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Buddismo come psicoterapia
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Prof.
Giulio
Cesare Giacobbe
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La convinzione
diffusa in Occidente che le filosofie orientali costituiscano in
qualche modo delle sugggestioni per la psicoterapia se non addirittura
dei veri e propri sistemi psicoterapeutici è, come tutte le
convinzioni, in parte vera in parte falsa.
È vera per il Buddhismo, falsa per lo Yoga.
Non approfondiamo le altre dottrine orientali classiche come il
Brahamanesimo, il Vedanta, il Taoismo, il Confucianesimo, perché la
loro cifra è più filosofica che psicologica e quindi la loro valenza
terapeutica, dal punto di vista tecnico, quasi del tutto trascurabile.
La non funzione terapeutica dello Yoga è di più difficile
persuasibilità.
Troppe palestre, troppi libri, troppi maestri, troppi discorsi hanno
infarcito l’Occidente sulla ipotetica valenza terapeutica dello Yoga
per poter demolire questa convinzione con poche parole.
Non volendo essere questo articolo un trattato sulla non terapeuticità
dello Yoga, mi limiterò a poche osservazioni fondamentali che per il
lettore intelligente possono essere più che sufficienti.
Lo Yoga antico ed originale, il Raja Yoga, risalente a più di duemila
anni fa, esposto nel trattato principe dello Yoga, gli Yoga Sutra di
Patanjali (III sec. a.C.), ha come esplicito ed unico fine la
realizzazione di uno stato di trance (Kaivalya) in cui si ha la sola
percezione di esistenza e di beatitudine (SatChitAnanda) che viene
raggiunto attraverso un’ipossia cerebrale controllata (PranaYama) e
viene assunto come unione (Yoga) con l’Assoluto.
Lo stesso Buddha, che dedicò quattro anni alla pratica dello Yoga,
riconobbe che la trance yogica non è risolutiva per la sofferenza
nevrotica, in quanto temporanea ed avulsa dalla realtà quotidiana.
Lo Yoga moderno, lo Hata Yoga, fondato nel XVI secolo ed esposto nello
Hata Yoga Pradipika di Svatmarama, da cui derivano tutte le versioni
da palestra praticate oggi, ha lo stesso fine ma tenta di raggiungerlo
attraverso un orgasmo sessuale in cui viene inibita l’eiaculazione
fino al deliquio.
Nelle palestre quest’ultima parte viene tralasciata (snaturando lo
Yoga del suo fine precipuo) e vengono semplicemente praticate le
tecniche fisiologico-ginniche preparatorie, che nulla hanno di
psicoterapeutico.
Anche la filosofia naturalistica elaborata in epoca recente a
complemento dello Hata Yoga, consistente nel considerare l’energia
vitale individuale una particella dell’energia cosmica alla quale essa
si unisce in un atto estatico coinvolgente sia il piano fisico che
quello psichico (che di fatto non possono essere separati), al quale
gli adepti tendono confusamente senza mai realizzarlo perché gli è
stato sottratto il mezzo tecnico per farlo (l’orgasmo), non
costituisce una psicoterapia.
Una psicoterapia può invece essere considerata il Buddhismo originale,
ossia l’insegnamento del Buddha.
Diciamo subito che, come tutte le terapie psicologiche, essa non è
esasustiva.
Nessuna lo è, d'altronde.
La psicoterapia buddhista agisce principalmente sul cosciente e non
sull’inconscio, e quindi ha tutte le limitazioni delle psicoterapie
cognitive.
Essa è efficace soltanto con quei soggetti che hanno conservato la
funzione dell’autocoscienza, quindi soltanto nelle nevrosi non
avanzate fino al limite del border line.
Ma nell’ambito di quelle esso è particolarmente efficace, più di altre
terapie cognitive.
L’eliminazione della sofferenza era stato lo scopo esplicito
dell’insegnamento di Buddha.
