossero del tutto false. Milgram poi spedì per lettera ai partecipanti una spiegazione completa di questo esperimento, ma la cosa avvenne quasi un anno dopo, e molte persone in realtà quella lettera non l’hanno mai letta.

Un soggetto rintracciato dalla Perry, tale Bob Lee, ha capito di aver fatto parte di questo esperimento solo nel 1993, leggendo un articolo sul giornale. Lee ha detto alla Perry che chi conduceva quell’esperimento era “un figlio di p.” Dello stesso tenore altre testimonianze raccolte, che considerano questa partecipazione come un ricordo negativo.

Oggi si ritene ancora che gli esperimenti di Milgram furono di inestimabile valore , ma vi sono altre scuole di pensiero che li vedono solo come generatori di un inutile tormento. La Perry stessa sostiene, in modo sprezzante, che questi esperimenti del 1961 e 1962 sono serviti solamente a dimostrare “ciò che degli scienziati possono convincere la gente a fare”.

Un problema evidente è che gli standard etici dei giorni d’oggi hanno reso le scoperte di Milgram impossibili da replicare.  Tuttavia, nel 2009 , Jerry M. Burger, professore presso la Santa Clara University, ha pubblicato i risultati di uno studio che replicava quello di Milgram, anche se l’esperimento finiva se il soggetto premeva la leva dei 150 volts, dopo una singola protesta vocale dell’
“allievo”.  In questo esperimento tuttavia, il 70 per cento tirò la leva al massimo livello previsto.

Secondo Burger le domande da porsi sono: “è un esperimento che realmente studia l’obbedienza? E’ davvero legato alla Shoah ? Ci sono molti libri scritti su questo argomento nel corso degli ultimi 50 anni. Il che è diverso dal dire che i risultati sono inaffidabili “.

Una debolezza universalmente riconosciuta del lavoro di Milgram è che non è riuscito a fornire una teoria credibile del perché le persone abbiano agito in quel modo. Egli ha semplicemente affermato che essi hanno ceduto al volere di un’autorità , una affermazione che non sembra corrispondere alla complessità delle interazioni in laboratorio.

Stephen D. Reicher , psicologo presso l’ Università di St. Andrews , ha sostenuto in articoli recenti, che le persone non erano passive , come sosteneva Milgram , ma piuttosto cercavano un modo, in una situazione altamente ambigua , di inquadrare il loro comportamento come un segnale positivo: stavano partecipando ad un serio esperimento a Yale, stavano costruendo una pagina di scienza.

Dr. Giuliana Proietti

Fonte:
Stanley Milgram and the uncertainty of evil, Boston Globe

Su psicolinea puoi leggere molto di più sull’esperimento Milgram

Immagine:
Stanley Milgram, Wikimedia

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Dr. Giuliana Proietti
Dr. Giuliana Proietti
● Psicologa-psicoterapeuta (attività libero-professionale in Ancona e Terni)
● Responsabile scientifico del sito www.psicolinea.it
● Saggista e Blogger
● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale
● Conduzione seminari di sviluppo personale
● Attività di formazione ed alta formazione presso Enti privati e pubblici
● Esperienza in psicologia del lavoro (Orientamento e Selezione del Personale)
● Co-fondatrice dei Siti www.psicolinea.it, www.clinicadellacoppia.it, www.clinicadellatimidezza.it e delle attività loro collegate, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali e del loro legame con la sessualità.

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One thought on “Stanley Milgram, ieri e oggi”

  1. La Perry sostiene, in modo sprezzante, che questi esperimenti del 1961 e 1962 sono serviti solamente a dimostrare “ciò che degli scienziati possono convincere la gente a fare”: e vi sembra poco?! Se degli scienziati possono fare questo in cinque minuti cosa può fare un partito politico con in mano TV e giornali?…

    Oltre a questo, vi è da correggere un punto fondamentale dell’articolo: in “Obedience to Authority” Milgram fornisce una teoria dell’accaduto, in particolar modo laddove si parla di eteronomia, legame con l’autorità e influenza dell’ambiente, per non parlare dei riferimenti ad Hannah Arendt.

    Fa male dover constatare che l’essere umano è capace di questo, ma è così, anche se non ci piace. E’ invece importante considerare che l’esperimento aiuta a riflettere circa le nostre responsabilità legate alle nostre azioni. Quante persone conoscete che si mostrano coscienti delle proprie responsabilità nel loro agire quotidiano, soprattutto quando questo comporta delle conseguenze negative per loro e per gli altri?…

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