Studi su pornografia e omosessualità

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ppornografia omosessualitàNegli Stati Uniti c’è stata una notevole mole di ricerca sul comportamento sessuale compulsivo, chiamato anche “dipendenza sessuale” (Carnes, 2001; Coleman, 1991; Raymond, Coleman, e Miner, 2003).

Il Consiglio Nazionale americano sulle Dipendenze e le Compulsività sessuali ha definito la dipendenza / compulsività sessuale come la “tendenza persistente e crescente a seguire dei modelli di comportamento sessuale, nonostante essi determinino conseguenze negative a sé e agli altri” (The National Council on Sexual Addiction and Compulsivity, 2013).

Gran parte della letteratura di ricerca sulla compulsività sessuale si è concentrata sul rischio di contrarre l’HIV negli uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini (sempre più spesso definiti nella letteratura in lingua inglese come MSM – da: “men who have sex with men”).
(Benotsch, Kalichman, e Kelly, 1999; Benotsch, Kalichman, e Pinkerton, 2001; Grov, Parsons, e Bimbi, 2010 ; Kalichman & Rompa 1995, 2001; Parsons, Severino, Grov, Bimbi, e Morgenstern, 2007).

Le due scale più utilizzate per valutare la presenza di una eventuale dipendenza sono quella composta da 10 item di Kalichman, cioè la Scala della compulsività (Benotsch et al, 1999;. Kalichman & Rompa, 1995) e la sottoscala di 13 items del comportamento sessuale compulsivo di Coleman (Coleman, Miner, Ohlerking, & Raymond, 2001), entrambe convalidate per l’uso su campioni MSM (Coleman et al, 2010;. Miner, Coleman, Center, Ross, e Rosser, 2007).  Entrambe le scale tuttavia sono state sviluppate alla fine degli anni novanta – inizio degli anni 2000, prima cioè che Internet si diffondesse così capillarmente, rendendo diffuso il consumo di pornografia tramite Internet, in quanto facilmente accessibile, conveniente e anonimo (Cooper, 2002; Cooper et al., 2000).

Nessuna delle due scale sopra descritte impiega dunque elementi specifici per valutare il consumo di pornografia o dipendenza da sesso via Internet. Quando fu pubblicata la prima ricerca sulla dipendenza da Internet (Young, 1998), Cooper  e colleghi (Cooper, Putnam, Planchon, e Boies, 1999) furono tra i primi a studiare il comportamento sessuale compulsivo online, tra cui il consumo eccessivo di pornografia su Internet; in Svezia, Daneback, Ross e Månsson (Daneback et al., 2006) riportarono una significativa associazione tra compulsività sessuale, tempo trascorso online, e tempo dedicato alla pornografia.

Il Dr. Layden, co-direttore del Sexual Trauma and Psychopathology Program presso l’Università della Pennsylvania ha dichiarato: “i dipendenti da pornografia presentano un recupero più difficile dalla loro dipendenza rispetto ai cocainomani, dal momento che …Le  immagini della pornografia rimangono per sempre nel cervello.” Secondo questo punto di vista, Internet è pericoloso perché rimuove le barriere nel consumo di materiale pornografico, rendendo la pornografia molto più onnipresente.

Tuttavia, come emerso anche nella commissione senatoriale degli Stati Uniti sulle dipendenze, non c’è consenso tra i professionisti della salute mentale sui pericoli della pornografia, e neanche un accordo sul termine “dipendenza da pornografia.” Infatti, mentre alcuni sottolineano che la pornografia su Internet possa creare dipendenza (cambiando anche i percorsi neurali ), altri respingono tali affermazioni come allarmiste, facendo notare che cinquanta anni di studi sui pericoli della pornografia non sono ancora riusciti a dimostrare effetti negativi significativi (Rosser et al., 2012).

Vi è anche una mancanza di consenso sulla terminologia stessa, dal momento che molti sostengono che il termine “pornografia” o il suo derivato, “porno”, siano ormai oggetti di pregiudizio. I ricercatori usano infatti sempre più spesso termini diversi per indicare la pornografia, come: “contenuti sessualmente espliciti”.

In assenza di uno specifico strumento di screening, i clinici hanno dovuto fare affidamento su misure di valutazione scarsamente oggettive, per tentare di valutare una dipendenza. Un approccio è stato quello di utilizzare le stime tratte dalla prima letteratura al riguardo. Ad esempio, Cooper, Scherer, Boies, e Gordon (1999) riportarono che il 92% degli uomini e delle donne trascorrevano in media undici ore settimanali in “attività sessuali online”. Da questo studio, si cominciò a usare le undici ore come criterio clinico per identificare una dipendenza da sesso on-line.

Ci sono almeno quattro problemi con questo tipo di approccio. In primo luogo, lo studio che ha prodotto questa stima è stato condotto nel 1998, prima della banda larga, quando la maggior parte delle persone non erano ancora spesso online e prima dello streaming. Data la differente disponibilità e velocità di accesso alla rete che c’è oggi, le stime degli anni novanta possono risultare ormai obsolete. In secondo luogo, la stima che fu fatta riguardava tutte le attività sessuali on-line; è probabile che l’uso compulsivo di pornografia interessasse solo alcune di queste attività svolte su Internet (ma quante?). In terzo luogo, la ricerca condotta da Grov, Bamonte, Fuentes, Parsons, Bimbi e Morgenstern (2008) ha dimostrato che le misure utilizzate, come ad esempio il tempo trascorso online, non sono indicatori precisi di compulsività sessuale fra gli omosessuali. In quarto luogo, come risulta dalla Pew Internet Project Research, le minoranze razziali e etniche, le minoranze sessuali, i residenti in piccoli luoghi rurali e i gruppi socioeconomici a più basso reddito usano accedere a Internet utilizzando diverse tecnologie, che non permettono comparazioni precise. Poiché è eticamente discutibile utilizzare strumenti che discriminano le minoranze e i poveri, è ormai necessario mettere a punto uno strumento di screening generale che possa valutare l’uso compulsivo di materiale sessualmente esplicito al giorno d’oggi, sia per la ricerca, sia per la valutazione clinica.