Che si tratti della sofferenza nevrotica è evidente.
La sofferenza naturale, infatti, conseguente alla perdita di una
persona cara, a un insuccesso, a una sconfitta, non necessita di un
intervento terapeutico perchè ha una durata temporanea.
La sofferenza di cui si occupò il Buddha è la sofferenza che ci
portiamo dietro per lunghi, troppo lunghi periodi o addirittura per
tutta la vita.
Cioè la sofferenza cronica.
Ma la sofferenza cronica non è normale.
È patologica.
È appunto la sofferenza nevrotica.
Di questa sofferenza, si occupò il Buddha.
La sua dottrina costituisce quindi, già nell’intento, una
psicoterapia.
La natura pratica e non teorica dell’insegnamento di Buddha, e quindi
il suo costituire appunto una tecnica psicologica, è rimarcato dalla
stessa tradizione, che attribuisce al Buddha questa dichiarazione:
«“Benché il mio insegnamento non sia un dogma né una dottrina, certo
alcuni lo intendono così. Devo spiegare chiaramente che insegno un
metodo per sperimentare la realtà, e non la realtà medesima, così come
un dito che indica la luna non è la luna. Una persona intelligente
seguirà la direzione indicata dal dito per vedere la luna, ma chi vede
soltanto il dito e lo scambia per la luna non vedrà mai la luna reale.
Io insegno un metodo da mettere in pratica, non qualcosa in cui
credere o da adorare. Il mio insegnamento si può paragonare a una
zattera che serve ad attraversare un fiume. Solo uno stolto rimarrà
abbarbicato alla zattera una volta che sia approdato all’altra sponda,
alla sponda della liberazione.”»
Il protocollo terapeutico adombrato nel Dharma, l’insegnamento
originale del Buddha, non è facile da individuare.
Prima di tutto perché non è facile da individuare lo stesso
insegnamento originale nella enorme letteratura buddhista.
Ma anche se ci limitiamo a prendere in considerazione le uniche
enunciazioni sicuramente attribuite al Buddha in tutti i Canoni,
antichi e moderni, e quindi risalenti molto probabilmente al Buddha
stesso, le Quattro Nobili Verità e gli Otto Nobili Sentieri, il
compito non è facilissimo.
Tuttavia sono riuscito a distillare il procedimento che il Buddha ci
voleva trasmettere.
Ed ho scoperto che esso è effettivamente anche formalmente una
psicoterapia.
L’enunciazione delle Quattro Nobili Verità costituisce infatti una
premessa diagnostica che accerta l'esistenza della sofferenza
nevrotica, ne individua le cause e ne stabilisce la terapia.
Essa infatti stabilisce
1 l'esistenza della patologia (diffusione della sofferenza cronica);
2 la diagnosi eziologica (individuazione delle cause);
3 l'indicazione terapeutica (eliminazione delle cause);
4 la modalità terapeutica (gli Otto Nobili Sentieri).
Gli Otto Nobili Sentieri costituiscono invece il protocollo
terapeutico della psicoterapia proposta dal Buddha.
Tradizionalmente essi sono, nell’ordine, Retta Comprensione, Retto
Pensiero, Retta Parola, Retta Azione, Retti Mezzi di Sussistenza,
Retto Sforzo, Retta Presenza Mentale, Retta Concentrazione.
Retta Parola, Retta Azione, Retti Mezzi di Sussistenza (professione),
costituiscono precetti morali e quindi, a rigori, non rientrano nel
protocollo terapeutico.
Il Retto Sforzo è finalizzato alla realizzazione della Retta
Concentrazione.
Quindi propriamente il protocollo terapeutico buddhista è costituito
da:
1 Retta Comprensione
2 Retto Pensiero
3 Retta Presenza Mentale
4 Retta Concentrazione
La Retta Comprensione consiste nella scoperta dell’impermanenza e
interdipendenza dei fenomeni, ossia del fatto che tutte le cose
dell’universo cambiano continuamente e sono tutte interconnesse fra
loro (scoperte fatte anche recentemente dalla nostra fisica e note
come dinamicità di campo ed effetto Butterfly).
Essa costituisce la famosa illuminazione.
Il Retto Pensiero consiste nella eliminazione dei pensieri involontari
negativi (indirizzati alla separazione) e nella costruzione volontaria
di pensieri positivi (indirizzati all’unione).
La Retta Presenza Mentale consiste nella presenza nella realtà, ossia
nel volgere l’attenzione alla realtà, fuori della mente nevrotica.
La Retta Concentrazione consiste nell’attivazione della funzione
cerebrale dell’autoosservazione psichica, capace di renderci
consapevoli della nostra stessa dinamica nevrotica.
Se ordiniamo la sequenza suriportata secondo un criterio scientifico
di consequenzialità psicologica e quindi operativa, raggruppiamo Retto
Pensiero e Retta Concentrazione sotto la voce controllo della mente ed
aggiungiamo ad essa due parametri psicologici, il non attaccamento e
l’amore universale, ampliamente riportati dalla tradizione buddhista e
quindi attribuibili all’insegnamento originale del Buddha, abbiamo la
seguente sequenza:
1 Controllo della mente (Retto Pensiero e Retta Concentrazione)
2 Presenza nella realtà (Retta Presenza Mentale)
3 Consapevolezza del cambiamento (Retta Comprensione)
4 Non attaccamento
5 Amore universale
Questa sequenza costituisce un protocollo terapeutico di grande
momento.
Infatti il controllo della mente permette al nevrotico di eliminare o
quanto meno di tenere sotto controllo il pensiero tensivo compulsivo,
che costituisce la materia stessa della sua nevrosi.
Il controllo della mente conduce tradizionalmente al vuoto mentale,
che permette di rivolgere interamente e sistematicamente l’attenzione
alla realtà, con la quale di realizza la consapevolezza del
cambiamento, la quale dà luogo al non attaccamento e all’amore
universale (in quanto privo di interesse egoistico).
Un soggetto liberato dal pensiero tensivo compulsivo di natura
nevrotica, rivolto alla realtà, adattato al cambiamento, liberato
dagli attaccamenti generatori di sofferenza e rivolto all’amore è
indubbiamente un soggetto liberato dalla nevrosi.
Abbiamo così che il protocollo buddhista, sia pure con le limitazioni
già dette, è un protocollo ben utilizzabile a livello terapeutico.
Senza alcuna limitazione esso è poi naturalmente utilizzabile a
livello preventivo.
L’esposizione dettagliata della genesi logica e storica di codesto
protocollo costituisce precisamente l’argomento di un mio libro di
prossima pubblicazione dal titolo Come diventare un buddha.
Si tratta pur sempre però, occorre non dimenticarlo, dell’insegnamento
originale del Buddha e non della religione e della filolsofia
buddhista che sono sorte dopo il suo insegnamento.
Esse infatti non costituiscono, come nessuna religione e nessuna
filosofia, delle psicoterapie ma degli approcci alla divinità e alla
conoscenza.
Giulio Cesare Giacobbe
Leggi anche l'intervista a G. Cesare Giacobbe
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Giulio Cesare Giacobbe,
psicologo e dottore in filosofia, ha
praticato analisi personale e formazione in psicoterapia presso
l’Istituto di Psicosintesi a Firenze. Insegna Fondamenti delle
discipline psicologiche orientali presso la facoltà di Lettere e
Filosofia dell’Università di Genova, dove vive e lavora. Ha scritto
due libri : ‘Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la
vita’, che ha avuto un grande successo editoriale, così come 'Alla ricerca
delle coccole perdute' dell'Editore Ponte alle Grazie, uscito nel
2004 e 'Come diventare bella, ricca e stronza', ed. Mondadori
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