Le prime scale messe a punto per valutare la dipendenza da sesso on-line (Delmonico e Miller, 2003) non fanno distinzione tra uso di Internet per la ricerca di informazioni sessuali o di pornografia. Nel Sexual Addiction Screening Test (SAST), sviluppato da Carnes e O’Hara nel 2002, due delle ventotto voci si riferivano alla pornografia online, ma non venivano considerate in una scala separata dal resto (Carnes, Green e Carnes, 2010). Il Cyber-Pornography Use Inventory, di 34 items (Grubbs, Sessoms, Wheeler e Folk, 2010) è stato il primo strumento pubblicato per valutare la dipendenza da pornografia. Tuttavia, esso è stato progettato per valutare un campione di giovani studenti di sesso maschile presso un College gestito da religiosi cristiani.  Normato su 94 maschi e 51 femmine, tutti studenti universitari (età media = 19 anni), questo strumento può essere usato su una popolazione universitaria, ma non sulla popolazione generale.

Reid, Li, Gilliand, Stein e Fong (2011) hanno pubblicato il loro Pornography Consumption Inventory (PCI), che valuta le motivazioni all’uso di pornografia in un campione di uomini ipersessuali che avevano scelto di farsi curare, il 90 per cento dei quali aveva riferito di essere eterosessuale. Questa scala, composta di 15 items, considera in particolare quattro fattori: evitamento emotivo, curiosità sessuale, ricerca di eccitazione e piacere sessuale, ma non valuta la natura compulsiva e la dipendenza, e non fornisce alcuna informazione sul comportamento dei consumatori di pornografia. Recentemente è stata messa a punto una scala di 12 items, Problematic Pornography Use Scale (Kor, Zilcha-Mano, Fogel, Mikulincer, Reid e Potenza, 2014) che valuta quattro fattori: stress, uso eccessivo, difficoltà di controllo e suo utilizzo per evitare le emozioni di negative. Il test è stato standardizzato partendo da un campione di popolazione generale israeliana e utilizza i criteri DSM per valutare la preoccupazione e la compulsività. Non è in ogni caso uno strumento che permette uno screening veloce.

La ricerca sull’uso compulsivo di pornografia e sul consumo di materiale sessualmente esplicito è stato dunque ostacolato dalla mancanza di strumenti validati o da criteri accettati per lo screening clinico. Per colmare questa lacuna, in un recente studio (Rosser BRS, 2014), sono stati sviluppati dei test per valutare i pensieri ossessivi e/o i comportamenti compulsivi, basandosi sulle definizioni presenti nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5, American Psychiatric Association, 2013).

Il DSM-5 definisce i disturbi ossessivo-compulsivi quelli caratterizzati da pensieri persistenti e ricorrenti, o da ricordi che appaiono alla mente in forma intrusiva e indesiderata, così come comportamenti ripetitivi o atti mentali che l’individuo sente di dover mettere in atto per ridurre l’ansia o il disagio (chiamati “compulsioni”) (American Psychiatric Association, 2013). Partendo da questa definizione si è cercato di valutare i criteri chiave, basati sul fatto che le ossessioni o le compulsioni causano un disagio clinicamente significativo, e mettono in pericolo la persona in importanti aree sociali, professionali o relazionali. Obiettivo dello studio di Rosser e colleghi era in particolare quello di valutare l’uso della pornografia fra gli omosessuali.

Questo team di ricerca (Rosser, Smolenski, Erickson, Iantaffi, Brady, Galos, et al., 2013) ha scoperto che quasi tutti (98,5%) i 1391 partecipanti omosessuali allo studio facevano uso di pornografia, in modo piuttosto elevato (24.9 minuti di visione media al giorno). Anche se il consumo di pornografia era elevato, i comportamenti compulsivi fra gli omosessuali sono risultati scarsi (solo il 7% del campione ha riferito di provare ossessioni significative e/o mancanza di controllo per quanto riguarda il consumo di pornografia).

I soggetti più a rischio di comportamenti compulsivi fra i gay sono risultati essere: i più giovani, coloro che vivono nelle periferie e nelle zone rurali, i meno esperti dal punto di vista sessuale e coloro che non sono coinvolti in una relazione stabile di lungo termine.

Le maggiori preoccupazioni per la salute sessuale, associate al consumo problematico e compulsivo di pornografia negli uomini omosessuali, riguardano in particolare:
. soggetti che aprono diverse finestre del browser durante la visione di materiali sessualmente espliciti;
. l’età del primo rapporto sessuale (sono più compulsivi coloro che hanno iniziato tardi)
. interiorizzazione dell’omofobia (o omonegatività)
. non essere un gay dichiarato;
. avere avuto pochi partner e scarsa soddisfazione sessuale.

Dr. Walter La Gatta

Fonte:
Rosser BRS, Noor SW, Iantaffi A. Normal, Problematic and Compulsive Consumption of Sexually Explicit Media: Clinical Findings using the Compulsive Pornography Consumption (CPC) Scale among Men who have Sex with Men.Sexual addiction & compulsivity. 2014;21(4):276-304. doi:10.1080/10720162.2014.959145.

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